PIWI: eleganti, piacevoli, sostenibili

All’Ombra del Borgo, evento organizzato da Vinoway e Pro Loco Zumellese lo scorso weekend a Mel, nel cuore delle colline bellunesi, è stata dedicata una masterclass sui vitigni PIWI e una degustazione di vini ottenuti da queste varietà.

Noi di Vinocondiviso abbiamo parlato spesso di questi vitigni resistenti alle principali malattie fungine (PIWI è l’acronimo in tedesco) e continueremo a farlo. Speriamo soprattutto di poter proseguire a sottolinearne la versatilità e i costanti miglioramenti in termini di piacevolezza, eleganza e capacità di invecchiamento.

Già, perché prima di tutto quello che ci ha colpito di questi vitigni è il fantastico binomio: sostenibilità e qualità.

Nati in Germania, ben si adattano ai climi più freschi dell’alta collina e non a caso li troviamo principalmente in Alto Adige. Ma da alcuni anni i Vivai Rauscedo stanno dedicandosi alla selezione di vitigni resistenti che possano essere coltivati anche in zone più calde.

I vini in assaggio

Durante la masterclass abbiamo iniziato da due metodi charmat da Solaris (aziende Croda Rossa e Dorgnan) per arrivare al passito di Bronner di Werner Morandell di Lieselehof, passando per l’orange wine di Alessandro Sala di Nove Lune e assaggiando i due rossi di Terre di Ger.

Julian Morandell con il suo passito Sweet Claire

La grande sorpresa è stato Filippo de Martin, un ettaro di vigna tra Solaris e Bronner, 3.000 bottiglie, due etichette. Alla domanda, qualche giorno dopo, su Messenger: “PIWI, perché?” la risposta è stata quasi ovvia: “Perché mi permettono di esser super biologico e di produrre vino buono”. Vinificazione il meno invasiva possibile, macerazioni a freddo, uso di lieviti neutri in modo da preservare il più possibile le caratteristiche organolettiche del vitigno, utilizzo di solfiti limitato alla pressatura e al pre imbottigliamento in dosi minime.

Stiamo degustando le sue prime bottiglie, ma c’è grande “stoffa”, sia nel suo Bronner (con un saldo di Solaris… “perché dovevo riempire la vasca”) che nel suo Solaris in purezza, che a noi di Vinocondiviso ha ricordato il Vino del Passo di Lieselehof, il primo PIWI mai assaggiato, quello che non scorderai mai, ottenuto da una vigna a 1.250 m sul passo della Mendola, in Alto Adige.

Last but not least, non possiamo non citare il Vin de la Neu, di Nicola Biasi, 1.000 metri di vigna a 1.000 metri di altezza, 100% Johanniter, un anno di affinamento in barrique e un ulteriore anno in bottiglia. C’è eleganza in tutto: nei profumi, nel grande equilibrio tra acidità e morbidezza, nella sua persistenza in bocca, nell’etichetta (che riprende le vette di montagna trentine) fino al tappo, dov’è riprodotto un fiocco di neve. Vi ritroviamo il fascino dei vini di montagna e l’abbagliante luce della neve.

Vin de la Neu

P.S.: vale sempre la pena sottolineare come i vitigni PIWI non sono OGM! Sono incroci, come Kerner, il Muller Thurgau, Incrocio Manzoni… Per ulteriori approfondimenti consigliamo di partire da questo link.

Alessandra Gianelli
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Deperu Holler: vini, chiacchiere e merenda!

Andrea ci invia il resoconto di una bella visita presso l’azienda Deperu Holler. Ne avevamo parlato già grazie al bel post di Chiara, ma replichiamo volentieri!

Un’esperienza da fare: una visita con merenda da Carlo Deperu.

Capito un lunedì pomeriggio. Con solo due ore di preavviso. Carlo mi accoglie come un amico, andiamo in vigna con la cantina in mezzo, posto splendido, e lui chiede a Tatiana, sua moglie, qualcosa che non capisco ma capirò dopo…

In cantina assaggiamo da vasca il Prama Dorada 2018, 70% vermentino non macerato, moscato e malvasia macerati ed uniti alla massa del vermentino svinato. Vino “sveglio”, intenso, lievi note ossidative, bella cremosità. Dopo un assaggio di un vermentino fatto con uve di un suo amico, fresco ma un filo amaro, apriamo una bottiglia di Fria 2018, vermentino in purezza macerato 24 ore sulle bucce. Bel vino che spiega bene che il vermentino può essere ben diverso dal succo di ananas e mango che domina la Gallura e non solo. Floreale, sapido, pesche bianche…

Nel frattempo arriva Tatiana che annuncia di aver apparecchiato sul tavolo sotto la quercia, andiamo e troviamo vino, pecorino, favette, asparagi selvatici, pane carasau. Casualmente in macchina avevo una borsa frigo con una bottiglia di Champagne carte d’or di Pascal Mazet di sboccatura vecchiotta e un salame artigianale sardo. Apriamo tutto e comincia una merenda che si protrarrà dalle 17 alle 21. Arriva anche una famiglia tedesca di amici di Carlo. Apriamo anche il Familia 2017 (da uve muristellu o bovale sardo) bello fruttato, fresco, asciutto, beva “elettrica”.

Si mangia, si beve, si chiacchiera multilingua.

Queste sono le visite che amo!

Andrea D’Agostino

Degustazione estiva tra amici: Sidro, Champagne, Chablis, Loira …

Le calde giornate estive mettono alla prova anche il più incallito dei degustatori. Ecco allora che pur non perdere la buona abitudine di degustare si mettono sul tavolo, rigorosamente alla cieca, bottiglie fresche, spesso frizzanti, che possano refrigerare anima e corpo dei bevitori. Se poi la location è un terrazzo estivo di un locale fuori città…

Di seguito il resoconto di una di queste serate estive all’insegna del buon bere.

Cidre Cornouaille AOP – Manoir du Kinkiz

Poiré Granit 2017 – Eric Bordelet

Due sidro molto diversi. Il sidro di mele di Manoir du Kinkiz è un classico sidro di mele bretone, intenso e succoso, con un piacevole finale dolce/amaro. Più elegante il sidro di pere di Eric Bordelet, celebre produttore della Normandia, dall’olfatto delicatamente fruttato e dalla dinamica sottile e persino minerale.

Chablis premier cru Séchet 2011 – Dauvissat

Naso decisamente fine di gesso e menta, mare e pietra, con un tocco di leggera affumicatura. Bocca non particolarmente stratificata, come era lecito attendersi dal difficile millesimo, ma di grande equilibrio tra acidità e note burrose. Chiude su ritorni marini di media persistenza.

Champagne g.c. La Chapelle du Clos Brut 2012 – Cazals

Naso di grande classe tra sbuffi di agrumi e toni affumicato, gesso e spezie. Secco e dritto in bocca, con un perlage sottile che solletica il palato e un’acidità ben presente che allunga il sorso. Manca forse un po’ di intensità e nerbo in chiusura, ma si beve benissimo.

Champagne premier cru Le Cran 2008 – Bereche

Primo naso un po’ vinoso, poi torrefazione e frutto giallo maturo. In bocca dà il meglio di sé, con materia e volume, sapidità e freschezza che vanno a braccetto e si rincorrono fino a terminare in una chiusura citrina, profonda e lunghissima.

La Porte Saint Jean Six Roses 2017 – Sylvain Dittière

Il vino è un PetNat (rifermentato in bottiglia con metodo ancestrale) ottenuto da chenin, cabernet franc e sauvignon blanc. Colore rosato chiaro e naso divertente di fragoline, sambuco, rose ed un tocco fumè. Bollicina sottile, non particolarmente persistente, ma il vino è molto piacevole anche al sorso, che risulta sapido e molto guidato dall’acidità, la pennellata vinosa in chiusura è misurata e non toglie profondità al vino.

Pinot Nero Metodo Classico 2006 – Pietro Torti

Oltre 120 mesi sui lieviti per questo Metodo Classico dell’Oltrepò Pavese che ha avuto l’ardire di confrontarsi con tante bollicine d’Oltralpe. Bevuto alla cieca non sfigura, in particolare a livello olfattivo le note fruttata del pinot nero, qualche spezia in formazione e una controllata ossidazione non permettono di identificare immediatamente la bolla come italica. La dinamica in bocca risulta piuttosto semplice, la beva è scorrevole ma non così articolata come si aspetta da un vino di lungo affinamento. Chiude leggermente vegetale ma con ottima sapidità.

Fiano di Avellino 2016 – Pietracupa

Naso da attendere senza fretta, appena versato è compresso su note di frutta bianca, nocciola, leggera affumicatura. Il vino risulta giovanissimo anche in bocca, che però risulta molto promettente, sapida e con un leggero tannino. Chiude succoso.

Argile Blanc 2017 – Domaine des Ardoisieres

Chardonnay, jacquère e mondeuse blanche per questo vino della Savoia molto delicato ed elegante. Olfatto floreale e minerale, ma anche fruttato (mela). Dinamica in bocca guidata da un’acidità ficcante ma per nulla aggressiva, il vino è agile ma non banale con un finale sapido e di ottima profondità.

Vouvray Les Enfers Tranquilles 2016 – Michel Autran

Ecco il vino che mi ha totalmente stregato, inatteso anche perché poco conosciuto (benché bevendo alla cieca questo non conta poi molto). Un naso mutevole, intenso e definito di fiori bianchi, arancia, polline, mare…bocca altrettanto dinamica, secca e fresca, saporita e stratificata. Persistenza molto lunga su ritorni di mare e roccia.

Franken Homburg Kallmuth Asphodill Silvaner GG 2009 – Fürst Löwenstein

Vino che non mi ha lasciato molti ricordi, il più dimenticabile della serata, in un’annata probabilmente non felice. Non che avesse problemi particolare, ma ho ricordi molto migliori di altri millesimi di questo stesso vino.

Gattinara 2006 – Antoniolo

Vino (o più probabilmente bottiglia) che sembra essere in leggero declino. Frutto rosso maturo al naso, poi foglie secche e sangue. Bocca dal tannino smussato, finale sapido ma senza il grip che ti aspetteresti da un grande Gattinara.

Champagne Brut Prestige 1998 – Tarlant

Degna chiusura questo champagne evoluto al punto giusto, dal naso di sottobosco, fungo, scorza di agrumi, tamarindo. Grande beva e compiutezza in bocca, chiusura sapida e lunga.

Reggio Emilia tra lambrusco e spergola: alla scoperta dei rifermentati di qualità

Basta salire un poco sulle cime delle morbide colline reggiane per farsi un’idea di questo territorio e della sua gente. Dal prato antistante al castello di Rossena si gode di una vista che è una medicina per la mente. Le colline che ci circondano sono un alternarsi di boschetti selvaggi, grandi distese di campi punteggiati da numerose rotoballe e naturalmente rigogliosi filari di vite. In alcuni punti invece i calanchi sembrano ferire i fianchi dei colli; con il loro aspetto così aspro mostrano il volto più complesso e delicato del territorio che, con le piogge dell’ultimo mese ha visto diverse frane lacerare le vie di comunicazione. Da questo privilegiato punto di osservazione sembra di assistere ad un brulicare operoso: in apparenza tutto è calmo e sereno, si sente solo il frenetico frinire delle cicale ed il vento tra le chiome delle grandi querce, ma è un continuo movimento. Questa terra ed i suoi allevamenti non danno tregua ad agricoltori ed artigiani; le colline sono lavorate con incessante impegno, senza badare alle domeniche o ai giorni di festa.

Lo scopo del mio tour per queste colline è riscoprire il lambrusco della tradizione ed i rifermentati di qualità. Il mio Cicerone è Giulia, una cara amica, reggiana DOC. Ci svegliamo di buonora per prepararci al meglio alle visite in cantina, nella cucina inondata dalla luce di luglio, partiamo con la tipica colazione reggiana: l’erbazzone. Una sorta di torta salata a base di erbette e Parmigiano, ogni famiglia di Reggio Emilia ha la sua ricetta o il suo fornitore di fiducia, non può mai mancare. Ci mettiamo in movimento e per le strade incontriamo poca gente, chi può ha abbandonato la città per trovare refrigerio. Reggio Emilia è un continuum con la campagna piana che la circonda, enormi distese presidiate da grandi casali. In uno di questi poderi ci aspetta Denny Bini di Podere Cipolla, piccola cantina alle porte della città. Scendiamo dall’auto e ci immergiamo subito nello spirito gioioso in cui nascono i suoi prodotti. La grande corte interna è addobbata da lampadine appese a cavi che, fissati ai tetti, attraversano da una parte all’altra il cortile. Facile immaginarsi gioiose feste d’estate sotto queste luci, tra risate, musica e grandi taglieri pieni delle delizie tipiche del luogo: il parmigiano, il prosciutto, i ciccioli, lo gnocco fritto… ovviamente il tutto innaffiato da tanto lambrusco.

Denny ci tiene a mostrare subito le vigne, così saliamo sulla sua auto e ci facciamo condurre in campo. Sono le ore centrali del mattino ed il sole batte già senza pietà. Il produttore non si risparmia, palpo a palmo ci accompagna tra i filari spiegandoci con cura le caratteristiche di tutte le varietà che coltiva. Su tutti i lambruschi: Grasparossa, Salamino, Sorbara, Maestri. Poi Malbo Gentile, che ci rivela essere la sua vera ossessione. Infine i bianchi: Spergola, Malvasia e Trebbiano.

Con infinita delicatezza Denny scosta le foglie di vite e prende i grappoli tra le mani per mostrarceli; sembra conoscerli uno ad uno e forse non è solo un’impressione. Le vigne di Denny si possono dividere su due diverse tipologie di terreni. Una parte, ai piedi della piccola collina, con terreni costituiti di limo e sabbia, dove le viti affondano le radici e producono vini di maggior acidità e meno struttura. Una seconda parte qualche metro più su, dove aumenta la componente di argilla ed i vini guadagnano in corpo.

Rientriamo in cantina con il sole ormai altissimo, all’interno del casale ritroviamo un po’ di frescura e mentre ancora gli occhi si abituano al calo di luce, Denny ha già posizionato sul tavolo, al centro della cantina, una grossa punta di Parmigiano Reggiano che trasuda di sapore e fa salire l’acquolina in bocca.

Come al solito il vino ha il potere di avvicinare persone che pochi minuti prima non si conoscevano, così il chiacchiericcio diventa talmente inteso che fatico quasi a farmi raccontare i vini, mi tocca fare la figura della prima della classe che, taccuino alla mano, chiede delucidazioni al professore.

Partiamo con il bianco di Podere Cipolla, Levante 90 – 2018, spergola e malvasia. Le uve sono raccolte e vinificate insieme, con un giorno di macerazione. Il naso si esprime con la parte più vegetale della spergola, profumo di pompelmo ed aroma di geranio. Una piccola sensazione casearia si perde dopo pochi minuti e lascia spazio a sentori di albicocca ed erbe mediterranee. Filo conduttore di questi vini è la piacevole anidride carbonica, sempre fine e delicata. L’acidità è rinfrescante, ben presente, così come l’alcol che scende in gola e si fa balsamico.

Denny, molto pacato, aspetta le mie domande a cui risponde con grande competenza. Quando i calici si svuotano, silenziosamente si alza per andare a recuperare la bottiglia successiva.

È il Lambrusco rosato: Sorbara, Grasparossa e Malbo. Rosa dei venti 2018. Un bellissimo colore rosa pompelmo che si ottiene senza macerazione. L’impatto iniziale è di lievito, poi arrivano le note di melograno, pompelmo rosa (sì anche al naso), caffè verde ed infine un curioso sentore di tostatura. Interrogo il vignaiolo e mi rivela che si sviluppa solo in seguito alla fermentazione, quindi imputabile ai lieviti indigeni. Il sorso chiude con il finale amaricante del Grasparossa. La punta di Parmigiano Reggiano si è già ridotta un po’ ma gli aspetta il colpo di grazia: se ci sono due cose che vanno davvero d’accordo sono questo formaggio ed il Lambrusco Ponente 270 – 2018 di Podere Cipolla. Viene prodotto dall’uvaggio di tutte le tipologie di Lambrusco coltivate, come vuole la tradizione del Lambrusco Reggiano, tra queste uve anche l’autoctono montericco (vitigno che prende il nome da uno dei colli del luogo su cui cresce in abbondanza). Apre potente il sentore della marasca, poi mora ed infine stupisce il cacao. Ritrovo ancora il sentore di tostatura; mi piace pensare sia la firma del produttore sui suoi vini.

Continuo la mia ricerca dei vini reggiani di qualità e mi dirigo verso la culla del Parmigiano Reggiano (o con un pizzico di tono provocatorio dei locali: il Reggiano Parmigiano). Tra San Polo d’Enza e Bibbiano. In questa pianura alluvionale visitiamo Podere Magia. Conduce vigna e cantina Stefano Pescarmona, formatosi enologicamente nella regione di Banyuls, nel sud della Francia, ed ora guida con maestria i suoi tre ettari di vigne. Qui la vera magia è quella di viti e frutti coccolati con cura maniacale, l’obiettivo è portare in cantina uve perfette; infatti, solo queste attenzioni permetteranno di produrre vini senza ricorrere ad alcun supporto chimico e senza l’addizione di solfiti. Camminando lungo i filari Stefano identifica a colpo d’occhio un quadrifoglio confuso in mezzo alla vegetazione, lo coglie e ce lo regala; questa per me è la piena dimostrazione di quanto i suoi occhi siano allenati a cogliere i dettagli della natura.

La produzione di Podere Magia è ristretta, degustiamo una delle etichette 2018; il rifermentato in bottiglia di spergola e trebbiano. Il cielo un po’ velato ci permette di accomodarci al tavolo posizionato al centro del cortile, davanti alla cantina, senza riparo dal sole. Arriva l’immancabile tagliere di salumi e formaggio.

Il naso di questo vino è erbaceo, sa di erba tagliata, poi timidamente si affaccia il profumo più dolce di zucchero ed un sentore che mi stupisce: quello della nocciola. Sicuramente un vino che si esprimerà al meglio con un anno di bottiglia in più, ma la piacevolezza all’assaggio è già grande.

Questa prima spedizione alla riscoperta del lambrusco e dei rifermentati di qualità non ha deluso le aspettative.  Questi produttori hanno fatto la scelta di abbandonare praticità e risparmio del metodo charmat, per ritornare alle origini con la rifermentazione in bottiglia. Il mio naso ha così dimenticato aromi posticci di scontati frutti rossi ed il palato si è gratificato con un’anidride carbonica più fine e cremosa. Le espressioni di questi vini sono variegate e non appiattite sui gusti standardizzati a cui il mercato si è assuefatto. Sono vini vivi (qui cito Stefano), mai uguali a sé stessi e da reinventare ad ogni vendemmia, in cui anche lo stile del produttore/artigiano è fondamentale.

Chiara EM Barlassina
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Colbacco…che vini!

Del mio eno-tour in Umbria la tappa che attendevo con maggior ansia era quella ad una nuovissima, piccola realtà che ha mosso i primi passi con la vendemmia 2018. Siamo ad una ventina di chilometri a sud-ovest di Perugia. Un progetto neonato che già scalpita per farsi notare nel mondo dei vini naturali. Questa buona dose di “sfrontatezza” mi piace. 

La Cantina è Colbacco. Nasce dall’entusiasmo di 4 soci, personaggi che sembrano creati per un fumetto; diversissimi per fattezze, età e vissuto. Ad un primo colpo d’occhio potrebbero sembrare degli improvvisatori, ma ognuno porta con sé la sua solida esperienza nel mondo del vino. Sono ingranaggi incastrati perfettamente l’uno con l’altro: hanno fatto partire una macchina che sembra poter andare lontano. Il sogno che li unisce è l’amore per la loro terra e tradizione. Hanno cominciato nel più genuino dei modi: recuperando vecchie vigne abbandonate da incuria e crisi, piccoli fazzoletti di terra sparsi qua e là sulle colline adiacenti. In alcuni casi un blend di vitigni non identificati.

Ho pianificato la visita con Guido, uno dei soci, che mi ha accolta con grande entusiasmo ed ha coordinato l’incontro; sono le prime visite in cantina e desiderano essere tutti presenti. 

Ci ritroviamo così intorno ad un grande tavolo di pietra, sotto un vecchio Leccio che lascia cadere in continuazione grappoli di fiori secchi. Questo tavolo diventa un palco dove finiamo per mettere in scena uno spettacolo teatrale tra la farsa e l’assurdo. Nessuno l’aveva pianificato ma tutti rivestono un ruolo fondamentale nel loro essere personaggi così apparentemente distanti.  

Scendendo dall’auto, in lontananza, avevo visto i soci Colbacco rassettare la loro “sala degustazione”; cercando di ripulire foglie e fiori secchi con una scopa di fortuna. Queste attenzioni mi lusingano, ma sapessero quanto adoro questa essenzialità, non si preoccuperebbero dell’ordine e della pulizia. Questo contesto rende protagonista solo ed esclusivamente il vino e le loro storie: è perfetto.

Guido comincia il suo racconto partendo dal principio; dalla loro idea e da questo nome così curioso. Ma, quando ci si ritrova intorno ad un tavolo con un calice in mano, i discorsi prendo strade inaspettate ed i pensieri diventano pindarici. Metto insieme i pezzi del loro racconto sorso dopo sorso, tra racconti di cene goliardiche, suggerimenti di ristoranti e sbuffi di sigaretta che ogni tanto alcuni di loro accendono, avendo cura di allontanarsi dai calici. 

i vini Colbacco

Colbacco deriva dal carattere austero dei loro vini, non si piegano a nulla ed in alcuni casi sembrano ignorare le regole base della vinificazione scelte dall’enologo. Nascono così etichette come Quartoprotocollo, il merlot che “ha deciso lui come voleva essere”, scolpendo la sua indole già nei primi giorni di fermentazione. Poi Maracaibo, il cui nome discende dalla divertente e giocosa canzone che racconta anche una storia di ribellione. Questo vino, nell’idea originale, doveva essere la base di uno spumante, ma ha ignorato il loro volere e la seconda fermentazione non è mai partita. Infine Kalima, dea della guerra: mi pare di capire essere il loro figlio prediletto. Pur essendo il bianco, i soci fanno bramare la sua degustazione proponendolo per ultimo. Non sbagliano, il loro percorso di degustazione è un climax di sensazioni in cui Kalima è il gran finale, la chiusura da standing ovation. 

Il nome è Colbacco anche per una foto, destinata a diventare l’icona della cantina: uno dei nostri personaggi che pota a febbraio con il buffo cappello in testa. 

La scelta delle etichette e delle bottiglie, di grande originalità e dallo stile un po’ onirico, è studiata attentamente ed ha l’ambizione di descrivere il carattere dei vini, con la capacità di distinguersi sullo scaffale di un’enoteca. 

Maracaibo

Partiamo stappando Maracaibo, il colore è un rosato chiaretto quasi fosforescente quando colpito dalla luce. Un sangiovese in purezza dal naso molto ferroso, profumato di ribes e fragole. L’acidità è una lama gelata sulla lingua, riequilibrata dal calore alcolico che scende anche in gola. Rimane sul palato una sensazione di tensione metallica, chiude in persistenza con pepe e spezie. 

Con i primi calici si comincia a tagliare un po’ di pane, pancetta e formaggio. Questi profumi richiamano intorno al tavolo la morbida cagnetta Malvasia; gira in tondo al tavolo zampettando con discrezione e delicatamente poggia il muso sulle nostre gambe con occhi languidi, sperando in un bocconcino.

Passiamo al rosso, Quartoprotocollo, merlot 100%. Il bouquet è molto erbaceo, verde con note di sedano, ossigenandosi offre note di cacao e ancora la nota ferrosa incontrata nel rosé. L’entrata in bocca è inizialmente morbida e ruffiana, subito sferzata dall’acidità importante. Il tannino è sottile ma ben presente. Un’espressione inusuale e curiosa di questo vitigno. Vi stupirete se vi dico che per alcune caratteristiche mi ha ricordato un Poulsard di Jura. 

Si avvicendano al tavolo altri personaggi di questo buffa piece teatrale; arrivano mogli, padri. Ognuno è un pezzo della storia, un contributo vivo a questo nuovo progetto. 

Prima di aprire il bianco, uno dei soci, il signor Kurtz, barba lunga e piccoli occhiali tondi calati sul naso, mi lancia uno spunto di riflessione interessante sui vini naturali. Un tema che mi appare molto complesso ma che fortemente vorrei approfondire. Se il concetto di terroir ingloba al suo interno, non solo il legame con il territorio ma anche con la cultura e la mano umana di chi lo produce, nei vini naturali l’espressione stilistica e le scelte enologiche sono ancora più impattanti. Per questo, in alcuni casi, riconoscere un vino naturale alla cieca è così complesso. Quindi, verticalità e sensazioni metalliche di questi vini sono figlie dell’indole di quattro soci/amici, più che della terra su cui nascono? Approfondirò. 

Kalima

Finalmente arriva Kalima prodotto con Trebbiano, Malvasia, Grechetto e… boh! Come anticipato, nelle vecchie vigne recuperate, non tutte le piante sono state identificate. Colore dorato carico, l’impatto al naso è aromatico, insieme a scorza di arancio, tiglio e un fondo minerale di magnesia. In bocca è ricco, rotondo grazie anche alla piena maturazione in pianta dell’uva che lo rende persistente anche su frutta gialla matura. L’acidità è sempre netta e ben integrata. 

Facciamo un breve passaggio in cantina, piccola ma ordinata come una sala operatoria. Sul fondo sono accatastati i pochi cartoni che rimangono della piccola produzione del 2018. Ci salutiamo in modalità Colbacco Vini, con un bel selfie di gruppo. 

Guido tiene molto a mostrarci le vigne e farci conoscere la micro realtà in cui vive, lo seguiamo in macchina mentre ci indica dal finestrino i loro piccoli appezzamenti. Ci accomiatiamo davanti al castello di Spina, una piccola fortezza ora destinata a residenze ed esercizi commerciali, tra cui una chicca: il bellissimo negozio di fiori della moglie Annalisa. Racchiude al suo interno un’antica e grande macina per le olive. Annalisa ci racconta le ambizioni di far crescere il suo progetto mentre è intenta a realizzare un bellissimo bouquet di freschi fiori di campo coi colori accoglienti dell’Umbria. 

Sulla via del ritorno il paesaggio ci offre meravigliose colline vestite di girasoli e grano. Così, presi dall’entusiasmo “colbacchiano” accostiamo e ci concediamo una corsa in un campo di grano che sta per essere divorato da un tramonto di sfumature oro e turchese. 

Chiara EM Barlassina
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16 giugno 2019: Quatar pass per Timurass!

Torna nel tortonese la manifestazione itinerante organizzata da Slow Food Piemonte e Valle d’Aosta per promuovere e far conoscere i grandi vini del Piemonte.

La tappa in programma oggi, 16 giugno 2019, è Quatar pass per Timurass, un’intera giornata dedicata al vino Colli Tortonesi Timorasso DOC e ai prodotti delle valli nella zona di Tortona, alla scoperta del territorio e delle sue risorse naturali e culturali.

La nostra Alessandra ci sarà! E voi?

16 giugno 2019: Quatar pass per Timurass
16 giugno 2019: Quatar pass per Timurass

Per scoprire i dettagli del programma e le aziende partecipanti scarica il documento.

Un Anjou biodinamico e a piede franco da leccarsi i baffi!

La Loira è uno straordinario mosaico di sapori e sfumature. In particolare, la amo particolarmente per i vini bianchi a base di chenin.

Oggi ti parlo del Domaine Delesvaux, un produttore piuttosto conosciuto per i suoi vini bianchi, da chenin, sia secchi sia dolci (Coteaux du Layon).

Philippe Delesvaux-Radomski che insieme alla moglie Catherine porta avanti con caparbietà e passione gli 11 ettari vitati del Domaine Delesvaux, è certificato in biodinamica dal 2000. Philippe ha una grande passione per la mineralogia e questa passione si sente nei suoi vini, sempre caratterizzati da una grande mineralità.

Anjou "Authentique Franc de Pied" 2015 - Domaine Delesvaux
Anjou “Authentique Franc de Pied” 2015 – Domaine Delesvaux

Anjou “Authentique Franc de Pied” 2015 – Domaine Delesvaux

Vino ottenuto da vigne a piede franco di chenin, fermentato in barrique con lieviti indigeni, 18 i mesi di affinamento in legno piccolo e non nuovo, nessun altro “ingrediente” se non un po’ di solfiti pre-imbottigliamento.

Il liquido si presente con un vivace giallo paglierino con riflessi oro. Naso di frutta gialla (susina mirabella), polline, gesso, menta e nocciola. Le sfumature odorose si susseguono senza soluzione di continuità ed inarrestabile dinamica. L’ingresso in bocca è di grande intensità e sapore, il vino però pur allargandosi non si siede, si sviluppa anzi in profondità. L’acidità, decisamente vivace, è ben integrata nel corpo non certo esile del vino. Chiusura di grande persistenza sapida e retrolfatto di frutta gialla e mineralità.

Plus: vino di grande equilibrio. Intensità, corpo e calore convivono armonicamente con sale, freschezza e mineralità.

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