Reggio Emilia tra lambrusco e spergola: alla scoperta dei rifermentati di qualità

Basta salire un poco sulle cime delle morbide colline reggiane per farsi un’idea di questo territorio e della sua gente. Dal prato antistante al castello di Rossena si gode di una vista che è una medicina per la mente. Le colline che ci circondano sono un alternarsi di boschetti selvaggi, grandi distese di campi punteggiati da numerose rotoballe e naturalmente rigogliosi filari di vite. In alcuni punti invece i calanchi sembrano ferire i fianchi dei colli; con il loro aspetto così aspro mostrano il volto più complesso e delicato del territorio che, con le piogge dell’ultimo mese ha visto diverse frane lacerare le vie di comunicazione. Da questo privilegiato punto di osservazione sembra di assistere ad un brulicare operoso: in apparenza tutto è calmo e sereno, si sente solo il frenetico frinire delle cicale ed il vento tra le chiome delle grandi querce, ma è un continuo movimento. Questa terra ed i suoi allevamenti non danno tregua ad agricoltori ed artigiani; le colline sono lavorate con incessante impegno, senza badare alle domeniche o ai giorni di festa.

Lo scopo del mio tour per queste colline è riscoprire il lambrusco della tradizione ed i rifermentati di qualità. Il mio Cicerone è Giulia, una cara amica, reggiana DOC. Ci svegliamo di buonora per prepararci al meglio alle visite in cantina, nella cucina inondata dalla luce di luglio, partiamo con la tipica colazione reggiana: l’erbazzone. Una sorta di torta salata a base di erbette e Parmigiano, ogni famiglia di Reggio Emilia ha la sua ricetta o il suo fornitore di fiducia, non può mai mancare. Ci mettiamo in movimento e per le strade incontriamo poca gente, chi può ha abbandonato la città per trovare refrigerio. Reggio Emilia è un continuum con la campagna piana che la circonda, enormi distese presidiate da grandi casali. In uno di questi poderi ci aspetta Denny Bini di Podere Cipolla, piccola cantina alle porte della città. Scendiamo dall’auto e ci immergiamo subito nello spirito gioioso in cui nascono i suoi prodotti. La grande corte interna è addobbata da lampadine appese a cavi che, fissati ai tetti, attraversano da una parte all’altra il cortile. Facile immaginarsi gioiose feste d’estate sotto queste luci, tra risate, musica e grandi taglieri pieni delle delizie tipiche del luogo: il parmigiano, il prosciutto, i ciccioli, lo gnocco fritto… ovviamente il tutto innaffiato da tanto lambrusco.

Denny ci tiene a mostrare subito le vigne, così saliamo sulla sua auto e ci facciamo condurre in campo. Sono le ore centrali del mattino ed il sole batte già senza pietà. Il produttore non si risparmia, palpo a palmo ci accompagna tra i filari spiegandoci con cura le caratteristiche di tutte le varietà che coltiva. Su tutti i lambruschi: Grasparossa, Salamino, Sorbara, Maestri. Poi Malbo Gentile, che ci rivela essere la sua vera ossessione. Infine i bianchi: Spergola, Malvasia e Trebbiano.

Con infinita delicatezza Denny scosta le foglie di vite e prende i grappoli tra le mani per mostrarceli; sembra conoscerli uno ad uno e forse non è solo un’impressione. Le vigne di Denny si possono dividere su due diverse tipologie di terreni. Una parte, ai piedi della piccola collina, con terreni costituiti di limo e sabbia, dove le viti affondano le radici e producono vini di maggior acidità e meno struttura. Una seconda parte qualche metro più su, dove aumenta la componente di argilla ed i vini guadagnano in corpo.

Rientriamo in cantina con il sole ormai altissimo, all’interno del casale ritroviamo un po’ di frescura e mentre ancora gli occhi si abituano al calo di luce, Denny ha già posizionato sul tavolo, al centro della cantina, una grossa punta di Parmigiano Reggiano che trasuda di sapore e fa salire l’acquolina in bocca.

Come al solito il vino ha il potere di avvicinare persone che pochi minuti prima non si conoscevano, così il chiacchiericcio diventa talmente inteso che fatico quasi a farmi raccontare i vini, mi tocca fare la figura della prima della classe che, taccuino alla mano, chiede delucidazioni al professore.

Partiamo con il bianco di Podere Cipolla, Levante 90 – 2018, spergola e malvasia. Le uve sono raccolte e vinificate insieme, con un giorno di macerazione. Il naso si esprime con la parte più vegetale della spergola, profumo di pompelmo ed aroma di geranio. Una piccola sensazione casearia si perde dopo pochi minuti e lascia spazio a sentori di albicocca ed erbe mediterranee. Filo conduttore di questi vini è la piacevole anidride carbonica, sempre fine e delicata. L’acidità è rinfrescante, ben presente, così come l’alcol che scende in gola e si fa balsamico.

Denny, molto pacato, aspetta le mie domande a cui risponde con grande competenza. Quando i calici si svuotano, silenziosamente si alza per andare a recuperare la bottiglia successiva.

È il Lambrusco rosato: Sorbara, Grasparossa e Malbo. Rosa dei venti 2018. Un bellissimo colore rosa pompelmo che si ottiene senza macerazione. L’impatto iniziale è di lievito, poi arrivano le note di melograno, pompelmo rosa (sì anche al naso), caffè verde ed infine un curioso sentore di tostatura. Interrogo il vignaiolo e mi rivela che si sviluppa solo in seguito alla fermentazione, quindi imputabile ai lieviti indigeni. Il sorso chiude con il finale amaricante del Grasparossa. La punta di Parmigiano Reggiano si è già ridotta un po’ ma gli aspetta il colpo di grazia: se ci sono due cose che vanno davvero d’accordo sono questo formaggio ed il Lambrusco Ponente 270 – 2018 di Podere Cipolla. Viene prodotto dall’uvaggio di tutte le tipologie di Lambrusco coltivate, come vuole la tradizione del Lambrusco Reggiano, tra queste uve anche l’autoctono montericco (vitigno che prende il nome da uno dei colli del luogo su cui cresce in abbondanza). Apre potente il sentore della marasca, poi mora ed infine stupisce il cacao. Ritrovo ancora il sentore di tostatura; mi piace pensare sia la firma del produttore sui suoi vini.

Continuo la mia ricerca dei vini reggiani di qualità e mi dirigo verso la culla del Parmigiano Reggiano (o con un pizzico di tono provocatorio dei locali: il Reggiano Parmigiano). Tra San Polo d’Enza e Bibbiano. In questa pianura alluvionale visitiamo Podere Magia. Conduce vigna e cantina Stefano Pescarmona, formatosi enologicamente nella regione di Banyuls, nel sud della Francia, ed ora guida con maestria i suoi tre ettari di vigne. Qui la vera magia è quella di viti e frutti coccolati con cura maniacale, l’obiettivo è portare in cantina uve perfette; infatti, solo queste attenzioni permetteranno di produrre vini senza ricorrere ad alcun supporto chimico e senza l’addizione di solfiti. Camminando lungo i filari Stefano identifica a colpo d’occhio un quadrifoglio confuso in mezzo alla vegetazione, lo coglie e ce lo regala; questa per me è la piena dimostrazione di quanto i suoi occhi siano allenati a cogliere i dettagli della natura.

La produzione di Podere Magia è ristretta, degustiamo una delle etichette 2018; il rifermentato in bottiglia di spergola e trebbiano. Il cielo un po’ velato ci permette di accomodarci al tavolo posizionato al centro del cortile, davanti alla cantina, senza riparo dal sole. Arriva l’immancabile tagliere di salumi e formaggio.

Il naso di questo vino è erbaceo, sa di erba tagliata, poi timidamente si affaccia il profumo più dolce di zucchero ed un sentore che mi stupisce: quello della nocciola. Sicuramente un vino che si esprimerà al meglio con un anno di bottiglia in più, ma la piacevolezza all’assaggio è già grande.

Questa prima spedizione alla riscoperta del lambrusco e dei rifermentati di qualità non ha deluso le aspettative.  Questi produttori hanno fatto la scelta di abbandonare praticità e risparmio del metodo charmat, per ritornare alle origini con la rifermentazione in bottiglia. Il mio naso ha così dimenticato aromi posticci di scontati frutti rossi ed il palato si è gratificato con un’anidride carbonica più fine e cremosa. Le espressioni di questi vini sono variegate e non appiattite sui gusti standardizzati a cui il mercato si è assuefatto. Sono vini vivi (qui cito Stefano), mai uguali a sé stessi e da reinventare ad ogni vendemmia, in cui anche lo stile del produttore/artigiano è fondamentale.

Chiara EM Barlassina
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Gschleier Alte Reben: leggiadra, dolce, selvatica, longeva

Parliamo ancora di Schiava, noi di Vinocondiviso: dopo una degustazione comparata, a settembre scorso, questa volta abbiamo voluto approfondirne la potenziale longevità.

Lo abbiamo fatto, ospitati dalla Vineria di Via Stradella, che ringraziamo per aver recuperato 4 diverse annate di Gschleier Alte Reben, la schiava della linea “alta” di Cantina Girlan.

Un piccolo passo indietro: 750 ettari vitati, la Schiava resta il vitigno più coltivato in Alto Adige nonostante un tasso di riduzione drammatico, negli ultimi anni, a favore di vitigni con più appeal commerciale.

A credere nella sua valorizzazione è stato oltre 40 anni or sono il capo cantiniere della cantina Girlan, cooperativa storica nata nel 1923 a Cornaiano (Girlan, nella lingua locale). George Spitaler osservando le vecchie vigne a pergola poco lontano dalla sede aziendale impose una svolta radicale per far nascere la Gschelier Alte Reben, appunto “vecchie vigne”. Drastica riduzione delle rese per ettaro e, in cantina, affinamento in botti grandi.

Il vigneto Gschleier, il cui nome richiama un’antica guarnigione romana riportata alla luce in quella zona con i relativi reperti, si trova su una collina morenica di 450 m di altitudine, dal terreno tipicamente calcareo, ghiaioso e argilloso, con una bella esposizione a sud. Posizione e orientamento garantiscono un’insolazione ottimale che fa nascere un vino pieno, con un grande potenziale d‘invecchiamento.

Vigna Gschleier

Dal lontano 1975 le uve Schiava della zona di Gschleier danno vita ad un vino particolare, di corpo, che nulla ha a che vedere con le tante, e forse stereotipate, espressioni di Schiava “leggere” dell’Alto Adige.

La vendemmia avviene manualmente in piccoli contenitori per un rapido trasporto in cantina, dopo la diraspatura il mosto viene trasferito in tini d‘acciaio inox per la fermentazione dove sosta per 15-20 giorni; conclusa la classica fermentazione alcoolica, si attiva la fermentazione malolattica e quindi si passa ad un affinamento per 9 mesi in grandi botti di rovere e, infine, 6 mesi in bottiglia.

Un vino dalla dimostrata longevità, che tuttavia non snatura le caratteristiche del vitigno per farlo diventare qualcosa che non è. Resta un vino dalla bassa acidità, in genere sui 5 grammi litro, relativamente poco tannico grazie alla buccia poco spessa, con una struttura e una alcolicità superiore alle altre Schiava ma capace di trasmettere la mineralità dei sottosuoli come i migliori bianchi della stessa regione.

In degustazione abbiamo assaggiato il frutto delle vendemmie 2017, 2016, 2010 e 2006 per cogliere come il passare del tempo riesce a tirar fuori da questo vitigno quella parte speziata che spesso è nascosta quando bevuto, come spesso accade, nella prima gioventù.

  • i vini in degustazione
  • Abbinamenti

Gschleier 2017

Vino dal naso molto fine, giocato sul fiore rosso ed il ribes, minerale, poi un cenno di ginepro. La bocca in ingresso risulta piuttosto calda ma ha un bell’allungo salato. Vino ancora molto giovane che in questa fase risulta piacevole anche se in qualche modo non ancora compiuto.

Non ho l’età (Gigliola Cinquetti, 1964)

Gschleier 2016

Naso molto compatto di grafite e frutti rossi maturi. Sorso di impatto, ampio ma non alcolico con le morbidezze del vino tenute a bada da una trama fitta. Dal centro bocca in poi mette il turbo con una grande progressione, energica ma soave, senza spigoli. Finale caratterizzato da una grande sapidità ed un’ottima persistenza. Vino di grande classe e decisamente promettente. Da bere anche ora ma se riuscite a conservarne qualche bottiglia…

Va bene, va bene così (Vasco Rossi, 1984)

Gschleier 2010

Olfatto molto articolato: sottobosco, sangue, frutta rossa macerata, tocchi delicatamente affumicati. Bocca sferica, ampia, di calore alcolico ma saporita. Nel finale una pennellata tannica completa il quadro di un vino all’apice ma non ancora domo. Vino intrigante.

Mentre tutto scorre (Negramaro, 2005)

Gschleier 2006

Vino che si presenta fin dal naso evoluto, però con il passare dei minuti non decade, ma resta sulla frutta rossa e le foglie secche, il sottobosco, la corteccia e la china. In bocca è risolto, senza ormai molta progressione, anche se la chiusura è definita, pulita e di una piacevole dolcezza di frutto. Millesimo difficile da giudicare anche perché a questo stadio l’evoluzione di bottiglie diverse della stessa annata potrebbe aver dato esiti difformi.

La decadenza (Ivano Fossati, 2011)

Alessandra Gianelli
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490 km su due ruote, due amici, una sfida condivisa e dopo … tanto vino condiviso

Questa volta, noi di Vinocondiviso, vi parliamo non solo di vino ma anche di sfide, condivise.

Condivise fra amici, come è bello fare con il vino.

Luca e Ignazio

Nato vignaiolo e diventato super sportivo, un blend apparentemente inusuale, Luca Ferraro è da sempre alla ricerca di stimoli, sfide, obiettivi nuovi, sia in vigna che nello sport. In occasione della presentazione qui a Milano dei vini della sua azienda, Bele Casel, Luca ha pensato ad una originale e sfidante modalità di arrivo: è partito sabato mattina dalla sua Asolo, in provincia di Treviso, condividendo 490 km di pedalate con il suo amico Ignazio ed è arrivato a Piazza del Duomo, a Milano, domenica sera, 30 marzo.

ColFondo

Lunedì, super scattante e per nulla affaticato (che i suoi vini abbiano un effetto dopante?), Luca ha proposto un’interessante verticale di ColFondo (annate 2017, 2013, 2009) da EnoClub, storica enoteca milanese a cui Luca è particolarmente affezionato perché da piccolo veniva a consegnare direttamente il vino con il papà Danilo.

Ma facciamo un piccolo passo indietro su cos’è un vino “col fondo”.

“Fra il frizzante tecnico e convenzionale dell’autoclave e quello  di maggiore ampiezza e personalità fermentato in bottiglia …quello “con il fondo” è un metodo casalingo e artigianale che le famiglie contadine hanno sempre utilizzato per la produzione del loro vino: in un tempo dove le vendemmie erano più tardive di quelle attuali … le fermentazioni alcoliche si arrestavano per il freddo invernale, lasciando dello zucchero residuo, che rifermentava poi coi primi tepori primaverili dopo l’imbottigliamento, generando un vino secco e frizzante.” (cit. “Effervescenze. Storie e interpreti di vini vivi” di Massimo Zanichelli).


L’annata 2009 di Colfondo (tappo a corona, sia benedetto!) ci chiarisce bene quando Luca parla del lievito definendolo “il botulino” del vino: sostando in un ambiente riducente, in continuo scambio con i propri microrganismi attivi, il vino si mantiene vivo e in continuo divenire. Il 2009 conserva freschezza, acidità e sapidità, marchio di fabbrica della cantina e soprattutto dei vigneti di Bele Casel, ma il lavoro incessante dei lieviti lo ha reso più morbido. Sorprendente pensare che sia un vino di 10 anni.

Bele Casel in degustazione

Il giorno successivo, a La Sala del Vino, Luca ha presentato tutta la sua linea di Prosecco e in particolare l’ultima novità, Vecchie Uve. Vecchie Uve perché? Perché l’azienda Bele Casel qualche anno fa ha acquistato un vecchio vigneto, nella zona di Monfumo, ripido, ricco di marne calcaree e di …uve antiche, quelle della tradizione: rabbiosa, marzemina bianca, bianchetta trevigiana, verdiso. Vecchie Uve è tecnicamente un prosecco charmat lungo (ben 12 mesi, per provare a domare un po’ l’acidità della rabbiosa), a dosaggio zero. Dico tecnicamente perché è un un prosecco che esce dall’ordinario e colpisce per complessità aromatica, persistenza olfattiva e chiusura lunghissima. Altamente consigliato per blind tasting di Bollicine!

Non si finisce mai di imparare con lo champagne! Ecco le “new entry”

La Champagne è, anche per un appassionato di lunga data, una terra che spesso regala sorprese e scoperte. Non è difficile incontrare produttori sconosciuti o quasi. Basta andare ad una delle tante manifestazioni sulle bollicine francesi e voilà, una buona parte dei produttori da degustare sono ignoti, o quasi.

È stato il caso di Atelier Champagne, la bella manifestazione tenutasi a Varese domenica 24 e lunedì 25 marzo. Nella suggestiva cornice del Palace Grand Hotel, in un locale luminoso e ampio, sono stati presentati i vini di 24 produttori, alcune maison e molti recoltant. Bene, circa una decina di questi mi erano sconosciuti o, quanto meno, mai degustati. E proprio fra questi si sono rivelate le più piacevoli sorprese.

Senza pretese di far classifiche vorrei raccontare di quei vini degustati per la prima volta e che più mi hanno colpito, e magari due parole anche su qualche vecchia conoscenza.

Champagne Ardinat-Faust

Ardinat-Faust è un piccolo produttore della valle della Marna, biologico dal 1971, che coltiva soprattutto Pinot Meunier. Il suo Oeil de Perdrix è un rosé delizioso, sapido e fruttato. Carte d’or, anche lui da Meunier 100% è più acerbo, nonostante il dosaggio più alto – 10 gr/lt contro 5 del precedente – è più su note verdi e quasi tabaccose che accompagnano note floreali. La Cuvèe Speciale, che è 50% Pinot Noir e 50% Chardonnay, è vino di maggior struttura ma molto minerale, asciutto, un frutto molto definito, frutti rossi aciduli e agrumi.

Gautherot è un nome famoso nell’Aube. Questa maison ha origini secolari, non è il Gautherot più famoso (Vouette et Sorbèe) ma ha dalla sua una lunghissima tradizione. Coltiva Pinot Nero, Pinot Bianco e Chardonnay. Il loro Reserve Brut, assemblaggio dei tre vitigni, è diretto, sapido, ben definito anche nei sentori fruttati e di crosta di pane. La cuvèe Exception, da Pinot Nero e Pinot Bianco, è intensa, fruttata e delicatamente speziata. In bocca è pieno, fresco, la struttura è importante e ben equilibrata dall’acidità. Il Rosé, ottenuto da macerazione, è un vino che unisce armonicamente intensità e delicatezza del frutto. Un cesto di frutti di bosco, sentori di fiori macerati e di foglie rivelano la sua origine 100% Pinot Noir. In bocca è lungo, fruttato, di gran carattere. Il Notes Blanches è per 80% Pinot Bianco e 20% Chardonnay. È uno Champagne floreale e sapido, ricco di aromi lievi, la frutta bianca, il sale, il mare, che si fondono in una cremosità leggera, una quenelle ai frutti di mare ed alle erbe di montagna. Lungo, asciutto, un sorso appagante.

Champagne Philippe Gonet

Philippe Gonet è una maison a conduzione familiare della Cote de Blancs. Propone una serie vini molto validi, naturalmente in maggioranza BdB. Il Brut Reserve, classico blend 60% PN, 30% CH, 10% Meunier leggermente dosato (8 gr/lt), è un vino che definirei confortevole, molto pulito, sentori cremosi, di crosta di pane, di pasticceria, frutta chiara. In bocca è cremoso e fresco. Il Blanc de Blancs 3210, chardonnay non dosato, è netto, diretto, quasi tagliente sia al naso sia all’ingresso in bocca. Fiori bianchi ma anche sentori verdi di foglie e corteccia di sambuco, frutta bianca acerba, agrume amarognolo. Decisamente un vino giovane. La cuvèe Roy Soleil BdB matura parzialmente in legno. Il vino è intenso, note di crema di limone, di campi di fiori in montagna, di bignè speziati. In bocca è sorso di spessore e di freschezza, lungo, tornano la pasticceria e l’agrume. Ter Blanc è un vino proveniente da vigneti di chardonnay non trattati chimicamente, matura in botti grandi di rovere, passa almeno 60 mesi sui lieviti. Al naso è potente, pesche bianche, legno dolce, nocciole, mandarini e bergamotto a dare freschezza. Grande intensità al sorso, fresco, sapido e gessoso, con ritorni di crema e di agrumi. Il millesimato 2009, anch’esso BdB aggiunge grassezza a quanto si trova nel Ter Blanc, con note di spezie, di pane, di canditi. Una freschezza un po’ spenta ne rende un po’ pesante il transito in bocca.

Heucq Pere et Fils è un piccolo produttore che lavora in biodinamica a Cuisles nella Valle della Marna. Ha presentato cuvèe di solo Pinot Meunier: Tradition Nature, Tradition Extra Brut, Tradition e Brut Rosé. I tre Tradition sono vinificati nello stesso modo, cambia solamente il dosaggio. Tutti presentano uno spiccato carattere terroso, di funghi, sottobosco, roccia. Il Nature non dosato mostra una bella verticalità, molto fresco e sapido, mineralità lunga e sorso profondo. Nell’Extra Brut (3 g/lt) emergono frutti scuri, si amplia il quadro gustativo, la pressione al palato, la beva è più immediata, appagante. Il Tradition è decisamente più morbido e più gastronomico, emergono più note fruttate, cremose. Lievi sensazioni di amaro in chiusura. Il Rosé offre un equilibrio mirabile tra mineralità e frutti rossi, arricchite da note speziate ed i ritorni di bosco e funghi. Bella lunghezza, molto gourmand.

Champagne Lebeau – Batiste

Lebeau – Batiste, produttori a Chavot-Courcourt, appena a sud di Epernay, azienda familiare che produce sei cuvée. Qui ne presentano quattro. Grande Reserve BdB, offre un cesto di frutti bianchi e caramelle al miele, note di pasticceria. Bocca ampia e persistente, fine e fresca. Il Rosé Brut, base 2013 con 30% di vini di riserva, al naso è fruttato, fragoline di bosco e tutti gli altri tipi di fruttini rossi, buona dolcezza. In bocca è cremoso e intenso. Aromi sempre dominati dai frutti di bosco, note di amarena, bella acidità a tenere pulito il sorso. Il Millesimé 2012 è un vino decisamente ricco ed intenso. Naso di fiori, frutti canditi, cedro su tutti, pasticceria, torta di mele. Grande cremosità, ritornano in bocca tutti i frutti ed i fiori, le preparazioni di pasticceria che vengono evocate aggiungono una buona complessità. Forse manca un filo di freschezza in chiusura. La Cuvée Selection è il solo vino di questo produttore che affina in legno, e si sente. Tutto giocato sulla balsamicità, si fa il pieno di erbe aromatiche e selvatiche, dall’origano al finocchietto selvatico, si affianca poi una dolcezza cremosa che arricchisce l’olfatto ed il sorso. In bocca esprime anche una bella acidità, a completare ed equilibrare le sensazioni. Decisamente appagante.

Roger Coulon è un altro produttore di piccole dimensioni – 10 ettari e circa 80.000 bottiglie – da Vrigny, che produce vini tutti giocati sulla finezza e la pulizia. Heri-Hodie, cuvée a maggioranza Meunier, è un vino molto aperto, frutti bianchi, fiori primaverili. Note agrumate in bocca aggiungono armonia e la freschezza chiude il sorso con grande eleganza. L’Hommée è un vino classico, più ampio ed intenso del fratello minore, più cremoso, strutturato, sorso più intenso, miele e pesche, petali di rosa. Un bel finale fruttato e fresco. Il Roselie extra brut è un rosé de saignée che affina in legno, cosa che gli dona spessore, potenza e carattere. Al naso frutti rossi, spezie, erbe fini, in bocca la potenza è equilibrata dall’acidità. Heritage extra brut è un vino che affina quasi due anni in legno e poi passa 10 anni sui lieviti. La vinificazione è riflessa in una grande complessità, lievi sentori di spezie dolci, quasi vanigliate, sorreggono le note fresche di fiori, le note di brioche si inseguono con la pesca bianca. Bocca di notevole impatto, bella acidità a sostenere la struttura, chiude sulle spezie e la crosta di pane.

Trousset – Guillemart è un piccolo produttore della bassa Montagne de Reims che ha presentato una bella serie di vini, precisi, vivaci. Il Créme Brut ed il Brut Nature sono freschi, puliti, le note verdi ne denunciano la gioventù ma la ricchezza compensa, facendo emergere note di caramella alla menta, di balsamico. In bocca sono pieni e freschi. Il Brut rosé ritrova note balsamiche e mentolate integrate coi frutti rossi e la spiccata mineralità. Bocca fruttata e fresca, intensa e lunga. Il Millesimato 2013 è un vino morbido ed intenso, di grande definizione e rigore, profuma di aranceto, di erbe mediterranee. In bocca è molto fresco, non svolgendo la malolattica, freschezza che accompagna la cremosità agrumata e balsamica. Il Blanc de Noirs, vino con una parte di reserve perpetuelle, si presenta fresco, sapido, terragno, note lievemente animali. Emergono poi frutti chiari e note più cremose. In bocca è equilibrato, ampio e complesso, sentori di avocado e di fiori bianchi. La cuvée Blanc pur Anna, vinificata in legno e da reserve perpetuelle, è uno chardonnay molto ricco e intenso, ancora giovane e toccato dal legno, ma molto fresco, agrumato, profondo. Fonde cremosità e mineralità in un allungo di panettone con le scorze d’arancia decisamente affascinante.

Champagne Pascal Doquet

Pascal Doquet è invece una vecchia conoscenza, i loro vini sono sempre di alto livello ed anche qui lo confermano. Arpége è uno champagne di grande mineralità e sapidità, integrata con le note di bacche di bosco, fiori macerati, crosta di pane. In bocca è fine, lungo, asciutto. Diapason, che viene parzialmente vinificato in legno, è un vino intenso su note mature, di nocciole, di crema di vaniglia. Grasso e pieno, è integrato da una giusta freschezza che pulisce il sorso. Sorprendente la cuvée Antocyanes, rosé di macerazione di una gioventù sbarazzina ed affascinante. Note vinose, fruttate, dolci, cremose. Fragoline di bosco, sale, crema di lamponi, beva franca, dolce e goduriosa.

Thienot è una maison che merita di essere citata, anche se non è propriamente un piccolo produttore, perché fa vini impeccabili, confortevoli, di grande beva e piacevolezza. A partire dal Brut base, che fa già 60 mesi di maturazione sui lieviti, e che offre un rigore ed una precisione notevoli, arrivando al rosé di assemblaggio, molto fine ed immediato nel suo frutto rosso intenso, fino al millesimato 2008, vino potente ma raffinato, classico stile da maison, pasticceria, frutta gialla, fiori bianchi, agrumi. Una bella complessità in un vino senza sbavature.

Andrea D’Agostino

Taste Alto Piemonte: il nebbiolo del Nord Piemonte tra sorprese e conferme

Come anticipato qualche post fa, Vinocondiviso ha partecipato con grande entusiasmo a Taste Alto Piemonte.
L’evento non ha deluso le attese: tra i banchetti si respirava proprio un’aria positiva. I produttori presenti in massa con pochissime defezioni, richieste in aumento dal mercato per i vini dell’Alto Piemonte, livello medio dei vini decisamente alto con vini precisi ma ben caratterizzati territorialmente.

Sarebbe troppo arduo, e probabilmente ingiusto, esporre valutazioni precise e dettagliate, dopo tanti assaggi e piacevoli chiacchiere.
Ci teniamo però ad evidenziarti i migliori assaggi delle denominazioni che ci hanno maggiormente convinto.

Valli Ossolane DOC
Ci troviamo in Val d’Ossola, un lembo di terra incuneato nell’estremo Nord del Piemonte tra il Canton Ticino a Est e il Vallese a Ovest.

Valli Ossolane nebbiolo superiore Prünent 2016 – Cantine Garrone

Il prünent è un clone di nebbiolo allevato in Val d’Ossola fin dal 1300. Il vino che ne ricava Cantine Garrone è molto bello, chiaro al naso ed estremamente equilibrato in bocca. Serietà al sorso e beva vanno a braccetto.

Valli Ossolane nebbiolo superiore Prünent 2016 – Cantine Garrone

Gattinara DOCG
Forse la denominazione più importante dell’Alto Piemonte, quella dove generalmente si incontrano i vini più convincenti e apprezzati.

Gattinara Osso San Grato 2014 – Antoniolo
Gattinara San Francesco 2013 – Antoniolo
Gattinara 2014 – Franchino

Vini che non hanno bisogno di presentazioni quelli di Antoniolo. L’Osso San Grato ha “beneficiato”, in un’annata non semplice, di una rigorosa selezione delle uve. Ancor meno bottiglie del solito a disposizione ma la qualità è eccellente: vino ferroso e rigoroso al naso, acido e sapido in bocca. Giovanissimo ma dalle grandi prospettive. Più godibile in questa fase il San Francesco 2013, con un frutto croccante che si stempera nel carattere sanguigno e ferroso di Gattinara. Franchino ha uno stile completamente diverso, il Gattinara 2014 appare rustico ma anche di grande dinamica e carattere, un vino che ci ha intrigato.

Gattinara Osso San Grato 2014 – Antoniolo

Bramaterra DOC
Le maggiori sorprese sono forse arrivate da questa DOC, con parecchi vini interessanti e da scoprire.

Bramaterra Balmi Bioti 2015 – La Palazzina
Bramaterra 2014 – Roccia Rossa
Bramaterra 2014 –
Le Pianelle

Tre vini diversi eppure accomunati da un sorso vibrante e fresco, con un finale liquirizioso e minerale. Da assaggiare.

Coste della Sesia DOC
I vini di questa denominazione, quando accompagnati dal nome del vitigno, sono ottenuti da almeno l’85% di quel vitigno con, a saldo, nebbiolo (spanna), croatina, vespolina.

Coste della Sesia Croatina 2015 – Noah
Coste della Sesia Nebbiolo Vallelonga 2016 – Fabio Zambolin

La Croatina di Noah è ottenuta da vecchissime vigne di croatina ancora allevate alla maggiorina, il vino che ne deriva è sorprendente, gustosissimo con delle note di sangue e ferro ed un tannino croccante che chiamano una bella costata. Fabio Zambolin è invece una microazienda di cui scommettiamo che sentiremo parlare ancora. Il nebbiolo Vallelonga 2016 è semplicemente delizioso, un Lessona mascherato.

Lessona DOC
In questa denominazione abbiamo incontrato con maggior frequenza i vini più convincenti.

Lessona Pizzaguerra 2015 – Colombera&Garella
Lessona 2014 –
Noah
Lessona 2013 –
Sella
Lessona San Sebastiano alla Zoppo 2010 –
Sella

Abbiamo trovato vini mediamente più approcciabili rispetto ai Gattinara, ad esempio, con una maggior componente fruttata e floreale e acidità meno aggressiva. Vini che però non sono per nulla facili o banali sia chiaro! San Sebastiano allo Zoppo 2010 è forse il vino di questo filotto che ci ha colpito di più, ancora giovanissimo ma di grande classe.

Boca DOC
I vini di Boca devono essere ottenuti da nebbiolo (dal 70% al 90%) con vespolina e uva rara (bonarda novarese) a completare il blend.

Boca 2015 – Barbaglia

Vino in cui convivono un naso minerale e sanguigno con un sorso gustoso e appagante. Durerà a lungo ma si beve ottimamente già ora.

Boca 2015 – Barbaglia



Nuovi arrivi dal Trentino

Domenica scorsa, 24 marzo, durante la seconda edizione di Vinifera, evento dedicato ai vini artigianali dell’Arco Alpino, si è tenuto un interessante incontro – “Nuovi vignaioli, uno sguardo sul futuro del sistema vitivinicolo del Trentino Alto Adige” – dove si è parlato in particolare di giovani che hanno interrotto la tradizione familiare di conferitori di uve a grandi aziende o/e cantine sociali e hanno deciso di vinificare ed imbottigliare il frutto del proprio lavoro.
I concetti chiave sono stati: senso di appartenenza, legame col territorio e voglia di percorrere strade nuove dando valore alle proprie radici.

Klinger

Ho avuto la fortuna di conoscere tre di queste realtà: una, sera stessa del convegno, nella caneva dei fratelli Cobelli: i ragazzi della cantina Klinger ci hanno fatto assaggiare in anteprima assoluta i loro tre vini freschi
freschi di… etichettatura: ottima la Nosiola da vecchie vigne.

Cantina Resom

Il giorno successivo ho conosciuto l’azienda dei fratelli Moser, cantina Resom (il loro cognome al contrario): tante ottime degustazioni in vasca e in botte e soprattutto belle le parole del più giovane dei fratelli, Luca: “sono nato in vigna ma sono cresciuto con il sogno di fare il vino che volevo io, dalle mie uve.”

Cantina Ress

L’ultima realtà, cantina Ress, è attiva da circa un anno con due espressioni di Trento DOC: un Rosè, dedicato alla loro mamma, e un Blanc de Blancs, che abbiamo assaggiato nella loro cantina, una grotta naturale dove affinano a lungo gli stessi spumanti.

Insomma, dalle parole ai fatti, da un giorno all’altro 🙂

Alessandra Gianelli
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Noir o nero, purché sia pinot

Oggi ti racconto di una degustazione tra amici il cui tema era, genericamente, “pinot noir o pinot nero”. La supremazia francese per il vitigno in questione non era in discussione, ma è sempre stimolante mettersi in gioco bevendo alla cieca per apprezzare al meglio le sfumature del pinot nero.

Ecco cosa abbiamo bevuto:

Oltrepò Pavese Pinot Nero “Giorgio Odero” 2012 – Frecciarossa

Azienda storica e rappresentativa dell’Oltrepò, anche Frecciarossa si cimenta con il pinot nero. Abbiamo assaggiato il Giorgio Odero 2012 che si presenta al naso su toni di frutta rossa ben matura, un cenno vegetale e poi, dopo qualche minuto di assestamento, arrivano anche le erbe aromatiche. L’ingresso in bocca è piuttosto caldo, lo sviluppo è in ampiezza anche se arriva alla chiusura abbastanza rapidamente. La bocca resta appena amara.

Plus: vino interessante ed espressivo, ha tenuto molto bene nel bicchiere
Minus: un guizzo acido in più avrebbe di certo aiutato, così come una maggior articolazione al sorso.

Südtirol Alto Adige Pinot Nero “Villa Nigra” 2015 – Colterenzio

Colterenzio è una realtà cooperativa da più di 1,5 milioni di bottiglie. Tra le oltre 30 etichette in gamma anche la selezione di pinot nero Villa Nigra. Il vino ha un naso un po’ sfocato che si dipana tra note di caramella al lampone, qualche tocco boschivo e uno straccio bagnato che va e viene. Ma soprattutto la bocca delude: stretta, senza progressione e corta.

Minus: vino poco fine al naso e cortino in bocca, da rivedere.

Vougeot 1er cru “Les Cras” 2015 – Domaine Philipp

A memoria non ricordavo un Les Cras a Vougeot, ma il libro di Armando Castagno “Borgogna, Le vigne della Côte d’Or” viene in aiuto in qualche modo giustificando la dimenticanza. In Côte d’Or sono almeno 15 le vigne che portano questo nome (che deriva da crai e fa riferimento al suolo formato da sassi bianchi). L’affinamento in legno copre un po’ il primo naso che è speziato, poi esce il fruttino rosso, un tocco di incenso e china, la scorza d’agrumi… Bocca soddisfacente come presenza e sviluppo, è forse un po’ calda ma saporita e pulita in chiusura.

Plus: vino non straordinario ma sfaccettato e saporito
Minus: legno ancora ben presente sia al naso sia in bocca che non risulta ancora del tutto equilibrata.

Bourgogne 2005 – Domaine Robert Chevillon

Chevillon ha bellissime e vecchie vigne tra i migliori premiers crus di Nuits-Saint-Georges. Questo Bourgogne 2005 ha un naso appena evoluto ma ancora molto affascinante: spezie, sostanze psicotrope, ribes… La bocca è stupendamente risolta, saporita e sapida.

Plus: vino di grande fascino, perfetto nella sua semplicità. All’apice.

Bonnes Mares Grand Cru 2009 – Domaine Bart

Ed eccolo il grand cru della serata che si esprime con un naso limpido, luminoso e vivace di spezie e fruttini rossi che richiamano immediatamente la Borgogna. La bocca ha un’acidità ben presenta che accompagna lo sviluppo del vino che risulta succoso. Chiusura sapida e molto persistente.

Plus: vino che coniuga alla perfezione eleganza e complessità, facilità di beva e sinuosità.

Gevrey-Chambertin 1er cru “Les Goulots” 2004 – Domaine Fourrier

Annata davvero difficile la 2004 in Borgogna. I pinot noir ne risultano spesso vegetali con note olfattive che in casi non infrequenti arrivano persino a richiamare l’olezzo delle cimici… Domaine Fourrier se la cava invece piuttosto bene e ci regala un naso di frutta chiara, accompagnato da un tocco vegetale appena accennato, poi spezie e rose. Il sorso è “rilassato”, in questa annata l’evoluzione comincia a sentirsi anche se, pur risolta, la bocca è elegante e piacevolmente sapida.

Plus: considerando l’annata in questione non si poteva chiedere di più.