Il vino naturale è morto, viva il vino post naturale!

Two people serving and tasting natural and conventional wine at a wine event

Il panorama della letteratura enologica contemporanea è ricco di volumi di avvicinamento al vino, adatti ai neofiti oppure, per i più esperti, di approfondimenti su territori vitivinicoli di un certo rilievo. Capita raramente di imbattersi in libri con uno sguardo più ampio e prospettico, capaci di mettere in discussione i paradigmi dominanti senza scivolare nella provocazione fine a sé stessa. Il vino post naturale di Roberto Frega, pubblicato da Edizioni Ampelos nel 2026, appartiene a questa categoria: un saggio che affronta uno dei temi più dibattuti degli ultimi vent’anni – il vino naturale – con uno sguardo lucido, critico e al tempo stesso profondamente rispettoso della sua storia.

Roberto Frega, vino post naturale

Il suo autore, Roberto Frega, è un filosofo italiano che attualmente lavora come ricercatore al CNRS di Parigi. Oltre a occuparsi professionalmente di filosofia sociale e politica è, va da sé, grande appassionato di vino oltre ad essere fondatore di Sartoria del Vino, azienda di importazione e distribuzione di vini italiani e francesi. La tesi del libro è che il vino naturale, nato in antitesi al vino cosiddetto convenzionale, abbia esaurito la sua spinta rivoluzionaria e rischia oggi di diventare uno stile e un’estetica codificata.

L’autore traccia molto bene la storia della nascita del movimento naturale dagli albori ad oggi e ne sottolinea le derive ideologiche e le scelte di cantina che hanno portato, in molti casi, ad un emergere di estetiche omologanti nei vini proposti. Macerazione carbonica, rifermentazione ancestrale, macerazione pellicolare sui bianchi, vinificazione senza solfiti aggiunti, scelte enologiche che prese singolarmente avevano ed hanno significato in alcuni contesti e territori ma che sono diventati la grammatica di tutti i vini naturali, e che hanno quindi portato a risultati simili (quindi omologanti) indipendentemente dal territorio di provenienza. Man mano che il movimento naturale è uscito dai margini, esso è diventato brand e moda, con tutto il corollario di etichette provocatorie, tappi a corona, rinuncia alle denominazioni di origine, normalizzazione di alcuni difetti (torbidità eccessive, brett, volatile…).

Ma lungi dall’essere un pamphlet anti vini naturali, il saggio propone invece il superamento della sterile contrapposizione tra naturale e convenzionale. Ed evidenzia l’emergere di un modo nuovo di far vino, di un nuovo paradigma che supera le categoria precedenti: il vino post naturale. Nota bene, l’espressione vino post naturale è stata usata per la prima volta da Jamie Goode, autore della prefazione al libro, ma qui Roberto Frega con il rigore del ricercatore dà sostanza ad un concetto che altrimenti può risultare sfuggente. Senza riassumere tutti i contenuti del libro, circa 200 pagine scorrevoli anche se dense, la parte più interessante è quella in cui l’autore sottolinea come i produttori post-naturali hanno spostato il focus dalle pratiche di cantina al vigneto. E quindi approfondisce concretamente diverse pratiche agronomiche del paradigma post naturale: agroecologia, permacultura, agricoltura rigenerativa. Si parla quindi dei vantaggi a lungo termine di scelte quali l’inerbimento permanente e la pacciamatura, l’utilizzo di compost e la fertilizzazione organica, la selezione massale, la chioma integrale, la gestione idrica, etc… Tutti concetti che l’appassionato di vino ha già sentito nominare e magari approfondito ma che qui vengono organicamente approfonditi e di cui si mettono in evidenza i benefici per le viti e quindi per i loro frutti.

Il giudizio di Vinocondiviso

Il vino post naturale non è una lettura leggera né un manuale per appassionati in cerca di consigli di degustazione. È un saggio che richiede attenzione e disponibilità al confronto, ma che ripaga il lettore con idee originali e una prospettiva nuova sul mondo del vino.

Consigliato a produttori, sommelier, comunicatori e wine lover che desiderano comprendere le trasformazioni culturali in atto nel settore. Anche chi non condividerà tutte le conclusioni dell’autore troverà in queste pagine uno stimolo prezioso per riflettere sul futuro del vino. Suggeriamo il libro anche ai più giovani appassionati di vino, coloro che non hanno vissuto in prima persona la “rivoluzione naturale” e che non hanno visto il fondamentale documentario del 2004 di Jonathan Nossiter, Mondovino (su questo si deve assolutamente rimediare!).

Sposiamo quanto suggerisce l’autore, ovvero che la domanda più interessante oggi non è se un vino sia naturale o convenzionale, ma quale tipo di agricoltura, di territorio e di cultura del vino vogliamo costruire per il futuro. Soprattutto in un’epoca fortemente minacciata dai cambiamenti climatici.

L’unica critica che possiamo muovere al testo (o forse spunto per un prossimo volume!) sta nel fatto che l’opera si concentra sul percorso del vino naturale francese e la sua evoluzione verso il paradigma post naturale, mentre ricevono meno attenzione molte esperienze italiane che da anni lavorano su temi oggi centrali nel dibattito: biodiversità, agricoltura rigenerativa, valorizzazione dei vitigni autoctoni, sostenibilità ambientale e gestione virtuosa del suolo. In questo senso il lettore italiano potrebbe avvertire l’assenza di un confronto più approfondito con le pratiche sviluppate in territori italiani dove la riflessione sul rapporto tra agricoltura, territorio e identità del vino è particolarmente avanzata.

Diego Mutarelli
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Le vigne di famiglia – Azienda Agricola Biondi

Ci sono aziende che interpretano i vini ed il territorio dell’Etna ed altre che ne custodiscono la memoria.

Quando si visita l’Azienda Agricola Biondi, a Trecastagni, si capisce rapidamente di appartenere alla seconda categoria.

Qui non si percepisce la sensazione di un territorio scoperto recentemente, ma quella di una famiglia che vive queste vigne da generazioni, ben prima che il vulcano diventasse una delle denominazioni più ricercate d’Italia.

Con Ciro Biondi percorriamo vigneti che si sviluppano tra antichi crateri spenti, terrazzamenti in pietra lavica e vigneti ad alberello che sono parte integrante del paesaggio.
Alcuni impianti sono recenti, altri risalgono a oltre cinquant’anni fa, ma tutti condividono lo stesso filo conduttore: il legame con una storia familiare che affonda le radici nei suoli Etnei.

La famiglia Biondi possiede questi terreni dal Seicento e l’azienda vinicola era già attiva alla fine dell’Ottocento.
Nei primi anni del Novecento i vini Biondi-Lanzafame venivano premiati nelle esposizioni internazionali di Parigi, Milano, entrando persino nel Grande Libro d’Oro del Regno d’Italia. Poi arrivarono gli anni difficili del dopoguerra e, come accaduto a molte realtà agricole siciliane, iniziò un lungo periodo di difficoltà. La rinascita arriva nel 1999, quando Ciro e sua moglie Stephanie decidono di riprendere in mano il patrimonio familiare, recuperando vigneti e riportando il vino al centro del progetto aziendale.

Oggi l’azienda conta circa sette ettari distribuiti principalmente tra tre vigneti: San Nicolò, Cisterna Fuori e Chianta, tre appezzamenti vicini geograficamente ma molto diversi tra loro dal punto di vista geologico.

Ed è proprio la geologia a diventare protagonista, perché passeggiando tra le vigne, si ha la sensazione di trovarsi dentro un libro di vulcanologia: Cisterna Fuori e Chianta sorgono all’interno di antiche bocche eruttive chiamati nella zona “i Montarozzi”, mentre San Nicolò occupa le pendici di un cono vulcanico molto più antico circa 12000 anni.
I terreni cambiano colore, composizione chimica nel giro di poche centinaia di metri, alcune parcelle mostrano suoli più ricchi di componenti ferrose, altre derivano da depositi piroclastici più acidi.

“È difficile trovare una vigna piantata all’interno di un cratere spento”, osserva Ciro, ed è difficile dargli torto.

Su questi versanti esposti a sud-est, tra i 600 e i 700 metri di altitudine, il mare non porta tanto sapidità quanto ventilazione.
Ogni giorno l’aria sale dalla costa verso il vulcano per poi ridiscendere la sera, creando un movimento continuo che contribuisce alla sanità delle vigne e alla freschezza dei vini. La coltivazione segue una filosofia estremamente rispettosa del territorio: niente diserbanti, lavorazioni manuali e alberello etneo come forma di allevamento dominante. Alcuni impianti sono addirittura a piede franco, realizzati utilizzando le marze provenienti dalle vecchie vigne aziendali.

Parlando dell’Etna contemporaneo, Ciro riconosce senza esitazioni quanto il territorio sia cambiato negli ultimi venticinque anni. Quando lui e Stephanie iniziarono il loro percorso, spiegare il valore di un vino dell’Etna era tutt’altro che semplice. Molti importatori faticavano a comprendere perché una bottiglia proveniente dalla Sicilia dovesse costare più della media regionale.
Oggi la situazione è completamente diversa: il lavoro dei produttori e l’attenzione della critica internazionale hanno finalmente reso evidente l’unicità di questo territorio.

Eppure, al di là del successo commerciale, il cambiamento più importante è forse un altro: il recupero di vigneti che rischiavano l’abbandono, terreni che un tempo venivano lasciati a sé stessi sono tornati a essere coltivati, contribuendo a preservare un paesaggio unico al mondo.

La degustazione conferma quanto il carattere del versante sud-est sia differente rispetto alle espressioni più note del versante nord.

Outis Bianco 2025 colpisce immediatamente per energia e tensione, Il carricante esprime un’acidità vibrante ma mai isolata, sostenuta da una forte impronta minerale e da una bevibilità sorprendente.
Ciro afferma che “è uno di quei vini che sembrano fatti per essere bevuti oggi ma che, allo stesso tempo, lasciano intuire una lunga capacità evolutiva, fino a 10 anni”.

Outis Rosso 2025  rappresenta invece la versione più immediata e conviviale del nerello. Frutto croccante, freschezza e tannino ancora giovane disegnano un vino che sembra nato per la tavola.
Ciro lo immagina ad una temperatura più fresca, una sera d’estate, accanto ad un trancio di tonno grigliato, un abbinamento che racconta bene il rapporto tra la componente ferrosa del vino e quella del tonno.

Con l’Etna Rosso San Nicolò 2024 il registro cambia, l’età del vino e la diversa natura del suolo portano maggiore profondità e complessità, senza rinunciare alla tensione che rappresenta una delle firme stilistiche della cantina.
Cambia anche la frutta che qui risulta più matura, variando verso le ciliegie sotto spirito, la prugna e spezie delicate come il pepe bianco.
Questo vino è anche la dimostrazione concreta di una convinzione maturata in oltre venticinque anni di esperienza: i grandi Etna Rosso possiedono tutte le carte in regola per affrontare lunghi invecchiamenti.

Se Outis rappresenta il volto più immediato del carricante, Chianta 2022 mostra invece la capacità di questo vitigno di acquisire profondità e complessità.
La breve macerazione sulle bucce e il lungo affinamento in tonneaux ampliano il profilo aromatico del vino, che si muove tra note di frutta gialla matura, accenni tropicali e una mineralità sempre presente. È un bianco che non rinuncia alla tensione tipica dell’Etna, ma la veste di maggiore volume e articolazione, mantenendo una sorprendente facilità di beva.

Ma il vino che forse racconta meglio l’anima dell’azienda è il Biondi Centenario 2023. L’annata 2023 sull’Etna è stata tra le più difficili degli ultimi anni, piogge incessanti, grandine e peronospora hanno ridotto drasticamente le produzioni, tanto che in azienda ci si ritrovò con quantità minime di vino disponibile e la necessità di decidere come gestire una situazione apparentemente disastrosa. La svolta arriva quasi per caso. Durante il Vinitaly, un amico professore dell’Onav di Catania, comunica a Ciro il ritrovamento di una bottiglia prodotta dal nonno nel 1923, esattamente cento anni prima. Da quel momento nasce l’idea.

Viene recuperata la storica etichetta di famiglia, vengono richiamate le medaglie vinte nei primi del Novecento e prende forma una cuvée speciale ottenuta assemblando Outis Rosso, Cisterna Fuori e San Nicolò. Soltanto 2.189 bottiglie, nate nonostante le difficoltà della vendemmia.

È la perfetta sintesi della filosofia Biondi: trasformare un problema in un’opportunità e utilizzare il passato non come esercizio nostalgico, ma come strumento per raccontare il presente.

In un territorio dove spesso si parla di vulcano, altitudini e suoli, i Biondi ricordano che il vino è anche una questione di memoria e di tradizione. E che, a volte, cento anni di storia possono essere racchiusi in una sola bottiglia.

Salvatore Petronio
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Giuseppe Lazzaro e il suo Etna

C’è un’immagine che definisce bene il lavoro di Giuseppe Lazzaro: quella di un tecnico che non abbandona mai gli stivali da lavoro.
Lavorare vigne su tre versanti diversi dell’Etna non è solo una scelta agronomica, ma una sfida logistica che richiede una presenza costante tra i filari. Giuseppe infatti non si limita a disegnare i vini in cantina ma la sua è una viticoltura di osservazione, dove la pelle segnata dal sole è un segno di un legame fisico con ogni singola vite. Giuseppe non è un debuttante nel mondo del vino, per quasi vent’anni ha affiancato un produttore che ha contribuito enormemente alla crescente fama dei vini dell’Etna.
Oggi, con la sua azienda, gestisce circa 4,5 ettari vitati che abbracciano il vulcano da nord a sud-ovest, portando avanti una visione che unisce la precisione dell’enologo alla dedizione del vignaiolo.

La geologia del versante est: ferro e collassi millenari

Il cuore del progetto si trova sul versante est, a Milo, dove il suolo non segue lo schema delle classiche colate laviche superficiali del resto dell’Etna, ma racconta una storia più antica, quella del collasso della Valle del Bove.

I suoli di questa zona sono composti dal cosiddetto “Chiancone”, un deposito alluvionale e detritico ricchissimo di minerali (e di quel ferro di cui ci ha parlato Giuseppe) che deriva direttamente dal materiale franato durante la formazione della Valle del Bove. Scavando anche solo un metro di profondità, emerge una terra rossa, intensa, con una presenza di ferro massiccia che conferisce ai vini una tensione minerale altamente percepibile.
I terrazzamenti sono testimoni di questa storia, infatti i muretti a secco sono stati eretti secoli fa tagliando direttamente la pietra della colata del 1689.
In queste vigne dai 40 agli 80 anni, il nerello mascalese convive con varietà storiche per l’Etna come sangiovese (sì sull’Etna c’è tantissima presenza di sangiovese), trebbiano e minnella, un tempo piantate per garantire il vino “di casa” e oggi custodi di una biodiversità preziosa.

La filosofia: il vino si crea in base all’annata

L’approccio di Giuseppe è lontano da qualsiasi protocollo fisso, la sua parola d’ordine è la molteplicità di lavorazioni. Per ogni etichetta, non si accontenta di un’unica massa, ma realizza diverse lavorazioni e vinificazioni separate che diventano i tasselli di un mosaico finale, deciso solo dopo aver compreso l’andamento della stagione.

Un esempio emblematico è il vino Spariggiu, che in siciliano significa dispari, è un rosato di nerello mascalese in purezza nato dall’unione di tre lavorazioni diverse, per esaltare le caratteristiche del vitigno:

  • pressatura diretta per preservare acidità, freschezza e la componente minerale e sapida del suolo
  • contatto con le bucce (circa 24 ore) per definire il corpo e la struttura aromatica
  • una terza lavorazione di macerazione sulle bucce di durata variabile, utilizzata come bilanciere per calibrare l’equilibrio in base all’annata.

Questa scomposizione tecnica permette di adattarsi alle asperità dell’annata, cercando sempre la massima bevibilità: l’obiettivo è un calice che inviti immediatamente al secondo sorso, senza stancare il palato.

B4.2 il debutto del bianco tra macerazioni aromatiche e freschezza vulcanica

Con l’annata 2024 fa il suo debutto il B4.2, un bianco che gioca sull’assemblaggio delle varietà per trovare un equilibrio inedito tra struttura e bevibilità.

Il cuore del progetto risiede in un blend di sei vitigni gestiti con due approcci differenti, abbiamo l’inzolia di Biancavilla, il grecanico delle alte quote di Etna Nord, il moscato e la minnella che affrontano una macerazione di 5 giorni, che serve ad estrarre il carattere distintivo del vino, specialmente dalla minnella che, raccolta in sovramaturazione, sprigiona un profilo semi-aromatico che si fonde con le note tipiche del moscato. A bilanciare questa massa aromatica intervengono carricante e catarratto, vinificati in bianco in modo classico, senza contatto con le bucce, per preservare la spina dorsale del vino.

Il risultato è un bianco pensato per l’estate: fresco e trascinante, che regala al naso una splendida aromaticità intensa ma si rivela in bocca profondamente sapido e verticale, rispettando l’identità minerale dei suoli vulcanici.

L’Ancestrale e l’Anfora: la ricerca della pulizia

Nonostante l’approccio artigianale, Giuseppe punta a una pulizia espressiva estrema, rifiutando le sbavature che spesso vengono associate ai vini non convenzionali.

Zoé Ancestrale
Un rosato di nerello mascalese ottenuto da pressatura diretta.
Giuseppe sceglie di sboccarlo dopo circa 10 mesi di sosta sui lieviti, una decisione tecnica precisa, nata da una base di uva selezionata accuratamente.
Il risultato è una bolla nitida e cremosa, con note che virano verso l’albicocca ed il frutto a polpa chiara.

Il V-1981 in anfora
Chiamato così per la colata che ha lambito il vigneto appunto nel marzo del 1981, questo vino è il fiore all’occhiello dell’azienda.

Nerello mascalese in purezza proveniente dalle vigne centenarie a 1000 metri in contrada Pirao, vengono utilizzate anfore di terracotta modellate a mano provenienti da Impruneta.
Primo periodo in acciaio per decantare le fecce grossolane e poi a dicembre, post fermentazione alcolica, va in anfora.
L’utilizzo dell’anfora, lontano da ogni romanticismo, è dettata dalla micro rugosità interna della ceramica che trattiene le fecce fini. Inoltre, la forma a uovo, soprattutto durante i cambi di stagione, crea dei moti convettivi naturali, permettendo un batonnage spontaneo e perenne per 18 mesi, senza mai dover aprire il contenitore e senza necessità di aggiunta di solforosa.

La resistenza biologica: la sfida del 2023

Il 2023 è stato un anno disastroso, la peronospora ha colpito duramente l’Etna e i produttori hanno dovuto lottare per avere grappoli sani, specialmente nel versante Nord, dove la resa è crollata drasticamente.

Essere in regime biologico significa non avere scorciatoie e la difesa della vigna diventa una questione di tempismo e conoscenza della materia: l’uso di oli essenziali di arancia per l’azione caustica sulle spore, combinato con zeolite e zolfo, ha aiutato un minimo, ma ciò richiede un monitoraggio costante.
In alta quota, dove l’umidità del mattino può essere letale, la differenza tra una vendemmia e un vigneto vuoto privo di grappoli sta tutta nella capacità del vignaiolo di anticipare la natura.

Queste sono tecniche e monitoraggi che Giuseppe ha fatto suoi, grazie alla vicinanza ai vecchi contadini del vulcano che lo hanno aiutato nella formazione e dai quali ha imparato tantissimo.

Giuseppe non impone uno stile, ma asseconda l’identità di ogni singolo suolo e vitigno, attraverso la precisione tecnica.
Tra il recupero genetico delle vigne vecchie e la gestione dinamica dei tre versanti, la sua filosofia restituisce un’Etna nitida e senza compromessi, dove il rigore dell’enologo e la sensibilità del vignaiolo si fondono in prodotti puliti e di unicità territoriale.

Salvatore Petronio
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Val delle Corti: Radda nel bicchiere

Quando abbiamo saputo che il Uain Clab del Ristorante Novanta di Bressana Bottarone (PV) aveva in animo di organizzare una degustazione dedicata ai Chianti Classico di Val delle Corti, alla presenza del produttore Roberto Bianchi, abbiamo segnato l’agenda con il circoletto rosso e ci siamo organizzati per essere presenti.

Quale migliore occasione infatti per approfondire il carattere dei vini dell’UGA (Unità Geografica Aggiuntiva) di Radda se non questa, con la possibilità di parlare con uno dei produttori di riferimento di tutta la denominazione?

I Chianti Classico di Radda sono tra quelli che negli ultimi anni hanno meno sofferto l’innalzamento delle temperature, questo in buona parte grazie alla maggior presenza di aree boschive rispetto ad altre aree geografiche del Chianti e ad un’altitudine media delle vigne di tutto rispetto (spesso oltre i 500 metri s.l.m. e con vette vicine ai 650 metri). Infatti, se fino a pochi lustri or sono queste caratteristiche pedoclimatiche davano origine a vini austeri e “duri”, bisognosi di affinamento e pazienza per essere degustati, oggi di contro la freschezza ariosa e la profonda “verticalità” dei vini di questa zona, decretano Radda come uno dei territori più à la page di tutto il Chianti Classico.

Val delle Corti è un’azienda agricola di Radda in Chianti, sono 5 gli ettari attualmente vitati, oltre a circa 600 olivi. L’azienda nasce nel 1974 per iniziativa di Giorgio Bianchi che decide di abbandonare Milano desideroso di un maggior contatto con la campagna e alla ricerca di ritmi di vita meno frenetici. Allora Val delle Corti era in abbandono e il lavoro fu incessante per ristrutturare gli edifici, recuperare le vigne, ripiantarne altre … Roberto Bianchi ci ha raccontato come la prematura scomparsa del padre Giorgio lo mise di fronte ad una scelta non facile per lui che in quel momento, ancora giovane, non si era mai occupato del vino se non “di riflesso”. Eppure la scelta – più emotiva che razionale crediamo – fu immediata e naturale: dedicarsi anima e corpo all’azienda ed al Chianti Classico, di cui Val delle Corti è senza ombra di dubbio diventata uno degli alfieri più rappresentativi.

Ecco cosa abbiamo bevuto.

Chianti Classico Riserva 2020: la riserva di Val delle Corti esce solo nelle migliori annate con uve (100% sangiovese) selezionate dai vigneti più vecchi del podere. Fermentazione spontanea in acciaio e affinamento di 30 mesi in barriques e tonneaux usati. Il vino che abbiamo nel calice si presenta di un bel rubino chiaro luminoso, olfatto estroverso di viola e sentori agrumati (arancia), poi esce anche un frutto carnoso (susina) e una nota minerale che ricorda il gesso. Non mancano i cenni balsamici. Sorso freschissimo e dinamico, dal tannino fitto e fine e dalla chiusura lunga e sapidissima. Una grande versione buona oggi ma che spiccherà il volo tra qualche anno.

Chianti Classico Riserva 2018: com’è giusto che sia il vino cambia a seconda delle annate e questa 2018 ha un profilo meno espressivo del millesimo 2020. Ci troviamo di fronte a un’impronta autunnale di foglie secche, sottobosco, fiori appassiti, cacao e lamponi schiacciati. Bocca succosa e scorrevole, dal tannino integrato e dalla materia innervata da acidità rinfrescante. Vino che spinge più sulla verticalità che sull’ampiezza. Chiude su ritorni di frutta rossa e liquirizia. Chianti Classico Riserva che si trova in ottima fase di beva.

Chianti Classico Riserva 2017: figlio di un’annata difficile, il vino si presenta dal colore più fitto dei precedenti. Naso di erbe aromatiche, balsamico, con frutta scura e una nota di cipria. Sorso ampio, caldo e voluttuoso, tannino risolto e acidità più in sottotraccia rispetto ai campioni precedenti. Chiude di buona lunghezza su ritorni di frutta e spezie. Vino (o bottiglia) un po’ sottotono, soprattutto a confronto con i suoi fratelli presenti in degustazione.

Chianti Classico 2016: la prima bottiglia purtroppo presentava un difetto di tappo (TCA). La sua sostituta è sembrata a chi scrive anch’essa con un problema di tenuta del tappo che ne ha senz’altro pregiudicato la performance. Non giudicabile.

Chianti Classico Riserva 2015: un’annata calda e siccitosa dà vita ad un sangiovese più scuro nel colore e nell’espressività. Marasca, balsamicità, corteccia, liquirizia al naso. Ingresso in bocca ampio e piuttosto caldo, la progressione è caratterizzata da maggior morbidezza rispetto agli altri campioni sin qui degustati. Chiude sapido e di ottima lunghezza. Interessante interpretazione dell’annata 2015.

Extra 2014: si tratta di una selezione di sangiovese atto a diventare Riserva. Singole barriques vengono considerate, in certe annate, portatrici di una peculiarità tale che si preferisce imbottigliarle separatamente rispetto al Chianti Classico Riserva. Il vino affina 12 mesi in più rispetto alla Riserva. Naso di frutti di rovo (mora), balsamico, pepe e asfalto. Sorso “polposo”, la materia è ricca e stratificata, il vino ha dinamica e verve acida. Vino ancora giovane, goloso nell’incedere e austero al centro bocca con tannini fitti ma maturi e saporiti. La chiusura è lunga su ritorni minerali e fruttati. Unicum.

Chianti Classico Riserva 2013: bottiglia conferita da Luciano, generoso partecipante alla degustazione che ha deciso di condividerla con i partecipanti. Il vino parte su curiose note di yogurt alla fragola e caffè, quindi si schiarisce senza però mai decollare del tutto. Anche il sorso, pur sapido e fresco, non convince appieno. Bottiglia non fortunata.

Diego Mutarelli
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Visita presso Château-Figeac, al vertice del nuovo classement di Saint-Émilion

Durante le vacanze estive appena trascorse, di passaggio nei pressi di Bordeaux, abbiamo avuto modo di trascorrere qualche ora a Saint-Émilion, celebre terroir della rive droite. Eravamo molto curiosi di conoscere Château-Figeac, recentemente issatosi al vertice del classement di Saint-Émilion. Infatti a Saint-Émilion – diversamente da quanto succede nella rive gauche con un classement sostanzialmente immutabile dal 1855 – il classement viene rivisto ogni 10 anni. E l’ultima revisione del 2022 ha portato non poche sorprese:

  • l’uscita dal ranking, per propria decisione di non sottostare alla valutazione della commissione, di tre aziende celeberrime: Angélus, Ausone e Cheval Blanc
  • l’ottenimento del massimo riconoscimento tra i Premiers grands crus classés (A) di sole due aziende, ovvero Château Pavie (conferma del classement precedente) e, appunto, Château-Figeac (promossa al vertice della piramide qualitativa di Saint-Émilion).
Château Figeac

Il nuovo classement ha attribuito un riconoscimento a solo 85 aziende che sono state così suddividise:

2 Premiers Grands Crus Classés A

12 Premiers Grands Crus Classés

71 Grands Crus Classés

Se vuoi dare uno sguardo complessivo agli 85 Châteaux classificati visita pure il link ufficiale accessibile cliccando qui.

Château Figeac è un’azienda storica di Saint-Émilion, addirittura la sua presenza è attestata in epoca gallo-romana, quando era di proprietà della famiglia Figeacus. É posseduta dalla famiglia Manoncourt dal 1892, che con l’annata 2023, ha festeggiato infatti la 130sima vendemmia!

L’azienda possiede 54 ettari, di cui 41 a vigneto: cabernet franc, cabernet sauvignon e merlot in parti uguali; una presenza così bassa di merlot nella rive droite è piuttosto anomala e deriva dal terroir peculiare delle vigne di Figeac, che in buona parte è composto da graves (ghiaia e ciottoli), suolo ideale per il cabernet. Peraltro lo Château grazie alla presenza di 2/3 di cabernet nel proprio blend si avvantaggia di freschezza ed eleganza proprio in un periodo di riscaldamento climatico dove molte aziende si trovano in difficoltà a gestire un vitigno precoce come il merlot.

Abbiamo visitato la cantina e la sala di degustazione rinnovate nel 2021 e incastonate negli originari ambienti dello Château grazie ad una sorprendente opera di recupero architettonico. La nuova cantina si sviluppa verticalmente su tre livelli ed è amplissima e moderna; ricorda, per l’uso abbondante di vetro, acciaio e legno, una strana creatura metà piroscafo, metà astronave. Molto eleganti e luminosi gli spazi dedicati alle degustazioni con i clienti in cui siamo stati ospitati. Oltre alle foto che sotto riportiamo suggeriamo di visionare questo video per provare a camminare, seppur virtualmente, nella cantina.

L’azienda produce due bottiglie di vino rosso: il second-vin chiamato Petit Figeac (circa 40.000 bottiglie) ed il grand-vin Château Figeac (circa 120.000 bottiglie). Dopo una selezione molto accurata delle bacche la fermentazione avviene prevalentemente in vasche di acciaio inox (solo 8 sono di legno) e quindi il vino sosta in barriques (nuove al 100% per il grand-vin, mediamente 16 mesi), dove si svolge la malolattica. La cosa interessante da sottolineare è che solo in questo momento, dopo l’assaggio delle barriques e le prove di assemblaggio, si decide cosa ha la qualità per andare nel vino principale e cosa resta nel vino di ricaduta Petit Figeac. Non è dunque una selezione delle uve o delle vigne (ad esempio vigne più giovani nel second vin come accade in altri casi), ma proprio una selezione dei vini che decide anno per anno come sarà ottenuto il grand-vin.

I vini assaggiati:

Saint-Émilion Grand Cru Petit-Figeac 2021: una percentuale più alta di merlot (50%) rispetto al fratello maggiore ed un uso meno preponderante del legno nuovo. Si tratta di un second vin approcciabile anche in gioventù (ma durerà qualche lustro) che ora si presenta con un olfatto espressivo e caratterizzato da un certa dolcezza di frutto (ribes), ma anche fiori rossi, scatola di sigari ed un tocco erbaceo. Sorso ampio e voluttuoso ma l’acidità non manca, il vino è scorrevole dal tannino vellutato. Sapido in chiusura. Un vino che coniuga eleganza e dolcezza, la confezione è perfetta e di grande equilibrio senza alcun eccesso di morbidezza. Non è solo un vino di ricaduta insomma.

Saint-Émilion Premier Grand Cru Classé Château-Figeac 2018: prugna, marasca, la dolcezza dello zucchero filato, ma anche spezie e frutta secca… il naso è piuttosto leggibile nonostante la relativa giovinezza. Il sorso è sorprendente nella sua intensità e volume, materico e denso eppure per nulla statico. Vi è infatti un’ottima progressione, l’acidità è l’architrave della costruzione enologica, il vino è largo sì, ma anche profondo e dal tannino ben integrato che solo in chiusura fornisce il giusto appiglio. Lunghissimo su note saline e di frutta rossa. Vino di impatto ma non dimostrativo, la materia possente non è fine a sé stessa ma funzionale ad un vino che vuole essere di grande prospettiva ma godibile anche in gioventù.

Saint-Émilion Premier Grand Cru Classé Château-Figeac 2009: questo assaggio inizia a mostrare le potenzialità che l’evoluzione in vetro apporta ad un grande Bordeaux, il vino risulta più disteso e complesso del precedente, con sfumature affascinanti: baccello di vaniglia, confettura di more, scatola di sigari, sottobosco, ma anche cuoio, grafite, sangue e un tocco vegetale….Sorso sorprendentemente fresco, dal tannino fitto ma fine. Se il millesimo 2018 era avvolgente e potente, questo 2009, non certo esile, gioca maggiormente sull’eleganza ed il ricamo aromatico. La persistenza è notevolissima.

Diego Mutarelli
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Grauburgunder: Ried Stradner Rosenberg 2021 di Frauwallner

Ried Stradner Rosenberg 2021

Oggi ospitiamo volentieri un post di un blog amico, NoTastingNotes. Con NoTastingNotes condividiamo un approccio appassionato, sincero e non marchettaro al mondo del vino. Questo è il primo post che nasce dalla collaborazione, altri ne seguiranno nei prossimi mesi, magari scritti a due mani. Buona lettura!

Il pinot grigio che in Italia non esiste

Parliamoci chiaro: in Italia, dire pinot grigio vuol dire evocare un bianco semplice, dritto, a tratti anonimo. Un vino spesso da mescita, da scaffale di supermercato. In Austria, o meglio in Stiria, tutto questo non esiste. Più precisamente: il grauburgunder (che è esattamente il pinot grigio, nome tedesco) è un’altra cosa. È un vino spesso ricco, di struttura, a volte persino opulento. Un vino che, nelle mani giuste, riesce ad essere complesso e longevo. E tra le mani migliori che potete trovare nella Stiria sud-orientale ci sono senza dubbio quelle di Frauwallner.

Chi è Frauwallner

La famiglia Frauwallner coltiva vigne da generazioni nel comune di Straden, nel cuore del Vulkanland Steiermark, una delle tre zone DOC della Stiria austriaca. Qui i terreni sono dominati da suoli vulcanici, spesso basalto, sabbie e tufi che danno ai vini una combinazione rara: volume e tensione, maturità e salinità. La filosofia di Frauwallner è semplice ma rigorosa: rispetto del terroir, vinificazioni pulite, espressione nitida delle singole vigne. E qui viene il bello: nel sistema di classificazione austriaco, alcune parcelle sono considerate superiori per costanza qualitativa. Sono le Erste STK Lagen, un po’ l’equivalente dei Premier Cru. Il vino di cui parliamo oggi proviene proprio da una di queste: Ried Stradner Rosenberg, una collina esposta a sud-est, posta a 475 metri sul livello del mare.

Ried Stradner
Rosenberg 2021

Cosa aspettarsi da un Grauburgunder stiriano

Prima di entrare nel calice, vale la pena dire cosa NON è questo vino. Non è un pinot grigio italiano. Non ha quella linearità acida, quella neutralità aromatica, quella leggerezza spesso fine a sé stessa. Qui siamo su un registro completamente diverso. Il Grauburgunder di Frauwallner è un bianco denso, vellutato, costruito con precisione e ambizione. È un vino che punta a occupare lo spazio della bocca e a restarci. Ma, cosa niente affatto scontata, riesce a farlo senza risultare stucchevole.

L’assaggio: una sinfonia che cambia tempo

Alla vista si presenta con un giallo paglierino scarico, quasi ingannevole nella sua semplicità. Al naso si apre con note di mela, mandarino, e una lieve riduzione che è diventata firma stilistica di tanti bianchi stiriani moderni.

L’ingresso in bocca è morbido, pieno, quasi burroso. Sembra un vino che voglia cullarti, più che stimolarti. Ma poi cambia tutto.

Un’esplosione acida, granulosa, che rompe la rotondità e introduce una nuova tensione. È questo il tratto distintivo del vino: la sua capacità di passare da un’estrema cremosità a una finezza sapida, senza mai perdere coerenza. Il finale è lungo, persistente, con ritorni di scorza di mandarino e sensazioni agrumate. Una chiusura che ribadisce il carattere del terroir.

A tavola: la prova con la schnitzel

Per l’abbinamento ho scelto una classica schnitzel, piatto iconico della tradizione austriaca. Il risultato? Interessante, ma sbilanciato: il vino ha troppa personalità, finisce per sovrastare la pietanza. È un bianco che non accompagna: guida.

Conclusioni

Il Ried Stradner Rosenberg 2021 di Frauwallner è un vino che dimostra quanto possa essere grande un pinot grigio quando nasce in un contesto serio e ambizioso. È un bianco voluminoso ma elegante, capace di evolversi nel bicchiere e nella mente di chi lo beve.

Frauwallner, ancora una volta, dimostra che in Stiria non si fanno semplicemente vini “diversi”, ma si costruiscono identità. E questa bottiglia è, oggi, una delle più riuscite incarnazioni di quella identità.

Se pensavate che il pinot grigio fosse un vino “minore”, questo è il vino che vi farà cambiare idea.

NoTastingNotes

Les Suchots di Confuron-Cotetidot alla prova del tempo

I vini della Côte de Nuits sono senza ombra di dubbio i più desiderati dagli appassionati di tutto il mondo. E purtroppo, soprattutto da una decina di anni, le quotazioni stellari che i più ricercati pinot noir di Borgogna hanno raggiunto li hanno relegati al ruolo di chimere irraggiungibili, piuttosto che di vini di prestigio certo, ma che con qualche sacrificio anche appassionati bevitori non milionari possono saltuariamente degustare. E le cose peggiorano ulteriormente se malauguratamente si decide di assaggiare vini del comune di Vosne-Romanée, terroir baciato dal dio Bacco in cui si annoverano i grand cru più prestigiosi del mondo.

Vosne-Romanée
Vosne-Romanée (photocredit: Vins De Bourgogne)

Ma la passione, si sa, porta a far dei sacrifici e trovare qualche compromesso e così, con alcuni amici degustatori, ci siamo organizzati per una verticale di un premier cru di ottima reputazione e dalla quotazione meno esorbitante dei grand cru di Vosne-Romanée: Les Suchots.

Condividiamo di seguito dunque la degustazione di cinque annate del Vosne-Romanée 1er cru Les Suchots del domaine Confuron-Cotetidot. Les Suchots è un premier cru di poco più di 13 ettari rivendicato da ben 25 aziende. L’interpretazione che ne dà il domaine Confuron-Cotetidot, come vedremo, è piuttosto lontana dall’idea di pinot noir tutto fruttini e spezie orientali, il produttore persegue infatti uno stile di vinificazione più austero fatto di uva raccolta a piena maturazione, fermentazione con raspo, macerazione prolungata, utilizzo solo di legno di secondo o terzo passaggio (quindi non legno nuovo), per vini che hanno bisogno di tempo per esprimere tutto il loro potenziale.

Di seguito il resoconto dei vini assaggiati!

2015

Fin dal colore lo stile di Confuron-Cotetidot si differenzia da molti pinot noir di queste latitudini, non il solito rubino chiaro e luminoso, ma piuttosto un rubino compatto e profondo, colore che accompagnerà con piccole differenze tutti i millesimi assaggiati. Al naso un bel frutto rosso maturo (fragola, lampone) che cambia molto nel corso della serata, si susseguono altre note più chiare (arancia bionda) e boschive (aghi di pino), il tutto avvolto da un intrigante ricordo di foglia di menta. La bocca è compressa e fitta, il tannino è ben presente e sopra la media borgognona (ricordiamo la fermentazione con i raspi), la chiusura dolce-amara. Un bellissimo vino che va atteso ancora per esprimere tutto il suo potenziale. L’evoluzione nel bicchiere fa ben sperare in tal senso. La scommessa del futuro (se ti piace vincere facile).

2014

Vino più rassicurante e aperto del precedente, si muove su sentori di frutti di rovo (more), fiori e tocchi vegetali. Le spezie dolci qui fanno capolino ed introducono ad un sorso setoso e fresco, dal tannino fine e dalla chiusura lunga e sapida. Il vino dunque è più aperto e immediato rispetto all’annata 2015, ma anche più semplice e meno dinamico. Carpe Diem.

2012

Vino purtroppo rovinato da un tappo non perfetto, che porta ad un naso poco nitido ed un sorso piuttosto astringente. Non giudicabile.

2010

Colore più chiaro dei precedenti e olfatto delicato, elegante e complesso: ribes ed agrumi, spezie, floreale di viola. Dei vini assaggiati quello con il sorso più terso ed fresco, l’acidità lo rende ficcante e gustoso, ma al contempo il vino si sviluppa soffice ed aggraziato. Una bottiglia di grande eleganza e compostezza, che manca forse, ad essere severi, di un quid di intensità in più per renderlo indimenticabile. Signorile.

2009

In questo generoso millesimo il vino si presenta con note mature di frutta (pesca, lampone), ma anche viola, tamarindo, spezie (chiodi di garofano), erbe macerate, liquirizia. Sorso sferico, di buon volume e impatto, dalla progressione entusiasmante, la bocca è saporita, vellutata e sapide e chiude lunga e soffice su ritorni di liquirizia, spezie e lamponi. La quadratura del cerchio.

La degustazione si è tenuta presso il Ristorante Novanta di Bressana Bottarone (PV), che oltre a sopportare una gang di agguerriti bevitori ci ha deliziato con piatti ottimamente eseguiti. Da segnalare una carte dei vini di assoluto rilievo.

Diego Mutarelli
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L’Abruzzo fa sistema al Vinitaly 2025

Trebbiano 1986

E’ da qualche tempo che notiamo come i vini di Abruzzo si stiano sempre più ritagliando uno spazio di maggior visibilità nell’affollato e competitivo mercato del vino. Non si tratta solamente di qualche exploit di singoli produttori (le punte di diamante non sono mai mancate!), ma di un vero e proprio ecosistema che cresce all’unisono puntando sul territorio, sulle denominazioni di origine e sui grandi vitigni autoctoni della regione.

i vini in degustazione

Queste considerazioni sono state ulteriormente rafforzate e avvalorate a seguito del Vinitaly 2025 grazie ad una notevole masterclass organizzata dal Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo a cui abbiamo avuto modo di partecipare e che naturalmente, come da missione del blog, condividiamo! Si noterà come i “produttori faro” della regione, Valentini e Emidio Pepe, abbiano generosamente messo a disposizione del Consorzio (per un evento collettivo dunque e non per un’autocelebrazione) etichette del loro archivio storico di difficilissima reperibilità.

Trebbiano d’Abruzzo 1986 – Valentini, azienda che non ha bisogno di presentazioni e che è da decenni nell’élite del vino mondiale. Il Trebbiano d’Abruzzo di Valentini è un vino iconico e dalla longevità straordinaria. Consideriamo un vero e proprio privilegio aver potuto assaggiare questo 1986 che a quasi 40 anni dalla vendemmia lascia stupefatti. Il colore è un giallo oro integro e luminoso. L’olfatto è valentiniano fino al midollo: caffè verde e cereali, pâté di fegato e fiori di campo, fieno, liquirizia, pepe bianco, ferro… Sorso fresco ed energico, elegante ma non certo domo, un vino che ha dinamica, allungo e stratificazione. Da bere ora e ancora per qualche decennio!

Trebbiano 1986

Pecorino “Giocheremo con i Fiori” 2017 – Torre dei Beati, 100% pecorino in quel di Loreto Aprutino (PE), solo acciaio, per un vino che vuole esaltare le caratteristiche di questo vitigno senza forzature di sorta. Annata non recentissima (attualmente è in commercio il millesimo 2023) ed in ottima forma, si muove su note agrumate e floreali, di olive verdi e fieno con un tocco di piacevole dolcezza che ricorda lo zucchero a velo. Bocca sapidissima e di grande persistenza, schietto ed elegante.

Pecorino Colli Aprutini “Cortalto” 2016 – Cerulli Spinozzi, ci troviamo in provincia di Teramo e anche in questo caso il pecorino che abbiamo nel calice ha qualche anno sulle spalle. Vino integro con un naso intenso di agrumi e oliva verde, un tocco di cera e qualche sbuffo etereo accompagnato da una nota mielata. Il sorso è morbido e carezzevole, piacevolmente risolto ma ancora vivace e sapido in chiusura.

Cerasuolo d’Abruzzo “Cerano” 2024 – Pietrantonj, l’azienda esiste da due secoli e si trova a Vittorito, in provincia dell’Aquila. Il Cerasuolo che abbiamo nel calice si presenta con un bel fruttato di ciliegia e fragoline, lineare e semplice nello sviluppo, fresco e di ottima beva. Chiude dolce di frutto senza alcuna mollezza però. Il prezzo quello sì è dolce, circa 10 € ben spesi!

Cerasuolo d’Abruzzo “Fossimatto” 2023 – Fontefico, l’azienda di Vasto (CH) presenta un cerasuolo paradigmatico fin dal colore fieramente intenso. Olfatto divertente di fragoline ma anche finocchietto, liquirizia e pepe rosa. Sorso di impatto e carattere, il vino è stratificato e ampio, di volume e allungo. Chiude su note di frutta rossa e sale.

Montepulciano d’Abruzzo 2001 – Emidio Pepe, altro produttore che non ha bisogno di presentazioni e che ha sempre pensato che il tempo fosse il miglior alleato del Montepulciano di Abruzzo (e del Trebbiano). L’azienda ha uno storico di oltre 350.000 bottiglie, che immette regolarmente sul mercato anche a diversi lustri dall’imbottigliamento. Il vino che abbiamo assaggiato, un 2001, porta il naso sulle montagne russe: prugna, rose macerate, cuoio, cioccolato fondente, chiodi di garofano… impatto gustativo fruttato (amarena), tannino giustamente croccante, sviluppo denso e dinamico, sapido e lungo in chiusura. Un vino orgogliosamente contadino nella concezione e aristocratico nel risultato.

Montepulciano d'Abruzzo

Montepulciano d’Abruzzo “Docheio” 2021 – La Valentina, ci troviamo in provincia di Pescara per un Montepulciano d’Abruzzo originale, a partire dalla scelta di fermentare parte delle uve con i raspi in orci di terracotta. Ne risulta un vino che sa di cioccolatino all’amarena, ampio e materico, dolce nel sorso e dal tannino carezzevole.

Montepulciano d'Abruzzo La Valentina

Montepulciano d’Abruzzo Riserva “Iskra” 2011 – Masciarelli, anche questo Montepulciano si presenta materico e denso con richiami di cioccolato, prugna, chiodi di garofano su un fondo balsamico. Lungo in chiusura con un tannino ancora ben presente che dona grip e sapore.

Montepulciano Iskra Masciarelli

Diego Mutarelli
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Come evolve il sangiovese? 7 bottiglie alla prova del tempo

Brunello di Montalcino Cerbaiona

Un piccolo drappello di degustatori si è riunito intorno ad un tavolo per una degustazione alla cieca a tema sangiovese. Ne è venuto fuori un viaggio nel tempo, con bottiglie che hanno coperto svariati decenni e che hanno dimostrato – una volta di più – quanto il sangiovese, nelle sue varie declinazioni territoriali, possa essere goduto sì giovane, ma mostri tutto il suo potenziale solo dopo decenni di invecchiamento.

Non poteva mancare una bollicina per iniziare, il Metodo Classico “Grosso” 2015 di Paltrinieri da uve Lambrusco di Sorbara si è comportato molto bene. La sboccatura piuttosto datata (03/208) ha fornito complessità e fascino per un vino dal color buccia di cipolla che sa di scorza di agrumi, erbe amare, resina, ma anche note più dolci come crema al limone; il sorso è freschissimo, leggero, perde qualche colpo a centro bocca ma chiude saporito. Intrigante.

Lambrusco Paltrinieri

Le Viti di Livio 2015 – Fattoria di Lamole: interessante vino chiantigiano, anche se etichettato come Toscana IGT, proveniente da vigne vecchie a piede franco in quel di Lamole. Si esprime sul frutto rosso, ma anche con note di sottobosco, spezie ed un tocco balsamico. Sorso di ottima freschezza, tannino ben presente e ancora da smussarsi, molto saporito in chiusura. Buono oggi, sarà ottimo tra un lustro almeno.

Brunello di Montalcino 2016 – Le Potazzine: naso abbastanza timido ma pian piano emergono note di frutta rossa (ciliegie), affumicatura, rose rosse, terra smossa, un tocco di spezie dolci (vaniglia).
Fresco, sapido e lungo con un tannino in chiusura leggermente rigido ed in rilievo, vino da attendere, sembra attraversare una fase di evoluzione. Scorbutico.

Brunello di Montalcino “La Cerbaiola” 2012 – Salvioni: il naso appare ancora giovanissimo e sa di frutto rosso e fiori freschi, e il sorso conferma, si tratta di un vino energico e saporito, di ottima dinamica e dal tannino fitto ma di grana fine. Chiusura dolce di frutto rosso e lunghissima persistenza. L’annata calda è stata gestita al meglio. Solare.

Brunello di Montalcino 2006 – Le Ragnaie: vino ancora di un’integrità irreale: ciliegia, viola, canniccio, spezie…Sorso gustoso e molto sul frutto, di grande equilibrio e dinamica. Fresco e sapido in chiusura. Un vino di grande armonia ed esuberanza “giovanile”, il che diventa paradossalmente un (piccolo) difetto a quasi 20 anni dalla vendemmia. La maturità è ancora lontana, da tenere in cantina con fiducia. Highlander.

Brunello di Montalcino 2003 – Cerbaiona: gran bella riuscita anche (ma non solo) considerando l’annata torrida. Caramella all’amarena, corteccia, terra, peonia, sorso risolto, fresco e delicato a dispetto del calore alcolico che sarebbe stato lecito aspettarsi dall’annata 2003. Ritorni di agrumi amari e frutta rossa. Vino di grande integrità ed armonia, persino delicato nelle sue sfumature e nella progressione soave. Sorprendente.

Cetinaia 1985 – Castello di San Polo in Rosso: partiamo dalla fine, strepitoso! In generale e non solo considerando l’età. Humus, tartufo, confettura di lamponi, eucalipto, sorso dolce, succoso, delicatamente risolto e “cremoso”. Sapido e lungo. Grande vino (che non esiste più purtroppo).

Vino Nobile di Montepulciano Riserva 1958 – Tenuta Sant’Agnese: naso evoluto ed affascinante, ancora dinamico che richiama il sottobosco, poi tartufo, corteccia, tamarindo…bocca risolta, leggera e saporita.
Vive e lotta insieme a noi.

Chiusura in (relativa) dolcezza con un Friuli Colli Orientali Picolit 2017 di Sara&Sara, una vendemmia tardiva elegante e assolutamente non stucchevole, ma che manca, ad essere severi, un po’ di grinta e personalità. Si può osare di più.

Picolit

Diego Mutarelli
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Toscana IGT: vini d’avanguardia o in cerca di identità?

La Masterclass Toscana IGT – evento organizzato da Doctor Wine, ovvero Daniele Cernilli, in collaborazione con il Consorzio Vino Toscana – è stata l’occasione per fare il punto su un distretto produttivo del vino toscano che muove numeri significativi. Ogni anno oltre 4.000 aziende toscane rivendicano l’appellazione Toscana IGT per un controvalore di circa 495 milioni di euro con una fortissima vocazione all’export (il 70% della produzione varca i confini nazionali).

Abbiamo partecipato alla manifestazione con il nostro solito spirito di cronisti curiosi, cercando di mettere da parte lo scetticismo che molti appassionati nutrono nei confronti di una denominazione così disomogenea e ampia in termini geografici e produttivi. Etichettati come Toscana IGT possiamo infatti trovare vini bianchi, rossi, frizzanti, da vendemmia tardiva e passiti…insomma un calderone così ampio di offerta che rischia di togliere identità e coerenza alla proposta enoica.

Il Consorzio Vino Toscana, di recente costituzione, non potendo dunque puntare su un’inesistente identità territoriale, ecco che si pone obiettivi molto più concreti:

  • difendere da contraffazioni e abusi di vario genere il maschio Toscana
  • promuovere e sostenere i suoi soci in attività di promozione in Italia e all’Estero

Abbiamo potuto assaggiare 24 vini, 6 bianchi e 18 rossi, il cui elenco riportiamo nella foto sottostante.

La curiosità che ci ha spinto ad assaggiare con attenzione i vini proposti è stata quella di indagare quanto Toscana IGT possa porsi come “denominazione di ricaduta” dei vini innovativi, sperimentali, non ortodossi rispetto alle storiche denominazioni toscane come Brunello di Montalcino, Chianti Classico, Nobile di Montepulciano, Vernaccia di San Gimignano… Anticipiamo che la qualità media degli assaggi è stata molto buona, soprattutto in termini di correttezza enologia, più chiaroscuri invece abbiamo trovato proprio sul fronte dell’emozione, della sperimentazione e della personalità. Insomma, per il momento di avanguardia e sperimentazione non ne abbiamo visti a sufficienza, ma il cammino del Consorzio è appena iniziato…

Come nostro costume condividiamo le note dei vini degustati limitandoci, in questo caso, ai soli assaggi più convincenti.

Toscana Rosso IGT 2021 – Vallepicciola: azienda sita a Castelnuovo Berardenga propone questo vino da uve sangiovese del vigneto Fontanelle, piante di oltre 40 anni poste a 450 metri sul livello del mare. Fermentazione in cemento e affinamento di 20 mesi in barrique (50% di legno nuovo). Il vino è godibilissimo nei suoi sentori di amarena, fiori rossi, terra e un tocco di spezie balsamiche, sorso potente ma la beva non ne risente, la freschezza alleggerisce e allunga il sorso ed il tannino cesellato accompagna il vino verso una chiusura pulita di ottima lunghezza.

Estatura Toscana Rosso IGT 2019 – Barone Pizzini Tenuta Ghiaccioforte: siamo nei poderi Ghiaccioforte, le vigne a conduzione biologica di Barone Pizzini in Maremma. Il vino che abbiamo nel calice è frutto di un riuscito blend di sangiovese (50%) e carignano nero (50%), fermentazione in acciaio e 12 mesi di barrique. Il vino è di un rosso rubino compatto, al naso frutta rossa, macchia mediterranea, balsamico, spezie e tostature (senza eccessi), insomma l’affinamento in legno si sente ma è gestito alla perfezione senza inopportune dolcezze, il sorso è caratterizzato da una certa morbidezza, i 15% di titolo alcolometrico sono però ben mitigati da tannino fitto e fuso, sapidità in filigrana e acidità rinfrescante.

Camboi Toscana Rosso IGT 2019 – Castello di Meleto: azienda storica di Gaiole in Chianti che non ha bisogno di presentazioni, presenta questo vino ottenuto da malvasia nera, che affina 18 mesi in botti da 25 hl. Colore rubino chiaro luminoso, si propone all’olfatto con fruttini rossi aciduli (ribes) ma anche arancia, un elegante tocco floreale e di ginepro. La bocca è dinamica, snella e succosa, precisa ed equilibrata, con l’acidità a fare da filo conduttore ed un tannino in secondo piano. Vino finto semplice di grande piacevolezza e bevibilità.

Il Blu Toscana Rosso IGT 2021 – Brancaia: nota azienda di Radda in Chianti che etichetta come Toscana IGT Il Blu, un blend di merlot (80%), sangiovese e cabernet sauvignon. Ogni singola varietà viene affinata separatamente in barrique (per due terzi nuove), per 18 mesi. In seguito, una volta assemblato, il blend finale matura in vasche di cemento non vetrificato per 3 mesi. Rosso rubino con riflessi bluastri, naso molto ampio di lampone, prugna, caffè, cassetto della nonna, spezie dolci…il sorso è una carezza, avvolge il cavo orale e lo accompagna senza soluzione di continuità in un finale in cui l’acidità fa capolino e sostiene la chiusura rintuzzandone il calore.

Campo all’Albero Toscana Rosso IGT 2020 – La Sala del Torriano: azienda nota anche per i suoi Chianti Classico, presenta in degustazione il Campo all’Albero, merlot (70%) e cabernet sauvignon (30%), 18 mesi di affinamento in barrique. Confettura di ciliegie, mirtillo, caffè, note balsamiche al naso, morbido in ingresso in bocca con un tannino fitto e saporito che fornisce grip e dinamica, la chiusura è sapida e lunga. Un vino che potrà evolvere e migliorare ancora.

Cabernet Franc di Vignamaggio Toscana Rosso IGT 2020 – Vignamaggio: ottenuto da piante di oltre 40 anni di cabernet franc site in Greve in Chianti, il vino fermenta in acciaio e affina 18-24 mesi in barrique. Colore rubino impenetrabile, all’olfatto è intenso nei richiami di ribes nero, cacao, prugna, caffè e una caratterizzante nota vegetale (peperone grigliato). L’acidità rende il sorso succoso, il tannino è ben presente ma affusolato. Bella progressione per una chiusura saporita e di personalità.

Diego Mutarelli
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