Vini di Vignaioli: 3 vini da ricordare

L’evento Vini di Vignaioli a cui abbiamo partecipato – come anticipato in un post di qualche settimana fa – è stata un’ottima occasione per fare il punto sullo stato di salute di quell’ampio e variegato mondo dei vini naturali / artigianali / bio-qualcosa. Insomma quel movimento, difficilmente incasellabile ma indiscutibilmente in crescita, di aziende agricole che considerano il produrre vino un’atto politico, ovvero un agire che ha implicazioni etiche e trasmette valori ben precisi: capacità di ascolto della natura, riduzione al minimo dell’utilizzo di sostanze chimiche di sintesi in vigna, salvaguardia del territorio, approccio artigianale alla produzione…

A giudicare dalla partecipazione all’evento, lo stato di salute del movimento è senz’altro molto buono, le due ampie sale adibite agli assaggi erano gremite di appassionati e i produttori presenti ci sono sembrati soddisfatti. Sulla qualità degli assaggi naturalmente, come sempre accade negli eventi di questo genere, ce n’era per tutti i gusti: giovani produttori alle prime armi con vini non privi di imprecisioni tecniche, vini espressivi e gustosi, grandi vini e stuzzicanti novità da seguire in futuro. Insomma non ci siamo annoiati!

Di seguito condividiamo i tre assaggi che ci hanno colpito particolarmente:

Foradori: l’azienda sita in Mezzolombardo (TN) di Elisabetta Foradori non ha bisogno di presentazioni, biodinamica fin dal 2002 è l’alfiere del vitigno teroldego che ha portato alla fama nazionale ed internazionale grazie al Granato, vero e proprio vino icona. Abbiamo assaggiato la delicata, ma fitta ed intrigante Fontanasanta Nosiola 2018, il Granato 2021 e 2016 entrambi di grande impatto e prospettiva, ma ci ha rapito il Teroldego Sgarzon 2015, fermentato e affinato 8 mesi in anfore spagnole (tinajas) si esprime su dettagli aromatici di grande eleganza, tra ribes, arancia, fiori rossi e un che di terroso, il sorso è ficcante, di grande dinamica e dal saporitissimo finale salino.

Porta del Vento: ci troviamo a Camporeale (PA), è qui che Marco Sferlazzo ha creato nel 2006 Porta del Vento. Le vigne si trovano a circa 600 metri sul livello del mare, in prevalenza alberelli di catarratto e perricone. Tra i vini assaggiati ci hanno colpito favorevolmente il Porta del Vento Catarratto 2022 sapidissimo e lungo ed un convincente Perricone 2021, denso e materico, ma di ottima beva e progressione, tannico e stratificato.

Podere La Brigata: azienda che non conoscevamo, si trova in Abruzzo, a Pratola Peligna (AQ), soli 3 ettari vitati a montepulciano, trebbiano, malvasia, moscato e riesling. Non ci sono molte informazioni su questa azienda di recente costituzione, si presentano con umiltà: “Vini fieri da osteria alla portata di tutti”. Abbiamo trovato vini semplici e schietti, ma di grande finezza e pulizia, espressività e slancio. Mamba Nero 2021, da vigne vecchie di montepulciano, affinato solo in acciaio, è una versione agile di montepulciano, ma di grande armonia con sorso caratterizzato dal frutto vivace e dalla trama sapida. Pianatorre 2021 è un altro vino rosso da montepulciano questa volta affinato in legno, stratificato e gustoso, fitto e vitale. Insomma, due vini che ci hanno fatto scoprire una realtà che ci sembra molto promettente e che seguiremo con attenzione.

Diego Mutarelli
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Cesanese di Affile “Nemora” 2019 – Raimondo

Su queste pagine abbiamo già parlato in passato del Cesanese di Olevano Romano e del Cesanese del Piglio. Non avevamo mai riportato però un assaggio di un Cesanese di Affile ed oggi colmiamo la lacuna grazie ad un vino – ottenuto dal vitigno a bacca rossa cesanese di Affile (biotipo diverso dal cesanese comune) – dell’azienda Raimondo.

Cesanese di Affile Nemora 2019 – Raimondo

Raimondo alleva circa 4 ettari di vigna nel comune di Affile, in provincia di Roma. La leggenda vuole che il nome cesanese derivi dal territorio in cui veniva ricavato lo spazio per la vite, “caesae” è infatti un termine latino per indicare “luoghi dagli alberi tagliati”. La zona di Affile era infatti ricoperta di boschi (“nemora”, non a caso il nome del vino che abbiamo nel calice). Fortunatamente di boschi ne sono rimasti ancora ed incorniciano le parcelle coltivate dall’azienda.

Gli appezzamenti del Nemora si trovano tra i 450 e i 550 metri sul livello del mare con impianti piuttosto fitti, le uve sono colte a piena maturazione ad ottobre inoltrato. Dopo la vinificazione il vino sosta per circa 12 mesi in acciaio e in botti di legno da 500 litri.

Il vino si presenta in una luminosa veste rubino chiaro. Inizialmente l’olfatto è piuttosto reticente, dopo qualche secondo nel bicchiere ecco però che si dipana su note di fruttini rossi e neri (ribes, more), quindi note più austere di macchia mediterranea e bosco, come alloro, ginepro, resina, ma anche peonia e un che di terroso.

Il sorso è gustoso fin dall’ingresso, l’alcol (14%) è gestito alla perfezione. Grazie ad un’ottima freschezza che sostiene lo sviluppo, il vino risulta dinamico, sapido e dal tannino fine e fitto.

Chiude lungo su ritorni di ribes e spezie.

Plus: vino molto interessante dall’ottima beva ma per nulla semplice. Freschezza, eleganza e una certa stratificazione sono caratteristiche che possono mettere d’accordo molti appassionati. Il prezzo poi è particolarmente centrato (intorno ai 15 €).

Diego Mutarelli
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I più premiati fra i premiati

La rivista Civiltà del Bere, che quest’anno festeggia un importante anniversario, cinquanta anni di attività, annualmente estrapola dalle sei guide enologiche italiane (Vitae di AIS, Slow Wine, Doctor Wine, Bibenda, Veronelli e Gambero Rosso) i vini premiati che le accomunano; non stupiamoci se ogni anno ritroviamo vini blasonati, iconici, vini che hanno fatto la storia del vino italiano e ancora non smettono di farla, anche fuori dai confini nazionali.
Come ogni anno Civiltà del Bere ha organizzato a Milano una degustazione dal titolo “Simply the best” in cui erano presenti cantine pluripremiate dalle Guide e, non meno importante, dal cliente finale; parallelamente a questo evento, tenutosi il 25 marzo scorso, presso il Museo della Scienza e della Tecnologia, si sono organizzate due masterclass, condotte dal responsabile della rivista, Alessandro Torcoli, con protagonisti i 10 vini più premiati…fra i premiati.

Noi di Vinocondiviso abbiamo scelto di partecipare alla prima masterclass, ecco i cinque vini che abbiamo assaggiato:

  1. Valentini – Trebbiano d’Abruzzo DOC 2019; quando si parla di vini bianchi italiani destinati all’invecchiamento, il Trebbiano d’Abruzzo non è nei primi della lista, tranne che se affiancato dal cognome Valentini: qui si gioca un campionato a parte e anche fuori confine italico. Il vino assaggiato si presenta con un impatto aromatico intenso e complesso (fiori gialli di campo, cedro, mango, pinoli, cera d’api ) e un finale di bocca salmastro e lunghissimo; un vino che presenta ancora qualche spigolatura dovuta alla gioventù ma già di grande equilibrio e struttura.
  2. Tenuta San Guido – Sassicaia, Bolgheri Sassicaia DOC 2020; anno dopo anno (e ne sono passati più di sessanta, dal primo vino in commercio) le classiche note bordolesi risultano perfettamente integrate nella zona di Bolgheri, regalando balsamicità, eleganza, piacevolezza, finezza. Un vino che resta nell’Olimpo senza alcun indugio.
  3. Col d’Orcia – Poggio al Vento, Brunello di Montalcino Riserva DOCG 2016; da una singola vigna, da cui prende il nome, figlia di una scrupolosissima selezione massale, iniziata cinquanta anni fa Poggio al Vento viene prodotto sin dal 1982. Qui il tannino, rispetto al precedente assaggio, è assai più vigoroso ed energico, mentre le note aromatiche sono così numerose da rendere il vino un piccolo manualetto olfattivo: ribes, viola, foglia di tabacco, radice di zenzero, pepe nero, erbe aromatiche essiccate, olive nere, caramella all’eucalipto.
  4. Bertani – Amarone della Valpolicella Classico DOCG 2013; il terzo vino rosso in degustazione presenta a differenza dei primi due un colore rubino che già vira sul granato, con i suoi 96 mesi di affinamento in legno e una lunghissima sosta in bottiglia. Grande opulenza al naso (pot-pourri, ciliegia sotto spirito, curcuma, cioccolatino after-eight, liquerizia, funghi secchi) e altrettanta, se non maggiore, morbidezza e rotondità in bocca.
  5. Letrari – 976 Riserva del Fondatore, Trento DOC Riserva Brut 2012; si conclude con un metodo classico della cantina Letrari prodotto solo in annate particolarmente favorevoli, in questo caso il millesimo 2012, un anno dalla sboccatura, quindi 120 mesi sui lieviti, da un blend paritario di pinot nero e chardonnay. Lo spumante mantiene una discreta effervescenza alla vista, insieme alle classiche note di pasticceria, frutta gialla, mandorla, burro, erbe aromatiche ma, quello che sicuramente sorprende, è la grandissima freschezza che troviamo in bocca: un finale azzeccato per brindare all’altissima qualità dei vini premiati.

Alessandra Gianelli
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Cornas a Cortona (parte 2)

Dopo aver parlato, nella prima parte di questo post, dell’edizione 2024 dell’evento Chianina e Syrah, in questa seconda parte racconto della masterclass dedicata ai vini di Cornas a cui ho partecipato.

La degustazione prevedeva sette diverse interpretazioni di Cornas dell’annata 2020, millesimo indiscutibilmente caldo e precoce, ma al tempo stesso incredibilmente equilibrato. Durante la masterclass i relatori hanno tenuto a specificare che i vini in assaggio potevano rappresentare sia un’unica vigna, sia un blend di diversi lieu-dit, perché la tradizione rodaniana fa esprimere il vino attraverso le sfumature di diverse vigne.


1) Franck Balthazar, Chaillot
Il nome del vino si rifà al lieu-dit di provenienza. Denso, centrato su un frutto scuro e dolce, la trama tannica è ben ordita e ho apprezzato l’accelerazione in bocca che ha scongiurato ogni banalità.
2) Mathieu Barret, Géniale Patronne
Blend di due lieu-dit e risultato di un lavoro biodinamico e avanguardista, che comprende macerazioni lunghe e assenza di legno. Raffinato e irriverente, sarebbe interessante portarlo a una cieca, poiché si esprime attraverso molte luci e poche ombre, sebbene dalla syrah ci si aspetti più ruvidità, un frutto molto scuro e note terragne come la grafite.
3) Cave de Tain, Nobles Rives
Tain è un villaggio ai piedi di Hermitage, e questa è una cantina sociale che ha messo in bottiglia un vino di tutto rispetto.
4) Maison Chapoutier, Les Arènes
Interessante assaggiare in batteria una maison de négoce. Quando visitai Chapoutier, fui colpita da un’impronta del legno molto profonda su quasi tutti i vini. A quanto pare le scelte stilistiche hanno totalmente cambiato direzione, poiché questo vino è stato realizzato in cemento.
5) A. Clape, Cornas
Clape è il re indiscusso della denominazione, fedele tradizionalista, il cui vino, a differenza di quello di Barret, si concede solo dopo almeno dieci anni di invecchiamento. Al naso emerge subito una nota pungente che evoca la resina, seguita da accenti di pepe, alloro e geranio. Finalmente riesco a individuare l’oliva nera, che fino a poco prima pensavo fosse il tratto distintivo di Cornas, ma che in effetti, nella degustazione dedicata alla denominazione, ho rilevato solo in questo vino. Il sorso è pieno, con un tannino tanto fitto quanto raffinato, ancora molto scalpitante, quasi da masticare per la sua tridimensionalità.
6) Jacques Lemenicier, Père Laurier
Proveniente dal lieu-dit Les Mazards, di cui – come il Clos St. Jacques in Borgogna – ogni produttore possiede una parte bassa, una mediana ed una alta della collina, attingendo quindi a suoli diversi. Il vino è fresco, persistente, tuttavia sovrastato da una suggestione di spezia dolce data dal legno.
7) Alain Voge, Les Vieilles Fontaines
Grande rivelazione della giornata, non solo per il piacere di aver conosciuto il managing director Lionel Fraisse. La Fontaine si trova in una posizione centrale nella denominazione, e la morfologia della collina si rivolge verso varie esposizioni. Questo vino possiede una finezza rara. Come primo sentore ho riconosciuto il mirtillo, ma dopo poco ho percepito qualcosa di familiare, che mescola la viola alla mora di gelso, un aroma che solitamente riconosco nei grandi vini della Côte-Rôtie.
Ho potuto scambiare due parole con Lionel al suo banchetto, circondato da altre espressioni di syrah di Cortona e del mondo. Qui presentava Les Chailles 2021, Les Vieilles Vignes 2021 (ovvero Les Fontaines assieme ad altre parcelle nelle annate in cui non esce come vigna singola), e Chapelle Saint Pierre 2021. Così si riconferma l’eccellenza qualitativa che contraddistingue questo domaine, tanto che non vedo l’ora di tornare a Cornas per poter fare una visita in cantina.

Spinta dalla curiosità e dalla sete, mi sono fatta guidare da Francesco Beligni, brillante e giovane braccio destro di Stefano Amerighi, per l’occasione hanno deciso di proporre altre bottiglie oltre a quelle della loro cantina. Questo dettaglio dice molto sulla mentalità aperta di queste persone, che assieme al talento è, a mio parere, la chiave del loro successo.
Tra i vini della denominazione di Saint Joseph, ho ritrovato Pierre Gonon, assieme ad altri esponenti delle nuove generazioni, come Jean François Malsert, Thomas et Cyprien, il Domaine de la Sarbèche. Per terminare la degustazione di Cornas ho assaggiato la 2019 di Cuchet-Beliando, vino estremamente balsamico. Non potevo poi lasciarmi sfuggire un assaggio dei vini di Amerighi, in particolare di Apice 2020 e La Serine 2020, che prende il nome da una specifica selezione massale tipica della Côte-Rôtie.

Per concludere, vorrei dare luce a due Syrah del Belpaese: La Monaca 2020, della Tenuta Sallier de la Tour, a Monreale, e Castore 2022 e Polluce 2021 e 2020, due bottiglie dell’azienda Vinciarelli Chiara, piccola gemma di Cortona.

Elena Zanasi
Instagram: @ele_zanasi

Esiste anche lo Châteauneuf-du-Pape bianco!

La più antica denominazione di vino francese, nata nel 19361, lo Châteauneuf-du-Pape, è famosa in tutto il mondo grazie al suo vino rosso, per la cui produzione sono ammessi in assemblaggio ben tredici vitigni.

Come riporta orgogliosamente il sito ufficiale, infatti “a Châteauneuf-du-Pape, la tradizione vuole che i vini (rossi, ndr) siano ottenuti da tredici vitigni2, ognuno dei quali apporta all’insieme la sua caratteristica: colore, struttura, aroma, freschezza o longevità” … , basse rese e rigorosamente vendemmia manuale.

La quasi totalità della produzione è di vino rosso (93%) ma resta salda la tradizione di vinificare anche uve a bacca bianca per dare vita allo Châteauneuf-du-Pape bianco.

Noi di Vinocondiviso abbiamo assaggiato il Clos de l’Oratorie des Papes Châteauneuf-du-Pape 2018 bianco della maison Ogier, ottenuto dalle quattro uve bianche: grenache blanc, bouboulenc, clairette, roussanne; la vinificazione avviene per l’80% in tini senza malolattica e il restante in botti nuove da 300 litri, mentre l’affinamento, che dura sei mesi, continua nelle barrique per il 20% della massa, mentre l’80% passa in vasche di cemento.

È un vino tutto giocato sull’opulenza e sull’avvolgenza, senza una particolare spinta su sapidità e mineralità; al naso troviamo classiche note boisé, burro salato, fico, mais tostato e un bel rimando alla buccia di cedro che ritroviamo anche in bocca, capace di conferire un tocco di freschezza in un quadro di generale morbidezza.

Abbinato ad una sogliola alla mugnaia ed è subito revival anni 80!

Alessandra Gianelli
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  1. a questo link è possibile scaricare la scansione del decreto originale ↩︎
  2. Ecco i tredici vitigni: grenache (noir, gris, blanc), syrah, mourvèdre, cinsault, clairette (blanche, rose), vaccarèse, bourboulenc, roussanne, counoise, muscardin, picpoul (blanc, gris, noir), picardan, et terret noir. Come vediamo sono in realtà 18, considerando separatamente le varietà grenache, clairette e picpoul! ↩︎

Chianti Classico è futuro (parte 2)

Dopo l’introduzione all’evento Chianti Classico Collection di cui ho parlato nella prima parte, mi piacerebbe ora condividere quelli che sono a mio avviso alcuni degli assaggi più stimolanti.

Come Chianti Classico annata, tra i miei preferiti ritrovo I Fabbri, che negli ultimi anni ha affilato con gentilezza le espressioni più vibranti di Lamole. Della stessa tipologia devo nominare Riecine, il cui frutto scuro rappresenta ormai la firma stilistica dell’azienda. Anche il Chianti Classico di Tregole è stato in grado di esprimere l’annata in maniera esemplare, rispettando il terroir peculiare di Castellina che volge lo sguardo verso Radda.

Nella tipologia Riserva sono rimasta ancora una volta colpita da Vigna Barbischio di Maurizio Alongi, la sua persistenza è durata il tempo di attraversare tutto il corridoio della Leopolda senza perdere gusto. Come non rimanere incantati dalla Riserva di Castell’in Villa, che con la 2016 ha raggiunto picchi di eccellenza assoluta nella fattura del tannino e nella piacevolezza in bocca. Ci auguriamo che il tempo sia altrettanto benevolo nell’affinamento di una 2017 ancora molto giovane. Per chi apprezza i vini eleganti ma pur sempre tridimensionali, consiglio la Riserva di Nardi Viticoltori.

Come Gran Selezione vorrei soffermarmi su Istine, nell’annata 2021 i tre cru hanno affinato più a lungo in botte e in bottiglia per essere presentati per la prima volta come Gran Selezione. Una raffinatezza fatta di piccole sfumature che negli aromi ricordano fiori e frutti freschi, come se fossero stati colti appena maturi. Monteraponi presenta con l’annata 2019 per la prima volta una Gran Selezione che, assieme al Baron’Ugo 2020, incarna l’essenza di Radda attraverso l’eleganza e la coerenza di un frutto rosso mai timido, accompagnato da note floreali come la viola sempre riconoscibili (in poche parole, non sono poi tanto diversi i due vini).

Rimango anche piacevolmente stupita da Cigliano di Sopra, sia nella versione annata che Riserva. L’esuberanza di questi vini, dovuta a particolari tecniche agronomiche e di cantina, risulta totalmente diversa rispetto ad altre espressioni molto buone di San Casciano, e ciò mi fa domandare se siano loro a discostarsi totalmente da questa UGA, o se in realtà siano gli unici ad essere stati in grado di interpretarla in maniera esemplare.

Infine, tra i vini di maggior carattere devo segnalare Le Viti di Livio 2016 di Fattoria di Lamole e Sa’etta 2022 di Monte Bernardi, vini autentici, schietti, sempre indimenticabili.

Meriterebbe che elencassi tanti altri vini che mi hanno catturato il cuore, ma non vorrei essere troppo di parte, poiché considero questo territorio come una tra le più promettenti regioni vitivinicole in Italia e nel mondo, con un passato antichissimo, ma allo stesso tempo alle porte del suo rinascimento. Ho trascorso in Chianti Classico due anni indimenticabili, fatti di opportunità e crescita personale e professionale. Nonostante questo capitolo della mia vita si sia appena concluso, ho la consapevolezza che la comunità creata negli ultimi anni, che ho visto nascere in un viaggio in Corea del Sud e della quale sono orgogliosa di averne fatto parte, porterà un’aria fresca di rinnovamento alla denominazione, e auguro al futuro del mondo del vino italiano di essere in grado di attingere allo spirito di unione e condivisione che ho ritrovato in queste terre boschive.

Elena Zanasi
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Chianti Classico è futuro (parte 1)

L’Anteprima del Chianti Classico – Chianti Classico Collection – svolta a Firenze presso la Stazione Leopolda il 15 e 16 febbraio, suggella la fine e l’inizio di un percorso importante, e non solo perché quest’anno il primo consorzio italiano a tutela del vino soffia su ben 100 candeline.

Negli ultimi due anni ho avuto la fortuna e il privilegio di poter vivere la comunità del Chianti Classico in maniera attiva e partecipe, osservando la capacità dei suoi attori principali a mettersi sempre più in gioco per fronteggiare minacce senza precedenti, come il cambiamento climatico, la crisi economica dovuta alla pandemia e alle guerre, oltre ad un mercato che richiede vini sempre più riconducibili al territorio di appartenenza. Non si direbbe, ma anche quest’ultima è una sfida alquanto ardua in Chianti Classico, regione piuttosto vasta, in cui il sangiovese tradizionalmente non è l’unico interprete del terroir, e dove la parola cru è comparsa solo in tempi molto recenti.

Se in Barolo e Barbaresco più produttori raccontano la stessa vigna, in Chianti Classico spesso le migliori etichette aziendali sono frutto della commistione di diversi appezzamenti, e questo è solo uno dei motivi per cui in Toscana è difficile raccontare il territorio seguendo alla lettera il modello langhetto; per ulteriori approfondimenti sulla zonazione ti invito a leggere il seguente articolo ospitato su queste stesse pagine.

Fatta questa doverosa premessa, il Consorzio ha fornito come chiave di lettura del Chianti Classico le UGA (Unità Geografiche Aggiuntive), suddividendo geograficamente le oltre 200 aziende presenti in anteprima. Chi, come me, vive e opera in questa regione vitivinicola, sa che questo non è il punto di arrivo per individuare la territorialità di un vino, ma un importante incentivo per iniziare a orientarsi, assecondare il bisogno di studiare, sperimentare rischiando, ascoltare voci autorevoli, e infine domandarsi se si stia già creando il miglior vino possibile, o se sia plausibile andare oltre. 

Le nuove generazioni di vignaioli e vignaiole hanno captato subito questo stimolo, e oggi siamo alle porte di un cambio generazionale in cui i giovani non hanno timore a confrontarsi, a condividere idee e bevute, a fare amicizia, a creare una comunità.  Comunità che non è fatta solo da chi possiede una cantina, ma anche dagli addetti ai lavori, perché si sa che le aziende le fanno le persone.

Questi giovani hanno capito che il vicino di casa non solo non è il nemico, ma può essere facilmente il migliore amico. Se le generazioni passate devono il loro successo grazie a un forte senso del dovere e all’intuizione che le ha portate nelle solitarie terre del Chianti, i giovani vignaioli di oggi sono generalmente motivati da un’autentica vocazione, che li spinge a lavorare con entusiasmo e passione, come se il contributo offerto a questo settore sia svolto per puro piacere e quasi senza sforzo.

Ora, senza porre lo sguardo troppo avanti, torniamo al presente e ai vini in assaggio. Con oltre 200 aziende partecipanti, sono state servite le nuove annate di Chianti Classico, Riserva e Gran Selezione, dalla 2020 alla 2023, permettendo un confronto di millesimi tanto diversi, quanto impegnativi, seppur stimolanti. Parlando con i produttori si evince una particolare soddisfazione per la 2021, che al naso appare già pronta, forse fin troppo, mentre in bocca sta ancora cercando di trovare un suo equilibrio, con un’acidità scalpitante e una vitalità intrigante. Mettendo a confronto 2021 e 2020, quest’ultima appare più composta e a tratti banale, seppure la vendemmia 2020 sia stata buona, abbondante rispetto a Montalcino e a Montepulciano, ma non indimenticabile come la 2019. La 2022 con il suo calore ci fa realizzare che il surriscaldamento globale non risparmia nemmeno una delle regioni dove il sangiovese è solito distinguersi per la sua acidità e bevibilità. La 2023, al contrario, ha comportato enormi sacrifici, e tanti produttori si sono dovuti accontentare pur di portare a casa un minimo quantitativo di uva sana.

Per scoprire alcuni tra i vini più performanti, proseguiamo nella seconda parte.

Elena Zanasi
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I vini economici possono invecchiare?

Una delle caratteristiche del vino che trovo particolarmente affascinante è la longevità, ovvero la capacità del vino non solo di invecchiare, ma di evolvere e cambiare nel corso del tempo. Una volta imbottigliato il vino infatti subisce dei processi di ossidoriduzione che, quando proficui, forniscono al vino equilibrio, armonia, completezza, oltre ad un mutamento aromatico spesso intrigante.

Vi sono dei vini che è obbligatorio far invecchiare per poter apprezzare al massimo (basti pensare a molti grandi vini di Bordeaux), ve ne sono altri che sono godibilissimi sia in gioventù che dopo anni di evoluzione.

Quando si parla di “vini da invecchiamento”, spesso vengono citati i grandi territori mondiali del vino: Bordeaux, Montalcino, Barolo, Rioja, Mosella… vini prestigiosi e non certo economici.

Ma invece cosa dire della capacità di evoluzione nel tempo dei vini più economici? Diciamo dei vini tra i 10 € e i 20 €? Esistono parecchi vini accessibili – sia bianchi sia rossi, sia da dessert – che possono essere dimenticati in cantina per anni…oggi ne vogliamo condividere uno cercando come sempre di non parlare solo di teoria ma di portare anche esempi pratici!

Vallée d’Aoste Donnas 2006 – Caves de Donnas

Siamo in Valle d’Aosta ed in particolare a Donnas, la prima DOC della regione (1971). Da oltre 50 anni la cooperativa Caves de Donnas riunisce numerosi piccoli viticoltori commercializzando circa 100.000 bottiglie ogni anno. Il Donnas del 2006 risultò fin da subito molto riuscito e ne comprai diverse bottiglie, approfittando anche del prezzo particolarmente accattivante (se ricordo bene circa 8 €). Una bottiglia l’ho sepolta in cantina e l’ho stappata con grande curiosità a 18 anni dalla vendemmia. Si tratta di un vino ottenuto da nebbiolo in prevalenza (90%) con freisa e neyret a saldo.

Nel calice si presenta rosso granato senza alcun cedimento, al naso si riconoscono fiori appassiti, lamponi, scorza d’arancia, ma il vino non si ferma qui, gli anni di riposo in bottiglia hanno conferito al vino note più austere di corteccia, sangue, ferro e moka. Sorso agile ed elegante, di media potenza, con materia fruttata ancora viva e con un tannino splendidamente risolto e cremoso. La progressione è soave e senza soluzioni di continuità. Chiude lungo, sapido su ritorni di frutta rossa e spezie.

Plus: un vino economico allora ed accessibile ancora oggi (poco più di 15 €) che dimostra come anche vini quotidiani possano riservare grandi sorprese se attesi con pazienza. In questo caso l’evoluzione non ha svuotato né tolto energia e frutto al vino, ma anzi ha corredato il vino di armonia, misura e compostezza oltre che di maggior complessità aromatica.

Qual è la tua esperienza sui vini che possono invecchiare positivamente, anche fuori dalle grandi denominazioni? Scrivimelo nei commenti!

Diego Mutarelli
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Ensemble, la Roussette de Savoie del Domaine des Côtes Rousses

Non ci stanchiamo mai di parlare dei vini della Savoia, lo facciamo fin dagli albori di Vinocondiviso. Un primo post introduttivo sulla regione è del 2016 e già allora era evidente come il territorio savoiardo fosse pronto al grande salto.

Da allora ad oggi i vini della Savoia hanno acquisito sempre maggior visibilità anche al di fuori dei propri confini regionali e nazionali. Un numero sempre più nutrito di nuovi produttori ha affiancato quelli storici, tutti (o quasi) accomunati dall’attenzione all’ambiente e da un interventismo in vigna e in cantina ridotto allo stretto necessario.

Tra i produttori emergenti non si può non citare Nicolas e Marielle Ferrand, del Domaine des Côtes Rousses. Fondata nel 2013 l’azienda si trova a La Motte Servolex, non distante da Chambéry, con vigne però a Saint Jean de la Porte; si tratta di circa 6 ettari di vitigni in prevalenza autoctoni (jacquère, altesse, mondeuse), coltivati su versanti dalle pendenze di tutto rispetto (dal 15% al 45%).

Roussette de Savoie Altesse “Ensemble” 2020 – Domaine des Côtes Rousses

Il nome del primo vino aziendale (primo in ordine cronologico) – Ensemble – è un tributo a tutte le persone che hanno aiutato la cantina a muovere i primi passi. Si tratta di un vino bianco di grande carattere. Ottenuto dal vitigno altesse, è affinato, con prolungata sosta sui lieviti, in botti grandi e uova di ceramica.

Il verde-oro nel bicchiere è molto accattivante. Al naso parte delicato e fine su note di fiori di campo e fieno, poi pesca gialla e una interessante nota di pompelmo, quindi, dopo qualche minuto di ossigenazione, si arrotonda su ricordi di miele d’acacia e baccello di vaniglia.

All’ingresso in bocca il vino è fresco e di ottima dinamica, l’acidità è però perfettamente integrata nel corpo, tendente all’esile, del vino. Ma i soli 12% di titolo alcolometrico non sono certo un freno alla fittezza di sapore, la frutta, le spezie e una ficcante mineralità conferiscono al vino energia e stratificazione. La tensione montana del vino dialoga perfettamente con una certa grassezza e opulenza che, pur presente, non prevarica mai. Sapido e lungo in chiusura.

Diego Mutarelli
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Insolia Terre Siciliane IGT “Colomba Platino” 2022 – Duca di Salaparuta

L’azienda Duca di Salaparuta nasce a Casteldaccia, in provincia di Palermo nel 1824 per opera del principe Giuseppe Alliata. La scelta enologica era chiara: ottenere un vino di caratura internazionale da uve autoctone provenienti dalle sue tenute siciliane.

L’attrazione principale della cantina è rappresentata dalla bottaia, una serie di grandi sale dove troviamo in bella mostra circa 3.000 botti tra barrique francesi e botti in legno di rovere di Slavonia, dove riposano i grandi vini rossi dell’azienda.
Lo stile della cantina è raffinato ed elegante e lo ritroviamo nei vini che esprimono tutta la potenza e la bellezza di un territorio particolarmente vocato. I vigneti di proprietà sono dislocati in parte nella Tenuta Vajasindi, alle pendici dell’Etna, e in parte nella Tenuta Suor Marchesa a Riesi. Le varietà coltivate in questi ambienti dal microclima particolarmente favorevole regalano vini unici dal carattere ben definito, che raccontano una terra che regala sensazioni uniche.
Dai vari progetti messi in campo hanno preso vita dei capolavori enologici come il “Duca Enrico“, un nero d’Avola in purezza, e l’innovativo “Nawàri“, un pinot nero coltivato sulle pendici dell’Etna.

Il vino che proponiamo quest’oggi è l’Insolia Terre Siciliane IGT “Colomba Platino” 2022, prodotto per la prima volta nel lontano 1959 ed elaborato con uve insolia in purezza raccolte nella Tenuta di Risignolo, in provincia di Agrigento. Si tratta di un vino di facile reperibilità sia per la distribuzione capillare (disponibile anche nei canali della Grande Distribuzione Organizzata), sia per il prezzo assolutamente accessibile (circa 10 €).
Nel calice ritroviamo un bel colore giallo paglierino con riflessi verdolini dall’aspetto vivace e luminoso. Al naso il bouquet olfattivo è composto da delicate note floreali di fiori bianchi e gialli come acacia e ginestra che precedono sensazioni fruttate di mela golden, pesca gialla e melone. All’assaggio il sorso è tensione e profondità con una bella freschezza e una buona struttura. Una vena acida di tutto rispetto, accompagnata da una grande parte salina, dona eleganza e grande bevibilità.
Un vino deciso ed elegante da abbinare ai crostacei, frutti di mare e più in generale a piatti a base di pesce.

Walter Gaetani