Savoia biodinamica: Gilles Berlioz

la roussanne: oro liquido

Nell’articolo introduttivo sui vini della Savoia, ti ho già citato Gilles Berlioz, l’antesignano della biodinamica in Savoia.
Oggi ti parlo di una delle sue celebri roussanne, in particolare di una cuvée chiamata “Les Fripons” (i discoli) denominazione Chignin-Bergeron.

Vin de Savoie Chignon-Bergeron “Les Fripons” 2014 – Gilles Berlioz

Oro liquido nel bicchiere: luminoso e vivo.
Olfatto decisamente complesso: iodio, scogli, una nota vegetale che ricorda la foglia di menta e che rinfresca il fruttato dell’albicocca.
Qualche istante e il naso continua a cambiare sfoderando violetta, polline, nocciola e persino una curiosa nota di farina di mais.
Il sorso si allarga piuttosto morbido nel cavo orale, il sapore si espande veicolato dall’alcol leggero (12%) e dalla sapidità che supportano con naturalezza la progressione.
L’acidità, non strabordante (in linea con le caratteristiche della roussanne), è presente sottotraccia e fa capolino in fin di bocca.
La chiusura è sapida ed elegante, soave ma lunga, su ritorni delicatamente agrumati.

Plus: vino originale ed espressivo senza inutili stravaganze. Naso intrigante e beva molto semplice.
Minus: maggiore tensione acida avrebbe forse giovato alla dinamica gustativa.

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Moscatello di Taggia: quando lo storytelling non basta

Il Moscato Wine Festival è un didattico evento itinerante organizzato da Go Wine.
Protagonisti del banco di assaggio sono i vini, provenienti da tutto lo Stivale, ottenuti da moscato.
Secchi, vendemmie tardive, bollicine e passiti, rossi e bianchi … la versatilità dei cloni appartenenti alla famiglia del moscato è sorprendente.

Oggi ti voglio però raccontare di quello che spesso accade quando, nel mondo del vino (e non solo), lo storytelling non regge al fact checking.

E’ il caso del pressoché sconosciuto Moscatello di Taggia.

Ci troviamo in Ligura, nella denominazione Riviera Ligure di Ponente, dove un manipolo di valorosi produttori, riunitesi nell’Associazione Moscatello di Taggia decide di recuperare un vitigno ormai scomparso ma celebre fin dal XIV secolo quando dava vita ad un vino dolce amato “dagli Dei, dai Papi e dai Re”.

Moscatello di Taggia
Moscatello di Taggia

E così, con l’aiuto dell’Università di Torino e del CNR di Grugliasco, si va alla ricerca delle poche (67!) piante sopravvissute alla fillossera, vigne centenarie a piede franco che vengono sottoposte ad analisi molecolare, del DNA, sulle virosi, fino ad arrivare a selezionare un’unica pianta da far riprodurre.
Nel 2012 esce in commercio la prima bottiglia di Moscatello di Taggia (Riviera Ligure di Ponente, sottozona Taggia) e una dozzina di produttori convergono nell’Associazione Moscatello di Taggia.
Una bella storia vero?
La storia che ti racconto oggi è bella sì, ma non c’è il lieto fine; infatti le premesse diventano promesse di prodezze…mai realizzate ahimè! E sì perché, – e lo dico, come mia abitudine, con grande sincerità (e rammarico) – alla prova del bicchiere lo storytelling si rivela un grande boomerang.
Ho assaggiato parecchi vini di diversi aziende e ho scoperto con sorpresa che i produttori invece di riportare in vita il celebre e dolce Moscato di Taggia amato dai Papi, puntano molto sulla versione secca. I vini risultano, senza eccezioni, privi di personalità, poco aromatici, con generici profumi agrumati e di frutta bianca…deboli in bocca. Insomma, decisamente dimenticabili. Un vero e proprio tradimento di tutta l’opera di recupero effettuata, non senza sforzo, dai produttori.
Vini anestetizzati probabilmente anche a causa dei protocolli di vinificazione che non aiutano di certo il vitigno ad esprimere il proprio carattere: uso del freddo, filtrazioni, criomacerazione emergono sia all’assaggio sia nel colloquio con i produttori.
Molti di questi hanno peraltro la fortuna di avere le vigne letteralmente affacciate sul mare. Ma di mare, di sale e di sole in questi vini non c’è ombra né sentore.
I vini passiti o le vendemmie tardive assaggiate purtroppo non vanno meglio. Vini, nella migliore delle ipotesi, stucchevoli e privi di acidità.

L’augurio è che il Moscatello di Taggia ritrovi, presto o tardi, la sua spontaneità, il suo carattere distintivo ed una strada autonoma e non standardizzante per affermarsi ed onorare la sua storia.

Il Pinot…che non ti aspetti in Oltrepò

Sabato 16 giugno a Golferenzo, bellissimo borgo medioevale nel cuore dell’Oltrepò Pavese, si è tenuta la decima edizione di SaxBere – Street Food & Wine, una serata di degustazione di vino e prodotti tipici. Fra i produttori presenti c’era Paolo Verdi, che conosco e di cui apprezzo i noti e pluripremiati Vergomberra dosage zéro (Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG) e Cavariola (Oltrepò Pavese DOC Rosso Riserva).
«Vieni, ti faccio assaggiare una novità.»

Pinot Meunier 2013
Pinot Meunier 2013

Eccola: Metodo classico millesimo 2013, sboccatura 2017… di pinot meunier in purezza.

«Scusa – domando io – ma c’è del pinot meunier in Oltrepò?»

«Certo – risponde Paolo – ne ho un piccolo appezzamento e ne uso, solitamente, un minimo quantitativo per il “Vergomberra”; sei anni fa ho voluto provare a farlo in purezza.»

Breve sintesi sul pinot meunier: letteralmente tradotto in “pinot del mugnaio”, con pinot nero e chardonnay è il terzo (non incomodo) protagonista della mitica cuvée con cui si produce lo Champagne. Prende il nome dal fatto che la faccia inferiore della foglia si colora di un bianco farinoso e viene considerato un mero complemento degli altri due più noti vitigni, usato per armonizzare l’assemblaggio e generalmente valutato come non particolarmente adatto alla creazione dei millesimati e delle cuvée de prestige.

Le eccezioni sono sempre dietro l’angolo però. Infatti, se è vero che per molti il pinot meunier è il Calimero dei vitigni da Champagne, non si possono dimenticare gli assaggi di alcuni splendidi champagne di pinot meunier in purezza, millesimati, anche di vecchie annate. Qualche nome? Chartogne Taillet, Bereche, La Closerie, Egly Ouriet, Laherte, Brochet, Boulard, Franck Pascal, Laval…

Anch’io sono stata particolarmente colpita dal primo assaggio di Metodo Classico di pinot meunier in purezza di Paolo Verdi!
Colpito dal mio entusiasmo verso il vitigno, Paolo mi invita a vederne la vigna e le famose foglie dal retro biancastro: eccomi, due settimane dopo il nostro incontro a Golferenzo, nel mio personale angolo di Francia.


Prima della visita in vigna, al mattino ho potuto assistere alla sboccatura dell’Oltrepò Pavese Metodo Classico Vergomberra 2013 dosage zéro, cinquanta mesi sui lieviti: un’esperienza formativa ed emozionante per qualsiasi appassionato.

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Verdi ha tenuto a sottolineare il bassissimo livello di anidride solforosa messa in aggiunta nella liqueur de expédition (che in questo caso, trattandosi di un dosaggio zero, è priva di zuccheri), funzionale per la conservazione del prodotto e per evitare ossidazioni.

Vergomberra 1995
Vergomberra 1995

Oltre al Vergomberra 2013 sono state sboccate le ultime magnum del millesimo 1995, prodotte in occasione della nascita del figlio Jacopo, che ora si occupa della cantina: ventidue anni sui lieviti!

Abbiamo quindi brindato a Jacopo e all’ottava generazione di viticoltori Verdi.

Un riesling della Nahe di Joh. Bapt. Schäfer

Ultimamente, complice il caldo, ho voglia di stappare riesling.

Oggi di parlo di un riesling tedesco della Nahe, regione attraversata dall’omonimo fiume, affluente del Reno. In Nahe vi sono circa 4.000 ettari di vigneti per una produzione complessiva di 240.000 hl/anno.

Nahe Burg Layer Schlossberg Riesling trocken 2016 - Joh. Bapt. Schäfer
Nahe Burg Layer Schlossberg Riesling trocken 2016 – Joh. Bapt. Schäfer

Nahe Burg Layer Schlossberg Riesling trocken 2016 – Joh. Bapt. Schäfer

Olfatto pulito ed elegante di frutta bianca, agrumi, menta, cardamomo. Bocca non particolarmente intensa ma nitida, con acidità ficcante.

La dinamica è però un po’ rapida ed il sorso manca di spessore e sapore.

La chiusura è sapida e di media lunghezza.

Plus: vino piacevole, terso ed elegante.
Minus: avrei preferito maggior personalità, anche a costo di perdere qualcosa in “precisione”.

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4 Pass per Timurass: 4 valli e 26 cantine dei Colli Tortonesi

4 Pass per Timurass

Da oggi Vinocondiviso si arricchisce dei contributi di Alessandra, appassionata degustatrice. Gestirà prevalentemente la categoria “Vigne, cantine ed eventi”. Insomma, abbiamo un’inviata speciale!  Questo è il suo primo post.

Giunta alla sua ottava edizione, Quatar pass per Timurass è un’immancabile tappa di Cantine a NordOvest, manifestazione itinerante di Slow Food Piemonte e Valle d’Aosta per far scoprire tutti i grandi vini piemontesi, anche quelli meno noti al più vasto pubblico.
Domenica 18 giugno, 26 aziende vitivinicole dei colli tortonesi, angolo del Piemonte ai confini di Liguria e Lombardia, hanno aperto le loro cantine per fare conoscere i propri vini, accompagnati da eccellenze gastronomiche di cui è ricco il territorio.

Quattro valli, Val Curone, Val Grue, Valle Ossona, Val Borbera, quattro torrenti da cui prendono il nome, caratterizzate da un terreno calcareo-argilloso, con antichi depositi marini, detto proprio ” Tortoniano”, lo stesso che da Barolo arriva in Toscana, un antico vitigno, il timorasso, riportato in (grande) auge dal pioniere Walter Massa alla fine degli anni 80 e seguito da altri illuminati produttori.

Monleale: vigna di Walter Massa
Monleale: vigna di Walter Massa

Sì, perché come spesso ricorda Walter, il timorasso “…non l’ho inventato io, ci ho semplicemente creduto, capendolo, coccolandolo ed accompagnandolo al prezzo giusto nei posti più esclusivi d’Italia, poi del mondo, cercando collaborazione con i colleghi del territorio”; poi, come avviene per i grandi vini, si è deciso il legare il vino al territorio d’origine e la scelta è caduta sull’antico nome di Tortona, Derthona, per creare un legame ancora più forte con la cultura e la storia del posto.

La prima tappa non può quindi che esser da lui, a Monleale, per assaggiare il Derthona, 100% timorasso, annata 2016, l’ultima in commercio, insieme agli tre vini sempre ottenuti da timorasso: Costa del Vento, Montecitorio e Sterpi; immancabile presenza del suo fidato accompagnatore, Pigi, rigorosamente in salopette e scalzo.

i vini dell'azienda Agricola Fiordaliso di Alessandro Bressan
i vini dell’azienda Agricola Fiordaliso di Alessandro Bressan

Non lontano si trova un’azienda nata da pochi anni, Il Fiordaliso di Alessandro Bressan, 7 ettari di vigneti nella zona di Volpeglino. Alessandro produce un solo vino da uve timorasso, il Derthona, ed è in quello che concentra tutto il suo impegno in vigna e in cantina, per ottenere il meglio da questo antico vitigno, in cui anche lui, dopo aver lasciato il lavoro a Milano, ha creduto fortemente.
Lasciata a malincuore la cucina della mamma di Alessandro (solo la sua insalata russa rigorosamente con maionese fatta a mano e le sue chiacchiere al timorasso varrebbero la visita) eccoci nell’azienda di Claudio Mariotto, a Vho, frazione di Tortona, dove si può godere, nelle giornate più terse, una splendida, ampissima vista sulla catena alpina, Monviso compreso. Claudio è stato uno dei primi vignaioli della zona a seguire Walter Massa nel recupero del timorasso, credendo da subito nelle grandi potenzialità di invecchiamento di vini ottenuti da quest’uva: chi ha provato annate fino al 2000 del suo Derthona può ampiamente sottoscriverlo.

Spostandosi verso Costa Vescovato, per andare a trovare le cantine di Luigi Boveri e Giacomo Boveri, si percorrono le strade di Fausto Coppi, il Campionissimo, (a Castellania, non lontano c’è la casa natale, trasformata in museo), le colline si fanno più ripide e fanno da sfondo bellissimi calanchi. I terreni cambiano, così come i vini che le due aziende producono, rispetto a quelli degustati nelle cantine precedenti, ma la qualità resta sempre alta.

L’ultima tappa, alle Terre di Sarizzola, da Mattia Bellinzona; è una scelta anche di gola in quanto Mattia non solo è un bravo vignaiolo ma produce anche ottimi salumi, in particolare il salame Nobile del Giarolo; da Mattia si è assaggiato il Derthona ma anche una novità appena uscita il M_ _ _ _ _ _ E, annata 2015, da uva barbera, affinato in legno; sì, perché nei Colli Tortonesi su circa 2.000 ettari di vigneto, predomina la barbera (1.500 ettari), un vitigno che negli ultimi anni, con non poca fatica,grazie al lavoro di produttori e bravi comunicatori del vino, sta riottenendo quella dignità e quel valore che seppe dargli il mitico Giacomo Bologna.

6 cantine visitate su 26 aperte…toccherà tornare per le altre!

Champagne, riesling ed altri bianchi…

Oggi ti racconto di una degustazione mista a cui ho partecipato grazie all’invito di un amico. Il piacevole incontro – cena con vini portanti da noi bevitori – si è tenuto presso la Trattoria Armando & Christian, ristorante sardo in zona Porta Genova a Milano.
Ad accompagnare saporiti ed abbondanti piatti di pesce abbiamo degustato alla cieca solo champagne e vini bianchi.

Champagne, riesling e altri bianchi...
Champagne, riesling e altri bianchi…

Ecco le mie sintetiche impressioni:

Champagne BdB Grand Cru “Cuvée Le Mont Aigu” – Jack Legras
Primo naso molto sul frutto (persino lampone), poi floreale dolce e calcare.
La bocca si sviluppa con una certa morbidezza, l’acidità c’è ma è meno pronunciata rispetto a molti “moderni” BdB. La chiusura è comunque piacevolmente sapida e pulita.
Champagne semplice ma gradevole, soprattutto a tavola.

Champagne brut Rosé de Saignée – Voirin-Jumel
Colore rosso chiaro più che rosé. Olfatto di fragoline di bosco e mineralità scura.
Bocca saporita, quasi vinosa.
Vino che, sebbene sia migliorato molto nel bicchiere, ho trovato “faticoso”.
Da uno champagne cerco altro.

Champagne brut Vintage 2008 – Veuve Clicquot
Mineralità e frutta bianca al naso.
Bocca di acidità molto sostenuta ma progressione poco armonica.
Il vino risulta piuttosto “brusco” in sviluppo ed anche in chiusura.
L’annata 2008, magica in champagne, non è stata celebrata al meglio.

Sancerre Les Monts Damnés 2014 – Pascal Cotat
Naso complesso e riconoscibilissimo di agrumi (pompelmo e mandarino), fiori bianchi, sedano, pepe bianco.
La mineralità c’è sia al naso sia in bocca, ma è sottile, accompagna le altre sensazione senza mai diventare prevaricante.
Bocca succosa, dritta e saporita dalla progressione profonda.
Chiusura sapida e persistenza lunghissima.

P.s.: sono molto contento della performance di Pascal Cotat i cui ultimi assaggi non mi avevano convinto.

Chablis 1er cru v.v. Montmains 2015 – Guy Robin
Naso che si apre su note vegetali, poi frutta bianca e cereali.
Non così elegante lo sviluppo in bocca. Mi è sembrato un vino dalla materia piuttosto debole e poco profondo.

Alsace Grand Cru Riesling Muenchberg 2008 – Ostertag
Naso contraddittorio: idrocarburi e zafferano, nespola e note casearie.
Bocca amarognola e corta.
Vino (o bottiglia?) non riuscito, poco fine.

Saar Riesling 2015 – Van Volxem
Naso ricco ed esotico: cocco, mango, vegetale, spezie…
Bocca secca e profonda dallo sviluppo un po’ rigido.
Vino comunque piacevole.

Nahe Traiser Rotenfels Riesling Auslese 1992 – Crusius
Vino che apre imperfetto al naso (cassettone della nonna) per poi liberare note dolci di macedonia di frutta matura, miele, cedro.
Bocca quasi secca anche se non così lunga.
Vino interessante.

Etna Bianco Superiore 2012 “Pietra Marina” – Benanti
Naso poco espressivo e “freddo”, individuo solo una generica frutta bianca accompagnata da note di anice.
Poco espressivo anche in bocca, bloccato nello sviluppo e vuoto.
Poco convincente.
Vino che fa solo acciaio ma che manca degli aromi e della mineralità che hanno fatto di Pietra Marina il bianco etneo di riferimento.
Troppo brutto per essere vero (bottiglia infelice?).

 

 

Pfalz e biodinamica: Leiner

Dopo aver assaggiato un vino di Theo Minges, continuo il mio percorso sensoriale in Pfalz. Questa volta ti parlo di Weingut Leiner, produttore biodinamico dal 2005 (certificato Demeter).

Weingut Leiner
Weingut Leiner

Ilbesheim Pfalz Riesling Auslese 2015 – Leiner

Giallo oro luminoso e trasparente.
Pesca gialla e scorza di agrumi si alternano al primo naso, poi seguiti da un tocco di pepe bianco, la mineralità chiara ed i fiori di arancio. A bicchiere fermo esce la frutta esotica.
Ingresso in bocca caratterizzato da una dolcezza più pronunciata del previsto ma, è un attimo: il vino, di buon volume, si muove bene e con una dinamica in bocca caratterizzata dall’acidità – fitta, fine ed integrata alla perfezione – che si contrappone ad una materia ricca e di una certa grassezza.
Il risultato della battaglia è che dal centro-bocca in poi l’agrume ed il sale prendono il sopravvento accompagnando il sorso verso una chiusura lunga e pulita.
Il retrolfatto è delicatamente vegetale ed agrumato.

90

Plus: finalmente un riesling compiuto, che non nasconde, sotto un’acidità verde e sgraziata, la ricchezza di frutto e la dolcezza dell’uva raccolta a perfetta maturazione.