Alla scoperta di una vigna giardino nell’entroterra ligure

la vigna giardino de La Casetta

La visita ad un vigneron è, abitualmente, accesa dalla curiosità di conoscere i luoghi di provenienza e le persone artefici di un certo vino che mi ha colpito all’assaggio. In altre circostanze la visita è il frutto del voler approfondire una specifica denominazione. Insomma, sono io che cerco i luoghi di origine di un vino.

Più rari sono i casi in cui è il vino che cerca me.

È quello che mi è successo di recente nell’entroterra ligure, nell’Alta Valle del Vara. A pranzo con amici non appassionati di vino, noto tra i vini disponibili in carta, nella sezione “vini locali”, un produttore mai sentito e, per di più, piuttosto economico. Decido quindi di ordinare quel vino pensando che, per una volta, i miei amici non sbufferanno per il prezzo del vino.

E invece – stregato da quel vino sconosciuto ma di grande personalità all’assaggio – dopo poche ore mi trovo in località Salino, Varese Ligure (SP) presso l’azienda agricola La Casetta.

Un artigiano vero, un ettaro scarso di vigna, vigna che sembra un orto, anzi una vigna giardino, per quanto curata ed immersa nel verde.

La vigna giardino de La Casetta
La vigna giardino de La Casetta

Ho così avuto modo di scoprire questo produttore, lontano dai riflettori e non censito da alcuna guida con un mercato prettamente locale, che produce due vini, un rosso e un bianco, di grande interesse.

L’assaggio in cantina, per mancanza di tempo, è stato piuttosto frettoloso, ma ho acquistato qualche bottiglia per una degustazione più attenta di cui fornirò naturalmente riscontro su Vinocondiviso.

Per ora qualche ricordo e sensazione di quanto assaggiato:

Liguria di Levante Rosso IGT “Salino” 2018 – La Casetta

Un blend “melting pot” di cabernet sauvignon, ciliegiolo, pinot nero…che però sorprendentemente funziona! Naso di ciliegia, fiori rossi e spezie, un tocco di macchia mediterranea e sottobosco. Vino agile e gustoso, ma anche di una certa presenza in bocca. Affinato in barrique esauste.

Liguria di Levante Bianco IGT “Salino” 2019 – La Casetta

Vino da uve albarola con saldo di sauvignon. Naso di frutta matura e agrumi ma anche una nota rinfrescante di rosmarino. Semplice e beverino, all’ingresso risulta piuttosto morbido ma la vena acido-sapida ti sorprende in chiusura di bocca ed invoglia ad un nuovo sorso…magari in accompagnamento ad un primo locale come i corxetti con salsa di pinoli.

Quant’è buono lo schioppettino di Stroppolatini

Lo schioppettino è forse il vitigno autoctono friulano a bacca nera più interessante, versatile e “moderno”. Frutto, fiori e spezie non mancano mai, in un sorso leggiadro ma non banale, in cui bevibilità e complessità sembrano aver trovato il perfetto punto di equilibrio.

Non fa eccezioni questo schioppettino di un’azienda emergente di cui abbiamo già parlato su queste pagine.

Friuli Colli Orientali Schioppettino 2015 – Stroppolatini

Rosso rubino compatto senza cedimenti.

Il vino si offre dapprima su intriganti note di ribes nero e geranio, poi in successione si susseguono pepe verde, grafite e un tocco vegetale.

In ingresso il vino è ampio, si distende nel cavo orale con un certo volume senza alcuna accelerazione verticale nello sviluppo. Le note fruttate dialogano con un tannino fitto e saporito. La progressione, senza accessi alcolici, accompagna il sorso verso una chiusura sapida e succosa, con l’acidità a fornire la profondità necessaria a prolungare la persistenza del vino.

In chiusura i ritorni sono di floreali e pepati.

Plus: vino ancora giovane e baldanzoso, di personalità, dal tannino non addomesticato e che non cede alla tentazione di accomodanti dolcezze.

Minus: in questa fase manca, se vogliamo, di una compiutezza e distensione che solo il tempo potrà donargli.

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Assaggi pre-vacanzieri tra Loira, Borgogna, nebbiolo e timorasso

Rapido resoconto di una serata di saluti prevacanzieri tra amici. Amici accomunati dalla volontà di condividere il vino, naturalmente!

Ed ecco che spuntano quattro bottiglie fuori dall’ordinario:

Les enfers tranquilles 2017 – Michel Autran

100% chenin per questo vino di Michel Autran, ex medico folgorato sulla via del vino. Spirito ribelle e anticonformista, vinifica solo dal millesimo 2013. Si prende cura, in regime biologico, di soli 3,5 ettari di vigneto con piante tra i 50 e i 70 anni. Il calice accoglie il degustatore con sentori intriganti e complessi di frutta gialla e roccia, delicate note di miele d’acacia e polline. A bicchiere fermo qualche nota di frutta secca. Ingresso in bocca di energia e sapore, un filo di ossidazione controllata fa capolino, lo sviluppo è guidato da un’acidità poderosa che al momento non è ancora perfettamente integrata con le parti morbide del vino che prendono il sopravvento in chiusura.

Vino interessante ma lontano dal magnetismo del millesimo 2016.

Morey St-Denis Clos Solon v.v. 2005 – Domaine Fourrier

Vino che si dimostra in grande spolvero fin da subito. Naso sfaccettato che parte su note speziate di incenso, poi a seguire cannabis ed erbe aromatiche (rosmarino), nel bicchiere muta con il passare dei minuti, si rinfresca su note fruttate di cassis e pesca. Sorso stupendamente risolto, un pinot noir colto in fase di beva perfetta, durerà ancora ma in questo momento è splendido.

Chapeau.

Gattinara Osso San Grato 2005 – Antoniolo

Gattinara ancora incredibilmente giovane che, fin dal colore, non mostra alcun segno di cedimento. Olfatto che in questo momento è perfettamente bilanciato tra la classica austerità del nebbiolo dell’Alto Piemonte e golose note fruttate. E così nel bicchiere si rincorrono note di anguria e rose, ferro e fiori rossi, oltre a qualche contrappunto speziato. Ingresso in bocca di volume e intensità, ma il vino mantiene grande dinamica e profondità grazie a un’acidità perfettamente bilanciata. Chiusura lunghissima su ritorni minerali.

Fuoriclasse.

Pazienza 2013 – Vigneti Massa

Timorasso vendemmia tardiva che Walter Massa ha vinificato solo nel 2013. Naso ricco e suadente di miele ed albicocca, pesca e tè verde…ma si potrebbe continuare a lungo. L’ingresso è abboccato, la morbidezza riempie il cavo orale senza egemonizzare il sorso che mantiene invece una certa dinamica. La chiusura è caratterizzata da piacevole sapidità.

Estroso.

Schiste 2017 del Domaine des Ardoisières, un grande vino della Savoia

Su Vinocondiviso si parla spesso dei vini della Savoia. Vini mai banali e generalmente dal rapporto qualità-prezzo centrato.

Negli ultimi tempi molti appassionati, critici e operatori commerciali si stanno accorgendo dei vini savoiardi e per questo motivo, anche in Italia, è possibile acquistare e degustare con relativa semplicità vini che solo qualche anno fa erano prodotti di super-nicchia.

Tra i produttori della Savoia un posto di grande rilievo è occupato dal Domaine des Ardoisières, nato dall’incontro tra Marcel Grisard e Brice Omont che, intorno agli anni 2000, recuperano delle vecchie vigne site su terreni dalle pendenze proibitive e sposano con convinzione la biodinamica, con l’obiettivo di dar viti a vini territoriali ed espressivi. I vini del domaine sono ora disponibili anche in Italia grazie alla distribuzione L’Etiquette.

Vin des Allobroges IGP “Schiste” 2017 – Domaine des Ardoisières

Il calice ci accoglie con un giallo paglierino illuminato da riflessi dorati.

Il naso è, come ricorda il nome del vino, di grande mineralità, ma per nulla severo. Si susseguono invece delicati e ricamati sentori di scorza di limone, pompelmo, fiori di campo essiccati, con un’eco lontana di spezie, quali pepe bianco e noce moscata.

Il sorso è succoso, la dinamica del vino è in profondità, grazie ad una spinta acida ficcante ma elegantissima ed in filigrana nel corpo del vino. Il bello è che il vino non è solo “dissetante” e agile, ma possiede anche un certo volume e non risulta scarno o esile benché leggero nello sviluppo e nel titolo alcolometrico (12%).

Chiude lungo con ritorni agrumati e minerali.

Vino di assemblaggio: 40% jacquère, 30% roussanne, 20% malvoisie, 10% mondeuse blanche. I vigneti si trovano – lo suggerisce il nome del vino – su suoli scistosi ed il vino affina per 12 mesi in barrique.

Plus: vino che ci ha conquistato per la sua complessità non esibita, per la sua classe non ostentata.

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Stroppolatini: produttore emergente nei Colli Orientali del Friuli

Oggi con piacere ti racconto di un’azienda friulana ancora poco conosciuta, ma decisamente interessante sotto molti punti di vista. Assaggiai per la prima volta i vini di Stroppolatini poco meno di un anno fa, all’evento dei 10 anni di Slow Wine che si svolgeva a Montecatini Terme.

I colleghi di Slow Wine del Friuli Venezia Giulia avevano premiato, come “Vino Quotidiano”, il Friuli Colli Orientali Friulano 2016 di Stroppolatini, un vino di una cantina che non avevo mai assaggiato. L’assaggio confermò la bontà di quel vino e la prima chiacchierata con il produttore mi convinse ad approfondire la conoscenza non appena se ne fosse presentata l’occasione.

Stroppolatini si trova nel cuore dei Colli Orientali del Friuli, a Cividale (UD), località Gagliano ed ha una storia piuttosto antica. É infatti dal 1800 che si produce vino, seppur per un consumo poco più che familiare. Solo più di recente Giuliano Stroppolatini si è dedicato con più costanza alla produzione dei vini di qualità. Da qualche vendemmia le scelte vitivinicole sono in mano al figlio Federico, che mi accompagna nella visita.

  • Vista sui Colli Orientali del Friuli
  • Stroppolatini

Visita che comincia in vigna, nella sezione più antica a ridosso della casa padronale e terrazzata nella prima metà del 1800. In vigna sono rimasti i vitigni storici di allora ovvero il friulano e il merlot. Con un bicchiere in mano e qualche bottiglia al seguito passeggiamo tra i filari inerbiti. Federico mi mostra orgoglioso alcune piante ultracentenarie a piede franco.

  • Grappolo di tocai giallo
  • Vigna ultracentenaria a piede franco di tocai

Un’opportunità straordinaria per questo giovane enologo (in realtà il pezzo di carta non è ancora arrivato) quella di vinificare uve da vigne vecchie e, soprattutto, cloni storici. Si è scelto di mantenere in vigna il tocai (friulano) giallo, totalmente diverso e decisamente più espressivo e complesso rispetto al più comune tocai verde (sauvignonasse). Ricorderai forse che ti ho già parlato di un vino ottenuto da tocai friulano giallo, quello di Vignai da Duline.

Il primo vino che degustiamo è proprio il FCO Friulano 2016, una partita non ancora imbottigliata e che presumibilmente diverrà una riserva. Il vino è particolarmente profumato, lontano anni luce dai troppi friulano poco espressivi e tutti su note verdi. Il liquido nel calice sprigiona invece profumi di fiori di campo, buccia di limone, timo, mandorla fresca e pesca bianca. La bocca è saporita ed elegante, l’alcol, pur generoso nominalmente, resta perfettamente integrato nel corpo del vino. Persistenza generosa e saporita. Un friulano decisamente convincente (altro che “vino quotidiano”!), un vino che accompagnerà perfettamente elaborati piatti di pesce o saporite minestre di legumi.

È poi la volta dell’altro friulano, ottenuto da un affinamento (18-24 mesi) in tonneaux esausti, si tratta del FCO Friulano Colle di Giano 2016. Vino che rispetto al precedente ha tutt’altro carattere, l’affinamento diverso ed il maggior dialogo con l’ossigeno forniscono un quadro più maturo ma all’interno della medesima cornice stilistica fatta di complessità ed eleganza. Olfatto di crema di limone e miele di acacia, pesca gialla e mandorla tostata. Vino che appare più pieno e carezzevole al sorso, ma di ottima dinamica e dalla chiusura pulita e sapida.

L’assaggio successivo è dedicato al sauvignon, anche in questo caso un antico clone proveniente dalla Francia che dimorava presso un viticoltore dei Colli Orientali che ne ha permesso la propagazione per selezione massale. Il FCO Sauvignon 2016 si propone con note mature di frutta tropicale e albicocca, la bocca è sorprendente, golosa, appagante ma stratificata e di ottima progressione.

Prima di passare ai rossi della casa ho l’opportunità di assaggiare in anteprima un nuovo vino, quello che diventerà la Ribolla 2018. Vino salino di vibrante acidità che sembra promettente.

Ci trasferiamo quindi nella piccola cantina storica. L’azienda sta ultimando i lavori per ampliare la cantina in uno spazio adiacente. Qui assaggiamo i rossi. Partiamo dal FCO Merlot 2015, buon vino varietale al naso e dal tannino croccante e fitto; continuiamo con il FCO Schioppettino 2015, vino squisito di pepe rosa e fiori rossi, balsamico e saporito anche grazie ad un tannino compatto ma fine. Tocca poi al FCO Refosco 2015, non ancora in commercio, che ammalia con note di lampone e viole e stempera il suo carattere vinoso grazie ad acidità e tannini che invogliano la beva.

Chiudiamo la serie di assaggi con il FCO Pignolo 2013, il vitigno su cui sempre più produttori friulani stanno scommettendo. Il vino sosta in tonneaux per almeno 36 mesi prima dell’imbottigliamento. La quantità dei tannini del vitigno, benché di ottima qualità, necessitano infatti di tempo e pazienza per essere smussati e integrarsi nella materia. Il vino che ho nel bicchiere è complesso: ampio e cangiante il naso su note di prugna, lampone, mallo di noce, cacao, mineralità scura, spezie…bocca invece ancora compressa e fitta, poderosa e piena. Le note fruttate e speziate sono ben bilanciate da un tannino vigoroso ma dalla trama sottile. Il vino ha tutte le carte in regola per evolvere e distendersi stupendamente negli anni a venire. La visita si chiude con qualche acquisto che mi permetterà assaggi più meditati e di cui, come sempre, darò il resoconto su queste pagine. Dagli assaggi dei vini, dalla vista sulle vigne e, ancor di più, dalla visione chiara che la famiglia Stroppolatini mi ha trasmesso, sono pronto a scommettere che di questa azienda sentiremo parlare ancora!

Il futuro delle Denominazioni di Origine: intervista a Paolo De Cristofaro

Ha suscitato ampio dibattito il post pubblicato qualche giorno fa dal titolo “Vini naturali, nuovi consumatori e Denominazioni di Origine: una difficile convivenza? Una conversazione con Samuel Cogliati”.

Per questo motivo ho deciso di continuare ad approfondire il tema con l’aiuto dell’amico Paolo De Cristofaro, giornalista e degustatore, storico collaboratore della Guida Vini Gambero Rosso oltre che animatore, insieme ad Antonio Boco, del wineblog Tipicamente.

Paolo De Cristofaro

Paolo, proviamo a fare un passo avanti su quanto emerso fino ad ora sul tema Denominazioni di Origine (DO). Qual è o dovrebbe essere il loro ruolo? Garantire riconoscibilità, territorialità e persino qualità al consumatore? Oppure garantire valore aggiunto / differenziazione sul mercato ai produttori?

Il ruolo delle DO è legato alla necessità di garantire una provenienza ed una conformità a determinati parametri/regole stabiliti da un disciplinare. Ovvero che quel vino sia effettivamente realizzato da quella zona, con quei vitigni, con i mesi previsti di affinamento, etc. Ma poco di più, perché quelli appena ricordati sono per molti versi gli unici elementi che un protocollo di controllo possa realisticamente garantire.

Gli altri fattori quali riconoscibilità, territorialità, per non parlare della qualità, sono veicolati semmai in maniera indiretta. Aspetti che una DO può portarsi dietro senza però poterli garantire a priori, sia perché parliamo di parametri non misurabili, in gran parte soggettivi, sia perché dipendono dalla libera interpretazione che il vignaiolo dà al suo vino.

Vale però la pena aprire una parentesi. E’ innegabile che ci sia una grande differenza tra DO con una storia codificata in bottiglia (che permette di delineare un’identità attorno alla quale ci si possa riconoscere) e DO (la maggioranza), che hanno una storia recente o recentissima, e che per molti anni hanno avuto pochi produttori a rivendicarle. Denominazioni che il più delle volte non poggiano su dati produttivi ed espressivi statisticamente sufficientemente ampi da permettere anche solo di abbozzare un tentativo di descrizione di quel che può significare territorialità/riconoscibilità per i vini tutelati. Chiudo dicendo che è invece assolutamente estraneo allo spirito di un sistema di DO, dal mio punto di vista, il discorso del valore aggiunto. Il valore aggiunto che i territori devono “sedimentare” è piuttosto frutto della prassi. Torna quindi in gioco l’elemento umano.

Il tema, benché molto d’attualità, non è certo nuovo. Basti pensa alle diverse opinioni in proposito di Luigi Veronelli e Mario Soldati, a cui peraltro anche il tuo podcast “Vino al Vino 50 Anni Dopo” dà ampio risalto.

È vero: il tema, seppur attualissimo, non prende forma certo oggi e se ne discute da tempo. Apparentemente Soldati e Veronelli sono ai due estremi della barricata: Veronelli promuove addirittura l’idea delle Denominazione Comunali (De.Co.), per legare nella maniera più forte possibile il marchio al comune di provenienza, mentre Soldati vede con sospetto il vino con l’etichetta, va alla ricerca di contadini privati che fanno vino per autoconsumo e ha perfino delle riserve sul vino che viaggia… Ma, a ben vedere, i due “maestri” sono molto più vicini di quel che può sembrare.

Veronelli si muove infatti all’interno del “mondo reale”: ha talenti da scrittore, ma è anche uno dei primi assaggiatori professionali (nonché divulgatore, giornalista, catalogatore e studioso del vino a tutto tondo), per cui si misura con la piramide di qualità che si delinea in Italia dagli anni ’60 e vede nelle De.Co. un argine per sottrarsi alla genericità delle Denominazioni in mano all’industria e agli imbottigliatori, immaginandolo come uno strumento a disposizione dei piccoli artigiani per potersi differenziare.

Soldati, invece, ben lungi dal considerarsi un professionista, si dichiara orgogliosamente un “amatore inesperto”, si fa accompagnare nei suoi viaggi da Ignazio Boccoli dell’Istituto Enologico, cerca di approfondire la conoscenza tecnica, ma rimane pur sempre un appassionato, uno che nella vita fa un altro mestiere e può permettersi di portare avanti l’utopia del vino senza fascetta o senza etichetta. Nella sua visione c’è quindi un rifiuto “a monte” di un sistema normativo che lui già vede (e la diagnosi non è lontana da quella di Veronelli) come strutturato appositamente per diventare un cavallo di Troia nei territori in cui la fanno da padroni le industrie e i grandi imbottigliatori, quelli che “manipolano” e diluiscono il carattere territoriale dei vini molto più di quanto sia permesso oggi. Sono però convinto che anche Soldati avrebbe appoggiato senza tentennamenti un sistema di DO in grado di garantire in primis contadini ed artigiani, e con loro il “vino genuino” che cerca nei suoi viaggi.

I vini naturali, soprattutto se provenienti da zone meno prestigiose, scelgono spesso la strada del Vino da Tavola. Questo permette loro maggior libertà espressiva e minori rischi di doversi adeguare a regole dettate dai Disciplinari o di essere bocciati dalle commissioni di assaggio, magari per velature del vino, colori non ordinari, volatili sopra le righe. Pensi che i Disciplinari e le regole delle commissioni di assaggio debbano diventare più flessibili e cercare di accogliere maggiormente espressioni meno “allineate” di fare vino?

Un sistema di DO che garantisce provenienza e rispetto di determinati protocolli non troppo stringenti, teoricamente non avrebbe bisogno delle commissioni di assaggio, né dovrebbe creare problemi a produttori meno “ortodossi”. Se un certo vino rispetta i vari passaggi produttivi stabiliti e più in generale le caratteristiche oggettive misurabili, dal mio punto di vista dovrebbe avere tutto il diritto di appartenere ad un determinata DO, anche a fronte di una qualità organolettica “pessima”. Gli aspetti non misurabili, interpretabili ed in ultima istanza valutativi, dovrebbero essere lasciati al giudizio dei consumatori.

Anche perché viviamo in un momento storico in cui stiamo assistendo ad un rimescolamento della stessa grammatica interpretativa. I bevitori, soprattutto delle nuove generazioni, sono alfabetizzati a gusti completamenti diversi rispetto a quelli che potevano fare da punto di riferimento anche soli vent’anni fa. Consumatori che possono avere una tolleranza molto più ampia alla voltatile, all’ossidazione, alla torbidità, magari perché si avvicinano al mondo del vino passando dal mondo della birra artigianale, delle fermentazioni spontanee, eccetera. A mio modo di vedere le DO non dovrebbero entrare nel merito degli stili e delle espressioni che un vignaiolo cerca di enfatizzare, anche perché rischiano di fotografare un momento storico circoscritto, soggetto ad evoluzioni anche repentine. E lo abbiamo visto: vini bocciati perché magari avevano un colore troppo scarico (semplicemente per il fatto che in una certa fase si preferivano vini più carichi), salvo poi il ribaltarsi della situazione e delle preferenze di mercato a favore di vini più trasparenti e luminosi.

Ricomincio da tre

E così, faticosamente e con prudenza, anche le degustazioni della piccola redazione di Vinocondiviso si riaffacciano alla ricerca di un’impossibile normalità. L’ultima degustazione pre-Covid19 è un ricordo indelebile: Beaujolais e fagiano.

Abbiamo deciso di ricominciare da tre vini, per un aperitivo lungo fatto di chiacchiere e riflessioni intorno al bicchiere. Aperitivo a base di stuzzichini vari, focaccia al formaggio e strudel di melanzane fatti in casa.

Ecco cosa abbiamo bevuto:

Asolo Prosecco Superiore Extra Brut Vecchie Uve 2016 – Bele Casel

In apertura abbiamo scelto un Asolo Prosecco del tutto fuori dal comune. Ottenuto da un vecchio vigneto nella zona di Monfumo, dalle pendenze proibitive e con uve dimenticate. Non solo glera dunque ma anche rabbiosa, marzemina bianca, perera, bianchetta trevigiana. Anche la vinificazione è fuori dall’ordinario: charmat lungo, un anno sulle fecce fini, un anno di autoclave e ancora un anno in bottiglia. Insomma, dimenticate i prosecco di 30 giorni in autoclave! Il naso è delicato ed elegante, si riconoscono la pera acerba, gli agrumi, la salvia ed un leggero tocco affumicato. Sorso verticale, non possente ma elettrico e vibrante grazie ad un’acidità citrina che percorre il palato e sgrassa la bocca invitando ad un nuovo assaggio.

Champagne Special Club 2002 – Pierre Gimonnet

Non tutti sanno che la menzione “Special Club” è esclusiva di un’associazione di circa 30 produttori, RM di champagne, che decidono, solo nelle migliori annate, di imbottigliare questa selezione tutti nella stessa bottiglia ma con la propria etichetta. Questo Special Club di Pierre Gimonnet lo stappiamo ad almeno 10 anni dalla sboccatura (purtroppo non riportata in etichetta). Il colore è un bel giallo dorato luminoso, il naso è decisamente ricco: frutta gialla, pasticceria, note lattiche, spezie. La bocca è equilibrata, l’acidità è ben integrata in una materia di tutto rispetto, il sorso resta agile e dalla chiusura piacevolmente salata. Champagne non certo da aperitivo, richiederebbe abbinamenti più arditi per dare il meglio di sé.

Chianti Classico 2017 – Tenuta di Carleone

100% sangiovese per questo vino, pura espressione di Radda in Chianti. Vino giovanissimo fin dal colore, rosso rubino luminoso con riflessi porpora. Naso di ciliegia, macchia mediterranea, agrumi e mineralità scura. Succoso e acido l’ingresso in bocca, si sviluppa bene sia in ampiezza che in profondità, il vino chiude lungo su una gustosa scia sapida. Vino mutevole e divertente, goloso e austero al tempo stesso. Ancora giovane, benché sia già estremamente godibile. Darà il meglio di sé tra qualche anno.

Ci auguriamo tutti che questo aperitivo sia solo l’inizio di future degustazioni da condividere!

Chinon “Le Clos Guillot” 2014 – Bernard Baudry

Stappare un vino comprato qualche anno prima presso una visita ad un produttore lontano porta con sé sempre un po’ di magia. Nel caso in oggetto riporta alla memoria una visita effettuata nell’estate del 2017: mi trovavo in Loira in vacanza e, sottraendo un po’ di tempo alla famiglia e agli amici, andai a trovare Bernard Baudry, uno dei produttori più interessanti di Chinon.

Chinon, AOP dal 1937, è una denominazione che conta 2.400 ettari. I vitigni utilizzati sono soprattutto il cabernet franc (presente in misura minore il cabernet sauvignon) e, in bianco, lo chenin.

  • Le Clos Guillot
  • Bernard Baudry: vinificazione per parcelle

Bernard Baudry gestisce 32 ettari di vigna nei comuni di Cravant les Coteaux (dove si trova il domaine) e di Chinon. La scelta del vigneron è quella di utilizzare un protocollo di vinificazione simile per ciascuna parcella, il che permette di apprezzare al meglio nei vini le sfumature dettate dalle caratteristiche dei diversi suoli.

Vigne e suoli – Photo Credit: bernardbaudry.com

Il vino di cui ti parlo oggi è ottenuto dal cabernet franc proveniente dalla vigna Le Clos Guillot. Il vino affina 12 mesi in barriques e poi 9 mesi in cemento, prima della necessaria sosta in vetro.

Chinon "Le Clos Guillot" 2014 - Bernard Baudry
Chinon “Le Clos Guillot” 2014 – Bernard Baudry

Chinon “Le Clos Guillot” 2014 – Bernard Baudry

La veste del vino è di un rosso rubino senza cedimenti. Le more di rovo primeggiano all’olfatto, seguono poi il vegetale delle foglie secche e del peperone alla brace, l’alloro, la carne e una nota speziata che ricorda il pepe verde.

In bocca è la freschezza invece a spiccare. Sorregge il sorso e lo accompagna, gli dà dinamica e profondità. Il vino risulta succoso e dissetante, ne giova enormemente la bevibilità e l’eleganza. Chiusura sapida e pulita.

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Vini naturali, nuovi consumatori e Denominazioni di Origine: una difficile convivenza? Una conversazione con Samuel Cogliati

Ad un amico degustatore, molto incline a bere vini naturali, ho fatto notare di recente come i vini da lui degustati fossero in larga parte al di fuori del sistema delle Denominazioni di Origine. I vini naturali si configurano infatti, sempre più spesso, come Vini da Tavola.

Mi ha risposto: “è il futuro”.

Ho risposto: “è questo il futuro che vogliamo?”.

Da questo dialogo nasce l’idea di approfondire la tematica e aprire un dibattito sul tema, quanto mai attuale.

Ho proposto a Samuel Cogliati di accompagnarci in questa riflessione. Samuel Cogliati è editore (fondatore e titolare di Possibilia Editore), scrittore, giornalista, divulgatore e si occupa di vino da molti anni con uno sguardo particolarmente attento ai vini naturali (è stato per molti anni membro della cosiddetta “ciurma di Porthos”).

Samuel Cogliati (Photo Credit: © Donatella Arioni)

Samuel, la vedi anche tu questa tendenza da parte di molti vignerons di proporre vini fuori dalla Denominazione di Origine scegliendo di proporre il proprio prodotto come Vino da Tavola?

Sì, mi pare di constatare che sia una tendenza ormai consolidata da tempo, soprattutto tra i vignaioli “eterodossi”, che qualche anno fa erano considerati collaterali al “sistema”. Mi sembra che il fenomeno abbia preso piede in Francia prima che in Italia, un po’ come spesso succede nelle vicende che riguardano il vino. Oggi accade spesso anche in Italia, con la differenza che si etichetta come “vino rosso”, “vino bianco” o “vino rosato” ciò che Oltralpe si denomina “Vin de France”. Perché l’Italia rinunci al proprio nome non l’ho mai capito.

Se in passato alcuni produttori sono usciti dalla loro denominazione a causa di “bocciature” – spesso discutibili – da parte delle commissioni di assaggio (notissimi i casi che hanno coinvolto Montevertine, Villa Diamante o Stefano Amerighi), oggi la scelta sembra fatta consapevolmente a monte. Per quale motivo secondo te? Maggior libertà di sperimentare, rifiuto di protocolli e regole omologanti, scelta commerciale?

In origine questo fenomeno era in genere il risultato di una “bocciatura” dei vini da parte delle commissioni d’assaggio delle DO. Poi è diventato spesso un atto deliberato di “ribellione” e forse anche una tendenza di moda. Certo, questa scelta impone meno vincoli normativi e più libertà operativo/espressiva, oltre che meno burocrazia, ma ripeto: oggi talora è quasi una opzione “trendy”.

È paradossale che, proprio in una fase in cui appassionati e consumatori riconoscono nel terroir un valore fondamentale, il sistema delle Denominazione di Origine, che tal valore dovrebbe garantire, venga abbandonato da molti artigiani del vino. Che ne sarà della territorialità dei vini?

La “territorialità” è un concetto ostico e molto complicato, che non possiamo affrontare in questa sede. Comunque a mio avviso ha poco a che fare con l’etichetta e il nome che vi è riportato. Non vedo come né perché un vino AOP o DOCG debba essere più “territoriale” di uno senza denominazione.

Pensi che sia auspicabile una revisione del sistema di classificazione dei vini? Come far convivere territorialità e artigianalità, voglia di innovare e tradizione?

Personalmente del sistema di classificazione dei vini mi importa poco, è soprattutto un riferimento cognitivo e mnemonico che aiuta a orientarsi. Semmai mi piacerebbe che le etichette riportassero liberamente più fatti e dati concreti, ovviamente a condizione che siano veri, dimostrabili e verificabili. Quanto al sistema delle denominazioni d’origine, così come le conosciamo, purtroppo temo sia anacronistico. È un altro tema ampio, spinoso e complesso, ma non dimentichiamo che le DO nacquero essenzialmente per fini commerciali di controllo anti-frode, ancor prima che come garanzia di qualità. Tant’è vero che si sono poi generalizzate, inglobando quasi tutto ciò che prima non godeva di denominazione, ma intervenendo poco sulla sostanza. Ha senso? La “territorialità” è un nome (magari vago e un po’ risibile) in etichetta?

Assaggi sparsi

Questo periodo, per molti appassionati di vino, è giocoforza un periodo di assaggi in solitaria, con poca o nulla convivialità. In questo post diamo conto dei vini degustati in questi ultimi giorni.

Partiamo con le bollicine, in questo caso rosate. Si tratta del Rosé del Cristo 2016 – Cavicchioli, un lambrusco di Sorbara Metodo Classico dal colore rosa tenue e con un olfatto ricamato di roselline e piccoli frutti rossi. É un vino di estrema eleganza, a partire dal perlage fine e dal sorso secco, fresco ed appagante grazie ad un finale salino di grande pulizia.

Per restare sempre in Emilia abbiamo poi assaggiato il Caterina pas dosé 2016 – Az. Agricola Cavaliera da uve di trebbiano di Modena e malbo gentile. Un’altra bollicina rosé, ben fatta, senza fronzoli né dolcezze, molto gradevole, equilibrata e dissetante.

Mineralità ed eleganza accompagnate da notevole facilità di beva caratterizzano invece lo Chablis 1er cru Vieilles Vignes Montée de Tonnerre 2017 – Guy Robin, con un naso di conchiglie, agrumi e una soffusa nota vegetale. Sorso elettrico, acido, profondo.

Intrigante la Malvasia Puntinata Convenio 2018 – Casale Certosa a partire dai bei riflessi dorati che illuminano il calice. Fieno, nespola e stuzzicante nota fumé al naso. Il vino risulta sapido e fresco, di grande bevibilità ma, pur nella sua indole schietta e semplice, di ottima articolazione.

Un vero fuoriclasse si è dimostrato il Verdicchio Castelli di Jesi Classico Riserva Il Cantico della Figura 2015 – Andrea Felici. Colore giallo paglierino con riflessi verde oro, olfatto da verdicchio di razza con frutta chiara, roccia, fine contrappunto vegetale, anice, tocco agrumato. Bocca di grande armonia, tutte le componenti sono in equilibrio, sale e freschezza bilanciano perfettamente il calore alcolico; sorso saporito e pulito ma senza essere “asettico”, anzi il vino ha grande personalità, anche grazie ad un finale elegante e lungo.