Un bianco sorprendente dall’Isère

L’Isère è una regione francese non certo particolarmente prestigiosa in ambito vitivinicolo. Eppure, da qualche anno, interessanti produttori stanno riportando in auge un territorio che in passato ha avuto una certa rilevanza enologica.

In passato abbiamo parlato del Domaine Jérémy Bricka e del Domaine Les Alpins (Sébastien Benard). Nel post di oggi facciamo invece la conoscenza del Domaine Finot, sito nel Grésivaudan, grosso modo tra Chambery e Grenoble.

Dopo studi in enologia e diverse esperienze nei principali terroir francesi, Thomas Finot crea la propria azienda recuperando vecchi vigneti abbandonati e puntando sulle varietà locali. Il tutto seguendo un approccio che ama definire eco-responsabile e biodinamico.

Abbiamo avuto modo di assaggiare un bianco ottenuto da jacquère in maggioranza con, a saldo, chardonnay, altesse e verdesse.

Tractor Blanc 2024 – Domaine Finot

Giallo paglierino con riflessi dorati. Naso molto intrigante, parte con un tocco sulfureo, poi melone e pesca bianca, ma anche richiami piacevolmente freschi di menta e aneto. Sullo sfondo emerge una marcata impronta minerale che conferisce ulteriore complessità al profilo aromatico.

L’acidità è vibrante, il sorso risulta fresco e succoso, un tocco di tannino rende la progressione più stratificata. Il basso tenore alcolico (11%) e la chiusura salina completano il quadro di un vino di grande beva e piacevolezza.

Plus: un vino d’ispirazione naturale che rifugge qualsiasi “sgrammaticatura”, distinguendosi al contrario per precisione, equilibrio ed eleganza. Piacerà a chi nel vino cerca sfumature, dettagli e tensione più che volume, potenza e intensità. Un bianco che conferma come, lontano dai riflettori delle appellation più blasonate, esistano ancora territori capaci di sorprendere e raccontare una Francia del vino meno conosciuta, ma non per questo meno affascinante.

Diego Mutarelli
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Jérémy Bricka e quel vitigno dimenticato dell’Isére

Fino all’arrivo della fillossera l’Isère, dipartimento francese incuneato tra la Valle del Rodano e la Savoia, era un territorio in cui la vigna prosperava; nel XIX secolo risultavano registrati ben 33.000 ettari di vigna. I danni del malefico insetto – la fillossera appunto – portarono ad una drastica riduzione delle aree vitate in tutta Europa e alcune zone, le più impervie e climaticamente svantaggiate, non si rialzarono più dedicandosi a colture più redditizie. Questo è ciò che successe anche in Isére e ad alcuni suoi vitigni estinti o quasi.

Negli ultimi decenni però, in molte zone minori della Francia (e dell’Italia), la passione e la caparbietà di giovani vignaioli, alla ricerca di vigne al giusto prezzo e di climi freschi, hanno contribuito in modo decisivo a recuperare antiche varietà e a rilanciare le aspirazioni vitivinicole di interi terroirs.

Questa è anche la storia di Jérémy Bricka, che ho deciso di raccontarvi dopo aver degustato un suo vino sorprendente e anche perché ancora non ho trovato alcuna fonte web in lingua italiana che ne parla, e mi sembrava doveroso colmare questa lacuna!

Dopo anni di gavetta in Borgogna e Rodano (chez Guigal!) Jérémy, affascinato dai territori alpini, compra 5 ettari in Isère tra i 500 e i 700 metri di altitudine, a Mens (non lontano da Grenoble), e vi pianta verdesse, mondeuse blanche e noir, altesse, persan, douce noire e la pressoché sconosciuta étraire de l’Aduï. Certificazione bio e approccio enologico non interventista, oltre ad una sensibilità fuori dal comune in fase di vinificazione, hanno permesso al domaine di acquisire una buona notorietà in Francia nella nicchia dei vini naturali. Il vino di cui ti parlo oggi è proprio quello ottenuto dal vitigno étraire de l’Aduï.

Étraire de l’Aduï 2020 Pont de Brion IGP Isère – Jérémy Bricka

Il colore è un bellissimo rosso rubino chiaro, luminoso e trasparente. Il naso è un caleidoscopio di fruttini rossi (melograno e ribes), violetta, pepe, bergamotto, ferro e un particolare tocco che ricorda la salsa di soia…

Il sorso è soffice, beverino e leggero (12%), il tannino è cremoso e risolto, l’acidità è ben integrata e fornisce profondità e succo. Chiude delicato su ritorni di fruttini rossi e spezie.

Plus: vino che fa della spontaneità e facilità di beva la sua caratteristica principale, ma che sa coniugare originalità aromatica ed eleganza. Mi ha ricordato per stile e espressività alcuni dei migliori Morgon del Beaujolais.

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