Champagne Avizoise 2013 – Agrapart

Siamo nel cuore della Côte de Blancs, ad Avize, dove lo chardonnay regna sovrano. Qui ha le vigne Pascal Agrapart, uno dei vigneron più noti ed in ascesa degli ultimi anni, come, ahimè, parimenti in ascesa, sono i prezzi delle sue bottiglie.

Champagne Extra Brut Avizoise 2013 – Agrapart

Beviamo – non degustiamo perché la bottiglia finisce troppo in fretta – il suo Avizoise 2013 (ottima annata per lo chardonnay da quelle parti) tra le sue cuvée di alta gamma proveniente solo da vecchie vigne di Avize. La sboccatura è di maggio 2019, quindi ancora giovanissimo ma la curiosità è tanta, con un dosaggio 3 grammi/litro (extra brut).

Il naso è subito un tuffo nella craie champenoise, il gesso/calcare/argilla affiorante dappertutto da quelle parti, dove una volta c’era il mare; naso ulteriormente impreziosito da bergamotto, tè verde, anice e finocchietto, un trionfo di eleganza e finezza come nello stile di Pascal. La bocca è potenza in guanto di seta, appagante, salata, piena ma mai pesante, anzi il contrario, con una beva travolgente (in due ci vorrebbe una magnum), si percepisce chiaramente che il palato è ancora compresso e che questo Champagne andrebbe riassaggiato tra 5 anni minimo per permettergli di sprigionare tutta la sua palette aromatique; ma è così goloso e così piacevole che queste diventano solo elucubrazioni di un enomaniaco.

Da abbinare con un gran carpaccio di ricciola, del caviale serio o del sushi di alto livello.

Gregorio Mulazzani
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Champagne La Grande Année 2002 – Bollinger

Bollinger non ha certo bisogno di presentazioni, si tratta di una della Maison più antiche e illustri della Champagne. Il loro La Grande Année (che sboccato tardivamente esce come R.D.*) è uno champagne classicissimo – 66% di pinot noir e 34% di chardonnay – sempre di grande solidità e struttura che raramente delude, potremmo definirlo un assegno circolare…un po’ come la Grande Cuvée di Krug.

Champagne La Grande Année 2002 – Bollinger

Questo 2002 – figlio di un’annata memorabile con sboccatura 2011 (alla faccia di chi dice che gli Champagne vanno bevuti giovani) – al naso ha un’ossidazione molto controllata, cenni di pasticceria, ferro, agrumi maturi e gesso; ma è la bocca che colpisce davvero: una crema vellutata con una bolla finissima che accarezza il palato ed un’acidità ancora pimpante a chiudere.

Non è la potenza ma sono l’eleganza e la delicatezza che la fanno da padrone, come vuole da sempre lo stile Bollinger. Uno Champagne autunnale da abbinare, vista la stagione, a un gran risotto al tartufo oppure a porcini freschi o ancora bevuto da solo ma in buona compagnia davanti al camino come augurio per un 2021 migliore.

Gregorio Mulazzani
Facebook: @gregorio.mulazzani

* approfondiremo la storia di R.D. (Récemment Dégorgé) in un prossimo post!

In Champagne, ma bevendo rosso

La storia dello Champagne non nasce fra bollicine e tappi a fungo, come si potrebbe credere: affonda le proprie radici e deve la sua iniziale fama ai vini rossi fermi, presenti sulla tavola della corte di Francia già dal 1500.

Il clima freddo e sistemi di vinificazioni antichi non permettevano di realizzare vini di alta qualità e così nel corso degli anni i vini fermi furono accantonati a favore della seconda rifermentazione in bottiglia.

I vini rossi non sono però mai scomparsi del tutto, arrivando fino ai giorni nostri e diventando, di contro, una chicca per gli appassionati: poche bottiglie a prezzi non popolari. La denominazione Coteaux Champenois racchiude non solo i vins tranquilles rossi, ma anche rosati e bianchi, entrambi rarissimi. Da segnalare che alcuni giovani produttori, favoriti anche dai cambiamenti climatici, stanno elaborando vini bianchi fermi da immettere sul mercato nei prossimi anni.

Incuriosita dalla tipologia e complice un corso sullo Champagne, ho deciso di assaggiare un vino rosso da Champagne e la scelta è ricaduta sul Coteaux Champenois Bouzy Rouge 2009 di Benoît Lahaye, un recoltant manipulant di Bouzy di cui già amo le bollicine. Altre opzioni che custodisco, come enoici sogni da esaudire, sono EglyOuriet Cuvée des Grands Côtés Vieilles Vignes e Bollinger La Côte aux enfants.

Coteaux Champenois Bouzy Rouge 2009 – Benoît Lahaye

Non iniziamo al meglio: il tappo si rompe all’apertura ma riusciamo ad estrarlo senza danno; appena messo al bicchiere (un pinot noir con un bel granato luminoso) all’olfatto si presenta cupo e chiuso con un’insistita nota animale di pelo bagnato. Dopo un’ora di attesa (in punizione in sgabuzzino!) migliora molto anche se la fanno da padrone soprattutto i sentori terziari di cuoio, foglia di tabacco e humus. Anche la bocca sembra soffrire un po’ dell’evoluzione del vino e risulta corta e “svuotata”; solo dopo un’ora e mezza ecco ringiovanirsi con un bel pot pourri di fiori rossi, spezie dolci, polvere di cacao. Guadagna anche in persistenza.

Infine, dopo due ore, fa capolino una nota di lampone e fragolina di bosco, il sorso si allunga ancora: finito. Abbinato ad un tagliere di formaggi degli amici della Sala della Vino, dove, per la cronaca 😉, trovate due delle diciotto bottiglie che sono arrivate in Italia quest’anno (millesimo 2017).

Alessandra Gianelli
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Il vino è una passione da ricchi?

In un mondo in cui le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza aumentano ed il numero di miliardari cresce senza sosta anche in tempo di crisi…è fatale anche il mondo del vino ne risenta.

(Photo Credit: Vinepair)

Le bottiglie iconiche – quelle che ogni appassionato di vino dovrebbe bere almeno una volta nella vita – hanno raggiunto ormai prezzi proibitivi.

Non che in passato questi vini fossero a buon mercato, certo, ma con qualche sacrificio erano bottiglie accessibili ad una platea piuttosto vasta di appassionati. Oggi, purtroppo non è più così.

Se ne sono accorti anche nella patria del capitalismo: Eric Asimov, wine critic del New York Times lancia un grido di dolore nel suo blog ospitato dalle pagine digitali del giornale newyorkése.

Ma vediamo di riportare qualche esempio concreto e vissuto.

Verso la fine del 2009 un gruppo di appassionati bevitori – tra i quali anche chi scrive – decise di fare quella anche appariva una meravigliosa pazzia: organizzare una colletta per comprare due vini importanti da degustare insieme. E così acquistammo, per circa 1.300 €, La Tâche 1996 del Domaine de la Romanée Conti e Chambertin 1996 del Domaine Armand Rousseau. Oggi per comprare quelle stesse bottiglie, anche in annata diversa ma di pari qualità, ci vorrebbe una cifra almeno quadrupla.

Per restare in Italia, in quegli anni, il Barolo Monfortino Riserva di Giacomo Conterno costava circa ¼ di quanto costa oggi.

Di qualche giorno fa la notizia di un’asta record per l’Italia: è stata venduta una doppia magnum (jéroboam) di Romanée Conti 1990 alla significativa cifra di 100.000 €.

Contrariamente a quel che normalmente si crede, i produttori di questi meravigliosi vini non beneficiano proporzionalmente di questo trend rialzista. Spesso l’aumento di prezzo oltre una certa soglia non è “cercato” dal vignaiolo ma “provocato” da un mercato che tratta il vino sempre più come un asset finanziario piuttosto che come una splendida espressione culturale e territoriale da bere e condividere in compagnia.

Soluzioni all’orizzonte non ve ne sono, purtroppo. Non possiamo che chiudere con l’amara constatazione di Asimov:

Diminishing access to great wines is certainly not a catastrophe, or much of a problem for anybody not enamored of wine. But it is a shame.

L’ottimo Pouilly-Fuissé de La Soufrandière

Il vino degustato oggi ha fa parte di una serie di vini che circa un anno fa ho acquistato presso La Soufrandière, produttore biologico e biodinamico del Mâconnais. Ne avevo parlato in questo post: Ai confini della Borgogna: il Mâconnais dei Bret Brothers & La Soufrandière.

Svariati mesi di vetro hanno fatto più che bene al vino in questione, che ho trovato decisamente gustoso.

Pouilly-Fuissé Climat “En Chatenay” 2017 – La Soufrandière

Giallo paglierino con qualche riflesso dorato.

Primo naso su una delicata nota di polvere da sparo che, dopo pochi istanti, lascia spazio a note di agrumi come il pompelmo ed il cedro, mineralità chiara e burro alle erbe.

Lo sviluppo è condotto dall’acidità, tesa e ficcante ma non verde, anzi ben integrata nella materia: la progressione infatti è di grande dinamica. L’eleganza e l’equilibrio contraddistinguono la beva che è decisamente “scorrevole”.

Chiusura di agrumi e sale con un pizzico di tannino a fornire ulteriore grip. Persistenza molto lunga.

Plus: a differenza di certa Borgogna bianca aristocratica – spesso impettita e rigida dietro un manto sensoriale fatto di note lattiche, sensazioni grasse, barrique & bâtonnage – qui ci troviamo di fronte ad un vino che si propone agile e fresco, che si beve con grande piacere ma che non rinuncia a espressività ed eleganza.

L’abbinamento ad un filetto di morone alla ligure ha funzionato egregiamente.

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Il carignano che nasce dal buio di una miniera ma in bottiglia splende!

Una delle cose più affascinanti del mondo del vino sono le storie, sì le storie che si nascondono dietro le bottiglie e che hanno originato il liquido che si trova nel calice. Non parlo del farlocco storytelling commerciale, ma di quelle storie che sono memoria e danno senso al vino. Succede quando il dettaglio organolettico, pur importante, si completa e si integra perfettamente con la nascita della vigna che origina il vino che si ha di fronte.

Ci troviamo in Sardegna, a Carbonia, un centro nato – il nome del comune è esplicativo – per le maestranze che lavoravano nelle miniere di carbone che furono avviate intorno agli anni 30 del Novecento dal regime fascista per sopperire alle necessità energetiche dell’Italia negli anni dell’autarchia.

Il padre di Enrico Esu era allora un minatore innamorato della vigna. Nonostante la stanchezza del lavoro in miniera, o forse chissà proprio per la necessità di cercare luce, nel poco tempo libero si dedica alla vigna e nel 1958 pianta la prima vigna a piede franco di carignano.

Gli alberelli di carignano di Enrico Esu (Photo Credit: Nero Miniera)

Oggi l’attività è portata avanti da Enrico, figlio di quel minatore vignaiolo, che fa risplendere di luce il vino nato nella terra del carbone, tra sugherete secolari e terreni sabbiosi.

Carignano del Sulcis “Nero Miniera” 2017 – Enrico Esu

Colore rubino compatto con riflessi ancora porpora, da vino quasi imberbe!

Olfatto di arancia rossa, ribes, floreale fresco, macchia mediterranea, grafite…per nulla cupo insomma ma con un’intrigante nota di mineralità scura che non è solo suggestione dovuta alla storia del vino e alla zona di provenienza.

La materia invade il cavo orale di buon volume accompagnata da un certo calore alcolico (14%) che però non è assolutamente preponderante, dialoga invece con un’acidità agrumata ben integrata.

Anche in chiusura torna l’agrume (scorza d’arancia), insieme a fiori rossi e ferro con un tannino che dà grip e sapore. Persistenza veramente notevole ma senza ostentazione di potenza fine a se stessa.

Plus: potenza e alcol, finezza e lunghezza vanno a braccetto in questo vino espressivo e luminoso benché giovanissimo. Evolverà e migliorerà ancora.

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P.S.: ringrazio l’ottimo podcast Vino al Vino 50 anni dopo che, nella puntata dedicata al viaggio di Mario Soldati in Sardegna ha parlato di questo vino e mi ha incuriosito…

Salino bianco 2019, un vino appartato nell’entroterra ligure

Qualche settimana fa ti raccontavo di un produttore artigiano, poco conosciuto, che se ne sta appartato nell’entroterra ligure, nell’Alta Valle del Vara.

In accompagnamento alle trofie al pesto ho deciso di stappare il vino bianco dell’azienda La Casetta, per raccontarlo con qualche dettaglio in più rispetto al veloce assaggio fatto in azienda.

Liguria di Levante Bianco IGT “Salino” 2019 – La Casetta

Albarola con saldo sauvignon per questo vino giallo paglierino con qualche riflesso ramato.

Naso molto particolare, aromatico, sa di salvia e rosmarino, agrumi (mandarino, scorza d’arancia), fiori dolci che ricordano il gelsomino, melone bianco, confetto…

Il liquido si muove agile e leggero, la prima sensazione è di suadente morbidezza, rintuzzata poi da delicati sentori agrumati che perdurano anche in chiusura di bocca.

Chiude decisamente sapido.

Minus: la sensazioni aromatiche al naso e la morbidezza del sorso danno un’impronta piaciona che non torna con l’indole “garagista” del produttore.

Plus: il vino è però delicato e per nulla stucchevole, la scia sapido-agrumata in chiusura ne lascia un bel ricordo.

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Questo vino non esiste (ancora)

A noi di Vinocondiviso, nomen omen, piace condividere bottiglie, degustazioni, libri sul mondo del vino, cene, racconti di viaggi enoici… insomma ci muove da sempre uno spirito compartecipativo.

Per questo vogliamo raccontarvi di “Questo vino non esiste”, un’iniziativa di crowdfunding così vicina, appunto, alla nostra idea di condivisione.

Questo vino non esiste

Proviamo a sintetizzarvelo: siamo in una piccola zona dell’Appennino, fra Piemonte e Liguria, la Val Borbera, più abitanti a quattro zampe che umani.
In questa valle spopolata, stretta su se stessa, la conservazione di specie vegetali quasi endemiche è un diritto che la Natura, talvolta, si riserva; fra queste anche una ventina di vitigni che i due vignaioli, Maurizio Carucci, azienda Barban e Andrea Tacchella di Nebraie, hanno fatto analizzare all’ampelografo Stefano Raimondi, preziosa risorsa per i Colli Tortonesi.

Tra i vitigni analizzati quello che più ha destato interesse è stato il muetto, un’uva rossa semiaromatica, abbastanza scarica di tannini e colore, da cui si potrebbe ottenere un vino leggero, fruttato, un vino da strabere.
Perché abbiamo scritto “si potrebbe ottenere?”. Perché, finché un’uva non è iscritta nel registro delle varietà viticole, non può essere utilizzata per produrre del vino.
Perché registrare e provare a vinificare proprio muetto? Perché è patrimonio di quella valle, è specchio e anima di quei sentieri della libertà così carichi di vita, storia, resistenza.

Ecco il link con i dettagli per partecipare e un video che racchiude questo sogno: Questo vino non esiste.

Alessandra Gianelli
Facebook: @alessandra.gianelli
Instagram: @alessandra.gianelli

Terrazzi Alti, il nebbiolo di montagna della Valtellina

Quanto mi piace il nebbiolo quando sale in montagna, verso territori in cui il profilo muscoloso e stratificato di Langa si affina e si slancia, senza perdere complessità ed eleganza. Uno di questi territori è senz’altro la Valtellina, zona in cui viticoltura e paesaggio vanno a braccetto. Non a caso persino l’Unesco ha riconosciuto l’arte valtellinese dei muretti a secco come Patrimonio Immateriale dell’Umanità.

Tutto questo mi veniva in mente assaggiando l’azzeccatissimo Sassella di Terrazzi Alti di Siro Buzzetti.

Valtellina Superiore Sassella 2016 – Terrazzi Alti

Vino accattivante fin dal colore: granato trasparente di grande lucentezza.

All’olfatto si offre estroverso e goloso di lamponi maturi, rose rosse, foglie secche ed un misto di sentori floreali e speziati che fa pensare ad un pot-pourri. Il tutto avvolto da una coltre minerale molto elegante.

Sorso stretto in ingresso, nessuna concessione a facili morbidezze, l’acidità rinfrescante accompagna lo sviluppo, senza strappi, del sapore. La dinamica in bocca è caratterizzata dalla freschezza in ingresso e dal tannino, fitto, fine e saporito, in chiusura.

Dopo la deglutizione, per molti secondi aromi di fruttini rossi e sale accarezzano il cavo orale.

Plus: vino che mostra il suo carattere montagnino e “tutto fibra” senza però esserne prigioniero, un tocco di frutto goloso rende infatti il vino piacevolissimo ed equilibrato.

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Un Blanc de Blancs di razza

Da oggi Vinocondiviso si arricchisce dei contributi di Gregorio Mulazzani, grande esperto e fan di Champagne! Ti racconterà quindi soprattutto di bollicine, francesi ma non solo. Questo è il suo primo post
Benvenuto Gregorio, il Signore delle Bolle!

Ci troviamo a Cramant, a pochi km da Reims, zona Grand Cru per lo chardonnay e dove vengono quindi prodotti i più grandi Champagne Blanc de Blancs. Qui ha la propria sede Diebolt Vallois, antica azienda familiare che coltiva vigne sin dal XV secolo!

Champagne Brut Fleur de Passion 2008 – Diebolt-Vallois  

Il Fleur de Passion è la cuvee di punta della maison, 100% Grand Cru chardonnay da vecchie vigne (anche di più di 60 anni di età), tutte nel comune di Cramant.

Fermentazione in barrique, senza filtrazione né malolattica svolta, poco dosato, circa 4gr/litro di zucchero residuo (quindi acidità molto alta, per chi piace il genere, e con ottime prospettive di invecchiamento).

Ancorché giovanissimo (abbiamo assaggiato la versione 2008, grandissima annata, immessa sul mercato nel 2018), Fleur de Passion è uno Champagne che va aspettato almeno 5 anni dalla messa in commercio per esprimere tutto il suo potenziale. Questo 2008 che abbiamo nel calice al naso, profondissimo, è già un tripudio di mineralità bianca con gesso e calcare in primo piano, agrumi gialli e anice. In bocca scalpita un’acidità elettrica e graffiante, la materia sotto si fa sentire prepotentemente invadendo il palato.

L’abbinamento con un italianissimo caviale e del sushi d’autore esalta il tutto.

Indimenticabile ma da dimenticare in cantina per qualche anno, peccato che, di questa annata, ahimé ormai non si trovi più nulla ma, qualsiasi Fleur de Passion troviate (a brevissimo in commercio la 2012), sarà sempre una grande bevuta!

Gregorio Mulazzani
Facebook: @gregorio.mulazzani