Pommard a confronto: lo stile può rappresentare il terroir?

Sabato di buon’ora mi sono avventurata in macchina per dirigermi a est, superando gli argini del Secchia per spostarmi in terra romagnola. Oltrepassando con sicurezza le pianure dove nascono le bollicine emiliane, ad un tratto l’orizzonte ha iniziato ad assumere un profilo più allegro e tondeggiante nei pressi di Imola. Il sole accarezzava i colli disegnati davanti a me, e mi sono chiesta se fosse il paesaggio a rendere così spontaneamente solari i romagnoli o se fosse invece il contrario. 

Destinazione Brisighella, un nome che è impossibile pronunciare senza sorridere, dove Roberto Frega dell’importazione Sartoria del Vino aveva organizzato un pranzo/degustazione a tema Pommard. Roberto, professore universitario a Parigi, ha abbracciato con passione il mondo del vino importando vini di nicchia dalla Francia, convincendo numerosi appassionati a seguirlo. Aveva organizzato una degustazione alla cieca ispirandosi ai Grands Jours de Bourgogne, la fiera dedicata ai vini di Borgogna, che si svolge in diverse giornate con location dislocate in base al villaggio di appartenenza dei produttori. Roberto ha quindi pensato di mettere a confronto diverse espressioni di Pommard, comune tra Beaune e Volnay, nella Côte de Beaune, famoso per i suoi rossi energici, strutturati e sorprendentemente longevi.

Nella prima batteria abbiamo assaggiato tutte 2021 nella categoria “village”.

  • Maxime Dubuet-Boillot, Les Deux Terroirs 2021: un vino dal colore concentrato nonostante l’annata classica, con sentori di propoli, rosmarino, paté di oliva, non lunghissimo, con una nota amaricante sul finale.
  • Vincent Dancer, Les Perrières 2021: produttore in forte ascesa, che declina i suoi vini attraverso uno stile più contemporaneo. Come insegna Armando Castagno, le vigne che portano nomi che evocano la pietrosità sono generalmente qualitative, e anche in questo caso si trattava della vigna di fronte agli Epenots, a valle attraversando la D973. Ho apprezzato i sentori delicati di fragolina e violetta, e una bocca rinfrescante e vivace.
  • Domaine Chantal Lescure, Les Vignots 2021: un vino proveniente dalla zona più fresca e ventosa del comune, lungo il cono di deiezione della Combe de l’Avant-Dheune. marcata l’impronta di legno, riconoscibile attraverso sfumature di liquirizia e vaniglia, che ritroviamo anche in bocca, oltre a una nota ematica forse dovuta a un’annata non troppo aggraziata.
  • Vin Noe, Rève Americain 2021: un vino decisamente pop, non solo nel nome e nell’etichetta. Era molto intenso al naso e non limpidissimo di colore, con sentori di piccoli frutti rossi molto freschi, probabilmente dovuti a una vinificazione a grappolo intero, assieme a una nota che mi ha ricordato la terracotta.

In seguito a una breve pausa in giardino a bere Chenin Blanc e Sorbara, abbiamo proseguito con i premier cru.

  • Domaine Clos de la Chapelle, Les Grands Epenots 2022: ho sempre difficoltà ad analizzare i vini non ancora “pronti”, tuttavia nonostante la giovane età di questa bottiglia il vino si è manifestato con intensi sentori floreali e con una totale assenza di note terrose, ma al contrario evocava solo freschezza e soavità. Non a caso, si tratta di una delle vigne più vocate del comune.
  • Clos du Moulin Aux Moines, Les Pézeroilles 2019: climat sopra gli Epenots, considerato un Pommard atipico perché solitamente slanciato e femminile. Si è presentato con una marcata espressione fruttata e vegetale (rabarbaro).  La bocca era molto più interessante del naso, e si sviluppava come un’onda, increspandosi all’entrata in una sensazione voluminosa, per poi svanire in piccantezza.
  • La Pousse d’Or, Les Jarolières 2019: climat posto a sud, a confine con Volnay. Inizialmente austero si è dimostrato comunque intrigante naso, con sentori di ginger e arancia. L’entrata in bocca è morbida, per poi svilupparsi in sapidità.
  • Joseph Voillot, Clos Micault 2019: climat peculiare per la sua posizione, essendo l’unico Premier Cru del comune situato a valle della D974 che attraversa la Cote d’Or. Apprezzo molto questo produttore, tuttavia si sa che ad assaggiare alla cieca si rimane a volte stupiti, altre perplessi.
  • Jean Luc Joillot, Les Petits Epenots 2019: vino abbastanza ferroso e più dolce in bocca, caratteristica probabilmente dovuta al legno.
  • Alain Jeanniard, Les Sausilles 2012: vigna situata a nord, a confine con il bellissimo Clos des Mouches di Beaune. Iniziamo a intravedere il fantastico potere d’invecchiamento dei vini di Pommard. Vino sapido, al naso assomiglia a Les Jarolières, che è sorprendentemente al lato opposto del comune. In bocca non ho percepito tannino ma solo sale, che riempie il sorso in un allungo leggermente addolcito.

Infine, fuori programma, abbiamo assaggiato Cassagne et Vitailles, Les Homs 2021, un 100% grenache della regione del Coteaux du Languedoc. Al naso è fruttato, (fragolina, lampone, pepe), in bocca dopo tutti quei pinot ho ritrovato una nota alcolica che però non predominava sulla freschezza e giovinezza, sue peculiarità principali.

Questa degustazione mi ha insegnato che lo stile del produttore è nettamente più evidente nel calice rispetto al luogo di provenienza, anche se quando si degusta la Borgogna, ci aspettiamo che emergano più le sfumature del territorio rispetto a qualsiasi altro aspetto, che sia l’uva, l’annata, o le tecniche di conduzione del vigneto e le pratiche in cantina. E se con la Borgogna possiamo comunque entrare in crisi per individuare una linea coerente che ci faccia risalire al luogo di provenienza, figuriamoci se possiamo fare delle congetture territoriali per i vini provenienti da zone più ampie o che ammettono diversi vitigni. Eppure, concentrarsi solo sullo stile del produttore può risultare limitante, anche se questo è ciò che più influenza il carattere del vino. Ragionare sulle bottiglie degustate alla cieca ci spinge inevitabilmente a considerare il luogo d’origine, sebbene molto spesso l’espressione del calice non corrisponderà a ciò che abbiamo studiato. Forse il motivo è l’importanza della comprensione della storia della comunità che rappresenta quel luogo.

Credo che si possa apprezzare la territorialità di un vino solo se si considera la cultura di chi lo custodisce. Senza la volontà di indagare le origini e le evoluzioni della storia in un territorio, si rischierebbe di considerare il vino come un semplice mezzo edonistico, o un esercizio di stile, cosa che anche io faccio volentieri a volte. Tuttavia, se l’intento è quello di testimoniare una cultura, è necessario spingersi oltre, rischiando, e arricchendo la nostra comprensione con interrogativi che spesso rimangono un mistero.

Elena Zanasi
Instagram: @ele_zanasi

Verticale di Barolo 1995 – 2004: stappando il decennio del rinnovamento

I luoghi nascosti riservano sempre le sorprese migliori. Prendi un ristorante nella bassa modenese, ad esempio, specialmente se si trova a Finale Emilia, dove già il nome suggerisce un’idea di remoto, perso nella pianura a nord della città, a pochi passi dalla riva del Po.

La Trattoria Entrà è in realtà una locanda molto frequentata dagli amanti del vino e della buona cucina, dove il sapore di gnocco fritto e i profumi del ragù accompagnano con convivialità certe degustazioni epiche. Nelle migliori osterie il vino abbandona per un attimo la sua sacralità e torna ad essere cosa umana: non servono diplomi o attestati per poterne parlare, ma semplicemente la giusta apertura mentale per fare caso a tutte le sensazioni olfattive, tattili ed emozionali derivate dalla più sublime delle bevande.

Un giovedì di rientro da Vinitaly mi sono diretta da Antonio alla Trattoria Entrà per partecipare ad una speciale degustazione di Barolo preparata dal nostro amico Roberto. Una verticale dal 1995 al 2004, con l’unica eccezione per la 2002, ovvero una delle annate più sfortunate in Langa nel nuovo millennio. Abbiamo comunque assaggiato un vino nato in questa annata: tra poco vi svelerò quale e garantisco che non deluderà le alte aspettative.

Gli anni ’90 in Langa hanno scritto la storia di una rivoluzione. Era il periodo dei Barolo Boys, un gruppo di giovani vignaioli desiderosi di un riscatto rispetto alle generazioni precedenti troppo ancorate alle usanze e al detto “abbiamo sempre fatto così”. Dall’altro lato, invece, i fedelissimi alla tradizione non hanno vacillato davanti al successo delle barrique e del vino pronto subito, ma hanno continuato impavidi e fiduciosi a essere fedeli a loro stessi e alle botti grandi.

Non potevo perdere l’opportunità di fare un viaggio nello spazio, tra le dolci e ordinate colline della Langa, e nel tempo, ritornando al passato ad assaporare quel periodo di fermento. Con mia grande sorpresa ben presto ho capito che tra i 15 commensali solamente 3 facevano parte del settore, tutti gli altri erano appassionati italiani, disposti a pagare una discreta quota per farsi guidare in un’esperienza di gusto unica. Sono molto contenta di questo segnale, che confuta chi dice che il vino circola solo nelle tavole degli addetti ai lavori. Penso, infatti, che l’unico modo per salvare la crisi del vino sia riuscire a coinvolgere più persone in questa stupefacente passione.

La lista dei vini era stata fornita in precedenza, ma le bottiglie sono state servite alla cieca, in batterie di tre calici alla volta, in modo da metterci alla prova facendo una degustazione libera da pregiudizi.

Appena seduti ci hanno dato il benvenuto con salumi emiliani, schiacciata al forno e lo Champagne blanc de blancs 2002 di Pol Roger. A differenza del Barolo, questa annata in Champagne è stata preludio di imprese eccezionali e immense soddisfazioni. Il naso, sorprendente giovane e oltremodo complesso, conferma l’innegabile potenzialità d’invecchiamento dello chardonnay. I terziari sono appena accennati in un sorso dinamico e persistente, accompagnato da un corredo aromatico raffinato, ricco di fiori bianchi e frutta secca, assieme a un leggerissimo ricordo ossidativo. Infine la bolla elegante e intensa non lascia traccia di alcuna grassezza.

Elencherò i Baroli non seguendo la successione di servizio, ma in ordine cronologico dal più giovane al più vecchio, in modo da fornire una migliore idea del percorso storico.

Cappellano, Barolo Gabutti Piè Rupestris 2004. Intenso sia di colore, sia al naso, questo rinomato cru di Serralunga è un’esplosione di profumi, dalla ciliegia alla liquirizia, dal tartufo al lampone, dal goudron al bergamotto. Questo cru è situato a Serralunga, la cui conformazione fisica che si sviluppa su un crinale stretto e lungo, lo rende poco esposto ai venti freddi del nord. Il microclima è tendenzialmente caldo, tuttavia il suolo calcareo regala vini di una straordinaria freschezza. La bocca è infatti vibrante, con un tannino potente e scrupolosamente integrato. Il finale rilascia un retrogusto balsamico, un rimando di caffè e cioccolato bianco. Una grande eredità di Teobaldo Cappellano, babbo di Augusto, che oggi conduce l’azienda seguendo la stessa filosofia irriverente e caparbia. Vino indimenticabile.

Giuseppe Mascarello, Barolo Monprivato 2003.  Il vino più rappresentativo dell’azienda, situata a Castiglione Falletto, il cui suolo è anch’esso ricco di calcare attivo e marne limoso-argillose. Presenta il suo classico colore scarico e a una prima olfazione si riconoscono sentori di nocciola e sottobosco. All’assaggio prevale una certa dolcezza data dalla vaniglia, il tabacco biondo, e un’assenza totale di tannino intenerisce il sorso. L’annata non è molto fortunata e mi aspettavo un vino al tramonto del suo stadio evolutivo, invece ritroviamo nel bicchiere una certa vivacità, seppure un pelo troppo morbido e corto per i miei gusti.

Comm. G.B. Burlotto, Barolo Monvigliero 2001. Colore lieve e granato, che anticipa la degustazione di un vino evoluto. Al naso predominano i terziari, accompagnati dalla rosa. Dopo diversi minuti nel bicchiere si sprigiona una nota di pepe bianco che ritrovo spesso non solo in questo cru, ma nel comune di Verduno in generale, basti pensare al suo vitigno tipico, il pelaverga, il cui sentore principale è proprio il pepe bianco. In bocca il vino rimane fresco, con un tannino finale soavemente incalzante.

Giacomo Conterno Barolo Cascina Francia 2000. Primo cru di proprietà della famiglia, situato a Serralunga, e questa annata a Barolo è stata significativamente acclamata dalla critica, avendo ricevuto 100 punti da Wine Spectator.  Il vino fu realizzato ancora sotto la supervisione del babbo di Roberto, Giovanni, e rivela sentori al naso molto intriganti, intensi e variegati, che rimandano al tepore di un’annata calorosa: dall’arancia sanguinella al timo, addirittura note di frutta esotica come il mango o l’anguria, la gomma lacca, e infine un rimando leggermente vegetale. Nel suo ampissimo spettro olfattivo, manca solamente un rimando floreale. Il sorso è molto più rigoroso, rivelando con fierezza la struttura aggraziata e decisa dei grandi vini piemontesi, accompagnata dall’acidità che ne garantisce il dinamismo in bocca.

Bartolo Mascarello, Barolo 1999. Così come amava autodefinirsi, “tradizionalista nel vino e progressista in politica” (basti pensare alle iconiche etichette dell’annata precedente, che recitavano “no barrique – no Berlusconi”), il Barolo di Bartolo racchiude l’essenza di diversi cru: a Barolo due parcelle a Cannubi (Cannubi e Cannubi San Lorenzo) e Ruè, mentre Rocche dell’Annunziata a La Morra, e a Monforte Monrobiolo di Bussia. Il naso è costellato da spezie fresche, come il rosmarino, la maggiorana, l’alloro e l’anice stellato. In bocca si esprime con una finezza dovuta alla maestria dei migliori artigiani, il vino più elegante della degustazione e, per me, il migliore della serata. È fresco ma senza un’acidità troppo affilata, è ampio ma senza dimostrarsi pesante. È la dimostrazione che nel vino la grazia combacia con la misura.

Rocche dei Manzoni: Barolo Bussia Pianpolvere Riserva 1998. Un’annata importante, non solo dal punto di vista qualitativo, ma fu l’anno in cui Valentino Migliorini acquistò l’azienda Pianpolvere Soprano, una sottozona del prestigioso cru Bussia, a Monforte d’Alba. Il vino rispecchia uno stile decisamente moderno. Ciò non significa che il vino sia eccessivamente morbido, anzi, il tannino è ben presente e il sorso non è così voluminoso. È concentrato, con un naso evoluto che rilascia un sentore di caramello. Non è dotato di una lunghezza infinita ma la freschezza non manca e gli conferisce vitalità.

Ceretto, Barolo Bricco Rocche 1997. Un vino che è stato creato nel periodo di un cambio generazionale, dai fratelli Bruno e Marcello Ceretto ai loro figli: Lisa, Alessandro, Roberta e Federico. Quello dei Ceretto è un nome che è sinonimo di innovazione, basta ammirare il design della cantina a Castiglione Falletto, ai lati del cru in assaggio quella sera, oppure ai colori sgargianti della Cappella del Barolo, all’interno del cru Brunate, a La Morra: entrambi sono luoghi di pellegrinaggio per chi vuole assaporare l’energia positiva apportata da quegli anni rivoluzionari. Un nome che più piemontese di così non si può: “bricco” significa cima della collina, mentre “rocche” fa riferimento al risultato di un fenomeno geologico di erosione. Si tratta anche della più piccola MGA del disciplinare, estesa circa un ettaro. Il vino è intenso, balsamico, speziato: in una parola, moderno. Regala una grande freschezza in entrata, per poi lasciare lo spazio all’astringenza del tannino e terminare con una nuova freschezza finale.

Bruno Giacosa, Barolo Villero 1996. Cru adiacente a Bricco Rocche, di cui abbiamo appena parlato, eppure totalmente diverso nel bicchiere. Merito del genio di Bruno Giacosa, uno degli interpreti più raffinati di queste terre. L’etichetta ritrae la cantina fondata a Neive nel 1900, ed è proprio al Barbaresco che riporta il nostro cuore ogni volta che si parla di lui. Le bottiglie di Giacosa etichettate “Barolo” sono sicuramente molto prestigiose, e sono convinta che la loro particolare raffinatezza, così eterea e soave senza rinunciare alla sua consistenza, sia dovuta al fatto che a crearla sia stato un profondo estimatore di Barbaresco. Forse è per questa somiglianza che l’ho tanto apprezzato: il colore è chiaro e brillante, sembra molto più giovane dei suoi 28 anni. Carnoso nei profumi di peonia e amarena, il naso è esuberante e complesso, rivela note di muschio e sottobosco. La bocca invece è più agrumata, dal sapore di arancia sanguinella. Il tannino possiede una finezza rara, il sorso persiste a lungo. Il vino più elegante della serata.

Roberto Voerzio, Barolo la Serra 1995. Ero curiosissima di assaggiare il vino di questo Barolo Boy, nell’anno successivo al grande debutto in America del leggendario gruppo di giovani vignaioli irriverenti, grazie all’importatore Marc de Grazia, stabilendo uno stacco definitivo con la tradizione e le usanze delle generazioni precedenti, alla conquista del mondo attraverso il vino di qualità. Purtroppo, sono stata esaudita solo a metà perché, quando il vino mostra anche solo una lieve deviazione dal tappo, per me risulta impossibile da valutare.

Siamo stati ripagati con un vino fuori dal coro offerto da Antonio, come il Barolo 1988 della Cantina della Porta Rossa, azienda a me sconosciuta, originaria di Diano d’Alba. Il colore era scarico, con profumi che stavano virando verso i terziari. Vino anch’esso agrumato, con note di cioccolato bianco.

Abbiamo terminato la serata con altre due scoperte interessanti: Retzstadter Langenberg, Silvaner 1990 Spätlese, la cui evoluzione vira in note molto simili a quelle del riesling, e infine La Morandina, Moscato d’Asti 2020, perfetto con la crostata di amarene. A essere sincera ho trascurato i vini dolci, per rivisitare nuovamente alcune delle straordinarie bottiglie di Barolo, in modo da imprimere il più possibile nella mente il ricordo di questa serata prodigiosa.

Se siete arrivati fin qua, probabilmente vi aspetterete che tiri le somme premiando l’una o l’altra filosofia produttiva. Ovviamente non ho alcuna intenzione di farlo, anzi, preferisco osservare con ammirazione quegli anni di rinnovamento. La parola ‘rinnovamento’ abbraccia entrambi i metodi di produzione: da un lato, significa rimettere a nuovo, sostituendo ciò che è vecchio con ciò che è nuovo; dall’altro, implica la scelta di ripetere un’azione, di accoglierla di nuovo, magari con uno sguardo più fresco. È proprio il concetto e l’intenzione di rinnovamento che ha contribuito al grande successo del Barolo. Dopo tanti anni, questo vino è ancora capace di far sussultare il cuore e di ispirare le nostre riflessioni.

Elena Zanasi
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Cornas a Cortona (parte 2)

Dopo aver parlato, nella prima parte di questo post, dell’edizione 2024 dell’evento Chianina e Syrah, in questa seconda parte racconto della masterclass dedicata ai vini di Cornas a cui ho partecipato.

La degustazione prevedeva sette diverse interpretazioni di Cornas dell’annata 2020, millesimo indiscutibilmente caldo e precoce, ma al tempo stesso incredibilmente equilibrato. Durante la masterclass i relatori hanno tenuto a specificare che i vini in assaggio potevano rappresentare sia un’unica vigna, sia un blend di diversi lieu-dit, perché la tradizione rodaniana fa esprimere il vino attraverso le sfumature di diverse vigne.


1) Franck Balthazar, Chaillot
Il nome del vino si rifà al lieu-dit di provenienza. Denso, centrato su un frutto scuro e dolce, la trama tannica è ben ordita e ho apprezzato l’accelerazione in bocca che ha scongiurato ogni banalità.
2) Mathieu Barret, Géniale Patronne
Blend di due lieu-dit e risultato di un lavoro biodinamico e avanguardista, che comprende macerazioni lunghe e assenza di legno. Raffinato e irriverente, sarebbe interessante portarlo a una cieca, poiché si esprime attraverso molte luci e poche ombre, sebbene dalla syrah ci si aspetti più ruvidità, un frutto molto scuro e note terragne come la grafite.
3) Cave de Tain, Nobles Rives
Tain è un villaggio ai piedi di Hermitage, e questa è una cantina sociale che ha messo in bottiglia un vino di tutto rispetto.
4) Maison Chapoutier, Les Arènes
Interessante assaggiare in batteria una maison de négoce. Quando visitai Chapoutier, fui colpita da un’impronta del legno molto profonda su quasi tutti i vini. A quanto pare le scelte stilistiche hanno totalmente cambiato direzione, poiché questo vino è stato realizzato in cemento.
5) A. Clape, Cornas
Clape è il re indiscusso della denominazione, fedele tradizionalista, il cui vino, a differenza di quello di Barret, si concede solo dopo almeno dieci anni di invecchiamento. Al naso emerge subito una nota pungente che evoca la resina, seguita da accenti di pepe, alloro e geranio. Finalmente riesco a individuare l’oliva nera, che fino a poco prima pensavo fosse il tratto distintivo di Cornas, ma che in effetti, nella degustazione dedicata alla denominazione, ho rilevato solo in questo vino. Il sorso è pieno, con un tannino tanto fitto quanto raffinato, ancora molto scalpitante, quasi da masticare per la sua tridimensionalità.
6) Jacques Lemenicier, Père Laurier
Proveniente dal lieu-dit Les Mazards, di cui – come il Clos St. Jacques in Borgogna – ogni produttore possiede una parte bassa, una mediana ed una alta della collina, attingendo quindi a suoli diversi. Il vino è fresco, persistente, tuttavia sovrastato da una suggestione di spezia dolce data dal legno.
7) Alain Voge, Les Vieilles Fontaines
Grande rivelazione della giornata, non solo per il piacere di aver conosciuto il managing director Lionel Fraisse. La Fontaine si trova in una posizione centrale nella denominazione, e la morfologia della collina si rivolge verso varie esposizioni. Questo vino possiede una finezza rara. Come primo sentore ho riconosciuto il mirtillo, ma dopo poco ho percepito qualcosa di familiare, che mescola la viola alla mora di gelso, un aroma che solitamente riconosco nei grandi vini della Côte-Rôtie.
Ho potuto scambiare due parole con Lionel al suo banchetto, circondato da altre espressioni di syrah di Cortona e del mondo. Qui presentava Les Chailles 2021, Les Vieilles Vignes 2021 (ovvero Les Fontaines assieme ad altre parcelle nelle annate in cui non esce come vigna singola), e Chapelle Saint Pierre 2021. Così si riconferma l’eccellenza qualitativa che contraddistingue questo domaine, tanto che non vedo l’ora di tornare a Cornas per poter fare una visita in cantina.

Spinta dalla curiosità e dalla sete, mi sono fatta guidare da Francesco Beligni, brillante e giovane braccio destro di Stefano Amerighi, per l’occasione hanno deciso di proporre altre bottiglie oltre a quelle della loro cantina. Questo dettaglio dice molto sulla mentalità aperta di queste persone, che assieme al talento è, a mio parere, la chiave del loro successo.
Tra i vini della denominazione di Saint Joseph, ho ritrovato Pierre Gonon, assieme ad altri esponenti delle nuove generazioni, come Jean François Malsert, Thomas et Cyprien, il Domaine de la Sarbèche. Per terminare la degustazione di Cornas ho assaggiato la 2019 di Cuchet-Beliando, vino estremamente balsamico. Non potevo poi lasciarmi sfuggire un assaggio dei vini di Amerighi, in particolare di Apice 2020 e La Serine 2020, che prende il nome da una specifica selezione massale tipica della Côte-Rôtie.

Per concludere, vorrei dare luce a due Syrah del Belpaese: La Monaca 2020, della Tenuta Sallier de la Tour, a Monreale, e Castore 2022 e Polluce 2021 e 2020, due bottiglie dell’azienda Vinciarelli Chiara, piccola gemma di Cortona.

Elena Zanasi
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Cornas a Cortona (parte 1)

L’edizione 2024 del festival Chianina e Syrah si è tenuta a Cortona dal 9 all’11 marzo. Ogni anno avviene in concomitanza con la fiera Prowein a Düsseldorf, per questo non ho mai potuto partecipare. Tuttavia quest’anno ho saltato l’evento fieristico, così non mi sono fatta sfuggire l’occasione di visitare il festival che celebra le eccellenze enogastronomiche della Valdichiana.

Ancora una volta Cortona si dimostra un faro di creatività e maestria, e la sua comunità dovrebbe ispirare i borghi circostanti, che purtroppo non sono ancora in grado di suscitare lo stesso interesse con iniziative originali, nonostante il loro ricco patrimonio storico, architettonico e paesaggistico (ogni riferimento a Montepulciano è puramente casuale).

Tra le varie giornate della manifestazione, ho scelto domenica 10, per poter assistere ad una masterclass sulla regione vitivinicola di Cornas: ultimo avamposto per la syrah scendendo lungo il fiume nella valle del Rodano settentrionale.

Al timone della lezione, veri maestri del settore, come Lionel Fraisse, del domaine Alain Voge, Giampaolo Gravina (tra i colpevoli della mia ossessione per la Borgogna), il talentuoso sommelier e fotografo Marcello Brunetti, e infine Stefano Amerighi, un amico così eclettico che nessun aggettivo sarebbe mai sufficiente a descriverlo pienamente.

Ma perché proprio Cornas? Cos’ha spinto Stefano e tutti questi professionisti a voler mettere in luce una piccola appellation che comprende appena 164 ettari e una cinquantina di imbottigliatori, i quali hanno iniziato a valorizzare queste terre granitiche solo dopo gli anni Sessanta del secolo scorso?

Ammetto che quando visitai la regione due anni fa, lasciai in secondo piano Cornas, dedicandole sì e no una mezza giornata. Logisticamente non era un punto di appoggio comodo, ed ero più attratta dalle espressioni di syrah più popolari, come Hermitage oppure Côte-Rôtie, due regioni più settentrionali, dalle quali Cornas dista mezz’ora e un’ora di macchina.

Avevo sentito parlare del tipico sentore di oliva in questa regione calda, e temevo di ritrovare una certa opulenza rispetto all’eleganza. Questo è un pregiudizio sbagliato, e l’ho intuito raggiungendo la sommità della collina: nonostante la terra sia calda e siccitosa, l’altitudine raggiunge i 400 metri di altezza, con un dislivello di 300 metri (Hermitage, anch’essa molto ventosa, si sviluppa su circa 300 metri di altezza, mentre le viti sulla Côte-Rôtie crescono dai 180 ai 325 m.s.l.m.).

Quali potrebbero essere dunque le ragioni che hanno suscitato il fascino di questo promontorio? Di certo l’altitudine, oppure l’omogeneità delle condizioni pedoclimatiche, o ancora la circoscrizione limitata dell’area vinicola. Non solo: così come la syrah è l’unico vitigno ammesso per produrre l’AOC Cornas, allo stesso modo il granito è la sola matrice geologica del territorio. Tutto ciò comporta una chiave di lettura del vino coerente, garantendo agli appassionati una certa riconoscibilità.

Ma non è tutto. Ciò che rende speciale Cornas è la sua comunità, composta da produttori che hanno assecondato una delle esigenze umane più distintive: interpretare. Si sono armati di raspi, carrucole, barrique per essere tradizionalisti e cemento per essere progressisti. Teloni di plastica sulla vigna come se fosse un orto per contenere l’umidità, e vasche a forma di diamante. Hanno unito diverse parcelle in un unico vino, oppure le hanno lasciate distinte, non perché un’annata fosse peggiore di un’altra, ma perché l’identità del territorio in un vino si rifà banalmente a chi quel luogo lo custodisce.

Il post prosegue con il racconto dei 7 Cornas che ho assaggiato. Verrà pubblicato tra qualche giorno, non perdertelo! Leggi qui la seconda parte.

Elena Zanasi
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Chianti Classico è futuro (parte 2)

Dopo l’introduzione all’evento Chianti Classico Collection di cui ho parlato nella prima parte, mi piacerebbe ora condividere quelli che sono a mio avviso alcuni degli assaggi più stimolanti.

Come Chianti Classico annata, tra i miei preferiti ritrovo I Fabbri, che negli ultimi anni ha affilato con gentilezza le espressioni più vibranti di Lamole. Della stessa tipologia devo nominare Riecine, il cui frutto scuro rappresenta ormai la firma stilistica dell’azienda. Anche il Chianti Classico di Tregole è stato in grado di esprimere l’annata in maniera esemplare, rispettando il terroir peculiare di Castellina che volge lo sguardo verso Radda.

Nella tipologia Riserva sono rimasta ancora una volta colpita da Vigna Barbischio di Maurizio Alongi, la sua persistenza è durata il tempo di attraversare tutto il corridoio della Leopolda senza perdere gusto. Come non rimanere incantati dalla Riserva di Castell’in Villa, che con la 2016 ha raggiunto picchi di eccellenza assoluta nella fattura del tannino e nella piacevolezza in bocca. Ci auguriamo che il tempo sia altrettanto benevolo nell’affinamento di una 2017 ancora molto giovane. Per chi apprezza i vini eleganti ma pur sempre tridimensionali, consiglio la Riserva di Nardi Viticoltori.

Come Gran Selezione vorrei soffermarmi su Istine, nell’annata 2021 i tre cru hanno affinato più a lungo in botte e in bottiglia per essere presentati per la prima volta come Gran Selezione. Una raffinatezza fatta di piccole sfumature che negli aromi ricordano fiori e frutti freschi, come se fossero stati colti appena maturi. Monteraponi presenta con l’annata 2019 per la prima volta una Gran Selezione che, assieme al Baron’Ugo 2020, incarna l’essenza di Radda attraverso l’eleganza e la coerenza di un frutto rosso mai timido, accompagnato da note floreali come la viola sempre riconoscibili (in poche parole, non sono poi tanto diversi i due vini).

Rimango anche piacevolmente stupita da Cigliano di Sopra, sia nella versione annata che Riserva. L’esuberanza di questi vini, dovuta a particolari tecniche agronomiche e di cantina, risulta totalmente diversa rispetto ad altre espressioni molto buone di San Casciano, e ciò mi fa domandare se siano loro a discostarsi totalmente da questa UGA, o se in realtà siano gli unici ad essere stati in grado di interpretarla in maniera esemplare.

Infine, tra i vini di maggior carattere devo segnalare Le Viti di Livio 2016 di Fattoria di Lamole e Sa’etta 2022 di Monte Bernardi, vini autentici, schietti, sempre indimenticabili.

Meriterebbe che elencassi tanti altri vini che mi hanno catturato il cuore, ma non vorrei essere troppo di parte, poiché considero questo territorio come una tra le più promettenti regioni vitivinicole in Italia e nel mondo, con un passato antichissimo, ma allo stesso tempo alle porte del suo rinascimento. Ho trascorso in Chianti Classico due anni indimenticabili, fatti di opportunità e crescita personale e professionale. Nonostante questo capitolo della mia vita si sia appena concluso, ho la consapevolezza che la comunità creata negli ultimi anni, che ho visto nascere in un viaggio in Corea del Sud e della quale sono orgogliosa di averne fatto parte, porterà un’aria fresca di rinnovamento alla denominazione, e auguro al futuro del mondo del vino italiano di essere in grado di attingere allo spirito di unione e condivisione che ho ritrovato in queste terre boschive.

Elena Zanasi
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Chianti Classico è futuro (parte 1)

L’Anteprima del Chianti Classico – Chianti Classico Collection – svolta a Firenze presso la Stazione Leopolda il 15 e 16 febbraio, suggella la fine e l’inizio di un percorso importante, e non solo perché quest’anno il primo consorzio italiano a tutela del vino soffia su ben 100 candeline.

Negli ultimi due anni ho avuto la fortuna e il privilegio di poter vivere la comunità del Chianti Classico in maniera attiva e partecipe, osservando la capacità dei suoi attori principali a mettersi sempre più in gioco per fronteggiare minacce senza precedenti, come il cambiamento climatico, la crisi economica dovuta alla pandemia e alle guerre, oltre ad un mercato che richiede vini sempre più riconducibili al territorio di appartenenza. Non si direbbe, ma anche quest’ultima è una sfida alquanto ardua in Chianti Classico, regione piuttosto vasta, in cui il sangiovese tradizionalmente non è l’unico interprete del terroir, e dove la parola cru è comparsa solo in tempi molto recenti.

Se in Barolo e Barbaresco più produttori raccontano la stessa vigna, in Chianti Classico spesso le migliori etichette aziendali sono frutto della commistione di diversi appezzamenti, e questo è solo uno dei motivi per cui in Toscana è difficile raccontare il territorio seguendo alla lettera il modello langhetto; per ulteriori approfondimenti sulla zonazione ti invito a leggere il seguente articolo ospitato su queste stesse pagine.

Fatta questa doverosa premessa, il Consorzio ha fornito come chiave di lettura del Chianti Classico le UGA (Unità Geografiche Aggiuntive), suddividendo geograficamente le oltre 200 aziende presenti in anteprima. Chi, come me, vive e opera in questa regione vitivinicola, sa che questo non è il punto di arrivo per individuare la territorialità di un vino, ma un importante incentivo per iniziare a orientarsi, assecondare il bisogno di studiare, sperimentare rischiando, ascoltare voci autorevoli, e infine domandarsi se si stia già creando il miglior vino possibile, o se sia plausibile andare oltre. 

Le nuove generazioni di vignaioli e vignaiole hanno captato subito questo stimolo, e oggi siamo alle porte di un cambio generazionale in cui i giovani non hanno timore a confrontarsi, a condividere idee e bevute, a fare amicizia, a creare una comunità.  Comunità che non è fatta solo da chi possiede una cantina, ma anche dagli addetti ai lavori, perché si sa che le aziende le fanno le persone.

Questi giovani hanno capito che il vicino di casa non solo non è il nemico, ma può essere facilmente il migliore amico. Se le generazioni passate devono il loro successo grazie a un forte senso del dovere e all’intuizione che le ha portate nelle solitarie terre del Chianti, i giovani vignaioli di oggi sono generalmente motivati da un’autentica vocazione, che li spinge a lavorare con entusiasmo e passione, come se il contributo offerto a questo settore sia svolto per puro piacere e quasi senza sforzo.

Ora, senza porre lo sguardo troppo avanti, torniamo al presente e ai vini in assaggio. Con oltre 200 aziende partecipanti, sono state servite le nuove annate di Chianti Classico, Riserva e Gran Selezione, dalla 2020 alla 2023, permettendo un confronto di millesimi tanto diversi, quanto impegnativi, seppur stimolanti. Parlando con i produttori si evince una particolare soddisfazione per la 2021, che al naso appare già pronta, forse fin troppo, mentre in bocca sta ancora cercando di trovare un suo equilibrio, con un’acidità scalpitante e una vitalità intrigante. Mettendo a confronto 2021 e 2020, quest’ultima appare più composta e a tratti banale, seppure la vendemmia 2020 sia stata buona, abbondante rispetto a Montalcino e a Montepulciano, ma non indimenticabile come la 2019. La 2022 con il suo calore ci fa realizzare che il surriscaldamento globale non risparmia nemmeno una delle regioni dove il sangiovese è solito distinguersi per la sua acidità e bevibilità. La 2023, al contrario, ha comportato enormi sacrifici, e tanti produttori si sono dovuti accontentare pur di portare a casa un minimo quantitativo di uva sana.

Per scoprire alcuni tra i vini più performanti, proseguiamo nella seconda parte.

Elena Zanasi
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I 5 post più letti del 2023. Buon Anno!

L’anno appena trascorso per Vinocondiviso è stato ricco di soddisfazioni, abbiamo condiviso con i nostri lettori riflessioni, visite a produttori, eventi vinosi e, naturalmente, vini e degustazioni.

Spulciare le statistiche dei post più letti è sempre sorprendente, alcuni post molto “antichi” piacciono ancora moltissimo ai motori di ricerca e risultano ancora tra i più letti (vedasi ad esempio la serie di post dedicati ai Profumi del Vino, che sono stati scritti tra il 2016 e il 2017). È pur vero che i post più recenti hanno avuto meno tempo di accumulare visitatori.

Difficile dunque stilare una vera classifica, ma vogliamo comunque condividere con voi i post che sono piaciuti di più limitandoci a quelli pubblicati nell’anno appena passato.

#1 Vinitaly 2023: le nostre nomination – i post che raccontano i vini che abbiamo più apprezzato agli eventi vinosi sono tra quelli che riscuotono maggior interesse ed il Vinitaly, l’evento italiano più importante del vino, non poteva mancare.

#2 C’era una volta un castello dove abitava un conte – titolo fiabesco che abbiamo scelto per raccontarvi la storia della piccola realtà Torre degli Alberi, in Oltrepò Pavese.

#3 La Cantina di Enza a salvaguardia del vitigno coda di volpe rosso – anche in questo caso abbiamo raccontato la storia di un’azienda non così nota, La Cantina di Enza, in provincia di Avellino.

#4 Les Cocus 2020, lo stupefacente chenin di Thomas Batardière – la Francia, di cui beviamo e parliamo molto, entra in classifica con un produttore ancora poco conosciuto ma su cui scommettiamo, si tratta del vigneron della Loira Thomas Batardière.

#5 Tre vitigni e una pergola: 33/33/33 biodinamico campano da scoprire! – torniamo in Italia, anzi in Campania, per il grande bianco di Vallisassoli, altro produttore non così noto che abbiamo voluto condividere con i nostri lettori.

Quali altri contenuti vorresti leggere su Vinocondiviso? Se hai idee o riflessioni non censurarti, scrivicelo nei commenti o contattaci!

Auguri di Buon Anno!

Diego Mutarelli
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Alle radici del Barolo (o quasi)

Il tema scelto per la cena prenatalizia del team (allargato) di Vinocondiviso è stato un super classico: il Barolo. E siccome troppo vasta poteva essere la scelta – fra gli undici comuni e le 170 MGA (escluse le menzioni comunali) – abbiamo scelto come linea guida il libro a firma di Armando Castagno, edito da Slow Wine, uscito a fine dello scorso anno, dal titolo “Alle radici del Barolo”.

Il volume, corredato dalle foto di Clay McLachlan e da una dettagliata parte storica introduttiva a cura di Lorenzo Tablino, consta di dieci interviste ad aziende della “prima generazione” del Barolo, ovvero antecedenti l’Unità d’Italia del 1861, in cui fondamentale fu il ruolo dello statista Camillo Benso Conte di Cavour; lo stesso Conte giocò una parte da indiscusso protagonista anche nella valorizzazione e affermazione del Barolo così come lo conosciamo (o quasi).

Avendo avuto l’opportunità di partecipare alla presentazione ufficiale del libro, ad Alba, ci piace ricordare quanto l’autore abbia sottolineato l’importanza dell’etimologia “radice” e quanto azzeccata ne fosse la scelta per il titolo. Radice deriva dal latino “radix”, ovvero ciò che è flessibile, pieghevole; effettivamente, osservando le radici, notiamo come esse siano in grado di piegarsi, di adattarsi alla terra più ostica con flessibilità. Radici profonde e solide anche per il Barolo, ma allo stesso tempo radici nuove, che traggono linfa dalle nuove generazioni, capaci di adattarsi ai tempi nel rigoroso rispetto dell’eredità ricevuta.

Partiamo quindi con i vini assaggiati, Barolo rigorosamente di produttori oggi ancora in attività le cui cantine sono state fondate prima del 1861 e quindi presenti nel libro di Castagno, non dimenticando di menzionare l’ottimo brasato con polenta a corredo e a seguire formaggi di stagionature diverse armoniosamente abbinati coi vari calici.

Barolo del Comune di Verduno 2018 – Fratelli Alessandria

Fratelli Alessandria, attiva già da metà 1800, si trova a Verduno e vinifica esclusivamente uve di proprietà da circa 15 ettari di vigne. Il vino che abbiamo nel calice ha un naso molto elegante, un bouquet di rose accompagnato da un bel frutto rosso fresco e un tocco di pepe bianco. Il sorso è caratterizzato in ingresso da un’ottima dolcezza di frutto, si dipana bene grazie ad una ragguardevole freschezza, il tannino è poco presente, alcol sotto controllo. Scorrevole e semplice (forse troppo? O forse è un vino che va aspettato almeno un lustro affinché possa farsi) ma molto godibile.

Barolo Acclivi 2017 – Comm. G.B. Burlotto

Restiamo a Verduno con Burlotto, altro nome storico di Langa. L’Acclivi è un Barolo ottenute dalle uve provenienti da vigne collocate a Verduno (Monvigliero, Neirane, Rocche dell’Olmo e Boscatto). Olfatto molto affascinante e complesso: roselline e radici, foglie secche e china, lampone e polvere di liquirizia. Il sorso è fitto, fresco e profondo, tannino giustamente in evidenza ma di grande finezza. Chiusura sapidissima e lunga ma soffice. Goloso.

Barolo 2017 – Oddero

Poderi e Cantine Oddero hanno una storia plurisecolare in quel di La Morra e attualmente vinificano dai 35 gli ettari di proprietà sia in zona Barolo sia in zona Barbaresco. Il naso di questo Barolo parte su note fresche di lampone e rose, poi una nota più austera di mineralità scura accompagnata da una curiosa nota di castagna/noce. Bocca serrata in una morsa acido-tannica ancora da amalgamarsi, chiude lungo e salato. Da attendere.

Barolo Paiagallo “Vigna la Villa” 1989 – Fontanafredda / Barolo “Vigna Gattinera” 1989 – Fontanafredda

Commentiamo insieme questi due vini, vecchietti per così dire, non solo perché sono entrambi di Fontanafredda e della splendida annata 1989, ma anche perché rappresentano plasticamente due delle traiettorie possibili di evoluzione del Barolo. Il Vigna la Villa è un vino autunnale a partire dalle note di sottobosco, funghi, tartufo, torrefazione e note affumicate, con un tannino che è diventato cremoso, splendidamente risolto in dolcezza, dalla texture raffinata e carezzevole. Il Vigna Gattinera invece evolve su note più chiare e speziate e ha una materia più asciutta e meno carezzevole, è l’acidità a risultare in primo piano per un sorso che rimane succoso e sapido. Due indomiti vecchietti che hanno ancora molto da dire.

Barolo Riserva 1971 – Borgogno

Borgogno è una realtà che non ha bisogno di presentazioni, cantina dalla storia antica, che oggi vanta di un parco vigne di oltre 30 ettari. Il Barolo Riserva che abbiamo degustato è di un’annata, la 1971, considerata eccezionale. Un vino di oltre 50 anni che ancora scalpita e maturo si concede su note di buccia di arancia e mandarino, eucalipto, lamponi in confettura, tartufo bianco, terra smossa…la bocca è di grande dinamica e allungo, energica benché risolta, in chiusura ci lascia su ritorni di sottobosco e frutta rossa. Un vino di grande fascino.

Alessandra Gianelli
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Virtù etiche e virtù vitivinicole: Benvenuto Brunello 2019

Se qualcuno chiedesse la mia opinione su una bella annata come la 2019 a Montalcino, che cosa potrei rispondere in modo da non risultare banale?

Sabato 25 novembre ho avuto la fortuna di potermi accomodare in uno dei tavoli sistemati nel chiostro del Consorzio del Brunello di Montalcino e di assaggiare in anteprima la nuova annata che sarà disponibile sul mercato a partire da gennaio 2024.

Faccio una doverosa premessa, visto che non scrivo su questi canali da un po’: se qualcuno chiedesse la mia opinione su un Brunello, probabilmente lo farà sapendo che il sangiovese fa parte del mio lavoro da una decina d’anni, tuttavia non sono di Montalcino, anzi non sono nemmeno toscana, e se spesso questa la sento come una condanna divertente, allo stesso tempo credo che le mie radici siano sufficientemente lontane da permettermi di mantenere la giusta distanza e un certo senso critico.

Ora, come direbbe Soldati, vino al vino, quindi torniamo a ciò che conta davvero. Seduta al mio tavolo, con sei bicchieri davanti, ho avuto circa tre ore a disposizione per farmi un’idea del frutto di anni di lavoro da parte dei produttori di quest’angolo di Toscana.

Leggendo la lista dei vini a disposizione, ho notato diversi elefanti nella stanza, o meglio nel chiostro, certi grandi assenti, perciò ho provato ad accogliere questa mancanza con positività, visto che solo così avrei degustato in maniera più democratica, senza precipitarmi sulle bottiglie che solitamente prediligo. Andando a memoria, la 2019 è stata un’annata calda e soleggiata e allo stesso tempo di grande equilibrio, soprattutto nell’ultima fase di maturazione dell’uva, dove le escursioni termiche hanno permesso una vendemmia di quantità e di qualità. Fare vino e fare filosofia li vedo procedimenti molto simili, dopotutto ogni cantina ha una sua storia e una sua filosofia di produzione. Non solo, produrre un buon vino presuppone la ricerca della virtù, o meglio dell’aretè greca, vale a dire l’indagine sull’essenza bella e buona di ciascuna cosa, che sia un’uva, un territorio o una particolare annata, in modo da plasmare e rendere questi elementi ciò che devono essere.

I greci dicevano poi che l’esercizio della virtù va fatto katà métron, secondo misura, perché l’armonia non prevede esagerazioni, e a mio avviso i produttori sono più inclini ad applicare questa regola nelle annate difficili, quando il calcolo, la misura e la proporzione in vigna e in cantina fanno la differenza. Se l’annata invece è molto buona e ricca di promesse, l’estro sarebbe invogliato ad estrarle tutte. Sono tanti gli esempi vinicoli in cui la tentazione di estrapolare in abbondanza ha preso il sopravvento, e il risultato è sempre smisurato. Basti pensare alla concentrazione di alcune bottiglie di Gran Selezione di Chianti Classico, seppure questa sia la denominazione che prediligo come espressione di sangiovese al giorno d’oggi, oppure alla predominanza del legno in certe espressioni di Brunello di Montalcino in un’annata straordinaria come la 2016. L’unico mio timore quando mi sono seduta a quel tavolo di degustazione era proprio la mancanza della giusta misura.

Ho capito solo lavorando nel mondo del vino il vero significato di questo senso di misura talmente importante nell’antichità. Con l’orologio alla mano ho dato inizio alla prima batteria di assaggio. Calice dopo calice, ho scoperto vini molto aperti e disponibili, già equilibrati e piacevoli, alcuni più timidi di altri per via della gioventù, in altri casi invece ho notato una certa esuberanza nei sentori dati dal legno, sperando sempre che il tempo riesca a placarla un poco. Lo scopo di questa mia indagine era quello di scovare un filo conduttore tra gli assaggi, e non ho fatto una gran fatica a trovarlo: la raffinatezza del tannino, setoso perché giunto alla giusta maturazione, accompagnato da profumi molto freschi, che contenevano e bilanciavano il tenore alcolico, infine una concentrazione movimentata dall’acidità. L’equilibrio, la giusta misura, l’armonia, sono dopotutto il mantra dei più elevati pensieri filosofici.

Se ogni indagine porta in ogni caso al sommo bene, ho deciso di accogliere con un certo stupore e meraviglia i vini che si sono distinti per la loro finitura garbata, e mi scuso se in tre ore non ho fatto in tempo ad assaggiare tutto ciò che avrei voluto.

Lisini (etichetta nera), era da qualche anno che aspettavo mi meravigliasse come una volta, l’ho trovato sfaccettato nei profumi, con piacevoli note di frutti di bosco e un tannino poco timido, promessa di una grande longevità.

Pietroso, ho chiesto una seconda bottiglia perché la prima non mi convinceva. Eccoci finalmente. Dinamico e rigoroso allo stesso tempo, dal gusto pieno, squisitamente floreale.

Tassi Vigna Colombaiolo, nonostante lo stile riduttivo che apprezzo spesso nel sangiovese ho ritrovato comunque un frutto dolce e un tannino morbido e succoso, in equilibrio con l’acidità.

Talenti Selezione Piero, colore concentrato, mi ha sorpresa il frutto blu che ho ritrovato sia al naso che in bocca. Spesso tendiamo a pensare che la frutta così scura sia l’anticamera dell’opulenza, in realtà in questo caso si trattava di un mirtillo freschissimo e croccante.

Casanova di Neri (etichetta bianca), peccato non essere ancora riuscita ad assaggiare il Brunello Giovanni Neri, tuttavia anche qua è facile scoprire un’interpretazione incline al gusto baroleggiante, nella sua accezione più elegante e positiva.

Sesti, ho particolarmente apprezzato il suo centro bocca, voluminoso ma mantenendo sempre quel senso di proporzione proprio di un vero Brunello.

– Infine come ogni anno voglio dedicare lo spazio a un Rosso di Montalcino che mi ha stupito più di tanti Brunelli, ovvero il Rosso 2021 di Gorelli, così succoso e piacevole, dal naso salino e il tannino di velluto.

“Ogni arte e ogni indagine persegue un qualche bene,
e per questo il bene è stato definito ciò cui tutto tende.”

Aristotele, Etica Nicomachea, Libro I.

Elena Zanasi
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Due Arbois contro la gentrificazione dei vini del Jura

Il termine gentrificazione sta ad indicare la trasformazione di un quartiere popolare di una grande città in una zona abitativa di pregio e di moda. Il processo da una parte riqualifica la zona, e ha dunque connotazioni positive, dall’altra porta con sé anche delle conseguenze negative in quanto stravolge la composizione sociale del quartiere a causa dell’aumento repentino dei prezzi delle abitazioni.

La gentrificazione è purtroppo all’opera anche nel mondo del vino. Alcuni territori, fino a pochi anni fa poco considerati dal mercato, hanno subito in pochi lustri una “riscoperta” che ha portato i vini di queste regioni ad affrontare irragionevoli aumenti di prezzi. E così, l’appassionato che prima apprezzava questi vini ancora lontani dalle luci della ribalta, ora rischia di non poterseli più permettere. Il Jura sta senz’altro vivendo un processo di questo tipo. Fino ai primi anni del nuovo millennio i vini del Jura sono rimasti nell’ombra per moltissimi consumatori, lontani com’erano da quello che chiedeva il mercato in quella fase, ovvero vini rotondi, rassicuranti, enologicamente irreprensibili. Ad un certo punto i grandi buyer hanno invece iniziato a ricercare e proporre vini identitari, originali, spontanei, riconoscibili. La richiesta di quei vini – che prima in pochi volevano e cercavano – è schizzata alle stelle e di conseguenza, seguendo l’inesorabile legge di domanda e offerta, sono schizzate alle stelle anche le quotazioni. In Jura questo processo è in atto da qualche anno e alcuni produttori sono diventati improvvisamente oggetto di collezionismo e speculazione…qualche nome? Domaine Renaud Bruyère et Adeline Houillon, domaine Pierre Overnoy, domaine des Miroirs, domaine Ganevat, domaine Labet…

E’ bene precisare che tale dinamica non è “spinta” dai produttori, ma “tirata” dal mercato. Per non arrenderci a questo ineluttabile processo, negli ultimi giorni abbiamo assaggiato alcuni vini giurassiani lontani da riflettori e dunque ancora accessibili. Oggi ti parliamo di due dei vini che ci hanno colpito maggiormente, due Savagnin di Arbois.

Arbois Savagnin ouillé 2019 – Domaine de La Pinte

Il domaine de La Pinte si trova ad Arbois e dispone di 34 ettari di vigne la metà delle quali dedicate al savagnin (non mancano, in ordine decrescente di ettari vitati poulsard, chardonnay, trousseau e pinot noir). L’azienda opera in regime biologico ed è attualmente in conversione biodinamica. Il vino che ci troviamo nel bicchiere è 100% savagnin ouillé, quindi vinificato con le botti colme senza ricercare i sentori ossidativi tipici dei vini cosiddetti “typé” (vinificati in botti scolme) e del vin jaune. Frutta bianca, fiori di campo, nocciole, cerfoglio, a bicchiere fermo un ricordo di frutta esotica…sorso energico, potente e guizzante, un’acidità con i superpoteri tiene a bada i 15% di titolo alcolometrico. Persistenza infinita.

Arbois Savagnin ouillé “En Guille Bouton” 2021 – Domaine Grand

Il domaine Grand si prende cura di 11 ettari in regime biologico. Anche in questo caso stiamo degustando un savagnin ouillé. Il primo naso è prepotentemente minerale (calcare, roccia), poi si susseguono sentori delicati ed eleganti di frutta bianca, nocciole fresche, spezie in formazione. Sorso di grande dinamica, il vino risulta fresco e stratificato, per nulla rapido nello sviluppo, ma anzi articolato e profondo. Chiusura lunga e salatissima.

Diego Mutarelli
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