Visita nei Colli Orientali del Friuli: Sassocorno

Qualche giorno fa abbiamo parlato, qui sul blog, dell’evento di presentazione delle guida Slow Wine 2027. In quell’occasione avevamo assaggiato un ottimo vino bianco di Sassocorno, una realtà relativamente recente nata nel 2018 in quel di Corno di Rosazzo (UD). La curiosità di conoscere da vicino gli artefici di questo vino e di scoprire il resto della gamma ha fatto il resto e, in pochissimi giorni, abbiamo organizzato una visita esplorativa che condividiamo, come sempre, su queste pagine!

Ci troviamo nei Colli Orientali del Friuli, l’azienda nasce ad opera di Stefano Poser e Francesca Ius. Gli ettari vitati sono 6 e si sviluppano su tre corpi principali. A Corno di Rosazzo, nei pressi dell’azienda, si trovano gli impianti recenti (2018), mentre a Rocca Bernarda e a Rosazzo si trovano le due vigne più vecchie (impianti degli anni ’70, anche se non mancano piante molto più vecchie). I vitigni sono in grande prevalenza gli autoctoni friulani e l’impostazione potremmo definirla post naturale. L’azienda è infatti biologica certificata ma non si accontenta certo di questo, grande attenzione è posta sulla salubrità del suolo e delle piante, con pratiche tipiche dell’agricoltura rigenerativa come il sovescio e l’introduzione delle api per favorire la biodiversità. In cantina le fermentazioni sono spontanee e l’utilizzo dell’anidride solforosa, solo in imbottigliamento, viene fatto solo quando necessario e nelle minime quantità richieste dall’annata. Le fermentazioni sono effettuate in acciaio o cemento mentre gli affinamenti in botti di legno di varie capacità (dai 500 ai 1500 litri). Nessuna chiarifica o filtrazione ovviamente.

Stefano Poser, medico dello sport oltre che vigneron, ci ha proposto, e noi naturalmente abbiamo accettato, qualche interessante assaggio da botte. Siamo partiti dal Blancut 2026, un uvaggio di friulano, malvasia istriana, ribolla gialla e un po’ di riesling. Si tratta di un bianco dal breve affinamento che non vede legno, potremmo dire che fa parte della linea dei “vini d’annata”, ci ha sorpreso per un naso già ben definito, che si muove tutto su toni delicatissimi di frutta bianca e fiori accompagnati da qualche nota più dolce, sorso fresco e di ottima profondità per un vino di grande beva e “finto semplice”. Sempre da botte abbiamo assaggiato il vino atto a divenire il rosato Eresia 2026, vino dal nome provocatorio per la scarsa presenza di rosati in Friuli, e che è ottenuta da una pressa diretta ed immediata svinatura di uve refosco dal peduncolo rosso e schioppettino, vino che al momento è molto chiaro al colore e che abbiamo trovato in divenire, difficile da giudicare in questa fase anche se oggi ricorda più un bianco profumato che un rosato, ma attendiamolo in bottiglia. IlNeri 2026 è anch’esso un uvaggio fresco e immediato di varietà a bacca rossa quali franconia, refosco, merlot e cabernet; il vino risulta goloso di frutti di rovo (more), succoso, immediato e dal tannino presente e soffice in chiusura. Promette molto bene lo Schioppettino 2025, in questa fase il naso è sul lampone e il pepe, la bocca è già disponibile e dolce di frutto, l’ulteriore affinamento prima della messa in commercio fornirà grip e complessità aggiuntive, ne siamo certi. Grande curiosità per l’assaggio del vino più recente dell’azienda, ovvero di quello che sarà il Pignolo 2026, vitigno che ha bisogno di anni per assestare la sua carica tannica e che abbiamo assaggiato ancora imberbe con un certo timore (come si dice in questi casi “infanticidio enologico!”). Il vino è compatto, serrato, di grande prorompenza e freschezza quasi agrumata. Vino che siamo impazienti di assaggiare quando sarà messo in commercio ma ci vorrà qualche anno di pazienza…

Ci siamo poi trasferiti nell’accogliente sala di degustazione per assaggiare qualche vino della gamma attualmente in commercio. E, lo diciamo subito, abbiamo avuto conferma delle impressioni ricavate sia al banco di assaggio di Slow Wine sia ora in occasione dell’assaggio dei vini in affinamento, ovvero di una “manico” che in cantina accompagna l’uva senza volerla stravolgere (anche per le vinificazione in rosso dei vitigni bianchi!), la ricerca è quella di vini eleganti, con freschezza sempre presente, e con gestione del legno ed estrazione dei tannini di grande perizia.

Il Badie 2023 (anteprima da botte, il vino deve ancora essere imbottigliato), tocai giallo da vigne vecchie che macera, diraspato ma con acini interi, per 2 settimane, è un vino a nostro gusto strepitoso. Ci è sembrato persino superiore al Badie 2022 premiato da Slow Wine. Un vino che suggeriamo a tutti quelli che “la macerazione in un vino bianco omologa e appesantisce la beva“. Il rosato Eresia 2025 invece si esprime principalmente sugli aromi floreali, il sorso è delicato ma la chiusura profonda e sapidissima.

Grande sorpresa il Verduzzo 2021 ottenuto da filari sparsi in un vigneto piantato negli anni ’70. Anche in questo caso la vinificazione è “in rosso”, ovvero con macerazione per 2 settimana dell’uva diraspata ad acino intero e affinamento in legno di acacia e rovere per 4 anni. Vino color ambra, vinificato secco (piuttosto raro per un verduzzo), un naso complesso di miele, gelsomino, mela cotta, uva passa, scorza d’arancia, fieno…il sorso è saporito, dal tannino fitto e dal sale che non molla il palato e la lingua. Vino che colpisce nel segno e che, parole di Stefano Poser, troverà il suo abbinamento perfetto con l’anatra all’arancia.

Che dire poi dello Schioppettino 2023? Chi scrive ha un debole per il vitigno, di cui abbiamo parlato spesso su queste pagine, e quello di Sassocorno non sfigura tra i migliori interpreti dei Colli Orientali. Naso di pepe rosa, ribes, anguria. Sorso di grande acidità, verticale e profondo nello sviluppo, lunghissimo seppur con un tannino soave. Potenza senza peso.

Da ultimo il Merlot 2020, ottenuto da una vigna del 1973 dalla resa bassissima, affinamento in legni di varie capacità per 4 anni. Un merlot che colpisce per la sua vena prepotentemente minerale, i fruttini di bosco, una nota balsamica e un curioso sentore che ricorda il tamarindo. Sorso materico ma anche freschezza, tannino fitto e sottile, lungo.

Abbiamo acquistato qualche bottiglia da degustare con calma, magari provando qualche abbinamento con il cibo tra quelli suggeriti da Stefano Poser. Ci ripromettiamo di parlarne e condividerne le impressioni qui sul blog, ma la sensazione è che i Colli Orientali del Friuli abbiano trovato un nuovo interprete da seguire con attenzione!

Diego Mutarelli
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Presentazione Slow Wine 2027: il vino italiano in vetrina

Il 17 ottobre Milano ha ospitato la presentazione della Guida Slow Wine 2027. Presenti 450 produttori per circa 900 vini in assaggio. Impossibile degustarli tutti ma ci siamo impegnati per assaggiare i vini premiati dalla guida cercando di coprire tutto lo Stivale e le tipologie più importanti, senza tralasciare qualche incursione in territori o produttori meno noti.

Complesso, in assaggi “da fiera” come questi, fare un resoconto tecnico, ma ci teniamo a portare in evidenza i vini che più ci hanno colpito. E non è stato facile selezionarli, il livello medio dei vini è stato infatti molto elevato, a dimostrazione che il vino italiano ha ormai raggiunto livelli qualitativi molto rilevanti.

I nostri colpi di fulmine

In Friuli Venezia Giulia quest’anno ci ha colpito il Venezia Giulia IGT “Badie” 2022 di Sassocorno, interessante azienda sita in Corno di Rosazzo e ottenuto da vigne centenarie di tocai giallo (friulano), un vino che fermenta spontaneamente e rimane a contatto con le bucce per due settimana, il risultato è quello di una naso molto intrigante e complesso, che sa di roccia, uva passa, spezie, fiori…sorso potente e di eccezionale eleganza. Sicuramente tra i vini bianchi che più ci hanno impressionato nel corso dell’evento.

Rimanendo sui vini bianchi non possiamo non citare il verdicchio, ci ha impressionato in particolare la versione di Matelica di Casa Lucciola, con il suo Verdicchio di Matelica Riserva “Notte di Casa Lucciola” 2021, vino dal naso ammaliante di frutta bianca e anice con spezie in formazione, di grande freschezza al sorso e ottima lunghezza. Vino prospettico che evolverà positivamente per qualche lustro.

Sui vini rosati l’anno scorso, come potrai leggere nel post che avevamo pubblicato, ci colpì un grande Cerasuolo d’Abruzzo. E quest’anno ci ha colpito un nuovo interprete nella medesima tipologia. Si tratta di Caprera, azienda agricola che si trova a Pietranico (PE) e che ha presentato un vino ottenuto da una piccola vigna di 90 anni che collocata nel Parco Nazionale del Gran Sasso. Parliamo del Cerasuolo d’Abruzzo “Sotto il Ceraso” 2024, rosato chiaro e luminoso il colore, naso di un’eleganza fruttata tra ciliegia e fiori che solo i migliori della tipologia possono vantare, la bocca è fresca, profonda, verve acida elettrica, sottile e sapida la chiusura.

Sui vini rossi il discorso si fa molto più ampio. Come lecito attendersi tra i vini migliori c’è molto Piemonte e, quest’anno, moltissima Toscana. Partiamo però dalla Valtellina, che ci ha colpito con il Valtellina Superiore Inferno 2024 di Marco Ferrari dal frutto goloso epperò intrigante nella sua mineralità, con un tannino magistrale allo stesso tempo fitto e cremoso. Non da meno l’Etna Rosso 2024 di Tenuta delle Terre Nere sapido e profondissimo, vino da bere ora ma che darà soddisfazioni ancora per molto.

La Toscana quest’anno ha inanellato moltissimi grandi vini, e chissà quanti altri non ne abbiamo assaggiati. Partiamo dal vino più fine, elegante e contemporaneo di tutta la manifestazione, il vino dell’azienda biologica e biodinamica di Radda in Chianti Tenuta di Carleone, il suo “Il Guercio” 2024, sangiovese in purezza che abbiamo bevuto con soddisfazione più volte, ci sembra che in quest’annata sia un vero capolavoro. Naso molto raffinato di fiori, fruttini rossi e spezie, sorso pieno di sapore ma leggero di alcol (12,5%), vino di personalità e grazia. Rimanendo nei territori del Chianti Classico, da sottolineare anche le prestazioni del Chianti Classico Riserva “Caparsino” 2022 di Caparsa agrumatissimo e dalla bella trama tannica; e dei due vini presentati da Monteraponi, ovvero Baron’Ugo 2021 e il prestigioso (e costoso) Chianti Classico Gran Selezione Bragantino 2021, due vini deliziosi, più sul frutto il primo, più prospettico il secondo, ma entrambi con un radioso futuro. Pure Montalcino e dintorni ha messo in mostra i suoi campioni, a partire da un clamoroso Brunello di Montalcino 2021 di Gianni Brunelli – Le Chiuse di Sotto, con tanti fiori ed agrumi ed un sorso fitto e sapido di grande freschezza. Non da meno il Brunello di Montalcino Riserva “Diecianni” 2016 – Le Chiuse con un olfatto che richiama la peonia e la viola, il frutto delle marasche, spezie, sorso pieno ed energico, soave e lunghissimo. Si confermano su grandi livelli sia il sempre affascinante Brunello di Montalcino “Passo del Lume Spento” di Le Ragnaie nel millesimo 2021 sia il Brunello di Montalcino “A.D. 1441” 2021 di Castello Tricerchi fresco e agrumato. Come ultimo vino toscano ci fa piacere segnalare Sassicaia 2023, vino da sempre divisivo per molti appassionati che invece scommettiamo che in questa versione possa accontentare tutti, con un frutto rosso in bella evidenza, spezie e balsami fini, dal sorso fresco e dal tannino fitto ed elegante.

In Piemonte eravamo curiosi di assaggiare i molti Barolo della non semplice annata 2022. E siamo rimasti positivamente sorpresi, con alcuni produttori che hanno saputo ottenere il meglio anche in questo millesiamo. Segnaliamo il Barolo “Vigna Rionda” 2022 di Guido Porro che sa di frutta rossa, fiori appassiti, ma anche moka e sangue ed ha uno sviluppo armonico e di golosa dolcezza fruttata. Bella performance anche quella del Barolo “Le Coste di Monforte” 2022 di Lalù dal naso delicato e dinamico e dal sorso fitto ma dolce, di ottima acidità e lunghezza. Segnaliamo anche il Barolo “Sarmassa Vigna Merenda” 2022 di Scarzello, dal naso ammaliante e il Barolo “Brea Vigna Ca’ Mia” 2022 di Brovia dal sorso pieno e fitto con una materia sontuosa. Gli ultimi due vini piemontesi che ci siamo segnalati sul taccuino dei migliori sono dell’annata 2020. Il Barbaresco “Montefico” Vecchie Viti di Roagna dal naso seducente a cui fa da contraltare un sorso serrato e fitto ancora da attendere. Il Barolo Monvigliero Riserva 2020 di Castello di Verduno con un olfatto che spazia dalle fragole alle radici e chiude lungo con un tannino dolce e fitto.

Abbiamo degustato anche altri vini che per ragioni di spazio non riportiamo in questo post ma che ci hanno colpito positivamente e che meriterebbero una citazione. Possiamo farlo nei commenti.

Eri presenti alla degustazione? Quali altri vini ti hanno colpito?

Diego Mutarelli
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Chianti Classico Doccio a Matteo, 20 anni e non sentirli

Lo scorrere del tempo modifica i vini inesorabilmente. I fenomeni di ossidoriduzione producono nel vino un’evoluzione affascinante i cui effetti sono difficilmente prevedibili. Naturalmente, sappiamo bene che per alcuni vitigni o denominazioni di origine il tempo scorre meno rapidamente, l’evoluzione è lenta e costante, senza portare ad un decadimento immediato del “liquido odoroso”. Ci sono persino tipologie di vini che è un peccato aprire troppo presto e richiedono necessariamente un certo periodo di affinamento.

Il vino che condividiamo oggi dimostra, una volta di più, come il sangiovese sia un vitigno che possa, ed anzi richieda, se sapientemente vinificato, un cospicuo affinamento per dare il meglio di sé. Abbiamo stappato, a 20 anni dalla vendemmia, il Chianti Classico Riserva “Doccio a Matteo” di Caparsa. L’azienda si trova a Radda in Chianti e nasce nel 1965 ad opera di Reginaldo Cianferoni, ma è con il figlio Paolo che spicca il volo diventando uno dei capisaldi delle aziende artigiane di tutto il Chianti Classico. L’azienda è certificata biologica e alleva circa 12 ettari di vigna per una produzione media di 40.000 bottiglie l’anno.

Chianti Classico Riserva “Doccio a Matteo” 2006 – Caparsa

Il colore è un rosso rubino piuttosto intenso che non ha cedimenti neppure sull’unghia. Primo naso molto sul frutto rosso con ciliegie e lamponi freschi e succosi. Quindi la viola, una nota agrumata, sentori di carne e terra smossa. Il tutto avvolto in una scia minerale scura decisamente intrigante. Il sorso è energico e ampio, ottimo volume e stratificazione, l’acidità è però prorompente, sostiene lo sviluppo del vino e compensa un certo vigore alcolico. Chiude su ritorni di frutta rossa, agrumi e spezie con un tannino non ancora del tutto domo.

Plus: vino che a vent’anni dalla vendemmia risulta ancora scalpitante e goloso, i suoi eccessi giovanili, che qualcuno può scambiare per ruvidezze, iniziano a smussarsi e ingentiliscono il vino che però resta fieramente toscano. Vino che potrà evolvere positivamente per ancora un paio di decenni.

Diego Mutarelli
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Radici Vulcaniche a Randazzo: il carricante secondo Luca Gardini

Il vulcano non smette mai di sorprendere e di chiamare a raccolta chi ama il vino dritto e viscerale.

Il 29 agosto sono stato a Randazzo per la prima edizione di Radici Vulcaniche, una rassegna che ha trasformato le vie del borgo in un teatro del vino etneo.

Oltre 40 delle migliori cantine del territorio si sono riunite per accogliere un pubblico trasversale, fatto di grandi appassionati ma anche di professionisti e tour operator arrivati da USA, Regno Unito, Francia, Belgio e perfino Argentina e Russia, un segno evidente di come l’Etna sia ormai un brand globale capacissimo di attrarre per il suo paesaggio unico e per sua accoglienza.
Infatti, secondo il Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2025 curato da Roberta Garibaldi, la Sicilia si colloca al secondo posto in Italia come destinazione enoturistica prediletta dagli stranieri.
I numeri forniti dall’IRVO parlano chiaro: dal 2012 al 2025 le certificazioni Etna DOC sono cresciute di un mostruoso +771% cifre pazzesche che testimoniano l’interesse attorno a questa terra, ma che ricordano anche quanto sia importante proteggere la qualità e l’identità di ogni singola contrada. Il momento centrale della serata è stata la masterclass interamente dedicata alle sfaccettature del carricante, condotta da Luca Gardini “The Wine Killer”, noto per la sua capacità di individuare e comunicare con passione le eccellenze del mondo vinicolo.

Gardini ha regalato una panoramica graffiante e senza fronzoli sul vitigno bianco simbolo del vulcano.
Tra i tanti spunti mi è rimasta impressa una sua considerazione netta:

l’Etna è l’Etna, l’Etna va spiegata, va collocata, vanno spiegati i punti di forza quindi freschezza, longevità ed eleganza, possiede un territorio assolutamente unico e non ha alcun bisogno di essere paragonato alla Borgogna o ad altre zone mitiche del mondo.

Poi passa alle peculiarità del territorio, fattori irripetibili quali altitudini estreme, sbalzi termici importanti, terreni lavici e una mineralità viscerale che forgiano sorsi inimitabili e dotati di un’identità autonoma e fortissima.

I migliori assaggi (masterclass e banchi)

Dalla batteria di bottiglie degustate in sala ho estratto la mia personale top 3.

Etna Bianco DOC “Arcurìa” 2012 – Graci

L’annata 2012 è la dimostrazione vivente di quanto il carricante ben lavorato sappia sfidare il tempo senza perdere un millimetro di tensione.
Visivamente si presenta di un giallo dorato e luminoso brillante! Al naso apre su uno spettro olfattivo minerale profondissimo dove spiccano pietra focaia, cenere, ma accompagnati da buccia d’agrume essiccata e quei sentori che danno morbidezza quali il miele e lo zafferano.
In bocca il sorso è ancora affilato, profondo e privo di cedimenti.
L’acidità è perfettamente integrata in un vino che con gli anni è diventato centrato in bocca, pieno nella materia con una sapidità quasi salmastra.
Un bianco davvero da bere quasi con le carni grasse per la sua complessità.

Etna Bianco DOC Versante Sud 2021 – Serafica

Dal versante sud dell’Etna un’interpretazione di carricante giocata su grande nitidezza che mi ha sorpreso tantissimo.
Nasce da un vigneto ad alberello piantato sul Monte Arso, un cono vulcanico spento situato a quasi 1000 metri di altitudine con pendenze che superano il 30%.
In questo appezzamento il carricante si unisce a un patrimonio di varietà reliquie autoctone a bacca bianca come minnella, insolia, corinto greco, coda di volpe e bianchetta.
Al naso l’impatto è viscerale, emerge subito una matrice vulcanica segnata da idrocarburo leggero e pietra focaia, accompagnata da buccia di agrume amaro, erbe spontanee della macchia mediterranea e una sensazione iodata ben netta. In bocca il sorso spiazza per la sua doppia anima, l’altitudine regala una spina acida affilata che fende la materia e allunga il sorso, mentre il saldo di uve reliquie dona quel centro bocca polposo e avvolgente che evita al vino di risultare esile o troppo semplice. È un bianco teso, salato, di gran stoffa e con una profondità gustativa che promette un’evoluzione monumentale nel tempo.

Etna Bianco DOC Alta Mora Arrigò 2022 – Cusumano

Giallo dorato luminoso, con un naso elegante e molto fine che verte su sentori agrumati di arancia ed una nota che tende al frutto tropicale come il mango ma sostenuta da cenni floreali delicati di zagara e da una chiara impronta minerale di gesso.
In bocca è fine e vellutato, mostra la spinta tipica del versante nord con un sorso agile, dotato di un’acidità pulita e bilanciato da una buona materia data anche dal lungo affinamento e dal passaggio in botte.
Arrigo è un vino pulito che fa della complessità aromatica il suo punto di forza.

Conclusa la masterclass, il percorso è proseguito tra i banchi d’assaggio per valutare altre produzioni di produttori etnei, trovando varie interpretazioni di nerello mascalese e carricante. Due li ho selezionati per unicità, particolarità e prodotto davvero meritevole.

Tartaraci 2021 – Mirella Buscemi

Spostandoci sul versante Ovest dell’Etna in territorio di Bronte, precisamente in Contrada Tartaraci a 980 metri di altitudine, si trova un vigneto unico e stupefacente che in passato appartenne al celebre ammiraglio britannico Lord Nelson.
Da queste vigne di 90 anni ad alberello nasce il Tartaraci, un rosso d’altitudine a base di nerello mascalese, nerello cappuccio e grenache che si smarca per grazia e nitidezza.
Qui le vigne centenarie ad alberello lavorate da Mirella Buscemi danno vita a un vino che si può dire moderno a tutti gli effetti. Colore rosso rubino traslucido, scarico ma luminoso, con vivi riflessi granato chiaro, mentre al naso l’impatto è balsamico e speziato.
Emergono note di piccola frutta rossa croccante come ribes, una parte speziata di pepe rosa e poi la parte vegetale di macchia mediterranea, seguiti da una traccia vulcanica netta di pietra focaia e quella parte di cipria.
Il sorso è spinto dall’altitudine: è agile, teso, la spalla acida è affilata, i tannini sono finissimi e il finale chiude su una scia sapida e speziata di liquirizia dolce che dona grande pulizia.
Un vino d’autore, schietto e profondamente legato al suo terroir d’origine.

Etna Rosato DOC Contrada Moganazzi “Filologico” 2025 – Verderame

Verderame è un’azienda vitivinicola emergente situata sul versante Nord dell’Etna, con sede a Castiglione di Sicilia.

La filosofia produttiva è incentrata sulla valorizzazione parcellare e filologica delle singole contrade, lavorando con grande rigore artigianale sui vitigni simbolo del vulcano, nerello mascalese e carricante, con l’obiettivo di proporre vini essenziali e territoriali.
Il legame con la Contrada Moganazzi, una delle MGA più vocate, riconosciute e storiche del versante Nord, costituisce il cuore pulsante del progetto.
In questa sottozona, troviamo Contrada Moganazzi Filologico Rosato, al calice si nota subito un rosa tenue buccia di cipolla, con riflessi rame, cristallino e di ottima luminosità.

All’olfatto il vino si presenta con un naso pulito, diretto ed essenziale, apre sulla fragolina di bosco e poi vira sui fiori come la rosa canina, subito affiancati da una sottile traccia vulcanico-ematica. In bocca la vivacità del mix tra sapidità e acidità viene bilanciato da un centro bocca di un vino sì scorrevole, ma allo stesso tempo che ha quel giusto tannino e corpo che lo equilibrano.
Infatti, si può benissimo affiancare a carni magre o formaggi di buona sapidità e grassezza.
Cantina da seguire per lo spirito nuovo che prova a portare in vigna e nella comunicazione grazie alla gestione dei figli che danno quell’impronta di semplicità comunicativa che serve nel mondo del vino.

L’evento di Randazzo si è distinto per un’organizzazione impeccabile, capace di accogliere un pubblico di appassionati e addetti ai lavori mettendo in risalto i prodotti etnei.
Nel complesso, la giornata ha confermato quanto il vino dell’Etna stia attraversando una maturazione stilistica e si stia dirigendo verso una modernità fatta di sorsi slanciati, trasparenti e guidati da una spinta acida nitida.

Che si tratti delle verticalità del carricante o della finezza dei rossi delle vecchie vigne d’altitudine, il denominatore comune rimane l’impronta minerale dei suoli lavici.
La vera forza di questo territorio risiede oggi nel mettere al centro la bevibilità e l’aderenza al terroir con equilibrio e leggerezza di tocco.

Salvatore Petronio
Instagram: @salvopetronio

Corsica, vini tra mare e macchia mediterranea. Dal Cap Corse a Patrimonio.

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La Corsica è una terra che sorprende. Basta allontanarsi di pochi chilometri dalle spiagge per scoprire un’isola dal carattere forte, dove montagne impervie, boschi profumati e una natura ancora autentica convivono con una tradizione vitivinicola antica e profondamente identitaria.

Durante le vacanze ho soggiornato nella parte settentrionale dell’isola, ai piedi del Cap Corse, una delle zone più affascinanti per gli appassionati di vino. Qui il paesaggio è dominato da vigneti che guardano il mare, accarezzati dai venti che arrivano dal Mediterraneo e circondati dalla tipica macchia corsa, un elemento che sembra ritrovarsi spesso anche nei profumi dei vini.

Il cuore enologico della regione è senza dubbio Patrimonio, la prima denominazione d’origine riconosciuta in Corsica nel 1968 e ancora oggi considerata una delle più prestigiose dell’isola. I vigneti si sviluppano su terreni prevalentemente calcarei e argillosi, una rarità nel contesto geologico corso, che conferisce ai vini eleganza, struttura e una spiccata impronta minerale.

Il vitigno simbolo della denominazione è il Niellucciu, parente stretto del sangiovese, capace di dare vita a rossi di notevole personalità e rosati tra i più interessanti del Mediterraneo. Accanto a lui trovano spazio il Vermentinu, autore di bianchi intensi e sapidi, e in misura minore altre varietà autoctone che contribuiscono a raccontare la ricchezza viticola dell’isola.

Interessante notare come l’Appellation Patrimonio sia la prima (e mi risulta unica) in Francia ad aver vietato espressamente a disciplinare l’utilizzo di diserbanti in vigna. I circa 40 produttori che ad oggi escono sul mercato con vini Patrimonio AOP, dai più grandi a più piccoli, hanno concordato nel darsi questa regola particolarmente stringente e dal forte impatto comunicativo.

Poco più a nord si estende invece la denominazione Cap Corse, una striscia di terra spettacolare protesa verso il mare. Qui la viticoltura assume spesso i contorni dell’eroismo, con vigneti coltivati su pendii scoscesi e terrazzamenti affacciati sulle coste. Oltre ai vini bianchi, rossi e rosati, questa zona è storicamente famosa anche per i suoi vini liquorosi e per il celebre Muscat du Cap Corse, una delle espressioni più caratteristiche della tradizione locale.

Tra piccole cantine, panorami mozzafiato e bicchieri condivisi al tramonto, ho avuto l’occasione di assaggiare diversi vini provenienti da queste due denominazioni. Di seguito troverete le mie impressioni e le note di degustazione dei vini che mi hanno accompagnato durante questo viaggio nel volto più autentico della Corsica.

I vini assaggiati

Patrimonio Rouge “Crème de Tête” 2024 – Clos de Bernardi

Azienda fondata nel lontano 1880 da Xavier de Bernardi. L’azienda possiede circa 11 ettari ed è certificata sia in biologico che in biodinamico. 100% niellucciu per un vino dall’olfatto di frutta rossa (ciliegia, anguria), poi viola e pepe verde. Sorso di ottima freschezza, tannino ben presente ma saporito e funzionale a dar spessore e stratificazione al sorso. Alcol (13,5%) ben integrato. Chiusura floreale e di frutti rossi. Un vino di impatto materico che resta però agile alla beva.

Vin de France “Rosé d’une Nuit” Rosato 2025 – Famille Marfisi

Clos Marfisi è un’azienda artigiana biologica di Patrimonio. Anche in questo caso la storia dell’azienda è molto antica, siamo ad oggi arrivati alla quinta generazione, l’azienda è sempre stata una questione di famiglia insomma! E questa storia porta in dote vigne molto belle e in gran parte decisamente vecchie. Il vino che abbiamo assaggiato è un rosé de saignée (da salasso) ottenuto da niellucciu dal colore cerasuolo. Naso goloso di caramella alla fragola, arancia rossa, macchia mediterranea. Sorso fresco e succoso, di un certo impatto (non è un rosato da aperitivo ma piuttosto da tutto pasto), piuttosto rapido nello sviluppo, la chiusura è però salata e persistente con ritorni di erbe amare e agrumi. Vino molto intrigante e persino divertente nell’alternare un olfatto di frutta dolce ed una chiusura di bocca di erbe amare, da provare!

Patrimonio Rosé “Terribile” 2025 – Domaine Murtone

Altra azienda di Patrimonio con 10 ettari di vigna di proprietà. Rosato chiaro da niellucciu. Fragoline, pesca bianca, fiori dolci ed echi marini al naso. Sorso scorrevole, sviluppo rapido che però si fa apprezzare grazie ad un’acidità vivace e ben integrata. Chiusura sapida anche se non particolarmente lunga. Un vino semplice e schietto, ottimo compagno della tavola.

Patrimonio Rouge “Terribile” 2025 – Domaine Murtone

Il bicchiere assaggiato in azienda non ha convinto appieno. Risulta giovane e vinoso con un’acidità volatile sopra le righe.

Patrimonio Rouge Cuvée Prestige “Superbu” 2025 – Domaine Murtone

Questo vino, 100% niellucciu, è molto più a fuoco: frutto rosso dolce e carnoso (amarena), viola, humus. Sorso di grande verve acida con tannino saporito. Lineare e semplice nello sviluppo. Chiude agrumato e lungo. Vino ben fatto che va sicuramente atteso ancora qualche anno.

Patrimonio Blanc 2025 – Clos Teddi

Sono 40 gli ettari di vigna (niellucciu, vermentinu et sciaccarellu) a disposizione di Clos Teddi, l’azienda più “grande” tra quelle assaggiate in questo periodo estivo (circa 120.000 bottiglie prodotte ogni anno). Il Patrimonio Blanc che abbiamo nel calice richiama i fiori e la frutta fresca (melone bianco), quindi un tocco vegetale e di erbe aromatiche (timo). Fresco al sorso, agile lo sviluppo, saporitissima e marina la chiusura con un tocco minerale e agrumato molto elegante. Buona lunghezza. Un ottimo vino, preciso e raffinato.

Patrimonio Blanc Vermentinu “San Giovanni” 2025 – Antoine-Marie Arena

Antoine-Marie è il figlio più piccolo di Antoine Arena, dello storico Domaine Arena. Il vermentinu San Giovanni si presenta con un colore paglierino con riflessi dorati. Naso elegante di frutta bianca, scorza di agrumi, tocchi floreali e di garrigue. Bocca saporita, di una certa ampiezza, l’acidità non manca, la progressione non perde slancio. La chiusura è su ritorni salini, di erbe aromatiche e mandorla. Grande persistenza. Il miglior vino bianco assaggiato in vacanza.

Morta Maiò Terra di Marticciu 2024 – Jean-Baptiste Arena

Jean-Baptiste è il figlio maggiore di Antoine Arena e produce anche lui, presso il Domaine Arena, vini con la propria etichetta. Il vino che stiamo assaggiando è ottenuto da niellucciu. Colore rosso intenso impenetrabile e solcato da riflessi bluastri. Olfatto di frutta scura, viola, humus, effluvi balsamici, spezie (cardamomo), grafite. Sorso di grande acidità e dal tannino ben presente, il tutto compensa perfettamente una materia dal frutto ricco ma dall’alcol contenuto (12,6%). Chiusura di ottima lunghezza, su ritorni agrumati. Grande vino rosso che vorrei riassaggiare tra qualche anno dopo ulteriore evoluzione.

Diego Mutarelli
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ViniMilo 2026: Volcanic Wines presso Barone di Villagrande

Outdoor vineyard meal with wine glasses; “CHIRP!”, “CLINK!”, and “SAVOR!”

Milo, versante est dell’Etna, chi frequenta questa zona sa bene che qui la Sicilia spoglia i suoi panni marittimi per vestire quelli vulcanici, fatti di altitudini, sbalzi termici spaventosi e folate di brezza marina.

In occasione della ViniMilo 2026, la cantina Barone di Villagrande ha aperto le porte della tenuta per ospitare la nuova edizione di Volcanic Wines, un evento pensato e curato in prima persona da Marco Nicolosi, proprietario ed enologo dell’azienda. Più che una semplice degustazione, una vera e propria full immersion sulla matrice geologica dei suoli vulcanici d’Italia e del mondo.

Nelle parole di Marco c’è tutta l’intenzione che anima questa rassegna:

Questo evento è un’opportunità che ci piace dare ad appassionati, professionisti del settore, ma ancor di più alle persone che vogliono scoprire il mondo del vino.
Inoltre, grazie alla collaborazione con vari consorzi, abbiamo la possibilità di andare a degustare vini accomunati da suoli vulcanici che solitamente non sono di facile reperibilità, così da poter confrontare le mille sfaccettature che un terroir vulcanico può conferire ad un vino.

Ed è proprio la reperibilità di certe chicche a fare la differenza tra i banchi d’assaggio.

Passeggiando tra i calici si passava con disinvoltura dalle pendenze estreme delle Isole Canarie ai rilievi vulcanici delle isole greche di Santorini e Kos, fino ad approdare alla remota Valle del Malleco nel sud del Cile.
Il tutto senza dimenticare la spina dorsale del nostro patrimonio: l’immancabile area Etnea ed Eoliana, il rigore minerale dei Monti Lessini, i profili iodati e scuri della zona vesuviana, le espressioni laziali attorno al Lago di Bolsena e la freschezza verticale della Val di Cembra.

Nota di merito e grande elemento di curiosità della giornata è stata la presenza di G.R.A.S.P.O. (Gruppo di Ricerca Ampelografica per la Salvaguardia e la Preservazione dell’Originalità).
Un’idea nata dall’ostinazione di tre enologi mossi da una passione viscerale per la ricerca sul campo: scovare, recuperare e vinificare antichi vitigni ormai abbandonati o quasi estinti. Assaggiare le loro micro-produzioni significa esser consapevoli di entrare in contatto con sorsi unici, irripetibili, che probabilmente non potrai mai più ripetere.

Un evento del genere non poteva che trovare il suo completamento naturale in una proposta gastronomica radicata nel territorio.
Tra un banco d’assaggio e l’altro, la cucina dello chef Alfio Pesce ha coccolato i partecipanti con alcuni grandi classici della tradizione, dai pitoni messinesi alla pasta maritata con i tenerumi, cioè la foglia della zucchina lunga estiva, pomodoro a falde, cipollotto e guanciale, fino allo stufato di manzo con patate e alla costata di manzo alla brace.
Un percorso semplice e territoriale, perfetto per accompagnare la varietà dei vini in degustazione.

Gli assaggi che mi hanno colpito

Saxanigra Brut Etna Spumante DOC – Destro Siamo tra i 730 e i 750 metri di altitudine e le escursioni termiche mettono in cassaforte una spalla acida pazzesca. Un Metodo Classico di  Nerello Mascalese in purezza che sosta sui lieviti in bottiglia  per ben 36 mesi.
Si presenta giallo sabbia brillante, con un perlage fine e davvero persistente.
Al naso mandorla tostata e burro salato si equilibrano con un fondo agrumato e dalla traccia minerale dato dal terroir etneo.
Al primo impatto al palato un centro bocca materico e cremoso, dato dalla sosta sui lieviti, ma la scena la prende tutta il finale, lunghissimo e segnato da un’impronta sapida e iodata, tagliente che richiama subito al sorso successivo.

Trenzado 2024 – Suertes del Marqués Tenerife Ci spostiamo nell’isola di Tenerife, nella zona ovest della Valle de La Orotava (Los Realejos). Un vino ottenuto da Listán Blanco 100% da vigne storiche a piede franco con un’età compresa tra i 60 e i 150 anni. Il nome richiama il sistema di allevamento locale, il Cordón Trenzado, dove i tralci delle viti vengono intrecciati tra loro.
Fermentazione alcolica che avviene in fudres di legno grande da 20 e 45 ettolitri e in barriques da 500 litri, con una malolattica parziale e poi il vino affina per 10 mesi negli stessi contenitori di legno.
Giallo paglierino luminoso con velate sfumature dorate, ed al naso viene fuori subito la matrice vulcanica senza filtri, emergono note di pietra focaia, cenere, agrume amaro e una parte salmastra che dà una beva incredibile.
Il sorso è di una verticalità pazzesca, dritto e profondo, accompagnato da una buona materia data anche dal passaggio in legno che dona struttura e un pelo di affumicatura.

Madeira Malvasia 10 Years Old – Vinhos Justino Henriques Pieno Oceano Atlantico, sull’isola vulcanica di Madeira dove i suoli basaltici, l’umidità salmastra e le pendenze scoscese creano condizioni umane ed enologiche uniche.
Questo Madeira nasce al 100% da uve Boal, con una vinificazione che prevede una fermentazione arrestata tramite l’aggiunta di acquavite di vino a 96 gradi.
Segue un affinamento di almeno 10 anni in botti di rovere americano secondo il tradizionale sistema dell’Estufagem e Canteiro, dove il vino affronta sbalzi di temperatura con ossidazione controllata.
Colore ambrato profondo con riflessi caramello, di grande consistenza nel calice.
L’impatto al naso è di una complessità terziaria impressionante, si potrebbero tirare fuori mille descrittori, proviamo a dire qualche nota: fichi secchi, datteri, scorza d’arancia candita, vaniglia, tabacco dolce …
In bocca si sente subito la materia e la parte glicerica ma sembra quasi un vino leggero grazie alla parte acida e minerale che nasconde i 19° di titolo alcolometrico e poi in retrolfattiva appare una frutta secca, miele di castagno e una nitida scia affumicata.

PS: accompagnato con un Gorgonzola piccante è perfetto!

Eventi come questo ricordano perché continuiamo a cercare la bellezza nel calice e ad andare a caccia di terroir vivi.
L’ospitalità di Barone di Villagrande e la visione di Marco Nicolosi hanno dimostrato ancora una volta come la viticoltura vulcanica non sia una semplice moda, ma un filo conduttore geologico capace di unire territori, storie e vignaioli all’apparenza lontanissimi. Tra la freschezza delle altitudini etnee, le intuizioni ampelografiche di G.R.A.S.P.O. e le sfaccettature estreme dei vini internazionali, giornate come questa restituiscono la bellezza di questi eventi, il confronto dritto, schietto e senza filtri attorno a un tavolo.

Salvatore Petronio
Instagram: @salvopetronio

Un bianco sorprendente dall’Isère

L’Isère è una regione francese non certo particolarmente prestigiosa in ambito vitivinicolo. Eppure, da qualche anno, interessanti produttori stanno riportando in auge un territorio che in passato ha avuto una certa rilevanza enologica.

In passato abbiamo parlato del Domaine Jérémy Bricka e del Domaine Les Alpins (Sébastien Benard). Nel post di oggi facciamo invece la conoscenza del Domaine Finot, sito nel Grésivaudan, grosso modo tra Chambery e Grenoble.

Dopo studi in enologia e diverse esperienze nei principali terroir francesi, Thomas Finot crea la propria azienda recuperando vecchi vigneti abbandonati e puntando sulle varietà locali. Il tutto seguendo un approccio che ama definire eco-responsabile e biodinamico.

Abbiamo avuto modo di assaggiare un bianco ottenuto da jacquère in maggioranza con, a saldo, chardonnay, altesse e verdesse.

Tractor Blanc 2024 – Domaine Finot

Giallo paglierino con riflessi dorati. Naso molto intrigante, parte con un tocco sulfureo, poi melone e pesca bianca, ma anche richiami piacevolmente freschi di menta e aneto. Sullo sfondo emerge una marcata impronta minerale che conferisce ulteriore complessità al profilo aromatico.

L’acidità è vibrante, il sorso risulta fresco e succoso, un tocco di tannino rende la progressione più stratificata. Il basso tenore alcolico (11%) e la chiusura salina completano il quadro di un vino di grande beva e piacevolezza.

Plus: un vino d’ispirazione naturale che rifugge qualsiasi “sgrammaticatura”, distinguendosi al contrario per precisione, equilibrio ed eleganza. Piacerà a chi nel vino cerca sfumature, dettagli e tensione più che volume, potenza e intensità. Un bianco che conferma come, lontano dai riflettori delle appellation più blasonate, esistano ancora territori capaci di sorprendere e raccontare una Francia del vino meno conosciuta, ma non per questo meno affascinante.

Diego Mutarelli
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Morus Nigra 2017, avanguardia refosco

In passato abbiamo già parlato del refosco dal peduncolo rosso di Vignai da Duline, l’occasione ci era stata fornita da una degustazione verticale di più annate del vino Morus Nigra (vedi qui: Avanguardia refosco). In quel contesto avevamo sottolineato come una delle caratteristiche del refosco, se vinificato da mani sapienti, sia l’evoluzione nel tempo. E’ dunque con curiosità e pazienza che abbiamo atteso questo Morus Nigra 2017.

Refosco Morus Nigra

Friuli Colli Orientali refosco dal peduncolo rosso “Morus Nigra” 2017 – Vignai da Duline

Rosso rubino integro e fitto il colore. Olfatto che richiama i frutti di bosco (more, ribes nero), la corteccia, il sottobosco, qualche nota ematica e minerale (grafite), anche le spezie fanno capolino (paprika).

Sorso di grande equilibrio: volume e freschezza dialogano aromaticamente disegnando una traiettoria del vino ellittica, né verticale né orizzontale insomma! Il risultato è quello di una progressione e una dinamica coinvolgente e convincente. Tannini affusolati e acidità ben integrata nella materia contribuiscono a rinfrescare il sorso e a contenere l’alcol.

Chiude lungo su ritorni di frutta scura e spezie.

Plus: nel post precedente abbiamo raccontato del concetto di vino post naturale approfondito nel libro di Roberto Frega. Ebbene, Vignai da Duline è uno dei pochi produttori italiani citati che, secondo l’autore, potrebbe a buon diritto rientrare nella categoria post naturale.

Diego Mutarelli
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Il vino naturale è morto, viva il vino post naturale!

Two people serving and tasting natural and conventional wine at a wine event

Il panorama della letteratura enologica contemporanea è ricco di volumi di avvicinamento al vino, adatti ai neofiti oppure, per i più esperti, di approfondimenti su territori vitivinicoli di un certo rilievo. Capita raramente di imbattersi in libri con uno sguardo più ampio e prospettico, capaci di mettere in discussione i paradigmi dominanti senza scivolare nella provocazione fine a sé stessa. Il vino post naturale di Roberto Frega, pubblicato da Edizioni Ampelos nel 2026, appartiene a questa categoria: un saggio che affronta uno dei temi più dibattuti degli ultimi vent’anni – il vino naturale – con uno sguardo lucido, critico e al tempo stesso profondamente rispettoso della sua storia.

Roberto Frega, vino post naturale

Il suo autore, Roberto Frega, è un filosofo italiano che attualmente lavora come ricercatore al CNRS di Parigi. Oltre a occuparsi professionalmente di filosofia sociale e politica è, va da sé, grande appassionato di vino oltre ad essere fondatore di Sartoria del Vino, azienda di importazione e distribuzione di vini italiani e francesi. La tesi del libro è che il vino naturale, nato in antitesi al vino cosiddetto convenzionale, abbia esaurito la sua spinta rivoluzionaria e rischia oggi di diventare uno stile e un’estetica codificata.

L’autore traccia molto bene la storia della nascita del movimento naturale dagli albori ad oggi e ne sottolinea le derive ideologiche e le scelte di cantina che hanno portato, in molti casi, ad un emergere di estetiche omologanti nei vini proposti. Macerazione carbonica, rifermentazione ancestrale, macerazione pellicolare sui bianchi, vinificazione senza solfiti aggiunti, scelte enologiche che prese singolarmente avevano ed hanno significato in alcuni contesti e territori ma che sono diventati la grammatica di tutti i vini naturali, e che hanno quindi portato a risultati simili (quindi omologanti) indipendentemente dal territorio di provenienza. Man mano che il movimento naturale è uscito dai margini, esso è diventato brand e moda, con tutto il corollario di etichette provocatorie, tappi a corona, rinuncia alle denominazioni di origine, normalizzazione di alcuni difetti (torbidità eccessive, brett, volatile…).

Ma lungi dall’essere un pamphlet anti vini naturali, il saggio propone invece il superamento della sterile contrapposizione tra naturale e convenzionale. Ed evidenzia l’emergere di un modo nuovo di far vino, di un nuovo paradigma che supera le categoria precedenti: il vino post naturale. Nota bene, l’espressione vino post naturale è stata usata per la prima volta da Jamie Goode, autore della prefazione al libro, ma qui Roberto Frega con il rigore del ricercatore dà sostanza ad un concetto che altrimenti può risultare sfuggente. Senza riassumere tutti i contenuti del libro, circa 200 pagine scorrevoli anche se dense, la parte più interessante è quella in cui l’autore sottolinea come i produttori post-naturali hanno spostato il focus dalle pratiche di cantina al vigneto. E quindi approfondisce concretamente diverse pratiche agronomiche del paradigma post naturale: agroecologia, permacultura, agricoltura rigenerativa. Si parla quindi dei vantaggi a lungo termine di scelte quali l’inerbimento permanente e la pacciamatura, l’utilizzo di compost e la fertilizzazione organica, la selezione massale, la chioma integrale, la gestione idrica, etc… Tutti concetti che l’appassionato di vino ha già sentito nominare e magari approfondito ma che qui vengono organicamente approfonditi e di cui si mettono in evidenza i benefici per le viti e quindi per i loro frutti.

Il giudizio di Vinocondiviso

Il vino post naturale non è una lettura leggera né un manuale per appassionati in cerca di consigli di degustazione. È un saggio che richiede attenzione e disponibilità al confronto, ma che ripaga il lettore con idee originali e una prospettiva nuova sul mondo del vino.

Consigliato a produttori, sommelier, comunicatori e wine lover che desiderano comprendere le trasformazioni culturali in atto nel settore. Anche chi non condividerà tutte le conclusioni dell’autore troverà in queste pagine uno stimolo prezioso per riflettere sul futuro del vino. Suggeriamo il libro anche ai più giovani appassionati di vino, coloro che non hanno vissuto in prima persona la “rivoluzione naturale” e che non hanno visto il fondamentale documentario del 2004 di Jonathan Nossiter, Mondovino (su questo si deve assolutamente rimediare!).

Sposiamo quanto suggerisce l’autore, ovvero che la domanda più interessante oggi non è se un vino sia naturale o convenzionale, ma quale tipo di agricoltura, di territorio e di cultura del vino vogliamo costruire per il futuro. Soprattutto in un’epoca fortemente minacciata dai cambiamenti climatici.

L’unica critica che possiamo muovere al testo (o forse spunto per un prossimo volume!) sta nel fatto che l’opera si concentra sul percorso del vino naturale francese e la sua evoluzione verso il paradigma post naturale, mentre ricevono meno attenzione molte esperienze italiane che da anni lavorano su temi oggi centrali nel dibattito: biodiversità, agricoltura rigenerativa, valorizzazione dei vitigni autoctoni, sostenibilità ambientale e gestione virtuosa del suolo. In questo senso il lettore italiano potrebbe avvertire l’assenza di un confronto più approfondito con le pratiche sviluppate in territori italiani dove la riflessione sul rapporto tra agricoltura, territorio e identità del vino è particolarmente avanzata.

Diego Mutarelli
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Alta Savoia in bianco: il gringet di Domaine Belema

Asterix and Obelix drinking beer at a wooden table with food in a lively tavern

Ayse è una cittadina francese dell’Alta Savoia, non distante dal confine svizzero e dalla valle del Monte Bianco. E’ qui che si è installato Yann Pernuit che, dopo aver dedicato la gioventù al ciclismo professionistico, ha fondato Domaine Belema. Yann Pernuit non lo ha fatto però prima di aver completato studi enologici e maturato esperienze significative, tra cui molti anni presso Château de Mérande in Savoia e alcuni anni di affiancamento a Dominique Belluard, vero e proprio mito dell’Alta Savoia. La prematura scomparsa di Belluard non ha però scoraggiato Yann, che è in qualche modo diventato il suo discepolo valorizzando il gringet, vitigno autoctono di queste montagne che Belluard aveva fatto scoprire a tutto il mondo.

Con curiosità abbiamo dunque stappato un gringet 2022 del Domaine Belema. E’ un vino che esce sotto la denominazione Vin des Allobroges, un’Indicazione Geografica Protetta (IGP) dedicata ai vini prodotti in Savoia e in Alta Savoia che fa riferimento agli Allobrogi, una potente tribù celtica che abitava queste terre alpine prima di essere sottomessa da Giulio Cesare.

Vin des Allobroges IGP “Imago” gringet 2022 – Domaine Belema

Il vino è paglierino con luminosi riflessi dorati, leggermente velato a conferma dell’approccio “non interventista” che sappiamo avere il produttore (come peraltro la maggior parte dei produttori più significativi della Savoia).

Naso affascinante di roccia e pietra spaccata, quindi un tocco fruttato di nespola, fiori di campo, fumé e agrumi canditi.

Bocca agile, il titolo alcolometrico di soli 11% rende la beva scorrevole e dissetante ma attenzione, non siamo di fronte ad un vino “solamente” beverino. Il sorso è freschissimo, elettrico e allo stesso tempo con una certa fittezza di materia, la progressione è senza strappi e dallo sviluppo saporito e coinvogente.

Chiusura tersa, sapida e di grande persistenza minerale.

Plus: vino naturale preciso e di carattere, elegante e che però si impone, con delicatezza ma anche personalità.

Diego Mutarelli
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