Vernaccia di San Gimignano “Vigna Santa Margherita” 2020 – Panizzi

Oggi ti parlo di un vino bianco che mi ha sorpreso. Si tratta della Vernaccia di San Gimignano Vigna Santa Margherita 2020 di Panizzi, un gran bel bianco da una denominazione nota più per la bellissima cittadina di cui porta il nome che per la qualità dei suoi vini.

Un plauso sincero a questo bravo produttore (il migliore della zona?) che ottiene questo vino da vecchie vigne storiche da un vero e proprio cru in località Santa Margherita, varietà Vernaccia di San Gimignano, 50% fermentazione in barrique e 50% in acciaio con poi affinamento di almeno 12 mesi in bottiglia.

Ancora giovanissimo esprime al naso bei profumi di biancospino, anice, lievi note derivate dal legno ma perfettamente fuse che impreziosiscono il quadro anziché appesantirlo, bocca di bella acidità, ottima polpa e sorso potente ma equilibrato, da abbinare ad un branzino pescato al sale o anche un coniglio in bianco.

Da sottolineare che l’azienda è certificata biologica e il vino di cui ti parlo ha un ottimo rapporto qualità prezzo, si trova infatti a circa 15 € a bottiglia!

Gregorio Mulazzani
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Serata estiva degustando Champagne, Chablis e Fleurie

Come combattere l’afa e le zanzare dell’estate milanese? Un tentativo potrebbe essere quella di cercare sollievo degustando qualche vino adatto alla stagione, magari in buona compagnia e con cibo all’altezza.

Qualche giorno fa la redazione di Vinocondiviso ha messo in atto il piano, non siamo del tutto riusciti a vincere l’afa e le zanzare, ma ci siamo divertiti. Ecco il resoconto della serata tenutasi presso la Vineria Mesté, non solo ben fornita di vini naturali, ma anche di un’ottima mano in cucina.

Ecco i vini bevuti.

Champagne Rosé des Lys grand cru extra brut 2008 – Philippe Lancelot

Il domaine Philippe Lancelot, si trova a Cramant ed il rosé che abbiamo nel calice è ottenuto da chardonnay in prevalenza con un 5% di pinot noir. Il colore è un rosa trasparente che tende alla buccia di cipolla, primo naso di netta mineralità gessosa e calcarea, poi note di frutta sia fresca (anguria, lamponi schiacciati), sia secca, nel tempo esce persino un tocco di liquirizia. Bocca di grande equilibrio e misura, delicata e fresca, ma senza nulla fuori posto, neppure nell’acidità che è ben calibrata e “dissetante”. Bella sorpresa, un produttore in Champagne certificato bio ancora poco noto ma promettente.

Coteaux Champenois Blanc “Confiance” – Franck Pascal

I vini fermi di Champagne non si bevono tutti i giorni, fino a pochi anni fa erano considerati di seconda/terza fascia rispetto alle bollicine…eppure in questi ultimi anni stanno tornando alla ribalta e sempre più produttori completano la loro gamma con vini fermi curati e ben fatti. Le quantità sono ancora limitate, soprattutto delle versioni in bianco, come questa che abbiamo bevuto. Ottenuto dalla classica triade chardonnay, pinot meunier e pinot noir e da quattro annate differenti (2014, 2015, 2017, 2019), il vino si presenta in veste paglierino pallido, il naso però ha carattere e una certa ampiezza: agrumi, papaya, un tocco vegetale, uno sbuffo affumicato… sorso elegante e dinamico, la bassa gradazione alcolica e la verve acida agevolano la beva, un vino non emozionante ma ben fatto e che potrebbe riservare qualche sorpresa dopo un ulteriore affinamento in vetro.

Chablis 1er cru Montée de Tonnerre 2018 – Domaine Soupé

Vino interessante questo Montée de Tonnerre del Domaine Soupé, ottenuto da vigne di oltre 60 anni di età. Il colore è giallo paglierino con riflessi verdolini, olfatto floreale, accompagnato poi da melone bianco e un tocco vegetale tra il cetriolo e la clorofilla. Il tocco marino e di conchiglie che contraddistingue i migliori Chablis resta in sottofondo. Lo sviluppo in bocca è stuzzicante, la freschezza gioca un ruolo importante nel fornire profondità, la chiusura è tersa e sapida.

Fleurie vieilles vignes 2019 – Joubert

Vino naturale ottenuto da vigne molto vecchie di gamay, fermentazione spontanea, macerazione semi carbonica, nessuna aggiunta di solforosa in vinificazione…per un risultato nel bicchiere “istintivo” e goloso. Lamponi, violetta, geranio, un tocco dolce che ricorda lo zucchero a velo, in bocca il tannino è carezzevole, la materia scorrevole e gustosa. Chiude su ritorni di frutta rossa. Vino rosso da bere leggermente fresco per chi non vuole rinunciare ai vini rossi anche d’estate!

Diego Mutarelli
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ReWine 25 – 26 giugno 2022: anteprima

L’ultimo weekend di giugno, a Borgofranco d’Ivrea, l’associazione Giovani Vignaioli del Canavese ha organizzato la seconda edizione di ReWine, manifestazione nata con lo scopo di fare conoscere un territorio in grande fermento, quello attorno a Carema e il Canavese.

Siete mai stati qui? Un territorio che visto di persona, ma anche solo in foto, non può che affascinare e incuriosire: i vigneti sono punteggiati da piloni di cemento, che sembrano colonne doriche, a sostegno di pergole dove la vigna poggia su terreni di riporto, creati dall’uomo, con fatica estrema, negli anni.

Photocredit: La Repubblica

Per prepararci abbiamo prima di tutto letto il disciplinare (Carema è una DOC dal 1967) e siamo rimasti particolarmente colpiti dal paragrafo “Legame con l’ambiente”:

“Dalle rocce moreniche al confine con la Val d’Aosta, nasce uno dei più nobili vini rossi piemontesi: il Carema. (…) da questa nobile uva a bacca rossa piemontese, il Nebbiolo, nelle varietà locali Picutener e il Prugnet (…) La coltura di produzione è stata sviluppata caparbiamente nel tempo sulle pendici del monte Maletto tra i 350 e 700 metri di altitudine, grazie a un duro lavoro di terrazzamento a secco (…) un vero e proprio vanto architettonico (…) concreta prova del sacrificio di coltivare una terra dura e difficile.”

Dopo questo approfondimento abbiamo aperto il Carema 2017 di Chiussuma – azienda di cui avevamo già parlato assaggiando l’annata precedente – per iniziare a capire i risultati del nebbiolo coltivato in questa zona e a queste altitudini: figlio di un annata calda ha una bocca avvolgente, dolce ma anche una leggera punta alcolica che speriamo si attenui nel tempo (stiamo pur sempre degustando un vino molto giovane). Al naso è una esplosione iniziale di rose rosse (ricordate la scena di American Beauty?) che lasciano poi spazio al frutto rosso (marasca), note di sottobosco, terriccio e incenso, tanto da ricordare, almeno per un breve tratto, un Dolceacqua.

Ma fermiamoci qui, per ora questo è solo l’antipasto, torneremo a parlare di Carema e dei suoi vini dopo l’evento. Ah, a proposito, il programma dell’evento lo trovate al seguente link: REwine – I grandi vini del Canavese (gvc-canavese.it)

Alessandra Gianelli
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Anisos 2016 – Eugenio Rosi

Eugenio Rosi si definisce viticoltore artigiano. Ma non è un semplice modo di dire, il produttore è infatti un enologo “pentito” che nel 1997 ha deciso di abbandonare il lavoro presso la Cantina Sociale della Vallagarina per dedicarsi anima e corpo al suo progetto artigiano. Ad oggi segue in prima persona 8 ettari di vigne in affitto.

Vallagarina Bianco IGT Anisos 2016 – Eugenio Rosi

Il vino è ottenuto da pinot bianco, nosiola e chardonnay. La fermentazione è spontanea e il mosto resta a contatto sulle bucce per qualche giorno (circa 10, ma dipende dalle annate). Affina un anno in botti di rovere di 500 litri, nessuna chiarifica o filtrazione prima di un altro anno di riposo in bottiglia.

Il vino si presenta di un bel giallo dorato luminoso e trasparente. Olfatto molto articolato: ananas, fiori gialli, fieno, arancia candita, propoli… Il sorso è caratterizzato da ottimo volume e stratificazione, con una materia ricca accompagnata però da notevole dinamica. L’acidità è infatti vivace e sostiene lo sviluppo, gustoso, del vino.

Chiude lungo e appena amaricante su ritorni di agrumi e sale.

Diego Mutarelli
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Sacrisassi Bianco 2018 – Le Due Terre

Abbiamo già parlato su queste pagine de Le Due Terre, azienda artigiana dei Colli Orientali del Friuli. Ne scriviamo ancora volentieri dopo il convincente assaggio del Friuli Colli Orientali Sacrisassi Bianco, annata 2018, che si conferma al vertice della produzione bianchista dello Stivale.

Il colore è un bel giallo dorato con qualche riflesso ambra, ricordo dei 10-15 giorni (a seconda delle annate) di macerazione sulle bucce di friulano (70%) e ribolla gialla (30%). Il naso è un delicato ed elegante mix di note di campo, di frutta e mineralità: pesca gialla, fiori di campo, fieno, scorza di agrumi, mandorla e una netta sensazione di roccia spaccata.

Ma è in bocca che il vino si impone, senza irruenza alcuna, ma con classe cristallina: esordisce con una certa ampiezza ma senza eccessi di calore alcolico, il sorso è invece profondo e succoso grazie ad una freschezza vivace ben integrata nel corpo del vino. Lo sviluppo del vino è caratterizzato da ottima progressione e giusta tensione, con gli aromi percepiti al naso che tornano, stratificati ed eleganti, anche in bocca.

Chiude lungo, minerale e agrumato.

Plus: vino di grande personalità ma anche “compostezza”, si impone all’attenzione del degustatore senza alcun bisogno di strafare. L’abbinamento con pollo alla diavola ha funzionato alla grande.

P.S.: segnaliamo due interessanti video-interviste per conoscere Le Due Terre: parte 1; parte 2.

Diego Mutarelli
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Taurasi 2010 – Michele Perillo

“Vola come una farfalla, pungi come un’ape”, questa frase dell’immortale Muhammad Ali mi è tornata in mente bevendo questo stupefacente Taurasi di Michele Perillo.

Ci troviamo a Castelfranci, cuore nobile del vino irpino e dell’aglianico in particolar modo. Michele Perillo è un produttore artigiano che segue con cura i suoi 5 ettari di vigna di aglianico e coda di volpe. L’aglianico proviene da vigne decisamente vecchie e dell’antico clone “coda di cavallo”. Il produttore, inoltre, asseconda con coraggio le richieste del vitigno: tempo e pazienza. Dunque vendemmie a piena maturazione, anche a novembre inoltrato, e lunghissimi affinamenti fino alla messa in commercio (8-10 anni, mediamente).

Il vino che abbiamo nel calice ha un bel colore rubino profondo e compatto. L’olfatto parte autunnale di foglie secche e sottobosco, ma nel corso della permanenza nel bicchiere, evolve eccezionalmente: frutto rosso maturo (amarena), tè verde, fiori rossi appassiti e ancora, mallo di noce e una intrigante nota balsamica.

Sorso pieno, di buon volume, il calore alcolico è perfettamente integrato in una materia fruttata ricca e stratificata. Il vino, pur imponente, ha un’ottima progressione con acidità rinfrescante a sostenere la beva e tannino fitto e gustoso. Il suo incedere in bocca ricorda, appunto, l’inarrestabile potenza ed eleganza della boxe del grande Ali.

Chiude lunghissimo e nobile, su ritorni di frutta rossa e radici.

Plus: vino di grande impatto e personalità, che non nasconde i muscoli ma li esibisce con grazie e sorprendente agilità.

Diego Mutarelli
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Champagne Brut Nature – Drappier

Se si giocasse una partita “a suon di terroir” i récoltant manipulant si garantirebbero la vittoria sulle maison, ma non sarebbe affatto scontata.

Esistono tanti récoltant manipulant che, possedendo poca vigna, gioco forza valorizzano il terroir, altri che, adottando pratiche più industriali sia in vigna (diserbo chimico, fitofarmaci…) che in cantina (ampie correzioni sui vini clair, tiraggi precoci, affinamenti corti…) ottengono un prodotto non particolarmente espressivo.

Di contro, alcune maison hanno fatto dell’esaltazione del terroir il loro biglietto da visita: una è certamente Drappier, qui sotto rappresentata con il suo Brut Nature, 100% pinot nero dell’Aube.

Uno champagne schietto, preciso, perfetto al naso come in bocca. Centrato anche nel prezzo.

Nota: la degustazione e gli spunti di cui sopra fanno seguito alla serata “Terroir e Artigianalità” tenuta da Samuel Cogliati in Ais Milano a fine Aprile.

Alessandra Gianelli
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Uscite prima dall’ufficio, giovedì 26: Barolo e Derthona vi aspettano!

Noi ce lo siamo già segnato e saremo presenti: giovedì 26 Maggio, Palazzo delle Stelline, tanti assaggi di Barolo e Derthona.

Saremo di fronte al “vino dei Re”, sua Maestà Barolo e Derthona, un vino bianco a base timorasso, dalle sorprendenti capacità di invecchiamento, fra musica dal vivo ed eccellenze agroalimentari delle due zone, Langhe e Colli Tortonesi.

Perché un evento congiunto? Cosa hanno in comune questi vini? Certamente la loro straordinaria attitudine ad evolvere, ma non solo.

Santa’Agata Fossili, panorama

Vi dice qualcosa “marne di Sant’Agata Fossili”? Lo sapevate che questa particolare formazione geologica tipica di alcune zone delle Langhe prende il nome da un piccolo paesino dei Colli Tortonesi, Sant’Agata Fossili, appunto?

Ebbene sì, i suoli langhetti con quelli del tortonese hanno molte caratteristiche in comune e anche quel “famoso” periodo tortoniano che gli studiosi fanno risalire fra gli 11 e i 7 milioni di anni fa, in cui entrambe le zone subirono radicali cambiamenti geologici.

Ma torniamo di colpo ai nostri giorni e a Milano, corso Magenta, Palazzo delle Stelline, proprio di fronte a quel capolavoro dell’immaginifico Leonardo da Vinci, L’Ultima Cena, e a giovedì 26 maggio.

Le informazioni potete trovarle ai link sottostanti:

www.stradadelbarolo.it

www.terrederthona.it

www.gowinet.it

Redazione

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I vini di Luigi Oddero, passato e futuro di Langa

Oddero mi indica, in mezzo ai filari, sul punto più alto, una torretta svelta e strana. Di lassù il Parà sorvegliava la vendemmia, seguiva attentamente il lavoro dei braccianti, e se vedeva qualcuno che batteva la fiacca, lo redarguiva.”

(Mario Soldati, Vino al Vino)

Parte proprio da qui la nostra visita presso Figli Luigi Oddero, dalla vigna situata nel cru Rive a pochi passi dalla cantina e caratterizzata dalla presenza della torre Specola di cui parla anche Mario Soldati e che è diventata simbolo dell’azienda. Sono 32 gli ettari vitati a disposizione dell’azienda, con vigne da Barolo, site a Santa Maria di La Morra (Rive), Castiglione Falletto (Rocche Rivera), Serralunga d’Alba (Vigna Rionda) e da Barbaresco, a Treiso (Rombone). Arricchiscono la gamma vigne di dolcetto, freisa, barbera, moscato oltre a chardonnay e viognier.

Dopo la scomparsa di Luigi Oddero, la moglie Lena ha saputo gestire con grande impegno l’importante eredità di vigne e di storia vitivinicola. Ci accompagna il direttore Alberto Zaccarelli che insieme ad un team affiatato – che conta tra gli altri l’enologo Francesco Versio (anche produttore in zona Barbaresco) e l’agronomo Luciano Botto oltre alla consulenza enologica di Dante Scaglione – segue l’azienda nel rispetto della storia degli Oddero ma anche con molti progetti per il futuro.

Dopo aver camminato le vigne e visitato le cantine, ci spostiamo nell’ampia, elegante e luminosa sala da degustazione. Assaggiamo una rappresentativa panoramica dei vini aziendali che, lo diciamo subito, si caratterizzano per un fil rouge (rosso nebbiolo!) fatto di compostezza, linearità, stratificazione ed eleganza. Sintetizzando potremmo dire che i vini hanno uno stile tradizionale ma non passatista, meglio ancora, di moderna classicità.

Qualche nota di alcune caratteristiche dei vini che ci sono rimasti impressi e che approfondiremo su queste pagine con più calma, quando avremo modo di assaggiare con attenzione i vini acquistati in azienda. Il Dolcetto d’Alba 2021, in anteprima, è goloso e sa di fragola e viole, la beva è supportata da un’acidità vivace e da un tannino croccante; la Barbera d’Alba 2019 è succosa con un bel naso di rosa e lamponi ed una chiusura di freschezza e sapidità; il Langhe Nebbiolo 2019 in questa fase è piuttosto estroverso con ribes, rose, un tocco di catrame, bocca asciutta e ficcante, chiude su ritorni di liquirizia; il Barbaresco Rombone 2018 è un vino di grande livello con un naso mutevole e variegato di lampone, anguria, peonia, spezie in formazione, sottobosco…sorso piacevolissimo, carezzevole grazie ad un tannino finissimo ed un frutto che si integra in una chiusura gustosa e “dolce”. Tocca ora a Sua Maestà il Barolo. Il Barolo 2018 è centratissimo, tra fiori macerati, lamponi schiacciati, qualche spezia e asfalto, bocca energica e giustamente tannica; il Barolo Rocche Rivera 2017 alza ancora – se possibile – il livello, grazie ad un olfatto di grande classicità, estremamente elegante e con un incedere di volume e profondità; con il Barolo Vigna Rionda 2013 si toccano vette inarrivabili ai più, si tratta di un vino ampio e cangiante, che si muove tra fragole e viola, erbe aromatiche e sottobosco, roselline rosse e un tocco speziato, con una bocca ancora lontana dall’essere doma ma godibilissima sul suo essere ampia e succosa, con una trama tannica fitta e saporita e uno sviluppo in profondità che lascia una lunga scia sapida su ritorni di liquirizia; per finire un sorprendente, anche per l’annata, Barolo Specola 2009 che ha un timbro quasi rodanesco fatto di iodio, frutta rossa in confettura, erbe aromatiche, fiori appassiti e un tocco di pepe; l’annata calda si indovina dal sorso ampio, maturo e sanguigno, con un tannino però vivace che fornisce grip e allungo.

Diego Mutarelli
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Quattro bottiglie a pranzo nelle Langhe

Una recente visita nelle Langhe è stata l’occasione per degustare qualche bella bottiglia in compagnia e andare a conoscere di persona qualche produttore degno di nota. In questo post ti raccontiamo delle notevoli bottiglie bevute ripromettendoci, in un prossimo articolo, di fare un resoconto di un’interessante visita in azienda.

Abbiamo prenotato presso un locale che non avevamo ancora avuto occasione di testare, si tratta de L’Aromatario Osteria (con camere), a Neive. L’osteria è situata in una pittoresca piazzetta tra due chiese in un contesto suggestivo e tranquillo. La scelta si è rivelata azzeccata: pochi coperti, servizio attento e menu che attinge a piene mani dalla tradizione piemontese con qualche incursione più moderna. Il servizio è cordiale e competente, con una carta vini ben fatta e non banale, con notevoli chicche fuori dal Piemonte e dall’Italia.

Ma veniamo ai vini bevuti.

Champagne Clos des Goisses 2002 – Philipponnat

La maison Philipponnat è un’azienda che non ha bisogno di presentazioni e che è conosciuta in tutto il mondo per l’eccezionale clos, un vigneto di 5,5 ettari esposto a sud e cinto da mura dalla notevole pendenza, il Clos des Goisses, appunto. Il colore nel calice è uno splendido giallo oro con qualche riflesso ramato e dal perlage sottile. L’olfatto è di grande intensità tra note di fruttini rossi in confettura, nespola, pasta frolla, panpepato e un’elegante affumicatura. Il sorso è potente e di grande ampiezza in un quadro di freschezza e allungo, lo sviluppo è di grande dinamica e una raffinata vena ossidativa completa il quadro di uno champagne di alto rango che potrebbe sposarsi perfettamente in abbinamento a selvaggina da piuma.

Côtes du Jura Chardonnay La Bardette 2016 – Domaine Labet

In altri post (qui, oppure anche qui) abbiamo già parlato di questo grande produttore del Jura che non lascia mai indifferenti i degustatori. Ci troviamo di fronte ad un’eccezionale versione di chardonnay, ottenuto da una vigna di mezzo ettaro piantata nel 1945. Il coloro è un giallo paglierino screziato da riflessi oro, il naso è un caleidoscopio i cui riflessi rimandano pietra focaia, pop-corn, scorza d’arancia, pepe bianco, zolfo, frutta chiara, note cerealicole, affumicatura…quel che si dice una girandola di profumi insomma! La bocca è una saetta acida, il palato è invaso da energia purissima e sale, di ottima articolazione lo sviluppo, tattilmente stratificato e lunghissimo. Paragonabile ad un grande chardonnay di Borgogna ma più scattante e “asciutto”.

Barbaresco Montestefano 2015 – Serafino Rivella

I vini di questa piccola azienda che si trova in cima al Montestefano sono tra i migliori di tutta la denominazione e prova ne è questo vino che, anche in questa annata, conquista i degustatori. Naso di fiori rossi appassiti, ribes, anguria, una nota terrosa, foglia di menta…lo sviluppo gustativo è di perfetta armonia, materia fitta e dinamica vanno a braccetto, una nota minerale accompagna il sorso che chiude su tannini fitti ma setosi.

Clos-Vougeot Grand Cru Vieilles Vignes 2005 – Château de La Tour

Clos de Vougeot, con i suoi quasi 60 ettari, è uno dei grand cru più estesi della Côte de Nuits, e ad oggi è posseduto da ben 80 proprietari. Château de La Tour è l’unica azienda che si trova all’interno della vigna ed è il produttore che ha la maggior parte del cru (6,5 ettari). Il colore è un rosso rubino di media intensità, il naso parte sui fruttini scuri (cassis), poi una nota speziata-vegetale che va dall’incenso al garofano e tende alla cannabis, quindi sottobosco, liquirizia e humus. Il sorso si apre su golose note fruttate ma non è ancora del tutto disteso, leggermente contratto nello sviluppo ma con alcol e legni ben gestiti, chiude potente e salino. Un buon vino che però, almeno in questa fase, non mantiene ciò che il blasone promette.

Diego Mutarelli
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