Il futuro delle Denominazioni di Origine: intervista a Paolo De Cristofaro

Ha suscitato ampio dibattito il post pubblicato qualche giorno fa dal titolo “Vini naturali, nuovi consumatori e Denominazioni di Origine: una difficile convivenza? Una conversazione con Samuel Cogliati”.

Per questo motivo ho deciso di continuare ad approfondire il tema con l’aiuto dell’amico Paolo De Cristofaro, giornalista e degustatore, storico collaboratore della Guida Vini Gambero Rosso oltre che animatore, insieme ad Antonio Boco, del wineblog Tipicamente.

Paolo De Cristofaro

Paolo, proviamo a fare un passo avanti su quanto emerso fino ad ora sul tema Denominazioni di Origine (DO). Qual è o dovrebbe essere il loro ruolo? Garantire riconoscibilità, territorialità e persino qualità al consumatore? Oppure garantire valore aggiunto / differenziazione sul mercato ai produttori?

Il ruolo delle DO è legato alla necessità di garantire una provenienza ed una conformità a determinati parametri/regole stabiliti da un disciplinare. Ovvero che quel vino sia effettivamente realizzato da quella zona, con quei vitigni, con i mesi previsti di affinamento, etc. Ma poco di più, perché quelli appena ricordati sono per molti versi gli unici elementi che un protocollo di controllo possa realisticamente garantire.

Gli altri fattori quali riconoscibilità, territorialità, per non parlare della qualità, sono veicolati semmai in maniera indiretta. Aspetti che una DO può portarsi dietro senza però poterli garantire a priori, sia perché parliamo di parametri non misurabili, in gran parte soggettivi, sia perché dipendono dalla libera interpretazione che il vignaiolo dà al suo vino.

Vale però la pena aprire una parentesi. E’ innegabile che ci sia una grande differenza tra DO con una storia codificata in bottiglia (che permette di delineare un’identità attorno alla quale ci si possa riconoscere) e DO (la maggioranza), che hanno una storia recente o recentissima, e che per molti anni hanno avuto pochi produttori a rivendicarle. Denominazioni che il più delle volte non poggiano su dati produttivi ed espressivi statisticamente sufficientemente ampi da permettere anche solo di abbozzare un tentativo di descrizione di quel che può significare territorialità/riconoscibilità per i vini tutelati. Chiudo dicendo che è invece assolutamente estraneo allo spirito di un sistema di DO, dal mio punto di vista, il discorso del valore aggiunto. Il valore aggiunto che i territori devono “sedimentare” è piuttosto frutto della prassi. Torna quindi in gioco l’elemento umano.

Il tema, benché molto d’attualità, non è certo nuovo. Basti pensa alle diverse opinioni in proposito di Luigi Veronelli e Mario Soldati, a cui peraltro anche il tuo podcast “Vino al Vino 50 Anni Dopo” dà ampio risalto.

È vero: il tema, seppur attualissimo, non prende forma certo oggi e se ne discute da tempo. Apparentemente Soldati e Veronelli sono ai due estremi della barricata: Veronelli promuove addirittura l’idea delle Denominazione Comunali (De.Co.), per legare nella maniera più forte possibile il marchio al comune di provenienza, mentre Soldati vede con sospetto il vino con l’etichetta, va alla ricerca di contadini privati che fanno vino per autoconsumo e ha perfino delle riserve sul vino che viaggia… Ma, a ben vedere, i due “maestri” sono molto più vicini di quel che può sembrare.

Veronelli si muove infatti all’interno del “mondo reale”: ha talenti da scrittore, ma è anche uno dei primi assaggiatori professionali (nonché divulgatore, giornalista, catalogatore e studioso del vino a tutto tondo), per cui si misura con la piramide di qualità che si delinea in Italia dagli anni ’60 e vede nelle De.Co. un argine per sottrarsi alla genericità delle Denominazioni in mano all’industria e agli imbottigliatori, immaginandolo come uno strumento a disposizione dei piccoli artigiani per potersi differenziare.

Soldati, invece, ben lungi dal considerarsi un professionista, si dichiara orgogliosamente un “amatore inesperto”, si fa accompagnare nei suoi viaggi da Ignazio Boccoli dell’Istituto Enologico, cerca di approfondire la conoscenza tecnica, ma rimane pur sempre un appassionato, uno che nella vita fa un altro mestiere e può permettersi di portare avanti l’utopia del vino senza fascetta o senza etichetta. Nella sua visione c’è quindi un rifiuto “a monte” di un sistema normativo che lui già vede (e la diagnosi non è lontana da quella di Veronelli) come strutturato appositamente per diventare un cavallo di Troia nei territori in cui la fanno da padroni le industrie e i grandi imbottigliatori, quelli che “manipolano” e diluiscono il carattere territoriale dei vini molto più di quanto sia permesso oggi. Sono però convinto che anche Soldati avrebbe appoggiato senza tentennamenti un sistema di DO in grado di garantire in primis contadini ed artigiani, e con loro il “vino genuino” che cerca nei suoi viaggi.

I vini naturali, soprattutto se provenienti da zone meno prestigiose, scelgono spesso la strada del Vino da Tavola. Questo permette loro maggior libertà espressiva e minori rischi di doversi adeguare a regole dettate dai Disciplinari o di essere bocciati dalle commissioni di assaggio, magari per velature del vino, colori non ordinari, volatili sopra le righe. Pensi che i Disciplinari e le regole delle commissioni di assaggio debbano diventare più flessibili e cercare di accogliere maggiormente espressioni meno “allineate” di fare vino?

Un sistema di DO che garantisce provenienza e rispetto di determinati protocolli non troppo stringenti, teoricamente non avrebbe bisogno delle commissioni di assaggio, né dovrebbe creare problemi a produttori meno “ortodossi”. Se un certo vino rispetta i vari passaggi produttivi stabiliti e più in generale le caratteristiche oggettive misurabili, dal mio punto di vista dovrebbe avere tutto il diritto di appartenere ad un determinata DO, anche a fronte di una qualità organolettica “pessima”. Gli aspetti non misurabili, interpretabili ed in ultima istanza valutativi, dovrebbero essere lasciati al giudizio dei consumatori.

Anche perché viviamo in un momento storico in cui stiamo assistendo ad un rimescolamento della stessa grammatica interpretativa. I bevitori, soprattutto delle nuove generazioni, sono alfabetizzati a gusti completamenti diversi rispetto a quelli che potevano fare da punto di riferimento anche soli vent’anni fa. Consumatori che possono avere una tolleranza molto più ampia alla voltatile, all’ossidazione, alla torbidità, magari perché si avvicinano al mondo del vino passando dal mondo della birra artigianale, delle fermentazioni spontanee, eccetera. A mio modo di vedere le DO non dovrebbero entrare nel merito degli stili e delle espressioni che un vignaiolo cerca di enfatizzare, anche perché rischiano di fotografare un momento storico circoscritto, soggetto ad evoluzioni anche repentine. E lo abbiamo visto: vini bocciati perché magari avevano un colore troppo scarico (semplicemente per il fatto che in una certa fase si preferivano vini più carichi), salvo poi il ribaltarsi della situazione e delle preferenze di mercato a favore di vini più trasparenti e luminosi.

Ricomincio da tre

E così, faticosamente e con prudenza, anche le degustazioni della piccola redazione di Vinocondiviso si riaffacciano alla ricerca di un’impossibile normalità. L’ultima degustazione pre-Covid19 è un ricordo indelebile: Beaujolais e fagiano.

Abbiamo deciso di ricominciare da tre vini, per un aperitivo lungo fatto di chiacchiere e riflessioni intorno al bicchiere. Aperitivo a base di stuzzichini vari, focaccia al formaggio e strudel di melanzane fatti in casa.

Ecco cosa abbiamo bevuto:

Asolo Prosecco Superiore Extra Brut Vecchie Uve 2016 – Bele Casel

In apertura abbiamo scelto un Asolo Prosecco del tutto fuori dal comune. Ottenuto da un vecchio vigneto nella zona di Monfumo, dalle pendenze proibitive e con uve dimenticate. Non solo glera dunque ma anche rabbiosa, marzemina bianca, perera, bianchetta trevigiana. Anche la vinificazione è fuori dall’ordinario: charmat lungo, un anno sulle fecce fini, un anno di autoclave e ancora un anno in bottiglia. Insomma, dimenticate i prosecco di 30 giorni in autoclave! Il naso è delicato ed elegante, si riconoscono la pera acerba, gli agrumi, la salvia ed un leggero tocco affumicato. Sorso verticale, non possente ma elettrico e vibrante grazie ad un’acidità citrina che percorre il palato e sgrassa la bocca invitando ad un nuovo assaggio.

Champagne Special Club 2002 – Pierre Gimonnet

Non tutti sanno che la menzione “Special Club” è esclusiva di un’associazione di circa 30 produttori, RM di champagne, che decidono, solo nelle migliori annate, di imbottigliare questa selezione tutti nella stessa bottiglia ma con la propria etichetta. Questo Special Club di Pierre Gimonnet lo stappiamo ad almeno 10 anni dalla sboccatura (purtroppo non riportata in etichetta). Il colore è un bel giallo dorato luminoso, il naso è decisamente ricco: frutta gialla, pasticceria, note lattiche, spezie. La bocca è equilibrata, l’acidità è ben integrata in una materia di tutto rispetto, il sorso resta agile e dalla chiusura piacevolmente salata. Champagne non certo da aperitivo, richiederebbe abbinamenti più arditi per dare il meglio di sé.

Chianti Classico 2017 – Tenuta di Carleone

100% sangiovese per questo vino, pura espressione di Radda in Chianti. Vino giovanissimo fin dal colore, rosso rubino luminoso con riflessi porpora. Naso di ciliegia, macchia mediterranea, agrumi e mineralità scura. Succoso e acido l’ingresso in bocca, si sviluppa bene sia in ampiezza che in profondità, il vino chiude lungo su una gustosa scia sapida. Vino mutevole e divertente, goloso e austero al tempo stesso. Ancora giovane, benché sia già estremamente godibile. Darà il meglio di sé tra qualche anno.

Ci auguriamo tutti che questo aperitivo sia solo l’inizio di future degustazioni da condividere!

Chinon “Le Clos Guillot” 2014 – Bernard Baudry

Stappare un vino comprato qualche anno prima presso una visita ad un produttore lontano porta con sé sempre un po’ di magia. Nel caso in oggetto riporta alla memoria una visita effettuata nell’estate del 2017: mi trovavo in Loira in vacanza e, sottraendo un po’ di tempo alla famiglia e agli amici, andai a trovare Bernard Baudry, uno dei produttori più interessanti di Chinon.

Chinon, AOP dal 1937, è una denominazione che conta 2.400 ettari. I vitigni utilizzati sono soprattutto il cabernet franc (presente in misura minore il cabernet sauvignon) e, in bianco, lo chenin.

  • Le Clos Guillot
  • Bernard Baudry: vinificazione per parcelle

Bernard Baudry gestisce 32 ettari di vigna nei comuni di Cravant les Coteaux (dove si trova il domaine) e di Chinon. La scelta del vigneron è quella di utilizzare un protocollo di vinificazione simile per ciascuna parcella, il che permette di apprezzare al meglio nei vini le sfumature dettate dalle caratteristiche dei diversi suoli.

Vigne e suoli – Photo Credit: bernardbaudry.com

Il vino di cui ti parlo oggi è ottenuto dal cabernet franc proveniente dalla vigna Le Clos Guillot. Il vino affina 12 mesi in barriques e poi 9 mesi in cemento, prima della necessaria sosta in vetro.

Chinon "Le Clos Guillot" 2014 - Bernard Baudry
Chinon “Le Clos Guillot” 2014 – Bernard Baudry

Chinon “Le Clos Guillot” 2014 – Bernard Baudry

La veste del vino è di un rosso rubino senza cedimenti. Le more di rovo primeggiano all’olfatto, seguono poi il vegetale delle foglie secche e del peperone alla brace, l’alloro, la carne e una nota speziata che ricorda il pepe verde.

In bocca è la freschezza invece a spiccare. Sorregge il sorso e lo accompagna, gli dà dinamica e profondità. Il vino risulta succoso e dissetante, ne giova enormemente la bevibilità e l’eleganza. Chiusura sapida e pulita.

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Vini naturali, nuovi consumatori e Denominazioni di Origine: una difficile convivenza? Una conversazione con Samuel Cogliati

Ad un amico degustatore, molto incline a bere vini naturali, ho fatto notare di recente come i vini da lui degustati fossero in larga parte al di fuori del sistema delle Denominazioni di Origine. I vini naturali si configurano infatti, sempre più spesso, come Vini da Tavola.

Mi ha risposto: “è il futuro”.

Ho risposto: “è questo il futuro che vogliamo?”.

Da questo dialogo nasce l’idea di approfondire la tematica e aprire un dibattito sul tema, quanto mai attuale.

Ho proposto a Samuel Cogliati di accompagnarci in questa riflessione. Samuel Cogliati è editore (fondatore e titolare di Possibilia Editore), scrittore, giornalista, divulgatore e si occupa di vino da molti anni con uno sguardo particolarmente attento ai vini naturali (è stato per molti anni membro della cosiddetta “ciurma di Porthos”).

Samuel Cogliati (Photo Credit: © Donatella Arioni)

Samuel, la vedi anche tu questa tendenza da parte di molti vignerons di proporre vini fuori dalla Denominazione di Origine scegliendo di proporre il proprio prodotto come Vino da Tavola?

Sì, mi pare di constatare che sia una tendenza ormai consolidata da tempo, soprattutto tra i vignaioli “eterodossi”, che qualche anno fa erano considerati collaterali al “sistema”. Mi sembra che il fenomeno abbia preso piede in Francia prima che in Italia, un po’ come spesso succede nelle vicende che riguardano il vino. Oggi accade spesso anche in Italia, con la differenza che si etichetta come “vino rosso”, “vino bianco” o “vino rosato” ciò che Oltralpe si denomina “Vin de France”. Perché l’Italia rinunci al proprio nome non l’ho mai capito.

Se in passato alcuni produttori sono usciti dalla loro denominazione a causa di “bocciature” – spesso discutibili – da parte delle commissioni di assaggio (notissimi i casi che hanno coinvolto Montevertine, Villa Diamante o Stefano Amerighi), oggi la scelta sembra fatta consapevolmente a monte. Per quale motivo secondo te? Maggior libertà di sperimentare, rifiuto di protocolli e regole omologanti, scelta commerciale?

In origine questo fenomeno era in genere il risultato di una “bocciatura” dei vini da parte delle commissioni d’assaggio delle DO. Poi è diventato spesso un atto deliberato di “ribellione” e forse anche una tendenza di moda. Certo, questa scelta impone meno vincoli normativi e più libertà operativo/espressiva, oltre che meno burocrazia, ma ripeto: oggi talora è quasi una opzione “trendy”.

È paradossale che, proprio in una fase in cui appassionati e consumatori riconoscono nel terroir un valore fondamentale, il sistema delle Denominazione di Origine, che tal valore dovrebbe garantire, venga abbandonato da molti artigiani del vino. Che ne sarà della territorialità dei vini?

La “territorialità” è un concetto ostico e molto complicato, che non possiamo affrontare in questa sede. Comunque a mio avviso ha poco a che fare con l’etichetta e il nome che vi è riportato. Non vedo come né perché un vino AOP o DOCG debba essere più “territoriale” di uno senza denominazione.

Pensi che sia auspicabile una revisione del sistema di classificazione dei vini? Come far convivere territorialità e artigianalità, voglia di innovare e tradizione?

Personalmente del sistema di classificazione dei vini mi importa poco, è soprattutto un riferimento cognitivo e mnemonico che aiuta a orientarsi. Semmai mi piacerebbe che le etichette riportassero liberamente più fatti e dati concreti, ovviamente a condizione che siano veri, dimostrabili e verificabili. Quanto al sistema delle denominazioni d’origine, così come le conosciamo, purtroppo temo sia anacronistico. È un altro tema ampio, spinoso e complesso, ma non dimentichiamo che le DO nacquero essenzialmente per fini commerciali di controllo anti-frode, ancor prima che come garanzia di qualità. Tant’è vero che si sono poi generalizzate, inglobando quasi tutto ciò che prima non godeva di denominazione, ma intervenendo poco sulla sostanza. Ha senso? La “territorialità” è un nome (magari vago e un po’ risibile) in etichetta?

Assaggi sparsi

Questo periodo, per molti appassionati di vino, è giocoforza un periodo di assaggi in solitaria, con poca o nulla convivialità. In questo post diamo conto dei vini degustati in questi ultimi giorni.

Partiamo con le bollicine, in questo caso rosate. Si tratta del Rosé del Cristo 2016 – Cavicchioli, un lambrusco di Sorbara Metodo Classico dal colore rosa tenue e con un olfatto ricamato di roselline e piccoli frutti rossi. É un vino di estrema eleganza, a partire dal perlage fine e dal sorso secco, fresco ed appagante grazie ad un finale salino di grande pulizia.

Per restare sempre in Emilia abbiamo poi assaggiato il Caterina pas dosé 2016 – Az. Agricola Cavaliera da uve di trebbiano di Modena e malbo gentile. Un’altra bollicina rosé, ben fatta, senza fronzoli né dolcezze, molto gradevole, equilibrata e dissetante.

Mineralità ed eleganza accompagnate da notevole facilità di beva caratterizzano invece lo Chablis 1er cru Vieilles Vignes Montée de Tonnerre 2017 – Guy Robin, con un naso di conchiglie, agrumi e una soffusa nota vegetale. Sorso elettrico, acido, profondo.

Intrigante la Malvasia Puntinata Convenio 2018 – Casale Certosa a partire dai bei riflessi dorati che illuminano il calice. Fieno, nespola e stuzzicante nota fumé al naso. Il vino risulta sapido e fresco, di grande bevibilità ma, pur nella sua indole schietta e semplice, di ottima articolazione.

Un vero fuoriclasse si è dimostrato il Verdicchio Castelli di Jesi Classico Riserva Il Cantico della Figura 2015 – Andrea Felici. Colore giallo paglierino con riflessi verde oro, olfatto da verdicchio di razza con frutta chiara, roccia, fine contrappunto vegetale, anice, tocco agrumato. Bocca di grande armonia, tutte le componenti sono in equilibrio, sale e freschezza bilanciano perfettamente il calore alcolico; sorso saporito e pulito ma senza essere “asettico”, anzi il vino ha grande personalità, anche grazie ad un finale elegante e lungo.

Alla scoperta del carménère dei Colli Berici

Nel cuore del Veneto esiste una zona di produzione di vini DOC poco mediatica, forse, ma di certo vocata per la coltivazione di uve a bacca rossa. Varietà, cosiddette internazionali, perché celebri in tutto il mondo, a partire dal loro tradizionale impiego a Bordeaux.

Cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc ma non solo…in aggiunta a queste varietà vi è un vitigno meno conosciuto ma abbastanza diffuso in Italia.

Ma procediamo con ordine: ci troviamo nei rilievi collinari che si estendono in provincia di Vicenza, i Colli Berici.

Il territorio, famoso per le ville palladiane, milioni e milioni di anni fa era un mare ed oggi si sta scoprendo particolarmente incline alla coltivazione della vigna, grazie ad un clima mite e ad un suolo in prevalenza carsico ricoperto da terra rossa (limo argilloso rosso ricco di ossido di ferro).

Un aspetto che ritengo un valore aggiunto è quello naturalistico, il paesaggio risulta ancora incontaminato e preserva la flora e la fauna tipica del territorio. Il vitigno è il carménère – diffuso da tempo in Italia e presente da oltre un secolo in questa zona – che dal 2009 è stata ufficializzato nella specifica DOC Carmenere Colli Berici.

Colli Berici Carminium 2016 – Inama

Un vino che di recente mi ha colpito è il Carminium dell’azienda agricola Inama. Colli Berici DOC, da uve carménère in purezza. Annata 2016. Dodici mesi in barrique (20% nuove, 80% vecchie). Titolo alcolometrico: 14%.

Versato nel bicchiere il colore rosso porpora è molto intenso. All’esame olfattivo si riconoscono la viola, il pepe, la frutta rossa come more e prugne, il vegetale accennato e particolarmente gradevole (chi conosce la varietà saprà che a volte può risultare fin troppo invadente). 

Se il grado alcolico lascia pensare ad un vino impegnativo, quasi “da meditazione”, all’assaggio si scopre una piacevolissima acidità che contrasta il calore dell’alcool. Soffuso e molto piacevole il tannino. Ha accompagnato bene la carne alla brace.

Un dettaglio su cui mi soffermo spesso nei vini che assaggio è l’etichetta. Semplice, bella ed elegante. Osservando le immagini del sito aziendale noto che l’albero rappresentato in etichetta sembra essere proprio lo stesso al centro del vigneto, in veste autunnale.

Qualche anno fa mi trovavo in una fiera del settore e ho avuto il piacere di conoscere e scambiare due parole con uno dei fratelli titolari dell’azienda, Matteo. Preparato, pronto a sperimentare cose nuove per la sua azienda e desideroso di raccontarle.

A quel tempo mi ero dedicato all’assaggio solo di alcuni vini, in particolare dei bianchi, prodotti dall’azienda nel territorio in zona Soave. Trovandomi in un’enoteca, guardando tra gli scaffali, sono stato colpito dall’etichetta del “Carminium”. Il nome dell’azienda mi aveva riportato a quel piacevole ricordo, e così ho deciso di dover completare la mia conoscenza dei vini Inama, partendo da una bottiglia che non avevo assaggiato.

M.S.

PIWI und Freistil

Tranquilli, non è un articolo in tedesco: parliamo ancora di vitigni resistenti (PIWI).

Vi raccontiamo il Solaris di Thomas Niedermayr, tenuta Gandberg, giovane produttore altoaltesino che insieme ad altri suoi tre colleghi e amici, Martin Gojer (azienda Pranzegg), Christian Kerschbaumer (azienda Garlider) e Urban Plattner (azienda In der Eben), ha fondato il gruppo Freistil. Freistil significa stile libero; i quattro produttori sono infatti accomunati da un approccio “libero” al mondo del vino e dalla costante ricerca di prodotti originali ma allo stesso tempo fortemente legati al territorio.

  • solaris, vigna (foto del 26 aprile 2020)
  • vigna di solaris, sullo sfondo il monte Ganda (foto del 26/04/2020)
  • solaris, grappolo

Un passo indietro: solaris è una varietà che nasce nel 1975, all’Istituto Statale di Friburgo, dall’incrocio di merzling x (zarya severa e muskat ottonel) e in Italia è uno primi vitigni PIWI ad essere stato inserito nell’elenco nazionale delle varietà di vite, nel 2003. Trova il suo habitat più consono in climi molto freschi, ad altitudini medio alte, tende ad accumulare molti zuccheri per cui il momento della vendemmia risulta cruciale per ottenere un vino con una buona acidità e un grado alcolico non eccessivo. La parentela con il moscato, poi, gli regala una spiccata aromaticità: è compito del vignaiolo non renderla mai stucchevole.

Il Solaris 2016 della tenuta Gandberg è ottenuto da fermentazioni spontanee e senza filtrazioni, come tutti i vini aziendali (nella gamma troviamo anche una cuvée da vitigni PIWI a bacca rossa, vini da vitigni PIWI a bacca bianca e un ottimo pinot bianco) e passa quattro mesi in botti di rovere. Un bel colore giallo dorato, caldo come il sorso; al naso tanta frutta tropicale gialla, una bella nota agrumata, una dolce speziatura e un tocco minerale che si trova in bocca; un vino, chiuso con tappo a vite, che dopo 4 anni è al suo meglio.

Abbinato con una insalata fredda di patate, merluzzo, fagiolini, olive taggiasche, olio toscano.

Alessandra Gianelli
Facebook: @alessandra.gianelli
Instagram: @alessandra.gianelli

Côte Rôtie “La Viallière” 2015 – Domaine de Bonserine

La Côte Rôtie è nota come una delle aree vitivinicole più antiche di Francia, ben conosciuta da oltre 2.000 anni, fin da tempi dei romani.

È la denominazione più nord della Valle del Rodano e dà vita a vini che, nelle migliori versioni, coniugano polpa ed eleganza, potenza e golosità.
Vitigno principe è naturalmente la syrah, anche se è consentito e piuttosto frequente l’uvaggio con il viognier (fino al 20%).

I vigneti hanno un’esposizione a sud con pendenze che arrivano fino al 60%, da cui il nome di “costa arrostita” (appunto, Côte Rôtie).

Côte Rôtie “La Viallière” 2015 – Domaine de Bonserine

Il colore rosso rubino impenetrabile con riflessi ancora porpora ne rivelano la gioventù.

Il naso è piuttosto aperto e godibile, parte su note di frutta scura (mora, cassis) accompagnate dalla dolce pungenza della violetta. Dopo pochi secondi, inizialmente in secondo piano, emergono i sentori speziati di pepe verde, patè di olive, cuoio, tabacco biondo, carne. Il tutto avvolto da una nota balsamica quasi piccante.

L’ingresso in bocca è potente e di gran volume, ma senza eccessiva morbidezza, il vino riempie il cavo orale di sapore e potenza, ma l’incedere della materia è di inappuntabile eleganza, con l’acidità che tiene a bada calore e polpa. La chiusura è appena amaricante con un tannino che risulta, senza cibo a supporto, appena scoperto.

Persistenza molto buona su freschi ritorni floreali.

Plus: estremamente giovane, ma già godibile; qualche anno in cantina – come anche confermato dal riassaggio il giorno successivo all’apertura – aiuteranno a conferire ancora maggior eleganza e compiutezza al vino.

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Vino al Vino, 50 anni dopo: l’eredità di Mario Soldati

Qual è l’eredità culturale di Mario Soldati e della sua opera Vino al Vino? Cosa resta di ancora attuale a 50 anni dai viaggi che lo portarono lungo il nostro Paese “alla ricerca dei vini genuini”?

Vino al Vino – Mario Soldati

La prima volta che lessi Vino al Vino restai folgorato. Un grande intellettuale del Novecento decideva di raccontare la campagna, valorizzare il mondo contadino, le genti, gli usi ed i costumi della provincia…tutto ciò proprio nel momento in cui l’Italia usciva da un periodo di sviluppo economico senza precedenti e le campagne venivano abbandonate. Soldati, tra il 1968 e il 1975, effettua ben tre viaggi e racconta – con la curiosità dell’antropologo, più che critico enoico ante litteram – il mondo del vino di allora.

Cosa resta di quel mondo? Cosa resta delle prese di posizione di Soldati? Quali sono le profezie che si sono avverate e quali gli abbagli del grande scrittore?

A questa e altre domande risponde il podcast di Tipicamente: VINO AL VINO 50 anni dopo. Paolo De Cristofaro e Antonio Boco, note firme del Gambero Rosso, ripercorrono i viaggi di Soldati ex-post, attualizzandoli con sguardo critico, senza cedere alla tentazione di celebrare agiograficamente Mario Soldati, ma invitandolo a discutere con noi.

Il podcast piacerà a chi ha già letto e riletto Vino al Vino, ma anche e soprattutto a chi non lo ha ancora fatto magari considerandolo, a torto, un vecchio libro non più attuale. Il podcast, vivamente consigliato, è disponibile sul sito di Tipicamente oltre che nelle principali piattaforme quali Spreaker, GooglePodcast, YouTube, Spotify, etc.

Sassella Vigna Regina 2007 – Ar.Pe.Pe.

Non è la prima volta che su Vinocondiviso parliamo dei vini di Ar.Pe.Pe., produttore storico e di riferimento della Valtellina.

Quando si stappa un vino Ar.Pe.Pe. le aspettativa sono sempre elevate e ancor di più quando si tratta di un vino ottenuto da una vigna storica, posta a 450 metri di altitudine, con vigne vecchie e da cui si ottiene uno dei vini più longevi e complessi della Valtellina.

Valtellina Superiore Sassella Vigna Regina Riserva 2007 – Ar.Pe.Pe.

Colore granato di vivace luminosità.

Naso estremamente sfaccettato e autunnale di foglie secche, funghi, rose appassite, sottobosco, lamponi disidratati, ma poi anche matita, karkadè e, a chiudere, una rinfrescante nota di scorza d’arancia.

Il vino entra nel cavo orale stretto, al primo assaggio mostra un’indole magra, da nebbiolo di montagna. Lo sviluppo è verticale, ma in progressione il sorso si allarga con grazia. Dal centro bocca in poi fa la sua comparsa l’acidità succosa ma soffusa. La chiusura è accarezzata da un’inaspettata e piacevole dolcezza di frutto che rende il sorso gourmand. Sul finale si apprezza il tannino, cesellato e saporito, che contribuisce a prolungare la persistenza del vino.

Sarebbe perfetto con una faraona arrosto.

Plus: vino che mette d’accordo pancia e cervello, riuscendo ad essere al contempo godibilissimo e cerebrale.

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