Cucina giapponese e vini…a Milano

Oggi ho il piacere di raccontarti di una serata conviviale trascorsa a Milano, nel nuovo ristorante giapponese Ichikawa. La particolarità del ristorante, oltre naturalmente alla presenza del maestro Haruo Ichikawa in persona, è che si può mangiare unicamente secondo la formula omakase: un percorso di degustazione che cambia secondo l’estro e le materie prime a disposizione dello chef.

Naturalmente non potevano mancare i vini!

Gli champagne:

Champagne Brut Cuvée Fleuron 2008 – Pierre Gimonnet

Champagne Brut 2008 – Lallier

Champagne Extra-Brut Les Grillons 2011 – André Robert

Champagne Nature Violaine 2010 – Benoit Lahaye

Champagne Nature Rosé Zero – Tarlant

Champagne Extra-Brut Rosé de Saignée – Laherte Frères

Sugli scudi i due rosé di Tarlant e Laherte: il primo è uno champagne rosé molto fine al naso, di grande mineralità e suadenza (calcare, lampone, fiori secchi) con un incedere in bocca acido e profondo, ma la materia integra bene l’abbondante freschezza lasciando il cavo orale piacevolmente saporito e terso; il secondo è invece uno champagne più carico, a partire dal colore più scuro, per continuare con un olfatto maturo e ferroso di grande fascino, il sorso è di contro estremamente soave, con perlage molto elegante e delicato e allungo cremoso e carezzevole. Sul podio anche un sorprendente Lallier che, nel millesimo 2008, sforna uno champagne di grande carattere, che piacerà a chi non disdegna un tocco ossidativo ed una chiusura di leggera astringenza, salatissima e profonda.

I vini bianchi:

Anjou Bastingage 2016 – Clos de l’Élu

Muscadet Sèvre et Maine Gorges 2014 – La Pépière

Sancerre Clos La Néore 2015 – Vatan

Chablis 1er cru La Forest 2007 – Dauvissat

Batteria “vinta”, inaspettatamente, dal Muscadet de La Pépière, vino di una mineralità chiara stupefacente che fende il cavo orale agile ma ineluttabile, ficcante e profondo, per chiudere su pregevoli ritorni marini. Ottimo anche lo Chablis di Dauvissat che sembra però all’apice e più che soddisfacente il Clos La Néore di Vatan che, pur non toccando le vette di alcuni millesimi indimenticabili, mostra anche in quest’annata il suo carattere essenziale e minuto, tenace ed autorevole.

I vini dolci:

Riesling Mosel Auslese Wehlener Sonnenuhr 2010 – Joh. Jos. Prüm

Buca delle Canne 2006 – La Stoppa

Due vini diversissimi tra loro ma di grande pregio. Il riesling di Prüm è un fuoriclasse che alterna note dolci di spezie e frutta matura a note più aspre di agrumi e vegetali. Il sorso è meraviglioso: delicato e saporito, freschissimo, tutto giocato sugli agrumi e il sale. Il Buca delle Canne, prodotto in rare annate da La Stoppa, da acini di semillon colpiti da Botrytis cinerea, è un vino dal portamento maturo e morbido: fichi, datteri, zafferano, agrumi e zenzero…accompagnano il vino che risulta concentrato nel sapore e carezzevole nella chiusura.

I vini di Céline Jacquet, produttore emergente della Savoia

La Savoia è forse il territorio francese meno frequentato dagli appassionati di vino italiani.

Su Vinocondiviso, controcorrente, ti parlo invece spesso della Savoia e dei suoi vini. Oltre tre anni fa pubblicavo, ad esempio, questo post in cui si raccontava delle caratteristiche e tipologie di vini della Savoia: Vitigni autoctoni e biodinamica in Savoia.

Complici i prezzi stratosferici delle regioni più celebrate di Francia, Borgogna in primis, noto con piacere che da qualche tempo i distributori più attenti stanno inserendo in catalogo sempre più vini di regioni francesi meno “classiche”: Jura, Sud-Ovest, Corsica ed anche Savoia…

Oggi ti parlo di un’azienda emergente che in Francia si è già fatta notare da critica e consumatori: il domaine Céline Jacquet.

Domaine Céline Jacquet

L’azienda nasce nel 2011, con soli 0,45 ettari di vigna! Céline Jacquet – appena diplomata in enologia a Grenoble – si installa ad Arbin nella Combe de Savoie, la valle che da Chambery si inerpica verso Albertville e le stazioni sciistiche.

Le vigne più belle sono quelle esposte a sud sui lati della valle: vigne ripide e scoscese, scaldate dal sole di giorno ma che beneficiano di un microclima asciutto e caratterizzato da notevoli escursioni termiche giorno/notte.

Jacquère, altesse, roussanne e mondeuse sono i vitigni dai quali Céline Jacquet ottiene vini di grande finezza, fruttati, croccanti e saporiti, dal moderato tenore alcolico (circa 12%).

Sono andato sul posto ad assaggiare i vini del domaine. Dal 2011 ne è stata fatta di strada! Gli ettari di vigna sono diventati 4 e finalmente il numero di bottiglie disponibili ha permesso all’azienda di farsi conoscere anche fuori dalla regione.

L’azienda non è ancora in regime biologico ma l’obiettivo è a portata di mano. In cantina gli interventi sono minimi, le fermentazioni avvengono con lieviti indigeni e contenuta solfitazione all’imbottigliamento.

Céline Jacquet, gamma in assaggio

Di seguito qualche impressione sui vini assaggiati, con la promessa di note più dettagliate quando potrò degustare con calma i vini acquistati sul posto:

Roussette de Savoie 2017: vino delicato ed esile, ma gustoso, citrino e dissetante. Intrigante per il finale salino e profondo. Le roussette della Savoia, nelle migliori versioni, peraltro regalano un’insospettabile capacità di evoluzione in bottiglia.

Mondeuse St Jean de la Porte “les Echalats” 2018: il vino che mi ha convinto di meno, molto compresso al naso, vinoso e fruttato. L’annata è recentissima, ha bisogno di più tempo per distendersi e tirar fuori un ventaglio aromatico più articolato.

Mondeuse Arbin 2016: un’interpretazione della mondeuse agile e beverina, scorrevole ma senza rinunciare alle spezie e alla verve acida del vitigno.

Mondeuse Arbin “Mes Aïeux” 2016: anche qui siamo di fronte ad una mondeuse scorrevole e spigliata. Il naso è però mobile e articolato: frutta rossa, violetta, pepe, mineralità soffusa…Anche il sorso è sapido e profondo, con acidità vigorosa ma ben integrata.

Non ho potuto assaggiare, perché esauriti da tempo, lo Chignin 2018 (jacquère) e lo Chignin-Bergeron 2017 (roussanne).

Spero di averti fatto venir voglia di assaggiare qualche vino della Savoia. I vini del domaine Céline Jacquet sono da poco distribuiti in Italia da L’Etiquette.

Degustazione estiva tra amici: Sidro, Champagne, Chablis, Loira …

Le calde giornate estive mettono alla prova anche il più incallito dei degustatori. Ecco allora che pur non perdere la buona abitudine di degustare si mettono sul tavolo, rigorosamente alla cieca, bottiglie fresche, spesso frizzanti, che possano refrigerare anima e corpo dei bevitori. Se poi la location è un terrazzo estivo di un locale fuori città…

Di seguito il resoconto di una di queste serate estive all’insegna del buon bere.

Cidre Cornouaille AOP – Manoir du Kinkiz

Poiré Granit 2017 – Eric Bordelet

Due sidro molto diversi. Il sidro di mele di Manoir du Kinkiz è un classico sidro di mele bretone, intenso e succoso, con un piacevole finale dolce/amaro. Più elegante il sidro di pere di Eric Bordelet, celebre produttore della Normandia, dall’olfatto delicatamente fruttato e dalla dinamica sottile e persino minerale.

Chablis premier cru Séchet 2011 – Dauvissat

Naso decisamente fine di gesso e menta, mare e pietra, con un tocco di leggera affumicatura. Bocca non particolarmente stratificata, come era lecito attendersi dal difficile millesimo, ma di grande equilibrio tra acidità e note burrose. Chiude su ritorni marini di media persistenza.

Champagne g.c. La Chapelle du Clos Brut 2012 – Cazals

Naso di grande classe tra sbuffi di agrumi e toni affumicato, gesso e spezie. Secco e dritto in bocca, con un perlage sottile che solletica il palato e un’acidità ben presente che allunga il sorso. Manca forse un po’ di intensità e nerbo in chiusura, ma si beve benissimo.

Champagne premier cru Le Cran 2008 – Bereche

Primo naso un po’ vinoso, poi torrefazione e frutto giallo maturo. In bocca dà il meglio di sé, con materia e volume, sapidità e freschezza che vanno a braccetto e si rincorrono fino a terminare in una chiusura citrina, profonda e lunghissima.

La Porte Saint Jean Six Roses 2017 – Sylvain Dittière

Il vino è un PetNat (rifermentato in bottiglia con metodo ancestrale) ottenuto da chenin, cabernet franc e sauvignon blanc. Colore rosato chiaro e naso divertente di fragoline, sambuco, rose ed un tocco fumè. Bollicina sottile, non particolarmente persistente, ma il vino è molto piacevole anche al sorso, che risulta sapido e molto guidato dall’acidità, la pennellata vinosa in chiusura è misurata e non toglie profondità al vino.

Pinot Nero Metodo Classico 2006 – Pietro Torti

Oltre 120 mesi sui lieviti per questo Metodo Classico dell’Oltrepò Pavese che ha avuto l’ardire di confrontarsi con tante bollicine d’Oltralpe. Bevuto alla cieca non sfigura, in particolare a livello olfattivo le note fruttata del pinot nero, qualche spezia in formazione e una controllata ossidazione non permettono di identificare immediatamente la bolla come italica. La dinamica in bocca risulta piuttosto semplice, la beva è scorrevole ma non così articolata come si aspetta da un vino di lungo affinamento. Chiude leggermente vegetale ma con ottima sapidità.

Fiano di Avellino 2016 – Pietracupa

Naso da attendere senza fretta, appena versato è compresso su note di frutta bianca, nocciola, leggera affumicatura. Il vino risulta giovanissimo anche in bocca, che però risulta molto promettente, sapida e con un leggero tannino. Chiude succoso.

Argile Blanc 2017 – Domaine des Ardoisieres

Chardonnay, jacquère e mondeuse blanche per questo vino della Savoia molto delicato ed elegante. Olfatto floreale e minerale, ma anche fruttato (mela). Dinamica in bocca guidata da un’acidità ficcante ma per nulla aggressiva, il vino è agile ma non banale con un finale sapido e di ottima profondità.

Vouvray Les Enfers Tranquilles 2016 – Michel Autran

Ecco il vino che mi ha totalmente stregato, inatteso anche perché poco conosciuto (benché bevendo alla cieca questo non conta poi molto). Un naso mutevole, intenso e definito di fiori bianchi, arancia, polline, mare…bocca altrettanto dinamica, secca e fresca, saporita e stratificata. Persistenza molto lunga su ritorni di mare e roccia.

Franken Homburg Kallmuth Asphodill Silvaner GG 2009 – Fürst Löwenstein

Vino che non mi ha lasciato molti ricordi, il più dimenticabile della serata, in un’annata probabilmente non felice. Non che avesse problemi particolare, ma ho ricordi molto migliori di altri millesimi di questo stesso vino.

Gattinara 2006 – Antoniolo

Vino (o più probabilmente bottiglia) che sembra essere in leggero declino. Frutto rosso maturo al naso, poi foglie secche e sangue. Bocca dal tannino smussato, finale sapido ma senza il grip che ti aspetteresti da un grande Gattinara.

Champagne Brut Prestige 1998 – Tarlant

Degna chiusura questo champagne evoluto al punto giusto, dal naso di sottobosco, fungo, scorza di agrumi, tamarindo. Grande beva e compiutezza in bocca, chiusura sapida e lunga.

Colbacco…che vini!

Del mio eno-tour in Umbria la tappa che attendevo con maggior ansia era quella ad una nuovissima, piccola realtà che ha mosso i primi passi con la vendemmia 2018. Siamo ad una ventina di chilometri a sud-ovest di Perugia. Un progetto neonato che già scalpita per farsi notare nel mondo dei vini naturali. Questa buona dose di “sfrontatezza” mi piace. 

La Cantina è Colbacco. Nasce dall’entusiasmo di 4 soci, personaggi che sembrano creati per un fumetto; diversissimi per fattezze, età e vissuto. Ad un primo colpo d’occhio potrebbero sembrare degli improvvisatori, ma ognuno porta con sé la sua solida esperienza nel mondo del vino. Sono ingranaggi incastrati perfettamente l’uno con l’altro: hanno fatto partire una macchina che sembra poter andare lontano. Il sogno che li unisce è l’amore per la loro terra e tradizione. Hanno cominciato nel più genuino dei modi: recuperando vecchie vigne abbandonate da incuria e crisi, piccoli fazzoletti di terra sparsi qua e là sulle colline adiacenti. In alcuni casi un blend di vitigni non identificati.

Ho pianificato la visita con Guido, uno dei soci, che mi ha accolta con grande entusiasmo ed ha coordinato l’incontro; sono le prime visite in cantina e desiderano essere tutti presenti. 

Ci ritroviamo così intorno ad un grande tavolo di pietra, sotto un vecchio Leccio che lascia cadere in continuazione grappoli di fiori secchi. Questo tavolo diventa un palco dove finiamo per mettere in scena uno spettacolo teatrale tra la farsa e l’assurdo. Nessuno l’aveva pianificato ma tutti rivestono un ruolo fondamentale nel loro essere personaggi così apparentemente distanti.  

Scendendo dall’auto, in lontananza, avevo visto i soci Colbacco rassettare la loro “sala degustazione”; cercando di ripulire foglie e fiori secchi con una scopa di fortuna. Queste attenzioni mi lusingano, ma sapessero quanto adoro questa essenzialità, non si preoccuperebbero dell’ordine e della pulizia. Questo contesto rende protagonista solo ed esclusivamente il vino e le loro storie: è perfetto.

Guido comincia il suo racconto partendo dal principio; dalla loro idea e da questo nome così curioso. Ma, quando ci si ritrova intorno ad un tavolo con un calice in mano, i discorsi prendo strade inaspettate ed i pensieri diventano pindarici. Metto insieme i pezzi del loro racconto sorso dopo sorso, tra racconti di cene goliardiche, suggerimenti di ristoranti e sbuffi di sigaretta che ogni tanto alcuni di loro accendono, avendo cura di allontanarsi dai calici. 

i vini Colbacco

Colbacco deriva dal carattere austero dei loro vini, non si piegano a nulla ed in alcuni casi sembrano ignorare le regole base della vinificazione scelte dall’enologo. Nascono così etichette come Quartoprotocollo, il merlot che “ha deciso lui come voleva essere”, scolpendo la sua indole già nei primi giorni di fermentazione. Poi Maracaibo, il cui nome discende dalla divertente e giocosa canzone che racconta anche una storia di ribellione. Questo vino, nell’idea originale, doveva essere la base di uno spumante, ma ha ignorato il loro volere e la seconda fermentazione non è mai partita. Infine Kalima, dea della guerra: mi pare di capire essere il loro figlio prediletto. Pur essendo il bianco, i soci fanno bramare la sua degustazione proponendolo per ultimo. Non sbagliano, il loro percorso di degustazione è un climax di sensazioni in cui Kalima è il gran finale, la chiusura da standing ovation. 

Il nome è Colbacco anche per una foto, destinata a diventare l’icona della cantina: uno dei nostri personaggi che pota a febbraio con il buffo cappello in testa. 

La scelta delle etichette e delle bottiglie, di grande originalità e dallo stile un po’ onirico, è studiata attentamente ed ha l’ambizione di descrivere il carattere dei vini, con la capacità di distinguersi sullo scaffale di un’enoteca. 

Maracaibo

Partiamo stappando Maracaibo, il colore è un rosato chiaretto quasi fosforescente quando colpito dalla luce. Un sangiovese in purezza dal naso molto ferroso, profumato di ribes e fragole. L’acidità è una lama gelata sulla lingua, riequilibrata dal calore alcolico che scende anche in gola. Rimane sul palato una sensazione di tensione metallica, chiude in persistenza con pepe e spezie. 

Con i primi calici si comincia a tagliare un po’ di pane, pancetta e formaggio. Questi profumi richiamano intorno al tavolo la morbida cagnetta Malvasia; gira in tondo al tavolo zampettando con discrezione e delicatamente poggia il muso sulle nostre gambe con occhi languidi, sperando in un bocconcino.

Passiamo al rosso, Quartoprotocollo, merlot 100%. Il bouquet è molto erbaceo, verde con note di sedano, ossigenandosi offre note di cacao e ancora la nota ferrosa incontrata nel rosé. L’entrata in bocca è inizialmente morbida e ruffiana, subito sferzata dall’acidità importante. Il tannino è sottile ma ben presente. Un’espressione inusuale e curiosa di questo vitigno. Vi stupirete se vi dico che per alcune caratteristiche mi ha ricordato un Poulsard di Jura. 

Si avvicendano al tavolo altri personaggi di questo buffa piece teatrale; arrivano mogli, padri. Ognuno è un pezzo della storia, un contributo vivo a questo nuovo progetto. 

Prima di aprire il bianco, uno dei soci, il signor Kurtz, barba lunga e piccoli occhiali tondi calati sul naso, mi lancia uno spunto di riflessione interessante sui vini naturali. Un tema che mi appare molto complesso ma che fortemente vorrei approfondire. Se il concetto di terroir ingloba al suo interno, non solo il legame con il territorio ma anche con la cultura e la mano umana di chi lo produce, nei vini naturali l’espressione stilistica e le scelte enologiche sono ancora più impattanti. Per questo, in alcuni casi, riconoscere un vino naturale alla cieca è così complesso. Quindi, verticalità e sensazioni metalliche di questi vini sono figlie dell’indole di quattro soci/amici, più che della terra su cui nascono? Approfondirò. 

Kalima

Finalmente arriva Kalima prodotto con Trebbiano, Malvasia, Grechetto e… boh! Come anticipato, nelle vecchie vigne recuperate, non tutte le piante sono state identificate. Colore dorato carico, l’impatto al naso è aromatico, insieme a scorza di arancio, tiglio e un fondo minerale di magnesia. In bocca è ricco, rotondo grazie anche alla piena maturazione in pianta dell’uva che lo rende persistente anche su frutta gialla matura. L’acidità è sempre netta e ben integrata. 

Facciamo un breve passaggio in cantina, piccola ma ordinata come una sala operatoria. Sul fondo sono accatastati i pochi cartoni che rimangono della piccola produzione del 2018. Ci salutiamo in modalità Colbacco Vini, con un bel selfie di gruppo. 

Guido tiene molto a mostrarci le vigne e farci conoscere la micro realtà in cui vive, lo seguiamo in macchina mentre ci indica dal finestrino i loro piccoli appezzamenti. Ci accomiatiamo davanti al castello di Spina, una piccola fortezza ora destinata a residenze ed esercizi commerciali, tra cui una chicca: il bellissimo negozio di fiori della moglie Annalisa. Racchiude al suo interno un’antica e grande macina per le olive. Annalisa ci racconta le ambizioni di far crescere il suo progetto mentre è intenta a realizzare un bellissimo bouquet di freschi fiori di campo coi colori accoglienti dell’Umbria. 

Sulla via del ritorno il paesaggio ci offre meravigliose colline vestite di girasoli e grano. Così, presi dall’entusiasmo “colbacchiano” accostiamo e ci concediamo una corsa in un campo di grano che sta per essere divorato da un tramonto di sfumature oro e turchese. 

Chiara EM Barlassina
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Un Anjou biodinamico e a piede franco da leccarsi i baffi!

La Loira è uno straordinario mosaico di sapori e sfumature. In particolare, la amo particolarmente per i vini bianchi a base di chenin.

Oggi ti parlo del Domaine Delesvaux, un produttore piuttosto conosciuto per i suoi vini bianchi, da chenin, sia secchi sia dolci (Coteaux du Layon).

Philippe Delesvaux-Radomski che insieme alla moglie Catherine porta avanti con caparbietà e passione gli 11 ettari vitati del Domaine Delesvaux, è certificato in biodinamica dal 2000. Philippe ha una grande passione per la mineralogia e questa passione si sente nei suoi vini, sempre caratterizzati da una grande mineralità.

Anjou "Authentique Franc de Pied" 2015 - Domaine Delesvaux
Anjou “Authentique Franc de Pied” 2015 – Domaine Delesvaux

Anjou “Authentique Franc de Pied” 2015 – Domaine Delesvaux

Vino ottenuto da vigne a piede franco di chenin, fermentato in barrique con lieviti indigeni, 18 i mesi di affinamento in legno piccolo e non nuovo, nessun altro “ingrediente” se non un po’ di solfiti pre-imbottigliamento.

Il liquido si presente con un vivace giallo paglierino con riflessi oro. Naso di frutta gialla (susina mirabella), polline, gesso, menta e nocciola. Le sfumature odorose si susseguono senza soluzione di continuità ed inarrestabile dinamica. L’ingresso in bocca è di grande intensità e sapore, il vino però pur allargandosi non si siede, si sviluppa anzi in profondità. L’acidità, decisamente vivace, è ben integrata nel corpo non certo esile del vino. Chiusura di grande persistenza sapida e retrolfatto di frutta gialla e mineralità.

Plus: vino di grande equilibrio. Intensità, corpo e calore convivono armonicamente con sale, freschezza e mineralità.

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In vigneti di quasi cento anni il futuro di una nuova cantina trentina

E’ sempre emozionante assistere alla nascita di una nuova azienda ed essere tra i primi ad assaggiarne i vini. È quello che è successo a noi di Vinocondiviso che, accompagnati dall’amico Andrea Gaviglio della storica enoteca Vino Vino, abbiamo avuto il privilegio di assaggiare tre neonati vini bianchi trentini.

i fratelli Pilati di Klinger winery

Si tratta dei vini di KIinger winery, azienda nata su iniziativa dei fratelli Enzo, Umberto e Lorena Pilati che, forti di significative esperienze vitivinicole alle spalle, hanno deciso di vinificare in proprio alcune uve di proprietà (quelle provenienti dai vigneti più vecchi) continuando, almeno per il momento, a conferire il restante a cantine esterne .

Tutti e tre vini assaggiati erano stati appena imbottigliati (marzo 2019) e per tutti e tre l’azienda ha deciso un affinamento in bottiglia di sei mesi, usciranno dunque sul mercato il prossimo settembre.

i vini in assaggio

Il primo bianco, ” Pizpor” è uno chardonnay con una percentuale attorno al 15% di pinot bianco, da vigne di circa 35 anni, fresco e ben bilanciato.

Vecchie vigne anche per il Gewürztraminer, poste in una zona particolarmente vocata, in grado di far maturare bene le uve salvaguardando nel contempo una bella acidità, che ritroviamo nel bicchiere, insieme alle note olfattive caratteristiche di questo vitigno aromatico.

Last but not least, il vino che più ci ha colpito, la Nosiola, varietà autoctona trentina, diffusa principalmente in due zone: nella Valle dei Laghi, famosa per il Vino Santo, e proprio a Pressano, dove i fratelli Pilati coltivano un vero gioiello di vigneto. Due mesi dopo aver assaggiato i loro vini, abbiamo avuto la possibilità di “camminare le vigna” di Nosiola, durante una splendida giornata di sole, probabilmente una delle uniche due giornate limpide e calde di questo pazzo maggio! Esposta a ovest, su terreni ricchi di argilla e limo, con bassa percentuale di sassi e buona capacità di ritenzione idrica, si affaccia sul fondo valle guardando la Piana Rotaliana, famosa per un altro vitigno autoctono trentino, il teroldego.

Troviamo vigne piantate addirittura ad inizio degli anni Venti, imponenti, resistenti, produttive, temprate da un microclima fresco con belle escursioni termiche.

  • Nosiola
  • Nosiola

Vedono qui, il loro futuro, i fratelli Pilati.

Alessandra Gianelli
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Arbin “tout un monde” 2011 – Magnin: il carattere della mondeuse in Savoia

Come il lettore più affezionato di Vinocondiviso ormai saprà, parlo con regolarità dei vini della Savoia. Vini interessanti eppure ancora poco noti, mai banali e dal rapporto qualità prezzo generalmente vantaggioso.

Oggi è la volta della denominazione Arbin, dedicata esclusivamente al vitigno a bacca nera autoctono della Savoia, la mondeuse. La versione di mondeuse di cui ti parlo è del produttore Louis Magnin, produttore abbastanza noto anche in Italia grazie ai lusinghieri punteggi che, in tempi non sospetti, Robert Parker diede ai suoi vini bianchi da roussanne (Chignin Bergeron).

Vin de Savoie Arbin Mondeuse “tout un monde” 2011 – Louis Magnin

Vin de Savoie Arbin Mondeuse “tout un monde” 2011 – Louis Magnin

Rosso rubino compatto senza cedimenti.
Olfatto intrigante, spazia dalla china all’alloro, dal ribes alle rose rosse essiccate.
Il sorso in ingresso risulta un po’ stretto, giocato più sulla profondità che sull’ampiezza. L’acidità detta il passo della progressione in bocca che risulta fresca e ficcante, un po’ rapida forse nell’arrivare alla chiusura, che però è pulita, decisamente sapida e con un tannino appena accennato a fornire ulteriore grip ed allungo.

Vino che chiama il cibo, soprattutto se speziato e ricco di succhi. Lo vedrei bene su uno spezzatino di manzo al ginepro.

Plus: naso molto interessante, ampio e mutevole.

Minus: la dinamica in bocca risente di un certo deficit di polpa e sviluppo.

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