Fixin: denominazione di frontiera o perla rara della Borgogna?

Capita spesso di sottovalutare le zone vitivinicole considerate di frontiera, ovvero quelle aree cuscinetto situate tra due denominazioni dal carattere ben delineato e universalmente riconosciuto. Implicitamente siamo portati a pensare che i loro vini non dispongano di una vera e propria personalità, come se non siano né carne né pesce.

Nel viaggio nel bicchiere che ho intrapreso dei vini di Borgogna, ogni volta che approccio una nuova zona lo faccio con meraviglia e entusiasmo, e quando è arrivato il momento di approfondire Fixin ero come sempre impaziente e curiosa, ma le aspettative non erano così alte rispetto alla sorpresa strabiliante avvenuta al momento dell’assaggio.

Luogo dedicato soprattutto ai vini rossi, Fixin si colloca sia dal punto di vista geografico che caratteriale tra la fruttuosità golosa di Marsannay e la solennità leggendaria di Gevrey Chambertin. È qua che incontriamo i primi Premier Cru propriamente detti dell’area settentrionale della Côte d’Or: i suoi filari sono allevati in cima alla collina, sotto il bosco, dove il terreno è più magro e roccioso. Scendendo verso valle, invece, un grosso strato di argilla si ispessisce, rendendo la terra poco drenante e conseguentemente apportando risultati molto diversi in bottiglia, che sarà denominata sotto la tipologia Village.

Lo studio è importante, certo, ma l’assaggio è decisamente la parte più divertente della scoperta di un territorio quando non si può viaggiare, così un pomeriggio di primavera arriva finalmente il momento di degustare due bottiglie di Fixin alla cieca. Il confronto bendato di due vini della stessa zona dà sempre risultati sensazionali, perché si permette al vino di esprimersi nella maniera più sincera, dando la possibilità al degustatore prima di capirlo, e poi di conoscerlo.

So che si tratta di due Premier Cru e di fronte ai due calici noto subito delle caratteristiche totalmente diverse tra loro. Il primo si presenta in una veste color rosso rubino lieve, quasi trasparente. Il naso è incentrato in profumi floreali e carnosi, come la rosa, seguiti da un sentore di arancia rossa, grafite e rosmarino. Il sorso è pieno, più minerale che acido, per terminare in un finale pieno e lungo.

i due vini in assaggio

Il secondo vino, invece, lo trovo più meditativo, più pensoso. L’incenso è il sentore che primeggia su tutti, assieme a spezie orientali e più leggeri sentori floreali di viola. In bocca il vino si avviluppa in maniera profonda, penetrante, lunga, ed è sostenuto da un tannino dalla trama fitta e regale.

Devo ammettere che tentare di indovinare le bottiglie non dovrebbe essere molto difficile, non solo per la loro franchezza, ma soprattutto perché a Fixin i Premier Cru sono solo sei, di cui uno è “fantasma”, per così direi, essendo curiosamente edificato per intero (Les Meix Bas).

Scopriamo le bottiglie, e con grande sorpresa noto che il produttore è lo stesso: il Domaine Pierre Gelin, ed entrambi i vini sono dello stesso, equilibrato millesimo che è il 2014 in Borgogna.

Il primo vino è Les Hervelets, il cui nome è simile al suo vicino Les Arvelets, che significa “arva”, ovvero campo coltivato. È il secondo Premier Cru dell’area settentrionale della Côte d’Or, una zona fresca e dai terreni antichissimi, alle volte con venature ferruginose, e si dice che con l’invecchiamento assuma delle caratteristiche che lo assomigliano al famigerato Clos St. Jacques.

Il secondo è il Clos Napoleon, vino dall’eccezionale potenziale evolutivo e dal nome leggendario, riecheggiante in tutto il comune di Fixin, seppure non sia dovuto a Napoleone Bonaparte in persona, che non mise mai piede in queste terre. A volerlo chiamare così fu di Claude Noisot, suo luogotenente, marito della proprietaria del Clos e che lo nominò in onore del famoso condottiero. Il vigneto affonda le radici in un terreno ricco di sassi calcarei e argille brune, e che purtroppo per l’avvento della fillossera venne raso al suolo per rimanere incolto per oltre settant’anni, fino al 1955, quando lo acquisì la famiglia Gelin, che lo ripiantò e che ancora oggi lo custodisce in monopole. Difficile esprimere a parole quanto io sia rimasta incantata dai vini di Fixin, un luogo da prendere in considerazione anche per il loro incredibile rapporto qualità/prezzo. Peccato sia così difficile reperire queste bottiglie, ma si sa, il fascino inarrivabile dei vini di Borgogna è dovuto anche all’unicità dei momenti in cui queste perle rare appaiono davanti ai nostri occhi in tutto il loro splendore.

Elena Zanasi
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Arbois Trousseau Le Clousot 2018 – Michel Gahier

Arbois è un villaggio di poco più di 3.000 abitanti ed è però è molto evocativo per ogni appassionato di vino: Arbois infatti è una delle più antiche AOC di Francia e patria dei vini della regione francese più à la page in questo momento storico, ovvero il Jura.

Arbois Trousseau Le Clousot 2018 - Michel Gahier
Arbois Trousseau Le Clousot 2018 – Michel Gahier

Abbiamo assaggiato il vino di un produttore artigiano che segue con cura certosina i suoi circa 6 ettari di vigna nel villaggio di Montigny-les-Arsures, terra d’elezione del vitigno a bacca nera trousseau.

Arbois Trousseau Le Clousot 2018 – Michel Gahier

Il vino ci accoglie con una bellissima veste color rubino chiaro leggermente velato.

Appena versato l’olfatto risulta chiuso, ma è solo un attimo: la riduzione sparisce nel giro di pochi minuti e lascia spazio a note molto intriganti che si rincorrono disegnando un quadro olfattivo cangiante e dinamico: fragole, pot pourri, muschio, chinotto…

Il vino al sorso risulta molto succoso, la freschezza è infatti molto accentuata, il frutto si fa asprigno (melograno), lo sviluppo è teso e verticale ma per nulla severo, la progressione è graduale e saporita, senza rigidità o strappi. Il finale è salato e di grande persistenza su ritorni di erbe amare e arancia.

Plus: produttore che segue i principi della biodinamica e che riesce a produrre un vino senza solfiti aggiunti che tiene insieme nitore ed espressività, dettagli aromatici e personalità incisiva.

Diego Mutarelli
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Marsannay Les Grandes Vignes 2002 – Domaine Bart

Complice il resoconto della nostra Elena su due prestigiosi lieux dits di Marsannay, Les Longeroiese  e Au Champ Salomon, abbiamo voluto assaggiare, dello stesso produttore, Domaine Bart, un’annata molto antecedente a quella di Elena (2002 vs 2018) e diverso lieu dit, Les Grandes Vignes.

Marsannay Les Grandes Vignes 2002 – Domaine Bart


Il vino si presenta già alla vista in ottimo stato: un bel granato con ancora lievissimi riflessi rubino che al sole, magicamente, diventano … accecanti.

Al naso, inevitabilmente dopo così tanti anni in bottiglia, si apre timido ed emerge, prepotente, un sottobosco autunnale (muschio, tartufo, foliage umido, terriccio) e un sentore di ceralacca; a poco a poco escono i fiori secchi, la frutta sotto spirito e soprattutto una marcata nota mentolata che, insieme al cacao che fa capolino, ci ricorda il cioccolatino “After Eight”.

In bocca il sorso è pieno, finissimo ma soprattutto quello che ci stupisce è la freschezza che invoglia la beva e non fa dimostrare al vino i 19 anni che ha.

Alessandra Gianelli
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Varcando la porta settentrionale della Côte d’Or: Marsannay

Prima appellation che si incontra entrando nella Côte d’Or da settentrione è Marsannay, che nei suoi oltre 240 ettari abbraccia tre comuni (Chenôve, Marsannay-la-Côte e Couchey), ed è famosa per i suoi vini polposi e fruttati. Si può dire che sia un’appellation ancora sottovalutata, probabilmente perché sue bottiglie non possono vantare della dicitura “Premier Cru” in etichetta, ma mi piacerebbe invitare il lettore a prestare attenzione alla qualità dei vini di questo territorio, perché di recente quattordici climats sono stati effettivamente promossi a questo prestigioso riconoscimento, che sarà completato nel giro di pochissimo tempo.

Per imparare a conoscere meglio Marsannay abbiamo assaggiato alla cieca due bottiglie di due differenti climats che presto diventeranno Premier Cru, nella stessa annata e per mano dello stesso produttore.

i due vini, Marsannay 2018, in assaggio

L’annata è la 2018: consapevoli del fatto che in Borgogna la 2018 è stata molto calda, non abbiamo indugiato più di tanto prima di stappare, confidenti anche nel fatto che Marsannay produca vini che puntano molto sulla piacevolezza di frutto e che quindi possano essere apprezzati fin da giovani.

Il Domaine in questione è Bart, proprietario di circa 21 ettari dislocati soprattutto a Marsannay, è uno dei produttori più rappresentativi e rispettati del territorio.

I vini che abbiamo assaggiato sono due pinot noir, questo va precisato perché a Marsannay si coltiva anche chardonnay, pinot blanc, in minima parte pinot gris e in passato il territorio era addirittura interamente coperto dal gamay, col quale si produceva abbondantemente il rosato per i ristoranti di Dijon.

Oggi la coltura del gamay è stata abbandonata praticamente ovunque, ma non la tradizione dei vini rosati, tant’è che Marsannay è l’unica AOC dell’intera Borgogna ad ammettere la dicitura “rosé” in etichetta.

Marsannay: mappa dei lieux-dits (Credits: Vitevini.com)

Il primo vino assaggiato è Les Longeroies: situato a Marsannay-la-Côte, non lontano da Chenôve, si tratta di un vigneto molto vasto (oltre i 34 ettari), composto da due lieu-dits: Dessus de Longeroies, la parte più alta, più sassosa e che produce vini più eleganti, mentre Bas de Longeroies è più ricca di argilla, che apporta più sostanza al vino e forse per questo i produttori amano spesso unire nel vino le due parcelle. Devo dire che la versione di Bart mi ha molto colpita, lo si potrebbe definire come un tipico Marsannay, con le sue note fruttate succose ed accattivanti, ma la sua piacevolezza non è assolutamente banale, al contrario si gioca nel dettaglio, che invita il degustatore a perdersi nel calice per tentare di imparare a conoscerlo fino in fondo.

Il secondo vino porta un nome a dir poco eccezionale: Au Champ Salomon: il terzo re di Israele, simbolo di giustizia e fermezza, in un lontano passato ha ispirato il nome del famoso vigneto situato a Couchey, il motivo è dovuto al fatto che anticamente in queste terre venivano impiccati i fuorilegge. Questo vino si presenta in maniera totalmente diversa rispetto al primo: le terre in cui crescono le vigne hanno una base argillosa con venature di ossido di ferro, che donano nel calice note ferruginose ed ematiche che lo fanno risultare più austero e solenne, con sentori speziati di liquirizia e alloro che lo rendono più oscuro e meditativo rispetto alla celebre e allegra estroversione di questa appellation. Anche in bocca, pur mantenendo un’acidità sostenuta, l’ho trovato di una profondità lunga e inaspettata.

Credo che sia proprio la differenza così abissale tra le due bottiglie a rivelare la caratteristica più emblematica e affascinante della Borgogna intera: quando nonostante la stessa mano e la stessa annata, anche nelle zone meno blasonate, è sempre il terroir ad apportare al vino risultati dalle sfaccettature diametralmente opposte. Un mistero mai banale e impossibile da risolvere, col quale l’uomo non può fare altro se non attingervi il proprio piacere.

Elena Zanasi
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Vini scelti tra Italia e Francia

Per chi fa della condivisione del vino la propria missione è sempre più complicato (e, forse, perfino fuori luogo) – in questi tempi di Italia confinata – parlare di vini bevuti. E così, in attesa di tempi migliori in cui si potrà di nuovo incrociare i bicchieri tutti intorno ad un tavolo imbandito, abbiamo ripescato gli appunti e la memoria di una interessante degustazione alla cieca di vini scelti, rigorosamente a casaccio, tra Italia e Francia.

Crémant Blanc Brut Nature – Domaine Overnoy

Ci troviamo in Jura e l’azienda è guidata da Jean-Louis (nipote dell’iconico Pierre Overnoy) e da suo figlio Guillaume. Conduzione artigianale e bio per questa cantina familiare di neppure 6 ettari. Il vino, 100% chardonnay, sosta 30 mesi sui lieviti e si presenta piuttosto timido al naso: frutta bianca, scorza di agrumi, frutta secca in secondo piano… Il sorso è sapido con bollicina grossolana, la freschezza è però piacevole. Il vino è giocato sulla semplicità e chiude leggermente amaricante.

Champagne Vertus Cœur de Terroir 2008 – Pascal Doquet

Champagne Fleur de Passion 2010 – Diebolt-Vallois

La sfida tra di due champagne è stata vinta nettamente da Diebolt-Vallois che, pur in una versione, la 2010, meno felice rispetto all’entusiasmante millesimo 2008 (ne ha parlato Gregorio qualche tempo fa), si conferma un vino dall’accecante mineralità, elegante al naso, sapido e lungo in bocca, pur con un deficit di potenza e verve acida delle annate migliori. Per onestà dobbiamo dire che di Doquet ricordiamo bottiglie migliori, questa ci è apparsa sottotono e con un perlage evanescente, sintomo di una bottiglia probabilmente piuttosto sfortunata.

Erbaluce di Caluso Le Chiusure 2019 – Favaro

Di questo vino abbiamo già parlato qualche settimana fa e confermiamo le stesse impressioni, così come la volontà di risentirlo dopo qualche anno di vetro che gli dovrebbe fare senz’altro bene. Vino delicato e di carattere al tempo stesso, con una furiosa sapidità a supporto.

Dolcetto d’Alba 2013 – Bartolo Mascarello

Landoix Clos des Chagnots 2018 – Domaine D’Ardhuy

Il vino di Bartolo Mascarello alla cieca ha destabilizzato i degustatori, anche se la sua classe cristallina non era in discussione. Olfatto che si apre a coda di pavone tra frutto rosso ancora integro, corteccia, note terrose, pepe, macchia mediterranea, olive…. Bocca intensa, saporita, dal tannino piacevolmente fitto, forse appena brusca in chiusura e non così lunga, ma di grande eleganza. Il pinot noir ha sofferto il confronto, vino piacevole ed immediato, tutto sul lampone, le fragoline e l’incenso, piacione ma credibile e senza eccessi boisé.

Champagne Rosé – Michel Marcoult

Barolo Perno 2013 – Sordo

I due bicchieri della staffa finali molto interessanti. Lo champagne è accattivante a partire dal bel colore rosa salmone, il naso è un tripudio di fragoline, rose e pepe bianco. Bocca piacevolmente fruttata ma di grande freschezza e sapidità in chiusura. Il Barolo, giovanissimo, è decisamente austero. Frutta rossa sotto spirito al naso, poi rose appassite e catrame. Bocca di grande potenza, intensa, dalla trama tannica fitta e dal calore alcolico ben integrato nella materia. Da attendere con grande fiducia.

Diego Mutarelli
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Un Savigny-Lès-Beaune per riscoprire la spensieratezza del pinot noir

Bere pinot noir di Borgogna al giusto prezzo non è mai stato facile. Anni fa parlavamo di Borgogna accessibile come una sorta di chimera enoica…e il passare degli anni non ha certo agevolato il compito degli appassionati che non vogliono rinunciare alle emozioni della Borgogna rossa senza andare in rosso sul conto corrente!

Ecco allora che si esplorano minuziosamente, palmo a palmo, le zone di produzione meno titolate ed i produttori meno blasonati. Spesso con sonore delusioni, più raramente con insperato successo.

Oggi condividiamo quella che ci è apparsa come una bella sorpresa di Borgogna, un domaine non ancora conosciutissimo eppure con una notevole tradizione e belle parcelle sia in Côte de Nuits sia in Côte de Beaune. Si tratta del Domaine d’Ardhuy di cui abbiamo degustato il Savigny-Lès-Beaune Premier Cru “Aux Clous” 2017.

Savigny-Lès-Beaune Premier Cru “Aux Clous” 2017 – Domaine d’Ardhuy

Il vino si presenta in veste rubino trasparente d’ordinanza, qualche riflesso ancora porpora ne svela la gioventù.

Olfatto accattivante e sobrio, senza effetti speciali ma diretto ed espressivo: ribes rosso e melograno, incenso, fiori rossi freschi, una leggera nota ferrosa.

Bocca di grande equilibrio, al contempo vivace nella sua impronta fruttata ed essenziale nella sua gustosa freschezza. L’acidità accompagna lo sviluppo del vino che si distende sul palato senza rinunciare al frutto, privo però di qualsiasi eccesso dolce. Fa capolino un ricordo di legno nuovo che però scompare del tutto con qualche minuto di bottiglia aperta.

La chiusura è soave e delicata, non particolarmente intensa o materica, ma pulita e beverina. I ritorni di frutta e spezie sono accompagnati da un tannino fine e una saporita scia sapida.

Plus: un Savigny-Lès-Beaune dall’ottimo rapporto qualità-prezzo che consente una bevuta disimpegnata ma intrigante.

Diego Mutarelli
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Coprire un vino scopre i suoi dettagli più intimi: Roumier e una degustazione senza veli

Se durante una degustazione alla cieca le prime domande che ci poniamo riguardano vitigno, zona e annata, nelle fasi successive proveremo a chiederci quale sia il livello qualitativo del vino, cosa che a volte risulta molto più difficile di quello che potremmo aspettarci.

Quando invece ci troviamo davanti a bottiglie scoperte, il nostro cervello innesca certi meccanismi, anche involontari, che ci preparano mentalmente a ciò che andremo a degustare. Si tratta di processi cognitivi che possono in qualche modo imbrogliare, offuscando la nostra obiettività e facendoci coinvolgere non solo dal vino, ma anche dall’etichetta. E più la bottiglia è costosa, rara, o recensita con punteggi alti, più ci si aspetta di bere qualcosa di trascendentale, illuminante, commovente. A tutti noi sarà capitato almeno una volta di godere di queste sensazioni, ma non solo per merito del vino, quanto alle aspettative preliminari, che inconsciamente hanno scatenato un desiderio di appagamento che siamo decisi a soddisfare.

In teoria potrebbe apparire facile, o addirittura banale, essere in grado di verificare che la qualità di un vino corrisponda alla descrizione in etichetta. Ebbene, quando poi ci troviamo da soli di fronte alla realtà dei fatti, capiamo che questo discernimento non è così semplice, e che a volte i vini “base” si dimostrano addirittura più apprezzabili rispetto a esemplari più blasonati. Per questo è importante esercitare le abilità di valutazione bendando i pregiudizi e le aspettative, non solo per divertirci nel metterci alla prova, ma soprattutto per imparare ad ascoltare i dettagli che determinano la vera qualità di un vino, senza maschere.

Allenare la capacità di giudizio è un cammino complicato, ci metterà di fronte alle nostre lacune e i nostri limiti, a volte ci sorprenderà e altre ci deluderà, ma senza dubbio realizzeremo che il vino non mente mai, e ci fornirà gli strumenti necessari per capire il valore di una bottiglia. Che valore non è solo un parametro economico, ma qualcosa da custodire nel cuore e nella memoria.

Una sera mi sono trovata a confrontare due bottiglie bendate: due vini meravigliosi, qualitativamente direi allo stesso livello, per motivi diversi. Una volta tolta la stagnola ho scoperto che si trattava di un Grand Cru e di un Village, provenienti da due zone diverse della Côte de Nuits.

Il Village che tanto mi ha sorpreso non capita tra le mani tutti i giorni: il produttore è Christophe Roumier, che oggi gestisce il leggendario Domaine fondato da suo nonno, Georges Roumier. Questa realtà possiede neanche dodici ettari in alcune delle parcelle più prestigiose della Côte de Nuits, ed è soprattutto emblema delle qualità uniche di Chambolle Musigny.

Chambolle Musigny: un nome che solo a pronunciarlo evoca una sorta di terra promessa, sogno di ogni vigneron, il cui frutto è un vino spesso definito in maniera semplicistica come femminile e seducente. In realtà Chambolle Musigny è questo, ma molto di più: situato tra Morey Saint Denis e il Clos Vougeot, questo comune è minuscolo, abitato da appena trecento abitanti, eppure le sue terre di origini antichissime sono la culla di vini straordinari, dalla bellezza mistica e inarrivabile, la cui unicità sta nella loro energica luminosità, nel dettaglio, nelle infinite sfumature che si presentano a livello aromatico.

Tra le parcelle che compongono lo Chambolle Musigny di G. Roumier troviamo Le Clos, lieu dit situato praticamente nella Combe Ambin e per questo le uve ricavate sono profumate, fresche, e in grado di donare energia al vino.

L’annata è la 2012: il colore è brillante e abbastanza concentrato, al naso sprigiona una complessità interessante e ancora in evoluzione, in cui emergono profumi freschi di lampone, fragolina di bosco, un floreale che volge sul glicine, poi sottobosco, pietra bagnata e un lieve profumo di  incenso. Andare a ricercare tutti i suoi profumi è stato un vero viaggio dentro me stessa, tuttavia la parte più sorprendente della degustazione è stata, giustamente, l’assaggio: nel calice ho trovato il perfetto equilibrio tra la finezza di Chambolle, data da tannini che si presentano in punta di piedi, e una tridimensionalità sbalorditiva, con un centro bocca denso, teso, persistente. 

Se questo è il suo Village, allora come sarà il suo Bonnes Mares, o addirittura Les Amoureuses o il rarissimo Musigny? 

P.S. Ora magari vi chiederete quale fosse il Grand Cru con cui l’ho confrontato. La risposta è semplice: andare a sbirciare il mio pezzo precedente, sui benefici e rischi di intraprendere un viaggio tra i vini di Borgogna, e lo scoprirete!

Elena Zanasi
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La Rumbera 2018 – Oriol Artigas

Oriol Artigas è un produttore naturale spagnolo della regione di Alella, a circa 15 km da Barcellona. Artigas, attivo dal 2011, vinifica oltre 50 vitigni su 8 ettari vitati. In vigna segue le pratiche biodinamiche ed in cantina l’approccio è decisamente poco interventista: fermentazioni spontanee, nessuna chiarifica, filtrazione o aggiunta di anidride solforosa.

Il vino che ci troviamo nel bicchiere è ottenuto da pansa blanca in purezza da vigne poste tra i 120 e i 300 metri sul livello del mare. Il colore è un giallo paglierino velato, ostentatamente non filtrato.

Naso interessantissimo che – absit iniuria verbis – ricorda almeno in parte il Trebbiano di Valentini: un tocco sulfureo, poi fieno, orzo, limone candito, mela renetta…

Ingresso in bocca di grande acidità, sorso vivace e mobile, aiutato anche dal tenore alcolico contenuto (12%). Lo sviluppo è rapido ma pulito e giocato su una gustosa immediatezza. In chiusura un tannino appena accennato fornisce giusto grip (parte delle uve fa qualche giorno di macerazione). Ritorni marini e notevole, anche se soave, persistenza.

Plus: vino spontaneo ma non anarchico che gioca sull’immediatezza senza rinunciare alla propria identità.

Diego Mutarelli
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Benefici e rischi di intraprendere un viaggio tra i vini di Borgogna

È da un po’ di tempo che un pensiero, un’idea, un impulso si è radicato nella mente e non se ne va più.

Ho provato a spostarlo e a rivolgere l’attenzione altrove, perché lo so come succede in questi casi: da vezzo che fluttua allegramente in testa, ben presto si trasforma in pensiero fisso, poi ossessione, e da lì è praticamente impossibile tornare indietro.  

Questo pensiero consiste nel desiderio di condividere un percorso che ho iniziato seriamente un anno fa attraverso le pagine e le bottiglie della Borgogna. Mi sono addentrata con la mente (e con il fegato) in questa regione meravigliosa senza rendermene conto, inizialmente studiando il libro di Camillo Favaro e Giampaolo Gravina, “Vini e Terre di Borgogna”. Una volta terminato, sono passata all’opera di Armando Castagno “Borgogna. Le vigne della Côte D’Or”. Allo stesso tempo ho degustato le bottiglie che riuscivo a trovare assieme al mio fidanzato, che aveva intrapreso già da tempo questo favoloso viaggio, e prendendoci per mano ci siamo buttati a capofitto in questa avventura. Sono convinta che vivere le esperienze nel bicchiere in compagnia, confrontandosi e imparando l’uno dall’altra, renda il processo conoscitivo ancora più completo e totalizzante e le abilità del degustatore ancora più affinate e intuitive.

Chambertin 2010 – Domaine Rossignol-Trapet

Le righe che state leggendo sono l’epilogo di una lotta piuttosto travagliata contro me stessa: prima di tutto, ho provato una stranissima preoccupazione ad affezionarmi così tanto all’argomento da non desiderare più bere altro. Un po’ come quando ti innamori, e non vedi niente se non gli occhi della persona amata. È dura rimanere saldi e obiettivi, ma essendo il vino il mio lavoro, non posso permettermi di diventare una persona limitata, con una visione dotata di un’unica e discutibile prospettiva, e che si fa trasportare da una sola tipologia di vino. E se non vogliamo parlare di sentimenti, possiamo benissimo parlare di soldi, perché come tutte le persone normali, non posso certo prendermi il lusso di bere Borgogna tutte le volte che vorrei.

Altri scrupoli, invece, sono dovuti al forte timore reverenziale verso questo territorio, che alle volte è paralizzante. Mi correggo, non si tratta di timore, quello che provo è rispetto, un assoluto rispetto non solo per il vino, ma soprattutto per la cultura che rappresenta, fonte di ispirazione dei vignaioli di tutto il mondo, desiderosi di portare nel mondo altrettanta bellezza. 

Eppure, nonostante tutto, sento che questa passione è ormai diventata preminente: più studio, più assaggio, più aumenta la consapevolezza di non averne ancora abbastanza, e allo stesso tempo faccio sempre più fatica a frenare la voglia di trasmettere la meraviglia di questo viaggio nel bicchiere. Il mio scopo non è quello di esibire le mie conoscenze, ma tentare di comunicare il beneficio che c’è nello studio approfondito dei vini di Borgogna, e di ascoltare il racconto delle persone che scrivono questa fortunata storia da quasi quattordici secoli, senza mai fermarsi. 

Uno dei vini che ha ispirato questo nuovo percorso è lo Chambertin 2010 di Rossignol-Trapet, assaggiato alla cieca un freddissimo sabato di febbraio. Celebre vigneto che dà il nome al villaggio di Gevrey-Chambertin, nel XVIII secolo era definito “il Re dei vini”, e anche oggi la sua magnificenza, il suo fascino e la sua energia sono universalmente riconosciuti e ambìti da tutti gli appassionati.

L’azienda Rossignol-Trapet è guidata dai fratelli Nicolas e David Rossignol, viticoltori che lavorano seguendo i principi della biodinamica da vent’anni, lavoratori minuziosi al punto da vinificare separatamente anche le parcelle più ridotte.

Questa bottiglia dell’annata 2010 è un vino dai tratti autunnali, con un naso soprattutto speziato, dove primeggiano sentori di rosmarino e tabacco biondo, con sfumature ferruginose ed ematiche. Pian piano che il vino si apre, si possono apprezzare dei rinfrescanti accenni balsamici, mentre il frutto è passato in secondo piano, lasciando spazio al sottobosco, che nella mia memoria olfattiva mi fa pensare al nebbiolo di Monforte o Serralunga. La bocca invece è più giovane e vibrante del naso, è energica, dotata di un nerbo acido che fa apprezzare la sua freschezza durante tutto il sorso.  Il finale è lungo e sapido. Esattamente un anno fa, invece, mi ritrovavo a bere il loro Gevrey-Chambertin Vielles Vignes 2012 e, a giugno 2018, l’annata 2015. Un vino frutto da parcelle ultracinquantenni, secondo me rispecchia bene le caratteristiche dell’appellation,  ovvero culla di vini piuttosto strutturati, austeri, freschi e con un tannino che non nasconde la sua presenza. La 2012 è risultata più elegante e suadente, mentre la 2015 più potente e all’epoca ancora molto giovane. Assaggiando il suo Chambertin, invece, ho sperimentato la superiorità leggendaria di questo Grand Cru, scoprendo che esiste un ventaglio di sfumature e di sensazioni inaspettate, una complessità che si evolve e si trasforma ogni volta che si ruota il calice. Ho terminato la bottiglia con un unico e solo punto di domanda, al quale non mi sono data una risposta: è normale che un Grand Cru di soli undici anni abbia un naso evoluto al punto da essere centrato su questi profumi terziari, mettendo da parte i fiori e il frutto? In realtà la soluzione al mio interrogativo è importante solo fino a un certo punto, perché la grande bellezza di questo vino sta nella sua freschezza e vitalità, che oggi lo rendono non solo riconoscibile, ma irresistibile.

Elena Zanasi
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Champagne Brut Nature “Cuvée Louis” – Tarlant

Siamo nella Vallée della Marne dove da più di 12 generazioni opera la famiglia Tarlant che produce Champagne di altissimo livello qualitativo.

Assaggiamo l’ennesima splendida bottiglia di Cuvée Louis, uno dei loro leggendari prodotti di punta.

Champagne Brut Nature Cuvée Louis – Tarlant

Questa versione è un assemblaggio di annate dal 1996 al 2000, con sboccatura novembre 2016 (15 anni sui lieviti, non è da tutti!). 50% chardonnay e 50% pinot noir, senza malolattica per preservare l’acidità e zero dosaggio.

Nel bicchiere si presenta con un colore oro stupendo, brillantissimo, il naso è un tuffo nel gesso, con note di miele amaro, scorza d’agrumi, zenzero, anice, lieve ossidazione che impreziosisce il quadro, bocca dalla bolla finissima, acidità perfetta e materia importante con una beva trascinante.

Champagne che può tranquillamente osare l’abbinamento con un’anatra alla pechinese o un piccione e foie gras. Monumentale.

Gregorio Mulazzani
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