Douro Touriga Nacional 2017 – Quinta do Noval

Non di solo Porto vive il Portogallo vitivinicolo: infatti, la produzione di vini non fortificati è sempre ben presente, anche nella regione del Douro, con i più noti produttori di Porto che si dedicano anche alla vinificazione di interessanti vini rossi che la critica internazionale apprezza sempre di più. Tra questi anche Quinta do Noval, le cui radici affondano nel lontano 1715.

Con grande curiosità ho stappato quindi questo vino ottenuto da touriga nacional, in un’annata climaticamente estrema (le temperature di giugno hanno toccato per molti giorni i 42-44 gradi) che dopo una vinificazione in inox matura per 10 mesi in barriques (35% nuove).

Douro Touriga Nacional 2017 – Quinta do Noval

Rosso rubino con riflessi violacei, ancora molto compatto. Olfatto che ha bisogno di ossigeno per liberarsi dalle note piuttosto marcate derivanti dall’affinamento in barriques. Dopo qualche minuto però il vino si distende liberandosi (ma non del tutto) dal legno. Inizialmente sa di vaniglia e cioccolatino Boero, poi arrivano note floreali di peonia e geranio, quindi amarene sotto spirito e un tocco di noce moscata.

Ad un naso così ricco e in qualche modo “confezionato” fa da contrappunto, fortunatamente, un sorso più agile e dinamico del previsto. I 14% di titolo alcolometrico sono ben fusi in una materia succosa e dinamica, con una freschezza che dona leggerezza e profondità. Chiude con un tannino appena amaricante.

Plus: bocca di una certa leggerezza che in questa fase ancora molto giovanile lascia ben sperare

Minus: lo stile di vinificazione è, in questo momento, piuttosto coprente, un ulteriore affinamento in legno potrebbe però riservare qualche sorpresa.

Diego Mutarelli
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Degustazione di fine estate: vini e barbecue

Non c’è nulla di meglio – per salutare le vacanze appena trascorse, cercando almeno in parte di placare la nostalgia – di una serata in compagnia di amici degustatori accompagnati da chiacchiere, cibo e vini interessanti!

Ecco dunque l’elenco dei vini degustati alla cieca in un pranzo domenicale di fine estate di fronte ad un bel barbecue.

Champagne premier cru brut nature Grand Cuvée 2012 – Thomas Perceval

Iniziamo subito molto bene con questo champagne dal classico assemblaggio fatto da 1/3 di pinot noir, 1/3 di pinot meunier e 1/3 di chardonnay. Giallo paglierino con riflessi oro antico (la sboccatura non è recentissima, agosto 2017), naso in cui si avvicendano note fruttate piuttosto fresche (agrumi e mela cotogna) a note di pasticceria (pasta frolla, nocciola). Bollicina sottile, delicata e continua, di estrema eleganza, l’acidità ben presente non è mai prevaricante, accompagna anzi la beva che è pericolosamente “scorrevole”. Chiude su un finale sapido e minerale.

Champagne che stupirà gli amanti delle bollicine!

Champagne brut Grand Cuvée 166ème Édition – Krug

Che dire di sua maestà Krug: ha la regolarità ed il passo di un maratoneta, edizione dopo edizione con questa bottiglia si può star certi di bere sempre bene. Potenza e finezza vanno incredibilmente a braccetto in questo vino che parte su note di biscotto appena sfornato, nocciola, brioche ma che si schiarisce e muta di continuo nel calice. L’incedere in bocca è sontuoso eppur soave.

Eleganza allo stato puro.

Champagne Largillier Lieu brut nature 2016 – Coessens

100% di pinot noir per questo champagne disponibile non in tutte le annate in esigue quantità. Si caratterizza per un naso molto minerale accompagnato da agrumi e note di frutta rossa (ribes). Servito dopo Krug soffre un po’ il confronto, la bocca appare leggermente severa e “stretta”, ma di acidità dissetante e sorso profondissimo. Vino leggermente meno sofisticato dei precedenti ma è comunque un bel prodotto.

Domaine da seguire.

Chianti Classico Riserva 2016 – Val delle Corti

Rosso rubino di grande integrità, olfatto molto interessante che spazia dalla ciliegia alla viola, dall’arancia alle spezie. Sorso di grande freschezza, tannino magistralmente risolto e sviluppo con bell’allungo in chiusura. Salatissimo.

Matrimonio azzeccato con manzo alla griglia (Rib-Eye)

Barolo Perno Riserva 2012 – Elio Sandri (Cascina Disa)

Naso articolato sulle note più nobili e riconoscibili del nebbiolo: fiori appassiti, lamponi, anguria, arancia e un tocco più austero tra la legna arsa e la radice di liquirizia. Bocca secca e rigorosa, dal tannino fitto e con un’acidità prorompente che sostiene la beva. La bocca rimane succosa e saporita, per nulla asciugata, e la persistenza è molto lunga.

Barolo che, pur in annata non memorabile, comincia ora a distendersi.

Le Trame 2016 – Le Boncie

I vini di Giovanna Morganti non lasciano mai indifferenti e anche questo non fa eccezione. Parte sul frutto rosso molto vivace (ciliegia), poi un tocco di affumicato, rose rosse fresche, pepe…ma nel tempo continua a mutare e schiarirsi. La materia è ancora piuttosto compatta, il tannino vivace e saporito, ma la progressione non ha alcuna soluzione di continuità. Sorso potente e chiusura sapida e decisamente lunga.

Vino molto intrigante benché ancora in fasce.

Châteauneuf-Du-Pape 2015 – Domaine du Galet des Papes

Blend di più vitigni ma a prevalenza grenache (in aggiunta syrah, cinsault , mourvèdre e vaccarèse) il vino si presenta con un naso molto mediterraneo fatto di garrigue, olive, ginepro, poi a seguire cassis, prugna e… un’eco marina. Bocca potente, i 15% di tenore alcolico dichiarati in etichetta sono però ben compensati da materia, acidità e sale.

Piacevole nella sua “polposità”.

Diego Mutarelli
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Due Champagne Blanc de Blancs a confronto

Oggi ti racconto di due interpretazioni molto diverse di Champagne Blanc de Blancs.

Champagne Eloquence Blanc de Blancs Grand Cru Extra Brut – JL Vergnon

Solida realtà di Mesnil, nel cuore pulsante della Côte des Blancs, produttori da 5 generazioni, i Vergnon creano Champagne di carattere, non sottili, di estrema godibilità e capacità di abbinamento a tutto pasto. Proposto – per il blasone della zona – ad un prezzo ancora più che accessibile, questo Eloquence è un Extra Brut dal naso sfaccettato di zenzero, biscotti,  miele, agrumi, evoluzione controllata, bocca di sostanza con bei cenni di mandorla ed elegante fine perlage.

Da affiancare non solo a piatti di pesce al forno ma anche ad esempio ad un ottimo coniglio cucinato in bianco.

Champagne Ozanne Blanc de Blancs Grand Cru Brut – Michel Fallon

Unica etichetta per Michel Fallon (elaborato da Brigitte Fallon), allievo di Selosse, in quel di Avize naturalmente, Blanc de Blancs 100%, prezzo piuttosto proibitivo e quantità molto limitata, assai difficile da reperire, dichiarato senza annata, colore carico “selossiano”, naso altrettanto ricco che spazia dalla nocciola alla scorza di agrumi al miele a note di legno a tratti piuttosto evidenti, cenni di ossidazione, bocca di grande acidità e di materia carichissima, per amanti del genere pur senza arrivare agli estremi di Selosse, personalmente a quei prezzi scelgo altro.

Abbinamento a tavola con piatti piuttosto strutturati come un’anatra o oca al forno.

Gregorio Mulazzani
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Assaggi d’agosto (capitolo 4)

Il mese d’agosto volge al termine, ma siamo in tempo per parlare ancora di due vini che ci sono piaciuti particolarmente.

Pessac – Léognan AOC Blanc 2008 – Château Smith Haut Lafitte

I Bordeaux blanc sono tra i vini bianchi più complessi che si possano degustare, soprattutto grazie ad un olfatto particolarmente ampio, ricco, che qualche detrattore potrebbe definire persino barocco. Anche questo vino, dello Château Smith Haut Lafitte, non fa eccezione in quanto a complessità. Il vino che abbiamo nel bicchiere è ottenuto da sauvignon blanc in prevalenza (90%), con sauvignon gris e sémillon in parti uguali a completare il blend che viene affinato interamente in barrique della tonnellerie aziendale.

Il colore è giallo dorato di vivida lucentezza, l’olfatto si apre su note di vaniglia e cioccolato bianco per poi progredire verso l’agrume (cedro candito), la frutta gialla e la polvere da sparo, ma nel corso della serata l’evoluzione del vino, ancora perfettamente integro, ha messo in mostra anche altro come spezie, alghe, note salmastre e marine. In ingresso il vino satura il cavo orale con potenza e volume ma senza eccessi alcolici, anzi il sorso è, per la tipologia, piuttosto dinamico e con un’ottima progressione, l’acidità sostiene lo sviluppo e accompagna il vino in un finale succoso e lunghissimo.

Ahr Spätburgunder “1 Ahr” 2018 – Weingut Nelles

Come promesso in altro post, continuano i nostri assaggi di pinot nero dell’Ahr. Questa volta tocca ad un vino di Weingut Nelles, vino che ci conferma ancora una volta come lo spätburgunder di queste zone non coltivi alcun complesso di inferiorità.

Un bel rosso rubino con riflessi porpora illumina il calice. Naso molto invitante di fruttini rossi (ribes, fragoline di bosco), viola, incenso e una netta nota minerale. Un’acidità ben presente ma calibratissima veicola il frutto e aiuta il vino nello sviluppo. L’incedere è dolce e soave, agile e goloso. Chiude, non lunghissimo ma di ottima pulizia, su note di liquirizia e frutta rossa.

Diego Mutarelli
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Assaggi d’agosto (capitolo 3)

Proseguiamo con gli assaggi estivi questa volta concentrandoci su un unico territorio, quello magico di Pantelleria. Complici le ferie estive abbiamo infatti potuto degustare alcuni vini e conoscere di persona i produttori dell’isola, ma soprattutto ammirare le viti coltivate ad alberello pantesco (patrimonio Unesco), viti bassissime interrate in buche profonde anche 50 cm, ingegnoso metodo ideato per difendere le piante dal vento e trattenere il più possibile l’umidità, il tutto protetto da spettacolari muretti a secco di pietra vulcanica.

Abbazia San Giorgio

Piccola azienda artigiana, di costituzione abbastanza recente (2016) eppure molto nota agli appassionati del vino naturale. Abbiamo potuto godere della splendida ospitalità di Battista Belvisi che ci ha fatto assaggiare alcuni dei propri vini con abbinamento territoriale di crostini al pesto pantesco, insalata pantesca e melanzane fritte: una delizia!

L’azienda possiede a Pantelleria meno di 4 ettari e ottiene vini di grande impatto eppure delicati ed eleganti, con alcol sempre gestito alla perfezione. Il Cantodelgrillo 2019 è un vino bianco macerato ottenuto da grillo in purezza. Il contatto delle bucce con il mosto è di 15 giorni e avviene in acciaio, ne risulta un vino che sa di agrumi (bergamotto e limone), pesca gialla e iodio. Sorso agile e saporito, bocca piacevolmente tannica e chiusura pulita e sapida. Il Lustro 2020, da uve catarratto, è ottenuto con una macerazione di circa 20 giorni ed è un vino più impattante del precedente sia nel colore che vira verso l’arancio, sia nelle sensazioni olfattive di frutta matura (mango, fico d’india), sbuffi sulfurei e sfumature marine e di erbe aromatiche. La bocca è più contratta del vino precedente, complice la maggior gioventù del vino che deve ancora distendersi e assestarsi. L’Orange 2020, da uve zibibbo, è un vero e proprio fuoriclasse per gli amanti dei vini arancioni: di grande personalità e impatto pur nel ricamo olfattivo fatto di note floreali, salvia, tocchi di miele, agrumi canditi (cedro), macchia mediterranea e un che di marino. La bocca è di grande freschezza e vitalità con il tannino a dare grip e sapore per una beva che rischia di essere pericolosa! Da ultimo BAT 2020, vino rosato ottenuto da uve nerello mascalese allevate sull’isola: fiori dolci, arancia sanguinella, anice e un tocco minerale molto intrigante introducono un sorso stuzzicante e fresco, croccante e dinamico; chiude con acidità pulente e salato ma di grande precisione e nitore.

Ferrandes

Salvatore Ferrandes per quanto mi riguarda è Il Passito di Pantelleria per antonomasia. L’azienda si dedica esclusivamente a questa denominazione producendo poche migliaia di bottiglie (e non in tutte le annate, purtroppo) ottenute da parcella piuttosto variegate e sparse nel territorio per un totale di appena 2 ettari.

Abbiamo chiacchierato molto piacevolmente con il produttore ed assaggiato anche due vini: il Passito di Pantelleria 2014, una prova di botte non ancora in commercio, e il Passito di Pantelleria “Decennale” 2009. Vini di grande dolcezza e profondità, persistenza e complessità, eppure estremamente eleganti e facili alla beva che è gustosa, sapida, fresca ed elegantissima. L’olfatto si dipana su note di uva passa, dattero, fichi, macchia mediterranea e mare. Il 2009 è perfetto in questo momento, l’evoluzione gli ha donato una disinvolta signorilità, il 2014 promette molto bene e si può attendere con grande fiducia.

Diego Mutarelli
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Assaggi d’agosto (capitolo 2)

Proseguiamo con qualche assaggio estivo, dopo la prima puntata che trovi a questo link.

Bugey Méthode Traditionelle brut nature 2019 – Domaine d’Ici Là

Denominazione poco conosciuta, per usare un eufemismo, quella del Bugey AOC. Ci troviamo in un territorio tra il Rodano e la Savoia, pochi kilometri a sud del Jura. Ne parleremo più diffusamente perché ho avuto la possibilità di visitare ed assaggiare tutta la gamma del Domaine d’Ici Là, produttore emergente del Bugey.

Bugey Méthode Traditionelle brut nature 2019 – Domaine d’Ici Là

Il Bugey metodo tradizionale (ovvero champenoise) 2019 è un blanc de blancs (chardonnay) non dosato. È caratterizzato da un naso immediato e piacevole che sa di mela, agrumi, fiori bianchi e nocciola fresca. Bocca secca e acida, con bollicina non finissima ma vivace, semplice ed essenziale nello sviluppo. La chiusura è di grande pulizia e sapidità.

Insomma, un’originale bollicina da aperitivo (al costo di circa 12 €).

Vin de Savoie Terroir de Saint Alban 2019 – Mathieu Apffel

Mathieu Apffel rappresenta un’altra piccola azienda di recente costituzione, poco meno di 6 ettari in Savoia. Il vino che ho nel calice (non proprio in un bicchiere ideale purtroppo) è ottenuto da jacquère e altesse vinificati in modo naturale senza filtrazioni né aggiunta di solfiti.

Giallo paglierino velato il colore, olfatto misurato e intrigante che dopo una partenza affumicata e sulfurea sa di frutta bianca, albicocca acerba, fiori di campo, fieno. Sorso agile, il titolo alcolometrico contenuto a 11,5% rende la beva scorrevole anche grazie ad un’acidità vivace che fornisce dinamica ed energia al vino. Benché il corpo sia esile l’assaggio è intenso e saporito, di buon volume e progressione, fino ad una chiusura salina di notevole persistenza minerale.

Vino molto interessante, dal prezzo centrato (intorno ai 15 €) e che fa venir voglia di approfondire la gamma di questo produttore che sembra avere una mano precisa che nulla toglie all’espressività del vino.

Diego Mutarelli
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Mamoiada: luogo del cuore

La passione per il vino ti porta anche ad eleggere luoghi del cuore, territori dove torni con regolarità e che in qualche modo senti che ti “appartengono”. Tra i miei luoghi del cuore, insieme a Dolceacqua, un posto speciale è riservato a Mamoiada.

A Mamoiada sono quattro anni che ci vado almeno per un paio di giorni a luglio, e anche quest’anno non ho fatto eccezione.

Quest’anno è stata come sempre una bellissima visita, un sentirsi a casa, un cogliere lo spirito di chi fa il vino di Mamoiada. A Mamoiada il vino è parte integrante della cultura e della comunità locale. È in forte crescita il desiderio di renderlo sempre più parte della vita del paese, integrando l’identità locale con quella del vino locale.

Quando torno a Mamoiada rivedo amici come Piergraziano Sanna, Marco Canneddu, Francesco Cadinu, Simone Sedilesu, i quali, aiutato dall’indispensabile Andrea Cosseddu, frequento dall’inizio. Con loro più che degustare, si chiacchiera, si discute e….si condivide! Sì perché io viaggio sempre armato di borsa frigo e bottiglie 😊

Quest’anno ho rivisto con piacere anche Giovanni Ladu, Giovanni Sedilesu, Francesco Cisco Mulargiu, Mario Golosio ed ho incontrato produttori che non conoscevo, come Giorgio Gaia, dell’azienda Vinzas Altas, e Pietro Fadda della cantina Mussennore.

Ho assaggiato qualche vino? Certamente!

Il Cannonau rosato è una tipologia abbastanza nuova, ed il vitigno si presta a differenti interpretazioni:

il Maria Pettena della Cantina Sannas è un vino di struttura, di fruttini rossi, di freschezza viva, complesso e intenso; lo Zibbo rosato della Cantina Canneddu è un vino di intensità di frutto, dolcezza e freschezza insieme, grande densità e spessore; il S’Ena Manna di Giovanni Ladu è un rosato decisamente asciutto, fresco, sapido, fruttato leggero e molto minerale; il rosato Mussennore è un vino di grande finezza, floreale, anche lui di bella sapidità e freschezza.

Tra i rossi tante prove di botte, qualcosa da bottiglia, qualità sempre alta. Non avendo preso appunti potrei sbagliare qualche annata, o anche dimenticare qualche assaggio, mi perdoneranno gli amici vignaioli.

Il cannonau di Mamoiada, pur nelle differenti interpretazioni, gode di alcune caratteristiche condivise, come i sentori di macchia mediterranea, mirto, elicriso, un’acidità che poco cede alle morbidezze e mineralità di terra salmastra. A Mamoiada stanno iniziando a puntare molto sulla vinificazione per cru, areale, vigna, chiamatela come volete, loro la chiamano Ghirada.

Cantina Sannas di Piergraziano Sanna fa un cannonau di gran carattere, il Bobotti, anche nelle versioni + e ++, selezioni di vigna e cantina. Ho bevuto il Bobotti 2017, vino dal cuore grande, sensazioni di polpa di frutta e di macchia mediterranea, ricco in bocca con sufficiente acidità e sapidità da lasciare la bocca freschissima.

Da Marco Canneddu di Cantina Canneddu ho assaggiato lo Zimò 2020, cannonau da vigne giovani vinificato in acciaio. Vino che nasce per essere immediato, non impegnativo, profumi dolci e speziati, bocca fresca, allegra, goduriosa. Un vino da beva spensierata. Lo Zibbo 2019, affinato in legno grande, è un cannonau austero, balsamico, con note radicose che si ritrovano in un sorso arricchito da tannini fini e acidità notevole.

Vigna Cantina Canneddu

La Cantina VikeVike di Simone Sedilesu è una tappa obbligata ogni anno, da lui ho assaggiato la granazza, il bianco autoctono di Mamoiada di cui Simone fa una versione tutta giocata su freschezza e leggerezza, note balsamiche e fruttate, sapido e dolce. Poi il cannonau Ghirada Fittiloghe 2019 vino elegante, frutta rossa e bacche sarde, una bella struttura al sorso, balsamico e fresco. La riserva 2017 di cannonau è un vino importante, di notevole impatto, profumi di spezie, di terra calda, di frutta matura. Una carica tannica notevole ed in evoluzione verso la rotondità. Chiusura balsamica e lunga. Da aspettare ancora un po’. Qualche assaggio da botte, ad esempio il Ghirada Garaunele 2020 che fa insieme con Andrea Cosseddu, poi il suo Ghirada Fittiloghe 2020, entrambi molto ricchi, di bella struttura, troppo presto perché si esprimano appieno.

Il S’Ena Manna 2019 di Giovanni Ladu è un vino netto, preciso, quasi affilato, ricco di sensazioni erbacee e terrose. Con un po’ di tempo in bottiglia evolverà in ampiezza e profondità. Giovanni mi ha fatto assaggiare una prova di botte di granazza, microproduzione di qualche decina di bottiglie, ma direi che non sia ancora pronta…

La cantina di Giorgio Gaia e di Piercarlo Sotgiu, suo socio, ha appena cambiato nome, ora si chiama Vinzas Artas. Da loro ho assaggiato il Nigheddu 2019, cannonau classico, di buona freschezza, frutti neri e spezia, di struttura agile ma con un ampio impatto in bocca, buona lunghezza, beva asciutta. Poi il Ghirada Sa Lahana 2019, vino di bella ricchezza, profumi intensi di erbe aromatiche, di frutti scuri, balsamici. Assaggiati da botte i 2020, Ghirada Garaunele e Ghirada Garaunele 1920 da vigne centenarie, vini di grande intensità, ancora da farsi, con il vecchie vigne (1920) bello espressivo e ampio, con le premesse per un vino di grande equilibrio. Assaggiata da botte anche una chicca del 2019, un cannonau d’altri tempi, con 16° ed ancora residuo zuccherino ma con un’intensità fruttata, balsamica, speziata veramente notevole. Non lo imbottiglieranno perché temono non sia stabile, ma il vino è buonissimo!

Ghirada Sa Lahana 2019 – Vinzas Artas

Il cannonau Mussennore 2019 è decisamente giovane, profumi verdi si alternano a frutti rossi e speziature lievi. Vino decisamente sapido però con tannini ancora un po’ acerbi. Ho appuntamento con Pietro Fadda per i prossimi anni per seguirne l’evoluzione, per me sarà molto positiva.

Cosa vuoi, non andare a mangiare un boccone da Taipu, il ristorante di Cisco Mulargiu? Approfittando anche per assaggiare da vasca il suo Ghirada Malarthana 2019, che quando andrà in bottiglia forse sarà composto, per adesso è intenso ma un po’ sconnesso, succoso, buona acidità, il vino c’è, deve solo comporsi e distendersi.

L’ultimo evento di questa due giorni è stata una specie di jam session da Andrea Cosseddu all’enoteca La Rossa, punto di riferimento del vino di Mamoiada. Stavamo facendo una tranquilla merenda a base di salame piemontese e pecorino sardo, con un paio di vini portati da me, ed un assaggio del cannonau che porta il suo nome e che produce in collaborazione con Simone Sedilesu. Pian piano la tavolata si è allargata, sono arrivati Francesco Cadinu dell’omonima cantina, Melchiorre Paddeu della cantina Merzeoro, Salvatore Mele della Cantina Antonio Mele, è apparso anche Francesco Sedilesu, il deus ex machina del vino mamoiadino. Assaggia qui, assaggia là abbiamo aperto altre bottiglie del 2019. Difficile ricordare tutto, ma si è confermata la qualità alta, con qualche vino troppo giovane, ancora da comporsi. I vini dovrebbero essere stati: Perdas Longas di Francesco Cadinu; Vinera di Antonio Mele; Mamuthone della cantina  Giuseppe Sedilesu; Teularju Ghirada OcruArana, Merzeoro Ghirada Badu Orane.

Cannonau Su Hastru e su Orvu 2019 – Andrea Cosseddu

Torniamo all’inizio, io amo questo territorio quasi quanto amo il territorio del Dolceacqua, che è la mia terra d’origine, il Ponente Ligure. Vedo tante affinità, areale piccolo, produttori piuttosto uniti e solidali, identità forte, tanto forte da meritarsi una Denominazione d’Origine, cosa che è riuscita a Dolceacqua e che dovrebbe, secondo me, essere l’obiettivo principale di Mamoiada. L’identificazione di vino per cru, che a Dolceacqua si chiama Nomeranza ed a Mamoiada Ghirada, ha un valore enorme, ma ha un senso solamente nell’ambito di una DOC ben definita, limitata geograficamente. Nella DOC Cannonau di Sardegna non c’è alcun senso per i vini di Mamoiada, che sono eccellenti, ma che hanno bisogno di vedere riconosciuta la propria identità.

Andrea D’Agostino

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Assaggi d’agosto (capitolo 1)

Questo post vuole essere il primo capitolo di una serie che raccolga gli assaggi estivi, i bicchieri più significativi degustati durante il mese d’agosto.

Alsace “Complantation” 2018 – Marcel Deiss

Partiamo con un vino d’Alsazia, un vino di Marcel Deiss, produttore di riferimento della sua zona e di cui su queste pagine si è già parlato in passato ad esempio qui oppure qui. È il vino bianco di ingresso, dunque non certo il più ambizioso, ma che vuole, secondo l’idea del produttore, rappresentare al meglio il territorio alsaziano. Ottenuto, come dichiarato fin dall’etichetta in complantation (raccolta e vinificazione contemporanea di diversi vitigni piantati nella stessa vigna) da moltissime uve: pinot blanc, riesling, pinot gris, pinot noir, muscat a petit grains, gewürztraminer, sylvaner, pinot auxerrois, pinot beurot, muscat bianco e rosa d’Alsazia e chasselas rosa…

Si presenta giallo paglierino con riflessi verde-oro; naso intrigante di pesca bianca, pompelmo rosa, erbe aromatiche e roccia spaccata. Bocca secca ma anche “trattenuta”, poco articolata, ne risente lo sviluppo che è guidato da una sensazione amaricante che ricorda la buccia del pompelmo. Tale sensazione in chiusura risulta persino accentuata dalla grande sapidità in fin di bocca. Vino che non si esprime al meglio insomma, almeno in questa fase.

Valpolicella Classico Saseti 2020 – Monte Dall’Ora

Che buono invece il Valpolicella di Monte Dall’Ora! Rubino chiarissimo di grande luminosità. Olfatto di ribes e melograno, arancia rossa e pepe verde, il tutto avviluppato da un’elegante scia vegetale. Sorso fresco e vibrante, di grande mutevolezza e stratificazione pur in un contesto agile e scorrevole. La bocca è succosa, percorsa da acidità elettrica e dissetante. Chiusura sapida e pulita per un vino che sarà fantastico e versatile compagno a tavola.

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Arbois Trousseau La Vigne du Louis 2017 – Michel Gahier

Di Michel Gahier e del suo Arbois Le Clousot abbiamo già parlato tempo fa. Ci torniamo sopra per raccontare di un’altra etichella, La Vigne du Louis 2017.

Arbois Trousseau La Vigne du Louis 2017 – Michel Gahier

Avvertenza: anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un vino molto spontaneo, libero da rigidi protocolli di vinificazione, grazie ad un manico artigiano che ha voglia di rischiare non utilizzando solforosa in pre-imbottigliamento e lasciando la fermentazione libera di svolgersi senza utilizzo di lieviti selezionati.

Nel vino si ritrova questa schiettezza che però non diventa mai anarchia e non pregiudica la piacevolezza complessiva della bevuta.

Il vino è di un rosso rubino chiaro che stantuffa senza sosta note olfattive molto complesse e anche “dissonanti” tra loro in qualche modo: corteccia e fragole, arancia rossa e geranio, cassis e grafite, il tutto avviluppato da un’intrigante nota sulfurea e affumicata.

In bocca il vino ha una leggera carbonica che tende a sparire dopo qualche minuto di permanenza nel bicchiere. Il sorso è agile, con i suoi 12,5% di alcol, percorso da un’acidità succosa che ricorda il gusto di un succo di arancia (rossa), il tannino è risolto, la progressione supportata da una polpa fruttata che dà equilibrio. Il vino risulta beverino, per nulla severo, neppure nella chiusura che è solo appena amaricante. Buona lunghezza su ritorni di arancia rossa ed un tocca animale.

Plus: ancora una volta nei vini di Michel Gahier si ritrova una libertà espressiva che però non diventa mai ingovernabile e anzi mantiene il vino in equilibrio: disinvolto, gustoso e allo stesso tempo cerebrale.

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Bollicine, Jura e…calci di rigore

Per esorcizzare i calci di rigore della fase finale degli Europei di Calcio non c’è nulla di meglio di occupare gusto e olfatto con il nostro amato “liquido odoroso” (cit.). Sempre con un occhio alla televisione, naturalmente.

E così tra un gol e una parata ecco cosa abbiamo bevuto:

Franciacorta Satèn Riserva Brut 2014 – Corte Fusia

L’Italia scende in campo fuoricasa, di fronte alle bollicine più nobili di Francia, ma senza alcun complesso di inferiorità. Il calice è giallo dorato con riflessi verde oro, il perlage è sottile e continuo. Naso molto giocato sull’eleganza, palleggio semplice, senza strappi o colpi da fuoriclasse, ma molto efficace: fiori, zucchero a velo, agrumi, qualche nota di panificazione. La bollicina accarezza il palato con delicatezza e costanza, il sorso è gustoso, morbido con acidità ben integrata che accompagna il vino verso un finale sapido e lungo.

Champagne blanc de blancs “Grand Bouquet” 2014 – Vazart Coquart

Giallo paglierino con riflessi oro. Olfatto minerale (calcare, gesso), fiori bianchi, mela verde … nessun cedimento alla pasticceria e dolcezze assortite insomma. La bocca è, corrispondentemente, molto fresca, verticale e mobile, il sorso lascia una scia delicatamente vegetale ma la chiusura è ficcante e sapida.

Arbois Trousseau “Le Clousot” 2018 – Michel Gahier

Vino di cui abbiamo già parlato e che in questa occasione si è espresso su binari diversi, anche se non divergenti, rispetto alla bottiglia precedente. Parte molto sulfureo, ferroso, animale, poi sangue e grafite, infine il quadro si rasserena dapprima su note di mirtillo per poi tendere verso l’arancia. Insomma, naso ammaliante per gli amanti del genere. Se servito fresco di cantina, come nel nostro caso, ha una beva compulsiva, facile, eppure non banale. L’acidità guida il sorso e concorre a distendere una materia fitta anche se non possente. Il tannino fa capolino in chiusura contribuendo ad allungare la persistenza del vino.

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