Champagne BdB extra brut “Les Rocheforts” – Étienne Calsac

Ci scommetto, ve ne innamorerete al primo sorso!

Stupendo Champagne di Étienne Calsac, un produttore ancora relativamente poco conosciuto, almeno in Italia. Da uve 100% chardonnay, monoparcellare ottenuto da vigne di 30 anni nel comune di Bisseuil a pochi km da Épernay verso Bouzy.

Il suolo gessoso esplode al naso con una grande mineralità bianca profonda, agrumi amari, bolla finissima, splendida acidità e beva “assassina” (attenzione che in 10 minuti massimo evapora, nel mio caso è successo con consorte generalmente moderata), approfittatene finché i prezzi non esploderanno giocoforza anche per questo produttore.

Abbinamento d’elezione sashimi misto con ricciola, branzino, tonno rosso, scampo e leggerissima soia a finire.

Gregorio Mulazzani
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Il pecorino, un vino che dalla montagna volge verso il mare

Da oggi Vinocondiviso si arricchisce dei contributi di Walter, sommelier marchigiano che sposa la filosofia di Vinocondiviso, ovvero il piacere della scoperta e condivisione di tutto ciò che ruota attorno al vino. Questo è il suo primo post. 

Ogni bottiglia di vino può dare notizia di sé trasmettendo vizi e virtù proprie a chi desidera scoprire la sua storia fatta di persone, di piccoli gesti anonimi e di un legame sentimentale con il proprio territorio.
Il nostro viaggio inizia da un vitigno autoctono a bacca bianca originario dell’Italia centrale coltivato in origine con un sistema di allevamento detto ad “alberata” dove le viti erano maritate con alberi da frutto o aceri.
Il viaggio prosegue nel territorio Piceno portandoci nello specifico in quel di Pescara del Tronto, una frazione di Arquata del Tronto rasa al suolo dal recente terremoto e luogo della riscoperta del vitigno dove le viti erano “a piede franco” con radici proprie, non ibride e non innestate su radici di piante americane. Stiamo parlando del pecorino.

Photocredit: Wikipedia


Erano gli anni Novanta quando un esperto sommelier e Tenuta Cocci Grifoni, storico produttore del territorio Piceno, hanno contribuito a riportare in auge il vitigno pecorino salvandolo dall’estinzione che rischiava a causa della sua scarsa produttività.
Così iniziarono le prime sperimentazioni e le prime vinificazioni frutto delle viti che da Arquata del Tronto, piccolo borgo montano posto alle pendici del Monte Vettore, furono piantate in colline degradanti verso il mare. Il pecorino ottenne la certificazione doc solo nel 2001, difatti nell’anno di imbottigliamento della prima bottiglia (il 1990) frutto delle continue sperimentazioni l’etichetta non riportava ancora la dicitura pecorino ma vino da tavola.
Nelle Marche, il pecorino rientra sia nel disciplinare di produzione dei vini a denominazione di origine controllata “Falerio doc”, istituita nel 1975, sia nel disciplinare di produzione dei vini a denominazione di origine controllata e garantita “Offida docg”, certificazione ottenuta relativamente di recente, nel 2011.

Diversi produttori lo vinificano in purezza utilizzando il vitigno pecorino al 100% nonostante il disciplinare stabilisca un minimo dell’85% di pecorino per rientrare nei parametri della docg Offida. Generalmente l’avvio della fermentazione è in vasche di acciaio ma ultimamente alcuni produttori stanno sperimentando l’uso del legno e delle barrique che regalano al vino delle note speziate di vaniglia che ne arricchiscono il bouquet aromatico.
Il pecorino è un vitigno piuttosto versatile, infatti per la sua importante componente acida si presta anche alla spumantizzazione sia con il metodo Martinotti-Charmat che prevede la rifermentazione in autoclave sia con il metodo Classico con rifermentazione in bottiglia.

Offida docg pecorino Colle Vecchio 2021 – Tenuta Cocci Grifoni

All’esame visivo si presenta limpido quasi cristallino con un colore giallo paglierino dai riflessi dorati di grande intensità e vivacità. Riempie il calice muovendosi lentamente segno di un buon tenore alcolico. All’olfatto risulta intenso e l’impatto del profumo sulla mucosa nasale è immediato e diretto. Dapprima si colgono le note fruttate da frutti a polpa gialla come la pesca e frutti tropicali come il mango. A seguire si apprezzano anche note agrumate di bergamotto e di erbe aromatiche come salvia e rosmarino.
Vino strutturato e complesso con una spalla acida importante accompagnata da una sapidità ben presente e dall’altra parte una componente alcolica di tutto rispetto che lo rendono un vino equilibrato.
Il sorso in bocca è appagante, riempie il palato e la vibrante acidità crea salivazione e invita al prossimo sorso. Sul finale ritroviamo le sensazioni di frutta a polpa gialla riscontrate nell’esame olfattivo nonché le sfumature di erbe aromatiche come la salvia e le note agrumate di bergamotto.
E’ dotato di una persistenza medio lunga, lo testimonia il fatto che l’insieme delle sensazioni si continuano a percepire diversi secondi dopo l’assaggio.
Essendo un vino strutturato è consigliabile un abbinamento a piatti dello stesso livello, quindi strutturati, come primi piatti di pesce, pesce alla griglia e carni bianche ma non disdegna l’abbinamento a un tagliere di formaggi a media stagionatura e si rivela ottimo anche come aperitivo.

Walter Gaetani

Les Cocus 2020, lo stupefacente chenin di Thomas Batardière

Le regioni francesi vocate per i vini bianchi sono molteplici eppure, se dovessi sceglierne solo una, senz’altro la mia personalissima preferenza ricadrebbe sulla Loira, grazie alle magistrali interpretazioni che molti produttori danno al quel magnifico vitigno che è lo chenin. La riflessione è confermata, una volta di più, dall’assaggio di questo splendido vino di Thomas Batardière.

Les Cocus 2020 – Thomas Batardière

Thomas Batardière si installa a Rablay-sur-Layon nel 2012 e si ritrova come vicino di casa e di vigna il mitico Richard Leroy, sì proprio il produttore del vino di Loira più ricercato del momento, ovvero Les Noëls de Montbenault, che gli appassionati di mezzo mondo si contendono a caro prezzo (quotazioni che sfiorano i 500 € a bottiglia, sigh!).

La filosofia seguita da Thomas è quella naturale, con certificazione biodinamica (Demeter) acquisita nel 2015. Sono poco più di 3 gli ettari a disposizione, chenin in prevalenza, ma anche cabernet franc e grolleau. Il vecchio vigneto da cui deriva il vino che abbiamo nel calice, impiantato nel 1968, è proprio a fianco al Montbenault, alla destra orografica del Layon, 0,6 ettari in cima alla collina. Il vino fermenta senza inoculo di lieviti selezionati e affina circa 10 mesi in legno, per poi passare pochi mesi in acciaio prima di essere imbottigliato con aggiunta minima solforosa.

Nel calice scorre un liquido dal colore oro antico di grande luminosità. Molto articolato al naso con sensazioni che vanno dal pop-corn, alla frutta gialla, poi sentori marini (alghe, battigia), roccia, affumicatura e un’intrigante nota agrodolce di scorza di limone candida. Bocca snella e agile, l’alcol (13%) è in secondo piano perché ben integrato nella materia, non poderosa comunque, del vino. Ne risulta una beva molto facile, mai banale, anzi l’articolazione e lo sviluppo sono decisamente da grande vino, l’acidità è corroborante e vivace e i ritorni sono uno splendido mix di mare, sale e frutta. Chiusura soffice ma di carattere grazie ad un’astringenza appena accennata che però fornisce grip e lunghezza.

Plus: vino naturale ed espressivo ma non “selvatico”, nulla sembra lasciato al caso in questo vino dall’equilibrio mirabile. Peccato che il produttore, come ormai molti vignerons naturali, decida di non rivendicare in etichetta la AOC di riferimento (Anjou) e preferisca dichiararsi semplicemente Vin de France…

Diego Mutarelli
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Carignano del Sulcis Riserva “Seruci” 2018 – Enrico Esu

Abbiamo già parlato del Carignano del Sulcis di Enrico Esu, per l’esattezza del “Nero Miniera”, vino che nasce letteralmente sulle miniere di Carbonia.

Oggi torniamo sul produttore perché abbiamo avuto modo di assaggiare il Carignano del Sulcis Riserva “Seruci” 2018, vino ottenuto dalla selezione delle migliori uve di carignano di una vigna ad alberello e a piede franco del 1958. Il vino affina per 12 mesi in tonneaux e, in questa annata colpita da peronospora, la produzione è stata limitata dal punto di vista delle quantità e delle rese.

Color impenetrabile e compatto, di un rosso rubino dai riflessi bluastri. Il vino scorre nel calice lento e denso, dà fin da subito l’idea di un vino pieno, fitto e concentrato.

L’olfatto è dapprima sulla frutta (marasca, prugna), poi mineralità scura, datteri, cioccolatino alla menta, fiori rossi macerati…

Il vino ha gran volume in ingresso, entra morbido grazie ad una poderosa materia fruttata, ma fortunatamente non impasta la bocca, non si ferma lì, ma si sviluppa benissimo in profondità grazie ad un’acidità ben presente e al tannino che fornisce grip ed allungo. Il vino è un piccolo miracolo di equilibrio insomma, soprattutto grazie alla mirabile gestione dell’alcol che pur sostenuto (15%) è ben integrato nella “fibra muscolare” del vino. Il risultato è un sorso sorprendentemente dinamico e facile alla beva.

In chiusura, dopo la deglutizione, il vino rimane a lungo su ritorni aromatici di frutta, sale e liquirizia.

Plus: non è affatto comune trovare in vini così potenti verve e mobilità degna di un peso piuma, un vino Riserva che si differenzia nettamente dal Nero Miniera, più agrumato e “chiaro” il Nero Miniera, più scuro e compatto questo. Insomma, ce ne è per tutti i gusti!

Diego Mutarelli
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Champagne brut grand cru 2008 – Pierre Moncuit

Ci troviamo a Le Mesnil sur Oger mitico comune grand cru della Côte des Blancs, qui si produce anche il celeberrimo e costosissimo Clos du Mesnil di Krug.

Pierre Moncuit “maison familiale” dal 1889, circa 20 ettari di solo chardonnay, produce ottimi Blanc de Blancs dal correttissimo rapporto qualità-prezzo.

Nel calice abbiamo l’annata 2008, una delle più importanti degli ultimi anni, Champagne “all’antica” rispetto agli standard zéro dosage che vanno di moda oggi, colore oro intenso, naso di agrumi maturi, lieviti, gesso e propoli, dosaggio tra i 6/7 grammi, bocca di grande materia, bolla fine e acidità un po’ smussata dal dosage e dall’annata “matericamente” ricca, da bere ora e da accompagnare ad un risotto alla milanese (anche con ossobuco) o un pesce grasso accompagnato con dei funghi porcini.

Gregorio Mulazzani
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Champagne Blanc de Blancs premier cru – Hugues Godmé

L’azienda Hugues Godmé si trova nella zona della Montagne de Reims, particolarmente vocata al pinot noir. Hugues Godmé se la cava egregiamente anche con lo chardonnay, a giudicare dal Blanc de Blancs che abbiamo nel calice.

Produttore artigiano biologico e biodinamico, Hugues Godmé segue con cura i suoi 8 ettari di vigna.

Il vino che abbiamo assaggiato, con sboccatura del settembre 2021, è piuttosto ricco al naso (data la zona) su note agrumate e lievemente biscottate, poi zenzero, carpaccio d’ananas e anice, bocca di buona sostanza ma anche di acidità freschissima, dosaggio praticamente nullo (come si usa ora, a volte a sproposito mi permetto di dire, non è questo il caso).

Da abbinare a un bel rombo al forno con patate e porcini, vista la stagione, non relegatelo all’aperitivo!

Gregorio Mulazzani
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Champagne premier cru “Nature de Craie” – Laherte Frères

Nature de Craie, il nome di questo champagne di Laherte Fréres dice già molto. Trattasi di un blanc de blancs non dosato, dégorgement 04/22, che non leggano gli amanti degli champagne vinosi, muscolosi o con sentori di pasticceria, qui ci troviamo di fronte ad un’espressione di gesso e calcare puro, splendida interpretazione dello chardonnay più cristallino della zona sud della Côte des Blancs.

Unica pecca averlo stappato troppo presto, lasciatelo in cantina ancora qualche anno se riuscite. Naso di buccia di limone, anice, gesso appunto (la mitica craie), bocca puntuta ma elegante mai aggressiva, oggi come oggi da abbinare ad un carpaccio di branzino o un sashimi di capesante.

Laherte Frères si conferma grande produttore (e dai prezzi ancora più che onesti, giusto sottolinearlo soprattutto oggi).

Gregorio Mulazzani
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Chionetti, il portabandiera di Dogliani

L’appuntamento autunnale con le Langhe è ormai diventato una piacevole consuetudine. Quest’anno abbiamo deciso di dedicarlo al portabandiera di Dogliani, ovvero all’Azienda Agricola Chionetti.

Fondata a inizio ‘900, oggi l’azienda possiede 15 ettari vitati, producendo circa 80.000 bottiglie ogni anno, la metà delle quali esportate all’Estero. L’azienda si trova a Dogliani, in località San Luigi, e da sempre è focalizzata nella valorizzazione del dolcetto, vitigno molto interessante, che coniuga immediatezza e longevità, semplicità di beva e articolazione.

In anni recenti l’azienda ha acquistato 1,5 ettari in zona Barolo, con tre diversi appezzamenti, rispettivamente nel cru Parussi (Castiglione Falletto), Roncaglie (La Morra) e Bussia Vigna Pianpolvere (Monforte d’Alba).

La visita inizia da una didattica camminata in vigna dove è possibile apprezzare le vigne che hanno appena perso le foglie e sono pronte per il riposo invernale, il terreno inerbito un filare sì e uno no (l’azienda è certificata biologica), il terreno più argilloso ad inizio collina e più calcareo in cima, e un bellissimo panorama che abbraccia tutte le Langhe, dal Monviso a Monforte d’Alba e oltre.

La cantina è moderna e spaziosa, con i contenitori di vinificazione e affinamento in inox, legno grande e cemento disposti ordinatamente in due sale contigue.

Di seguito qualche impressione sui vini assaggiati in azienda, ma ci ritorneremo tra qualche tempo, quando avremo avuto modo di degustare con calma i vini acquistati in loco:

Langhe Riesling 2020: l’unico bianco aziendale viene dalla vigna Martina, a 500 metri sul livello del mare a Dogliani. Il vino è molto fine al naso con ricordi di agrumi, pesca, erbe aromatiche, idrocarburi e delicati sentori vegetali. Sorso di ottima freschezza, beva agevolata da una struttura snella e meno “dimostrativa” di altri riesling di Langhe. Convincente

Dogliani Briccolero 2021: dalla porzione sud-est del cru San Luigi si ottiene questo Dogliani gustoso e compatto, giovanissimo e giustamente compresso in questa fase con un’olfatto prevalentemente sui frutti scuri e i fiori rossi oltre a un tocco terroso. Bocca intensa ma dinamica, con un’acidità ben presente a supportare lo sviluppo e fornire allungo in chiusura. Da attendere con fiducia

Dogliani San Luigi vigna La Costa 2019: dai ceppi più vecchi posti sulla sommità della collina Briccolero, affina in grandi botti di rovere francese ed esce in commercio dopo tre anni dalla vendemmia. Si tratta di un Dogliani aristocratico e complesso, che pur mantenendo un’ottima beva, si impone grazie al un frutto rosso croccante, i fiori appassiti, il pepe, la liquirizia…l’incedere in bocca è caratterizzato da materia e succo, slancio e vigore, la trama tannica è fitta, il sorso profondo e succoso. Dolcetto o scherzetto? Qui non si scheza affatto!

Langhe Nebbiolo la Chiusa 2019: bel nebbiolo che sa di ribes, rose e mineralità chiara, il tannino è fitto ma fine, si beve con grande piacere grazie ad un’acidità rinfrescante che accompagna il vino verso un finale fatto di ribes e liquirizia. Attraente

Barolo Roncaglie 2018: un Barolo estroverso che si esprime su note di melograno, sangue, fiori macerati, un tocco ferroso. La trama è fitta e la materia compatta, eppure il vino è articolato, caratterizzato da un tannino serrato e saporito e da una profonda scia minerale. Vino che migliorerà ancora ma che dimostra la sua classe anche in questa fase giovanile. Maestoso

Diego Mutarelli
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Mercato dei Vini FIVI 2022: appuntamento da non perdere! Noi ci saremo, e voi?

Il Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti FIVI anche quest’anno si svolgerà a Piacenza, per l’esattezza il 26, 27 e 28 novembre.

Perché andare al Mercato dei Vini FIVI? Proviamo a rispondere tirando le somme delle nostre partecipazioni gli anni precedenti (ecco alcuni dei nostri resoconti passati: post 1, post 2, post 3….)

  1. Quantità e qualità delle aziende presenti: oltre 850 le aziende attese quest’anno, ovviamente da tutto lo Stivale, aziende di dimensione familiare e artigianale che coltivano le proprie uve e imbottigliano il frutto del loro lavoro. Lasciati guidare dal gusto della scoperta, il suggerimento è quello di andare alla ricerca delle tante piccole e poco conosciute realtà presenti sul territorio italiano
  2. Organizzazione e logistica: nonostante l’evento sia piuttosto affollato per nostra esperienza il pubblico riesce a distribuirsi nei tre padiglioni senza creare eccessiva congestione, inoltre l’organizzazione in campo negli anni passati è sempre riuscita a gestire accoglienza e logistica di supporto in modo convincente
  3. Acquisti: in questa fiera è possibile acquistare i vini preferiti, insomma l’occasione è ghiotta per fare la scorta in vista dell’inverno
  4. Mangiare: la sezione dedicata al cibo è ben assortita e al giusto prezzo

Sei già stato al Mercato dei Vini FIVI?

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Sei un produttore? Comunicaci il tuo stand e dicci perché dovremmo venire a trovarti!

Redazione

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Inconfondibile 2022: ecco le 6 bollicine che ci hanno emozionato di più

Si è conclusa a Milano la terza edizione di Inconfondibile, il festival dedicato ai vini ancestrali e rifermentati in bottiglia.

Rapido ripasso su cosa differenzia le due tipologie, prendendo in prestito quanto riportato sul sito della manifestazione:

Nel metodo ancestrale, l’uva, vendemmiata matura verso la fine del mese di ottobre, inizia il processo di fermentazione che è però interrotto dall’avanzare del freddo invernale. Il mosto viene imbottigliato e il successivo arrivo della primavera risveglia i lieviti contenuti nella bottiglia che concludono la fermentazione nutrendosi degli zuccheri residui presenti.
La rifermentazione in bottiglia caratterizza invece vini che hanno già completato la fermentazione alcolica e in cui si favorisce una seconda fermentazione grazie all’aggiunta di zuccheri (principalmente mosto) e lieviti.

Il risultato è quello di avere nel bicchiere vini effervescenti, di frequente velati, con sentori caratterizzati dal lavoro dei lieviti che sono a contatto con il vino sul fondo della bottiglia (vini infatti detti anche “col fondo“).

Il livello dei vini assaggiati è stato soddisfacente, con alcune punte di eccellenza e qualche bella novità. Di seguito le cose che ci hanno colpito di più, ma gli assaggi convincenti sono stati molteplici.

Azienda Agricola Frozza

Ci troviamo a Colbertaldo di Vidor, in piena Valdobbiadene, e qui Giovanni Frozza conduce pochi ettari di vigna in posizioni invidiabili. I vini in assaggio erano tutti di grande interesse, ma ci ha colpito in particolare il rifermentato in bottiglia, una selezione di sole 1000 le bottiglie, chiamata Giovanin 2016. Un naso veramente intrigante che differisce nettamente da altre esempi di glera assaggiati alla manifestazione: rosmarino, salvia, lavanda, il tocco di frutta bianca (pera) in secondo piano, per un sorso cremoso, fresco, agrumato e lunghissimo. Anche l’assaggio del Giovanin 2017 ha confermato la grande mano del produttore e la longevità di questo vino fuori dall’ordinario.

Bele Casel

Ci spostiamo nella denominazione di Asolo con quest’azienda che è una garanzia e infatti su queste pagine ne abbiamo già parlato. Anche in questa rassegna Bele Casel va a segno con il ColFondo Agricolo, rifermentato in bottiglia da uva glera, perera e bianchetta trevigiana. In assaggio sia l’annata 2019 sia la 2020, con una leggera preferenza per quest’ultima annata in cui le note di frutta bianca iniziano a passare in secondo piano a favore di una raffinata mineralità e di un tocco quasi balsamico, il sorso è gustoso con un entusiasmante finale salino. Vino che crescerà ancora.

Terén

Una vera e propria rivelazione questa azienda praticamente sconosciuta. Anche su web ci sono pochissime informazioni, l’azienda è infatti alla prima vendemmia e si trova a Sacile (PN), territorio fuori dalle rotte enoiche più prestigiose. Eppure, questa giovane azienda convintamente biodinamica, presenta una gamma tutt’altro che banale. Il loro vino più centrato a nostro parere è l’Argine Bianco 2021, ottenuto da pinot grigio in prevalenza con un 25% di friulano (antico biotipo di tocai giallo). Il colore è quello che vedete dalla foto, quindi decisamente velato, ma l’olfatto è luminoso di pesca, fiori gialli, erbe aromatiche, con una progressione in bocca stratificata, nella sua scorrevole delicatezza. Il vino è estremamente beverino, elegante e sapido con una chiusura soave ma di notevole persistenza.

Francesco Bellei

Della cantina Francesco Bellei abbiamo apprezzato particolarmente il Lambrusco di Sorbara Ancestrale 2021 con le note varietali fruttate e floreali in primo piano, quindi fragola, lampone, violetta, ma anche un’interessante nota di rosmarino. Sorso fresco, per un vino quasi “croccante” nella sua immediatezza e succosità. Finale sapido e saporito, con una scia aromatica coerente con quanto sentito al naso. Vino che unisce scorrevolezza ed eleganza in mirabile equilibrio.

Sorelle Bronca

Torniamo dalle parti di Valdobbiadene con questo vino delle Sorelle Bronca. Si tratta del Valdobbiadene Prosecco Superiore D.O.C.G “Sui lieviti” Brut Nature 2021, un rifermentato in bottiglia di glera (95%) con bianchetta trevigiana e perera a saldo. Vino ben fatto, di grande compostezza, con il frutto giallo in evidenza accompagnato da una piacevole scia floreale e vegetale ed una soffusa mineralità. Chiusura piacevolmente amaricante.

Terre Grosse

L’Azienda Agricola Terre Grosse si trova in provincia di Treviso, sulla sponda destra del Piave. Si dedica in particolare ai vitigni storici della zona ed è in regime biologico. Ci è piaciuto particolarmente il Raboso Ancestrale 2020, un vino rosato veramente accattivante: fruttini rossi (fragoline di bosco e lamponi), ma anche una nota agrumata di clementine, bollicina sottile e cremosa che accompagna uno sviluppo scorrevole ma profondo, chiusura tersa e salina. Fantastico vino da merenda!

Diego Mutarelli
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