Do you speak umbro? Corso intensivo di Sagrantino di Montefalco

Da oggi Vinocondiviso si arricchisce dei contributi di Chiara, appassionata degustatrice. Ti racconterà soprattutto di degustazioni, tra didattica ed edonismo. Questo è il suo primo post.

Storicamente vino passito dolce, legato alla cultura religiosa, il sagrantino conosce negli anni ‘70 una rinascita nella versione secca che lo porta alla ribalta nel panorama enologico italiano e non solo.
Tratti distintivi di questo vino sono: il frutto rosso maturo e corposo (ecco perché il passito 🧐) accompagnato in seconda battuta da una nota terrosa in alcuni casi riconducibile al tartufo bianco; naso speziato che, unito al buon livello alcolico, dà al naso una sensazione di pizzicore da peperoncino; tannino, tanto, ma modellato di volta in volta da annata e mano del produttore.

Sagrantino in degustazione
Sagrantino in degustazione

Alcuni spunti sui vini in degustazione

Napolini 2012: il più “speak easy” dei vini in degustazione. Frutto rosso, tartufo e pizzicore etereo, in bocca poco corpo ed una persistenza con un’unica direzione balsamica. Il tannino è meno presente, rispetto agli altri vini, ma ancora acerbo.
Colleallodole, Miliziade Antano 2012: stessa annata ma scelte del produttore completamente differenti che tracciano un solco tra questo vino ed il precedente. La non filtrazione dà al naso sentori più animali ma la vera differenza è in bocca; corpo pieno e rotondità che fa intuire una piena e perfetta maturazione del frutto in un’annata calda. Il tannino è più presente ma ingentilito dal corpo del vino.
Adanti 2010: una versione più “internazionale” in cui è chiaramente percepibile l’uso del legno. La trama in bocca è più terrosa e qui il balsamico è sostituito da una nota di mandorla fresca (quella verde da sbucciare, per intendersi). Chiude con un finale leggermente amaricante.
Ugolino 2009: torniamo ad una mano più naturale, un bel ventaglio olfattivo che si schiude in una nota di incenso. In bocca si percepisce maggiore freschezza. Ben equilibrato.
Fongoli 2008: anche questa un’interpretazione più franca del terroir; lo spettro olfattivo è ampio e si percepisce una vena ferrosa, pecca di eleganza, per una quasi impercettibile nota di muffa, probabilmente dovuta all’annata fredda che dà infatti meno spazio al frutto. In bocca appaga maggiormente; fresco, balsamico ed un tannino potente ma ben integrato.
Chiusa di Pannone, Antonelli 2004: un cru di Sagrantino, dà un visione più sofisticata del produttore, non a caso il principe della serata. Il frutto rosso evolve e lascia spazio a note di sottobosco e dattero. In bocca è pieno, balsamico ed equilibrato, perfettamente bilanciato. La persistenza è buona e ci riconduce alla sensazioni olfattive iniziali.

Chiara EM Barlassina
Facebook: @chiara.e.barlassina
Instagram: @cembarlassina

5 vini dell’Alto Piemonte: allo scoperta del supervulcano della Valsesia

Il Monte Rosa fa da cornice ai vigneti
Il Monte Rosa fa da cornice ai vigneti (Credits: Consorzio Alto Piemonte)

Il terreno da cui origina il vino ha, giustamente, un ruolo di primo piano nelle discussioni tra appassionati ed addetti ai lavori. Ma mai come nel caso dell’Alto Piemonte si può andare così indietro nel tempo: circa 300 milioni di anni fa, quando sulla Terra esisteva un solo continente chiamato Pangea, un vulcano, nell’attuale zona della Valsesia, è esploso eruttando un’immensa quantità di materiale e sprigionando un’energia pari a 250 bombe atomiche. Quando, 240-260 milioni di anni dopo, la collisione fra Europa e Africa ha portato alla formazione delle Alpi, nella zona in cui si trovava il vulcano, la parte di crosta terrestre è ruotata di 90 gradi: ciò ha reso possibile, caso unico al mondo, di poter analizzare, grazie alle moderne tecniche geocronologiche, un fossile di supervulcano nelle parti più profonde del suo sistema magmatico.

Il supervulcano e tutto ciò che ha lasciato mi accompagnano nella degustazione di cinque vini di cinque denominazioni diverse dell’Alto Piemonte: le 3 DOC Bramaterra, Boca e Lessona e le due DOCG, Gattinara e Ghemme. Comune denominatore dei vini della zona il nebbiolo, vitigno autoctono per eccellenza, che regala, nelle tre zone d’elezione (Langhe, Alto Piemonte, Valtellina) vini eccellenti, sempre fini, complessi, eleganti, da saper attendere.

Le DOCG e DOC dell'Alto Piemonte
Le DOCG e DOC dell’Alto Piemonte (Credits: VinoalTop)

Bramaterra 2013 – La Palazzina
Il primo vino degustato, annata 2013, è dell’azienda La Palazzina, nella zona di Bramaterra: nebbiolo 80% e il restante fra croatina, vespolina, uva rara (detta anche bonarda piemontese); il vino si presenta rosso rubino, con lievi riflessi granati, e in bocca l’iniziale nota di ciliegia e arancia rossa lascia spazio a sentori ferrosi e di liquirizia; la presenza di croatina regala al vino più struttura rispetto agli altri assaggiati in seguito mentre la vespolina conferisce una piacevole speziatura.
I suoli, con ph basso (capaci quindi di conferire una buona acidità al vino), sono costituiti da sabbie porfiriche di origine vulcanica, di colore rosso bruno.

Boca 2012 – Conti
Il secondo vino, annata 2012, è dell’azienda Conti, nella zona di Boca, che si trova proprio nella caldera del supervulcano; anche in questo vino troviamo oltre al nebbiolo una piccola percentuale fra vespolina e uva rara, le uniche ammesse da disciplinare. Questo vino si presenta elegante, con tannini più setosi del precedente, ma il passo e la trama in bocca fanno presagire un lungo futuro ad un vino che evolverà ulteriormente.
Il suolo roccioso vulcanico, è composto da argilla, sabbia, ciottoli di granito, porfido.

I seguenti tre vini sono ottenuti da nebbiolo in purezza (nella zona comunemente detto spanna) con inevitabili colori meno accesi (per tutti un rosso granato).

Lessona 2012 – Proprietà Sperino
Il terzo vino, sempre annata 2012, è della zona del Lessona, dove ha la sede l’azienda Proprietà Sperino; l’affinamento in tonneaux prima e successivamente in botti ovali da 15 hl conferiscono al vino un maggiore sentore tostato ed etereo.
Parlando di Lessona non si può non aprire una parentesi sulle Tenute Sella, un’azienda che vanta tre secoli di storia vitivinicola, in quanto la famiglia Sella, “a partire dalla fine del ‘600, decide di investire, in aggiunta all’attività prevalente nell’impresa tessile, anche in agricoltura. Nel 1671, Comino Sella acquisisce una vigna a Lessona, piccolo territorio vinicolo già allora e da secoli dedicato alla produzione di vini rossi di pregio, frutto di nobili terre e sabbie di un antico mare.” (Credits: Tenutesella.it)
Il suolo, con ph basso e acidità importanti, è costituito da sabbie marine di colore giallo aranciato, con sedimenti fluvioglaciali; è la zona che meno avverte la presenza del supervulcano.

Gattinara 2012 – Franchino
Con il quarto vino entriamo invece nel cuore del vulcano, a Gattinara, zona vitivinicola di antiche origini, in cui i vigneti furono impiantati dei Romani nel II secolo a.C !
“Un sorso di Gattinara. Purché vero, si intende, non chiedo di più!”, così scriveva Mario Soldati in uno dei suoi brevi racconti dedicati ai luoghi del Piemonte a lui cari.
Il sorso di Gattinara che abbiamo bevuto è dell’azienda Mauro Franchino, 100% nebbiolo, annata 2012: un vino dal carattere deciso con un tannino ancora da domare, da attendere con fiducia.
Il suolo porfido-roccioso, di origine vulcanica, è ricco di sali minerali di ferro che conferiscono il tipico colore rossiccio al terreno e regalano ai vini una grande struttura.

Ghemme 2012 “dei Mazzoni” – Mazzoni
L’ultimo vino, degustato nel formato magnum, annata 2012, è dell’azienda Mazzoni, zona di Ghemme; la nota accesa di frutta sottospirito è un po’ troppo spinta e lo penalizza ma permane una buona bevibilità. Resta il vino che meno mi ha colpito.
Suolo argilloso, di origine fluvioglaciale, ricco di minerali.

Alto Piemonte: i 5 vini degustati
Alto Piemonte: i 5 vini degustati – Photo Credits: Vinodromo, la vineria in zona di Porta Romana a Milano che ha organizzato la serata

La degustazione è stata molto istruttiva con un livello medio di vini decisamente alto. Fa una certa impressione sapere che oggi, nella zona dell’Alto Piemonte, sono solo 700 gli ettari vitati mentre, ad inizio Novecento, erano ben 40.000! Una zona unica al mondo in cui però la vigna fu praticamente abbandonata in favore del miraggio dell’industria, in particolare di quella tessile. Recenti nuove iniziative ed investimenti in Alto Piemonte, a partire dall’acquisizione da parte di Roberto Conterno dell’azienda Nervi a Gattinara, fanno però ben sperare!

Viaggio “a colori” nei vini dolci d’Italia

È da poco in libreria, edito da Giunti, “Il grande libro dei vini dolci d’Italia”, di Massimo Zanichelli, giornalista, degustatore professionista e documentarista.

Vini Dolci d'Italia - Massimo Zanichelli
Vini Dolci d’Italia – Massimo Zanichelli

Come già fatto nel suo precedente libro “Effervescenze, storie e interpreti di vini vivi”, Zanichelli non propone al lettore una guida o un semplice repertorio: emergono anche qui – nel racconto dei circa 350 vini citati – le individualità, la ricerca attenta sul campo e una narrazione mai leziosa.

In questa pubblicazione i vini sono classificati per colore in modo assolutamente inedito. Perché, come ci ricorda l’autore, “nessun vino ha l’ampiezza dei colori e lo spettro cromatico di quelli dolci”. Anzi, i vini dolci sono i più antichi e quelli che durano di più nel tempo.

Il lettore vieni accompagnato su e giù per l’Italia in un continuum geografico attraverso raggruppamenti tematici. In più arricchiscono il testo le etichette di ogni vino, più di 200 fotografie (la maggior parte delle quali scattate dall’autore) e una cinquantina di cartine.

Un libro sensoriale, colorato, trasversale. Dolce… e anche “non dolce”

Il Lambrusco di Sorbara che non cede allo Champagne

Oggi ti racconto di un evento che, nonostante fosse tutto dedicato alle nobili bolle francesi dello Champagne, mi ha colpito particolarmente per le
bolle – forse meno blasonate ma di certo non meno interessanti – del Lambrusco di Sorbara Metodo Classico.
Hai capito bene, in un evento tutto dedicato alla Champagne come il Modena Champagne Experience, sono rimasto stregato dal lambrusco! 🙂

Ho infatti partecipato ad una interessante masterclass dedicata al Lambrusco di Sorbara vinificato con il méthode champenoise.
La degustazione era guidata dal giornalista Giorgio Melandri, dall’enologo e produttore Sandro Cavicchioli e dalla sommelier e ristoratrice Carol Agostini.

Le etichette in degustazione
Le etichette in degustazione

Come sempre non mi perdo troppo in premesse se non per ricordare che nella famiglia dei lambruschi, il Sorbara ha particolari caratteristiche di eleganza e finezza oltre al classico corredo aromatico e alla verve acida che porta in dote il lambrusco più in generale.

Il terroir d’elezione del Sorbara è quel lembo di terra che si trova tra i fiumi Secchia e Panaro, in particolare la zona più vocata è quella, attorno a Sorbara appunto, dove i due fiumi si avvicinano sin quasi a sfiorarsi. Proprio da lì vengono le migliori versioni del Sorbara con quel caratteristico colore rosa tenue, evanescente, ma vivacissimo e luminoso.

Se piuttosto antiche sono le rifermentazioni “ancestrali” senza sboccatura – l’anidride carbonica che si creava in rifermentazione veniva sfruttata come conservante naturale -molto più recente è il tentativo, che la masterclass voleva sottolineare, di vinificare il Sorbara secondo i dettami del metodo champenoise.

Di seguito i vini degustati e, in foto, le sfumature di colore che il nostro Lambrusco di Sorbara può regalarci.

i colori del Sorbara
i colori del Sorbara

Lambrusco di Sorbara Spumante Pas Dosé 2013 – Gavioli

Un metodo classico vinificato in bianco che affina 36 mesi sui lieviti.
Il naso è di fiori dolci ed agrumi, il tutto abbracciato da una chiara mineralità.
Bollicina molto fitta e fine, bocca di grande eleganza e ottima freschezza che giova alla beva.
La chiusura è sapida con un retrolfatto di agrumi.
Peccato per il leggero amaricante in chiusura, che lascia una sensazione di “crudezza”, ma il vino è convincente.

Bella sorpresa.

Lambrusco di Sorbara “Elettra” Spumante Brut Rosé – Villa di Corlo

Spumante vinificato in rosato e non millesimato, di recente sboccatura (che avviene dopo oltre due anni di affinamento).
Al naso le fragoline di bosco sono molto invitanti ma il vino evolve bene con l’ossigeno. Un tocco di ossidazione accompagna lo svolgersi olfattivo tra note speziate (noce moscata), fiori appassiti e karkadè.
La bocca è sorprendentemente articolata e gustosa grazie ad un continuo rincorrersi di sale e acidità.

Intrigante

Rosé Brut Metodo Classico 2014 – Quintopasso

Azienda spin off della famiglia Chiarli (la quinta generazione, appunto) tutta dedicata ai Metodo Classico.
Il colore del vino è rosa tenue (buccia di cipolla), naso che parte polveroso ma si pulisce rapidamente lasciando uscire soprattutto della frutta rossa ben matura (lamponi).
Se l’olfatto è essenziale ma accattivante la bocca non è per nulla accondiscendente: dritta ed energica, verticale e vibrante, senza alcuna concessione alle dolcezze.
Anche in questo caso un leggero amaricante chiude un po’ bruscamente l’allungo in bocca.

Di personalità

Lambrusco di Sorbara Spumante “Ring Adora” 2015 – Podere il Saliceto

Di questo metodo classico da uve Sorbara ti ho già parlato qualche tempo fa, anche se era il millesimo 2014.
Che dire di più: vino sempre molto intrigante con un naso decisamente minerale (calcare), ad arricchire il quadro però anche i fruttini rossi, le roselline, spezie in formazione.
Il perlage è nobile: sottile e persistente, fitto e fine, vivace ed esuberante.
Bocca verticale, con sale e acidità da vendere, ma chiusura pulita senza sbavature.

Raffinato

Rosé del Cristo 2014 – Cavicchioli

Mineralità molto netta per un naso piuttosto austero.
Il sorso in ingresso è di grande freschezza acida subito però compensata da una certa morbidezza.
Chiusura tersa e salata, di ottima lunghezza.

Essenziale ma necessario

Si dice che l’energia, la dinamica, l’esuberanza del lambrusco abbiano già conquistato i futuristi.
Ora non resta che attendere che da vino futurista il lambrusco diventi vino del futuro!

Il mio Colfondo preferito

Vi capita mai di assaggiare un vino che vi colpisce così tanto da volerne non solo comprare un cartone ma di aver voglia di vedere la vigna da dove nasce?
Con i vini che piacciono molto può succedere e quando finalmente cammini fra i filari di quelle vigne accompagnata dal produttore – custode, l’emozione è forte e ti resta stampata nel cuore.

Per me è stato così con Monfumo, un ettaro e mezzo di terreno particolarmente vocato nelle colline di Asolo, provincia di Treviso, di proprietà dell’azienda Bele Casel, gestita da Danilo Ferraro con i figli Luca e Paola.

Si tratta di un vigneto di oltre 80 anni, con aspre pendenze, dove accanto alla glera si trovano altre varietà locali (perera, bianchetta, marzemina bianca, rabbiosa), e dove tutto il lavoro deve essere rigorosamente fatto manualmente.
Si respira fatica e passione fra quei filari, così vecchi e così vivi, e lo si legge negli occhi orgogliosi di Luca.

glera
glera

Dalla vigna di Monfumo nasce ColFóndo: vino frizzante rifermentato in bottiglia senza sboccatura, dove dentro c’è tutta la tradizione locale, mentre fuori, l’etichetta, con il suo gioco di parole “a testa in giù” è pronta a catturare l’interesse anche del neofita.

L’affascinante mondo dei vini frizzanti prodotti con la fermentazione naturale, infatti, è al centro di un rinnovato interesse, dopo troppi anni di oblio; personalmente ho scoperto questi vini attraverso le pagine e le presentazioni con degustazione del libro di Massimo Zanichelli “Effervescenze”, un racconto corale di bollicine rurali dal Veneto fino all’Oltrepò Pavese, che vi consiglio.

Ho assaggiati molti vini di questa tipologia, molti presenti nel libro, molti scovati in giro per fiere; alcuni mi sono piaciuti, altri meno: quello di Bele Casel resta #ilmiocolfondo.

Il vostro qual é?

Qualche suggerimento:

  1. vi consiglio al prossimo link questo bel video-riassunto della storia di Bele Casel;
  2. l’azienda Bele Casel produce, oltre al Colfondo anche l’Asolo Prosecco Extra Brut Superiore DOCG e la versione Extra Dry, che ho bevuto per la prima volta da loro in cantina; quest’ultimo è il Prosecco sicuramente più facile, immediato, ma assolutamente piacevole;
  3. se andate a trovarli, fatevi portare in giro con la loro storica Fiat 500;
  4. non dimenticate, prima o dopo la visita in cantina, di passeggiare nel bellissimo borgo di Asolo.

Alessandra

Alla ricerca della migliore Schiava dell’Alto Adige

Elda - Nusserhof

Oggi ti racconto di una degustazione di schiava molto didattica. La schiava – o vernatsch come si dice in Alto Adige, terre d’elezione del vitigno – dà origine a vini spesso semplici, beverini e succosi, con poco tannino e piacevoli compagni della tavola. Alcuni vini però, soprattutto se ottenuti da vigne vecchie, hanno mostrato oltre ad eleganza e golosità anche una complessità in parte inattesa.

Alcune delle migliori Schiava tra quelle degustate
Alcune delle migliori Schiava tra quelle degustate

La degustazione è stata possibile grazie alla cortese ospitalità dell’enoteca La Sala del Vino, locale di recentissima apertura a Milano.

Ecco il resoconto di quanto bevuto:

Amadeus Rosè Alpino – Lieselhof
Naso molto floreale (rosa), seguito dalla frutta rossa matura. Semplice ma pulito e lineare.
Bocca agile, persino esile con alcol che, nonostante sia nominalmente basso, pizzica in chiusura.

Piacevole

Südtiroler DOC Vernatsch Alte Reben 2017 – Glögglhof (Franz Gojer)
Uno dei migliori vini della serata. Olfatto di viola e fragole, bocca di bella dinamica, fresca e leggera ma profonda e saporita.

Molto convincente

Kalterersee Classico Superiore “Quintessenz” 2017 – Kaltern
Inutile girarci intorno: vino deludente. Chiuso al naso, poco espressivo ed amarognolo in bocca.

Poco generoso

Lago di Caldaro Classico Superiore “der Keil” 2017 – Manincor
Olfatto essenziale di frutta rossa e mandorle tostate.
La bocca risulta poco dinamica, piuttosto rapida nello sviluppo e dal finale amaricante.

Si può dare di più

Alto Adige Vernatsch “Fass Nr. 9” 2017 – Girlan
Naso di una bella floralità con un tocco di gelatina alle fragole.
Bocca fruttata, di una certa morbidezza, salata la chiusura su ritorni amandorlati.

Rassicurante

Amadeus 2016 – Lieselhof
Vino di impostazione lineare e scorrevole, dal naso dolce e floreale, al sorso beverino e amandorlato.

Schietto

Südtirol DOC Vernatsch Mediaevum 2017 – Gump Hof (Markus Prackwieser)
Naso articolato e complesso di fiori appassiti, lampone maturo, rosa canina.
Bocca di buon volume e sviluppo con la sapidità ad accompagnare la deglutizione e retrolfatto coerente con quanto percepito all’olfatto.

Intrigante

Elda – Nusserhof (Heinrich Mayr)
Vino che non riporta l’annata uscendo come vino da tavola e che sorprende tutti i degustatori.
Ottenuto da un vigneto con viti di 80 anni: in prevalenza schiava (rari e antichi cloni di vernatsch) ma a completare, in “complantation”, anche un circa 15% altri vitigni quali lagrein, teroldego, blatterle e altri…
Nel bicchiere il vino si stacca dagli altri per qualità ed originalità.
Olfatto di sangue, ferro, erbe aromatiche, carne cruda, sottobosco, rose rosse,
mineralità scura… La bocca è stratificata, di volume ed allungo, lo sviluppo segue un percorso tridimensionale che lascia il cavo orale succoso e soddisfatto.

Fuoriclasse

St. Magdalener 2016 – Thurnhof (Andreas Berger)
Vino in prevalenza di schiava con lagrein a completare l’uvaggio.
Naso di piccoli frutti rossi, semplice ma intrigante.
La bocca è però piatta ed in chiusura amarognola.

Da riassaggiare

Vernatsch “Morit” 2015 – Loacker
Vino (o bottiglia?) preso in ostaggio da acetica fuori controllo.

Imbevibile

Vernatsch von Alten Reben “Upupa Rot” 2014 – Weingut Abraham
L’annata complicata non aiuta certo questo vino di cui avevo sentito parlare molto bene ma che non avevo mai assaggiato.
Purtroppo il naso è quello di un vino eccessivamente “lavorato”: vaniglia, rossetto, caffè coprono il varietale della schiava (in questo vino vi è anche un piccola percentuale di pinot nero). La bocca di contro è vuota e corta anche se il finale è piacevolmente sapido.

Da riprovare (magari un altro millesimo)

La panoramica è stata molto interessante e ha permesso di assaggiare vini non sempre di facile reperibilità fuori dall’Alto Adige.
La schiava si conferma vitigno piacevole e gourmet: il tannino molto sottile e il corpo mediamente magro rendono questo vino adatto a vinificazioni in sottrazione, senza la necessità di cercare struttura o complessità con lavorazioni in cantina o in vigna che rischiano di essere anzi controproducenti.
08Nelle migliori versioni, soprattutto in caso di vigne vecchie (le “vere” Alte Reben”), il vino acquisisce un’articolazione ed una dinamica degne di nota, con l’Elda di Nusserhof una spanna sopra tutti.

Roncùs: vecchie vigne e vini contemporanei

Oggi ti parlo di Roncùs, azienda ben conosciuta dagli amanti del vino che, colpevolmente, non ero ancora riuscito a visitare.
Approfittando di un fine settimana in Friuli riesco quindi a prendere appuntamento con Marco Perco, proprietario e vigneron di Roncùs a Capriva del Friuli.
Ci troviamo nel cuore del Collio, a pochi passi dalla Slovenia. Qui, da tre generazione, la famiglia Perco si prende cura di vigne che hanno mediamente oltre 50 anni di età.
L’azienda si estende su 16 ettari, prevalentemente in Collio con qualche appezzamento nella DOC Isonzo.

Sala degustazione Roncùs
Sala degustazione Roncùs

Nella bella stanza adibita a degustazioni ed eventi, Marco e la sua compagna Manuela mi accolgono e mi raccontano la filosofia dell’azienda: rispetto per l’antico parco vigne, conduzione biologica, inerbimento dei filari ricchi di flora spontanea, trattamenti limitati al minimo indispensabile (rame e zolfo) e vendemmia manuale di uva perfettamente matura.
Le pratiche di cantina sono anch’esse condotte con “semplicità” (fosse semplice…): fermentazioni spontanee, fermentazione malolattica svolta naturalmente anche sui vini bianchi, vini a contatto con le fecce fini, uso oculato del legno mai nuovo o troppo marcante…
I vini che se ne ottengono sono precisi ed espressivi, sempre equilibrati senza eccessive mollezze né acidità slegate, gustosi e complessi, soprattutto se si ha la pazienza di farli invecchiare in cantina qualche anno.

Di seguito qualche sintetica nota sui vini degustati. Come sempre su questi schermi seguiranno descrizioni più dettagliate delle bottiglie che mi sono piaciute di più e che ho acquistato da degustare con calma.

i vini degustati
i vini degustati

Ribolla Gialla 2017
Malolattica completamente svolta, affinamento in acciaio e permanenza sui propri lieviti per 6 mesi.
Piacevole nota affumicata al naso, per un vino che si beve con disarmante semplicità grazie all’alcolicità contenuta ed all’acidità agrumata in sottofondo.

Schietto

Malvasia “Reversus” 2017
Naso didascalico da malvasia istriana con in più una nota di muschio ad arricchiere il quadro.
Vino molto buono perché in grado di coniugare carnosità e dinamica, morbidezza e mineralità.

Gustoso

Collio Bianco 2016
Friulano, Pinot Bianco e Sauvignon affinati in botti da 20 ettolitri.
Il naso si fa sedurre da una nota elegantemente aromatica e delicatamente fumé.
Bocca potente ma la bevibilità non ne risente.

Saporito

Collio Friulano 2016
Vino ricco ma austero, si rivela con calma nel bicchiere con le spezie a far capolino.
Il vino è ancora giovanissimo, evolverà ulteriormente.

Promettente

Pinot Bianco 2015
Naso fruttato, con erbe aromatiche e mineralità ben presente.
In questa fase trovo la bocca piuttosto calda e poco corrispondente rispetto a quello che il naso promette.
Vino che “si sta muovendo”, da risentire con calma.

Inquieto

Collio Bianco Vecchie Vigne 2014
Eccolo qui il famoso Vecchie Vigne, vino di culto e piuttosto noto, oltre che per i premi conseguiti e per la bontà indiscussa, per la sua straodinaria longevità.
Vigne di oltre 60 anni a Capriva, blend di Malvasia Istriana, Friulano e Ribolla Gialla.
Permanenza di botti di rovere da 20 ettolitri per un anno e poi ulteriori 22 mesi in acciaio sui propri lieviti.
Naso che si dipana lento ma inesorabile tra note agrumate, di salsedine, tarassaco, fieno…e poi ancora pietra focaia e spezie.
Il vino si muove in bocca sinuoso e saldo, non risente per nulla di una temperatura di servizio leggermente più alta rispetto agli altri vini serviti: l’acidità è ben presente ma in filigrana nella massa del vino che risulta imponente ed agile al tempo stesso.
Vino molto profondo e che chiude su ritorni minerali.

Top Player

Roncùs Vecchie Vigne 2014
Roncùs Vecchie Vigne 2014

Val di Miez 2015
C’è anche tempo per assaggiare un vino rosso ottenuto da Merlot con saldo (20%) di Cabernet Franc. Vigne di oltre 40 anni a Capriva del Friuli e Farra d’Isonzo.
Botti di 5 ettolitri di rovere francese per 18 mesi per questo taglio bordolese che, benché giovane, risulta fin d’ora molto piacevole: naso delicatamente vegetale e speziato (tabacco, pepe, fumo) e bocca verticale e succosa. Sono certo che tra qualche anno regalerà ulteriori sorprese.

Attendere con fiducia

La gamma di Roncùs, piuttosto articolata come spesso accade in Friuli, è completata da altri due vini rossi che non ho avuto modo di assaggiare (un merlot e un pinot nero).
Devo riconoscere che la qualità media è decisamente alta. Insomma, il Collio Vecchie Vigne è portabandiera di una squadra di tutto rispetto.
Vini ottenuti con metodi “antichi”, ma che nel bicchiere risultano splendidamente contemporanei.