Maggio, Maggio, ma quanti eventi sul vino! Uno te lo consigliamo noi…

Maggio è arrivato ed effettivamente tanti sono gli appuntamenti, in tutta Italia, legati al mondo del vino, complice una maggiore tranquillità e sicurezza nella programmazione.

Noi di Vinocondiviso ci permettiamo di segnalarvene uno dove abbiamo dato un piccolo contributo forti del poter “giocare in casa”: parliamo di A Bacca Bianca, in programma sabato 14 e domenica 15 maggio a Vignale Monferrato, un evento che raggruppa tutti i vini bianchi piemontesi, organizzato da una fra le più attive delegazioni AIS provinciali, quella di Asti.

Giochiamo in casa perché all’evento, fra i 190 vini presenti (che spaziano dall’Alta Langa, al Gavi, dal Moscato, all’Erbaluce, all’Arneis, fino ai Riesling e Chardonnay delle Langhe) potrete trovare 10 vini dall’uva autoctona regina dei Colli Tortonesi: il Timorasso, nella cui selezione la nostra Alessandra è stata coinvolta.

I dieci produttori presenti sono stati selezionati con l’obiettivo di far conoscere storie, territori, vinificazioni differenti, ma tutti accomunati da artigianalità e qualità e, chiaramente, dall’amore per il Timorasso.

In ultimo vi segnaliamo che ci sarà un corner ospitante un vitigno che come il Timorasso è in grado, in bottiglia, di regalare grandi evoluzioni nel tempo: il Verdicchio; sarà interessante metterli a confronto.

Redazione

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3 giovani produttori a Vinitaly 2022

Vinitaly è senza dubbio la più importante fiera del vino d’Italia. Il numero di espositori e visitatori che gravitano intorno a Verona nei giorni del Vinitaly sono impressionanti. Noi di Vinocondiviso non potevamo mancare ma abbiamo deciso di visitare il Vinitalty 2022 con uno sguardo attento anche alle novità e ai piccoli produttori o denominazioni.

Sì, perché il Vinitaly non è solo fatto di grandi consorzi o grandi aziende, ma in diverse collocazioni trovano spazio produttori emergenti, denominazioni minori, vini biologici, artigiani, naturali…

Anche quest’anno, come accaduto nel 2019, tra i numerosi eventi e convegni abbiamo avuto modo di partecipare a Young to Young, l’ormai consueto momento di confronto, moderato da Paolo Massobrio e Marco Gatti, tra giovani vignaioli e comunicatori del vino.

­Ecco gli interessanti vini degustati!

Spumante Lessini Durello Riserva Metodo Classico brut 2017 – Fongaro

L’azienda Fongaro è stata fondata nel 1975 da Guerrino Fongaro, ma dal 2020 alla guida dell’azienda vi è Tanita Danese, under 30, amministratore unico dell’azienda e con le idee molto chiare: certificazione biologica, focus sul Metodo Classico e cura maniacale del vitigno feticcio dell’azienda, la durella. Il vino che abbiamo nel calice matura in bottiglia sui propri lieviti 48 mesi, si presenta in veste giallo oro luminoso, il perlage è sottile e continuo. L’olfatto è stratificato e originale: viola, pompelmo, un tocco di frutta esotica, nocciola, il tutto avvolto da una soffusa mineralità. Al sorso il vino sorprende per una grande freschezza che il dosage (6-8 gr/litro) stempera appena. Sorso profondo ma sorretto da intensità e corpo. Chiusura sapida e lunga.

Indomito

Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese TIĀMAT 2020 – Cordero San Giorgio

I tre giovani fratelli Cordero si trasferiscono dalle Langhe in Oltrepò rilevando nel 2019 l’azienda Tenuta San Giorgio. 22 ettari vitati con vigne piuttosto vecchie a Santa Giulietta e voilà, parte l’avventura di Cordero San Giorgio

Il vino che degustiamo, con l’inconscia diffidenza che si impossessa di noi quando assaggiamo un pinot nero italico, è sorprendente. Un classico rubino scarico di bella trasparenza fa da apripista ad un naso fatto di lamponi e ribes, hibiscus, cannella e altre spezie in divenire, grafite. La bocca in ingresso è caratterizzata dalla piacevole dolcezza dei fruttini rossi percepiti al naso, buon volume e grande beva per un liquido che si muove con dinamica e con un tannino elegante (il 10% dell’uva non viene diraspata).

Promettente

Rossese di Dolceacqua Superiore Peverelli 2019 – Mauro Zino

Alla guida dell’azienda Mauro Zino vi è un ragazzo poco più che ventenne. Recupera l’attività e le vigne di famiglia, tra le quali l’impervia vigna Peverelli, conosciuta con questo nome fin dal 1700.

Rosso rubino intenso il colore. L’olfatto si apre sulla frutta rossa, l’incenso, le rose appassite e la macchia mediterranea. Il sorso è leggero, danza con eleganza sul palato lasciando in ricordo un’eco di mare e sale. Vino ispiratissimo e produttore che si impone all’attenzione dei tanti appassionati di Dolceacqua e del suo rossese. Peccato solo per le esigue quantità di questo specifico cru, prodotto in non più di 400 bottiglie.

Raffinato

Diego Mutarelli
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Côtes du Jura Chardonnay “en chalasse” 2018 – Domaine Labet

La regione del Jura è decisamente in hype tra gli appassionati di vino italiani. E a ragione! I migliori vini del Jura sono di grande fascino e il vino di cui ti parlo oggi non fa eccezione. Si tratta di un vino del Domaine Labet, di cui abbiamo scritto anche in altro post.

Il Domaine Labet è oramai un produttore di culto e di conseguenza le poche bottiglie prodotte sono ahimè introvabili se non a prezzi esagerati. I suoi sono vini possono spiazzare ma mai lasciare indifferenti come questo chardonnay “en chalasse” 2018. Da vecchie vigne (alcune addirittura del 1950), ancora giovanissimo, ha un naso strepitoso di pietra focaia, leggero sulfureo, gesso, scorza di limoni di Sorrento, sasso bagnato. In bocca l’acidità è scalpitante e ancora da domare, lasciatelo in cantina, se lo trovate, almeno un lustro.

Bevuto ora è di difficile abbinamento ma forse lo proverei su qualcosa di particolare come un’anguilla alla brace.

Ps: se vi piace il Jura e volete approfondire la conoscenza di questo produttore suggerisco la visione di questo bellissimo documentario sul Domaine Labet (lo trovi qui).

Gregorio Mulazzani
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Champagne Special Club 2014 – Pierre Gimonnet

Pierre Gimonnet & Fils è un conosciutissimo e affidabilissimo produttore di champagne – per una volta dai prezzi di vendita da sempre più che corretti – che ci capita di bere con una certa regolarità.

Questo Special Club è da anni la sua selezione “top”, ovviamente rigorosamente blanc de blancs della “côte nord” Cramant, Chouilly, Cuis, 4 anni sui lieviti e dosaggio 4 gr/litro, produzione limitata a circa 25.000 bottiglie, come nel suo stile naso delicatissimo che spazia dall’agrume amaro, all’anice, al confetto di Sulmona; bocca precisa, cesellata, elegante, con un perlage finissimo, acidità equilibrata, da abbinare ad un carpaccio di ricciola o anche a dei delicati nigiri della tradizione giapponese.

Gregorio Mulazzani
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Champagne l’Aérienne 2004 – Tarlant

Poche settimane fa abbiamo già parlato di questa antichissima, serissima e ultimamente sempre più blasonata, maison di Oueilly.

L’Aérienne 2004, sboccatura 2018 e zero dosaggio (come da stile di questa maison, lunghissime permanenze sui lieviti e appunto dosaggio nullo per preservare al massimo l’integrità territoriale), blend di chardonnay (70%) e pinot noir (30%), senza fermentazione malolattica.

Naso con classici lievi accenni di ossidazione, voluta, sensazioni minerali profondissime di gesso e calcare, poi zenzero, liquirizia, bocca impressionante per acidità e “droiture”, certo non uno champagne per tutti ma che regala emozioni a chi lo sa ascoltare, sontuoso e lussuoso aperitivo in abbinamento con delle ottime polpette di baccalà o freschissime alici fritte.

Gregorio Mulazzani
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Rheingau Rauenthal Riesling 2008 – Georg Breuer

3.000 ettari dislocati su 30 kilometri di vigne affacciate sul Reno, è il Rheingau, una delle zone viticole più antiche e prestigiose di Germania. Georg Breuer è un’azienda familiare la cui origine risale al 1880 e produce senza ombra di dubbio alcuni dei più significativi vini tedeschi.

Abbiamo assaggiato un interessante riesling con qualche anno sulle spalle che ci ha impressionato.

Rheingau Estate Rauenthal Riesling 2008 – Georg Breuer

Tappo a vite per questo riesling secco che abbiamo trovato nei “fondi di magazzino” di un’enoteca e che stappiamo con qualche timore non essendo a conoscenza della provenienza e conservazione della bottiglia.

Il vino fortunatamente si presenta integro fin dal bel colore giallo oro lucente. Tripudio di sensazioni odorose che vanno dall’idrocarburo al limone candito, dalla scorza d’arancia allo zenzero, dal pepe bianco alla felce… A tanta complessità olfattiva fa da contraltare un sorso di grande droiture, con una punta di anidride carbonica ancora presente (a 14 anni dalla vendemmia!) ed una acidità strabordante che sferza il palato e rende la beva pericolosa. Nonostante sia di corpo piuttosto esile, il vino ha un’ottima dinamica e una elegante e lunga persistenza. I ritorni aromatici sono di agrumi e roccia.

Plus: vino di grande carattere e complessità ma gastronomico e versatile. Lo abbiamo stappato come aperitivo e ha poi accompagnato con successo un sarago al forno con patate.

Diego Mutarelli
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Clamoroso: Aubert de Villaine passa la mano e “lascia” DRC!

La notizia, per ora apparsa su alcuni media francesi e non ancora ripresa in Italia, è di quelle che segnano un’epoca. A 82 anni, Aubert de Villaine, lascia la gestione del Domaine de la Romanée-Conti!

Photo credit: Franceblue.fr

Da oltre 50 anni alla guida del più iconico domaine del mondo, Aubert de Villaine, è stato spettatore e protagonista di un cambiamento clamoroso del mondo del vino in generale e della Borgogna in particolare. Ha infatti raccontato più volte di come quando nel 1965 arrivò in DRC con la viticoltura in Borgogna non si arrivasse a fine mese. Solo nel 1972 DRC riuscì a chiudere in utile.

Aubert passa il testimone al nipote, Bertrand de Villaine, ma non abbandona l’azienda, resta infatti nel Consiglio di Sorveglianza a vegliare sul mito del Domaine de la Romanée-Conti.

Diego Mutarelli
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A.A.A.: Alto Adige Again

Che qualcuno, qui a Vinocondiviso, abbia un debole per l’Alto Adige, ne abbiamo tracce in alcuni articoli (ad esempio: qui, oppure qui, ma anche qui): l’occasione di partecipare all’evento “Vignaioli indipendenti del Trentino e dell’Alto Adige”, tenutosi domenica 13 marzo a Milano, era troppo ghiotta per farsela sfuggire.

Fra produttori che già apprezzavamo e altri per noi nuovi (Oberstein e Untermoserhof) abbiamo scelto sei vini che ci hanno colpito per eleganza (due pinot bianco), potenza (due pinot nero) e identità territoriale (e questi ultimi due ve li sveliamo dopo).

Il vitigno a bacca bianca per cui è famoso l’Alto Adige è il gewürztraminer, ma questa regione riesce a regalare grandi espressioni di pinot bianco; eccone due, campioni di eleganza:

  • Lapis 2018 di Weingut Oberstein: il nome del vino significa pietra in latino e la scelta è azzeccata; freschezza e mineralità sono i fili conduttori sia al naso che all’assaggio.
  • In der Låmm 2019 di Weingut Abraham: qui il pinot bianco si fa ancora più elegante e femminile con note di mughetto ed erbe di montagna, in bocca verticale e incredibilmente sapido. Nota: sì, da donna mi permetto di usare ancora l’aggettivo “femminile” per un vino senza sentirmi “politicamente scorretta”.

Eccoci ora a parlare del re pinot nero, coltivato in Alto Adige almeno da metà Ottocento, ovvero prima della sua annessione in Italia dopo la Prima Guerra Mondiale, grazie al sostegno dell’Arciduca Giovanni d’Asburgo, in due versioni, diverse per luogo e tecnica di affinamento, che ci hanno colpito per la loro potenza:

  • Schwarze Madonna Pinot Nero Riserva 2018 di Klosterhof: l’ultima generazione in azienda ha avuto esperienze in Borgogna e lo sguardo è irrimediabilmente sempre verso la Cote d’Or ma … coi piedi ben radicati nelle loro vigne, nella Bassa Atesina (siamo vicino al lago di Caldaro). Bocca piena e avvolgente, tannino fine, ampi margini di evoluzione.
  • Vigna Zis Pinot Nero 2016 di Brunnenhof: siamo stati anni fa nella cantina di Kurt Rottensteiner,  e ci ricordavamo nella bellissima “Vigna Zis” a Mazzon;  questa single vineyard, prodotta solo nelle annate migliori, sempre in tonneaux, è la summa del pensiero di Kurt: far emergere annata e terroir. Ci provano e lo dicono in tanti ma come si dice in inglese “easier said than done”. Naso intenso e austero, sorso ampio, grande persistenza: e pensare che Kurt lo teneva nascosto, al banco d’assaggio 😉

Passiamo ora a due vini che ci hanno colpito per la loro identità territoriale:

  • Santa Maddalena Classico 2020 di Untermoserhof: la cantina è proprio vicino alla chiesetta simbolo della denominazione, nell’omonimo villaggio che si raggiunge a piedi (ma in salita) da Bolzano; già al nostro primo sorso capiamo quanto tenga alla schiava, uva base del Santa Maddalena, e quanto impegno ci sia nel valorizzarla. Abbiamo degustato il vino con Massimo Zanichelli, che ne ha scritto una interessantissima verticale su Acqua buona:  I due Santa Maddalena di Georg e Florian Ramoser – Racconto di una verticale. Bellissima scoperta e lettura superconsigliata (questo il link).
  • AnJo 2019 di Strasserhof: siamo nella Valle Isarco, dove il kerner dà il suo meglio e infatti quello prodotto da Hannes è egregio. Qui vi parliamo di un altro vino che ci ha molto colpito sia per la sua aderenza territoriale sia per la voglia di sperimentare: Anjo, ultimo nato in azienda (siamo solo a due annate prodotte, 2018 e 2019), un blend di sylvaner (50%), riesling (35%), kerner (15%) affinato in legno. Un vino di struttura e di grande equilibrio gustativo, destinato ad un ottimo invecchiamento.

HALLO SÜDTIROL, SEHEN WIR UNS BALD WIEDER!

Alessandra Gianelli
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Dolcetto d’Alba “Boschi di Berri” Pre-fillossera 2018 – Poderi Marcarini

Una vigna centenaria ancora a piede franco, non innestata quindi su piede americano, dà vita ad un Dolcetto d’Alba deliziosamente elegante.

Il colore è un bel rosso rubino con riflessi violacei. Il naso è un ricamo, delicato ma rifinito, di frutta rossa (ciliegia), fiori appassiti, cioccolatino Boero, asfalto e leggiadri tocchi balsamici. Bocca guizzante e fresca, il contenuto tenore alcolico (12,5%) agevola la beva, il sorso è infatti di medio corpo, lo sviluppo armonioso e la chiusura succosa e fruttata. Il tannino è un velluto a coste strette, quindi presente e fitto ma risolto ed integrato nella trama del vino. Persistenza non lunghissima eppure il vino si fa ricordare a lungo per i ritorni di sale e frutta rossa.

Plus: per elevare il dolcetto a vino di rango c’è chi sceglie, con risultati spesso controproducenti, un itinerario barocco “in aggiungere” (maturazione, legno, alcol, …), iter opposto per questo vino di Poderi Marcarini che percorre invece un approccio “in sottrazione” (solo acciaio, alcol contenuto, snellezza, …). Il risultato è quello di un vino beverino e di eleganza estrema.

Diego Mutarelli
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Vini poco noti

In Italia ci sono decine di migliaia di aziende vitivinicole. Di queste solo una piccolissima parte assurge agli onori delle cronache, viene censita dalle guide oppure condivisa nei social network. Per l’appassionato di vino curioso ed attento vi sono, dunque, molte opportunità di “scoperta” e sorpresa, a patto di decidere di correre il rischio di qualche delusione e qualche tentativo andato a vuoto. Ma a noi – seguendo il motto di Gilbert Keith Chesterton: “Una cosa morta può seguire la corrente, ma solo una cosa viva può risalirla” – piace correre qualche rischio e oggi ti raccontiamo di qualche bella sorpresa che abbiamo colto controcorrente! In questi ultimi giorni ci siamo infatti imbattuti in vini poco noti ma di grande interesse.

Friuli Colli Orientali bianco “Soffumbergo” 2016 – Comelli

Comelli è un’azienda vitivinicola di 12 ettari sita in Colloredo di Soffumbergo (UD), nei Colli Orientali del Friuli. Abbiamo avuto modo di assaggiare questo interessantissimo blend di friulano, malvasia istriana, chardonnay e picolit con qualche anno sulle spalle. Colore giallo oro di grande lucentezza, naso variegato di frutta matura (mela cotogna), fiori bianchi, un cenno di pietra focaia, mandorla e scorza di arancia. Sorso potente ma fresco, molto mobile grazie ad un’acidità che supporta lo sviluppo e facilita la beva, che resta facile anche per un vino che per corpo e struttura facile non è. Chiude lungo su ritorni delicatamente affumicati su scia amaricante ed elegantemente vegetale.

Irouléguy rouge 2016 – Bordaxuria

Irouléguy è una delle denominazioni più piccole di Francia e si trova quasi al confine con la Spagna, ai piedi dei Pirenei. Bordaxuria è un’azienda vinicola biologica di 9 ettari totalmente terrazzati per gestire la notevole pendenza delle vigne. Il vino che abbiamo assaggiato è ottenuto da tannat e cabernet franc elevati in cemento. Il vino si presenta di un compatto rosso rubino con riflessi ancora porpora. Naso di frutta rossa e nera (ciliegia, mirtillo), viola, catrame, cuoio e qualche sentore di spezie dolci. Bocca intensa in ingresso, la materia invade il cavo orale con autorevolezza ma resta scorrevole grazie ad una giusta freschezza che equilibra la ricca materia fruttata. La chiusura è molto diretta, con una punta di tannino scorbutico in chiusura che conferisce una certa espressiva rusticità. Vino non certo aristocratico, ma ottimo compagno di tavola (magari con uno spezzatino di manzo con polenta).

Toscana IGT Cabernet Franc – I Mandorli Ci troviamo in Alta Maremma, a Suvereto, dove l’azienda biodinamica I Mandorli cura 5 ettari di vigna. L’assaggio di un solo bicchiere in enoteca è bastato per inserire l’azienda nella nostra wish list. Cabernet franc – che fa affina in legno, cemento e vetro – di rara dolcezza mediterranea, un vino soave, morbido ma per nulla arrendevole. Il sorso e il naso sono estremamente coerenti con frutta rossa, macchia mediterranea e profonda mineralità perfettamente fusi. Finale sapido e rinfrescante.

Diego Mutarelli
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