Qual è stato l’impatto del Covid-19 nel mondo del vino?

Se l’avvento della pandemia ha completamente stravolto le nostre vite, ha forse anche condizionato le scelte sul vino per la nostra cantina? E se abbiamo adottato nuove abitudini, come ci comporteremo nel 2021?

2020. Pandemia. Lockdown. Costretti tra le mura domestiche e preoccupati per l’opprimente crisi economica, nella scorsa primavera ci siamo resi conto che la nostra quotidianità non sarebbe stata più la stessa. Le  priorità sono cambiate, non solo abbiamo rivisto il modo di affrontare le giornate, ma in parte è mutato anche il nostro modo di pensare e di fare determinate scelte. L’impatto di questa nuova realtà ha inevitabilmente avuto conseguenze importanti anche nel mondo del vino.

Durante la scorsa edizione di Wine2Wine, la piattaforma digitale di Verona Fiere, ho avuto l’opportunità di assistere ad un’interessante conferenza sull’ argomento tenuta da Pierpaolo Penco, country manager Italia per Wine Intelligence, una delle più importanti agenzie internazionali di analisi dei mercati e dei consumatori. È emerso che nel 2020 le opportunità di fruizione del vino sono aumentate in quasi tutti i mercati. Ciò non significa necessariamente che abbiamo bevuto più vino, ma che si sono presentate più occasioni di consumo rispetto al 2019. Ci concediamo un calice quindi più spesso, soprattutto a casa, magari durante una chiamata con amici o parenti. Un altro dato interessante dimostra che, avendo dovuto rinunciare a pranzi e cene al ristorante, stiamo dissociando sempre più il consumo di vino dai pasti principali. Di conseguenza, non solo probabilmente parlare di abbinamento vino-cibo sta diventando meno “trendy”, ma il mondo del vino ha per la prima volta l’opportunità di irrompere in momenti della giornata non legati al cibo, dominati in passato da altre bevande.

Se volessimo soffermarci poi su quali siano le generazioni maggiormente coinvolte in questo aumento delle situazioni  di consumo, i Millennials (generazione tra i 25 e i 39 anni) predominano negli Stati Uniti, la generazione Z (giovani fino ai 24 anni) in Australia, i Boomers (dai 55 anni in su) in Germania, Regno Unito e in Svezia. In questi ultimi due paesi, tra l’altro, è emerso un grosso incremento tra le consumatrici del gentil sesso, che rappresentano un target al quale ci si dovrebbe rivolgere con maggiore attenzione.

Tra le tipologie di bevande alcoliche più popolari nel 2020, Vinepair, un famoso media company americano specializzato in vino, birra e spirits, ha identificato un notevole aumento di consumo di Cognac, vini rosati e Prosecco. I vini fermi sono sempre più gettonati, mentre lo Champagne tra marzo e aprile ha subìto un calo di interesse del 40%, per poi recuperare discretamente durante l’estate.

Di fatto, la crisi che sta affrontando il vino più famoso al mondo non ha precedenti, ed è addirittura peggiore dei tempi della Grande Depressione, con perdite stimate che si aggirano a 11.7 milioni di euro e 100 milioni di bottiglie rimaste invendute. Peraltro, l’essenza dello Champagne è sempre stata elegantemente identificata come festa, celebrazione, il suggello di eventi importanti, che nel 2020 non hanno avuto luogo. La crisi ha piegato la filiera al punto da costringere i produttori a diminuire le rese massime di 2.200 kg in meno (8.000 kg per ettaro) rispetto al 2019.

Gli Stati Uniti, tuttavia, non hanno rinunciato alle bollicine, e il Consorzio a tutela del Prosecco DOC ha cavalcato l’esplosione del fenomeno Prosecco (già iniziato negli USA e nel Regno Unito nel 2011) assieme al boom dei vini rosati provenzali (acclamati negli USA dal 2015) per introdurre nel mercato una nuova DOC: il Prosecco Rosé, che quest’anno ha lanciato nel mercato 20 milioni di bottiglie e ha come obiettivo già nel 2021 il raggiungimento di 50 milioni di bottiglie in produzione. Un’intuizione geniale o un’azione esclusivamente di marketing che svilisce un territorio e una tradizione? A voi la scelta.

Tornando ai vini fermi, in uno studio sul comportamento degli americani durante l’estate,  Vinepair ha notato una forte attenzione rivolta ai vitigni più familiari e conosciuti, come il cabernet sauvignon, lo chardonnay, il sauvignon blanc, il pinot noir e i cosiddetti red blends. D’altronde, pure noi italiani abbiamo privilegiato i prodotti più familiari e locali, anche per una questione morale di sostegno alle imprese italiane.

La pandemia ha influenzato non solo la scelta di genere, ma anche di packaging: c’è stato infatti  un aumento di richieste verso formati alternativi alla classica bottiglia in vetro dal 0,75 lt. Essendo diminuite le occasioni di convivialità e condivisione tra amici, i consumatori stanno optando sempre di più per le mezze da 0,375 lt. Non solo, è stato registrato anche un aumento delle vendite dei formati bag-in-box e, udite udite, del vino in lattina, un fenomeno molto interessante nato negli States per allargare il consumo del vino a nuove categorie. Anche nel 2021 continuerà il trend e si spera che il vino commercializzato in questo modo possa perlomeno migliorare dal punto di vista qualitativo, e chi lo sa, magari un giorno questa versione potrà  invogliare i nuovi giovani consumatori a spingersi anche verso il “vino vero”, non solo una semplice bevanda alcolica alternativa alla birra.

Parlando di brand, la pandemia ha purtroppo messo in ginocchio moltissime piccole-medio imprese italiane, che tra i tanti problemi si sono trovate costrette a rinunciare al sostegno del canale Ho.Re.Ca., che in Italia è precipitato fino al 91%. Al contrario, volgendo l’attenzione verso i marchi più affermati e blasonati, come afferma Vinepair, “The Big got bigger”: con meno opportunità di incontro e di scoperta di nuovi prodotti, la clientela sia on-trade che off-trade ha preferito appoggiarsi ai più rassicuranti marchi famosi. Queste imprese, pur costrette ad affrontare certe difficoltà, stanno comunque riuscendo a fronteggiare la crisi anche grazie a strutture commerciali stabili e capitali solidi, inoltre possono contare sulla Gdo, che solo in Italia ha visto un incremento del 51%.

Tutto ciò è confermato dai dati della “Liv-Ex Power 100” 2020, la lista dei Top 100 vini considerando i volumi, i valori mossi da ogni brand, il prezzo medio, la variazione delle quotazioni e il numero dei singoli vini sul mercato. È stato infatti identificato un aumento di prezzo dal 14% al 28% per cantine come Solaia, Romano dal Forno o Ca’ Nova. Eppure, il dato più rilevante riguarda il numero dei nomi italiani ai vertici di questa classifica internazionale: non se n’erano mai visti così tanti! Ben 17 aziende, con Gaja alla posizione n.3, Sassicaia alla n.4, Ornellaia alla n. 6, Masseto alla n. 9, Solaia alla n. 13. Un risultato che va ben sfruttato e che ci fa sperare in un risvolto positivo del Made in Italy del nostro settore per il 2021. Cosa aspettarci dunque dall’anno che verrà? È ovvio che la prima cosa che mi auguro è un maggiore  impegno da parte delle istituzioni, per proteggere sia il settore della ristorazione che i piccoli produttori. È chiaro che le azioni attuate finora non sono neanche lontanamente sufficienti:  pensate che l’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor ha affermato che solo un’azienda vinicola italiana su 10 ha aumentato il proprio business nel 2020 e che 7 aziende su 10 hanno virato il fatturato in negativo. Tuttavia, è un dato di fatto che l’interesse verso il settore vitivinicolo sta aumentando e, nonostante tutto, il vento è a nostro favore, pur trovandoci nel bel mezzo della tempesta. Ritengo che il consumatore medio del 2021, che è molto più competente e preparato rispetto al passato, dovrebbe fare scelte ancor più ponderate e consapevoli, con il fine di preservare l’esistenza di tutti quei piccoli produttori che costituiscono le fondamenta dell’eccellenza qualitativa del vino nel mondo. Senza il loro contributo oggi non solo non si parlerebbe di poesia quando si tratta l’argomento “vino”, ma nemmeno di industria, perché senza qualità non c’è valore e senza valore il mercato non ha più ragion d’essere.

Elena Zanasi
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Rosso di Montepulciano 2018 – Poderi Sanguineto I e II

C’è un vino che durante queste festività si è imposto alla mia attenzione. Proprio così: si è imposto facendosi notare sgomitando tra le altre bottiglie e mettendole in secondo piano grazie alla sua vibrante luminosità e con la sua classe cristallina.

Si tratta del Rosso di Montepulciano di Poderi Sanguineto I e II, storica azienda di Montepulciano (Acquaviva) che nel millesimo 2018 ha prodotto un Rosso di Montepulciano veramente squisito. Il vino è ottenuto da sangiovese (prugnolo gentile) per l’80% con canaiolo nero e mammolo a completare il blend. Vinificazione tradizionale, con fermentazione spontanea e affinamento in botti grandi di Slavonia e Allier per circa 12 mesi.

Rosso di Montepulciano 2018 – Poderi Sanguineto I e II

Il vino si presente in una sfavillante veste rosso rubino.

Il naso è sorpreso dapprima da vividi profumi di frutta come ciliegia e ribes nero, poi si fa strada il bergamotto accompagnato da una freschissima viola. In sottofondo una nota accennata di rotella di liquirizia. Il tutto in una cornice di pulizia e precisione veramente encomiabile.

L’ingresso del vino nel cavo orale è caratterizzato da impeto di frutta ma senza alcuna mollezza, dinamica e progressione accompagnano il sorso che è fresco e succoso, ampio e profondo. Inutile dire che la bevibilità è una naturale conseguenza della composta piacevolezza del vino. Il tannino è presente con trama sottile, la chiusura è sapida e su piacevoli ritorni ferrosi. La mineralità si accentua nel bicchiere del giorno successivo.

Plus: questo Rosso di Montepulciano non è un piccolo Nobile, ma un vino completo e identitario fatto di eleganza e scorrevolezza, sapore e spessore.

Un francese, uno spagnolo ed un italiano…

Non è l’inizio di una barzelletta, ma il resoconto degli ultimi vini bevuti. Un casuale percorso paneuropeo.

Moulin à Vent “Les Trois Roches” 2019 – Pierre-Marie Chermette

Bel rubino scarico e luminoso come ci si aspetta dal gamay di Beaujolais.
Olfatto di ribes, fragolina di bosco, viole. Il tutto avvolto da mineralità scura che fornisce complessità senza togliere spensieratezza al vino.
Freschezza e sapidità veicolano il sorso, che risulta scorrevole e goloso, peccato solo per una punta di alcol che sfugge nel finale.

Pierre-Marie Chermette è un domaine del Beaujolais con una lunga tradizione. La stile di vinificazione è molto delicato e mai prevaricante, per questo è particolarmente didattico assaggiare i loro crus del Beaujolais, oltre al Moulin à Vent in gamma possiamo infatti trovare anche Brouilly, Fleurie, Saint-Amour.

Priorat vinyes velles 2015 – Ferrer Bobet

Impenetrabile nel suo rosso rubino con riflessi bluastri. Al naso è molto intenso e di impatto con frutta scura matura (prugna), eucalipto, un floreale elegante di viola e peonia, un tocco di cacao. Anche il sorso è possente, si allarga nel cavo orale ma fortunatamente la dinamica non manca, l’acidità stempera la materia fruttata e la accompagna nello sviluppo. Il tannino è molto ben calibrato, setoso e dolce. La chiusura è sapida con qualche ritorno speziato (vaniglia).

Ferrer Bobet è un’azienda a conduzione biologica relativamente recente (il primo millesimo in commercio è stato il 2005) . Il vinyes velles 2015 è ottenuto per due terzi dalla varietà cariñena e per un terzo da garnacha; ha uno stile ipertrofico e morbido ma con alcol sotto controllo e buona mobilità. Non entusiasmerà chi cerca, anche nei vini rossi, freschezza e spigliatezza; la materia ricca e dolce ed il lavorio del legno, come spesso accade in questa denominazione, sono ben avvertibili pur in un contesto di grande armonia.

Grignolino del Monferrato Casalese “Bestia Grama” 2019 – Agricola BES

L’Agricola BES è una giovanissima realtà biologica che si trova in Monferrato, per l’esattezza a Treville. Il grignolino che assaggiamo per la prima volta ha un bellissimo colore rubino chiaro, al naso si inseguono piccoli frutti rossi e note agrumate, fiori dolci e delicati tocchi di pepe. Bocca agile, molto succosa e beverina, tannino appena accennato e chiusura elegantemente pepata.

Non certo un vino complesso, ma molto ben fatto e misurato nella sua immediatezza. Azienda da seguire, produce due altri vini – uno a base barbera, l’altro a base syrah – che non abbiamo ancora avuto l’occasione di provare.

Pianeta Sangiovese

Lo sapevate che il sangiovese è l’uva più diffusa in Italia e una delle uve più coltivate al mondo? Dal momento che esistono diversi tipi di sangiovese, stiamo parlando di tanti vitigni o di uno solo? Che cosa accomuna il sangiovese e il nerello mascalese (oltre al fatto che fanno rima, si intende)?

Oggi vi racconterò le origini misteriose di questo vitigno, che nel suo diffondersi si insediò in gran parte dello Stivale per poi approdare finalmente in Toscana, terrà in cui trovò la sua massima espressione.

Ho forse lasciato intendere che il sangiovese non abbia origini toscane? Beh, con ogni probabilità è così: numerose ricerche sostengono infatti che ebbe origine nell’Italia meridionale, grazie alla scoperta dell’eccezionale somiglianza genetica tra il sangiovese e certi vitigni del sud, come il gaglioppo in Calabria, o il frappato e il nerello mascalese in Sicilia.

La verità è che la storia del sangiovese è antichissima, addirittura millenaria e la sua dote più straordinaria  sta proprio della sua predisposizione a mutare, ad adattarsi e a trasmettere al suo corredo genetico le varianti fenotipiche che ha acquisito (epigenetica). Inoltre, non va sottovalutato il lavoro dell’uomo, che ha coltivato e preservato queste differenze. L’epilogo di questo racconto darwiniano? Un patrimonio genetico che consente di parlare di un unico vitigno, e tantissime varianti, per l’esattezza 125 cloni che si esprimono diversamente a seconda del territorio di appartenenza, col quale hanno stabilito un rapporto così profondo da risultare inscindibile. Perciò, quando parliamo di sangiovese di Romagna, di prugnolo gentile o di morellino, pur avendo proprietà organolettiche ben distinte, ci riferiamo ad un’unica grande famiglia che possiede precise caratteristiche appartenenti a tutte le sue varianti.

Di seguito alcuni esempi fotografici di diversi cloni di sangiovese:

Un’uva dall’ottima vigoria, dotata di buone capacità di adattamento, tuttavia richiede condizioni pedoclimatiche precise per esprimersi al meglio, vale a dire terreni poveri e ben drenanti, una ventilazione costante e temperature elevate per la sua maturazione ottimale, essendo piuttosto tardiva. Ecco una delle ragioni per cui il sangiovese spesso viene tagliato con altre varietà, per comodità o tradizione: perché semplicemente non cresce bene proprio ovunque. Un altro motivo per il quale si fa ricorso a vitigni complementari è per ammorbidirlo, colorarlo, addolcirlo. Il sangiovese non è di certo un vino piacione, al contrario è dotato di un’ottima acidità e tannini fitti; gode di gradazioni zuccherine alte ed è povero di antociani, per questo non sarà mai particolarmente colorato, se vinificato in purezza.

masterclass sulle diverse espressioni di sangiovese – Collisioni a Barolo, luglio 2019

Ecco le peculiarità generali di quest’uva straordinaria, in grado nelle sue espressioni migliori di sfidare i decenni all’interno della sua bottiglia. Il compito dell’uomo ora è quella di proteggere questo preziosissimo bagaglio culturale attraverso una viticultura che non accetta compromessi e il rispetto per la tradizione, con il supporto di disciplinari chiari e severi e tramite una giusta comunicazione. Il primo passo per compiere questa missione gloriosa è comprendere che sussiste un patto tra il sangiovese e la terra che lo ha accolto. Non esiste il Brunello senza Montalcino, non esiste il Vino Nobile senza Montepulciano, non esiste il vino Chianti Classico senza il territorio del Chianti Classico. È la diversità la vera bellezza, la scintilla che ha scatenato infinite sfumature, portando alla luce l’estrema eterogeneità del territorio italiano: il nostro patrimonio, la nostra unicità.

Elena Zanasi
Instagram: @ele_zanasi

Dom Pérignon 2008: per ora brutto anatroccolo. Diventerà cigno?

Il Dom Pérignon non ha certo bisogno di presentazioni: Champagne mito prodotto in milioni di bottiglie (cifre non ufficiali parlano di 5/6 milioni circa) solo nelle migliori annate dal colosso LVMH.

Il prezzo ormai da qualche anno è stabile e si aggira tra i 130 e 160 euro, diciamo che è una sicurezza anche per chi vuole fare un regalo di prestigio e gradito ad una platea di bevitori piuttosto vasta.

Stappo questa 2008 (annata considerata super) uscita da un paio d’anni circa, purtroppo al momento è una delusione sia al naso, dove appare completamente chiuso, sia in bocca dove una bolla ancora scomposta e un’acidità sopra le righe la fanno da padrone lasciando spazio a pochissimo altro.

E’ noto agli appassionati che DP con questa cuvée ha cambiato profondamente stile passando ad un dosaggio di zuccheri molto più basso rispetto al passato ed in generale ad un approccio molto meno “ruffiano”. Insomma, intenzioni che possono essere viste positivamente, ma se il risultato è questo devo dire che rimane più di una perplessità, soprattutto se consideriamo che al livello di prezzo di DP la concorrenza non manca ed è di alta qualità.

Ad ogni modo lo riproveremo sulla fiducia, non prima di qualche anno (minimo 5), sperando che nel frattempo qualcosa si sia “mosso” in bottiglia.

E tu? Se hai già assaggiato Dom Pérignon 2008 mi piacerebbe sapere che ne pensi.

Gregorio Mulazzani
Facebook: @gregorio.mulazzani

Il Sorbara del Professore, dalla cattedra alla tavola

Da oggi si unisce al team di Vinocondiviso Elena Zanasi, modenese di nascita, abita a Montepulciano e si occupa di vendite e marketing per un’azienda vitivinicola.
Questo è il suo primo post.

Per iniziare il racconto del mio percorso nel bicchiere, ho deciso di partire dalle origini.

È vero, l’epicentro del mio mondo del vino è senza dubbio la Toscana, culla dei miei studi, della passione, del lavoro che faccio da più di sei anni. Tuttavia, per provare a raccontarvi la mia storia è necessario fare un passo indietro e tornare a certi momenti di quotidianità in famiglia, quando ero bambina e la domenica a pranzo osservavo i grandi che stappavano una bottiglia da condividere in allegria. Fiumi di bollicine colorate, fresche e spumeggianti, che strappavano il sorriso ad ogni sorso, versate tranquillamente nei bicchieri dell’acqua, perché si sa, questi vini non hanno mai bisogno di troppi fronzoli, vanno semplicemente goduti.

i grappoli di Sorbara

Penso che abbiate già capito di cosa sto parlando: del Lambrusco, vino dalle origini antiche e ineluttabilmente legato al luogo in cui esso è creato, alla sua gente e una tradizione, quella emiliana: terra dell’abbondanza, dell’accoglienza e della convivialità.

Il Lambrusco è un vino dalle mille sfaccettature: dal rosso porpora e impenetrabile al rosa pallido appena accennato, è il vino rifermentato in bottiglia, in autoclave, è metodo classico. È il vino del contadino, ma anche quello dell’industria, per questo per avvicinarsi a lui bisogna abbandonare ogni pregiudizio e lasciarsi coinvolgere dalla sua essenza, perché il Lambrusco può anche assumere forme talmente diverse da fare fatica a circoscriverlo ad un unico vino, ma avrà sempre una caratteristica molto evidente che accomuna tutte le sue versioni: l’anima. Ecco, questa è la prima e la più importante qualità che ogni lambrusco deve avere! Bevete un sorso e chiedetevi: “Questo vino ce l’ha un’anima?” – vedrete che rispondere sarà semplice, perché si tratta di un vino talmente immediato che anche la risposta sarà altrettanto tempestiva.

Tra le varie bevute che mi hanno fatto giungere a questa conclusione, c’è indubbiamente quella legata ad un signore di Modena, che da quarant’anni produce il vino per sé dal suo ettaro scarso di vigneto, tuttavia tantissimi conoscono “il vino del Prof”. È così che si fa chiamare Vincenzo Venturelli, ex professore di matematica che cura meticolosamente la sua vigna a Saliceto sul Panaro, di fronte alla sua casa e alla sua cantina, o meglio, il suo garage.

Ebbi modo di conoscerlo meglio quando lo andai a trovare durante il periodo della vendemmia, a settembre 2019. Mi ci portò Antonio Previdi, amico e oste della Trattoria Entrà di Finale Emilia. Per prima cosa, andammo a vedere i filari: le alte viti a piede franco affondavano le possenti radici in terreni sabbiosi e pianeggianti, si trattava di cloni antichi di Sorbara. L’uva era matura, sana e succosa, i grappoli spargoli e dolci. Vicino all’ingresso di casa notai piccole viti che crescevano nei vasi come se fossero piantine ornamentali, ma in realtà si trattava della sua nursery. Il Prof si trovava di fronte al garage, e con un forcone tirava giù l’uva pronta per essere pigiata. Un uomo di una certa età, con gli occhiali da vista anni ’70 appoggiati sulla punta del naso, magro e con le spalle strette, eppure sembrava che la fatica non lo sfiorasse nemmeno lontanamente.  Un personaggio schietto e sincero, talmente indaffarato che ci salutò a malapena. Il suo modo di lavorare era eccentrico come lui: rifiuto totale della chimica, i suoi operai lavavano i grappoli prima della vendemmia, travasi in cantina ripetuti incessantemente.  Quando gli chiesi se facesse anche metodo Charmat, per poco non mi mandò via: il Sorbara va rifermentato in bottiglia, semmai con il Metodo Classico, che lui chiama siampan.

Finalmente arrivò l’ora di pranzo e lui organizzò qualcosa che solo un produttore modenese poteva escogitare: allestì una lunga tavolata in giardino per noi e i suoi operai, mentre sua moglie sfornava lasagne. La tavola era imbandita con le bottiglie del suo Sorbara e del suo Trebbiano di Spagna, varietà presente nel territorio modenese già dal Seicento, il mio vino del Prof preferito.

Sorbara del Prof 2017 rifermentato in bottiglia

Il Sorbara era di color polpa di ciliegia, al naso un invitante profumo di violetta e fragolina di bosco, con una bolla fine e fitta, e un’acidità rinfrescante e dissetante. Il Trebbiano di Spagna, invece, è un vino che in pochi conoscono, ma una volta assaggiato sarà difficile dimenticarlo: colore giallo paglierino intenso e concentrato, profumava di camomilla e mela Golden, la sua beva era accattivante, in bocca una buona struttura e persistenza, un vino gioioso e allo stesso tempo coinvolgente.

E così, come per magia, si creò quell’atmosfera di condivisione e amicizia che rappresenta d’altronde lo scopo e il senso di un vino, quando questo viene realizzato romanticamente per essere bevuto e non per essere venduto.

Elena Zanasi
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Champagne Avizoise 2013 – Agrapart

Siamo nel cuore della Côte de Blancs, ad Avize, dove lo chardonnay regna sovrano. Qui ha le vigne Pascal Agrapart, uno dei vigneron più noti ed in ascesa degli ultimi anni, come, ahimè, parimenti in ascesa, sono i prezzi delle sue bottiglie.

Champagne Extra Brut Avizoise 2013 – Agrapart

Beviamo – non degustiamo perché la bottiglia finisce troppo in fretta – il suo Avizoise 2013 (ottima annata per lo chardonnay da quelle parti) tra le sue cuvée di alta gamma proveniente solo da vecchie vigne di Avize. La sboccatura è di maggio 2019, quindi ancora giovanissimo ma la curiosità è tanta, con un dosaggio 3 grammi/litro (extra brut).

Il naso è subito un tuffo nella craie champenoise, il gesso/calcare/argilla affiorante dappertutto da quelle parti, dove una volta c’era il mare; naso ulteriormente impreziosito da bergamotto, tè verde, anice e finocchietto, un trionfo di eleganza e finezza come nello stile di Pascal. La bocca è potenza in guanto di seta, appagante, salata, piena ma mai pesante, anzi il contrario, con una beva travolgente (in due ci vorrebbe una magnum), si percepisce chiaramente che il palato è ancora compresso e che questo Champagne andrebbe riassaggiato tra 5 anni minimo per permettergli di sprigionare tutta la sua palette aromatique; ma è così goloso e così piacevole che queste diventano solo elucubrazioni di un enomaniaco.

Da abbinare con un gran carpaccio di ricciola, del caviale serio o del sushi di alto livello.

Gregorio Mulazzani
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Champagne La Grande Année 2002 – Bollinger

Bollinger non ha certo bisogno di presentazioni, si tratta di una della Maison più antiche e illustri della Champagne. Il loro La Grande Année (che sboccato tardivamente esce come R.D.*) è uno champagne classicissimo – 66% di pinot noir e 34% di chardonnay – sempre di grande solidità e struttura che raramente delude, potremmo definirlo un assegno circolare…un po’ come la Grande Cuvée di Krug.

Champagne La Grande Année 2002 – Bollinger

Questo 2002 – figlio di un’annata memorabile con sboccatura 2011 (alla faccia di chi dice che gli Champagne vanno bevuti giovani) – al naso ha un’ossidazione molto controllata, cenni di pasticceria, ferro, agrumi maturi e gesso; ma è la bocca che colpisce davvero: una crema vellutata con una bolla finissima che accarezza il palato ed un’acidità ancora pimpante a chiudere.

Non è la potenza ma sono l’eleganza e la delicatezza che la fanno da padrone, come vuole da sempre lo stile Bollinger. Uno Champagne autunnale da abbinare, vista la stagione, a un gran risotto al tartufo oppure a porcini freschi o ancora bevuto da solo ma in buona compagnia davanti al camino come augurio per un 2021 migliore.

Gregorio Mulazzani
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* approfondiremo la storia di R.D. (Récemment Dégorgé) in un prossimo post!

In Champagne, ma bevendo rosso

La storia dello Champagne non nasce fra bollicine e tappi a fungo, come si potrebbe credere: affonda le proprie radici e deve la sua iniziale fama ai vini rossi fermi, presenti sulla tavola della corte di Francia già dal 1500.

Il clima freddo e sistemi di vinificazioni antichi non permettevano di realizzare vini di alta qualità e così nel corso degli anni i vini fermi furono accantonati a favore della seconda rifermentazione in bottiglia.

I vini rossi non sono però mai scomparsi del tutto, arrivando fino ai giorni nostri e diventando, di contro, una chicca per gli appassionati: poche bottiglie a prezzi non popolari. La denominazione Coteaux Champenois racchiude non solo i vins tranquilles rossi, ma anche rosati e bianchi, entrambi rarissimi. Da segnalare che alcuni giovani produttori, favoriti anche dai cambiamenti climatici, stanno elaborando vini bianchi fermi da immettere sul mercato nei prossimi anni.

Incuriosita dalla tipologia e complice un corso sullo Champagne, ho deciso di assaggiare un vino rosso da Champagne e la scelta è ricaduta sul Coteaux Champenois Bouzy Rouge 2009 di Benoît Lahaye, un recoltant manipulant di Bouzy di cui già amo le bollicine. Altre opzioni che custodisco, come enoici sogni da esaudire, sono EglyOuriet Cuvée des Grands Côtés Vieilles Vignes e Bollinger La Côte aux enfants.

Coteaux Champenois Bouzy Rouge 2009 – Benoît Lahaye

Non iniziamo al meglio: il tappo si rompe all’apertura ma riusciamo ad estrarlo senza danno; appena messo al bicchiere (un pinot noir con un bel granato luminoso) all’olfatto si presenta cupo e chiuso con un’insistita nota animale di pelo bagnato. Dopo un’ora di attesa (in punizione in sgabuzzino!) migliora molto anche se la fanno da padrone soprattutto i sentori terziari di cuoio, foglia di tabacco e humus. Anche la bocca sembra soffrire un po’ dell’evoluzione del vino e risulta corta e “svuotata”; solo dopo un’ora e mezza ecco ringiovanirsi con un bel pot pourri di fiori rossi, spezie dolci, polvere di cacao. Guadagna anche in persistenza.

Infine, dopo due ore, fa capolino una nota di lampone e fragolina di bosco, il sorso si allunga ancora: finito. Abbinato ad un tagliere di formaggi degli amici della Sala della Vino, dove, per la cronaca 😉, trovate due delle diciotto bottiglie che sono arrivate in Italia quest’anno (millesimo 2017).

Alessandra Gianelli
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Il vino è una passione da ricchi?

In un mondo in cui le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza aumentano ed il numero di miliardari cresce senza sosta anche in tempo di crisi…è fatale anche il mondo del vino ne risenta.

(Photo Credit: Vinepair)

Le bottiglie iconiche – quelle che ogni appassionato di vino dovrebbe bere almeno una volta nella vita – hanno raggiunto ormai prezzi proibitivi.

Non che in passato questi vini fossero a buon mercato, certo, ma con qualche sacrificio erano bottiglie accessibili ad una platea piuttosto vasta di appassionati. Oggi, purtroppo non è più così.

Se ne sono accorti anche nella patria del capitalismo: Eric Asimov, wine critic del New York Times lancia un grido di dolore nel suo blog ospitato dalle pagine digitali del giornale newyorkése.

Ma vediamo di riportare qualche esempio concreto e vissuto.

Verso la fine del 2009 un gruppo di appassionati bevitori – tra i quali anche chi scrive – decise di fare quella anche appariva una meravigliosa pazzia: organizzare una colletta per comprare due vini importanti da degustare insieme. E così acquistammo, per circa 1.300 €, La Tâche 1996 del Domaine de la Romanée Conti e Chambertin 1996 del Domaine Armand Rousseau. Oggi per comprare quelle stesse bottiglie, anche in annata diversa ma di pari qualità, ci vorrebbe una cifra almeno quadrupla.

Per restare in Italia, in quegli anni, il Barolo Monfortino Riserva di Giacomo Conterno costava circa ¼ di quanto costa oggi.

Di qualche giorno fa la notizia di un’asta record per l’Italia: è stata venduta una doppia magnum (jéroboam) di Romanée Conti 1990 alla significativa cifra di 100.000 €.

Contrariamente a quel che normalmente si crede, i produttori di questi meravigliosi vini non beneficiano proporzionalmente di questo trend rialzista. Spesso l’aumento di prezzo oltre una certa soglia non è “cercato” dal vignaiolo ma “provocato” da un mercato che tratta il vino sempre più come un asset finanziario piuttosto che come una splendida espressione culturale e territoriale da bere e condividere in compagnia.

Soluzioni all’orizzonte non ve ne sono, purtroppo. Non possiamo che chiudere con l’amara constatazione di Asimov:

Diminishing access to great wines is certainly not a catastrophe, or much of a problem for anybody not enamored of wine. But it is a shame.

Diego Mutarelli
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