Varcando la porta settentrionale della Côte d’Or: Marsannay

Prima appellation che si incontra entrando nella Côte d’Or da settentrione è Marsannay, che nei suoi oltre 240 ettari abbraccia tre comuni (Chenôve, Marsannay-la-Côte e Couchey), ed è famosa per i suoi vini polposi e fruttati. Si può dire che sia un’appellation ancora sottovalutata, probabilmente perché sue bottiglie non possono vantare della dicitura “Premier Cru” in etichetta, ma mi piacerebbe invitare il lettore a prestare attenzione alla qualità dei vini di questo territorio, perché di recente quattordici climats sono stati effettivamente promossi a questo prestigioso riconoscimento, che sarà completato nel giro di pochissimo tempo.

Per imparare a conoscere meglio Marsannay abbiamo assaggiato alla cieca due bottiglie di due differenti climats che presto diventeranno Premier Cru, nella stessa annata e per mano dello stesso produttore.

i due vini, Marsannay 2018, in assaggio

L’annata è la 2018: consapevoli del fatto che in Borgogna la 2018 è stata molto calda, non abbiamo indugiato più di tanto prima di stappare, confidenti anche nel fatto che Marsannay produca vini che puntano molto sulla piacevolezza di frutto e che quindi possano essere apprezzati fin da giovani.

Il Domaine in questione è Bart, proprietario di circa 21 ettari dislocati soprattutto a Marsannay, è uno dei produttori più rappresentativi e rispettati del territorio.

I vini che abbiamo assaggiato sono due pinot noir, questo va precisato perché a Marsannay si coltiva anche chardonnay, pinot blanc, in minima parte pinot gris e in passato il territorio era addirittura interamente coperto dal gamay, col quale si produceva abbondantemente il rosato per i ristoranti di Dijon.

Oggi la coltura del gamay è stata abbandonata praticamente ovunque, ma non la tradizione dei vini rosati, tant’è che Marsannay è l’unica AOC dell’intera Borgogna ad ammettere la dicitura “rosé” in etichetta.

Marsannay: mappa dei lieux-dits (Credits: Vitevini.com)

Il primo vino assaggiato è Les Longeroies: situato a Marsannay-la-Côte, non lontano da Chenôve, si tratta di un vigneto molto vasto (oltre i 34 ettari), composto da due lieu-dits: Dessus de Longeroies, la parte più alta, più sassosa e che produce vini più eleganti, mentre Bas de Longeroies è più ricca di argilla, che apporta più sostanza al vino e forse per questo i produttori amano spesso unire nel vino le due parcelle. Devo dire che la versione di Bart mi ha molto colpita, lo si potrebbe definire come un tipico Marsannay, con le sue note fruttate succose ed accattivanti, ma la sua piacevolezza non è assolutamente banale, al contrario si gioca nel dettaglio, che invita il degustatore a perdersi nel calice per tentare di imparare a conoscerlo fino in fondo.

Il secondo vino porta un nome a dir poco eccezionale: Au Champ Salomon: il terzo re di Israele, simbolo di giustizia e fermezza, in un lontano passato ha ispirato il nome del famoso vigneto situato a Couchey, il motivo è dovuto al fatto che anticamente in queste terre venivano impiccati i fuorilegge. Questo vino si presenta in maniera totalmente diversa rispetto al primo: le terre in cui crescono le vigne hanno una base argillosa con venature di ossido di ferro, che donano nel calice note ferruginose ed ematiche che lo fanno risultare più austero e solenne, con sentori speziati di liquirizia e alloro che lo rendono più oscuro e meditativo rispetto alla celebre e allegra estroversione di questa appellation. Anche in bocca, pur mantenendo un’acidità sostenuta, l’ho trovato di una profondità lunga e inaspettata.

Credo che sia proprio la differenza così abissale tra le due bottiglie a rivelare la caratteristica più emblematica e affascinante della Borgogna intera: quando nonostante la stessa mano e la stessa annata, anche nelle zone meno blasonate, è sempre il terroir ad apportare al vino risultati dalle sfaccettature diametralmente opposte. Un mistero mai banale e impossibile da risolvere, col quale l’uomo non può fare altro se non attingervi il proprio piacere.

Elena Zanasi
Instagram: @ele_zanasi

Coprire un vino scopre i suoi dettagli più intimi: Roumier e una degustazione senza veli

Se durante una degustazione alla cieca le prime domande che ci poniamo riguardano vitigno, zona e annata, nelle fasi successive proveremo a chiederci quale sia il livello qualitativo del vino, cosa che a volte risulta molto più difficile di quello che potremmo aspettarci.

Quando invece ci troviamo davanti a bottiglie scoperte, il nostro cervello innesca certi meccanismi, anche involontari, che ci preparano mentalmente a ciò che andremo a degustare. Si tratta di processi cognitivi che possono in qualche modo imbrogliare, offuscando la nostra obiettività e facendoci coinvolgere non solo dal vino, ma anche dall’etichetta. E più la bottiglia è costosa, rara, o recensita con punteggi alti, più ci si aspetta di bere qualcosa di trascendentale, illuminante, commovente. A tutti noi sarà capitato almeno una volta di godere di queste sensazioni, ma non solo per merito del vino, quanto alle aspettative preliminari, che inconsciamente hanno scatenato un desiderio di appagamento che siamo decisi a soddisfare.

In teoria potrebbe apparire facile, o addirittura banale, essere in grado di verificare che la qualità di un vino corrisponda alla descrizione in etichetta. Ebbene, quando poi ci troviamo da soli di fronte alla realtà dei fatti, capiamo che questo discernimento non è così semplice, e che a volte i vini “base” si dimostrano addirittura più apprezzabili rispetto a esemplari più blasonati. Per questo è importante esercitare le abilità di valutazione bendando i pregiudizi e le aspettative, non solo per divertirci nel metterci alla prova, ma soprattutto per imparare ad ascoltare i dettagli che determinano la vera qualità di un vino, senza maschere.

Allenare la capacità di giudizio è un cammino complicato, ci metterà di fronte alle nostre lacune e i nostri limiti, a volte ci sorprenderà e altre ci deluderà, ma senza dubbio realizzeremo che il vino non mente mai, e ci fornirà gli strumenti necessari per capire il valore di una bottiglia. Che valore non è solo un parametro economico, ma qualcosa da custodire nel cuore e nella memoria.

Una sera mi sono trovata a confrontare due bottiglie bendate: due vini meravigliosi, qualitativamente direi allo stesso livello, per motivi diversi. Una volta tolta la stagnola ho scoperto che si trattava di un Grand Cru e di un Village, provenienti da due zone diverse della Côte de Nuits.

Il Village che tanto mi ha sorpreso non capita tra le mani tutti i giorni: il produttore è Christophe Roumier, che oggi gestisce il leggendario Domaine fondato da suo nonno, Georges Roumier. Questa realtà possiede neanche dodici ettari in alcune delle parcelle più prestigiose della Côte de Nuits, ed è soprattutto emblema delle qualità uniche di Chambolle Musigny.

Chambolle Musigny: un nome che solo a pronunciarlo evoca una sorta di terra promessa, sogno di ogni vigneron, il cui frutto è un vino spesso definito in maniera semplicistica come femminile e seducente. In realtà Chambolle Musigny è questo, ma molto di più: situato tra Morey Saint Denis e il Clos Vougeot, questo comune è minuscolo, abitato da appena trecento abitanti, eppure le sue terre di origini antichissime sono la culla di vini straordinari, dalla bellezza mistica e inarrivabile, la cui unicità sta nella loro energica luminosità, nel dettaglio, nelle infinite sfumature che si presentano a livello aromatico.

Tra le parcelle che compongono lo Chambolle Musigny di G. Roumier troviamo Le Clos, lieu dit situato praticamente nella Combe Ambin e per questo le uve ricavate sono profumate, fresche, e in grado di donare energia al vino.

L’annata è la 2012: il colore è brillante e abbastanza concentrato, al naso sprigiona una complessità interessante e ancora in evoluzione, in cui emergono profumi freschi di lampone, fragolina di bosco, un floreale che volge sul glicine, poi sottobosco, pietra bagnata e un lieve profumo di  incenso. Andare a ricercare tutti i suoi profumi è stato un vero viaggio dentro me stessa, tuttavia la parte più sorprendente della degustazione è stata, giustamente, l’assaggio: nel calice ho trovato il perfetto equilibrio tra la finezza di Chambolle, data da tannini che si presentano in punta di piedi, e una tridimensionalità sbalorditiva, con un centro bocca denso, teso, persistente. 

Se questo è il suo Village, allora come sarà il suo Bonnes Mares, o addirittura Les Amoureuses o il rarissimo Musigny? 

P.S. Ora magari vi chiederete quale fosse il Grand Cru con cui l’ho confrontato. La risposta è semplice: andare a sbirciare il mio pezzo precedente, sui benefici e rischi di intraprendere un viaggio tra i vini di Borgogna, e lo scoprirete!

Elena Zanasi
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Benefici e rischi di intraprendere un viaggio tra i vini di Borgogna

È da un po’ di tempo che un pensiero, un’idea, un impulso si è radicato nella mente e non se ne va più.

Ho provato a spostarlo e a rivolgere l’attenzione altrove, perché lo so come succede in questi casi: da vezzo che fluttua allegramente in testa, ben presto si trasforma in pensiero fisso, poi ossessione, e da lì è praticamente impossibile tornare indietro.  

Questo pensiero consiste nel desiderio di condividere un percorso che ho iniziato seriamente un anno fa attraverso le pagine e le bottiglie della Borgogna. Mi sono addentrata con la mente (e con il fegato) in questa regione meravigliosa senza rendermene conto, inizialmente studiando il libro di Camillo Favaro e Giampaolo Gravina, “Vini e Terre di Borgogna”. Una volta terminato, sono passata all’opera di Armando Castagno “Borgogna. Le vigne della Côte D’Or”. Allo stesso tempo ho degustato le bottiglie che riuscivo a trovare assieme al mio fidanzato, che aveva intrapreso già da tempo questo favoloso viaggio, e prendendoci per mano ci siamo buttati a capofitto in questa avventura. Sono convinta che vivere le esperienze nel bicchiere in compagnia, confrontandosi e imparando l’uno dall’altra, renda il processo conoscitivo ancora più completo e totalizzante e le abilità del degustatore ancora più affinate e intuitive.

Chambertin 2010 – Domaine Rossignol-Trapet

Le righe che state leggendo sono l’epilogo di una lotta piuttosto travagliata contro me stessa: prima di tutto, ho provato una stranissima preoccupazione ad affezionarmi così tanto all’argomento da non desiderare più bere altro. Un po’ come quando ti innamori, e non vedi niente se non gli occhi della persona amata. È dura rimanere saldi e obiettivi, ma essendo il vino il mio lavoro, non posso permettermi di diventare una persona limitata, con una visione dotata di un’unica e discutibile prospettiva, e che si fa trasportare da una sola tipologia di vino. E se non vogliamo parlare di sentimenti, possiamo benissimo parlare di soldi, perché come tutte le persone normali, non posso certo prendermi il lusso di bere Borgogna tutte le volte che vorrei.

Altri scrupoli, invece, sono dovuti al forte timore reverenziale verso questo territorio, che alle volte è paralizzante. Mi correggo, non si tratta di timore, quello che provo è rispetto, un assoluto rispetto non solo per il vino, ma soprattutto per la cultura che rappresenta, fonte di ispirazione dei vignaioli di tutto il mondo, desiderosi di portare nel mondo altrettanta bellezza. 

Eppure, nonostante tutto, sento che questa passione è ormai diventata preminente: più studio, più assaggio, più aumenta la consapevolezza di non averne ancora abbastanza, e allo stesso tempo faccio sempre più fatica a frenare la voglia di trasmettere la meraviglia di questo viaggio nel bicchiere. Il mio scopo non è quello di esibire le mie conoscenze, ma tentare di comunicare il beneficio che c’è nello studio approfondito dei vini di Borgogna, e di ascoltare il racconto delle persone che scrivono questa fortunata storia da quasi quattordici secoli, senza mai fermarsi. 

Uno dei vini che ha ispirato questo nuovo percorso è lo Chambertin 2010 di Rossignol-Trapet, assaggiato alla cieca un freddissimo sabato di febbraio. Celebre vigneto che dà il nome al villaggio di Gevrey-Chambertin, nel XVIII secolo era definito “il Re dei vini”, e anche oggi la sua magnificenza, il suo fascino e la sua energia sono universalmente riconosciuti e ambìti da tutti gli appassionati.

L’azienda Rossignol-Trapet è guidata dai fratelli Nicolas e David Rossignol, viticoltori che lavorano seguendo i principi della biodinamica da vent’anni, lavoratori minuziosi al punto da vinificare separatamente anche le parcelle più ridotte.

Questa bottiglia dell’annata 2010 è un vino dai tratti autunnali, con un naso soprattutto speziato, dove primeggiano sentori di rosmarino e tabacco biondo, con sfumature ferruginose ed ematiche. Pian piano che il vino si apre, si possono apprezzare dei rinfrescanti accenni balsamici, mentre il frutto è passato in secondo piano, lasciando spazio al sottobosco, che nella mia memoria olfattiva mi fa pensare al nebbiolo di Monforte o Serralunga. La bocca invece è più giovane e vibrante del naso, è energica, dotata di un nerbo acido che fa apprezzare la sua freschezza durante tutto il sorso.  Il finale è lungo e sapido. Esattamente un anno fa, invece, mi ritrovavo a bere il loro Gevrey-Chambertin Vielles Vignes 2012 e, a giugno 2018, l’annata 2015. Un vino frutto da parcelle ultracinquantenni, secondo me rispecchia bene le caratteristiche dell’appellation,  ovvero culla di vini piuttosto strutturati, austeri, freschi e con un tannino che non nasconde la sua presenza. La 2012 è risultata più elegante e suadente, mentre la 2015 più potente e all’epoca ancora molto giovane. Assaggiando il suo Chambertin, invece, ho sperimentato la superiorità leggendaria di questo Grand Cru, scoprendo che esiste un ventaglio di sfumature e di sensazioni inaspettate, una complessità che si evolve e si trasforma ogni volta che si ruota il calice. Ho terminato la bottiglia con un unico e solo punto di domanda, al quale non mi sono data una risposta: è normale che un Grand Cru di soli undici anni abbia un naso evoluto al punto da essere centrato su questi profumi terziari, mettendo da parte i fiori e il frutto? In realtà la soluzione al mio interrogativo è importante solo fino a un certo punto, perché la grande bellezza di questo vino sta nella sua freschezza e vitalità, che oggi lo rendono non solo riconoscibile, ma irresistibile.

Elena Zanasi
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Qual è stato l’impatto del Covid-19 nel mondo del vino?

Se l’avvento della pandemia ha completamente stravolto le nostre vite, ha forse anche condizionato le scelte sul vino per la nostra cantina? E se abbiamo adottato nuove abitudini, come ci comporteremo nel 2021?

2020. Pandemia. Lockdown. Costretti tra le mura domestiche e preoccupati per l’opprimente crisi economica, nella scorsa primavera ci siamo resi conto che la nostra quotidianità non sarebbe stata più la stessa. Le  priorità sono cambiate, non solo abbiamo rivisto il modo di affrontare le giornate, ma in parte è mutato anche il nostro modo di pensare e di fare determinate scelte. L’impatto di questa nuova realtà ha inevitabilmente avuto conseguenze importanti anche nel mondo del vino.

Durante la scorsa edizione di Wine2Wine, la piattaforma digitale di Verona Fiere, ho avuto l’opportunità di assistere ad un’interessante conferenza sull’ argomento tenuta da Pierpaolo Penco, country manager Italia per Wine Intelligence, una delle più importanti agenzie internazionali di analisi dei mercati e dei consumatori. È emerso che nel 2020 le opportunità di fruizione del vino sono aumentate in quasi tutti i mercati. Ciò non significa necessariamente che abbiamo bevuto più vino, ma che si sono presentate più occasioni di consumo rispetto al 2019. Ci concediamo un calice quindi più spesso, soprattutto a casa, magari durante una chiamata con amici o parenti. Un altro dato interessante dimostra che, avendo dovuto rinunciare a pranzi e cene al ristorante, stiamo dissociando sempre più il consumo di vino dai pasti principali. Di conseguenza, non solo probabilmente parlare di abbinamento vino-cibo sta diventando meno “trendy”, ma il mondo del vino ha per la prima volta l’opportunità di irrompere in momenti della giornata non legati al cibo, dominati in passato da altre bevande.

Se volessimo soffermarci poi su quali siano le generazioni maggiormente coinvolte in questo aumento delle situazioni  di consumo, i Millennials (generazione tra i 25 e i 39 anni) predominano negli Stati Uniti, la generazione Z (giovani fino ai 24 anni) in Australia, i Boomers (dai 55 anni in su) in Germania, Regno Unito e in Svezia. In questi ultimi due paesi, tra l’altro, è emerso un grosso incremento tra le consumatrici del gentil sesso, che rappresentano un target al quale ci si dovrebbe rivolgere con maggiore attenzione.

Tra le tipologie di bevande alcoliche più popolari nel 2020, Vinepair, un famoso media company americano specializzato in vino, birra e spirits, ha identificato un notevole aumento di consumo di Cognac, vini rosati e Prosecco. I vini fermi sono sempre più gettonati, mentre lo Champagne tra marzo e aprile ha subìto un calo di interesse del 40%, per poi recuperare discretamente durante l’estate.

Di fatto, la crisi che sta affrontando il vino più famoso al mondo non ha precedenti, ed è addirittura peggiore dei tempi della Grande Depressione, con perdite stimate che si aggirano a 11.7 milioni di euro e 100 milioni di bottiglie rimaste invendute. Peraltro, l’essenza dello Champagne è sempre stata elegantemente identificata come festa, celebrazione, il suggello di eventi importanti, che nel 2020 non hanno avuto luogo. La crisi ha piegato la filiera al punto da costringere i produttori a diminuire le rese massime di 2.200 kg in meno (8.000 kg per ettaro) rispetto al 2019.

Gli Stati Uniti, tuttavia, non hanno rinunciato alle bollicine, e il Consorzio a tutela del Prosecco DOC ha cavalcato l’esplosione del fenomeno Prosecco (già iniziato negli USA e nel Regno Unito nel 2011) assieme al boom dei vini rosati provenzali (acclamati negli USA dal 2015) per introdurre nel mercato una nuova DOC: il Prosecco Rosé, che quest’anno ha lanciato nel mercato 20 milioni di bottiglie e ha come obiettivo già nel 2021 il raggiungimento di 50 milioni di bottiglie in produzione. Un’intuizione geniale o un’azione esclusivamente di marketing che svilisce un territorio e una tradizione? A voi la scelta.

Tornando ai vini fermi, in uno studio sul comportamento degli americani durante l’estate,  Vinepair ha notato una forte attenzione rivolta ai vitigni più familiari e conosciuti, come il cabernet sauvignon, lo chardonnay, il sauvignon blanc, il pinot noir e i cosiddetti red blends. D’altronde, pure noi italiani abbiamo privilegiato i prodotti più familiari e locali, anche per una questione morale di sostegno alle imprese italiane.

La pandemia ha influenzato non solo la scelta di genere, ma anche di packaging: c’è stato infatti  un aumento di richieste verso formati alternativi alla classica bottiglia in vetro dal 0,75 lt. Essendo diminuite le occasioni di convivialità e condivisione tra amici, i consumatori stanno optando sempre di più per le mezze da 0,375 lt. Non solo, è stato registrato anche un aumento delle vendite dei formati bag-in-box e, udite udite, del vino in lattina, un fenomeno molto interessante nato negli States per allargare il consumo del vino a nuove categorie. Anche nel 2021 continuerà il trend e si spera che il vino commercializzato in questo modo possa perlomeno migliorare dal punto di vista qualitativo, e chi lo sa, magari un giorno questa versione potrà  invogliare i nuovi giovani consumatori a spingersi anche verso il “vino vero”, non solo una semplice bevanda alcolica alternativa alla birra.

Parlando di brand, la pandemia ha purtroppo messo in ginocchio moltissime piccole-medio imprese italiane, che tra i tanti problemi si sono trovate costrette a rinunciare al sostegno del canale Ho.Re.Ca., che in Italia è precipitato fino al 91%. Al contrario, volgendo l’attenzione verso i marchi più affermati e blasonati, come afferma Vinepair, “The Big got bigger”: con meno opportunità di incontro e di scoperta di nuovi prodotti, la clientela sia on-trade che off-trade ha preferito appoggiarsi ai più rassicuranti marchi famosi. Queste imprese, pur costrette ad affrontare certe difficoltà, stanno comunque riuscendo a fronteggiare la crisi anche grazie a strutture commerciali stabili e capitali solidi, inoltre possono contare sulla Gdo, che solo in Italia ha visto un incremento del 51%.

Tutto ciò è confermato dai dati della “Liv-Ex Power 100” 2020, la lista dei Top 100 vini considerando i volumi, i valori mossi da ogni brand, il prezzo medio, la variazione delle quotazioni e il numero dei singoli vini sul mercato. È stato infatti identificato un aumento di prezzo dal 14% al 28% per cantine come Solaia, Romano dal Forno o Ca’ Nova. Eppure, il dato più rilevante riguarda il numero dei nomi italiani ai vertici di questa classifica internazionale: non se n’erano mai visti così tanti! Ben 17 aziende, con Gaja alla posizione n.3, Sassicaia alla n.4, Ornellaia alla n. 6, Masseto alla n. 9, Solaia alla n. 13. Un risultato che va ben sfruttato e che ci fa sperare in un risvolto positivo del Made in Italy del nostro settore per il 2021. Cosa aspettarci dunque dall’anno che verrà? È ovvio che la prima cosa che mi auguro è un maggiore  impegno da parte delle istituzioni, per proteggere sia il settore della ristorazione che i piccoli produttori. È chiaro che le azioni attuate finora non sono neanche lontanamente sufficienti:  pensate che l’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor ha affermato che solo un’azienda vinicola italiana su 10 ha aumentato il proprio business nel 2020 e che 7 aziende su 10 hanno virato il fatturato in negativo. Tuttavia, è un dato di fatto che l’interesse verso il settore vitivinicolo sta aumentando e, nonostante tutto, il vento è a nostro favore, pur trovandoci nel bel mezzo della tempesta. Ritengo che il consumatore medio del 2021, che è molto più competente e preparato rispetto al passato, dovrebbe fare scelte ancor più ponderate e consapevoli, con il fine di preservare l’esistenza di tutti quei piccoli produttori che costituiscono le fondamenta dell’eccellenza qualitativa del vino nel mondo. Senza il loro contributo oggi non solo non si parlerebbe di poesia quando si tratta l’argomento “vino”, ma nemmeno di industria, perché senza qualità non c’è valore e senza valore il mercato non ha più ragion d’essere.

Elena Zanasi
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Pianeta Sangiovese

Lo sapevate che il sangiovese è l’uva più diffusa in Italia e una delle uve più coltivate al mondo? Dal momento che esistono diversi tipi di sangiovese, stiamo parlando di tanti vitigni o di uno solo? Che cosa accomuna il sangiovese e il nerello mascalese (oltre al fatto che fanno rima, si intende)?

Oggi vi racconterò le origini misteriose di questo vitigno, che nel suo diffondersi si insediò in gran parte dello Stivale per poi approdare finalmente in Toscana, terrà in cui trovò la sua massima espressione.

Ho forse lasciato intendere che il sangiovese non abbia origini toscane? Beh, con ogni probabilità è così: numerose ricerche sostengono infatti che ebbe origine nell’Italia meridionale, grazie alla scoperta dell’eccezionale somiglianza genetica tra il sangiovese e certi vitigni del sud, come il gaglioppo in Calabria, o il frappato e il nerello mascalese in Sicilia.

La verità è che la storia del sangiovese è antichissima, addirittura millenaria e la sua dote più straordinaria  sta proprio della sua predisposizione a mutare, ad adattarsi e a trasmettere al suo corredo genetico le varianti fenotipiche che ha acquisito (epigenetica). Inoltre, non va sottovalutato il lavoro dell’uomo, che ha coltivato e preservato queste differenze. L’epilogo di questo racconto darwiniano? Un patrimonio genetico che consente di parlare di un unico vitigno, e tantissime varianti, per l’esattezza 125 cloni che si esprimono diversamente a seconda del territorio di appartenenza, col quale hanno stabilito un rapporto così profondo da risultare inscindibile. Perciò, quando parliamo di sangiovese di Romagna, di prugnolo gentile o di morellino, pur avendo proprietà organolettiche ben distinte, ci riferiamo ad un’unica grande famiglia che possiede precise caratteristiche appartenenti a tutte le sue varianti.

Di seguito alcuni esempi fotografici di diversi cloni di sangiovese:

Un’uva dall’ottima vigoria, dotata di buone capacità di adattamento, tuttavia richiede condizioni pedoclimatiche precise per esprimersi al meglio, vale a dire terreni poveri e ben drenanti, una ventilazione costante e temperature elevate per la sua maturazione ottimale, essendo piuttosto tardiva. Ecco una delle ragioni per cui il sangiovese spesso viene tagliato con altre varietà, per comodità o tradizione: perché semplicemente non cresce bene proprio ovunque. Un altro motivo per il quale si fa ricorso a vitigni complementari è per ammorbidirlo, colorarlo, addolcirlo. Il sangiovese non è di certo un vino piacione, al contrario è dotato di un’ottima acidità e tannini fitti; gode di gradazioni zuccherine alte ed è povero di antociani, per questo non sarà mai particolarmente colorato, se vinificato in purezza.

masterclass sulle diverse espressioni di sangiovese – Collisioni a Barolo, luglio 2019

Ecco le peculiarità generali di quest’uva straordinaria, in grado nelle sue espressioni migliori di sfidare i decenni all’interno della sua bottiglia. Il compito dell’uomo ora è quella di proteggere questo preziosissimo bagaglio culturale attraverso una viticultura che non accetta compromessi e il rispetto per la tradizione, con il supporto di disciplinari chiari e severi e tramite una giusta comunicazione. Il primo passo per compiere questa missione gloriosa è comprendere che sussiste un patto tra il sangiovese e la terra che lo ha accolto. Non esiste il Brunello senza Montalcino, non esiste il Vino Nobile senza Montepulciano, non esiste il vino Chianti Classico senza il territorio del Chianti Classico. È la diversità la vera bellezza, la scintilla che ha scatenato infinite sfumature, portando alla luce l’estrema eterogeneità del territorio italiano: il nostro patrimonio, la nostra unicità.

Elena Zanasi
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Il Sorbara del Professore, dalla cattedra alla tavola

Da oggi si unisce al team di Vinocondiviso Elena Zanasi, modenese di nascita, abita a Montepulciano e si occupa di vendite e marketing per un’azienda vitivinicola.
Questo è il suo primo post.

Per iniziare il racconto del mio percorso nel bicchiere, ho deciso di partire dalle origini.

È vero, l’epicentro del mio mondo del vino è senza dubbio la Toscana, culla dei miei studi, della passione, del lavoro che faccio da più di sei anni. Tuttavia, per provare a raccontarvi la mia storia è necessario fare un passo indietro e tornare a certi momenti di quotidianità in famiglia, quando ero bambina e la domenica a pranzo osservavo i grandi che stappavano una bottiglia da condividere in allegria. Fiumi di bollicine colorate, fresche e spumeggianti, che strappavano il sorriso ad ogni sorso, versate tranquillamente nei bicchieri dell’acqua, perché si sa, questi vini non hanno mai bisogno di troppi fronzoli, vanno semplicemente goduti.

i grappoli di Sorbara

Penso che abbiate già capito di cosa sto parlando: del Lambrusco, vino dalle origini antiche e ineluttabilmente legato al luogo in cui esso è creato, alla sua gente e una tradizione, quella emiliana: terra dell’abbondanza, dell’accoglienza e della convivialità.

Il Lambrusco è un vino dalle mille sfaccettature: dal rosso porpora e impenetrabile al rosa pallido appena accennato, è il vino rifermentato in bottiglia, in autoclave, è metodo classico. È il vino del contadino, ma anche quello dell’industria, per questo per avvicinarsi a lui bisogna abbandonare ogni pregiudizio e lasciarsi coinvolgere dalla sua essenza, perché il Lambrusco può anche assumere forme talmente diverse da fare fatica a circoscriverlo ad un unico vino, ma avrà sempre una caratteristica molto evidente che accomuna tutte le sue versioni: l’anima. Ecco, questa è la prima e la più importante qualità che ogni lambrusco deve avere! Bevete un sorso e chiedetevi: “Questo vino ce l’ha un’anima?” – vedrete che rispondere sarà semplice, perché si tratta di un vino talmente immediato che anche la risposta sarà altrettanto tempestiva.

Tra le varie bevute che mi hanno fatto giungere a questa conclusione, c’è indubbiamente quella legata ad un signore di Modena, che da quarant’anni produce il vino per sé dal suo ettaro scarso di vigneto, tuttavia tantissimi conoscono “il vino del Prof”. È così che si fa chiamare Vincenzo Venturelli, ex professore di matematica che cura meticolosamente la sua vigna a Saliceto sul Panaro, di fronte alla sua casa e alla sua cantina, o meglio, il suo garage.

Ebbi modo di conoscerlo meglio quando lo andai a trovare durante il periodo della vendemmia, a settembre 2019. Mi ci portò Antonio Previdi, amico e oste della Trattoria Entrà di Finale Emilia. Per prima cosa, andammo a vedere i filari: le alte viti a piede franco affondavano le possenti radici in terreni sabbiosi e pianeggianti, si trattava di cloni antichi di Sorbara. L’uva era matura, sana e succosa, i grappoli spargoli e dolci. Vicino all’ingresso di casa notai piccole viti che crescevano nei vasi come se fossero piantine ornamentali, ma in realtà si trattava della sua nursery. Il Prof si trovava di fronte al garage, e con un forcone tirava giù l’uva pronta per essere pigiata. Un uomo di una certa età, con gli occhiali da vista anni ’70 appoggiati sulla punta del naso, magro e con le spalle strette, eppure sembrava che la fatica non lo sfiorasse nemmeno lontanamente.  Un personaggio schietto e sincero, talmente indaffarato che ci salutò a malapena. Il suo modo di lavorare era eccentrico come lui: rifiuto totale della chimica, i suoi operai lavavano i grappoli prima della vendemmia, travasi in cantina ripetuti incessantemente.  Quando gli chiesi se facesse anche metodo Charmat, per poco non mi mandò via: il Sorbara va rifermentato in bottiglia, semmai con il Metodo Classico, che lui chiama siampan.

Finalmente arrivò l’ora di pranzo e lui organizzò qualcosa che solo un produttore modenese poteva escogitare: allestì una lunga tavolata in giardino per noi e i suoi operai, mentre sua moglie sfornava lasagne. La tavola era imbandita con le bottiglie del suo Sorbara e del suo Trebbiano di Spagna, varietà presente nel territorio modenese già dal Seicento, il mio vino del Prof preferito.

Sorbara del Prof 2017 rifermentato in bottiglia

Il Sorbara era di color polpa di ciliegia, al naso un invitante profumo di violetta e fragolina di bosco, con una bolla fine e fitta, e un’acidità rinfrescante e dissetante. Il Trebbiano di Spagna, invece, è un vino che in pochi conoscono, ma una volta assaggiato sarà difficile dimenticarlo: colore giallo paglierino intenso e concentrato, profumava di camomilla e mela Golden, la sua beva era accattivante, in bocca una buona struttura e persistenza, un vino gioioso e allo stesso tempo coinvolgente.

E così, come per magia, si creò quell’atmosfera di condivisione e amicizia che rappresenta d’altronde lo scopo e il senso di un vino, quando questo viene realizzato romanticamente per essere bevuto e non per essere venduto.

Elena Zanasi
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Il vino è una passione da ricchi?

In un mondo in cui le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza aumentano ed il numero di miliardari cresce senza sosta anche in tempo di crisi…è fatale anche il mondo del vino ne risenta.

(Photo Credit: Vinepair)

Le bottiglie iconiche – quelle che ogni appassionato di vino dovrebbe bere almeno una volta nella vita – hanno raggiunto ormai prezzi proibitivi.

Non che in passato questi vini fossero a buon mercato, certo, ma con qualche sacrificio erano bottiglie accessibili ad una platea piuttosto vasta di appassionati. Oggi, purtroppo non è più così.

Se ne sono accorti anche nella patria del capitalismo: Eric Asimov, wine critic del New York Times lancia un grido di dolore nel suo blog ospitato dalle pagine digitali del giornale newyorkése.

Ma vediamo di riportare qualche esempio concreto e vissuto.

Verso la fine del 2009 un gruppo di appassionati bevitori – tra i quali anche chi scrive – decise di fare quella anche appariva una meravigliosa pazzia: organizzare una colletta per comprare due vini importanti da degustare insieme. E così acquistammo, per circa 1.300 €, La Tâche 1996 del Domaine de la Romanée Conti e Chambertin 1996 del Domaine Armand Rousseau. Oggi per comprare quelle stesse bottiglie, anche in annata diversa ma di pari qualità, ci vorrebbe una cifra almeno quadrupla.

Per restare in Italia, in quegli anni, il Barolo Monfortino Riserva di Giacomo Conterno costava circa ¼ di quanto costa oggi.

Di qualche giorno fa la notizia di un’asta record per l’Italia: è stata venduta una doppia magnum (jéroboam) di Romanée Conti 1990 alla significativa cifra di 100.000 €.

Contrariamente a quel che normalmente si crede, i produttori di questi meravigliosi vini non beneficiano proporzionalmente di questo trend rialzista. Spesso l’aumento di prezzo oltre una certa soglia non è “cercato” dal vignaiolo ma “provocato” da un mercato che tratta il vino sempre più come un asset finanziario piuttosto che come una splendida espressione culturale e territoriale da bere e condividere in compagnia.

Soluzioni all’orizzonte non ve ne sono, purtroppo. Non possiamo che chiudere con l’amara constatazione di Asimov:

Diminishing access to great wines is certainly not a catastrophe, or much of a problem for anybody not enamored of wine. But it is a shame.

Diego Mutarelli
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I palmenti di Capraia

Capraia è un’isola vulcanica dell’arcipelago toscano, bella e selvaggia; abbiamo deciso di passare una settimana di vacanze, all’insegna di nuoto in calette cristalline e trekking fra la macchia mediterranea, senza libri sul mondo del vino, programmi di visite in cantina e troppi ragionamenti sui vini (ottimi) che ci siamo portati per la permanenza sull’isola.

È bastato un rapido giro nell’unico piccolo borgo ed eccolo qui, il mondo del vino che bussa alla porta della nostra curiosità. Come? Beh, in questo caso dobbiamo fare un salto all’indietro di centinaia di anni.

Sull’isola di Capraia, sono presenti molte vasche scavate nella roccia, utilizzate per la pigiatura, a piedi nudi, dell’uva e, in una seconda fase, per la torchiatura: sono i palmenti; troviamo traccia di questo rudimentale sistema di vinificazione anche nelle altre isole toscane, ma soprattutto in Calabria, dove la città di Ferruzzano è addirittura chiamata “la città dei palmenti”, in Basilicata, in Sardegna e pure nel Castello Aragonese di Ischia (e questi li abbiamo visti, ma sono sicuramente più recenti di quelli capraiesi in quanto strutture già al chiuso e non scavate nella roccia).

Come funziona un palmento? Semplice: ci sono due vasche comunicanti, collegate da un piccolo foro, dove in quella superiore veniva messa l’uva, si pigiava e il mosto defluiva nella vasca inferiore, che veniva raccolto e trasportato in cantina. I residui venivano poi torchiati per ottenere ancora un poco di mosto.

Quanti anni hanno i palmenti di Capraia? Posto che i primi palmenti sono stati trovati in Palestina e risalgono all’Età del Bronzo, per quelli capraiesi mancano indicazioni certe anche se quelli posti sotto la Fortezza di San Giorgio sono databili ad un periodo precedente alla costruzione della Fortezza stessa (1540) in quanto sono, in parte, coperte dai suoi muri.

Quanti sono? Di chi erano? I palmenti sono sparsi nell’isola, ma sostanzialmente tutti attorno al nucleo abitativo, e si presume fossero di proprietà pubblica, come i forni per la cottura del pane: uno spirito di comunità e mutuo aiuto così lontano dai tempi odierni.

Che emozione entrarci dentro!

Alessandra Gianelli
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Il futuro delle Denominazioni di Origine: intervista a Paolo De Cristofaro

Ha suscitato ampio dibattito il post pubblicato qualche giorno fa dal titolo “Vini naturali, nuovi consumatori e Denominazioni di Origine: una difficile convivenza? Una conversazione con Samuel Cogliati”.

Per questo motivo ho deciso di continuare ad approfondire il tema con l’aiuto dell’amico Paolo De Cristofaro, giornalista e degustatore, storico collaboratore della Guida Vini Gambero Rosso oltre che animatore, insieme ad Antonio Boco, del wineblog Tipicamente.

Paolo De Cristofaro

Paolo, proviamo a fare un passo avanti su quanto emerso fino ad ora sul tema Denominazioni di Origine (DO). Qual è o dovrebbe essere il loro ruolo? Garantire riconoscibilità, territorialità e persino qualità al consumatore? Oppure garantire valore aggiunto / differenziazione sul mercato ai produttori?

Il ruolo delle DO è legato alla necessità di garantire una provenienza ed una conformità a determinati parametri/regole stabiliti da un disciplinare. Ovvero che quel vino sia effettivamente realizzato da quella zona, con quei vitigni, con i mesi previsti di affinamento, etc. Ma poco di più, perché quelli appena ricordati sono per molti versi gli unici elementi che un protocollo di controllo possa realisticamente garantire.

Gli altri fattori quali riconoscibilità, territorialità, per non parlare della qualità, sono veicolati semmai in maniera indiretta. Aspetti che una DO può portarsi dietro senza però poterli garantire a priori, sia perché parliamo di parametri non misurabili, in gran parte soggettivi, sia perché dipendono dalla libera interpretazione che il vignaiolo dà al suo vino.

Vale però la pena aprire una parentesi. E’ innegabile che ci sia una grande differenza tra DO con una storia codificata in bottiglia (che permette di delineare un’identità attorno alla quale ci si possa riconoscere) e DO (la maggioranza), che hanno una storia recente o recentissima, e che per molti anni hanno avuto pochi produttori a rivendicarle. Denominazioni che il più delle volte non poggiano su dati produttivi ed espressivi statisticamente sufficientemente ampi da permettere anche solo di abbozzare un tentativo di descrizione di quel che può significare territorialità/riconoscibilità per i vini tutelati. Chiudo dicendo che è invece assolutamente estraneo allo spirito di un sistema di DO, dal mio punto di vista, il discorso del valore aggiunto. Il valore aggiunto che i territori devono “sedimentare” è piuttosto frutto della prassi. Torna quindi in gioco l’elemento umano.

Il tema, benché molto d’attualità, non è certo nuovo. Basti pensa alle diverse opinioni in proposito di Luigi Veronelli e Mario Soldati, a cui peraltro anche il tuo podcast “Vino al Vino 50 Anni Dopo” dà ampio risalto.

È vero: il tema, seppur attualissimo, non prende forma certo oggi e se ne discute da tempo. Apparentemente Soldati e Veronelli sono ai due estremi della barricata: Veronelli promuove addirittura l’idea delle Denominazione Comunali (De.Co.), per legare nella maniera più forte possibile il marchio al comune di provenienza, mentre Soldati vede con sospetto il vino con l’etichetta, va alla ricerca di contadini privati che fanno vino per autoconsumo e ha perfino delle riserve sul vino che viaggia… Ma, a ben vedere, i due “maestri” sono molto più vicini di quel che può sembrare.

Veronelli si muove infatti all’interno del “mondo reale”: ha talenti da scrittore, ma è anche uno dei primi assaggiatori professionali (nonché divulgatore, giornalista, catalogatore e studioso del vino a tutto tondo), per cui si misura con la piramide di qualità che si delinea in Italia dagli anni ’60 e vede nelle De.Co. un argine per sottrarsi alla genericità delle Denominazioni in mano all’industria e agli imbottigliatori, immaginandolo come uno strumento a disposizione dei piccoli artigiani per potersi differenziare.

Soldati, invece, ben lungi dal considerarsi un professionista, si dichiara orgogliosamente un “amatore inesperto”, si fa accompagnare nei suoi viaggi da Ignazio Boccoli dell’Istituto Enologico, cerca di approfondire la conoscenza tecnica, ma rimane pur sempre un appassionato, uno che nella vita fa un altro mestiere e può permettersi di portare avanti l’utopia del vino senza fascetta o senza etichetta. Nella sua visione c’è quindi un rifiuto “a monte” di un sistema normativo che lui già vede (e la diagnosi non è lontana da quella di Veronelli) come strutturato appositamente per diventare un cavallo di Troia nei territori in cui la fanno da padroni le industrie e i grandi imbottigliatori, quelli che “manipolano” e diluiscono il carattere territoriale dei vini molto più di quanto sia permesso oggi. Sono però convinto che anche Soldati avrebbe appoggiato senza tentennamenti un sistema di DO in grado di garantire in primis contadini ed artigiani, e con loro il “vino genuino” che cerca nei suoi viaggi.

I vini naturali, soprattutto se provenienti da zone meno prestigiose, scelgono spesso la strada del Vino da Tavola. Questo permette loro maggior libertà espressiva e minori rischi di doversi adeguare a regole dettate dai Disciplinari o di essere bocciati dalle commissioni di assaggio, magari per velature del vino, colori non ordinari, volatili sopra le righe. Pensi che i Disciplinari e le regole delle commissioni di assaggio debbano diventare più flessibili e cercare di accogliere maggiormente espressioni meno “allineate” di fare vino?

Un sistema di DO che garantisce provenienza e rispetto di determinati protocolli non troppo stringenti, teoricamente non avrebbe bisogno delle commissioni di assaggio, né dovrebbe creare problemi a produttori meno “ortodossi”. Se un certo vino rispetta i vari passaggi produttivi stabiliti e più in generale le caratteristiche oggettive misurabili, dal mio punto di vista dovrebbe avere tutto il diritto di appartenere ad un determinata DO, anche a fronte di una qualità organolettica “pessima”. Gli aspetti non misurabili, interpretabili ed in ultima istanza valutativi, dovrebbero essere lasciati al giudizio dei consumatori.

Anche perché viviamo in un momento storico in cui stiamo assistendo ad un rimescolamento della stessa grammatica interpretativa. I bevitori, soprattutto delle nuove generazioni, sono alfabetizzati a gusti completamenti diversi rispetto a quelli che potevano fare da punto di riferimento anche soli vent’anni fa. Consumatori che possono avere una tolleranza molto più ampia alla voltatile, all’ossidazione, alla torbidità, magari perché si avvicinano al mondo del vino passando dal mondo della birra artigianale, delle fermentazioni spontanee, eccetera. A mio modo di vedere le DO non dovrebbero entrare nel merito degli stili e delle espressioni che un vignaiolo cerca di enfatizzare, anche perché rischiano di fotografare un momento storico circoscritto, soggetto ad evoluzioni anche repentine. E lo abbiamo visto: vini bocciati perché magari avevano un colore troppo scarico (semplicemente per il fatto che in una certa fase si preferivano vini più carichi), salvo poi il ribaltarsi della situazione e delle preferenze di mercato a favore di vini più trasparenti e luminosi.

Diego Mutarelli
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Vini naturali, nuovi consumatori e Denominazioni di Origine: una difficile convivenza? Una conversazione con Samuel Cogliati

Ad un amico degustatore, molto incline a bere vini naturali, ho fatto notare di recente come i vini da lui degustati fossero in larga parte al di fuori del sistema delle Denominazioni di Origine. I vini naturali si configurano infatti, sempre più spesso, come Vini da Tavola.

Mi ha risposto: “è il futuro”.

Ho risposto: “è questo il futuro che vogliamo?”.

Da questo dialogo nasce l’idea di approfondire la tematica e aprire un dibattito sul tema, quanto mai attuale.

Ho proposto a Samuel Cogliati di accompagnarci in questa riflessione. Samuel Cogliati è editore (fondatore e titolare di Possibilia Editore), scrittore, giornalista, divulgatore e si occupa di vino da molti anni con uno sguardo particolarmente attento ai vini naturali (è stato per molti anni membro della cosiddetta “ciurma di Porthos”).

Samuel Cogliati (Photo Credit: © Donatella Arioni)

Samuel, la vedi anche tu questa tendenza da parte di molti vignerons di proporre vini fuori dalla Denominazione di Origine scegliendo di proporre il proprio prodotto come Vino da Tavola?

Sì, mi pare di constatare che sia una tendenza ormai consolidata da tempo, soprattutto tra i vignaioli “eterodossi”, che qualche anno fa erano considerati collaterali al “sistema”. Mi sembra che il fenomeno abbia preso piede in Francia prima che in Italia, un po’ come spesso succede nelle vicende che riguardano il vino. Oggi accade spesso anche in Italia, con la differenza che si etichetta come “vino rosso”, “vino bianco” o “vino rosato” ciò che Oltralpe si denomina “Vin de France”. Perché l’Italia rinunci al proprio nome non l’ho mai capito.

Se in passato alcuni produttori sono usciti dalla loro denominazione a causa di “bocciature” – spesso discutibili – da parte delle commissioni di assaggio (notissimi i casi che hanno coinvolto Montevertine, Villa Diamante o Stefano Amerighi), oggi la scelta sembra fatta consapevolmente a monte. Per quale motivo secondo te? Maggior libertà di sperimentare, rifiuto di protocolli e regole omologanti, scelta commerciale?

In origine questo fenomeno era in genere il risultato di una “bocciatura” dei vini da parte delle commissioni d’assaggio delle DO. Poi è diventato spesso un atto deliberato di “ribellione” e forse anche una tendenza di moda. Certo, questa scelta impone meno vincoli normativi e più libertà operativo/espressiva, oltre che meno burocrazia, ma ripeto: oggi talora è quasi una opzione “trendy”.

È paradossale che, proprio in una fase in cui appassionati e consumatori riconoscono nel terroir un valore fondamentale, il sistema delle Denominazione di Origine, che tal valore dovrebbe garantire, venga abbandonato da molti artigiani del vino. Che ne sarà della territorialità dei vini?

La “territorialità” è un concetto ostico e molto complicato, che non possiamo affrontare in questa sede. Comunque a mio avviso ha poco a che fare con l’etichetta e il nome che vi è riportato. Non vedo come né perché un vino AOP o DOCG debba essere più “territoriale” di uno senza denominazione.

Pensi che sia auspicabile una revisione del sistema di classificazione dei vini? Come far convivere territorialità e artigianalità, voglia di innovare e tradizione?

Personalmente del sistema di classificazione dei vini mi importa poco, è soprattutto un riferimento cognitivo e mnemonico che aiuta a orientarsi. Semmai mi piacerebbe che le etichette riportassero liberamente più fatti e dati concreti, ovviamente a condizione che siano veri, dimostrabili e verificabili. Quanto al sistema delle denominazioni d’origine, così come le conosciamo, purtroppo temo sia anacronistico. È un altro tema ampio, spinoso e complesso, ma non dimentichiamo che le DO nacquero essenzialmente per fini commerciali di controllo anti-frode, ancor prima che come garanzia di qualità. Tant’è vero che si sono poi generalizzate, inglobando quasi tutto ciò che prima non godeva di denominazione, ma intervenendo poco sulla sostanza. Ha senso? La “territorialità” è un nome (magari vago e un po’ risibile) in etichetta?

Diego Mutarelli
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