Il vino è una passione da ricchi?

In un mondo in cui le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza aumentano ed il numero di miliardari cresce senza sosta anche in tempo di crisi…è fatale anche il mondo del vino ne risenta.

(Photo Credit: Vinepair)

Le bottiglie iconiche – quelle che ogni appassionato di vino dovrebbe bere almeno una volta nella vita – hanno raggiunto ormai prezzi proibitivi.

Non che in passato questi vini fossero a buon mercato, certo, ma con qualche sacrificio erano bottiglie accessibili ad una platea piuttosto vasta di appassionati. Oggi, purtroppo non è più così.

Se ne sono accorti anche nella patria del capitalismo: Eric Asimov, wine critic del New York Times lancia un grido di dolore nel suo blog ospitato dalle pagine digitali del giornale newyorkése.

Ma vediamo di riportare qualche esempio concreto e vissuto.

Verso la fine del 2009 un gruppo di appassionati bevitori – tra i quali anche chi scrive – decise di fare quella anche appariva una meravigliosa pazzia: organizzare una colletta per comprare due vini importanti da degustare insieme. E così acquistammo, per circa 1.300 €, La Tâche 1996 del Domaine de la Romanée Conti e Chambertin 1996 del Domaine Armand Rousseau. Oggi per comprare quelle stesse bottiglie, anche in annata diversa ma di pari qualità, ci vorrebbe una cifra almeno quadrupla.

Per restare in Italia, in quegli anni, il Barolo Monfortino Riserva di Giacomo Conterno costava circa ¼ di quanto costa oggi.

Di qualche giorno fa la notizia di un’asta record per l’Italia: è stata venduta una doppia magnum (jéroboam) di Romanée Conti 1990 alla significativa cifra di 100.000 €.

Contrariamente a quel che normalmente si crede, i produttori di questi meravigliosi vini non beneficiano proporzionalmente di questo trend rialzista. Spesso l’aumento di prezzo oltre una certa soglia non è “cercato” dal vignaiolo ma “provocato” da un mercato che tratta il vino sempre più come un asset finanziario piuttosto che come una splendida espressione culturale e territoriale da bere e condividere in compagnia.

Soluzioni all’orizzonte non ve ne sono, purtroppo. Non possiamo che chiudere con l’amara constatazione di Asimov:

Diminishing access to great wines is certainly not a catastrophe, or much of a problem for anybody not enamored of wine. But it is a shame.

L’ottimo Pouilly-Fuissé de La Soufrandière

Il vino degustato oggi ha fa parte di una serie di vini che circa un anno fa ho acquistato presso La Soufrandière, produttore biologico e biodinamico del Mâconnais. Ne avevo parlato in questo post: Ai confini della Borgogna: il Mâconnais dei Bret Brothers & La Soufrandière.

Svariati mesi di vetro hanno fatto più che bene al vino in questione, che ho trovato decisamente gustoso.

Pouilly-Fuissé Climat “En Chatenay” 2017 – La Soufrandière

Giallo paglierino con qualche riflesso dorato.

Primo naso su una delicata nota di polvere da sparo che, dopo pochi istanti, lascia spazio a note di agrumi come il pompelmo ed il cedro, mineralità chiara e burro alle erbe.

Lo sviluppo è condotto dall’acidità, tesa e ficcante ma non verde, anzi ben integrata nella materia: la progressione infatti è di grande dinamica. L’eleganza e l’equilibrio contraddistinguono la beva che è decisamente “scorrevole”.

Chiusura di agrumi e sale con un pizzico di tannino a fornire ulteriore grip. Persistenza molto lunga.

Plus: a differenza di certa Borgogna bianca aristocratica – spesso impettita e rigida dietro un manto sensoriale fatto di note lattiche, sensazioni grasse, barrique & bâtonnage – qui ci troviamo di fronte ad un vino che si propone agile e fresco, che si beve con grande piacere ma che non rinuncia a espressività ed eleganza.

L’abbinamento ad un filetto di morone alla ligure ha funzionato egregiamente.

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Il carignano che nasce dal buio di una miniera ma in bottiglia splende!

Una delle cose più affascinanti del mondo del vino sono le storie, sì le storie che si nascondono dietro le bottiglie e che hanno originato il liquido che si trova nel calice. Non parlo del farlocco storytelling commerciale, ma di quelle storie che sono memoria e danno senso al vino. Succede quando il dettaglio organolettico, pur importante, si completa e si integra perfettamente con la nascita della vigna che origina il vino che si ha di fronte.

Ci troviamo in Sardegna, a Carbonia, un centro nato – il nome del comune è esplicativo – per le maestranze che lavoravano nelle miniere di carbone che furono avviate intorno agli anni 30 del Novecento dal regime fascista per sopperire alle necessità energetiche dell’Italia negli anni dell’autarchia.

Il padre di Enrico Esu era allora un minatore innamorato della vigna. Nonostante la stanchezza del lavoro in miniera, o forse chissà proprio per la necessità di cercare luce, nel poco tempo libero si dedica alla vigna e nel 1958 pianta la prima vigna a piede franco di carignano.

Gli alberelli di carignano di Enrico Esu (Photo Credit: Nero Miniera)

Oggi l’attività è portata avanti da Enrico, figlio di quel minatore vignaiolo, che fa risplendere di luce il vino nato nella terra del carbone, tra sugherete secolari e terreni sabbiosi.

Carignano del Sulcis “Nero Miniera” 2017 – Enrico Esu

Colore rubino compatto con riflessi ancora porpora, da vino quasi imberbe!

Olfatto di arancia rossa, ribes, floreale fresco, macchia mediterranea, grafite…per nulla cupo insomma ma con un’intrigante nota di mineralità scura che non è solo suggestione dovuta alla storia del vino e alla zona di provenienza.

La materia invade il cavo orale di buon volume accompagnata da un certo calore alcolico (14%) che però non è assolutamente preponderante, dialoga invece con un’acidità agrumata ben integrata.

Anche in chiusura torna l’agrume (scorza d’arancia), insieme a fiori rossi e ferro con un tannino che dà grip e sapore. Persistenza veramente notevole ma senza ostentazione di potenza fine a se stessa.

Plus: potenza e alcol, finezza e lunghezza vanno a braccetto in questo vino espressivo e luminoso benché giovanissimo. Evolverà e migliorerà ancora.

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P.S.: ringrazio l’ottimo podcast Vino al Vino 50 anni dopo che, nella puntata dedicata al viaggio di Mario Soldati in Sardegna ha parlato di questo vino e mi ha incuriosito…

Salino bianco 2019, un vino appartato nell’entroterra ligure

Qualche settimana fa ti raccontavo di un produttore artigiano, poco conosciuto, che se ne sta appartato nell’entroterra ligure, nell’Alta Valle del Vara.

In accompagnamento alle trofie al pesto ho deciso di stappare il vino bianco dell’azienda La Casetta, per raccontarlo con qualche dettaglio in più rispetto al veloce assaggio fatto in azienda.

Liguria di Levante Bianco IGT “Salino” 2019 – La Casetta

Albarola con saldo sauvignon per questo vino giallo paglierino con qualche riflesso ramato.

Naso molto particolare, aromatico, sa di salvia e rosmarino, agrumi (mandarino, scorza d’arancia), fiori dolci che ricordano il gelsomino, melone bianco, confetto…

Il liquido si muove agile e leggero, la prima sensazione è di suadente morbidezza, rintuzzata poi da delicati sentori agrumati che perdurano anche in chiusura di bocca.

Chiude decisamente sapido.

Minus: la sensazioni aromatiche al naso e la morbidezza del sorso danno un’impronta piaciona che non torna con l’indole “garagista” del produttore.

Plus: il vino è però delicato e per nulla stucchevole, la scia sapido-agrumata in chiusura ne lascia un bel ricordo.

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Questo vino non esiste (ancora)

A noi di Vinocondiviso, nomen omen, piace condividere bottiglie, degustazioni, libri sul mondo del vino, cene, racconti di viaggi enoici… insomma ci muove da sempre uno spirito compartecipativo.

Per questo vogliamo raccontarvi di “Questo vino non esiste”, un’iniziativa di crowdfunding così vicina, appunto, alla nostra idea di condivisione.

Questo vino non esiste

Proviamo a sintetizzarvelo: siamo in una piccola zona dell’Appennino, fra Piemonte e Liguria, la Val Borbera, più abitanti a quattro zampe che umani.
In questa valle spopolata, stretta su se stessa, la conservazione di specie vegetali quasi endemiche è un diritto che la Natura, talvolta, si riserva; fra queste anche una ventina di vitigni che i due vignaioli, Maurizio Carucci, azienda Barban e Andrea Tacchella di Nebraie, hanno fatto analizzare all’ampelografo Stefano Raimondi, preziosa risorsa per i Colli Tortonesi.

Tra i vitigni analizzati quello che più ha destato interesse è stato il muetto, un’uva rossa semiaromatica, abbastanza scarica di tannini e colore, da cui si potrebbe ottenere un vino leggero, fruttato, un vino da strabere.
Perché abbiamo scritto “si potrebbe ottenere?”. Perché, finché un’uva non è iscritta nel registro delle varietà viticole, non può essere utilizzata per produrre del vino.
Perché registrare e provare a vinificare proprio muetto? Perché è patrimonio di quella valle, è specchio e anima di quei sentieri della libertà così carichi di vita, storia, resistenza.

Ecco il link con i dettagli per partecipare e un video che racchiude questo sogno: Questo vino non esiste.

Alessandra Gianelli
Facebook: @alessandra.gianelli
Instagram: @alessandra.gianelli

Terrazzi Alti, il nebbiolo di montagna della Valtellina

Quanto mi piace il nebbiolo quando sale in montagna, verso territori in cui il profilo muscoloso e stratificato di Langa si affina e si slancia, senza perdere complessità ed eleganza. Uno di questi territori è senz’altro la Valtellina, zona in cui viticoltura e paesaggio vanno a braccetto. Non a caso persino l’Unesco ha riconosciuto l’arte valtellinese dei muretti a secco come Patrimonio Immateriale dell’Umanità.

Tutto questo mi veniva in mente assaggiando l’azzeccatissimo Sassella di Terrazzi Alti di Siro Buzzetti.

Valtellina Superiore Sassella 2016 – Terrazzi Alti

Vino accattivante fin dal colore: granato trasparente di grande lucentezza.

All’olfatto si offre estroverso e goloso di lamponi maturi, rose rosse, foglie secche ed un misto di sentori floreali e speziati che fa pensare ad un pot-pourri. Il tutto avvolto da una coltre minerale molto elegante.

Sorso stretto in ingresso, nessuna concessione a facili morbidezze, l’acidità rinfrescante accompagna lo sviluppo, senza strappi, del sapore. La dinamica in bocca è caratterizzata dalla freschezza in ingresso e dal tannino, fitto, fine e saporito, in chiusura.

Dopo la deglutizione, per molti secondi aromi di fruttini rossi e sale accarezzano il cavo orale.

Plus: vino che mostra il suo carattere montagnino e “tutto fibra” senza però esserne prigioniero, un tocco di frutto goloso rende infatti il vino piacevolissimo ed equilibrato.

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Un Blanc de Blancs di razza

Da oggi Vinocondiviso si arricchisce dei contributi di Gregorio Mulazzani, grande esperto e fan di Champagne! Ti racconterà quindi soprattutto di bollicine, francesi ma non solo. Questo è il suo primo post
Benvenuto Gregorio, il Signore delle Bolle!

Ci troviamo a Cramant, a pochi km da Reims, zona Grand Cru per lo chardonnay e dove vengono quindi prodotti i più grandi Champagne Blanc de Blancs. Qui ha la propria sede Diebolt Vallois, antica azienda familiare che coltiva vigne sin dal XV secolo!

Champagne Brut Fleur de Passion 2008 – Diebolt-Vallois  

Il Fleur de Passion è la cuvee di punta della maison, 100% Grand Cru chardonnay da vecchie vigne (anche di più di 60 anni di età), tutte nel comune di Cramant.

Fermentazione in barrique, senza filtrazione né malolattica svolta, poco dosato, circa 4gr/litro di zucchero residuo (quindi acidità molto alta, per chi piace il genere, e con ottime prospettive di invecchiamento).

Ancorché giovanissimo (abbiamo assaggiato la versione 2008, grandissima annata, immessa sul mercato nel 2018), Fleur de Passion è uno Champagne che va aspettato almeno 5 anni dalla messa in commercio per esprimere tutto il suo potenziale. Questo 2008 che abbiamo nel calice al naso, profondissimo, è già un tripudio di mineralità bianca con gesso e calcare in primo piano, agrumi gialli e anice. In bocca scalpita un’acidità elettrica e graffiante, la materia sotto si fa sentire prepotentemente invadendo il palato.

L’abbinamento con un italianissimo caviale e del sushi d’autore esalta il tutto.

Indimenticabile ma da dimenticare in cantina per qualche anno, peccato che, di questa annata, ahimé ormai non si trovi più nulla ma, qualsiasi Fleur de Passion troviate (a brevissimo in commercio la 2012), sarà sempre una grande bevuta!

Gregorio Mulazzani
Facebook: @gregorio.mulazzani

La sorprendente longevità del Nero d’Avola di Gulfi

Gulfi è un’azienda che da sempre punta sul nero d’Avola, dedicandosi con cura a ben quattro cru dedicati a questo vitigno. Le vigne di nero d’Avola si trovano nelle contrade più vocate di Pachino.

Non mi era ancora mai capitato di assaggiare un nero d’Avola in purezza di quasi vent’anni e devo dire che mi ha sorpreso molto piacevolmente!

Nero d’Avola Neromàccarj 2001 – Gulfi

A quasi vent’anni dalla vendemmia il vino si presenta ancora rosso rubino, appena granato sull’unghia.

Olfatto posato e quieto, ma non certo inespressivo! Anzi, uno ad uno, ai sentori di frutta scura in apertura (prugna, ribes nero), si affiancano geranio e sottobosco, e poi, ancora, cuoio, tapenade e moca.

Bocca quasi cremosa, con il tannino splendidamente affusolato dal tempo e un’acidità agrumata che sostiene il sorso e dà equilibrio al tenore alcolico.

Chiude lungo su ritorni floreali e salmastri.

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Le sfumature del nebbiolo a Fermento Milano

Domenica 11 ottobre 2020 si è tenuta – nell’ambito dell’evento Fermento Milano – un’interessante masterclass sul nebbiolo. Finalità della degustazione era quella di accompagnare i presenti alla scoperta delle sfumature che il nebbiolo assume nei suoi tradizionali terroir di riferimento.

Salone degli Affreschi – Chiostri di S. Barnaba

La cornice della masterclass, come si dice sempre in questi casi, era splendida. Ma stavolta è vero! La degustazione si è svolta nello stupefacente Salone degli Affreschi dei Chiostri di S. Barnaba.

Ecco i vini che abbiamo assaggiato con le nostre personalissime impressioni:

Spanna Runcà 2016 – Valle Roncati

Bellissimo colore granato chiaro, screziato da vivaci lampi rubino. Naso semplice ma ricamato: ribes, fragoline ed una nota ematica di contorno. Bocca magra dalla spiccata acidità, tannini fini ma ben presenti e calore alcolico che scappa un po’ via in chiusura. Migliora molto nel bicchiere.

Valle d’Aosta Nebbiolo Sommet 2017 – Les Crêtes

Rosso rubino chiaro, frutta dolce (confettura di lamponi) e fiori appassiti appena versato, poi si susseguono corteccia, pepe bianco, propoli, mineralità chiara. Sorso agile e goloso, di grande armonia nelle sue componenti con un’acidità perfettamente fusa nel corpo del vino. Chiusura di ottima persistenza su ritorni floreali e di sale.

Valtellina Superiore Sassella Le Tense 2017 – Nino Negri

Granato. Olfatto non immediato che sprigiona con l’ossigenazione ciliegia e liquirizia, oltre ad una nota che ricorda il caffè verde e la salvia. Bocca rapida nello sviluppo, ma tersa e caratterizzata da un tannino giovanile ed esuberante in chiusura.

Vino Rosso 1703 – Togni Rebaioli

Nebbiolo della Val Camonica che si presenta in veste rubino chiaro. Naso estremamente accattivante e mutevole: rose rosse fresche e arancia, anguria e lamponi, un tocco di pepe bianco… Sorso verticale e profondo, governato da un’acidità pronunciata. Saporito e, direi, dissetante. Profilo essenziale e magnetico.

Colli del Limbara Nebbiolo Kabaradis 2016 – Depperu

Nebbiolo che in Sardegna acquisisce un profilo tutto suo. Foglie e fiori appassiti, prugna, carne, macchia mediterranea e spezie caratterizzano l’olfatto del vino, che si offre intrigante ed estroverso. La bocca è di buon volume, il sorso riempie il cavo orale in larghezza con alcol sotto controllo, la progressione è però supportata da ottima acidità e tannini poderosi e saporiti. Lunga la chiusura, su ritorni di fiori appassiti e sapidità marina.

Barolo Castelletto 2015 – Manzone

Rosso rubino con riflessi granati. In partenza il naso è etereo e pungente, poi si dipana tra note di prugna e agrumi, spezie e sangue, fiori rossi ed un tocco balsamico. Bocca potente, ampia e materica, acidità e tannini alleggeriscono il sorso, donano profondità e souplesse. Chiude su ritorni di liquirizia. Da attendere con fiducia.

Chianti Classico Berardenga 2007 – Fèlsina

Fèlsina non ha certo bisogno di presentazioni: è senz’altro una delle aziende più rappresentative non solo del Chianti Classico ma della Toscana tutta. Senza considerare il traino ed il contributo che vini come Fontalloro hanno fornito all’export del vino italiano.

Oggi però ti parlo di un vino “biglietto da visita” dell’azienda, di un Chianti Classico “dimenticato” in cantina e ritrovato con sorpresa.

Chianti Classico Berardenga 2007 – Fèlsina

Colore rubino ancora compatto.

Appena versato sa di ciliegia e violetta, ma poi evolve su sentori di scorza d’arancia, sottobosco, carne e mineralità scura. Vino che non è più giovane, lo dice la sua carta di identità, ma che ancora non si decide ad invecchiare, sta insomma maturando al meglio. Almeno, questo è ciò che preannuncia il naso.

Assaggio per vedere se il sorso mantiene le promesse olfattive. L’impatto gustativo è di potenza e volume, la progressione ha però una bella tensione, inesorabile ed al contempo soave. Tannini risolti e verve acida equilibrano un certo calore alcolico e rendono la beva agile e dinamica. Insomma, non ci si ferma certo al primo bicchiere, soprattutto se decidi di accompagnarlo ad una carne rossa alla griglia.

Chiude su ritorni di frutta rossa e con grande sapidità e lunghezza.

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