Cornas a Cortona (parte 1)

L’edizione 2024 del festival Chianina e Syrah si è tenuta a Cortona dal 9 all’11 marzo. Ogni anno avviene in concomitanza con la fiera Prowein a Düsseldorf, per questo non ho mai potuto partecipare. Tuttavia quest’anno ho saltato l’evento fieristico, così non mi sono fatta sfuggire l’occasione di visitare il festival che celebra le eccellenze enogastronomiche della Valdichiana.

Ancora una volta Cortona si dimostra un faro di creatività e maestria, e la sua comunità dovrebbe ispirare i borghi circostanti, che purtroppo non sono ancora in grado di suscitare lo stesso interesse con iniziative originali, nonostante il loro ricco patrimonio storico, architettonico e paesaggistico (ogni riferimento a Montepulciano è puramente casuale).

Tra le varie giornate della manifestazione, ho scelto domenica 10, per poter assistere ad una masterclass sulla regione vitivinicola di Cornas: ultimo avamposto per la syrah scendendo lungo il fiume nella valle del Rodano settentrionale.

Al timone della lezione, veri maestri del settore, come Lionel Fraisse, del domaine Alain Voge, Giampaolo Gravina (tra i colpevoli della mia ossessione per la Borgogna), il talentuoso sommelier e fotografo Marcello Brunetti, e infine Stefano Amerighi, un amico così eclettico che nessun aggettivo sarebbe mai sufficiente a descriverlo pienamente.

Ma perché proprio Cornas? Cos’ha spinto Stefano e tutti questi professionisti a voler mettere in luce una piccola appellation che comprende appena 164 ettari e una cinquantina di imbottigliatori, i quali hanno iniziato a valorizzare queste terre granitiche solo dopo gli anni Sessanta del secolo scorso?

Ammetto che quando visitai la regione due anni fa, lasciai in secondo piano Cornas, dedicandole sì e no una mezza giornata. Logisticamente non era un punto di appoggio comodo, ed ero più attratta dalle espressioni di syrah più popolari, come Hermitage oppure Côte-Rôtie, due regioni più settentrionali, dalle quali Cornas dista mezz’ora e un’ora di macchina.

Avevo sentito parlare del tipico sentore di oliva in questa regione calda, e temevo di ritrovare una certa opulenza rispetto all’eleganza. Questo è un pregiudizio sbagliato, e l’ho intuito raggiungendo la sommità della collina: nonostante la terra sia calda e siccitosa, l’altitudine raggiunge i 400 metri di altezza, con un dislivello di 300 metri (Hermitage, anch’essa molto ventosa, si sviluppa su circa 300 metri di altezza, mentre le viti sulla Côte-Rôtie crescono dai 180 ai 325 m.s.l.m.).

Quali potrebbero essere dunque le ragioni che hanno suscitato il fascino di questo promontorio? Di certo l’altitudine, oppure l’omogeneità delle condizioni pedoclimatiche, o ancora la circoscrizione limitata dell’area vinicola. Non solo: così come la syrah è l’unico vitigno ammesso per produrre l’AOC Cornas, allo stesso modo il granito è la sola matrice geologica del territorio. Tutto ciò comporta una chiave di lettura del vino coerente, garantendo agli appassionati una certa riconoscibilità.

Ma non è tutto. Ciò che rende speciale Cornas è la sua comunità, composta da produttori che hanno assecondato una delle esigenze umane più distintive: interpretare. Si sono armati di raspi, carrucole, barrique per essere tradizionalisti e cemento per essere progressisti. Teloni di plastica sulla vigna come se fosse un orto per contenere l’umidità, e vasche a forma di diamante. Hanno unito diverse parcelle in un unico vino, oppure le hanno lasciate distinte, non perché un’annata fosse peggiore di un’altra, ma perché l’identità del territorio in un vino si rifà banalmente a chi quel luogo lo custodisce.

Il post prosegue con il racconto dei 7 Cornas che ho assaggiato. Verrà pubblicato tra qualche giorno, non perdertelo! Leggi qui la seconda parte.

Elena Zanasi
Instagram: @ele_zanasi

Esiste anche lo Châteauneuf-du-Pape bianco!

La più antica denominazione di vino francese, nata nel 19361, lo Châteauneuf-du-Pape, è famosa in tutto il mondo grazie al suo vino rosso, per la cui produzione sono ammessi in assemblaggio ben tredici vitigni.

Come riporta orgogliosamente il sito ufficiale, infatti “a Châteauneuf-du-Pape, la tradizione vuole che i vini (rossi, ndr) siano ottenuti da tredici vitigni2, ognuno dei quali apporta all’insieme la sua caratteristica: colore, struttura, aroma, freschezza o longevità” … , basse rese e rigorosamente vendemmia manuale.

La quasi totalità della produzione è di vino rosso (93%) ma resta salda la tradizione di vinificare anche uve a bacca bianca per dare vita allo Châteauneuf-du-Pape bianco.

Noi di Vinocondiviso abbiamo assaggiato il Clos de l’Oratorie des Papes Châteauneuf-du-Pape 2018 bianco della maison Ogier, ottenuto dalle quattro uve bianche: grenache blanc, bouboulenc, clairette, roussanne; la vinificazione avviene per l’80% in tini senza malolattica e il restante in botti nuove da 300 litri, mentre l’affinamento, che dura sei mesi, continua nelle barrique per il 20% della massa, mentre l’80% passa in vasche di cemento.

È un vino tutto giocato sull’opulenza e sull’avvolgenza, senza una particolare spinta su sapidità e mineralità; al naso troviamo classiche note boisé, burro salato, fico, mais tostato e un bel rimando alla buccia di cedro che ritroviamo anche in bocca, capace di conferire un tocco di freschezza in un quadro di generale morbidezza.

Abbinato ad una sogliola alla mugnaia ed è subito revival anni 80!

Alessandra Gianelli
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  1. a questo link è possibile scaricare la scansione del decreto originale ↩︎
  2. Ecco i tredici vitigni: grenache (noir, gris, blanc), syrah, mourvèdre, cinsault, clairette (blanche, rose), vaccarèse, bourboulenc, roussanne, counoise, muscardin, picpoul (blanc, gris, noir), picardan, et terret noir. Come vediamo sono in realtà 18, considerando separatamente le varietà grenache, clairette e picpoul! ↩︎

Vini di Vignaioli 2024, 17 e 18 marzo 2024

Sei amante dei vini artigianali e naturali? Allora blocca l’agenda il 17 e il 18 marzo 2024, arriva infatti a Milano Vini di Vignaioli, la storica fiera di Fornovo di Taro.

Sarà l’occasione per parlare di persona con molti produttori, assaggiare i loro vini e, perché no, fare scorta delle bottiglie di nostro gradimento.

L’elenco dei produttori presenti è disponibile a questo link.

Noi ci saremo e, come sempre, vi racconteremo i nostri migliori assaggi.

E voi, ci sarete?

Tutte le informazioni relative all’acquisto dei biglietti, sulla location e i dettagli organizzativi li trovi sul sito web Vini di Vignaioli.

Diego Mutarelli
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Chianti Classico è futuro (parte 2)

Dopo l’introduzione all’evento Chianti Classico Collection di cui ho parlato nella prima parte, mi piacerebbe ora condividere quelli che sono a mio avviso alcuni degli assaggi più stimolanti.

Come Chianti Classico annata, tra i miei preferiti ritrovo I Fabbri, che negli ultimi anni ha affilato con gentilezza le espressioni più vibranti di Lamole. Della stessa tipologia devo nominare Riecine, il cui frutto scuro rappresenta ormai la firma stilistica dell’azienda. Anche il Chianti Classico di Tregole è stato in grado di esprimere l’annata in maniera esemplare, rispettando il terroir peculiare di Castellina che volge lo sguardo verso Radda.

Nella tipologia Riserva sono rimasta ancora una volta colpita da Vigna Barbischio di Maurizio Alongi, la sua persistenza è durata il tempo di attraversare tutto il corridoio della Leopolda senza perdere gusto. Come non rimanere incantati dalla Riserva di Castell’in Villa, che con la 2016 ha raggiunto picchi di eccellenza assoluta nella fattura del tannino e nella piacevolezza in bocca. Ci auguriamo che il tempo sia altrettanto benevolo nell’affinamento di una 2017 ancora molto giovane. Per chi apprezza i vini eleganti ma pur sempre tridimensionali, consiglio la Riserva di Nardi Viticoltori.

Come Gran Selezione vorrei soffermarmi su Istine, nell’annata 2021 i tre cru hanno affinato più a lungo in botte e in bottiglia per essere presentati per la prima volta come Gran Selezione. Una raffinatezza fatta di piccole sfumature che negli aromi ricordano fiori e frutti freschi, come se fossero stati colti appena maturi. Monteraponi presenta con l’annata 2019 per la prima volta una Gran Selezione che, assieme al Baron’Ugo 2020, incarna l’essenza di Radda attraverso l’eleganza e la coerenza di un frutto rosso mai timido, accompagnato da note floreali come la viola sempre riconoscibili (in poche parole, non sono poi tanto diversi i due vini).

Rimango anche piacevolmente stupita da Cigliano di Sopra, sia nella versione annata che Riserva. L’esuberanza di questi vini, dovuta a particolari tecniche agronomiche e di cantina, risulta totalmente diversa rispetto ad altre espressioni molto buone di San Casciano, e ciò mi fa domandare se siano loro a discostarsi totalmente da questa UGA, o se in realtà siano gli unici ad essere stati in grado di interpretarla in maniera esemplare.

Infine, tra i vini di maggior carattere devo segnalare Le Viti di Livio 2016 di Fattoria di Lamole e Sa’etta 2022 di Monte Bernardi, vini autentici, schietti, sempre indimenticabili.

Meriterebbe che elencassi tanti altri vini che mi hanno catturato il cuore, ma non vorrei essere troppo di parte, poiché considero questo territorio come una tra le più promettenti regioni vitivinicole in Italia e nel mondo, con un passato antichissimo, ma allo stesso tempo alle porte del suo rinascimento. Ho trascorso in Chianti Classico due anni indimenticabili, fatti di opportunità e crescita personale e professionale. Nonostante questo capitolo della mia vita si sia appena concluso, ho la consapevolezza che la comunità creata negli ultimi anni, che ho visto nascere in un viaggio in Corea del Sud e della quale sono orgogliosa di averne fatto parte, porterà un’aria fresca di rinnovamento alla denominazione, e auguro al futuro del mondo del vino italiano di essere in grado di attingere allo spirito di unione e condivisione che ho ritrovato in queste terre boschive.

Elena Zanasi
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Chianti Classico è futuro (parte 1)

L’Anteprima del Chianti Classico – Chianti Classico Collection – svolta a Firenze presso la Stazione Leopolda il 15 e 16 febbraio, suggella la fine e l’inizio di un percorso importante, e non solo perché quest’anno il primo consorzio italiano a tutela del vino soffia su ben 100 candeline.

Negli ultimi due anni ho avuto la fortuna e il privilegio di poter vivere la comunità del Chianti Classico in maniera attiva e partecipe, osservando la capacità dei suoi attori principali a mettersi sempre più in gioco per fronteggiare minacce senza precedenti, come il cambiamento climatico, la crisi economica dovuta alla pandemia e alle guerre, oltre ad un mercato che richiede vini sempre più riconducibili al territorio di appartenenza. Non si direbbe, ma anche quest’ultima è una sfida alquanto ardua in Chianti Classico, regione piuttosto vasta, in cui il sangiovese tradizionalmente non è l’unico interprete del terroir, e dove la parola cru è comparsa solo in tempi molto recenti.

Se in Barolo e Barbaresco più produttori raccontano la stessa vigna, in Chianti Classico spesso le migliori etichette aziendali sono frutto della commistione di diversi appezzamenti, e questo è solo uno dei motivi per cui in Toscana è difficile raccontare il territorio seguendo alla lettera il modello langhetto; per ulteriori approfondimenti sulla zonazione ti invito a leggere il seguente articolo ospitato su queste stesse pagine.

Fatta questa doverosa premessa, il Consorzio ha fornito come chiave di lettura del Chianti Classico le UGA (Unità Geografiche Aggiuntive), suddividendo geograficamente le oltre 200 aziende presenti in anteprima. Chi, come me, vive e opera in questa regione vitivinicola, sa che questo non è il punto di arrivo per individuare la territorialità di un vino, ma un importante incentivo per iniziare a orientarsi, assecondare il bisogno di studiare, sperimentare rischiando, ascoltare voci autorevoli, e infine domandarsi se si stia già creando il miglior vino possibile, o se sia plausibile andare oltre. 

Le nuove generazioni di vignaioli e vignaiole hanno captato subito questo stimolo, e oggi siamo alle porte di un cambio generazionale in cui i giovani non hanno timore a confrontarsi, a condividere idee e bevute, a fare amicizia, a creare una comunità.  Comunità che non è fatta solo da chi possiede una cantina, ma anche dagli addetti ai lavori, perché si sa che le aziende le fanno le persone.

Questi giovani hanno capito che il vicino di casa non solo non è il nemico, ma può essere facilmente il migliore amico. Se le generazioni passate devono il loro successo grazie a un forte senso del dovere e all’intuizione che le ha portate nelle solitarie terre del Chianti, i giovani vignaioli di oggi sono generalmente motivati da un’autentica vocazione, che li spinge a lavorare con entusiasmo e passione, come se il contributo offerto a questo settore sia svolto per puro piacere e quasi senza sforzo.

Ora, senza porre lo sguardo troppo avanti, torniamo al presente e ai vini in assaggio. Con oltre 200 aziende partecipanti, sono state servite le nuove annate di Chianti Classico, Riserva e Gran Selezione, dalla 2020 alla 2023, permettendo un confronto di millesimi tanto diversi, quanto impegnativi, seppur stimolanti. Parlando con i produttori si evince una particolare soddisfazione per la 2021, che al naso appare già pronta, forse fin troppo, mentre in bocca sta ancora cercando di trovare un suo equilibrio, con un’acidità scalpitante e una vitalità intrigante. Mettendo a confronto 2021 e 2020, quest’ultima appare più composta e a tratti banale, seppure la vendemmia 2020 sia stata buona, abbondante rispetto a Montalcino e a Montepulciano, ma non indimenticabile come la 2019. La 2022 con il suo calore ci fa realizzare che il surriscaldamento globale non risparmia nemmeno una delle regioni dove il sangiovese è solito distinguersi per la sua acidità e bevibilità. La 2023, al contrario, ha comportato enormi sacrifici, e tanti produttori si sono dovuti accontentare pur di portare a casa un minimo quantitativo di uva sana.

Per scoprire alcuni tra i vini più performanti, proseguiamo nella seconda parte.

Elena Zanasi
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I vini economici possono invecchiare?

Una delle caratteristiche del vino che trovo particolarmente affascinante è la longevità, ovvero la capacità del vino non solo di invecchiare, ma di evolvere e cambiare nel corso del tempo. Una volta imbottigliato il vino infatti subisce dei processi di ossidoriduzione che, quando proficui, forniscono al vino equilibrio, armonia, completezza, oltre ad un mutamento aromatico spesso intrigante.

Vi sono dei vini che è obbligatorio far invecchiare per poter apprezzare al massimo (basti pensare a molti grandi vini di Bordeaux), ve ne sono altri che sono godibilissimi sia in gioventù che dopo anni di evoluzione.

Quando si parla di “vini da invecchiamento”, spesso vengono citati i grandi territori mondiali del vino: Bordeaux, Montalcino, Barolo, Rioja, Mosella… vini prestigiosi e non certo economici.

Ma invece cosa dire della capacità di evoluzione nel tempo dei vini più economici? Diciamo dei vini tra i 10 € e i 20 €? Esistono parecchi vini accessibili – sia bianchi sia rossi, sia da dessert – che possono essere dimenticati in cantina per anni…oggi ne vogliamo condividere uno cercando come sempre di non parlare solo di teoria ma di portare anche esempi pratici!

Vallée d’Aoste Donnas 2006 – Caves de Donnas

Siamo in Valle d’Aosta ed in particolare a Donnas, la prima DOC della regione (1971). Da oltre 50 anni la cooperativa Caves de Donnas riunisce numerosi piccoli viticoltori commercializzando circa 100.000 bottiglie ogni anno. Il Donnas del 2006 risultò fin da subito molto riuscito e ne comprai diverse bottiglie, approfittando anche del prezzo particolarmente accattivante (se ricordo bene circa 8 €). Una bottiglia l’ho sepolta in cantina e l’ho stappata con grande curiosità a 18 anni dalla vendemmia. Si tratta di un vino ottenuto da nebbiolo in prevalenza (90%) con freisa e neyret a saldo.

Nel calice si presenta rosso granato senza alcun cedimento, al naso si riconoscono fiori appassiti, lamponi, scorza d’arancia, ma il vino non si ferma qui, gli anni di riposo in bottiglia hanno conferito al vino note più austere di corteccia, sangue, ferro e moka. Sorso agile ed elegante, di media potenza, con materia fruttata ancora viva e con un tannino splendidamente risolto e cremoso. La progressione è soave e senza soluzioni di continuità. Chiude lungo, sapido su ritorni di frutta rossa e spezie.

Plus: un vino economico allora ed accessibile ancora oggi (poco più di 15 €) che dimostra come anche vini quotidiani possano riservare grandi sorprese se attesi con pazienza. In questo caso l’evoluzione non ha svuotato né tolto energia e frutto al vino, ma anzi ha corredato il vino di armonia, misura e compostezza oltre che di maggior complessità aromatica.

Qual è la tua esperienza sui vini che possono invecchiare positivamente, anche fuori dalle grandi denominazioni? Scrivimelo nei commenti!

Diego Mutarelli
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Ensemble, la Roussette de Savoie del Domaine des Côtes Rousses

Non ci stanchiamo mai di parlare dei vini della Savoia, lo facciamo fin dagli albori di Vinocondiviso. Un primo post introduttivo sulla regione è del 2016 e già allora era evidente come il territorio savoiardo fosse pronto al grande salto.

Da allora ad oggi i vini della Savoia hanno acquisito sempre maggior visibilità anche al di fuori dei propri confini regionali e nazionali. Un numero sempre più nutrito di nuovi produttori ha affiancato quelli storici, tutti (o quasi) accomunati dall’attenzione all’ambiente e da un interventismo in vigna e in cantina ridotto allo stretto necessario.

Tra i produttori emergenti non si può non citare Nicolas e Marielle Ferrand, del Domaine des Côtes Rousses. Fondata nel 2013 l’azienda si trova a La Motte Servolex, non distante da Chambéry, con vigne però a Saint Jean de la Porte; si tratta di circa 6 ettari di vitigni in prevalenza autoctoni (jacquère, altesse, mondeuse), coltivati su versanti dalle pendenze di tutto rispetto (dal 15% al 45%).

Roussette de Savoie Altesse “Ensemble” 2020 – Domaine des Côtes Rousses

Il nome del primo vino aziendale (primo in ordine cronologico) – Ensemble – è un tributo a tutte le persone che hanno aiutato la cantina a muovere i primi passi. Si tratta di un vino bianco di grande carattere. Ottenuto dal vitigno altesse, è affinato, con prolungata sosta sui lieviti, in botti grandi e uova di ceramica.

Il verde-oro nel bicchiere è molto accattivante. Al naso parte delicato e fine su note di fiori di campo e fieno, poi pesca gialla e una interessante nota di pompelmo, quindi, dopo qualche minuto di ossigenazione, si arrotonda su ricordi di miele d’acacia e baccello di vaniglia.

All’ingresso in bocca il vino è fresco e di ottima dinamica, l’acidità è però perfettamente integrata nel corpo, tendente all’esile, del vino. Ma i soli 12% di titolo alcolometrico non sono certo un freno alla fittezza di sapore, la frutta, le spezie e una ficcante mineralità conferiscono al vino energia e stratificazione. La tensione montana del vino dialoga perfettamente con una certa grassezza e opulenza che, pur presente, non prevarica mai. Sapido e lungo in chiusura.

Diego Mutarelli
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Insolia Terre Siciliane IGT “Colomba Platino” 2022 – Duca di Salaparuta

L’azienda Duca di Salaparuta nasce a Casteldaccia, in provincia di Palermo nel 1824 per opera del principe Giuseppe Alliata. La scelta enologica era chiara: ottenere un vino di caratura internazionale da uve autoctone provenienti dalle sue tenute siciliane.

L’attrazione principale della cantina è rappresentata dalla bottaia, una serie di grandi sale dove troviamo in bella mostra circa 3.000 botti tra barrique francesi e botti in legno di rovere di Slavonia, dove riposano i grandi vini rossi dell’azienda.
Lo stile della cantina è raffinato ed elegante e lo ritroviamo nei vini che esprimono tutta la potenza e la bellezza di un territorio particolarmente vocato. I vigneti di proprietà sono dislocati in parte nella Tenuta Vajasindi, alle pendici dell’Etna, e in parte nella Tenuta Suor Marchesa a Riesi. Le varietà coltivate in questi ambienti dal microclima particolarmente favorevole regalano vini unici dal carattere ben definito, che raccontano una terra che regala sensazioni uniche.
Dai vari progetti messi in campo hanno preso vita dei capolavori enologici come il “Duca Enrico“, un nero d’Avola in purezza, e l’innovativo “Nawàri“, un pinot nero coltivato sulle pendici dell’Etna.

Il vino che proponiamo quest’oggi è l’Insolia Terre Siciliane IGT “Colomba Platino” 2022, prodotto per la prima volta nel lontano 1959 ed elaborato con uve insolia in purezza raccolte nella Tenuta di Risignolo, in provincia di Agrigento. Si tratta di un vino di facile reperibilità sia per la distribuzione capillare (disponibile anche nei canali della Grande Distribuzione Organizzata), sia per il prezzo assolutamente accessibile (circa 10 €).
Nel calice ritroviamo un bel colore giallo paglierino con riflessi verdolini dall’aspetto vivace e luminoso. Al naso il bouquet olfattivo è composto da delicate note floreali di fiori bianchi e gialli come acacia e ginestra che precedono sensazioni fruttate di mela golden, pesca gialla e melone. All’assaggio il sorso è tensione e profondità con una bella freschezza e una buona struttura. Una vena acida di tutto rispetto, accompagnata da una grande parte salina, dona eleganza e grande bevibilità.
Un vino deciso ed elegante da abbinare ai crostacei, frutti di mare e più in generale a piatti a base di pesce.

Walter Gaetani

Barbagia Rosso “Ghirada Gurguruò” 2020 – Vikevike

Mamoiada è un paese di soli 2500 abitanti, siamo in provincia di Nuoro nel centro Sardegna. Qui la tradizione vitivinicola è plurisecolare, e alcune vecchie ghirade, porzioni uniche di vigna delimitate da muretti a secco, ne sono ancora testimonianza.
Il territorio di Mamoiada, oltre ad essere tradizionalmente dedito alla viticultura, presenta caratteristiche molto interessanti che la differenziano da altre zone della Sardegna: i vigneti sono ad un’altitudine media di 730 metri sul livello del mare e soggetti a forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, i suoi terreni sono di natura granitica di struttura sciolta e leggermente acidi. A farla da padrone dei circa 350 ettari di vigneto è il cannonau (il 95% della superficie vitata!), da non sottovalutare però l’antico ed “emergente” vitigno autoctono a bacca bianca granazza.

Barbagia Rosso “Ghirada Gurguruò” 2020 – Vikevike

Vike Vike è l’azienda biologica di Simone Sedilesu, produce circa 25000 bottiglie da 4,5 ettari di vigna (cannonau e granazza). Il vino che abbiamo nel calice, da cannonau, proviene dalla Ghirada Gurguruò, una vigna di 30 anni posta a oltre 730 metri di altitudine con esposizione nord-est. Vino sorprendente fin dal colore, rubino chiaro che tende al granato, naso molto netto, preciso ed intrigante su note di frutta rossa che ricorda il ribes ed il melograno, poi la macchia mediterranea ed una mineralità che fa pensare alla grafite, quindi a rinfrescare il quadro un tocco agrumato di kumquat.

Sorso di grande beva, la freschezza sorregge il vino e gli dona dinamica e sviluppo, si articola bene in bocca grazie ad un’acidità ficcante e succosa, tannino poco pronunciato per un vino che appare agile con i 13,5% di titolo alcolometrico gestiti magistralmente. 

La chiusura è elegantemente lunga su ritorni di frutta rossa e sale.

Plus: una Sardegna che non ti aspetti eppure figlia di un territorio del vino estremamente intrigante come quello di Mamoiada.

Diego Mutarelli
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Un Brunello di Montalcino…maggiorenne!

L’annata 2006, appena divenuta maggiorenne, è stata a Montalcino, come in molte altre parti di Italia, particolarmente fortunata. Ed è anche per questo che – per festeggiare i 18 anni di mio figlio (auguri!!!) - ho stappato una delle bottiglie 2006 che conservo gelosamente in cantina fin dall’uscita sul mercato.

La scelta è ricaduta su un Brunello di Montalcino Riserva e l’attesa è stata ampiamente ripagata.

Brunello di Montalcino Riserva “Vigna Soccorso” 2006 – Tiezzi

L’azienda è di rilievo nel panorama ilcinese, peraltro Enzo Tiezzi è stato Presidente del Consorzio quando fu approvata la Doc Montalcino, che fino ad allora usciva come Vino Rosso. Le parcelle vitato ammontano a 6 ettari circa, non mancano però gli olivi (3 ettari).

La Vigna Soccorso, di cui si ha notizia fin dal 1870, è situata nei pressi del centro storico di Montalcino, adiacente le mura trecentesche e il Santuario della Madonna del Soccorso ad un’altitudine di circa 500 metri sul livello del mare. Allevata ad alberello sia per ridurre la produzione sia per questioni estetiche e di impatto visivo (grazie all’eliminazione di colonne di sostegno e fili).

Il vino nel calice ha un bellissimo colore rubino chiaro, trasparente e luminoso, appena più scarico sull’unghia. Parte su un floreale fresco di rose, poi arriva la frutta rossa macerata e quindi note più austere, ma nient’affatto decadenti, di sottobosco, corteccia, eucalipto, alloro, quindi arrivano le spezie (cannella), la scorza di agrumi e una calda mineralità.

Il sorso è ampio, integro, di grande dinamica, l’acidità è scalpitante e sostiene lo sviluppo del vino stemperando il calore alcolico e il tannino fitto e saporito che l’evoluzione in bottiglia sta iniziando ora ad addolcire.

Chiude lunghissimo su ritorni salini e agrumati.

Plus: un vino che colpisce per la sua energia e gioventù, ancora lontano dal suo apice, ma l’evoluzione in bottiglia è stata molto felice nel mitigare la sua irruenza giovanile e nel fondere alla perfezione le sue componenti.

È stato abbinato felicemente con delle tagliatelle al ragù di cinghiale.

Diego Mutarelli
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