Champagne Blanc de Blancs Brut Nature – Benoît Lahaye

Benoît Lahaye è ormai da qualche anno una sicurezza e non più un astro nascente della Champagne, opera precisamente a Bouzy, cuore del pinot noir.

Produce diverse cuvée a base appunto di pinot nero, ma da qualche anno ha in portafoglio anche un ottimo Blanc de Blancs ottenuto dalla parcella Les Monts Ferrés a Voipreux non lontano da Mesnil Sur Oger, quindi in piena Côte de Blancs.

Non aspettatevi un Blanc de Blancs delicato da aperitivo, tutt’altro, assemblaggio annate 2015 e 2014, senza solfiti aggiunti, pas dosé, roba per palati esperti, naso di mineralità scura, grafite, zenzero, tamarindo, orzo, panforte, bocca quasi tannica, aspra, nervosa, da assestarsi, una bevuta che può forse lasciare disorientati al momento ma dategli ancora un paio d’anni di cantina.

Abbinamento d’elezione con acciughe del Cantabrico e burro di Normandia.

Gregorio Mulazzani
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Greco di Tufo “Miniere” 2016 – Cantine dell’Angelo

Tufo, comune in provincia di Avellino il cui toponimo deriva proprio dalla presenza della roccia vulcanica abbondantemente presente nel sottosuolo, prosperò per circa un secolo grazie alle miniere di zolfo scoperte nel 1866. Nella seconda metà del Novecento la crisi del settore portò alla definitiva chiusura delle cave.

Nella metà degli anni ’90 Angelo Muto, i cui nonni avevano lavorato proprio in quelle cave, decide di rilevare pochi ettari proprio sopra le antiche miniere. Una storia che ricorda curiosamente quella di Enrico Esu a Carbonia, storia di cui abbiamo parlato in altro post. E’ così che nasce Cantine dell’Angelo, piccola azienda vitivinicola con vigne a Tufo e dedicata esclusivamente alla produzione di Greco di Tufo.

Il vino di cui ti parliamo oggi, figlio dell’annata 2016, ci ha completamente stregato, una spremuta di terroir nel calice che fa rientrare questo vino nel novero dei grandi bianchi italiani.

Greco di Tufo “Miniere” 2016 – Cantine dell’Angelo

Lo splendido giallo oro antico nel calice introduce un olfatto di grande impatto. La mineralità è infatti nettissima, lo zolfo è inequivocabile, ma non occupa di certo tutto il proscenio: la pesca e la nespola non recitano un ruolo di secondo piano, anzi in qualche modo addolciscono la scenografia, con la macchia mediterranea ad apportare eleganza, il fieno ed i fiori gialli un tocco di raffinatezza.

La bocca è saporita, equilibrata nello sviluppo, con sapidità molto pronunciata ma perfettamente in filigrana nel corpo del vino. Il risultato è quello di un sorso molto “facile”, con l’acidità che in chiusura sferza il cavo orale su ritorni di scorza d’agrumi ed un leggero grip tannico.

Vino dalla persistenza infinita ma lieve, senza inutile sfoggio di muscoli che potrebbe sorprendentemente dialogare alla perfezione con ricette di carne bianca come, ad esempio, un coniglio alla cacciatora.

Diego Mutarelli
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168 buoni motivi per bere Krug!

Krug non ha certo bisogno di molti preamboli, è la maison mito per tutti gli amanti della Champagne, bottiglie che raramente, o forse mai, deludono ed icona del lusso non fine a se stesso (oggi fa parte del Gruppo LVMH).

La Grande Cuvée edizione 168 (numero progressivo che origina dalla prima edizione della Cuvée nel lontano 1843) è una delle ultime uscite in casa Krug, base maggioritaria annata 2012 (ottima) con saldo di ben 198 vini base diversi spalmati su 11 annate di cui la più giovane appunto la 2012 e la più “vecchia” la splendida 1996, a maggioranza pinot noir, sette anni di permanenza sui lieviti prima del dégorgement.

A nostro avviso una delle più riuscite Grande Cuvée degli ultimi decenni, con ancora tanta vita davanti. Alla vista si presenta di uno splendido colore giallo brillante, sfacciatamente giovane, naso scalpitante in stile “krugghiano”, ancora da svolgersi, con sentori di nocciola, zenzero, agrumi, marzapane, bocca strepitosa per spina acida, sostanza e profondità minerale, una vera goduria che negli anni potrà solo migliorare.

Ma noi non resistiamo e la beviamo ora abbinata ad un grande parmigiano 48 mesi di montagna e a seguire un risotto alla milanese della tradizione (con midollo e zafferano iraniano, in pistilli, va da sé).
Se potete compratene a casse, vale davvero ogni euro speso.

Gregorio Mulazzani
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Champagne Caudalies – De Sousa

De Sousa è uno dei produttori più seri e affidabili della Champagne, ci troviamo ad Avize, una delle capitali della Côte des Blancs.

La sua Cuvée de Caudalies s.a. (esiste anche una versione millesimata dal prezzo importante) è 100% chardonnay di Avize (quindi Grand Cru) di cui il 50% “réserve perpétuelle” (una sorta di solera, oggi molto in voga in Champagne ma in casa De Sousa non è certo una concessione alle mode), vinificata in legno, sboccatura Ottobre 2020, naso e bocca molto importanti e “polpose”, come nello stile di De Sousa, l’argilla di Avize è di impressionante evidenza all’olfatto, direi paradigmatico nel leggere il terroir.

Bocca anch’essa larga, spumosa, ricca, uno Champagne godurioso da tutto pasto da abbinare, senza affatto sminuirlo, con tortellini o ravioli burro e salvia o un bel culatello stagionato.

Altro colpo riuscito del bravo Erick De Sousa!

Gregorio Mulazzani
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Champagne Vieille Vigne du Levant 2008 – Larmandier-Bernier

Larmandier Bernier non ha certo bisogno di presentazioni: faro della Côte des Blancs è uno dei produttori da anni più in ascesa della zona pur avendo mantenuto un profilo prezzi ancora ragionevole; inoltre, al momento, propone una gamma di cuvées non troppo estesa. Non posso che approvare questa scelta in controtendenza rispetto a quella che in Champagne sembra essere una vera e propria mania: la corsa cioè a chi produce più selezioni micro-parcellari, lieux dits o cru…corsa che sembra più dettata da logiche di marketing che da sostanza.

Questo BdB Vieille Vigne du Levant 2008, biodinamico, dosaggio 2 grammi litro, viene da vecchie vigne di Cramant tra 56 e 80 anni di età, zona nord della Côte des Blancs, naso già abbastanza pronto con note eleganti di tè verde, anice, zenzero e agrumi amari. Ma è la bocca a impressionare per potenza e profondità minerale, quasi tannica, con un palato di importante polpa e acidità, da lasciare in cantina o godere anche ora.

L’abbinamento di uno Champagne di questo tipo non è scontato, non è certo una bollicina da aperitivo o pesce, non abbiate paura di affiancarlo ad un fagiano o un’anatra!

Gregorio Mulazzani
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Fixin: denominazione di frontiera o perla rara della Borgogna?

Capita spesso di sottovalutare le zone vitivinicole considerate di frontiera, ovvero quelle aree cuscinetto situate tra due denominazioni dal carattere ben delineato e universalmente riconosciuto. Implicitamente siamo portati a pensare che i loro vini non dispongano di una vera e propria personalità, come se non siano né carne né pesce.

Nel viaggio nel bicchiere che ho intrapreso dei vini di Borgogna, ogni volta che approccio una nuova zona lo faccio con meraviglia e entusiasmo, e quando è arrivato il momento di approfondire Fixin ero come sempre impaziente e curiosa, ma le aspettative non erano così alte rispetto alla sorpresa strabiliante avvenuta al momento dell’assaggio.

Luogo dedicato soprattutto ai vini rossi, Fixin si colloca sia dal punto di vista geografico che caratteriale tra la fruttuosità golosa di Marsannay e la solennità leggendaria di Gevrey Chambertin. È qua che incontriamo i primi Premier Cru propriamente detti dell’area settentrionale della Côte d’Or: i suoi filari sono allevati in cima alla collina, sotto il bosco, dove il terreno è più magro e roccioso. Scendendo verso valle, invece, un grosso strato di argilla si ispessisce, rendendo la terra poco drenante e conseguentemente apportando risultati molto diversi in bottiglia, che sarà denominata sotto la tipologia Village.

Lo studio è importante, certo, ma l’assaggio è decisamente la parte più divertente della scoperta di un territorio quando non si può viaggiare, così un pomeriggio di primavera arriva finalmente il momento di degustare due bottiglie di Fixin alla cieca. Il confronto bendato di due vini della stessa zona dà sempre risultati sensazionali, perché si permette al vino di esprimersi nella maniera più sincera, dando la possibilità al degustatore prima di capirlo, e poi di conoscerlo.

So che si tratta di due Premier Cru e di fronte ai due calici noto subito delle caratteristiche totalmente diverse tra loro. Il primo si presenta in una veste color rosso rubino lieve, quasi trasparente. Il naso è incentrato in profumi floreali e carnosi, come la rosa, seguiti da un sentore di arancia rossa, grafite e rosmarino. Il sorso è pieno, più minerale che acido, per terminare in un finale pieno e lungo.

i due vini in assaggio

Il secondo vino, invece, lo trovo più meditativo, più pensoso. L’incenso è il sentore che primeggia su tutti, assieme a spezie orientali e più leggeri sentori floreali di viola. In bocca il vino si avviluppa in maniera profonda, penetrante, lunga, ed è sostenuto da un tannino dalla trama fitta e regale.

Devo ammettere che tentare di indovinare le bottiglie non dovrebbe essere molto difficile, non solo per la loro franchezza, ma soprattutto perché a Fixin i Premier Cru sono solo sei, di cui uno è “fantasma”, per così direi, essendo curiosamente edificato per intero (Les Meix Bas).

Scopriamo le bottiglie, e con grande sorpresa noto che il produttore è lo stesso: il Domaine Pierre Gelin, ed entrambi i vini sono dello stesso, equilibrato millesimo che è il 2014 in Borgogna.

Il primo vino è Les Hervelets, il cui nome è simile al suo vicino Les Arvelets, che significa “arva”, ovvero campo coltivato. È il secondo Premier Cru dell’area settentrionale della Côte d’Or, una zona fresca e dai terreni antichissimi, alle volte con venature ferruginose, e si dice che con l’invecchiamento assuma delle caratteristiche che lo assomigliano al famigerato Clos St. Jacques.

Il secondo è il Clos Napoleon, vino dall’eccezionale potenziale evolutivo e dal nome leggendario, riecheggiante in tutto il comune di Fixin, seppure non sia dovuto a Napoleone Bonaparte in persona, che non mise mai piede in queste terre. A volerlo chiamare così fu di Claude Noisot, suo luogotenente, marito della proprietaria del Clos e che lo nominò in onore del famoso condottiero. Il vigneto affonda le radici in un terreno ricco di sassi calcarei e argille brune, e che purtroppo per l’avvento della fillossera venne raso al suolo per rimanere incolto per oltre settant’anni, fino al 1955, quando lo acquisì la famiglia Gelin, che lo ripiantò e che ancora oggi lo custodisce in monopole. Difficile esprimere a parole quanto io sia rimasta incantata dai vini di Fixin, un luogo da prendere in considerazione anche per il loro incredibile rapporto qualità/prezzo. Peccato sia così difficile reperire queste bottiglie, ma si sa, il fascino inarrivabile dei vini di Borgogna è dovuto anche all’unicità dei momenti in cui queste perle rare appaiono davanti ai nostri occhi in tutto il loro splendore.

Elena Zanasi
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Arbois Trousseau Le Clousot 2018 – Michel Gahier

Arbois è un villaggio di poco più di 3.000 abitanti ed è però è molto evocativo per ogni appassionato di vino: Arbois infatti è una delle più antiche AOC di Francia e patria dei vini della regione francese più à la page in questo momento storico, ovvero il Jura.

Arbois Trousseau Le Clousot 2018 - Michel Gahier
Arbois Trousseau Le Clousot 2018 – Michel Gahier

Abbiamo assaggiato il vino di un produttore artigiano che segue con cura certosina i suoi circa 6 ettari di vigna nel villaggio di Montigny-les-Arsures, terra d’elezione del vitigno a bacca nera trousseau.

Arbois Trousseau Le Clousot 2018 – Michel Gahier

Il vino ci accoglie con una bellissima veste color rubino chiaro leggermente velato.

Appena versato l’olfatto risulta chiuso, ma è solo un attimo: la riduzione sparisce nel giro di pochi minuti e lascia spazio a note molto intriganti che si rincorrono disegnando un quadro olfattivo cangiante e dinamico: fragole, pot pourri, muschio, chinotto…

Il vino al sorso risulta molto succoso, la freschezza è infatti molto accentuata, il frutto si fa asprigno (melograno), lo sviluppo è teso e verticale ma per nulla severo, la progressione è graduale e saporita, senza rigidità o strappi. Il finale è salato e di grande persistenza su ritorni di erbe amare e arancia.

Plus: produttore che segue i principi della biodinamica e che riesce a produrre un vino senza solfiti aggiunti che tiene insieme nitore ed espressività, dettagli aromatici e personalità incisiva.

Diego Mutarelli
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Marsannay Les Grandes Vignes 2002 – Domaine Bart

Complice il resoconto della nostra Elena su due prestigiosi lieux dits di Marsannay, Les Longeroiese  e Au Champ Salomon, abbiamo voluto assaggiare, dello stesso produttore, Domaine Bart, un’annata molto antecedente a quella di Elena (2002 vs 2018) e diverso lieu dit, Les Grandes Vignes.

Marsannay Les Grandes Vignes 2002 – Domaine Bart


Il vino si presenta già alla vista in ottimo stato: un bel granato con ancora lievissimi riflessi rubino che al sole, magicamente, diventano … accecanti.

Al naso, inevitabilmente dopo così tanti anni in bottiglia, si apre timido ed emerge, prepotente, un sottobosco autunnale (muschio, tartufo, foliage umido, terriccio) e un sentore di ceralacca; a poco a poco escono i fiori secchi, la frutta sotto spirito e soprattutto una marcata nota mentolata che, insieme al cacao che fa capolino, ci ricorda il cioccolatino “After Eight”.

In bocca il sorso è pieno, finissimo ma soprattutto quello che ci stupisce è la freschezza che invoglia la beva e non fa dimostrare al vino i 19 anni che ha.

Alessandra Gianelli
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Varcando la porta settentrionale della Côte d’Or: Marsannay

Prima appellation che si incontra entrando nella Côte d’Or da settentrione è Marsannay, che nei suoi oltre 240 ettari abbraccia tre comuni (Chenôve, Marsannay-la-Côte e Couchey), ed è famosa per i suoi vini polposi e fruttati. Si può dire che sia un’appellation ancora sottovalutata, probabilmente perché sue bottiglie non possono vantare della dicitura “Premier Cru” in etichetta, ma mi piacerebbe invitare il lettore a prestare attenzione alla qualità dei vini di questo territorio, perché di recente quattordici climats sono stati effettivamente promossi a questo prestigioso riconoscimento, che sarà completato nel giro di pochissimo tempo.

Per imparare a conoscere meglio Marsannay abbiamo assaggiato alla cieca due bottiglie di due differenti climats che presto diventeranno Premier Cru, nella stessa annata e per mano dello stesso produttore.

i due vini, Marsannay 2018, in assaggio

L’annata è la 2018: consapevoli del fatto che in Borgogna la 2018 è stata molto calda, non abbiamo indugiato più di tanto prima di stappare, confidenti anche nel fatto che Marsannay produca vini che puntano molto sulla piacevolezza di frutto e che quindi possano essere apprezzati fin da giovani.

Il Domaine in questione è Bart, proprietario di circa 21 ettari dislocati soprattutto a Marsannay, è uno dei produttori più rappresentativi e rispettati del territorio.

I vini che abbiamo assaggiato sono due pinot noir, questo va precisato perché a Marsannay si coltiva anche chardonnay, pinot blanc, in minima parte pinot gris e in passato il territorio era addirittura interamente coperto dal gamay, col quale si produceva abbondantemente il rosato per i ristoranti di Dijon.

Oggi la coltura del gamay è stata abbandonata praticamente ovunque, ma non la tradizione dei vini rosati, tant’è che Marsannay è l’unica AOC dell’intera Borgogna ad ammettere la dicitura “rosé” in etichetta.

Marsannay: mappa dei lieux-dits (Credits: Vitevini.com)

Il primo vino assaggiato è Les Longeroies: situato a Marsannay-la-Côte, non lontano da Chenôve, si tratta di un vigneto molto vasto (oltre i 34 ettari), composto da due lieu-dits: Dessus de Longeroies, la parte più alta, più sassosa e che produce vini più eleganti, mentre Bas de Longeroies è più ricca di argilla, che apporta più sostanza al vino e forse per questo i produttori amano spesso unire nel vino le due parcelle. Devo dire che la versione di Bart mi ha molto colpita, lo si potrebbe definire come un tipico Marsannay, con le sue note fruttate succose ed accattivanti, ma la sua piacevolezza non è assolutamente banale, al contrario si gioca nel dettaglio, che invita il degustatore a perdersi nel calice per tentare di imparare a conoscerlo fino in fondo.

Il secondo vino porta un nome a dir poco eccezionale: Au Champ Salomon: il terzo re di Israele, simbolo di giustizia e fermezza, in un lontano passato ha ispirato il nome del famoso vigneto situato a Couchey, il motivo è dovuto al fatto che anticamente in queste terre venivano impiccati i fuorilegge. Questo vino si presenta in maniera totalmente diversa rispetto al primo: le terre in cui crescono le vigne hanno una base argillosa con venature di ossido di ferro, che donano nel calice note ferruginose ed ematiche che lo fanno risultare più austero e solenne, con sentori speziati di liquirizia e alloro che lo rendono più oscuro e meditativo rispetto alla celebre e allegra estroversione di questa appellation. Anche in bocca, pur mantenendo un’acidità sostenuta, l’ho trovato di una profondità lunga e inaspettata.

Credo che sia proprio la differenza così abissale tra le due bottiglie a rivelare la caratteristica più emblematica e affascinante della Borgogna intera: quando nonostante la stessa mano e la stessa annata, anche nelle zone meno blasonate, è sempre il terroir ad apportare al vino risultati dalle sfaccettature diametralmente opposte. Un mistero mai banale e impossibile da risolvere, col quale l’uomo non può fare altro se non attingervi il proprio piacere.

Elena Zanasi
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Vini scelti tra Italia e Francia

Per chi fa della condivisione del vino la propria missione è sempre più complicato (e, forse, perfino fuori luogo) – in questi tempi di Italia confinata – parlare di vini bevuti. E così, in attesa di tempi migliori in cui si potrà di nuovo incrociare i bicchieri tutti intorno ad un tavolo imbandito, abbiamo ripescato gli appunti e la memoria di una interessante degustazione alla cieca di vini scelti, rigorosamente a casaccio, tra Italia e Francia.

Crémant Blanc Brut Nature – Domaine Overnoy

Ci troviamo in Jura e l’azienda è guidata da Jean-Louis (nipote dell’iconico Pierre Overnoy) e da suo figlio Guillaume. Conduzione artigianale e bio per questa cantina familiare di neppure 6 ettari. Il vino, 100% chardonnay, sosta 30 mesi sui lieviti e si presenta piuttosto timido al naso: frutta bianca, scorza di agrumi, frutta secca in secondo piano… Il sorso è sapido con bollicina grossolana, la freschezza è però piacevole. Il vino è giocato sulla semplicità e chiude leggermente amaricante.

Champagne Vertus Cœur de Terroir 2008 – Pascal Doquet

Champagne Fleur de Passion 2010 – Diebolt-Vallois

La sfida tra di due champagne è stata vinta nettamente da Diebolt-Vallois che, pur in una versione, la 2010, meno felice rispetto all’entusiasmante millesimo 2008 (ne ha parlato Gregorio qualche tempo fa), si conferma un vino dall’accecante mineralità, elegante al naso, sapido e lungo in bocca, pur con un deficit di potenza e verve acida delle annate migliori. Per onestà dobbiamo dire che di Doquet ricordiamo bottiglie migliori, questa ci è apparsa sottotono e con un perlage evanescente, sintomo di una bottiglia probabilmente piuttosto sfortunata.

Erbaluce di Caluso Le Chiusure 2019 – Favaro

Di questo vino abbiamo già parlato qualche settimana fa e confermiamo le stesse impressioni, così come la volontà di risentirlo dopo qualche anno di vetro che gli dovrebbe fare senz’altro bene. Vino delicato e di carattere al tempo stesso, con una furiosa sapidità a supporto.

Dolcetto d’Alba 2013 – Bartolo Mascarello

Landoix Clos des Chagnots 2018 – Domaine D’Ardhuy

Il vino di Bartolo Mascarello alla cieca ha destabilizzato i degustatori, anche se la sua classe cristallina non era in discussione. Olfatto che si apre a coda di pavone tra frutto rosso ancora integro, corteccia, note terrose, pepe, macchia mediterranea, olive…. Bocca intensa, saporita, dal tannino piacevolmente fitto, forse appena brusca in chiusura e non così lunga, ma di grande eleganza. Il pinot noir ha sofferto il confronto, vino piacevole ed immediato, tutto sul lampone, le fragoline e l’incenso, piacione ma credibile e senza eccessi boisé.

Champagne Rosé – Michel Marcoult

Barolo Perno 2013 – Sordo

I due bicchieri della staffa finali molto interessanti. Lo champagne è accattivante a partire dal bel colore rosa salmone, il naso è un tripudio di fragoline, rose e pepe bianco. Bocca piacevolmente fruttata ma di grande freschezza e sapidità in chiusura. Il Barolo, giovanissimo, è decisamente austero. Frutta rossa sotto spirito al naso, poi rose appassite e catrame. Bocca di grande potenza, intensa, dalla trama tannica fitta e dal calore alcolico ben integrato nella materia. Da attendere con grande fiducia.

Diego Mutarelli
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