Champagne Rosé Premier Cru “Anthocyanes” – Pascal Doquet

Confesso che non avevo mai bevuto il rosé di Doquet, produttore che amo per i suoi BdB di Vertus (e Mesnil). Champagne rosé d’assemblaggio con 50% di pinot noir di Vertus e Bergères (estrema zona sud della Côte des Blancs) e 50% di chardonnay di Vertus.

Vendemmia 2015, dosaggio molto basso (3,5 gr/l) e sboccatura fine luglio 2021, colore acceso tra la buccia di cipolla e il lampone, al naso torna un lampone nettissimo e molto elegante, bocca ricca, fruttata ma con un acidità che pulisce tutto e rinfresca il sorso. Bella sorpresa!

In Italia andrebbero “riscoperti” e rivalorizzati gli Champagne Rosé, penso allo splendido prodotto di Larmandier Bernier che a mio avviso rimane lo Champagne rosé migliore mai assaggiato insieme a quello di Laval.

Abbinamento con delle quaglie arrosto oppure, anche per cambiare completamente, uno scorfano all’acqua pazza.

Gregorio Mulazzani
Facebook: @gregorio.mulazzani

Champagne BdB extra brut “Les Rocheforts” – Étienne Calsac

Ci scommetto, ve ne innamorerete al primo sorso!

Stupendo Champagne di Étienne Calsac, un produttore ancora relativamente poco conosciuto, almeno in Italia. Da uve 100% chardonnay, monoparcellare ottenuto da vigne di 30 anni nel comune di Bisseuil a pochi km da Épernay verso Bouzy.

Il suolo gessoso esplode al naso con una grande mineralità bianca profonda, agrumi amari, bolla finissima, splendida acidità e beva “assassina” (attenzione che in 10 minuti massimo evapora, nel mio caso è successo con consorte generalmente moderata), approfittatene finché i prezzi non esploderanno giocoforza anche per questo produttore.

Abbinamento d’elezione sashimi misto con ricciola, branzino, tonno rosso, scampo e leggerissima soia a finire.

Gregorio Mulazzani
Facebook: @gregorio.mulazzani

Il pecorino, un vino che dalla montagna volge verso il mare

Da oggi Vinocondiviso si arricchisce dei contributi di Walter, sommelier marchigiano che sposa la filosofia di Vinocondiviso, ovvero il piacere della scoperta e condivisione di tutto ciò che ruota attorno al vino. Questo è il suo primo post. 

Ogni bottiglia di vino può dare notizia di sé trasmettendo vizi e virtù proprie a chi desidera scoprire la sua storia fatta di persone, di piccoli gesti anonimi e di un legame sentimentale con il proprio territorio.
Il nostro viaggio inizia da un vitigno autoctono a bacca bianca originario dell’Italia centrale coltivato in origine con un sistema di allevamento detto ad “alberata” dove le viti erano maritate con alberi da frutto o aceri.
Il viaggio prosegue nel territorio Piceno portandoci nello specifico in quel di Pescara del Tronto, una frazione di Arquata del Tronto rasa al suolo dal recente terremoto e luogo della riscoperta del vitigno dove le viti erano “a piede franco” con radici proprie, non ibride e non innestate su radici di piante americane. Stiamo parlando del pecorino.

Photocredit: Wikipedia


Erano gli anni Novanta quando un esperto sommelier e Tenuta Cocci Grifoni, storico produttore del territorio Piceno, hanno contribuito a riportare in auge il vitigno pecorino salvandolo dall’estinzione che rischiava a causa della sua scarsa produttività.
Così iniziarono le prime sperimentazioni e le prime vinificazioni frutto delle viti che da Arquata del Tronto, piccolo borgo montano posto alle pendici del Monte Vettore, furono piantate in colline degradanti verso il mare. Il pecorino ottenne la certificazione doc solo nel 2001, difatti nell’anno di imbottigliamento della prima bottiglia (il 1990) frutto delle continue sperimentazioni l’etichetta non riportava ancora la dicitura pecorino ma vino da tavola.
Nelle Marche, il pecorino rientra sia nel disciplinare di produzione dei vini a denominazione di origine controllata “Falerio doc”, istituita nel 1975, sia nel disciplinare di produzione dei vini a denominazione di origine controllata e garantita “Offida docg”, certificazione ottenuta relativamente di recente, nel 2011.

Diversi produttori lo vinificano in purezza utilizzando il vitigno pecorino al 100% nonostante il disciplinare stabilisca un minimo dell’85% di pecorino per rientrare nei parametri della docg Offida. Generalmente l’avvio della fermentazione è in vasche di acciaio ma ultimamente alcuni produttori stanno sperimentando l’uso del legno e delle barrique che regalano al vino delle note speziate di vaniglia che ne arricchiscono il bouquet aromatico.
Il pecorino è un vitigno piuttosto versatile, infatti per la sua importante componente acida si presta anche alla spumantizzazione sia con il metodo Martinotti-Charmat che prevede la rifermentazione in autoclave sia con il metodo Classico con rifermentazione in bottiglia.

Offida docg pecorino Colle Vecchio 2021 – Tenuta Cocci Grifoni

All’esame visivo si presenta limpido quasi cristallino con un colore giallo paglierino dai riflessi dorati di grande intensità e vivacità. Riempie il calice muovendosi lentamente segno di un buon tenore alcolico. All’olfatto risulta intenso e l’impatto del profumo sulla mucosa nasale è immediato e diretto. Dapprima si colgono le note fruttate da frutti a polpa gialla come la pesca e frutti tropicali come il mango. A seguire si apprezzano anche note agrumate di bergamotto e di erbe aromatiche come salvia e rosmarino.
Vino strutturato e complesso con una spalla acida importante accompagnata da una sapidità ben presente e dall’altra parte una componente alcolica di tutto rispetto che lo rendono un vino equilibrato.
Il sorso in bocca è appagante, riempie il palato e la vibrante acidità crea salivazione e invita al prossimo sorso. Sul finale ritroviamo le sensazioni di frutta a polpa gialla riscontrate nell’esame olfattivo nonché le sfumature di erbe aromatiche come la salvia e le note agrumate di bergamotto.
E’ dotato di una persistenza medio lunga, lo testimonia il fatto che l’insieme delle sensazioni si continuano a percepire diversi secondi dopo l’assaggio.
Essendo un vino strutturato è consigliabile un abbinamento a piatti dello stesso livello, quindi strutturati, come primi piatti di pesce, pesce alla griglia e carni bianche ma non disdegna l’abbinamento a un tagliere di formaggi a media stagionatura e si rivela ottimo anche come aperitivo.

Walter Gaetani

Les Cocus 2020, lo stupefacente chenin di Thomas Batardière

Le regioni francesi vocate per i vini bianchi sono molteplici eppure, se dovessi sceglierne solo una, senz’altro la mia personalissima preferenza ricadrebbe sulla Loira, grazie alle magistrali interpretazioni che molti produttori danno al quel magnifico vitigno che è lo chenin. La riflessione è confermata, una volta di più, dall’assaggio di questo splendido vino di Thomas Batardière.

Les Cocus 2020 – Thomas Batardière

Thomas Batardière si installa a Rablay-sur-Layon nel 2012 e si ritrova come vicino di casa e di vigna il mitico Richard Leroy, sì proprio il produttore del vino di Loira più ricercato del momento, ovvero Les Noëls de Montbenault, che gli appassionati di mezzo mondo si contendono a caro prezzo (quotazioni che sfiorano i 500 € a bottiglia, sigh!).

La filosofia seguita da Thomas è quella naturale, con certificazione biodinamica (Demeter) acquisita nel 2015. Sono poco più di 3 gli ettari a disposizione, chenin in prevalenza, ma anche cabernet franc e grolleau. Il vecchio vigneto da cui deriva il vino che abbiamo nel calice, impiantato nel 1968, è proprio a fianco al Montbenault, alla destra orografica del Layon, 0,6 ettari in cima alla collina. Il vino fermenta senza inoculo di lieviti selezionati e affina circa 10 mesi in legno, per poi passare pochi mesi in acciaio prima di essere imbottigliato con aggiunta minima solforosa.

Nel calice scorre un liquido dal colore oro antico di grande luminosità. Molto articolato al naso con sensazioni che vanno dal pop-corn, alla frutta gialla, poi sentori marini (alghe, battigia), roccia, affumicatura e un’intrigante nota agrodolce di scorza di limone candida. Bocca snella e agile, l’alcol (13%) è in secondo piano perché ben integrato nella materia, non poderosa comunque, del vino. Ne risulta una beva molto facile, mai banale, anzi l’articolazione e lo sviluppo sono decisamente da grande vino, l’acidità è corroborante e vivace e i ritorni sono uno splendido mix di mare, sale e frutta. Chiusura soffice ma di carattere grazie ad un’astringenza appena accennata che però fornisce grip e lunghezza.

Plus: vino naturale ed espressivo ma non “selvatico”, nulla sembra lasciato al caso in questo vino dall’equilibrio mirabile. Peccato che il produttore, come ormai molti vignerons naturali, decida di non rivendicare in etichetta la AOC di riferimento (Anjou) e preferisca dichiararsi semplicemente Vin de France…

Diego Mutarelli
Facebook: @vinocondiviso
Instagram: @vinocondiviso