Barolo Brunate di Giuseppe Rinaldi e…i suoi fratelli

Per onorare per il meglio la riapertura dei ristoranti e, soprattutto, per soddisfare la voglia arretrata di degustazioni in compagnia, un gruppo di volonterosi degustatori si è riunito approfittando della consueta ospitalità dell’Osteria Brunello di Milano.

Di seguito una rapida carrellata degli ottimi vini bevuti con però un vino in particolare, diciamolo subito, il Barolo Brunate 2017 di Giuseppe Rinaldi, che ha letteralmente offuscato le altre bottiglie e calamitato l’attenzione dei presenti.

Ma procediamo con ordine.

le bollicine e i vini bianchi

Champagne Révolution Blanc de Blancs – Doyard

Champagne Subtile Brut Nature – Vincent Renoir

Due validi champagne hanno aperto le danze. Grande eleganza, pur su un profilo essenziale, lo champagne di Doyard, produttore di cui abbiamo già parlato anche in altra occasione. Agrumi e calcare si inseguono al naso, sorso verticale e sapido in chiusura, perlage non così fine ma senza pregiudicare la piacevolezza complessiva del vino. La bollicina di Vincent Renoir al confronto appare un po’ troppo monolitica, con frutta gialla e una nota vinosa che appesantisce la beva.

Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Classico “Villa Bucci” 2013 – Bucci

Sancerre Clos La Néore 2017 – Vatan

Vitovska Kamen 2017 – Zidarich

Tra i vini bianchi ottima performance della vitovska vinificata in tini di pietra del Carso di Zidarich. La macerazione sulle bucce caratterizza il vino senza però stravolgerne il varietale. Giallo dorato nel calice, sprigiona fini sentori di calcare e mare, frutta gialla e macchia mediterranea, uva passa e tocco fumé. Bocca secca e saporita, di ottima dinamica, con acidità non arrembante ma di ottima sapidità. Il verdicchio Villa Bucci ha diviso abbastanza i bevitori, a conferma – ma non ce ne sarebbe bisogno –  che la soggettività è una componente fondamentale nella valutazione del vino. Chi scrive ha trovato il vino poco mobile e piuttosto caldo, non così agile al sorso, altri ne hanno apprezzato l’impostazione austera e rigorosa. Il Sancerre di Vatan ha invece raccolto consensi piuttosto unanimi, soprattutto grazie ad un naso stratificato ed elegante che alterna pompelmo rosa e mandarino, salvia e clorofilla. Bocca non così leggera come il naso potrebbe suggerire, il calore alcolico è però ben sorretto dalla materia che in questa fase non si distende ancora del tutto ma il finale profondo suggerisce di attenderlo con fiducia ancora qualche anno…

i vini rossi: tutti nebbiolo!

Barolo 2016 – Brovia

Barolo Brunate 2017 – Giuseppe Rinaldi

Barbaresco Rabajà 2013 – Giuseppe Cortese

Gattinara Osso San Grato 2010 – Antoniolo

Barbaresco Montestefano 2010 – Serafino Rivella

Barolo Monvigliero 2010 – Fratelli Alessandria

Della serie: quando ad una degustazione alla cieca senza tema predefinito i vini rossi sono tutti a base nebbiolo…questo la dice lunga sulle preferenze dei degustatori. Dicevamo in incipit che il Barolo Brunate 2017 di Giuseppe Rinaldi l’ha fatta da padrone. Naso che si muove tra una deliziosa fragola e le rose rosse, il tutto avvolto da una mineralità scura che non offusca mai la luminosità del vino. La bocca lascia senza parole per dolcezza della trama e soavità nello sviluppo, torna la succosità della fragola che si accompagna ad un tannino fitto ma finissimo, che in filigrana al vino lo accompagna in un finale di frutta dolce e sale. Vino fuoriclasse e Barolo che, benché giovanissimo e di annata tutt’altro che semplice da interpretare, risulta sorprendentemente goloso. Gran stoffa anche per il Barolo 2016 di Brovia, leggermente più austero e “trattenuto”, meno aperto e solare, ma con un radioso futuro davanti a sé. Delizioso il Barbaresco Rabajà 2013 di Giuseppe Cortese, spontaneo e immediato ma non banale tra la fragola e le spezie, i fiori rossi e la corteccia; pur essendo in bella fase di beva potrà migliorare ancora. Osso San Grato, il Gattinara di Antoniolo, è un altro fuoriclasse che, nonostante un tappo non perfetto, si muove molto bene su un profilo però piuttosto severo. Da riassaggiare perché il tappo potrebbe averne pregiudicato la prova. Il Barbaresco di Rivella si muove tra note frutto rosso maturo, corteccia, sangue, oliva e balsamico, con un profilo quasi rodanesco. Bocca non ancora del tutto distesa con un tannino un po’ scoperto; da riassaggiare tra qualche anno. Il Monvigliero dei Fratelli Alessandria invece stecca, ha un profilo piuttosto moderno con note di cognac e vaniglia poco eleganti e beva ostica.

Diego Mutarelli
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Champagne Brut Nature “Cuvée Louis” – Tarlant

Siamo nella Vallée della Marne dove da più di 12 generazioni opera la famiglia Tarlant che produce Champagne di altissimo livello qualitativo.

Assaggiamo l’ennesima splendida bottiglia di Cuvée Louis, uno dei loro leggendari prodotti di punta.

Champagne Brut Nature Cuvée Louis – Tarlant

Questa versione è un assemblaggio di annate dal 1996 al 2000, con sboccatura novembre 2016 (15 anni sui lieviti, non è da tutti!). 50% chardonnay e 50% pinot noir, senza malolattica per preservare l’acidità e zero dosaggio.

Nel bicchiere si presenta con un colore oro stupendo, brillantissimo, il naso è un tuffo nel gesso, con note di miele amaro, scorza d’agrumi, zenzero, anice, lieve ossidazione che impreziosisce il quadro, bocca dalla bolla finissima, acidità perfetta e materia importante con una beva trascinante.

Champagne che può tranquillamente osare l’abbinamento con un’anatra alla pechinese o un piccione e foie gras. Monumentale.

Gregorio Mulazzani
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4 vini tra Italia, Francia e Spagna

La piccola redazione di Vinocondiviso si è riunita per il consueto scambio di idee, opinioni e, naturalmente, per degustare qualche vino … rispettando rigorosamente il coprifuoco!

In questo post riportiamo qualche impressione dei vini bevuti che sono stati ottimamente accompagnati da riso giallo al salto, fagottini di radicchio, taleggio e noci, sformato di cavolfiore con crema di patate, formaggi.

Champagne Blanc de Blancs 2004 -Diebolt-Vallois

Avevamo già parlato di uno champagne di Diebolt-Vallois e, anche questa volta, abbiamo deciso di restare sullo stesso produttore, cambiando però etichetta e annata.

Lo champagne che abbiamo nel calice – di cui non conosciamo data sboccatura – si presenta di giallo dorato. L’olfatto è sulla mela golden ed il cedro, immancabile la nota minerale (calcare), poi un tocco di champignon. Bocca energica, viva e agrumata. Champagne che unisce potenza e bevibilità, freschezza ed eleganza.

Cavallo di razza.

Rías Baixas Albariño Selección de Añada 2010 – Pazo Señorans

Anche in Galizia eravamo già stati di recente.

Ci torniamo volentieri con questo albariño che è di un giallo dorato molto luminoso, si intuisce che è passato qualche anno dall’imbottigliamento, anche grazie ad un olfatto decisamente stratificato e disteso: nota iodata molto netta in ingresso, poi alghe, cera e propoli, a chiudere aghi di pino. Bocca acida ma di splendida maturità, il vino è evoluto benissimo, il sorso risulta sapido e profondo.

Colpo di fulmine.

Pommard Vieilles Vignes 2018 – Domaine Joseph Voillot

É invece colpevolmente passato parecchio tempo dall’ultima volta che abbiamo scritto del Domaine Joseph Voillot!

Degustiamo con grande piacere il suo Pommard che benché giovanissimo troviamo già in splendida forma. Naso che affianca al fruttino rosso di bosco, sfumature floreali e speziate (cannella), accompagnate da una perentoria mineralità (grafite). L’acidità ficcante e la sapidità in chiusura di bocca accompagnano il vino in un finale lungo e verticale. Vino che potrà dire ancora molto con ulteriore evoluzione in bottiglia.

Seducente.

Pinot Nero 2017 – Podere della Civettaja

Non si vive di sola Borgogna se si ama il pinot nero, e Podere della Civettaja ce lo aveva già dimostrato. Se il 2016 era un pinot nero vivace e mediterraneo, questo 2017 pur non discostandosi da quel modello risente un po’ dell’annata meno favorevole.

È comunque un vino di grande interesse: lamponi in confettura, hashish, incenso, spezie, effluvi mediterranei al naso che risulta accattivante e mobile. Il sorso in questa fase è tutto sul frutto, di bella dolcezza, con acidità e sale ben presenti. Chiusura succosa e pulita. Non cosi stratificato ma di grande bevibilità.

Impavido.

Diego Mutarelli
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Champagne Monts de Vertus extra-brut 2013 – Veuve Fourny

Siamo, ancora una volta, a Vertus, estremo sud della Côte des Blancs, terra di chardonnay come ben sappiamo.

Qui opera Veuve Fourny et Fils, bravo produttore sempre molto preciso e che sa leggere con attenzione il territorio.

Abbiamo provato il suo millesimato 2013 (buona annata da quelle parti) naturalmente Blanc de Blancs con dosaggio bassissimo (3 grammi/litro) da vecchie vigne di oltre 60 anni di età, sboccatura gennaio 2019, senza solfiti aggiunti.

Grande purezza cristallina al naso con sensazioni di anice, agrume amaro e “craie”, in bocca affilato ma senza eccessi, già piuttosto godibile, cristallino, fresco, davvero un bel bicchiere forse non troppo complesso ma piacevolissimo.

Con un buon sushi ma anche un branzino al sale.

Gregorio Mulazzani
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Champagne Clos de l’Abbaye 2012 extra-brut – Doyard

Siamo a Vertus, estremo sud della Côte des Blancs in Champagne, regno dello chardonnay, dove opera Doyard, ottimo produttore sempre affidabilissimo.

Il suo prodotto di punta, di cui parliamo oggi, viene da una particella piccolissima di chardonnay piantata nel 1956 (mezzo ettaro) circondata da mura (il Clos appunto, come il famoso Clos du Mesnil di Krug). Qui le vigne sono curate senza prodotti chimici, basse rese, di questa cuvée sono prodotte solo 1650 bottiglie, senza malolattica e dosaggio molto contenuto (3g/L).

Parliamo di uno champagne con sboccatura di settembre 2017, quindi 4 anni di permanenza sui lieviti.

Ancora giovanissimo si presenta nel bicchiere con riflessi quasi verdognoli, il naso è tutto sul gesso e sull’agrume amaro con cenni di anice, bocca splendida per “droiture”, freschezza e pulizia del palato.

Da bere oggi con piacere ma qualche anno ancora di cantina gli gioverà sicuramente.

Abbinamento d’elezione con un carpaccio di ricciola.

Gregorio Mulazzani
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Dom Pérignon 2008: per ora brutto anatroccolo. Diventerà cigno?

Il Dom Pérignon non ha certo bisogno di presentazioni: Champagne mito prodotto in milioni di bottiglie (cifre non ufficiali parlano di 5/6 milioni circa) solo nelle migliori annate dal colosso LVMH.

Il prezzo ormai da qualche anno è stabile e si aggira tra i 130 e 160 euro, diciamo che è una sicurezza anche per chi vuole fare un regalo di prestigio e gradito ad una platea di bevitori piuttosto vasta.

Stappo questa 2008 (annata considerata super) uscita da un paio d’anni circa, purtroppo al momento è una delusione sia al naso, dove appare completamente chiuso, sia in bocca dove una bolla ancora scomposta e un’acidità sopra le righe la fanno da padrone lasciando spazio a pochissimo altro.

E’ noto agli appassionati che DP con questa cuvée ha cambiato profondamente stile passando ad un dosaggio di zuccheri molto più basso rispetto al passato ed in generale ad un approccio molto meno “ruffiano”. Insomma, intenzioni che possono essere viste positivamente, ma se il risultato è questo devo dire che rimane più di una perplessità, soprattutto se consideriamo che al livello di prezzo di DP la concorrenza non manca ed è di alta qualità.

Ad ogni modo lo riproveremo sulla fiducia, non prima di qualche anno (minimo 5), sperando che nel frattempo qualcosa si sia “mosso” in bottiglia.

E tu? Se hai già assaggiato Dom Pérignon 2008 mi piacerebbe sapere che ne pensi.

Gregorio Mulazzani
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Champagne Avizoise 2013 – Agrapart

Siamo nel cuore della Côte de Blancs, ad Avize, dove lo chardonnay regna sovrano. Qui ha le vigne Pascal Agrapart, uno dei vigneron più noti ed in ascesa degli ultimi anni, come, ahimè, parimenti in ascesa, sono i prezzi delle sue bottiglie.

Champagne Extra Brut Avizoise 2013 – Agrapart

Beviamo – non degustiamo perché la bottiglia finisce troppo in fretta – il suo Avizoise 2013 (ottima annata per lo chardonnay da quelle parti) tra le sue cuvée di alta gamma proveniente solo da vecchie vigne di Avize. La sboccatura è di maggio 2019, quindi ancora giovanissimo ma la curiosità è tanta, con un dosaggio 3 grammi/litro (extra brut).

Il naso è subito un tuffo nella craie champenoise, il gesso/calcare/argilla affiorante dappertutto da quelle parti, dove una volta c’era il mare; naso ulteriormente impreziosito da bergamotto, tè verde, anice e finocchietto, un trionfo di eleganza e finezza come nello stile di Pascal. La bocca è potenza in guanto di seta, appagante, salata, piena ma mai pesante, anzi il contrario, con una beva travolgente (in due ci vorrebbe una magnum), si percepisce chiaramente che il palato è ancora compresso e che questo Champagne andrebbe riassaggiato tra 5 anni minimo per permettergli di sprigionare tutta la sua palette aromatique; ma è così goloso e così piacevole che queste diventano solo elucubrazioni di un enomaniaco.

Da abbinare con un gran carpaccio di ricciola, del caviale serio o del sushi di alto livello.

Gregorio Mulazzani
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Champagne La Grande Année 2002 – Bollinger

Bollinger non ha certo bisogno di presentazioni, si tratta di una della Maison più antiche e illustri della Champagne. Il loro La Grande Année (che sboccato tardivamente esce come R.D.*) è uno champagne classicissimo – 66% di pinot noir e 34% di chardonnay – sempre di grande solidità e struttura che raramente delude, potremmo definirlo un assegno circolare…un po’ come la Grande Cuvée di Krug.

Champagne La Grande Année 2002 – Bollinger

Questo 2002 – figlio di un’annata memorabile con sboccatura 2011 (alla faccia di chi dice che gli Champagne vanno bevuti giovani) – al naso ha un’ossidazione molto controllata, cenni di pasticceria, ferro, agrumi maturi e gesso; ma è la bocca che colpisce davvero: una crema vellutata con una bolla finissima che accarezza il palato ed un’acidità ancora pimpante a chiudere.

Non è la potenza ma sono l’eleganza e la delicatezza che la fanno da padrone, come vuole da sempre lo stile Bollinger. Uno Champagne autunnale da abbinare, vista la stagione, a un gran risotto al tartufo oppure a porcini freschi o ancora bevuto da solo ma in buona compagnia davanti al camino come augurio per un 2021 migliore.

Gregorio Mulazzani
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* approfondiremo la storia di R.D. (Récemment Dégorgé) in un prossimo post!

In Champagne, ma bevendo rosso

La storia dello Champagne non nasce fra bollicine e tappi a fungo, come si potrebbe credere: affonda le proprie radici e deve la sua iniziale fama ai vini rossi fermi, presenti sulla tavola della corte di Francia già dal 1500.

Il clima freddo e sistemi di vinificazioni antichi non permettevano di realizzare vini di alta qualità e così nel corso degli anni i vini fermi furono accantonati a favore della seconda rifermentazione in bottiglia.

I vini rossi non sono però mai scomparsi del tutto, arrivando fino ai giorni nostri e diventando, di contro, una chicca per gli appassionati: poche bottiglie a prezzi non popolari. La denominazione Coteaux Champenois racchiude non solo i vins tranquilles rossi, ma anche rosati e bianchi, entrambi rarissimi. Da segnalare che alcuni giovani produttori, favoriti anche dai cambiamenti climatici, stanno elaborando vini bianchi fermi da immettere sul mercato nei prossimi anni.

Incuriosita dalla tipologia e complice un corso sullo Champagne, ho deciso di assaggiare un vino rosso da Champagne e la scelta è ricaduta sul Coteaux Champenois Bouzy Rouge 2009 di Benoît Lahaye, un recoltant manipulant di Bouzy di cui già amo le bollicine. Altre opzioni che custodisco, come enoici sogni da esaudire, sono EglyOuriet Cuvée des Grands Côtés Vieilles Vignes e Bollinger La Côte aux enfants.

Coteaux Champenois Bouzy Rouge 2009 – Benoît Lahaye

Non iniziamo al meglio: il tappo si rompe all’apertura ma riusciamo ad estrarlo senza danno; appena messo al bicchiere (un pinot noir con un bel granato luminoso) all’olfatto si presenta cupo e chiuso con un’insistita nota animale di pelo bagnato. Dopo un’ora di attesa (in punizione in sgabuzzino!) migliora molto anche se la fanno da padrone soprattutto i sentori terziari di cuoio, foglia di tabacco e humus. Anche la bocca sembra soffrire un po’ dell’evoluzione del vino e risulta corta e “svuotata”; solo dopo un’ora e mezza ecco ringiovanirsi con un bel pot pourri di fiori rossi, spezie dolci, polvere di cacao. Guadagna anche in persistenza.

Infine, dopo due ore, fa capolino una nota di lampone e fragolina di bosco, il sorso si allunga ancora: finito. Abbinato ad un tagliere di formaggi degli amici della Sala della Vino, dove, per la cronaca 😉, trovate due delle diciotto bottiglie che sono arrivate in Italia quest’anno (millesimo 2017).

Alessandra Gianelli
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Un Blanc de Blancs di razza

Da oggi Vinocondiviso si arricchisce dei contributi di Gregorio Mulazzani, grande esperto e fan di Champagne! Ti racconterà quindi soprattutto di bollicine, francesi ma non solo. Questo è il suo primo post
Benvenuto Gregorio, il Signore delle Bolle!

Ci troviamo a Cramant, a pochi km da Reims, zona Grand Cru per lo chardonnay e dove vengono quindi prodotti i più grandi Champagne Blanc de Blancs. Qui ha la propria sede Diebolt Vallois, antica azienda familiare che coltiva vigne sin dal XV secolo!

Champagne Brut Fleur de Passion 2008 – Diebolt-Vallois  

Il Fleur de Passion è la cuvee di punta della maison, 100% Grand Cru chardonnay da vecchie vigne (anche di più di 60 anni di età), tutte nel comune di Cramant.

Fermentazione in barrique, senza filtrazione né malolattica svolta, poco dosato, circa 4gr/litro di zucchero residuo (quindi acidità molto alta, per chi piace il genere, e con ottime prospettive di invecchiamento).

Ancorché giovanissimo (abbiamo assaggiato la versione 2008, grandissima annata, immessa sul mercato nel 2018), Fleur de Passion è uno Champagne che va aspettato almeno 5 anni dalla messa in commercio per esprimere tutto il suo potenziale. Questo 2008 che abbiamo nel calice al naso, profondissimo, è già un tripudio di mineralità bianca con gesso e calcare in primo piano, agrumi gialli e anice. In bocca scalpita un’acidità elettrica e graffiante, la materia sotto si fa sentire prepotentemente invadendo il palato.

L’abbinamento con un italianissimo caviale e del sushi d’autore esalta il tutto.

Indimenticabile ma da dimenticare in cantina per qualche anno, peccato che, di questa annata, ahimé ormai non si trovi più nulla ma, qualsiasi Fleur de Passion troviate (a brevissimo in commercio la 2012), sarà sempre una grande bevuta!

Gregorio Mulazzani
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