I più premiati fra i premiati

La rivista Civiltà del Bere, che quest’anno festeggia un importante anniversario, cinquanta anni di attività, annualmente estrapola dalle sei guide enologiche italiane (Vitae di AIS, Slow Wine, Doctor Wine, Bibenda, Veronelli e Gambero Rosso) i vini premiati che le accomunano; non stupiamoci se ogni anno ritroviamo vini blasonati, iconici, vini che hanno fatto la storia del vino italiano e ancora non smettono di farla, anche fuori dai confini nazionali.
Come ogni anno Civiltà del Bere ha organizzato a Milano una degustazione dal titolo “Simply the best” in cui erano presenti cantine pluripremiate dalle Guide e, non meno importante, dal cliente finale; parallelamente a questo evento, tenutosi il 25 marzo scorso, presso il Museo della Scienza e della Tecnologia, si sono organizzate due masterclass, condotte dal responsabile della rivista, Alessandro Torcoli, con protagonisti i 10 vini più premiati…fra i premiati.

Noi di Vinocondiviso abbiamo scelto di partecipare alla prima masterclass, ecco i cinque vini che abbiamo assaggiato:

  1. Valentini – Trebbiano d’Abruzzo DOC 2019; quando si parla di vini bianchi italiani destinati all’invecchiamento, il Trebbiano d’Abruzzo non è nei primi della lista, tranne che se affiancato dal cognome Valentini: qui si gioca un campionato a parte e anche fuori confine italico. Il vino assaggiato si presenta con un impatto aromatico intenso e complesso (fiori gialli di campo, cedro, mango, pinoli, cera d’api ) e un finale di bocca salmastro e lunghissimo; un vino che presenta ancora qualche spigolatura dovuta alla gioventù ma già di grande equilibrio e struttura.
  2. Tenuta San Guido – Sassicaia, Bolgheri Sassicaia DOC 2020; anno dopo anno (e ne sono passati più di sessanta, dal primo vino in commercio) le classiche note bordolesi risultano perfettamente integrate nella zona di Bolgheri, regalando balsamicità, eleganza, piacevolezza, finezza. Un vino che resta nell’Olimpo senza alcun indugio.
  3. Col d’Orcia – Poggio al Vento, Brunello di Montalcino Riserva DOCG 2016; da una singola vigna, da cui prende il nome, figlia di una scrupolosissima selezione massale, iniziata cinquanta anni fa Poggio al Vento viene prodotto sin dal 1982. Qui il tannino, rispetto al precedente assaggio, è assai più vigoroso ed energico, mentre le note aromatiche sono così numerose da rendere il vino un piccolo manualetto olfattivo: ribes, viola, foglia di tabacco, radice di zenzero, pepe nero, erbe aromatiche essiccate, olive nere, caramella all’eucalipto.
  4. Bertani – Amarone della Valpolicella Classico DOCG 2013; il terzo vino rosso in degustazione presenta a differenza dei primi due un colore rubino che già vira sul granato, con i suoi 96 mesi di affinamento in legno e una lunghissima sosta in bottiglia. Grande opulenza al naso (pot-pourri, ciliegia sotto spirito, curcuma, cioccolatino after-eight, liquerizia, funghi secchi) e altrettanta, se non maggiore, morbidezza e rotondità in bocca.
  5. Letrari – 976 Riserva del Fondatore, Trento DOC Riserva Brut 2012; si conclude con un metodo classico della cantina Letrari prodotto solo in annate particolarmente favorevoli, in questo caso il millesimo 2012, un anno dalla sboccatura, quindi 120 mesi sui lieviti, da un blend paritario di pinot nero e chardonnay. Lo spumante mantiene una discreta effervescenza alla vista, insieme alle classiche note di pasticceria, frutta gialla, mandorla, burro, erbe aromatiche ma, quello che sicuramente sorprende, è la grandissima freschezza che troviamo in bocca: un finale azzeccato per brindare all’altissima qualità dei vini premiati.

Alessandra Gianelli
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Cornas a Cortona (parte 2)

Dopo aver parlato, nella prima parte di questo post, dell’edizione 2024 dell’evento Chianina e Syrah, in questa seconda parte racconto della masterclass dedicata ai vini di Cornas a cui ho partecipato.

La degustazione prevedeva sette diverse interpretazioni di Cornas dell’annata 2020, millesimo indiscutibilmente caldo e precoce, ma al tempo stesso incredibilmente equilibrato. Durante la masterclass i relatori hanno tenuto a specificare che i vini in assaggio potevano rappresentare sia un’unica vigna, sia un blend di diversi lieu-dit, perché la tradizione rodaniana fa esprimere il vino attraverso le sfumature di diverse vigne.


1) Franck Balthazar, Chaillot
Il nome del vino si rifà al lieu-dit di provenienza. Denso, centrato su un frutto scuro e dolce, la trama tannica è ben ordita e ho apprezzato l’accelerazione in bocca che ha scongiurato ogni banalità.
2) Mathieu Barret, Géniale Patronne
Blend di due lieu-dit e risultato di un lavoro biodinamico e avanguardista, che comprende macerazioni lunghe e assenza di legno. Raffinato e irriverente, sarebbe interessante portarlo a una cieca, poiché si esprime attraverso molte luci e poche ombre, sebbene dalla syrah ci si aspetti più ruvidità, un frutto molto scuro e note terragne come la grafite.
3) Cave de Tain, Nobles Rives
Tain è un villaggio ai piedi di Hermitage, e questa è una cantina sociale che ha messo in bottiglia un vino di tutto rispetto.
4) Maison Chapoutier, Les Arènes
Interessante assaggiare in batteria una maison de négoce. Quando visitai Chapoutier, fui colpita da un’impronta del legno molto profonda su quasi tutti i vini. A quanto pare le scelte stilistiche hanno totalmente cambiato direzione, poiché questo vino è stato realizzato in cemento.
5) A. Clape, Cornas
Clape è il re indiscusso della denominazione, fedele tradizionalista, il cui vino, a differenza di quello di Barret, si concede solo dopo almeno dieci anni di invecchiamento. Al naso emerge subito una nota pungente che evoca la resina, seguita da accenti di pepe, alloro e geranio. Finalmente riesco a individuare l’oliva nera, che fino a poco prima pensavo fosse il tratto distintivo di Cornas, ma che in effetti, nella degustazione dedicata alla denominazione, ho rilevato solo in questo vino. Il sorso è pieno, con un tannino tanto fitto quanto raffinato, ancora molto scalpitante, quasi da masticare per la sua tridimensionalità.
6) Jacques Lemenicier, Père Laurier
Proveniente dal lieu-dit Les Mazards, di cui – come il Clos St. Jacques in Borgogna – ogni produttore possiede una parte bassa, una mediana ed una alta della collina, attingendo quindi a suoli diversi. Il vino è fresco, persistente, tuttavia sovrastato da una suggestione di spezia dolce data dal legno.
7) Alain Voge, Les Vieilles Fontaines
Grande rivelazione della giornata, non solo per il piacere di aver conosciuto il managing director Lionel Fraisse. La Fontaine si trova in una posizione centrale nella denominazione, e la morfologia della collina si rivolge verso varie esposizioni. Questo vino possiede una finezza rara. Come primo sentore ho riconosciuto il mirtillo, ma dopo poco ho percepito qualcosa di familiare, che mescola la viola alla mora di gelso, un aroma che solitamente riconosco nei grandi vini della Côte-Rôtie.
Ho potuto scambiare due parole con Lionel al suo banchetto, circondato da altre espressioni di syrah di Cortona e del mondo. Qui presentava Les Chailles 2021, Les Vieilles Vignes 2021 (ovvero Les Fontaines assieme ad altre parcelle nelle annate in cui non esce come vigna singola), e Chapelle Saint Pierre 2021. Così si riconferma l’eccellenza qualitativa che contraddistingue questo domaine, tanto che non vedo l’ora di tornare a Cornas per poter fare una visita in cantina.

Spinta dalla curiosità e dalla sete, mi sono fatta guidare da Francesco Beligni, brillante e giovane braccio destro di Stefano Amerighi, per l’occasione hanno deciso di proporre altre bottiglie oltre a quelle della loro cantina. Questo dettaglio dice molto sulla mentalità aperta di queste persone, che assieme al talento è, a mio parere, la chiave del loro successo.
Tra i vini della denominazione di Saint Joseph, ho ritrovato Pierre Gonon, assieme ad altri esponenti delle nuove generazioni, come Jean François Malsert, Thomas et Cyprien, il Domaine de la Sarbèche. Per terminare la degustazione di Cornas ho assaggiato la 2019 di Cuchet-Beliando, vino estremamente balsamico. Non potevo poi lasciarmi sfuggire un assaggio dei vini di Amerighi, in particolare di Apice 2020 e La Serine 2020, che prende il nome da una specifica selezione massale tipica della Côte-Rôtie.

Per concludere, vorrei dare luce a due Syrah del Belpaese: La Monaca 2020, della Tenuta Sallier de la Tour, a Monreale, e Castore 2022 e Polluce 2021 e 2020, due bottiglie dell’azienda Vinciarelli Chiara, piccola gemma di Cortona.

Elena Zanasi
Instagram: @ele_zanasi

Cornas a Cortona (parte 1)

L’edizione 2024 del festival Chianina e Syrah si è tenuta a Cortona dal 9 all’11 marzo. Ogni anno avviene in concomitanza con la fiera Prowein a Düsseldorf, per questo non ho mai potuto partecipare. Tuttavia quest’anno ho saltato l’evento fieristico, così non mi sono fatta sfuggire l’occasione di visitare il festival che celebra le eccellenze enogastronomiche della Valdichiana.

Ancora una volta Cortona si dimostra un faro di creatività e maestria, e la sua comunità dovrebbe ispirare i borghi circostanti, che purtroppo non sono ancora in grado di suscitare lo stesso interesse con iniziative originali, nonostante il loro ricco patrimonio storico, architettonico e paesaggistico (ogni riferimento a Montepulciano è puramente casuale).

Tra le varie giornate della manifestazione, ho scelto domenica 10, per poter assistere ad una masterclass sulla regione vitivinicola di Cornas: ultimo avamposto per la syrah scendendo lungo il fiume nella valle del Rodano settentrionale.

Al timone della lezione, veri maestri del settore, come Lionel Fraisse, del domaine Alain Voge, Giampaolo Gravina (tra i colpevoli della mia ossessione per la Borgogna), il talentuoso sommelier e fotografo Marcello Brunetti, e infine Stefano Amerighi, un amico così eclettico che nessun aggettivo sarebbe mai sufficiente a descriverlo pienamente.

Ma perché proprio Cornas? Cos’ha spinto Stefano e tutti questi professionisti a voler mettere in luce una piccola appellation che comprende appena 164 ettari e una cinquantina di imbottigliatori, i quali hanno iniziato a valorizzare queste terre granitiche solo dopo gli anni Sessanta del secolo scorso?

Ammetto che quando visitai la regione due anni fa, lasciai in secondo piano Cornas, dedicandole sì e no una mezza giornata. Logisticamente non era un punto di appoggio comodo, ed ero più attratta dalle espressioni di syrah più popolari, come Hermitage oppure Côte-Rôtie, due regioni più settentrionali, dalle quali Cornas dista mezz’ora e un’ora di macchina.

Avevo sentito parlare del tipico sentore di oliva in questa regione calda, e temevo di ritrovare una certa opulenza rispetto all’eleganza. Questo è un pregiudizio sbagliato, e l’ho intuito raggiungendo la sommità della collina: nonostante la terra sia calda e siccitosa, l’altitudine raggiunge i 400 metri di altezza, con un dislivello di 300 metri (Hermitage, anch’essa molto ventosa, si sviluppa su circa 300 metri di altezza, mentre le viti sulla Côte-Rôtie crescono dai 180 ai 325 m.s.l.m.).

Quali potrebbero essere dunque le ragioni che hanno suscitato il fascino di questo promontorio? Di certo l’altitudine, oppure l’omogeneità delle condizioni pedoclimatiche, o ancora la circoscrizione limitata dell’area vinicola. Non solo: così come la syrah è l’unico vitigno ammesso per produrre l’AOC Cornas, allo stesso modo il granito è la sola matrice geologica del territorio. Tutto ciò comporta una chiave di lettura del vino coerente, garantendo agli appassionati una certa riconoscibilità.

Ma non è tutto. Ciò che rende speciale Cornas è la sua comunità, composta da produttori che hanno assecondato una delle esigenze umane più distintive: interpretare. Si sono armati di raspi, carrucole, barrique per essere tradizionalisti e cemento per essere progressisti. Teloni di plastica sulla vigna come se fosse un orto per contenere l’umidità, e vasche a forma di diamante. Hanno unito diverse parcelle in un unico vino, oppure le hanno lasciate distinte, non perché un’annata fosse peggiore di un’altra, ma perché l’identità del territorio in un vino si rifà banalmente a chi quel luogo lo custodisce.

Il post prosegue con il racconto dei 7 Cornas che ho assaggiato. Verrà pubblicato tra qualche giorno, non perdertelo! Leggi qui la seconda parte.

Elena Zanasi
Instagram: @ele_zanasi

Esiste anche lo Châteauneuf-du-Pape bianco!

La più antica denominazione di vino francese, nata nel 19361, lo Châteauneuf-du-Pape, è famosa in tutto il mondo grazie al suo vino rosso, per la cui produzione sono ammessi in assemblaggio ben tredici vitigni.

Come riporta orgogliosamente il sito ufficiale, infatti “a Châteauneuf-du-Pape, la tradizione vuole che i vini (rossi, ndr) siano ottenuti da tredici vitigni2, ognuno dei quali apporta all’insieme la sua caratteristica: colore, struttura, aroma, freschezza o longevità” … , basse rese e rigorosamente vendemmia manuale.

La quasi totalità della produzione è di vino rosso (93%) ma resta salda la tradizione di vinificare anche uve a bacca bianca per dare vita allo Châteauneuf-du-Pape bianco.

Noi di Vinocondiviso abbiamo assaggiato il Clos de l’Oratorie des Papes Châteauneuf-du-Pape 2018 bianco della maison Ogier, ottenuto dalle quattro uve bianche: grenache blanc, bouboulenc, clairette, roussanne; la vinificazione avviene per l’80% in tini senza malolattica e il restante in botti nuove da 300 litri, mentre l’affinamento, che dura sei mesi, continua nelle barrique per il 20% della massa, mentre l’80% passa in vasche di cemento.

È un vino tutto giocato sull’opulenza e sull’avvolgenza, senza una particolare spinta su sapidità e mineralità; al naso troviamo classiche note boisé, burro salato, fico, mais tostato e un bel rimando alla buccia di cedro che ritroviamo anche in bocca, capace di conferire un tocco di freschezza in un quadro di generale morbidezza.

Abbinato ad una sogliola alla mugnaia ed è subito revival anni 80!

Alessandra Gianelli
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  1. a questo link è possibile scaricare la scansione del decreto originale ↩︎
  2. Ecco i tredici vitigni: grenache (noir, gris, blanc), syrah, mourvèdre, cinsault, clairette (blanche, rose), vaccarèse, bourboulenc, roussanne, counoise, muscardin, picpoul (blanc, gris, noir), picardan, et terret noir. Come vediamo sono in realtà 18, considerando separatamente le varietà grenache, clairette e picpoul! ↩︎

Vini di Vignaioli 2024, 17 e 18 marzo 2024

Sei amante dei vini artigianali e naturali? Allora blocca l’agenda il 17 e il 18 marzo 2024, arriva infatti a Milano Vini di Vignaioli, la storica fiera di Fornovo di Taro.

Sarà l’occasione per parlare di persona con molti produttori, assaggiare i loro vini e, perché no, fare scorta delle bottiglie di nostro gradimento.

L’elenco dei produttori presenti è disponibile a questo link.

Noi ci saremo e, come sempre, vi racconteremo i nostri migliori assaggi.

E voi, ci sarete?

Tutte le informazioni relative all’acquisto dei biglietti, sulla location e i dettagli organizzativi li trovi sul sito web Vini di Vignaioli.

Diego Mutarelli
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