Thibaud Boudignon, il campione di judo innamorato dello chenin

La storia di Thibaud Boudignon è singolare. Campione di judo a fine carriera, abbandona il tatami e si dedica anima e corpo al vino, diventando un ambasciatore dello chenin. Infatti, dopo un apprendistato a Bordeaux e in Borgogna, nel 2008 si installa in Loira, per la precisione a Savennières, e fonda la sua azienda che ben presto diventa un riferimento per tutta la regione. Segue in regime biodinamico 3,5 ettari di vigna, 100% chenin: 2 ettari nella denominazione Anjou e 1,5 ettari in appellation Savennières.

Anjou Blanc 2019 – Thibaud Boudignon

Il vino è ottenuto da vigne di circa 35 anni, i rendimenti sono molto bassi, fermentazione spontanea in acciaio, affinamento in legno francese e austriaco, fermentazione malolattica non svolta.

Il vino si presenta in una luminosa veste giallo paglierino con riflessi dorati. Naso di c’era d’api, frutta bianca, polline, un alito marino salmastro che sa di alghe e ostriche, poi ancora scorza d’arancia e roccia.

Bocca in ingresso di ampiezza e intensità, parte su note rotonde di bella dolcezza, poi si sviluppa in freschezza e verticalità, grazie ad una verve acida che bilancia il sorso, dà slancio e allungo. Il vino si muove con grazia e ed eleganza, la beva è pericolosamente agile tanto da far sembrare il 14% di titolo alcolometrico riportato in etichetta un errore di stampa. 🙂

Chiude leggiadro e persistente su ritorni di sale e agrumi.

Le capesante gratinate potrebbero essere il piatto perfetto per questo vino.

Plus: un ottimo vino bianco contemporaneo: materico e potente come struttura, ma di grande “scorrevolezza” e dinamica all’assaggio.

Diego Mutarelli
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Un Saint-Émilion del Friuli

Non è la prima volta che ti parlo dei vini de Le Due Terre, notevole azienda dei Colli Orientali del Friuli. Fino ad ora mi ero però concentrato principalmente sui loro vini ottenuti dai vitigni autoctoni friulani, ovvero friulano, ribolla gialla, schioppettino, refosco (vedi questo post oppure quest’altro). In questa occasione sono invece stato piacevolmente sorpreso dal merlot – vitigno considerato quasi “autoctono”, visto che è presente in Friuli dalla seconda metà del XVIII secolo – che per un attimo mi ha catapultato a Saint-Émilion!

Friuli Colli Orientali Merlot 2016 – Le Due Terre

Rosso rubino compatto il colore. Primo naso molto sul frutto, con prugna e confettura di amarene in evidenza, arrivano poi la cannella ed il cioccolato al latte, ma anche un delicato floreale rosso che esce a bicchiere fermo. Una raffinata nota balsamica completa il quadro aromatico.

Il sorso è ampio, con morbidezza fruttata in ingresso, la progressione è però profonda, per nulla “cedevole”, anzi il liquido si sviluppa con ottima dinamica e una freschezza che, pur in filigrana, supporta la trama gustativa. Il tannino è risolto e ben maturo, si avverte elegante solo a fine sorso. La chiusura è di grande persistenza su ritorni di frutta scura, sale e spezie.

Abbinamento riuscito con una fumante pasta e fagioli.

Plus: vino che non rinnega le caratteristiche varietali del merlot ma riesce a non farsene soggiogare, dunque carezzevole senza alcuna concessione alle mollezze né al vegetale, come non di rado accade in certi merlot friulani. Beva molto facile eppure il vino è tutt’altro che banale, alla cieca potrebbe essere scambiato per un raffinato vino della rive droite.

Diego Mutarelli
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Il Friulano di Miani in verticale

I Colli Orientali del Friuli sono terra di grandi vini bianchi e sorprendenti vini rossi. E Miani è senza ombra di dubbio l’azienda di riferimento: i suoi vini sono ricercati e apprezzati dagli appassionati di tutto il mondo e le poche migliaia di bottiglie messe in commercio ogni anno spariscono in poco tempo e raggiungono ragguardevoli quotazioni nel mercato secondario.

Ho già scritto di Miani e del suo artefice, Enzo Pontoni, in concomitanza di una coinvolgente visita in cantina. L’occasione per riparlarne è stata l’imperdibile degustazione verticale del friulano Miani, organizzata da WineTip a Milano.

Il friulano – già tocai – è forse il vitigno a bacca bianca autoctono più rappresentativo dei Colli Orientali. Se opportunamente allevato e vinificato è molto adatto all’invecchiamento, il che consente al vino di distendersi ed arricchirsi di aromi, mentre in gioventù il vitigno è tanto timido al naso quanto potente, caldo e compresso in bocca.

Miani è noto per la cura maniacale delle proprie viti, Enzo Pontoni passa buona parte del suo tempo da solo in vigna, ma in cantina è tutt’altro che improvvisato. Le scelte di vinificazione sono molto precise: il legno è l’unico materiale che sta in contatto con il mosto, dalla fermentazione fino al prodotto finito, e l’affinamento è di molti mesi (12 nel caso del friulano) in barrique francesi prevalentemente nuove.

Prima di raccontare qualcosa sui singoli vini bevuti partiamo dal fondo, ovvero da quello che la degustazione ci ha lasciato e dal fil rouge (in questo caso dovremmo dire blanc!) che unisce tutti i friulano Miani assaggiati:

  • mineralità: da tutti i campioni è emersa, prepotente, un’innegabile nota minerale di roccia e sale. Il terreno dei Colli Orientali, localmente detto ponca, ovvero marna e arenaria stratificati nel corso dei millenni, fornisce ai vini un’impronta che non possiamo che definire minerale;
  • caratteristiche organolettiche: fieno, fiori di campo, mandorla fresca, note di erbe aromatiche e delicatamente vegetali (dal timo al rosmarino, dalla verbena al tè verde), frutta poco matura in gioventù e più dolce con il passare del tempo fino ad arrivare a note elegantemente tropicali, spezie e sbuffi balsamici per i vini più vecchi, con qualche tocco di miele e nocciola…insomma il friulano può diventare un vino decisamente complesso per chi lo sa attendere;
  • opulenza: chi cerca nei vini bianchi agilità di beva, verve acida e freschezza agrumata non troverà nel friulano dei Colli Orientali il suo vino ideale. Di contro però la materia ricca e densa, stratificata e potente, è perfettamente bilanciata da uno sviluppo armonioso in bocca, da una saturazione gustativa con pochi uguali e da un’acidità in filigrana sempre presente che accompagna il vino in un finale salino appagante e lunghissimo;
  • legno: l’uso sconsiderato del legno piccolo e nuovo è per molti, compreso chi scrive, quello che per Superman è la kryptonite…ebbene da Miani l’utilizzo del legno è funzionale al risultato finale, non usato dunque come “doping aromatico” o makeup di una materia scadente. In nessun assaggio le note boisé erano in primo piano: vaniglia, cognac, caramello e altre “amenità” sono sentori del tutto sconosciuti ai vini di Miani.

Veniamo ora ai vini assaggiati:

FCO Friulano Filip 2020: vino ancora giovane misurato ed elegante. Olfatto di pesca e albicocca non matura, poi polline, fino, roccia, mandorla fresca, verbena e scorza di limone. Sontuoso al sorso, ma potenza ed eleganza non sono un ossimoro per questo vino dalla chiusura tersa, calda e profonda. Ottimo già ora ma va atteso qualche anno. Elegante

FCO Friulano 2018: giallo oro il colore, si percepiscono note di pesca gialla, fiori di campo, minerale. Ingresso molto saporito e potente, sapido fin dal centro-bocca, a compensare una certa untuosità una sorprendente freschezza “pulente”. Chiude appena amaricante su ritorni di nocciola e rosmarino. Energico

FCO Friulano 2016: fiori gialli, balsamico, nespola, nocciola al naso. Al sorso il vino è caratterizzato da ampiezza e sapore, estremamente equilibrato con alcol gestito magistralmente, succo e progressione per un vino molto appagante e gastronomico. Chiusura sapida e rocciosa. A bicchiere fermo una curiosa nota di uva fragola. Armonico

FCO Friulano 2011: alla frutta gialla, anche tropicale (mango), si affiancano note mentolate, di spezie e rosmarino. Bocca morbida ben supportata da sapidità e freschezza, con note tostate in chiusura che, pur senza eccessi, riportano all’utilizzo della barrique. Moderno

FCO Friulano Buri 2007: ancora uno splendido giallo dorato il colore. Profumi di frutta matura, finocchietto, tarassaco e note balsamiche. Sorso di grande opulenza, stratificato, saporito, lunghissimo. Legno integrato alla perfezione in una materia eccellente. Il vino che è piaciuto di più alla platea di degustatori. Perfettamente in beva e con molta vita davanti. Aristocratico

FCO Friulano Buri 2006: il vino bianco più vecchio presente alla verticale che, a mio avviso, lungi dall’essere all’apice, risulta invece perfettamente risolto. Naso di roccia, fiori gialli appassiti, fieno, uva passa, miele di acacia… Bocca ampia e potente, saturante il sapore in quanto a intensità e allungo, eccezionale nella sua integrità. Chiude su un entusiasmante finale di scorza d’arancia. Immortale

Diego Mutarelli
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Ty…..go 2015 – Nusserhof (Heinrich Mayr)

I vini di Nusserhof – azienda biologica di soli 4 ettari vitati nei pressi di Bolzano – riescono a coniugare eleganza, facilità di beva e complessità come pochi altri. Non fa eccezione neppure questo teroldego, ottenuto da fermentazione spontanea in acciaio per seguire poi un affinamento di 20 mesi in legno e 25 mesi in bottiglia. Solo 850 le bottiglie prodotte, la reperibilità dunque non è così semplice…ma la qualità del bicchiere vale lo sforzo!

Il colore è un rosso rubino compatto con profondi riflessi bluastri.

I profumi sono di una complessità raramente percepita: si parte su note di frutta scura (more), poi arriva il floreale (peonia), e quindi in successione ginepro, legna arsa, pepe, liquirizia, tamarindo e qualche cenno balsamico…

L’entrata è calda e carezzevole, di un certo volume, la ricca materia fruttata satura il palato…eppure ad un ingresso morbido fa da contrappunto uno sviluppo fresco e verticale, che dona profondità e dinamica al sorso. Un’inattesa acidità agrumata ed un tannino fine e saporito accompagnano il vino in un finale di grande eleganza.

È stato abbinato con successo ad un filetto di maiale alla senape.

Plus: vino di grande personalità che sorprende e conquista, non cerca l’equilibrio a tutti i costi eppure trova armonia anche nei contrasti. E tutto ciò rende la beva imprevedibile e originale.

Diego Mutarelli
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Champagne non dosé “La Cave” – Tristan Hyest

Non tutti sanno che, a volte, alcuni produttori di Champagne – soprattutto i più piccoli e dinamici – confezionano per distributori, rivenditori o importatori fedeli, delle cuvées personalizzate nel dosaggio o nell’affinamento. É il caso del vino di cui ti parlo oggi, prodotto da Tristan Hyest espressamente per la bella enoteca Tregalli di Senigallia.

Spendo volentieri due righe sull’enoteca Tregalli: se passate a Senigallia andate assolutamente a conoscere di persona Andrea Ruggeri e la moglie, appassionatissimi di bollicine francesi e importatori di champagne dal prezzo davvero centrato. Sempre in zona non mancate neppure una sosta gourmet dal Clandestino di Moreno Cedroni, location da lacrime ed ottimo menù.

Torniamo allo champagne che abbiamo nel bicchiere. Si tratta di un assemblaggio di meunier (60%), chardonnay (30%) e pinot noir (10%), con un 40% di riserva Solera. Sboccatura 03/22, quindi assai giovane, produttore oggi in grande ascesa e molto chiacchierato, onestamente altre cuvées assaggiate recentemente non mi avevano così convinto, questa è invece davvero interessante: naso gessoso ma soprattutto “terroso” da meunier, con note di lievissima ossidazione, bocca molto tirata di bella materia e profondità (grazie alla Solera), torna la sensazione terrosa, il sorso è sgrassante, ha ancora diversi anni davanti per esprimersi al meglio.

Da abbinare a dei tagliolini ai porcini o perché no, spaziamo nel far east, ad un’anatra pechinese fatta come si deve (fortunatamente questo splendido piatto ormai si trova anche in Italia).

Gregorio Mulazzani
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Un poetico vino bianco dalla Savoia

I lettori più attenti sanno che Vinocondiviso parla spesso della Savoia e dei suoi vini. Un misto di curiosità, caso e serendipità, ci hanno portato ad assaggiare con regolarità i vini di questa regione dell’altra Francia, quella lontana dai riflettori e meno frequentata dagli appassionati italiani.

Oggi parliamo del Domaine des Côtes Rousses, giovane ma già affermata azienda che non ci risulta ancora importata in Italia. Si tratta di una realtà che coltiva 6 ettari su pendenze dal 15% al 45%, dunque non meccanizzabili, biologica certificata, segue i principi della biodinamica in vigna e una filosofia che potremmo definire naturale in cantina.

I vitigni coltivati sono principalmente i più importanti vitigni autoctoni della Savoia, ovvero jacquère, altesse e mondeuse. Oggi parliamo del loro vino ottenuto da una parcella di jacquère posto a un’altitudine di 580 metri.

AOP Vin de Savoie Jacquère “Armenaz” 2020 – Domaine des Côtes Rousses

Giallo paglierino con luminosi riflessi dorati. L’olfatto è delicato e seducente, richiede attenzione e ascolto e rivela note dapprima di fiori dolci (gelsomino, fiori di tiglio) per poi, in sequenza, dispiega mille altre sfumature di minerali (roccia spaccata, cenni di idrocarburi), clorofilla, pesca bianca, torrente montano… Non sta mai fermo e per il degustatore è divertente seguirlo nello sviluppo degli aromi in un quadro di grande compostezza.

La bocca è leggera (11%), esile (absit iniuria verbis), in ingresso la freschezza agrumata la fa da padrona, ma senza alcuna nota cruda, il sorso è succoso e profondo, abbastanza rapido nello sviluppo che porta ad una chiusura sapida e minerale.

Plus: vino che rappresenta benissimo le caratteristiche del vitigno jacquère, semplice e floreale, con un’interpretazione che ha il coraggio di lasciarlo così com’è, senza alcun orpello e senza il bisogno di cercare materia e polpa laddove, per caratteristiche di vitigno e altitudine, non è possibile. Il vino risulta in qualche modo poetico, ci ha ricordato, come stile e linguaggio, i migliori freschi millesimi di Edmond Vatan e del suo Sancerre “Clos la Néore”.

Diego Mutarelli
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Champagne Les Rachais 2012 – Francis Boulard & Fille

Sempre convincenti gli champagne Francis Boulard & Fille. Da qualche tempo Francis, ritiratosi in Normandia a fingere di fare il pensionato, ha lasciato il timone all’altrettanto talentuosa figlia, Delphine.

Siamo ai piedi della “Montagne” de Reims, quindi fuori zona classica Côte des Blancs, i Boulard sono stati tra i pionieri del biologico/biodinamico; la figlia ha portato sicuramente più pulizia e definizione ai vini, seppur ottimi, del padre. Sempre lunghissime le permanenze sui lieviti (a differenza di altri “furbetti” che sono tanto di moda ora con prezzi osceni e due anni, se va bene, di permanenza sui lieviti) quest’annata 2012 è stata sboccata a giugno 2021, un’unica vecchia vigna di chardonnay su suolo siliceo/calcareo con fermentazione malolattica svolta. Al naso molto complesso si sente la “terrosità nobile” della zona, lieve ossidazione controllata, con l’aereazione escono fuori poi sentori di agrumi canditi, gesso, anice, cedro. In bocca è potente, pieno, non certo uno Champagne da sushi, qui ci vogliono conigli, fagiani, funghi, insomma piatti invernali e strutturati.

Gregorio Mulazzani
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Château Pape Clément, la storia di un Papa a Pessac

Per concludere il nostro breve viaggio nei territori bordolesi, dopo essere stati a Saint-Émilion e a Sauternes, abbiamo deciso di visitare la più antica tenuta di Bordeaux, nelle Graves, a Pessac: Château Pape Clément.

La prima vendemmia risale addirittura al 1252, sotto le insegne del Domaine de la Mothe. Nel 1299 il domaine era posseduto da Gaillard de Goth e suo fratello Bertrand, arcivescovo di Bordeaux, che fu raggiunto dalla notizia della sua elezione a Papa (non era neppure cardinale) mentre si trovava nella tenuta. Divenne Papa con il nome di Clemente V. Nel 1306, alla morte del fratello, il papa Clemente V divenne unico proprietario della tenuta, rinominata Château Pape Clément.

Oggi è guidata da Bernard Magrez, uomo d’affari grande appassionato di vino, proprietario di ben 40 aziende vinicole nel mondo. La mano dell’imprenditore si vede nei grandi investimenti effettuati in vigna e in cantina, ma anche nell’accoglienza gestita con professionale meticolosità. Una squadra di addetti riceve i numerosi visitatori (gruppi da 20 persone) nello shop dell’azienda. Da lì la visita, gratuita ma su prenotazione, si dipana in vigna, poi in cantina e infine nella sala degustazione.

Ecco i vini che abbiamo degustato:

Graves Rouge L’Âme de Pape Clément 2019 – Château Pape Clément

É il terzo vino dell’azienda, viene dopo ovviamente il Grand Vin (che degustiamo poco sotto) e il Clémentin rouge. Per questo vino la raccolta delle uve è meccanica, effettuata la notte per preservarne la freschezza. Fermenta e affina in inox, a parte il 10% della massa che sosta 15 mesi in barrique. Il blend è composto da merlot in maggioranza (48%) con saldo di cabernet sauvignon (35%) e cabernet franc (17%). Vino che parte su sensazioni dolci di frutta matura (cassis, more), ma anche qualche raffinata nota floreale, poi balsamico, pepe nero e legna arsa. Bocca calda e intensa, l’alcol è comunque ben gestito, tannino affusolato e chiusura di bocca con la giusta freschezza e qualche ritorno vegetale. Vino ben confezionato e di ingresso, per cui però non avrei speso in etichetta il riferimento addirittura all’anima di un Papa! (20 €)

Médoc 2016 – Château Les Grands Chênes

Assaggiamo il vino di questa azienda del Médoc, sempre di proprietà di Magrez. Ottenuto da merlot (60%) e cabernet sauvignon. Vendemmia manuale e affinamento in barrique (60% di legno nuovo) per 18 mesi. Al naso è piuttosto ricco e dolce tra note di cioccolato al latte e prugna, cannella e torrefazione, quindi cioccolatino Mon Chéri. A discapito di un naso così barocco, la bocca è invece composta, lo sviluppo soave e il tannino carezzevole, in chiusura esce la parte sapida ed un leggerissimo e piacevole grip tannico. (18 €)

Pessac-Léognan Grand Cru Classé de Graves 2016 – Château Pape Clément

Con impazienza assaggiamo il Grand Vin, di cui abbiamo ottimi ricordi in annate precedenti. È un vino a cui l’équipe di Magrez dedica la massima cura. La vendemmia è manuale e addirittura la diraspatura è effettuata a mano da decine e decine di addetti! Cabernet sauvignon (56%), merlot (40%) e cabernet franc (4%) che fanno fermentazione e macerazione di 30 giorni in botti grandi per poi passare in barrique, per metà nuove, dove il vino sosta complessivamente 18 mesi. Olfatto che parte sui fruttini sia rossi (ribes), sia neri (mirtilli), poi note più austere di sottobosco, affumicato, grafite e chiodi di garofano. Bocca di classe, volume e ampiezza che però non vanno a discapito dello sviluppo, senza spigoli, concentrazione della materia e armonia nella progressione vanno all’unisono, con tannini elegantissimi. Salata la chiusura con raffinata e lunghissima persistenza fruttata. (90 € – 150 €, a seconda dell’annata)

Pessac-Léognan Blanc Clémentin de Pape Clément 2019 – Château Pape Clément

È il second vin bianco dell’azienda, il Grand Vin bianco è molto reputato oltre che raro. Il vino è ottenuto da sauvignon blanc con sémillon e muscadelle a completare il blend. Fermenta e affina in legno, nuovo in prevalenza, con una piccola parte della massa (10%) in uovo di cemento. Naso che parte netto sugli agrumi (pompelmo, mandarino), salvia, poi qualche tocco esotico di passion fruit e pasta frolla. Sorso di grande energia, l’acidità è vivace e perfettamente integrata nella materia. Chiusura tersa e pulita, vino molto piacevole e lontano dal vecchio canone del Bordeaux blanc tutto grassezza e note boisé. (45 €)

Diego Mutarelli
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Château Raymond-Lafon: grandi Sauternes dal 1850

Quando iniziai a interessarmi di vino, una delle denominazioni che mi colpirono maggiormente fu senza ombra di dubbio l’appellation di Sauternes. Vini dolci che venivano ottenuti dalla fermentazione di grappoli colpiti dalla cosiddetta “muffa nobile”, originata da un fungo, la botrytis cinerea, che miracolosamente arricchiva e concentrava aromaticamente il vino, invece di rovinarlo irrimediabilmente. Ricordo ancora che il primo Sauternes lo assaggiai accompagnato da un crostino di pane noci e fichi, con un formaggio erborinato e miele.

Mi tornano in mente questi ricordi non appena sorpasso il torrente Ciron, corso d’acqua che gioca un ruolo fondamentale nel creare la giusta umidità autunnale per permettere al benefico fungo di attecchire.

Château Raymond-Lafon fu fondata nel 1850, solo cinque anni prima della classificazione del 1855, e per questo, essendo troppo giovane (!) non fu ricompreso ufficialmente nel classement dei cru di Sauternes e Barsac. Ma la fama dello Château non ne risentì, tanto che il Sauternes Raymond-Lafon per molto tempo spuntò quotazioni molto vicine ai mostri sacri della denominazione. C’è da sottolineare che negli anni ’70 lo Château fu rilevato da Pierre Meslier, storico direttore generale di Château d’Yquem. Ancora oggi l’azienda è gestita dalla famiglia Meslier e, Jean-Pierre, figlio del primo proprietario, mi sta aspettando per accompagnarmi in vigna.

Attualmente l’azienda possiede 16 ettari, 80% vitati a sémillon e 20% a sauvignon blanc. Pierre Meslier mi spiega che il sauvignon apporta una bella aromaticità ma lo definisce un “fuoco di paglia”, intenso ma corto, mentre è il sémillon che fornisce struttura e capacità di evoluzione e tenuta nel tempo (“fuoco di brace”). Ci trasferiamo poi in cantina e mi parla del millesimo che assaggeremo, il 2019. Un’annata che climaticamente non è stata semplice, soprattutto in agosto e settembre, con temperature eccessive fino a 42°. Le rese ne hanno risentito perché alcuni acini sono stati completamente seccati dal sole, ma fortunatamente la botrytis ha attaccato i rimanenti acini ben maturi. La vendemmia è stata fatta in 6 passaggi ripetuti, al fine di cogliere solo i grappoli più idonei, tra il 23 settembre e il 29 ottobre. L’affinamento prevede due anni di barriques nuove.

Sauternes 2019 – Château Raymond-Lafon

Oro antico il colore. L’olfatto è ricco, suadente ma elegante, un bellissimo mix di frutta tropicale (mango, ananas) e agrumi (pompelmo e scorza di cedro), ma anche sensazioni più dolci di torroncino e crème brûlée accompagnate da nuances di fiori di tiglio. Il sorso è di grande equilibrio, ricco ma non barocco, la dolcezza (133 grammi/litro) in ingresso accarezza e fodera il palato, ma è subito rintuzzata da una elegante freschezza che supporta lo sviluppo e approfondisce il sorso. Un Sauternes molto buono e non troppo possente, almeno a giudicare da questo millesimo, ricco di sfaccettature e che chiude sapido su ritorni agrumati. A bicchiere vuoto una sorprendente nota di confettura di prugna.

Attenzione, il Sauternes, e questo in particolare, non è un vino da dessert. Darà soddisfazione sia con gli antipasti (la classica terrina di foie gras, ma localmente i più intrepidi giurano persino con le ostriche!), con i formaggi erborinati oppure con i secondi di carne speziati e orientali (anatra all’arancia, filetto di maiale al miele, pollo ruspante con castagne…).

Diego Mutarelli
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Château Valandraud: l’epopea del “vin de garage” divenuto Premier Grand Cru Classé

Una recente visita nel territorio bordolese ci ha permesso di conoscere da vicino una vera e propria leggenda del vino. Infatti, l’incredibile storia di Château Valandraud non può lasciare indifferente nessun wine addicted…

L’epopea è nota e qui la riassumiamo per sommi capi: ad inizio anni ’90 un bancario appassionato di vino, di nome Jean-Luc Thunevin, insieme alla moglie Murielle Andraud, decide di produrre un grande vino a Saint-Émilion. Parte da una parcella di poco più di mezzo ettaro e inizia a vinificare nel proprio garage. Qualche anno di esperienza in annate piuttosto difficili e poi, non appena arriva l’annata buona, la 1995, il vino viene spedito a Robert Parker che gli affibbia uno score superiore a quello di Pétrus.

Da quel momento in poi il mondo si accorse Jean-Luc Thunevin, che ispirò in tutto il globo altri viticoltori con poca vigna e molte idee: era nato il concetto di garage wine.

Da allora ad oggi di strada ne è stata percorsa molta e, nonostante il garage sia ancora ben presente e in parte utilizzato, Château Valandraud è divenuto Premier Grand Cru Classé B nel competitivo e irrequieto classement di Saint-Émilion. Questa graduatoria, a differenza dell’immutabile classement del 1855 della riva sinistra, è messa in discussione ogni 10 anni e a settembre di quest’anno sapremo se la saga di Thunevin riuscirà a completarsi, raggiungendo il vertice della gerarchia, ovvero il gradino di Premier Grand Cru Classé A.

Oggi Thunevin è un Gruppo composto da una società dedicata alla commercializzazione di vini della Rive Droite, 5 shop nell’incantevole borgo di Saint-Émilion, un hotel e differenti aziende vitivinicole oltre a Château Valandraud.

Visitare dunque questa realtà è stato un grande privilegio, non solo per farsi raccontare e in parte rivivere questa storia irripetibile e recarsi presso l’innovativa cantina appena aperta al pubblico, ma anche per assaggiare vini che nel tempo hanno subito un’evoluzione interessante pur non rinnegando lo stile e il protocollo Thunevin. Questo “bad boy” (cit. Robert Parker) fu infatti il primo ad applicare una ricetta fatta di vendemmia verde, bassi rendimenti, defogliazione, raccolta di uva perfettamente matura e cernita in vendemmia dei soli grappoli assolutamente sani. La cura maniacale in vigna è accompagnata da abbondante utilizzo di barrique nuove in affinamento.

I primi Valandraud furono vini scioccanti, estremi, ma anche innovativi, caratterizzati dal frutto denso e dolce e dalle note boisé che tanto piacevano Oltreoceano.

Ci chiedevamo: “come saranno i vini oggi?”. Non sono cambiati infatti solo i consumatori, che privilegiano vini equilibrati ed eleganti, ma anche il clima (ahinoi). La maturità del frutto non è più un problema, neppure a Bordeaux, ed oggi molti produttori proteggono le uve dal troppo irraggiamento (altro che defogliazione!).

Anticipiamo la risposta, che verrà poi meglio avvalorata dalle sintetiche note di degustazione che seguono, perché siamo stati piacevolmente sorpresi. I vini Valandraud – non solo il Grand Vin ma anche gli altri vini dello Château e delle aziende del Gruppo – sono infatti sì vini ricchi di frutto dolce, ma con dinamica ed estrema eleganza. Come i migliori vini di Saint-Émilion sono liquidi carezzevoli, morbidi, potenti ma delicati nello sviluppo. Pugno di ferro in guanto di velluto, anzi di seta.

I vini degustati

Saint-Émilion Grand Cru “Virginie de Valandraud” 2016 – Château Valandraud

Ottenuto da merlot, cabernet franc, cabernet sauvignon, malbec e carmenère si presenta rosso rubino compatto e molto sul frutto maturo (prugna, lamponi), seguono interessanti note balsamiche, di legna arsa, sottobosco e cacao. Bocca soave, ampia e morbida, dal tannino sottile. Ritorni di cioccolato fondente e frutta. 20 mesi di barrique nuove.

Si tratta di un vino sensuale e accattivante, non entusiasmerà gli amanti delle sferzate acide ma risulta, nel complesso, equilibrato, elegante e gustoso. (30-40 €)

Saint-Émilion Grand Cru Clos Badon 2016 – Thunevin

Merlot e cabernet franc in parti uguali. Clos Badon è vinificato ancora nel garage da cui tutto ebbe inizio. Parte sul frutto (cassis), ma anche note più intriganti di camino spento. Bocca di ottima fusione e ampiezza, tannino ben presente ma dolce, nessuna sfacciata nota da legno. Vino di grande interesse che vale quello che costa e che promette un’interessante evoluzione in bottiglia. (40 € circa)

Pomerol 2015 – Le Clos du Beau-Père

Ci spostiamo a Pomerol, qui il merlot sale al 90%. Naso in cui si avverte di più l’affinamento in legno nuovo, con la vaniglia e il cioccolato ad accompagnare la prugna della California. La bocca è meno setosa dei due assaggi precedenti, con acidità e tannini più presenti a sostenere una materia ricca e densa. Sapido in chiusura. (40-50 €)

Saint-Émilion Grand Cru 2017 – Château Soutard-Cadet

Da una vecchia vigna di merlot di poco più di 2 ettari, al cui interno si trova anche qualche vite di cabernet franc. Naso voluttuoso di lamponi maturi, cioccolato, cuoio…intenso e concentrato al sorso, ma di grande eleganza. Ritorni di liquirizia dolce. (40 € circa)

Saint-Émilion Premier Grand Cru Classé 2016 – Château Valandraud

Eccolo qui il vino che ha reso famoso Valandraud. Maggioranza di merlot (90%) con cabernet franc e cabernet sauvignon a saldo. Sa di ciliegie, lamponi, chicco di caffè, liquirizia, mineralità scura (grafite)…sorso morbido e succoso, rotondo e ricco, con legno gestito molto bene. In chiusura un tannino fitto ma fine fornisce grip ed allungo. Persistenza infinita ma carezzevole. (oltre 200 €)

Saint-Émilion Grand Cru 2006 – Château Valandraud

100% merlot in questa annata, colore rubino che schiarisce sull’unghia a tradire una certa evoluzione, naso meno bombastico del precedente e più aristocratico: prugna disidratata, sottobosco, corteccia, spezie (cardamomo)…bocca scorrevole ma dal tannino più presente nonostante l’evoluzione maggiore in vetro (la 2006 non è stata un’annata semplice). Sapida e lunga la chiusura.

Bordeaux Blanc “Virginie de Valandraud” 2019 – Château Valandraud

L’appellation Saint-Émilion è rossista, ecco dunque che Thunevin, il bad boy, deciso a produrre un grande bianco, è costretto ad abbracciare la “semplice”  denominazione Bordeaux blanc. Ottenuto da sauvignon blanc, sémillon e sauvignon gris il vino parte su vegetali accompagnate da frutta tropicale, bocca semplice e di buona scorrevolezza. Un vino ben fatto ma non emozionante. (40 €)

Bordeaux Blanc “Virginie de Valandraud” 2014 – Château Valandraud

Più interessante questo millesimo invece, con il sauvignon a marcare meno il quadro aromatico, fatto in prevalenza da albicocca fresca e qualche fine nota vegetale. Fresco e profondo, sapido e terso.

Bordeaux Blanc 2017 – Château Valandraud

Il Grand Vin bianco ha una marcia in più in termini di eleganza e allungo. Intrigante mix di sentori vegetali, agrumati e affumicati il tutto accompagnato da spezie orientali. Ad un naso complesso e cangiante fa da contraltare una bocca acida e mobile, che si sviluppa in profondità lasciando in chiusura richiami di frutta tropicale. (60 € circa)

Diego Mutarelli
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