Ribeira Sacra: la Galizia più selvaggia da scoprire

A volte viaggiando si scoprono vini inaspettati. Capita però anche il contrario, ovvero che bevendo un vino si entri in contatto con un territorio poco conosciuto e si voglia immediatamente partire per visitarlo.

Le Denominazioni della Galizia, in rosa la Ribeira Sacra (Credits: vineyards.com)

È quello che mi è successo degustando un vino naturale della Ribeira Sacra, zona interna della Galizia in cui confluiscono i fiumi Sil e Miño. La zona è impervia, i fiumi scavano dei veri e propri canyon, è una terra da secoli abitata da eremiti e monaci. La viticoltura gioca un ruolo non secondario e i panorami sono letteralmente mozzafiato.

Ma torniamo al vino, ovvero alla miccia che ha infiammato la curiosità e la voglia di viaggiare.

Conasbrancas 2018 – Fedellos do Couto

Si tratta di un vino naturale della Ribeira Sacra, benché non etichettato come DO. Il vino è ottenuto da Doña Blanca, Godello e Golgadeira da vigne di almeno 30 anni poste tra i 350 e i 700 metri di altitudine.

Il vino si presenta con un luminoso giallo dorato. Al primo naso note di cerino e zolfo, rapidamente emerge però una complessità olfattiva inusuale: cereali, ginestra, iodio, pompelmo… dal calice si levano a getto continuo fragranze sempre nuove.

Sorso elettrico, l’acidità sferza il palato e lo inonda di sapore: tornano gli agrumi, il salmastro e i fiori. La progressione, pur caratterizzata da una freschezza molto pronunciata, è scorrevole e senza strappi. Persistenza notevole su ritorni di macchia mediterranea e conchiglie.

Plus: vino naturale di mirabile equilibrio e pulizia e che, al contempo, risulta espressivo e di personalità.

Diego Mutarelli
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Champagne Monts de Vertus extra-brut 2013 – Veuve Fourny

Siamo, ancora una volta, a Vertus, estremo sud della Côte des Blancs, terra di chardonnay come ben sappiamo.

Qui opera Veuve Fourny et Fils, bravo produttore sempre molto preciso e che sa leggere con attenzione il territorio.

Abbiamo provato il suo millesimato 2013 (buona annata da quelle parti) naturalmente Blanc de Blancs con dosaggio bassissimo (3 grammi/litro) da vecchie vigne di oltre 60 anni di età, sboccatura gennaio 2019, senza solfiti aggiunti.

Grande purezza cristallina al naso con sensazioni di anice, agrume amaro e “craie”, in bocca affilato ma senza eccessi, già piuttosto godibile, cristallino, fresco, davvero un bel bicchiere forse non troppo complesso ma piacevolissimo.

Con un buon sushi ma anche un branzino al sale.

Gregorio Mulazzani
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G come Géss, G come Gewürztraminer

Se sei un enofighetto che snobba il gewürztraminer, proveremo a farti cambiare idea con questo vino, dell’azienda Eredi Cobelli Aldo.

Siamo in Trentino nella zona di Sorni, terra di nosiola, teroldego, chardonnay, terra di confine con l’Alto Adige e infatti troviamo anche schiava e, appunto gewürztraminer, che i tre fratelli Cobelli coltivano su terreni ricchi di gesso; da qui il nome del vino, Géss, gesso in dialetto.

Trentino Gewürztraminer Géss 2018 – Eredi di Cobelli Aldo

Al calice il colore dorato acceso già fa intuire che siamo di fronte ad un gewürztraminer che ha fatto macerazione: una settimana sulle bucce prima di iniziare la fermentazione alcolica, attivata solo da lieviti indigeni. Al naso non troviamo i più classici e scontati sentori del traminer aromatico, rosa e litchi, che spesso lo rendono un poco stucchevole e non ne invogliano la beva; Géss presenta sentori di fiori gialli, mela golden, ananas, erbe officinali, dopo il sorso, pieno e caldo, emerge la nota minerale e si fanno preponderanti i frutti tropicali.

Un vino di struttura, sapido e di grande persistenza, ottimamente accompagnato da ravioli e involtini cinesi.

Consigliato a chi ” Io il gewürztraminer non lo bevo (più)”.

Alessandra Gianelli
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Erbaluce di Caluso “Le Chiusure” 2019 – Favaro

L’erbaluce non è certo il vitigno più noto del Piemonte, eppure da qualche anno se ne parla e si degusta con una certa regolarità, grazie anche alla meritoria opera di valorizzazione portata avanti dalla Cantina Favaro.

Erbaluce di Caluso “Le Chiusure” 2019 – Favaro

Il vino che abbiamo assaggiato è il vino simbolo dell’azienda e ci sembra particolarmente riuscito.

Erbaluce di Caluso “Le Chiusure” 2019 – Favaro

Paglierino dai riflessi verde-oro.

Olfatto delicato e misurato, eppure articolato: dapprima un leggero anice e finocchietto, poi frutta bianca non molto matura, scorzetta di limone e, infine, qualche cenno gessoso e di mandorla fresca.

Bocca di grande equilibrio, il vino ha un certo volume anche glicerico, ma all’intensità si accompagna una freschezza dissetante che alleggerisce il sorso e dà profondità. Il vino risulta dinamico e armonico nello sviluppo. La chiusura è sapida e di ottima persistenza su ritorni minerali di grande eleganza.

Plus: il vino, già ottimo ora, lascia la netta impressione di poter migliorare ulteriormente. Se, come crediamo, qualche anno di affinamento in vetro fornirà un quid in più di espressività … diventerà un gioiellino!

Champagne Clos de l’Abbaye 2012 extra-brut – Doyard

Siamo a Vertus, estremo sud della Côte des Blancs in Champagne, regno dello chardonnay, dove opera Doyard, ottimo produttore sempre affidabilissimo.

Il suo prodotto di punta, di cui parliamo oggi, viene da una particella piccolissima di chardonnay piantata nel 1956 (mezzo ettaro) circondata da mura (il Clos appunto, come il famoso Clos du Mesnil di Krug). Qui le vigne sono curate senza prodotti chimici, basse rese, di questa cuvée sono prodotte solo 1650 bottiglie, senza malolattica e dosaggio molto contenuto (3g/L).

Parliamo di uno champagne con sboccatura di settembre 2017, quindi 4 anni di permanenza sui lieviti.

Ancora giovanissimo si presenta nel bicchiere con riflessi quasi verdognoli, il naso è tutto sul gesso e sull’agrume amaro con cenni di anice, bocca splendida per “droiture”, freschezza e pulizia del palato.

Da bere oggi con piacere ma qualche anno ancora di cantina gli gioverà sicuramente.

Abbinamento d’elezione con un carpaccio di ricciola.

Gregorio Mulazzani
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Il pinot nero oltre i confini della Borgogna

Alcuni vitigni nascono in un preciso punto del mondo e lì rimangono per sempre, senza spostarsi. In altri casi, certe varietà abbandonano le origini per intraprendere un lungo viaggio che li spingerà ad adattarsi in angoli diversi del pianeta, senza mutare tuttavia la loro genetica. Latitudini diverse, suoli imparagonabili, stagioni opposte, pendenze, pianure, laghi, boschi, vento, mare. Non esiste una condizione pedoclimatica identica ad un’altra, eppure quella piccola vite riuscirà a fare di quel paesaggio la sua casa, e il vino che ne deriva avrà impresso il segno indelebile di quel preciso territorio.

Capita spesso, tuttavia, che una volta davanti al bicchiere, si giunga alla conclusione che le performance migliori provengano dai terroir d’origine. A volte i produttori si ostinano a far crescere un’uva in un luogo non esattamente vocato, ma sedotti da una sorta di “terra promessa” cedono al tentativo di replicare un territorio e una tradizione che non gli appartengono.

Questo avviene innumerevoli volte quando si parla di pinot nero.

Inizierò dicendo che dovremmo smettere di paragonare le espressioni di pinot nero di Borgogna a quelle di altri territori.

Non serve che io dica che crescere il pinot nero sia un’impresa alquanto audace da compiere: è uno dei vitigni più ostici e sensibili da domare perché soffre il troppo caldo, l’umidità, le estati eccessivamente secche, è soggetto a muffe e funghi, se viene vendemmiato presto risulta verde e amaro e se raccolto troppo tardi l’uva potrebbe risultare molle. Le caratteristiche pedoclimatiche del terroir devono essere incastrate alla perfezione per poter dar vita ad un grande vino, infatti già nel Medioevo i monaci cistercensi furono spinti a fare una mappatura dei loro vigneti, classificando i terroir migliori che poi sarebbero diventati Grand Cru e Premier Cru.

Quando si tratta di pinot nero, ogni minima peculiarità del territorio ha un’incidenza determinante nel bicchiere, e addirittura verrebbe da chiedersi se i profumi varietali siano rilevanti quanto l’espressione del terroir. Probabilmente la risposta a questa domanda rappresenta già un primo motivo per disincentivare i tentativi di imitazione della Borgogna.

Inoltre, non dimentichiamoci che c’è una bella differenza tra imitazione e ispirazione: la prima porta al concepimento di brutte copie, di caricature, mentre la seconda spinge a interpretare al meglio ciò che realmente si possiede, senza tentare di cavare sangue da una rapa.

Uno dei pochi esempi in cui l’ispirazione ha avuto la meglio nella realizzazione di un grande pinot nero italiano è sicuramente Podere della Civettaja. Siamo in Toscana, in Casentino, le cui altitudini e i terreni calcarei e ricchi di scheletro consentono la coltivazione di questo vitigno. Ho assaggiato recentemente la 2016 e, complice sia l’annata eccezionale sia un po’ di tempo di affinamento in bottiglia, ho avuto il piacere di bere un ottimo vino.

Pinot Nero 2016 – Podere della Civettaja

Rosso rubino di media intensità, al naso si ritrova uno stile più sul riduttivo che sull’ossidativo, con sentori di frutta freschissima, ciliegia, ribes, lampone, rosa canina, poi spicca una nota minerale di pietra bagnata, sottobosco, pepe bianco. In bocca colpisce per la sua freschezza autentica e schietta, che fa venire voglia di berlo e riberlo, oltre alla sua lunga persistenza lievemente sapida. Nessun paragone con la Borgogna: questo vino è autenticamente italiano, finalmente.

Elena Zanasi
Instagram: @ele_zanasi

Champagne Blanc de Blancs Extra-Brut 2012 – Franck Bonville

Ci troviamo ad Avize, cuore dello chardonnay in Champagne, dove opera Franck Bonville bravissimo produttore che propone una qualità alta e costante a dei prezzi – cosa non scontata di questi tempi – davvero molto corretti.

Questo Extra-Brut, dal dosaggio contenuto a 2,5 g/l, è un 2012 con ben 7 anni di permanenza sui lieviti (sboccatura luglio 2020, avrebbe bisogno ancora di qualche mese di bottiglia ma aspettare ahimè è difficile), è uno dei suoi prodotti best buy.

Naso citrino e di bellissima e profonda mineralità calcarea, bocca salata, sapida e con acidità da vendere, stupendo con antipasti di mare o sushi, si beve con grandissimo piacere e in due la bottiglia finisce in un lampo.

Consigliatissimo!

Gregorio Mulazzani
Facebook: @gregorio.mulazzani

Qual è stato l’impatto del Covid-19 nel mondo del vino?

Se l’avvento della pandemia ha completamente stravolto le nostre vite, ha forse anche condizionato le scelte sul vino per la nostra cantina? E se abbiamo adottato nuove abitudini, come ci comporteremo nel 2021?

2020. Pandemia. Lockdown. Costretti tra le mura domestiche e preoccupati per l’opprimente crisi economica, nella scorsa primavera ci siamo resi conto che la nostra quotidianità non sarebbe stata più la stessa. Le  priorità sono cambiate, non solo abbiamo rivisto il modo di affrontare le giornate, ma in parte è mutato anche il nostro modo di pensare e di fare determinate scelte. L’impatto di questa nuova realtà ha inevitabilmente avuto conseguenze importanti anche nel mondo del vino.

Durante la scorsa edizione di Wine2Wine, la piattaforma digitale di Verona Fiere, ho avuto l’opportunità di assistere ad un’interessante conferenza sull’ argomento tenuta da Pierpaolo Penco, country manager Italia per Wine Intelligence, una delle più importanti agenzie internazionali di analisi dei mercati e dei consumatori. È emerso che nel 2020 le opportunità di fruizione del vino sono aumentate in quasi tutti i mercati. Ciò non significa necessariamente che abbiamo bevuto più vino, ma che si sono presentate più occasioni di consumo rispetto al 2019. Ci concediamo un calice quindi più spesso, soprattutto a casa, magari durante una chiamata con amici o parenti. Un altro dato interessante dimostra che, avendo dovuto rinunciare a pranzi e cene al ristorante, stiamo dissociando sempre più il consumo di vino dai pasti principali. Di conseguenza, non solo probabilmente parlare di abbinamento vino-cibo sta diventando meno “trendy”, ma il mondo del vino ha per la prima volta l’opportunità di irrompere in momenti della giornata non legati al cibo, dominati in passato da altre bevande.

Se volessimo soffermarci poi su quali siano le generazioni maggiormente coinvolte in questo aumento delle situazioni  di consumo, i Millennials (generazione tra i 25 e i 39 anni) predominano negli Stati Uniti, la generazione Z (giovani fino ai 24 anni) in Australia, i Boomers (dai 55 anni in su) in Germania, Regno Unito e in Svezia. In questi ultimi due paesi, tra l’altro, è emerso un grosso incremento tra le consumatrici del gentil sesso, che rappresentano un target al quale ci si dovrebbe rivolgere con maggiore attenzione.

Tra le tipologie di bevande alcoliche più popolari nel 2020, Vinepair, un famoso media company americano specializzato in vino, birra e spirits, ha identificato un notevole aumento di consumo di Cognac, vini rosati e Prosecco. I vini fermi sono sempre più gettonati, mentre lo Champagne tra marzo e aprile ha subìto un calo di interesse del 40%, per poi recuperare discretamente durante l’estate.

Di fatto, la crisi che sta affrontando il vino più famoso al mondo non ha precedenti, ed è addirittura peggiore dei tempi della Grande Depressione, con perdite stimate che si aggirano a 11.7 milioni di euro e 100 milioni di bottiglie rimaste invendute. Peraltro, l’essenza dello Champagne è sempre stata elegantemente identificata come festa, celebrazione, il suggello di eventi importanti, che nel 2020 non hanno avuto luogo. La crisi ha piegato la filiera al punto da costringere i produttori a diminuire le rese massime di 2.200 kg in meno (8.000 kg per ettaro) rispetto al 2019.

Gli Stati Uniti, tuttavia, non hanno rinunciato alle bollicine, e il Consorzio a tutela del Prosecco DOC ha cavalcato l’esplosione del fenomeno Prosecco (già iniziato negli USA e nel Regno Unito nel 2011) assieme al boom dei vini rosati provenzali (acclamati negli USA dal 2015) per introdurre nel mercato una nuova DOC: il Prosecco Rosé, che quest’anno ha lanciato nel mercato 20 milioni di bottiglie e ha come obiettivo già nel 2021 il raggiungimento di 50 milioni di bottiglie in produzione. Un’intuizione geniale o un’azione esclusivamente di marketing che svilisce un territorio e una tradizione? A voi la scelta.

Tornando ai vini fermi, in uno studio sul comportamento degli americani durante l’estate,  Vinepair ha notato una forte attenzione rivolta ai vitigni più familiari e conosciuti, come il cabernet sauvignon, lo chardonnay, il sauvignon blanc, il pinot noir e i cosiddetti red blends. D’altronde, pure noi italiani abbiamo privilegiato i prodotti più familiari e locali, anche per una questione morale di sostegno alle imprese italiane.

La pandemia ha influenzato non solo la scelta di genere, ma anche di packaging: c’è stato infatti  un aumento di richieste verso formati alternativi alla classica bottiglia in vetro dal 0,75 lt. Essendo diminuite le occasioni di convivialità e condivisione tra amici, i consumatori stanno optando sempre di più per le mezze da 0,375 lt. Non solo, è stato registrato anche un aumento delle vendite dei formati bag-in-box e, udite udite, del vino in lattina, un fenomeno molto interessante nato negli States per allargare il consumo del vino a nuove categorie. Anche nel 2021 continuerà il trend e si spera che il vino commercializzato in questo modo possa perlomeno migliorare dal punto di vista qualitativo, e chi lo sa, magari un giorno questa versione potrà  invogliare i nuovi giovani consumatori a spingersi anche verso il “vino vero”, non solo una semplice bevanda alcolica alternativa alla birra.

Parlando di brand, la pandemia ha purtroppo messo in ginocchio moltissime piccole-medio imprese italiane, che tra i tanti problemi si sono trovate costrette a rinunciare al sostegno del canale Ho.Re.Ca., che in Italia è precipitato fino al 91%. Al contrario, volgendo l’attenzione verso i marchi più affermati e blasonati, come afferma Vinepair, “The Big got bigger”: con meno opportunità di incontro e di scoperta di nuovi prodotti, la clientela sia on-trade che off-trade ha preferito appoggiarsi ai più rassicuranti marchi famosi. Queste imprese, pur costrette ad affrontare certe difficoltà, stanno comunque riuscendo a fronteggiare la crisi anche grazie a strutture commerciali stabili e capitali solidi, inoltre possono contare sulla Gdo, che solo in Italia ha visto un incremento del 51%.

Tutto ciò è confermato dai dati della “Liv-Ex Power 100” 2020, la lista dei Top 100 vini considerando i volumi, i valori mossi da ogni brand, il prezzo medio, la variazione delle quotazioni e il numero dei singoli vini sul mercato. È stato infatti identificato un aumento di prezzo dal 14% al 28% per cantine come Solaia, Romano dal Forno o Ca’ Nova. Eppure, il dato più rilevante riguarda il numero dei nomi italiani ai vertici di questa classifica internazionale: non se n’erano mai visti così tanti! Ben 17 aziende, con Gaja alla posizione n.3, Sassicaia alla n.4, Ornellaia alla n. 6, Masseto alla n. 9, Solaia alla n. 13. Un risultato che va ben sfruttato e che ci fa sperare in un risvolto positivo del Made in Italy del nostro settore per il 2021. Cosa aspettarci dunque dall’anno che verrà? È ovvio che la prima cosa che mi auguro è un maggiore  impegno da parte delle istituzioni, per proteggere sia il settore della ristorazione che i piccoli produttori. È chiaro che le azioni attuate finora non sono neanche lontanamente sufficienti:  pensate che l’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor ha affermato che solo un’azienda vinicola italiana su 10 ha aumentato il proprio business nel 2020 e che 7 aziende su 10 hanno virato il fatturato in negativo. Tuttavia, è un dato di fatto che l’interesse verso il settore vitivinicolo sta aumentando e, nonostante tutto, il vento è a nostro favore, pur trovandoci nel bel mezzo della tempesta. Ritengo che il consumatore medio del 2021, che è molto più competente e preparato rispetto al passato, dovrebbe fare scelte ancor più ponderate e consapevoli, con il fine di preservare l’esistenza di tutti quei piccoli produttori che costituiscono le fondamenta dell’eccellenza qualitativa del vino nel mondo. Senza il loro contributo oggi non solo non si parlerebbe di poesia quando si tratta l’argomento “vino”, ma nemmeno di industria, perché senza qualità non c’è valore e senza valore il mercato non ha più ragion d’essere.

Elena Zanasi
Instagram: @ele_zanasi

Rosso di Montepulciano 2018 – Poderi Sanguineto I e II

C’è un vino che durante queste festività si è imposto alla mia attenzione. Proprio così: si è imposto facendosi notare sgomitando tra le altre bottiglie e mettendole in secondo piano grazie alla sua vibrante luminosità e con la sua classe cristallina.

Si tratta del Rosso di Montepulciano di Poderi Sanguineto I e II, storica azienda di Montepulciano (Acquaviva) che nel millesimo 2018 ha prodotto un Rosso di Montepulciano veramente squisito. Il vino è ottenuto da sangiovese (prugnolo gentile) per l’80% con canaiolo nero e mammolo a completare il blend. Vinificazione tradizionale, con fermentazione spontanea e affinamento in botti grandi di Slavonia e Allier per circa 12 mesi.

Rosso di Montepulciano 2018 – Poderi Sanguineto I e II

Il vino si presente in una sfavillante veste rosso rubino.

Il naso è sorpreso dapprima da vividi profumi di frutta come ciliegia e ribes nero, poi si fa strada il bergamotto accompagnato da una freschissima viola. In sottofondo una nota accennata di rotella di liquirizia. Il tutto in una cornice di pulizia e precisione veramente encomiabile.

L’ingresso del vino nel cavo orale è caratterizzato da impeto di frutta ma senza alcuna mollezza, dinamica e progressione accompagnano il sorso che è fresco e succoso, ampio e profondo. Inutile dire che la bevibilità è una naturale conseguenza della composta piacevolezza del vino. Il tannino è presente con trama sottile, la chiusura è sapida e su piacevoli ritorni ferrosi. La mineralità si accentua nel bicchiere del giorno successivo.

Plus: questo Rosso di Montepulciano non è un piccolo Nobile, ma un vino completo e identitario fatto di eleganza e scorrevolezza, sapore e spessore.

Un francese, uno spagnolo ed un italiano…

Non è l’inizio di una barzelletta, ma il resoconto degli ultimi vini bevuti. Un casuale percorso paneuropeo.

Moulin à Vent “Les Trois Roches” 2019 – Pierre-Marie Chermette

Bel rubino scarico e luminoso come ci si aspetta dal gamay di Beaujolais.
Olfatto di ribes, fragolina di bosco, viole. Il tutto avvolto da mineralità scura che fornisce complessità senza togliere spensieratezza al vino.
Freschezza e sapidità veicolano il sorso, che risulta scorrevole e goloso, peccato solo per una punta di alcol che sfugge nel finale.

Pierre-Marie Chermette è un domaine del Beaujolais con una lunga tradizione. La stile di vinificazione è molto delicato e mai prevaricante, per questo è particolarmente didattico assaggiare i loro crus del Beaujolais, oltre al Moulin à Vent in gamma possiamo infatti trovare anche Brouilly, Fleurie, Saint-Amour.

Priorat vinyes velles 2015 – Ferrer Bobet

Impenetrabile nel suo rosso rubino con riflessi bluastri. Al naso è molto intenso e di impatto con frutta scura matura (prugna), eucalipto, un floreale elegante di viola e peonia, un tocco di cacao. Anche il sorso è possente, si allarga nel cavo orale ma fortunatamente la dinamica non manca, l’acidità stempera la materia fruttata e la accompagna nello sviluppo. Il tannino è molto ben calibrato, setoso e dolce. La chiusura è sapida con qualche ritorno speziato (vaniglia).

Ferrer Bobet è un’azienda a conduzione biologica relativamente recente (il primo millesimo in commercio è stato il 2005) . Il vinyes velles 2015 è ottenuto per due terzi dalla varietà cariñena e per un terzo da garnacha; ha uno stile ipertrofico e morbido ma con alcol sotto controllo e buona mobilità. Non entusiasmerà chi cerca, anche nei vini rossi, freschezza e spigliatezza; la materia ricca e dolce ed il lavorio del legno, come spesso accade in questa denominazione, sono ben avvertibili pur in un contesto di grande armonia.

Grignolino del Monferrato Casalese “Bestia Grama” 2019 – Agricola BES

L’Agricola BES è una giovanissima realtà biologica che si trova in Monferrato, per l’esattezza a Treville. Il grignolino che assaggiamo per la prima volta ha un bellissimo colore rubino chiaro, al naso si inseguono piccoli frutti rossi e note agrumate, fiori dolci e delicati tocchi di pepe. Bocca agile, molto succosa e beverina, tannino appena accennato e chiusura elegantemente pepata.

Non certo un vino complesso, ma molto ben fatto e misurato nella sua immediatezza. Azienda da seguire, produce due altri vini – uno a base barbera, l’altro a base syrah – che non abbiamo ancora avuto l’occasione di provare.