Alla scoperta del carménère dei Colli Berici

Nel cuore del Veneto esiste una zona di produzione di vini DOC poco mediatica, forse, ma di certo vocata per la coltivazione di uve a bacca rossa. Varietà, cosiddette internazionali, perché celebri in tutto il mondo, a partire dal loro tradizionale impiego a Bordeaux.

Cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc ma non solo…in aggiunta a queste varietà vi è un vitigno meno conosciuto ma abbastanza diffuso in Italia.

Ma procediamo con ordine: ci troviamo nei rilievi collinari che si estendono in provincia di Vicenza, i Colli Berici.

Il territorio, famoso per le ville palladiane, milioni e milioni di anni fa era un mare ed oggi si sta scoprendo particolarmente incline alla coltivazione della vigna, grazie ad un clima mite e ad un suolo in prevalenza carsico ricoperto da terra rossa (limo argilloso rosso ricco di ossido di ferro).

Un aspetto che ritengo un valore aggiunto è quello naturalistico, il paesaggio risulta ancora incontaminato e preserva la flora e la fauna tipica del territorio. Il vitigno è il carménère – diffuso da tempo in Italia e presente da oltre un secolo in questa zona – che dal 2009 è stata ufficializzato nella specifica DOC Carmenere Colli Berici.

Colli Berici Carminium 2016 – Inama

Un vino che di recente mi ha colpito è il Carminium dell’azienda agricola Inama. Colli Berici DOC, da uve carménère in purezza. Annata 2016. Dodici mesi in barrique (20% nuove, 80% vecchie). Titolo alcolometrico: 14%.

Versato nel bicchiere il colore rosso porpora è molto intenso. All’esame olfattivo si riconoscono la viola, il pepe, la frutta rossa come more e prugne, il vegetale accennato e particolarmente gradevole (chi conosce la varietà saprà che a volte può risultare fin troppo invadente). 

Se il grado alcolico lascia pensare ad un vino impegnativo, quasi “da meditazione”, all’assaggio si scopre una piacevolissima acidità che contrasta il calore dell’alcool. Soffuso e molto piacevole il tannino. Ha accompagnato bene la carne alla brace.

Un dettaglio su cui mi soffermo spesso nei vini che assaggio è l’etichetta. Semplice, bella ed elegante. Osservando le immagini del sito aziendale noto che l’albero rappresentato in etichetta sembra essere proprio lo stesso al centro del vigneto, in veste autunnale.

Qualche anno fa mi trovavo in una fiera del settore e ho avuto il piacere di conoscere e scambiare due parole con uno dei fratelli titolari dell’azienda, Matteo. Preparato, pronto a sperimentare cose nuove per la sua azienda e desideroso di raccontarle.

A quel tempo mi ero dedicato all’assaggio solo di alcuni vini, in particolare dei bianchi, prodotti dall’azienda nel territorio in zona Soave. Trovandomi in un’enoteca, guardando tra gli scaffali, sono stato colpito dall’etichetta del “Carminium”. Il nome dell’azienda mi aveva riportato a quel piacevole ricordo, e così ho deciso di dover completare la mia conoscenza dei vini Inama, partendo da una bottiglia che non avevo assaggiato.

M.S.

Soave Classico: vini vulcanici e vecchie viti

Un consiglio: ti trovi accaldato ed in coda sull’A4 nei pressi di Verona? Fai come me: non fermarti all’autogrill, ma esci a Soave e dirigiti verso le mura del bellissimo paese. Una piacevole passeggiata e in pochi minuti troverai spazio in una delle enoteche di Soave.

Potrai assaggiare, al fresco dell’aria condizionata, qualche bicchiere di Soave e mangiare qualcosa che non ti farà di certo rimpiangere il solito “Camogli”.

Soave è una delle denominazioni “bianche” più conosciute d’Italia. L’omonimo vino si ottiene da uva Garganega in prevalenza, spesso accompagnata dal Trebbiano di Soave. La Garganega, l’antico Grecanicum, è autoctono nella zona da ben 2000 anni, quando i romani decisero di allevarlo sugli unici terreni di puro basalto lavico del nord Italia.

Oggi ti racconto di un bel match di degustazione, ho infatti potuto assaggiare i due seguenti vini:

Soave Classico Campo Vulcano 2014 – I Campi 

vs.

Soave Classico Vigneti di Foscarino v.v. 2014 – Inama

Due vini entrambi del millesimo 2014, annata non facile, e ottenuti da vigne piuttosto vecchie.
Il Campo Vulcano l’ho trovato di una mineralità soffusa, con un naso giocato poi sulla frutta bianca e le conchiglie (ricorda uno Chablis che non fa legno, per dirne uno direi Louis Michel), bocca intensamente sapida, equilibrata, di ottima lunghezza. 86
Il Foscarino gioca invece su un’intensità cromatica e di olfatto più marcata: mineralità più intensa (cerino spento), nespola, melone bianco, fiori dolci, una nota lattica da cui si indovina l’affinamento e il lavorio dei lieviti in legno, bocca ampia e sapida, equilibrata ma con chiusura su note sapido/amare per me leggermente troppo squilibrate. Buon vino da aspettare ancora…  83
Insomma a Soave ce n’è per tutti i gusti!
Quali i tuoi Soave preferiti?