Il panorama della letteratura enologica contemporanea è ricco di volumi di avvicinamento al vino, adatti ai neofiti oppure, per i più esperti, di approfondimenti su territori vitivinicoli di un certo rilievo. Capita raramente di imbattersi in libri con uno sguardo più ampio e prospettico, capaci di mettere in discussione i paradigmi dominanti senza scivolare nella provocazione fine a sé stessa. Il vino post naturale di Roberto Frega, pubblicato da Edizioni Ampelos nel 2026, appartiene a questa categoria: un saggio che affronta uno dei temi più dibattuti degli ultimi vent’anni – il vino naturale – con uno sguardo lucido, critico e al tempo stesso profondamente rispettoso della sua storia.

Il suo autore, Roberto Frega, è un filosofo italiano che attualmente lavora come ricercatore al CNRS di Parigi. Oltre a occuparsi professionalmente di filosofia sociale e politica è, va da sé, grande appassionato di vino oltre ad essere fondatore di Sartoria del Vino, azienda di importazione e distribuzione di vini italiani e francesi. La tesi del libro è che il vino naturale, nato in antitesi al vino cosiddetto convenzionale, abbia esaurito la sua spinta rivoluzionaria e rischia oggi di diventare uno stile e un’estetica codificata.
L’autore traccia molto bene la storia della nascita del movimento naturale dagli albori ad oggi e ne sottolinea le derive ideologiche e le scelte di cantina che hanno portato, in molti casi, ad un emergere di estetiche omologanti nei vini proposti. Macerazione carbonica, rifermentazione ancestrale, macerazione pellicolare sui bianchi, vinificazione senza solfiti aggiunti, scelte enologiche che prese singolarmente avevano ed hanno significato in alcuni contesti e territori ma che sono diventati la grammatica di tutti i vini naturali, e che hanno quindi portato a risultati simili (quindi omologanti) indipendentemente dal territorio di provenienza. Man mano che il movimento naturale è uscito dai margini, esso è diventato brand e moda, con tutto il corollario di etichette provocatorie, tappi a corona, rinuncia alle denominazioni di origine, normalizzazione di alcuni difetti (torbidità eccessive, brett, volatile…).
Ma lungi dall’essere un pamphlet anti vini naturali, il saggio propone invece il superamento della sterile contrapposizione tra naturale e convenzionale. Ed evidenzia l’emergere di un modo nuovo di far vino, di un nuovo paradigma che supera le categoria precedenti: il vino post naturale. Nota bene, l’espressione vino post naturale è stata usata per la prima volta da Jamie Goode, autore della prefazione al libro, ma qui Roberto Frega con il rigore del ricercatore dà sostanza ad un concetto che altrimenti può risultare sfuggente. Senza riassumere tutti i contenuti del libro, circa 200 pagine scorrevoli anche se dense, la parte più interessante è quella in cui l’autore sottolinea come i produttori post-naturali hanno spostato il focus dalle pratiche di cantina al vigneto. E quindi approfondisce concretamente diverse pratiche agronomiche del paradigma post naturale: agroecologia, permacultura, agricoltura rigenerativa. Si parla quindi dei vantaggi a lungo termine di scelte quali l’inerbimento permanente e la pacciamatura, l’utilizzo di compost e la fertilizzazione organica, la selezione massale, la chioma integrale, la gestione idrica, etc… Tutti concetti che l’appassionato di vino ha già sentito nominare e magari approfondito ma che qui vengono organicamente approfonditi e di cui si mettono in evidenza i benefici per le viti e quindi per i loro frutti.
Il giudizio di Vinocondiviso
Il vino post naturale non è una lettura leggera né un manuale per appassionati in cerca di consigli di degustazione. È un saggio che richiede attenzione e disponibilità al confronto, ma che ripaga il lettore con idee originali e una prospettiva nuova sul mondo del vino.
Consigliato a produttori, sommelier, comunicatori e wine lover che desiderano comprendere le trasformazioni culturali in atto nel settore. Anche chi non condividerà tutte le conclusioni dell’autore troverà in queste pagine uno stimolo prezioso per riflettere sul futuro del vino. Suggeriamo il libro anche ai più giovani appassionati di vino, coloro che non hanno vissuto in prima persona la “rivoluzione naturale” e che non hanno visto il fondamentale documentario del 2004 di Jonathan Nossiter, Mondovino (su questo si deve assolutamente rimediare!).
Sposiamo quanto suggerisce l’autore, ovvero che la domanda più interessante oggi non è se un vino sia naturale o convenzionale, ma quale tipo di agricoltura, di territorio e di cultura del vino vogliamo costruire per il futuro. Soprattutto in un’epoca fortemente minacciata dai cambiamenti climatici.
L’unica critica che possiamo muovere al testo (o forse spunto per un prossimo volume!) sta nel fatto che l’opera si concentra sul percorso del vino naturale francese e la sua evoluzione verso il paradigma post naturale, mentre ricevono meno attenzione molte esperienze italiane che da anni lavorano su temi oggi centrali nel dibattito: biodiversità, agricoltura rigenerativa, valorizzazione dei vitigni autoctoni, sostenibilità ambientale e gestione virtuosa del suolo. In questo senso il lettore italiano potrebbe avvertire l’assenza di un confronto più approfondito con le pratiche sviluppate in territori italiani dove la riflessione sul rapporto tra agricoltura, territorio e identità del vino è particolarmente avanzata.
Diego Mutarelli
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