Radici Vulcaniche a Randazzo: il carricante secondo Luca Gardini

Il vulcano non smette mai di sorprendere e di chiamare a raccolta chi ama il vino dritto e viscerale.

Il 29 agosto sono stato a Randazzo per la prima edizione di Radici Vulcaniche, una rassegna che ha trasformato le vie del borgo in un teatro del vino etneo.

Oltre 40 delle migliori cantine del territorio si sono riunite per accogliere un pubblico trasversale, fatto di grandi appassionati ma anche di professionisti e tour operator arrivati da USA, Regno Unito, Francia, Belgio e perfino Argentina e Russia, un segno evidente di come l’Etna sia ormai un brand globale capacissimo di attrarre per il suo paesaggio unico e per sua accoglienza.
Infatti, secondo il Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2025 curato da Roberta Garibaldi, la Sicilia si colloca al secondo posto in Italia come destinazione enoturistica prediletta dagli stranieri.
I numeri forniti dall’IRVO parlano chiaro: dal 2012 al 2025 le certificazioni Etna DOC sono cresciute di un mostruoso +771% cifre pazzesche che testimoniano l’interesse attorno a questa terra, ma che ricordano anche quanto sia importante proteggere la qualità e l’identità di ogni singola contrada. Il momento centrale della serata è stata la masterclass interamente dedicata alle sfaccettature del carricante, condotta da Luca Gardini “The Wine Killer”, noto per la sua capacità di individuare e comunicare con passione le eccellenze del mondo vinicolo.

Gardini ha regalato una panoramica graffiante e senza fronzoli sul vitigno bianco simbolo del vulcano.
Tra i tanti spunti mi è rimasta impressa una sua considerazione netta:

l’Etna è l’Etna, l’Etna va spiegata, va collocata, vanno spiegati i punti di forza quindi freschezza, longevità ed eleganza, possiede un territorio assolutamente unico e non ha alcun bisogno di essere paragonato alla Borgogna o ad altre zone mitiche del mondo.

Poi passa alle peculiarità del territorio, fattori irripetibili quali altitudini estreme, sbalzi termici importanti, terreni lavici e una mineralità viscerale che forgiano sorsi inimitabili e dotati di un’identità autonoma e fortissima.

I migliori assaggi (masterclass e banchi)

Dalla batteria di bottiglie degustate in sala ho estratto la mia personale top 3.

Etna Bianco DOC “Arcurìa” 2012 – Graci

L’annata 2012 è la dimostrazione vivente di quanto il carricante ben lavorato sappia sfidare il tempo senza perdere un millimetro di tensione.
Visivamente si presenta di un giallo dorato e luminoso brillante! Al naso apre su uno spettro olfattivo minerale profondissimo dove spiccano pietra focaia, cenere, ma accompagnati da buccia d’agrume essiccata e quei sentori che danno morbidezza quali il miele e lo zafferano.
In bocca il sorso è ancora affilato, profondo e privo di cedimenti.
L’acidità è perfettamente integrata in un vino che con gli anni è diventato centrato in bocca, pieno nella materia con una sapidità quasi salmastra.
Un bianco davvero da bere quasi con le carni grasse per la sua complessità.

Etna Bianco DOC Versante Sud 2021 – Serafica

Dal versante sud dell’Etna un’interpretazione di carricante giocata su grande nitidezza che mi ha sorpreso tantissimo.
Nasce da un vigneto ad alberello piantato sul Monte Arso, un cono vulcanico spento situato a quasi 1000 metri di altitudine con pendenze che superano il 30%.
In questo appezzamento il carricante si unisce a un patrimonio di varietà reliquie autoctone a bacca bianca come minnella, insolia, corinto greco, coda di volpe e bianchetta.
Al naso l’impatto è viscerale, emerge subito una matrice vulcanica segnata da idrocarburo leggero e pietra focaia, accompagnata da buccia di agrume amaro, erbe spontanee della macchia mediterranea e una sensazione iodata ben netta. In bocca il sorso spiazza per la sua doppia anima, l’altitudine regala una spina acida affilata che fende la materia e allunga il sorso, mentre il saldo di uve reliquie dona quel centro bocca polposo e avvolgente che evita al vino di risultare esile o troppo semplice. È un bianco teso, salato, di gran stoffa e con una profondità gustativa che promette un’evoluzione monumentale nel tempo.

Etna Bianco DOC Alta Mora Arrigò 2022 – Cusumano

Giallo dorato luminoso, con un naso elegante e molto fine che verte su sentori agrumati di arancia ed una nota che tende al frutto tropicale come il mango ma sostenuta da cenni floreali delicati di zagara e da una chiara impronta minerale di gesso.
In bocca è fine e vellutato, mostra la spinta tipica del versante nord con un sorso agile, dotato di un’acidità pulita e bilanciato da una buona materia data anche dal lungo affinamento e dal passaggio in botte.
Arrigo è un vino pulito che fa della complessità aromatica il suo punto di forza.

Conclusa la masterclass, il percorso è proseguito tra i banchi d’assaggio per valutare altre produzioni di produttori etnei, trovando varie interpretazioni di nerello mascalese e carricante. Due li ho selezionati per unicità, particolarità e prodotto davvero meritevole.

Tartaraci 2021 – Mirella Buscemi

Spostandoci sul versante Ovest dell’Etna in territorio di Bronte, precisamente in Contrada Tartaraci a 980 metri di altitudine, si trova un vigneto unico e stupefacente che in passato appartenne al celebre ammiraglio britannico Lord Nelson.
Da queste vigne di 90 anni ad alberello nasce il Tartaraci, un rosso d’altitudine a base di nerello mascalese, nerello cappuccio e grenache che si smarca per grazia e nitidezza.
Qui le vigne centenarie ad alberello lavorate da Mirella Buscemi danno vita a un vino che si può dire moderno a tutti gli effetti. Colore rosso rubino traslucido, scarico ma luminoso, con vivi riflessi granato chiaro, mentre al naso l’impatto è balsamico e speziato.
Emergono note di piccola frutta rossa croccante come ribes, una parte speziata di pepe rosa e poi la parte vegetale di macchia mediterranea, seguiti da una traccia vulcanica netta di pietra focaia e quella parte di cipria.
Il sorso è spinto dall’altitudine: è agile, teso, la spalla acida è affilata, i tannini sono finissimi e il finale chiude su una scia sapida e speziata di liquirizia dolce che dona grande pulizia.
Un vino d’autore, schietto e profondamente legato al suo terroir d’origine.

Etna Rosato DOC Contrada Moganazzi “Filologico” 2025 – Verderame

Verderame è un’azienda vitivinicola emergente situata sul versante Nord dell’Etna, con sede a Castiglione di Sicilia.

La filosofia produttiva è incentrata sulla valorizzazione parcellare e filologica delle singole contrade, lavorando con grande rigore artigianale sui vitigni simbolo del vulcano, nerello mascalese e carricante, con l’obiettivo di proporre vini essenziali e territoriali.
Il legame con la Contrada Moganazzi, una delle MGA più vocate, riconosciute e storiche del versante Nord, costituisce il cuore pulsante del progetto.
In questa sottozona, troviamo Contrada Moganazzi Filologico Rosato, al calice si nota subito un rosa tenue buccia di cipolla, con riflessi rame, cristallino e di ottima luminosità.

All’olfatto il vino si presenta con un naso pulito, diretto ed essenziale, apre sulla fragolina di bosco e poi vira sui fiori come la rosa canina, subito affiancati da una sottile traccia vulcanico-ematica. In bocca la vivacità del mix tra sapidità e acidità viene bilanciato da un centro bocca di un vino sì scorrevole, ma allo stesso tempo che ha quel giusto tannino e corpo che lo equilibrano.
Infatti, si può benissimo affiancare a carni magre o formaggi di buona sapidità e grassezza.
Cantina da seguire per lo spirito nuovo che prova a portare in vigna e nella comunicazione grazie alla gestione dei figli che danno quell’impronta di semplicità comunicativa che serve nel mondo del vino.

L’evento di Randazzo si è distinto per un’organizzazione impeccabile, capace di accogliere un pubblico di appassionati e addetti ai lavori mettendo in risalto i prodotti etnei.
Nel complesso, la giornata ha confermato quanto il vino dell’Etna stia attraversando una maturazione stilistica e si stia dirigendo verso una modernità fatta di sorsi slanciati, trasparenti e guidati da una spinta acida nitida.

Che si tratti delle verticalità del carricante o della finezza dei rossi delle vecchie vigne d’altitudine, il denominatore comune rimane l’impronta minerale dei suoli lavici.
La vera forza di questo territorio risiede oggi nel mettere al centro la bevibilità e l’aderenza al terroir con equilibrio e leggerezza di tocco.

Salvatore Petronio
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Corsica, vini tra mare e macchia mediterranea. Dal Cap Corse a Patrimonio.

Mediterranean coastal village, vineyards, mountains, and bay

La Corsica è una terra che sorprende. Basta allontanarsi di pochi chilometri dalle spiagge per scoprire un’isola dal carattere forte, dove montagne impervie, boschi profumati e una natura ancora autentica convivono con una tradizione vitivinicola antica e profondamente identitaria.

Durante le vacanze ho soggiornato nella parte settentrionale dell’isola, ai piedi del Cap Corse, una delle zone più affascinanti per gli appassionati di vino. Qui il paesaggio è dominato da vigneti che guardano il mare, accarezzati dai venti che arrivano dal Mediterraneo e circondati dalla tipica macchia corsa, un elemento che sembra ritrovarsi spesso anche nei profumi dei vini.

Il cuore enologico della regione è senza dubbio Patrimonio, la prima denominazione d’origine riconosciuta in Corsica nel 1968 e ancora oggi considerata una delle più prestigiose dell’isola. I vigneti si sviluppano su terreni prevalentemente calcarei e argillosi, una rarità nel contesto geologico corso, che conferisce ai vini eleganza, struttura e una spiccata impronta minerale.

Il vitigno simbolo della denominazione è il Niellucciu, parente stretto del sangiovese, capace di dare vita a rossi di notevole personalità e rosati tra i più interessanti del Mediterraneo. Accanto a lui trovano spazio il Vermentinu, autore di bianchi intensi e sapidi, e in misura minore altre varietà autoctone che contribuiscono a raccontare la ricchezza viticola dell’isola.

Interessante notare come l’Appellation Patrimonio sia la prima (e mi risulta unica) in Francia ad aver vietato espressamente a disciplinare l’utilizzo di diserbanti in vigna. I circa 40 produttori che ad oggi escono sul mercato con vini Patrimonio AOP, dai più grandi a più piccoli, hanno concordato nel darsi questa regola particolarmente stringente e dal forte impatto comunicativo.

Poco più a nord si estende invece la denominazione Cap Corse, una striscia di terra spettacolare protesa verso il mare. Qui la viticoltura assume spesso i contorni dell’eroismo, con vigneti coltivati su pendii scoscesi e terrazzamenti affacciati sulle coste. Oltre ai vini bianchi, rossi e rosati, questa zona è storicamente famosa anche per i suoi vini liquorosi e per il celebre Muscat du Cap Corse, una delle espressioni più caratteristiche della tradizione locale.

Tra piccole cantine, panorami mozzafiato e bicchieri condivisi al tramonto, ho avuto l’occasione di assaggiare diversi vini provenienti da queste due denominazioni. Di seguito troverete le mie impressioni e le note di degustazione dei vini che mi hanno accompagnato durante questo viaggio nel volto più autentico della Corsica.

I vini assaggiati

Patrimonio Rouge “Crème de Tête” 2024 – Clos de Bernardi

Azienda fondata nel lontano 1880 da Xavier de Bernardi. L’azienda possiede circa 11 ettari ed è certificata sia in biologico che in biodinamico. 100% niellucciu per un vino dall’olfatto di frutta rossa (ciliegia, anguria), poi viola e pepe verde. Sorso di ottima freschezza, tannino ben presente ma saporito e funzionale a dar spessore e stratificazione al sorso. Alcol (13,5%) ben integrato. Chiusura floreale e di frutti rossi. Un vino di impatto materico che resta però agile alla beva.

Vin de France “Rosé d’une Nuit” Rosato 2025 – Famille Marfisi

Clos Marfisi è un’azienda artigiana biologica di Patrimonio. Anche in questo caso la storia dell’azienda è molto antica, siamo ad oggi arrivati alla quinta generazione, l’azienda è sempre stata una questione di famiglia insomma! E questa storia porta in dote vigne molto belle e in gran parte decisamente vecchie. Il vino che abbiamo assaggiato è un rosé de saignée (da salasso) ottenuto da niellucciu dal colore cerasuolo. Naso goloso di caramella alla fragola, arancia rossa, macchia mediterranea. Sorso fresco e succoso, di un certo impatto (non è un rosato da aperitivo ma piuttosto da tutto pasto), piuttosto rapido nello sviluppo, la chiusura è però salata e persistente con ritorni di erbe amare e agrumi. Vino molto intrigante e persino divertente nell’alternare un olfatto di frutta dolce ed una chiusura di bocca di erbe amare, da provare!

Patrimonio Rosé “Terribile” 2025 – Domaine Murtone

Altra azienda di Patrimonio con 10 ettari di vigna di proprietà. Rosato chiaro da niellucciu. Fragoline, pesca bianca, fiori dolci ed echi marini al naso. Sorso scorrevole, sviluppo rapido che però si fa apprezzare grazie ad un’acidità vivace e ben integrata. Chiusura sapida anche se non particolarmente lunga. Un vino semplice e schietto, ottimo compagno della tavola.

Patrimonio Rouge “Terribile” 2025 – Domaine Murtone

Il bicchiere assaggiato in azienda non ha convinto appieno. Risulta giovane e vinoso con un’acidità volatile sopra le righe.

Patrimonio Rouge Cuvée Prestige “Superbu” 2025 – Domaine Murtone

Questo vino, 100% niellucciu, è molto più a fuoco: frutto rosso dolce e carnoso (amarena), viola, humus. Sorso di grande verve acida con tannino saporito. Lineare e semplice nello sviluppo. Chiude agrumato e lungo. Vino ben fatto che va sicuramente atteso ancora qualche anno.

Patrimonio Blanc 2025 – Clos Teddi

Sono 40 gli ettari di vigna (niellucciu, vermentinu et sciaccarellu) a disposizione di Clos Teddi, l’azienda più “grande” tra quelle assaggiate in questo periodo estivo (circa 120.000 bottiglie prodotte ogni anno). Il Patrimonio Blanc che abbiamo nel calice richiama i fiori e la frutta fresca (melone bianco), quindi un tocco vegetale e di erbe aromatiche (timo). Fresco al sorso, agile lo sviluppo, saporitissima e marina la chiusura con un tocco minerale e agrumato molto elegante. Buona lunghezza. Un ottimo vino, preciso e raffinato.

Patrimonio Blanc Vermentinu “San Giovanni” 2025 – Antoine-Marie Arena

Antoine-Marie è il figlio più piccolo di Antoine Arena, dello storico Domaine Arena. Il vermentinu San Giovanni si presenta con un colore paglierino con riflessi dorati. Naso elegante di frutta bianca, scorza di agrumi, tocchi floreali e di garrigue. Bocca saporita, di una certa ampiezza, l’acidità non manca, la progressione non perde slancio. La chiusura è su ritorni salini, di erbe aromatiche e mandorla. Grande persistenza. Il miglior vino bianco assaggiato in vacanza.

Morta Maiò Terra di Marticciu 2024 – Jean-Baptiste Arena

Jean-Baptiste è il figlio maggiore di Antoine Arena e produce anche lui, presso il Domaine Arena, vini con la propria etichetta. Il vino che stiamo assaggiando è ottenuto da niellucciu. Colore rosso intenso impenetrabile e solcato da riflessi bluastri. Olfatto di frutta scura, viola, humus, effluvi balsamici, spezie (cardamomo), grafite. Sorso di grande acidità e dal tannino ben presente, il tutto compensa perfettamente una materia dal frutto ricco ma dall’alcol contenuto (12,6%). Chiusura di ottima lunghezza, su ritorni agrumati. Grande vino rosso che vorrei riassaggiare tra qualche anno dopo ulteriore evoluzione.

Diego Mutarelli
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ViniMilo 2026: Volcanic Wines presso Barone di Villagrande

Outdoor vineyard meal with wine glasses; “CHIRP!”, “CLINK!”, and “SAVOR!”

Milo, versante est dell’Etna, chi frequenta questa zona sa bene che qui la Sicilia spoglia i suoi panni marittimi per vestire quelli vulcanici, fatti di altitudini, sbalzi termici spaventosi e folate di brezza marina.

In occasione della ViniMilo 2026, la cantina Barone di Villagrande ha aperto le porte della tenuta per ospitare la nuova edizione di Volcanic Wines, un evento pensato e curato in prima persona da Marco Nicolosi, proprietario ed enologo dell’azienda. Più che una semplice degustazione, una vera e propria full immersion sulla matrice geologica dei suoli vulcanici d’Italia e del mondo.

Nelle parole di Marco c’è tutta l’intenzione che anima questa rassegna:

Questo evento è un’opportunità che ci piace dare ad appassionati, professionisti del settore, ma ancor di più alle persone che vogliono scoprire il mondo del vino.
Inoltre, grazie alla collaborazione con vari consorzi, abbiamo la possibilità di andare a degustare vini accomunati da suoli vulcanici che solitamente non sono di facile reperibilità, così da poter confrontare le mille sfaccettature che un terroir vulcanico può conferire ad un vino.

Ed è proprio la reperibilità di certe chicche a fare la differenza tra i banchi d’assaggio.

Passeggiando tra i calici si passava con disinvoltura dalle pendenze estreme delle Isole Canarie ai rilievi vulcanici delle isole greche di Santorini e Kos, fino ad approdare alla remota Valle del Malleco nel sud del Cile.
Il tutto senza dimenticare la spina dorsale del nostro patrimonio: l’immancabile area Etnea ed Eoliana, il rigore minerale dei Monti Lessini, i profili iodati e scuri della zona vesuviana, le espressioni laziali attorno al Lago di Bolsena e la freschezza verticale della Val di Cembra.

Nota di merito e grande elemento di curiosità della giornata è stata la presenza di G.R.A.S.P.O. (Gruppo di Ricerca Ampelografica per la Salvaguardia e la Preservazione dell’Originalità).
Un’idea nata dall’ostinazione di tre enologi mossi da una passione viscerale per la ricerca sul campo: scovare, recuperare e vinificare antichi vitigni ormai abbandonati o quasi estinti. Assaggiare le loro micro-produzioni significa esser consapevoli di entrare in contatto con sorsi unici, irripetibili, che probabilmente non potrai mai più ripetere.

Un evento del genere non poteva che trovare il suo completamento naturale in una proposta gastronomica radicata nel territorio.
Tra un banco d’assaggio e l’altro, la cucina dello chef Alfio Pesce ha coccolato i partecipanti con alcuni grandi classici della tradizione, dai pitoni messinesi alla pasta maritata con i tenerumi, cioè la foglia della zucchina lunga estiva, pomodoro a falde, cipollotto e guanciale, fino allo stufato di manzo con patate e alla costata di manzo alla brace.
Un percorso semplice e territoriale, perfetto per accompagnare la varietà dei vini in degustazione.

Gli assaggi che mi hanno colpito

Saxanigra Brut Etna Spumante DOC – Destro Siamo tra i 730 e i 750 metri di altitudine e le escursioni termiche mettono in cassaforte una spalla acida pazzesca. Un Metodo Classico di  Nerello Mascalese in purezza che sosta sui lieviti in bottiglia  per ben 36 mesi.
Si presenta giallo sabbia brillante, con un perlage fine e davvero persistente.
Al naso mandorla tostata e burro salato si equilibrano con un fondo agrumato e dalla traccia minerale dato dal terroir etneo.
Al primo impatto al palato un centro bocca materico e cremoso, dato dalla sosta sui lieviti, ma la scena la prende tutta il finale, lunghissimo e segnato da un’impronta sapida e iodata, tagliente che richiama subito al sorso successivo.

Trenzado 2024 – Suertes del Marqués Tenerife Ci spostiamo nell’isola di Tenerife, nella zona ovest della Valle de La Orotava (Los Realejos). Un vino ottenuto da Listán Blanco 100% da vigne storiche a piede franco con un’età compresa tra i 60 e i 150 anni. Il nome richiama il sistema di allevamento locale, il Cordón Trenzado, dove i tralci delle viti vengono intrecciati tra loro.
Fermentazione alcolica che avviene in fudres di legno grande da 20 e 45 ettolitri e in barriques da 500 litri, con una malolattica parziale e poi il vino affina per 10 mesi negli stessi contenitori di legno.
Giallo paglierino luminoso con velate sfumature dorate, ed al naso viene fuori subito la matrice vulcanica senza filtri, emergono note di pietra focaia, cenere, agrume amaro e una parte salmastra che dà una beva incredibile.
Il sorso è di una verticalità pazzesca, dritto e profondo, accompagnato da una buona materia data anche dal passaggio in legno che dona struttura e un pelo di affumicatura.

Madeira Malvasia 10 Years Old – Vinhos Justino Henriques Pieno Oceano Atlantico, sull’isola vulcanica di Madeira dove i suoli basaltici, l’umidità salmastra e le pendenze scoscese creano condizioni umane ed enologiche uniche.
Questo Madeira nasce al 100% da uve Boal, con una vinificazione che prevede una fermentazione arrestata tramite l’aggiunta di acquavite di vino a 96 gradi.
Segue un affinamento di almeno 10 anni in botti di rovere americano secondo il tradizionale sistema dell’Estufagem e Canteiro, dove il vino affronta sbalzi di temperatura con ossidazione controllata.
Colore ambrato profondo con riflessi caramello, di grande consistenza nel calice.
L’impatto al naso è di una complessità terziaria impressionante, si potrebbero tirare fuori mille descrittori, proviamo a dire qualche nota: fichi secchi, datteri, scorza d’arancia candita, vaniglia, tabacco dolce …
In bocca si sente subito la materia e la parte glicerica ma sembra quasi un vino leggero grazie alla parte acida e minerale che nasconde i 19° di titolo alcolometrico e poi in retrolfattiva appare una frutta secca, miele di castagno e una nitida scia affumicata.

PS: accompagnato con un Gorgonzola piccante è perfetto!

Eventi come questo ricordano perché continuiamo a cercare la bellezza nel calice e ad andare a caccia di terroir vivi.
L’ospitalità di Barone di Villagrande e la visione di Marco Nicolosi hanno dimostrato ancora una volta come la viticoltura vulcanica non sia una semplice moda, ma un filo conduttore geologico capace di unire territori, storie e vignaioli all’apparenza lontanissimi. Tra la freschezza delle altitudini etnee, le intuizioni ampelografiche di G.R.A.S.P.O. e le sfaccettature estreme dei vini internazionali, giornate come questa restituiscono la bellezza di questi eventi, il confronto dritto, schietto e senza filtri attorno a un tavolo.

Salvatore Petronio
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Un bianco sorprendente dall’Isère

L’Isère è una regione francese non certo particolarmente prestigiosa in ambito vitivinicolo. Eppure, da qualche anno, interessanti produttori stanno riportando in auge un territorio che in passato ha avuto una certa rilevanza enologica.

In passato abbiamo parlato del Domaine Jérémy Bricka e del Domaine Les Alpins (Sébastien Benard). Nel post di oggi facciamo invece la conoscenza del Domaine Finot, sito nel Grésivaudan, grosso modo tra Chambery e Grenoble.

Dopo studi in enologia e diverse esperienze nei principali terroir francesi, Thomas Finot crea la propria azienda recuperando vecchi vigneti abbandonati e puntando sulle varietà locali. Il tutto seguendo un approccio che ama definire eco-responsabile e biodinamico.

Abbiamo avuto modo di assaggiare un bianco ottenuto da jacquère in maggioranza con, a saldo, chardonnay, altesse e verdesse.

Tractor Blanc 2024 – Domaine Finot

Giallo paglierino con riflessi dorati. Naso molto intrigante, parte con un tocco sulfureo, poi melone e pesca bianca, ma anche richiami piacevolmente freschi di menta e aneto. Sullo sfondo emerge una marcata impronta minerale che conferisce ulteriore complessità al profilo aromatico.

L’acidità è vibrante, il sorso risulta fresco e succoso, un tocco di tannino rende la progressione più stratificata. Il basso tenore alcolico (11%) e la chiusura salina completano il quadro di un vino di grande beva e piacevolezza.

Plus: un vino d’ispirazione naturale che rifugge qualsiasi “sgrammaticatura”, distinguendosi al contrario per precisione, equilibrio ed eleganza. Piacerà a chi nel vino cerca sfumature, dettagli e tensione più che volume, potenza e intensità. Un bianco che conferma come, lontano dai riflettori delle appellation più blasonate, esistano ancora territori capaci di sorprendere e raccontare una Francia del vino meno conosciuta, ma non per questo meno affascinante.

Diego Mutarelli
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Morus Nigra 2017, avanguardia refosco

In passato abbiamo già parlato del refosco dal peduncolo rosso di Vignai da Duline, l’occasione ci era stata fornita da una degustazione verticale di più annate del vino Morus Nigra (vedi qui: Avanguardia refosco). In quel contesto avevamo sottolineato come una delle caratteristiche del refosco, se vinificato da mani sapienti, sia l’evoluzione nel tempo. E’ dunque con curiosità e pazienza che abbiamo atteso questo Morus Nigra 2017.

Refosco Morus Nigra

Friuli Colli Orientali refosco dal peduncolo rosso “Morus Nigra” 2017 – Vignai da Duline

Rosso rubino integro e fitto il colore. Olfatto che richiama i frutti di bosco (more, ribes nero), la corteccia, il sottobosco, qualche nota ematica e minerale (grafite), anche le spezie fanno capolino (paprika).

Sorso di grande equilibrio: volume e freschezza dialogano aromaticamente disegnando una traiettoria del vino ellittica, né verticale né orizzontale insomma! Il risultato è quello di una progressione e una dinamica coinvolgente e convincente. Tannini affusolati e acidità ben integrata nella materia contribuiscono a rinfrescare il sorso e a contenere l’alcol.

Chiude lungo su ritorni di frutta scura e spezie.

Plus: nel post precedente abbiamo raccontato del concetto di vino post naturale approfondito nel libro di Roberto Frega. Ebbene, Vignai da Duline è uno dei pochi produttori italiani citati che, secondo l’autore, potrebbe a buon diritto rientrare nella categoria post naturale.

Diego Mutarelli
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Il vino naturale è morto, viva il vino post naturale!

Two people serving and tasting natural and conventional wine at a wine event

Il panorama della letteratura enologica contemporanea è ricco di volumi di avvicinamento al vino, adatti ai neofiti oppure, per i più esperti, di approfondimenti su territori vitivinicoli di un certo rilievo. Capita raramente di imbattersi in libri con uno sguardo più ampio e prospettico, capaci di mettere in discussione i paradigmi dominanti senza scivolare nella provocazione fine a sé stessa. Il vino post naturale di Roberto Frega, pubblicato da Edizioni Ampelos nel 2026, appartiene a questa categoria: un saggio che affronta uno dei temi più dibattuti degli ultimi vent’anni – il vino naturale – con uno sguardo lucido, critico e al tempo stesso profondamente rispettoso della sua storia.

Roberto Frega, vino post naturale

Il suo autore, Roberto Frega, è un filosofo italiano che attualmente lavora come ricercatore al CNRS di Parigi. Oltre a occuparsi professionalmente di filosofia sociale e politica è, va da sé, grande appassionato di vino oltre ad essere fondatore di Sartoria del Vino, azienda di importazione e distribuzione di vini italiani e francesi. La tesi del libro è che il vino naturale, nato in antitesi al vino cosiddetto convenzionale, abbia esaurito la sua spinta rivoluzionaria e rischia oggi di diventare uno stile e un’estetica codificata.

L’autore traccia molto bene la storia della nascita del movimento naturale dagli albori ad oggi e ne sottolinea le derive ideologiche e le scelte di cantina che hanno portato, in molti casi, ad un emergere di estetiche omologanti nei vini proposti. Macerazione carbonica, rifermentazione ancestrale, macerazione pellicolare sui bianchi, vinificazione senza solfiti aggiunti, scelte enologiche che prese singolarmente avevano ed hanno significato in alcuni contesti e territori ma che sono diventati la grammatica di tutti i vini naturali, e che hanno quindi portato a risultati simili (quindi omologanti) indipendentemente dal territorio di provenienza. Man mano che il movimento naturale è uscito dai margini, esso è diventato brand e moda, con tutto il corollario di etichette provocatorie, tappi a corona, rinuncia alle denominazioni di origine, normalizzazione di alcuni difetti (torbidità eccessive, brett, volatile…).

Ma lungi dall’essere un pamphlet anti vini naturali, il saggio propone invece il superamento della sterile contrapposizione tra naturale e convenzionale. Ed evidenzia l’emergere di un modo nuovo di far vino, di un nuovo paradigma che supera le categoria precedenti: il vino post naturale. Nota bene, l’espressione vino post naturale è stata usata per la prima volta da Jamie Goode, autore della prefazione al libro, ma qui Roberto Frega con il rigore del ricercatore dà sostanza ad un concetto che altrimenti può risultare sfuggente. Senza riassumere tutti i contenuti del libro, circa 200 pagine scorrevoli anche se dense, la parte più interessante è quella in cui l’autore sottolinea come i produttori post-naturali hanno spostato il focus dalle pratiche di cantina al vigneto. E quindi approfondisce concretamente diverse pratiche agronomiche del paradigma post naturale: agroecologia, permacultura, agricoltura rigenerativa. Si parla quindi dei vantaggi a lungo termine di scelte quali l’inerbimento permanente e la pacciamatura, l’utilizzo di compost e la fertilizzazione organica, la selezione massale, la chioma integrale, la gestione idrica, etc… Tutti concetti che l’appassionato di vino ha già sentito nominare e magari approfondito ma che qui vengono organicamente approfonditi e di cui si mettono in evidenza i benefici per le viti e quindi per i loro frutti.

Il giudizio di Vinocondiviso

Il vino post naturale non è una lettura leggera né un manuale per appassionati in cerca di consigli di degustazione. È un saggio che richiede attenzione e disponibilità al confronto, ma che ripaga il lettore con idee originali e una prospettiva nuova sul mondo del vino.

Consigliato a produttori, sommelier, comunicatori e wine lover che desiderano comprendere le trasformazioni culturali in atto nel settore. Anche chi non condividerà tutte le conclusioni dell’autore troverà in queste pagine uno stimolo prezioso per riflettere sul futuro del vino. Suggeriamo il libro anche ai più giovani appassionati di vino, coloro che non hanno vissuto in prima persona la “rivoluzione naturale” e che non hanno visto il fondamentale documentario del 2004 di Jonathan Nossiter, Mondovino (su questo si deve assolutamente rimediare!).

Sposiamo quanto suggerisce l’autore, ovvero che la domanda più interessante oggi non è se un vino sia naturale o convenzionale, ma quale tipo di agricoltura, di territorio e di cultura del vino vogliamo costruire per il futuro. Soprattutto in un’epoca fortemente minacciata dai cambiamenti climatici.

L’unica critica che possiamo muovere al testo (o forse spunto per un prossimo volume!) sta nel fatto che l’opera si concentra sul percorso del vino naturale francese e la sua evoluzione verso il paradigma post naturale, mentre ricevono meno attenzione molte esperienze italiane che da anni lavorano su temi oggi centrali nel dibattito: biodiversità, agricoltura rigenerativa, valorizzazione dei vitigni autoctoni, sostenibilità ambientale e gestione virtuosa del suolo. In questo senso il lettore italiano potrebbe avvertire l’assenza di un confronto più approfondito con le pratiche sviluppate in territori italiani dove la riflessione sul rapporto tra agricoltura, territorio e identità del vino è particolarmente avanzata.

Diego Mutarelli
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Alta Savoia in bianco: il gringet di Domaine Belema

Asterix and Obelix drinking beer at a wooden table with food in a lively tavern

Ayse è una cittadina francese dell’Alta Savoia, non distante dal confine svizzero e dalla valle del Monte Bianco. E’ qui che si è installato Yann Pernuit che, dopo aver dedicato la gioventù al ciclismo professionistico, ha fondato Domaine Belema. Yann Pernuit non lo ha fatto però prima di aver completato studi enologici e maturato esperienze significative, tra cui molti anni presso Château de Mérande in Savoia e alcuni anni di affiancamento a Dominique Belluard, vero e proprio mito dell’Alta Savoia. La prematura scomparsa di Belluard non ha però scoraggiato Yann, che è in qualche modo diventato il suo discepolo valorizzando il gringet, vitigno autoctono di queste montagne che Belluard aveva fatto scoprire a tutto il mondo.

Con curiosità abbiamo dunque stappato un gringet 2022 del Domaine Belema. E’ un vino che esce sotto la denominazione Vin des Allobroges, un’Indicazione Geografica Protetta (IGP) dedicata ai vini prodotti in Savoia e in Alta Savoia che fa riferimento agli Allobrogi, una potente tribù celtica che abitava queste terre alpine prima di essere sottomessa da Giulio Cesare.

Vin des Allobroges IGP “Imago” gringet 2022 – Domaine Belema

Il vino è paglierino con luminosi riflessi dorati, leggermente velato a conferma dell’approccio “non interventista” che sappiamo avere il produttore (come peraltro la maggior parte dei produttori più significativi della Savoia).

Naso affascinante di roccia e pietra spaccata, quindi un tocco fruttato di nespola, fiori di campo, fumé e agrumi canditi.

Bocca agile, il titolo alcolometrico di soli 11% rende la beva scorrevole e dissetante ma attenzione, non siamo di fronte ad un vino “solamente” beverino. Il sorso è freschissimo, elettrico e allo stesso tempo con una certa fittezza di materia, la progressione è senza strappi e dallo sviluppo saporito e coinvogente.

Chiusura tersa, sapida e di grande persistenza minerale.

Plus: vino naturale preciso e di carattere, elegante e che però si impone, con delicatezza ma anche personalità.

Diego Mutarelli
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Le vigne di famiglia – Azienda Agricola Biondi

Ci sono aziende che interpretano i vini ed il territorio dell’Etna ed altre che ne custodiscono la memoria.

Quando si visita l’Azienda Agricola Biondi, a Trecastagni, si capisce rapidamente di appartenere alla seconda categoria.

Qui non si percepisce la sensazione di un territorio scoperto recentemente, ma quella di una famiglia che vive queste vigne da generazioni, ben prima che il vulcano diventasse una delle denominazioni più ricercate d’Italia.

Con Ciro Biondi percorriamo vigneti che si sviluppano tra antichi crateri spenti, terrazzamenti in pietra lavica e vigneti ad alberello che sono parte integrante del paesaggio.
Alcuni impianti sono recenti, altri risalgono a oltre cinquant’anni fa, ma tutti condividono lo stesso filo conduttore: il legame con una storia familiare che affonda le radici nei suoli Etnei.

La famiglia Biondi possiede questi terreni dal Seicento e l’azienda vinicola era già attiva alla fine dell’Ottocento.
Nei primi anni del Novecento i vini Biondi-Lanzafame venivano premiati nelle esposizioni internazionali di Parigi, Milano, entrando persino nel Grande Libro d’Oro del Regno d’Italia. Poi arrivarono gli anni difficili del dopoguerra e, come accaduto a molte realtà agricole siciliane, iniziò un lungo periodo di difficoltà. La rinascita arriva nel 1999, quando Ciro e sua moglie Stephanie decidono di riprendere in mano il patrimonio familiare, recuperando vigneti e riportando il vino al centro del progetto aziendale.

Oggi l’azienda conta circa sette ettari distribuiti principalmente tra tre vigneti: San Nicolò, Cisterna Fuori e Chianta, tre appezzamenti vicini geograficamente ma molto diversi tra loro dal punto di vista geologico.

Ed è proprio la geologia a diventare protagonista, perché passeggiando tra le vigne, si ha la sensazione di trovarsi dentro un libro di vulcanologia: Cisterna Fuori e Chianta sorgono all’interno di antiche bocche eruttive chiamati nella zona “i Montarozzi”, mentre San Nicolò occupa le pendici di un cono vulcanico molto più antico circa 12000 anni.
I terreni cambiano colore, composizione chimica nel giro di poche centinaia di metri, alcune parcelle mostrano suoli più ricchi di componenti ferrose, altre derivano da depositi piroclastici più acidi.

“È difficile trovare una vigna piantata all’interno di un cratere spento”, osserva Ciro, ed è difficile dargli torto.

Su questi versanti esposti a sud-est, tra i 600 e i 700 metri di altitudine, il mare non porta tanto sapidità quanto ventilazione.
Ogni giorno l’aria sale dalla costa verso il vulcano per poi ridiscendere la sera, creando un movimento continuo che contribuisce alla sanità delle vigne e alla freschezza dei vini. La coltivazione segue una filosofia estremamente rispettosa del territorio: niente diserbanti, lavorazioni manuali e alberello etneo come forma di allevamento dominante. Alcuni impianti sono addirittura a piede franco, realizzati utilizzando le marze provenienti dalle vecchie vigne aziendali.

Parlando dell’Etna contemporaneo, Ciro riconosce senza esitazioni quanto il territorio sia cambiato negli ultimi venticinque anni. Quando lui e Stephanie iniziarono il loro percorso, spiegare il valore di un vino dell’Etna era tutt’altro che semplice. Molti importatori faticavano a comprendere perché una bottiglia proveniente dalla Sicilia dovesse costare più della media regionale.
Oggi la situazione è completamente diversa: il lavoro dei produttori e l’attenzione della critica internazionale hanno finalmente reso evidente l’unicità di questo territorio.

Eppure, al di là del successo commerciale, il cambiamento più importante è forse un altro: il recupero di vigneti che rischiavano l’abbandono, terreni che un tempo venivano lasciati a sé stessi sono tornati a essere coltivati, contribuendo a preservare un paesaggio unico al mondo.

La degustazione conferma quanto il carattere del versante sud-est sia differente rispetto alle espressioni più note del versante nord.

Outis Bianco 2025 colpisce immediatamente per energia e tensione, Il carricante esprime un’acidità vibrante ma mai isolata, sostenuta da una forte impronta minerale e da una bevibilità sorprendente.
Ciro afferma che “è uno di quei vini che sembrano fatti per essere bevuti oggi ma che, allo stesso tempo, lasciano intuire una lunga capacità evolutiva, fino a 10 anni”.

Outis Rosso 2025  rappresenta invece la versione più immediata e conviviale del nerello. Frutto croccante, freschezza e tannino ancora giovane disegnano un vino che sembra nato per la tavola.
Ciro lo immagina ad una temperatura più fresca, una sera d’estate, accanto ad un trancio di tonno grigliato, un abbinamento che racconta bene il rapporto tra la componente ferrosa del vino e quella del tonno.

Con l’Etna Rosso San Nicolò 2024 il registro cambia, l’età del vino e la diversa natura del suolo portano maggiore profondità e complessità, senza rinunciare alla tensione che rappresenta una delle firme stilistiche della cantina.
Cambia anche la frutta che qui risulta più matura, variando verso le ciliegie sotto spirito, la prugna e spezie delicate come il pepe bianco.
Questo vino è anche la dimostrazione concreta di una convinzione maturata in oltre venticinque anni di esperienza: i grandi Etna Rosso possiedono tutte le carte in regola per affrontare lunghi invecchiamenti.

Se Outis rappresenta il volto più immediato del carricante, Chianta 2022 mostra invece la capacità di questo vitigno di acquisire profondità e complessità.
La breve macerazione sulle bucce e il lungo affinamento in tonneaux ampliano il profilo aromatico del vino, che si muove tra note di frutta gialla matura, accenni tropicali e una mineralità sempre presente. È un bianco che non rinuncia alla tensione tipica dell’Etna, ma la veste di maggiore volume e articolazione, mantenendo una sorprendente facilità di beva.

Ma il vino che forse racconta meglio l’anima dell’azienda è il Biondi Centenario 2023. L’annata 2023 sull’Etna è stata tra le più difficili degli ultimi anni, piogge incessanti, grandine e peronospora hanno ridotto drasticamente le produzioni, tanto che in azienda ci si ritrovò con quantità minime di vino disponibile e la necessità di decidere come gestire una situazione apparentemente disastrosa. La svolta arriva quasi per caso. Durante il Vinitaly, un amico professore dell’Onav di Catania, comunica a Ciro il ritrovamento di una bottiglia prodotta dal nonno nel 1923, esattamente cento anni prima. Da quel momento nasce l’idea.

Viene recuperata la storica etichetta di famiglia, vengono richiamate le medaglie vinte nei primi del Novecento e prende forma una cuvée speciale ottenuta assemblando Outis Rosso, Cisterna Fuori e San Nicolò. Soltanto 2.189 bottiglie, nate nonostante le difficoltà della vendemmia.

È la perfetta sintesi della filosofia Biondi: trasformare un problema in un’opportunità e utilizzare il passato non come esercizio nostalgico, ma come strumento per raccontare il presente.

In un territorio dove spesso si parla di vulcano, altitudini e suoli, i Biondi ricordano che il vino è anche una questione di memoria e di tradizione. E che, a volte, cento anni di storia possono essere racchiusi in una sola bottiglia.

Salvatore Petronio
Instagram: @salvopetronio

Scintille di Jura, tra chardonnay, savagnin e vin de voile

Abbiamo avuto la possibilità di partecipare ad una serata conviviale tra appassionati dedicata ai vini del Jura. La serata è stata organizzata da Casa Nuvola, un wine club privato che è nato a Milano ad opera di Marco e Valentina, appassionati di vino e gastronomia oltre che splendidi padroni di casa. Ciascuno ha contribuito con una bottiglia jurassica, ne è venuta fuori una bevuta interessantissima.

Ecco qualche nota sui vini, con in grassetto i vini che ci sono piaciuti di più.

  • Aperitivo e vini rossi

Crémant du Jura “Blanc de Noirs” – Domaine André et Mireille Tissot

Côtes du Jura Poulsard “Sous Le Monceau” 2023 – Buronfosse

Vin de France “Le Moulin neuf” 2022 – Domaine des Cavarodes

Arbois Trousseau “Le Clousot” 2023 – Michel Gahier

Più che discreta la bollicina da pinot noir del Domaine Tissot, minerale e con un’intrigante ossidazione controllata. Tra i vini rossi la nostra preferenza è andata al vino del Domaine des Cavarodes, un singolare blend di poulsard e mondeuse. Il vino risulta piuttosto articolato al naso tra note di arancia e mineralità scura, cannabis e fiori rossi. Sorso originale per la zona con un tannino croccante ed una grande beva, fresca e dinamica. Ottima la persistenza in chiusura.

  • I vini bianchi

Vin de France Chardonnay “Les pieds d’argent” 2023 – Thibaud Pierson

Côtes du Jura Melon à Queue Rouge vieilles vignes 2023 – Philippe Chatillon

Côtes du Jura Chardonnay “Lias” 2022 – Domaine Labet

Côtes du Jura Savagnin “Face B” 2023 – Les Bottes Rouges

Côtes du Jura Savagnin “Pressé” 2019 – Domaine des Cavarodes

Côtes du Jura Savagnin “En Chalasse” 2022 – Domaine Labet

Arbois Fleur de Savagnin 2018 cuvée “R” 2018 – Domaine de la Tournelle

Vin de France “Potion Magique” – L’Octavin

Arbois Savagnin sous voile 2019 – Domaine de la Touraize

L’Etoile Savagnin 2019 – Domaine de Montbourgeau

Vincitore della serata, per chi scrive, la cuvée speciale e rara, “R” appunto, che il Domaine de la Tournelle ha ideato come una sorta di assicurazione sulla grandine e il maltempo “in natura”, ovvero delle bottiglie/tesoretto, ottenute da selezioni effettuate dall’azienda, dedicate ad amatori e collezionisti. Si tratta di un savagnin da fermentazione spontanea e affinato ben 48 mesi. Un vino che sa di fumo, pietra focaia, frutta secca, agrumi (lime), spiccata mineralità…sorso freschissimo, l’acidità rende la beva leggera e gustosissima, il sorso però non è affatto stretto, la materia è piuttosto ricca e il vino risulta anche di volume, dalla progressione entusiasmante. Salata la chiusura che è, ça va sans dire, dalla persistenza infinita. Sul podio della serata anche i due vini del Domaine Labet, entrambi eccellenti e caratterizzati dalla consueta e sontuosa mineralità.

Da segnare anche il vin de voile del Domaine de Montbourgeau, vino ossidativo di grande complessità e perfetto per la chiudere in bellezza la degustazione.

Diego Mutarelli
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L’Isola d’Elba e i suoi vini

Fino a qualche giorno fa non ero mai stato sull’Isola d’Elba. Una grande lacuna colmata grazie ad un recente fine settimana (lungo) trascorso sulla terza isola più grande d’Italia. Ho così avuto modo di assaggiare qualche vino locale che, come da missione del blog, condivido con tutti i lettori.

Non ero sull’Isola d’Elba per motivi enologici, la mia esplorazione si è dunque necessariamente limitata alle occasioni di assaggio avute nei ristoranti che ho frequentato. L’elenco non ha pertanto alcuna pretesa di rappresentatività né, tanto meno, di esaustività.

Elba Bianco Ansonica DOC “Lazarus” 2024 – Valle di Lazzaro (Stefano Farkas)

Dopo oltre 30 anni alla guida di Villa Cafaggio, importante realtà del Chianti Classico, Stefano Farkas fonda Valle di Lazzaro, 7 ettari di vigneto vicino a Portoferraio. Il vino che abbiamo nel calice è ottenuto da uve di ansonica, la più rappresentativa varietà a bacca bianca dell’Isola d’Elba. Il colore è un bel giallo dorato, al naso si percepiscono sentori di fiori di campo, fieno e macchia mediterranea. A bicchiere fermo un tocco esotico di papaia. Sorso morbido e saporito, l’alcol (13,5%) è ben gestito, ottima sapidità e chiusura caratterizzata da erbe aromatiche (caramella Ricola!) e spezie. Vino che coniuga un’ottima beva a una certa intensità.

Interessante e di personalità.

Elba Rosato DOC 2025 – Tenuta La Chiusa

La storia di Tenuta la Chiusa è molto antica, tra le sue mura è stato persino ospitato in due occasioni Napoleone Bonaparte. Il vino rosato è ottenuto da uve sangiovese. Il colore è un rosato cerasuolo intenso e luminoso, l’olfatto richiama le rose fresche, la ciliegia, la macchia mediterranea. Semplice e fresca la progressione gustativa, scorrevole e rapido lo sviluppo, di una certa morbidezza. Chiusura di frutta dolce e sale. Vino che fa dell’immediatezza la sua dote migliore.

Disimpegnato

Elba Bianco Vermentino DOC 2025 – Zega

Zega è una piccola realtà agricola familiare dedita alla produzione di vino, olio e miele. Il vermentino che abbiamo nel calice richiama gli agrumi e le erbe aromatiche. Il sorso è è agile e di ottima freschezza. Vino ben fatto, dall’intrigante chiusura sapida. Molto adatto da aperitivo o piatti estivi e leggeri.

Vino semplice ma schietto e preciso.

Elba Rosso DOC 2023 – Zega

Di Zega abbiamo assaggiato anche l’Elba Rosso, vino che non ci ha colpito particolarmente, pur senza difetti risulta troppo semplice al naso e piuttosto rapido al sorso.

Prescindibile.

L’Isola d’Elba merita più di questo rapido excursus enologico, anche perché altri produttori di rilievo non sono stati assaggiati in questa occasione. Per citarne solo alcuni dei non degustati, Azienda Agricola Arrighi, Azienda Agricola Sapereta, Acquabona, Tenuta delle Ripalte, …

Ci sarà occasione per colmare la lacuna in una prossima puntata!

Diego Mutarelli
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