I vini di Luigi Oddero, passato e futuro di Langa

Oddero mi indica, in mezzo ai filari, sul punto più alto, una torretta svelta e strana. Di lassù il Parà sorvegliava la vendemmia, seguiva attentamente il lavoro dei braccianti, e se vedeva qualcuno che batteva la fiacca, lo redarguiva.”

(Mario Soldati, Vino al Vino)

Parte proprio da qui la nostra visita presso Figli Luigi Oddero, dalla vigna situata nel cru Rive a pochi passi dalla cantina e caratterizzata dalla presenza della torre Specola di cui parla anche Mario Soldati e che è diventata simbolo dell’azienda. Sono 32 gli ettari vitati a disposizione dell’azienda, con vigne da Barolo, site a Santa Maria di La Morra (Rive), Castiglione Falletto (Rocche Rivera), Serralunga d’Alba (Vigna Rionda) e da Barbaresco, a Treiso (Rombone). Arricchiscono la gamma vigne di dolcetto, freisa, barbera, moscato oltre a chardonnay e viognier.

Dopo la scomparsa di Luigi Oddero, la moglie Lena ha saputo gestire con grande impegno l’importante eredità di vigne e di storia vitivinicola. Ci accompagna il direttore Alberto Zaccarelli che insieme ad un team affiatato – che conta tra gli altri l’enologo Francesco Versio (anche produttore in zona Barbaresco) e l’agronomo Luciano Botto oltre alla consulenza enologica di Dante Scaglione – segue l’azienda nel rispetto della storia degli Oddero ma anche con molti progetti per il futuro.

Dopo aver camminato le vigne e visitato le cantine, ci spostiamo nell’ampia, elegante e luminosa sala da degustazione. Assaggiamo una rappresentativa panoramica dei vini aziendali che, lo diciamo subito, si caratterizzano per un fil rouge (rosso nebbiolo!) fatto di compostezza, linearità, stratificazione ed eleganza. Sintetizzando potremmo dire che i vini hanno uno stile tradizionale ma non passatista, meglio ancora, di moderna classicità.

Qualche nota di alcune caratteristiche dei vini che ci sono rimasti impressi e che approfondiremo su queste pagine con più calma, quando avremo modo di assaggiare con attenzione i vini acquistati in azienda. Il Dolcetto d’Alba 2021, in anteprima, è goloso e sa di fragola e viole, la beva è supportata da un’acidità vivace e da un tannino croccante; la Barbera d’Alba 2019 è succosa con un bel naso di rosa e lamponi ed una chiusura di freschezza e sapidità; il Langhe Nebbiolo 2019 in questa fase è piuttosto estroverso con ribes, rose, un tocco di catrame, bocca asciutta e ficcante, chiude su ritorni di liquirizia; il Barbaresco Rombone 2018 è un vino di grande livello con un naso mutevole e variegato di lampone, anguria, peonia, spezie in formazione, sottobosco…sorso piacevolissimo, carezzevole grazie ad un tannino finissimo ed un frutto che si integra in una chiusura gustosa e “dolce”. Tocca ora a Sua Maestà il Barolo. Il Barolo 2018 è centratissimo, tra fiori macerati, lamponi schiacciati, qualche spezia e asfalto, bocca energica e giustamente tannica; il Barolo Rocche Rivera 2017 alza ancora – se possibile – il livello, grazie ad un olfatto di grande classicità, estremamente elegante e con un incedere di volume e profondità; con il Barolo Vigna Rionda 2013 si toccano vette inarrivabili ai più, si tratta di un vino ampio e cangiante, che si muove tra fragole e viola, erbe aromatiche e sottobosco, roselline rosse e un tocco speziato, con una bocca ancora lontana dall’essere doma ma godibilissima sul suo essere ampia e succosa, con una trama tannica fitta e saporita e uno sviluppo in profondità che lascia una lunga scia sapida su ritorni di liquirizia; per finire un sorprendente, anche per l’annata, Barolo Specola 2009 che ha un timbro quasi rodanesco fatto di iodio, frutta rossa in confettura, erbe aromatiche, fiori appassiti e un tocco di pepe; l’annata calda si indovina dal sorso ampio, maturo e sanguigno, con un tannino però vivace che fornisce grip e allungo.

Diego Mutarelli
Facebook: @vinocondiviso
Instagram: @vinocondiviso

Quattro bottiglie a pranzo nelle Langhe

Una recente visita nelle Langhe è stata l’occasione per degustare qualche bella bottiglia in compagnia e andare a conoscere di persona qualche produttore degno di nota. In questo post ti raccontiamo delle notevoli bottiglie bevute ripromettendoci, in un prossimo articolo, di fare un resoconto di un’interessante visita in azienda.

Abbiamo prenotato presso un locale che non avevamo ancora avuto occasione di testare, si tratta de L’Aromatario Osteria (con camere), a Neive. L’osteria è situata in una pittoresca piazzetta tra due chiese in un contesto suggestivo e tranquillo. La scelta si è rivelata azzeccata: pochi coperti, servizio attento e menu che attinge a piene mani dalla tradizione piemontese con qualche incursione più moderna. Il servizio è cordiale e competente, con una carta vini ben fatta e non banale, con notevoli chicche fuori dal Piemonte e dall’Italia.

Ma veniamo ai vini bevuti.

Champagne Clos des Goisses 2002 – Philipponnat

La maison Philipponnat è un’azienda che non ha bisogno di presentazioni e che è conosciuta in tutto il mondo per l’eccezionale clos, un vigneto di 5,5 ettari esposto a sud e cinto da mura dalla notevole pendenza, il Clos des Goisses, appunto. Il colore nel calice è uno splendido giallo oro con qualche riflesso ramato e dal perlage sottile. L’olfatto è di grande intensità tra note di fruttini rossi in confettura, nespola, pasta frolla, panpepato e un’elegante affumicatura. Il sorso è potente e di grande ampiezza in un quadro di freschezza e allungo, lo sviluppo è di grande dinamica e una raffinata vena ossidativa completa il quadro di uno champagne di alto rango che potrebbe sposarsi perfettamente in abbinamento a selvaggina da piuma.

Côtes du Jura Chardonnay La Bardette 2016 – Domaine Labet

In altri post (qui, oppure anche qui) abbiamo già parlato di questo grande produttore del Jura che non lascia mai indifferenti i degustatori. Ci troviamo di fronte ad un’eccezionale versione di chardonnay, ottenuto da una vigna di mezzo ettaro piantata nel 1945. Il coloro è un giallo paglierino screziato da riflessi oro, il naso è un caleidoscopio i cui riflessi rimandano pietra focaia, pop-corn, scorza d’arancia, pepe bianco, zolfo, frutta chiara, note cerealicole, affumicatura…quel che si dice una girandola di profumi insomma! La bocca è una saetta acida, il palato è invaso da energia purissima e sale, di ottima articolazione lo sviluppo, tattilmente stratificato e lunghissimo. Paragonabile ad un grande chardonnay di Borgogna ma più scattante e “asciutto”.

Barbaresco Montestefano 2015 – Serafino Rivella

I vini di questa piccola azienda che si trova in cima al Montestefano sono tra i migliori di tutta la denominazione e prova ne è questo vino che, anche in questa annata, conquista i degustatori. Naso di fiori rossi appassiti, ribes, anguria, una nota terrosa, foglia di menta…lo sviluppo gustativo è di perfetta armonia, materia fitta e dinamica vanno a braccetto, una nota minerale accompagna il sorso che chiude su tannini fitti ma setosi.

Clos-Vougeot Grand Cru Vieilles Vignes 2005 – Château de La Tour

Clos de Vougeot, con i suoi quasi 60 ettari, è uno dei grand cru più estesi della Côte de Nuits, e ad oggi è posseduto da ben 80 proprietari. Château de La Tour è l’unica azienda che si trova all’interno della vigna ed è il produttore che ha la maggior parte del cru (6,5 ettari). Il colore è un rosso rubino di media intensità, il naso parte sui fruttini scuri (cassis), poi una nota speziata-vegetale che va dall’incenso al garofano e tende alla cannabis, quindi sottobosco, liquirizia e humus. Il sorso si apre su golose note fruttate ma non è ancora del tutto disteso, leggermente contratto nello sviluppo ma con alcol e legni ben gestiti, chiude potente e salino. Un buon vino che però, almeno in questa fase, non mantiene ciò che il blasone promette.

Diego Mutarelli
Facebook: @vinocondiviso
Instagram: @vinocondiviso

3 giovani produttori a Vinitaly 2022

Vinitaly è senza dubbio la più importante fiera del vino d’Italia. Il numero di espositori e visitatori che gravitano intorno a Verona nei giorni del Vinitaly sono impressionanti. Noi di Vinocondiviso non potevamo mancare ma abbiamo deciso di visitare il Vinitalty 2022 con uno sguardo attento anche alle novità e ai piccoli produttori o denominazioni.

Sì, perché il Vinitaly non è solo fatto di grandi consorzi o grandi aziende, ma in diverse collocazioni trovano spazio produttori emergenti, denominazioni minori, vini biologici, artigiani, naturali…

Anche quest’anno, come accaduto nel 2019, tra i numerosi eventi e convegni abbiamo avuto modo di partecipare a Young to Young, l’ormai consueto momento di confronto, moderato da Paolo Massobrio e Marco Gatti, tra giovani vignaioli e comunicatori del vino.

­Ecco gli interessanti vini degustati!

Spumante Lessini Durello Riserva Metodo Classico brut 2017 – Fongaro

L’azienda Fongaro è stata fondata nel 1975 da Guerrino Fongaro, ma dal 2020 alla guida dell’azienda vi è Tanita Danese, under 30, amministratore unico dell’azienda e con le idee molto chiare: certificazione biologica, focus sul Metodo Classico e cura maniacale del vitigno feticcio dell’azienda, la durella. Il vino che abbiamo nel calice matura in bottiglia sui propri lieviti 48 mesi, si presenta in veste giallo oro luminoso, il perlage è sottile e continuo. L’olfatto è stratificato e originale: viola, pompelmo, un tocco di frutta esotica, nocciola, il tutto avvolto da una soffusa mineralità. Al sorso il vino sorprende per una grande freschezza che il dosage (6-8 gr/litro) stempera appena. Sorso profondo ma sorretto da intensità e corpo. Chiusura sapida e lunga.

Indomito

Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese TIĀMAT 2020 – Cordero San Giorgio

I tre giovani fratelli Cordero si trasferiscono dalle Langhe in Oltrepò rilevando nel 2019 l’azienda Tenuta San Giorgio. 22 ettari vitati con vigne piuttosto vecchie a Santa Giulietta e voilà, parte l’avventura di Cordero San Giorgio

Il vino che degustiamo, con l’inconscia diffidenza che si impossessa di noi quando assaggiamo un pinot nero italico, è sorprendente. Un classico rubino scarico di bella trasparenza fa da apripista ad un naso fatto di lamponi e ribes, hibiscus, cannella e altre spezie in divenire, grafite. La bocca in ingresso è caratterizzata dalla piacevole dolcezza dei fruttini rossi percepiti al naso, buon volume e grande beva per un liquido che si muove con dinamica e con un tannino elegante (il 10% dell’uva non viene diraspata).

Promettente

Rossese di Dolceacqua Superiore Peverelli 2019 – Mauro Zino

Alla guida dell’azienda Mauro Zino vi è un ragazzo poco più che ventenne. Recupera l’attività e le vigne di famiglia, tra le quali l’impervia vigna Peverelli, conosciuta con questo nome fin dal 1700.

Rosso rubino intenso il colore. L’olfatto si apre sulla frutta rossa, l’incenso, le rose appassite e la macchia mediterranea. Il sorso è leggero, danza con eleganza sul palato lasciando in ricordo un’eco di mare e sale. Vino ispiratissimo e produttore che si impone all’attenzione dei tanti appassionati di Dolceacqua e del suo rossese. Peccato solo per le esigue quantità di questo specifico cru, prodotto in non più di 400 bottiglie.

Raffinato

Diego Mutarelli
Facebook: @vinocondiviso
Instagram: @vinocondiviso

Côtes du Jura Chardonnay “en chalasse” 2018 – Domaine Labet

La regione del Jura è decisamente in hype tra gli appassionati di vino italiani. E a ragione! I migliori vini del Jura sono di grande fascino e il vino di cui ti parlo oggi non fa eccezione. Si tratta di un vino del Domaine Labet, di cui abbiamo scritto anche in altro post.

Il Domaine Labet è oramai un produttore di culto e di conseguenza le poche bottiglie prodotte sono ahimè introvabili se non a prezzi esagerati. I suoi sono vini possono spiazzare ma mai lasciare indifferenti come questo chardonnay “en chalasse” 2018. Da vecchie vigne (alcune addirittura del 1950), ancora giovanissimo, ha un naso strepitoso di pietra focaia, leggero sulfureo, gesso, scorza di limoni di Sorrento, sasso bagnato. In bocca l’acidità è scalpitante e ancora da domare, lasciatelo in cantina, se lo trovate, almeno un lustro.

Bevuto ora è di difficile abbinamento ma forse lo proverei su qualcosa di particolare come un’anguilla alla brace.

Ps: se vi piace il Jura e volete approfondire la conoscenza di questo produttore suggerisco la visione di questo bellissimo documentario sul Domaine Labet (lo trovi qui).

Gregorio Mulazzani
Facebook: @gregorio.mulazzani

Rheingau Rauenthal Riesling 2008 – Georg Breuer

3.000 ettari dislocati su 30 kilometri di vigne affacciate sul Reno, è il Rheingau, una delle zone viticole più antiche e prestigiose di Germania. Georg Breuer è un’azienda familiare la cui origine risale al 1880 e produce senza ombra di dubbio alcuni dei più significativi vini tedeschi.

Abbiamo assaggiato un interessante riesling con qualche anno sulle spalle che ci ha impressionato.

Rheingau Estate Rauenthal Riesling 2008 – Georg Breuer

Tappo a vite per questo riesling secco che abbiamo trovato nei “fondi di magazzino” di un’enoteca e che stappiamo con qualche timore non essendo a conoscenza della provenienza e conservazione della bottiglia.

Il vino fortunatamente si presenta integro fin dal bel colore giallo oro lucente. Tripudio di sensazioni odorose che vanno dall’idrocarburo al limone candito, dalla scorza d’arancia allo zenzero, dal pepe bianco alla felce… A tanta complessità olfattiva fa da contraltare un sorso di grande droiture, con una punta di anidride carbonica ancora presente (a 14 anni dalla vendemmia!) ed una acidità strabordante che sferza il palato e rende la beva pericolosa. Nonostante sia di corpo piuttosto esile, il vino ha un’ottima dinamica e una elegante e lunga persistenza. I ritorni aromatici sono di agrumi e roccia.

Plus: vino di grande carattere e complessità ma gastronomico e versatile. Lo abbiamo stappato come aperitivo e ha poi accompagnato con successo un sarago al forno con patate.

Diego Mutarelli
Facebook: @vinocondiviso
Instagram: @vinocondiviso

Dolcetto d’Alba “Boschi di Berri” Pre-fillossera 2018 – Poderi Marcarini

Una vigna centenaria ancora a piede franco, non innestata quindi su piede americano, dà vita ad un Dolcetto d’Alba deliziosamente elegante.

Il colore è un bel rosso rubino con riflessi violacei. Il naso è un ricamo, delicato ma rifinito, di frutta rossa (ciliegia), fiori appassiti, cioccolatino Boero, asfalto e leggiadri tocchi balsamici. Bocca guizzante e fresca, il contenuto tenore alcolico (12,5%) agevola la beva, il sorso è infatti di medio corpo, lo sviluppo armonioso e la chiusura succosa e fruttata. Il tannino è un velluto a coste strette, quindi presente e fitto ma risolto ed integrato nella trama del vino. Persistenza non lunghissima eppure il vino si fa ricordare a lungo per i ritorni di sale e frutta rossa.

Plus: per elevare il dolcetto a vino di rango c’è chi sceglie, con risultati spesso controproducenti, un itinerario barocco “in aggiungere” (maturazione, legno, alcol, …), iter opposto per questo vino di Poderi Marcarini che percorre invece un approccio “in sottrazione” (solo acciaio, alcol contenuto, snellezza, …). Il risultato è quello di un vino beverino e di eleganza estrema.

Diego Mutarelli
Facebook: @vinocondiviso
Instagram: @vinocondiviso

Vini poco noti

In Italia ci sono decine di migliaia di aziende vitivinicole. Di queste solo una piccolissima parte assurge agli onori delle cronache, viene censita dalle guide oppure condivisa nei social network. Per l’appassionato di vino curioso ed attento vi sono, dunque, molte opportunità di “scoperta” e sorpresa, a patto di decidere di correre il rischio di qualche delusione e qualche tentativo andato a vuoto. Ma a noi – seguendo il motto di Gilbert Keith Chesterton: “Una cosa morta può seguire la corrente, ma solo una cosa viva può risalirla” – piace correre qualche rischio e oggi ti raccontiamo di qualche bella sorpresa che abbiamo colto controcorrente! In questi ultimi giorni ci siamo infatti imbattuti in vini poco noti ma di grande interesse.

Friuli Colli Orientali bianco “Soffumbergo” 2016 – Comelli

Comelli è un’azienda vitivinicola di 12 ettari sita in Colloredo di Soffumbergo (UD), nei Colli Orientali del Friuli. Abbiamo avuto modo di assaggiare questo interessantissimo blend di friulano, malvasia istriana, chardonnay e picolit con qualche anno sulle spalle. Colore giallo oro di grande lucentezza, naso variegato di frutta matura (mela cotogna), fiori bianchi, un cenno di pietra focaia, mandorla e scorza di arancia. Sorso potente ma fresco, molto mobile grazie ad un’acidità che supporta lo sviluppo e facilita la beva, che resta facile anche per un vino che per corpo e struttura facile non è. Chiude lungo su ritorni delicatamente affumicati su scia amaricante ed elegantemente vegetale.

Irouléguy rouge 2016 – Bordaxuria

Irouléguy è una delle denominazioni più piccole di Francia e si trova quasi al confine con la Spagna, ai piedi dei Pirenei. Bordaxuria è un’azienda vinicola biologica di 9 ettari totalmente terrazzati per gestire la notevole pendenza delle vigne. Il vino che abbiamo assaggiato è ottenuto da tannat e cabernet franc elevati in cemento. Il vino si presenta di un compatto rosso rubino con riflessi ancora porpora. Naso di frutta rossa e nera (ciliegia, mirtillo), viola, catrame, cuoio e qualche sentore di spezie dolci. Bocca intensa in ingresso, la materia invade il cavo orale con autorevolezza ma resta scorrevole grazie ad una giusta freschezza che equilibra la ricca materia fruttata. La chiusura è molto diretta, con una punta di tannino scorbutico in chiusura che conferisce una certa espressiva rusticità. Vino non certo aristocratico, ma ottimo compagno di tavola (magari con uno spezzatino di manzo con polenta).

Toscana IGT Cabernet Franc – I Mandorli Ci troviamo in Alta Maremma, a Suvereto, dove l’azienda biodinamica I Mandorli cura 5 ettari di vigna. L’assaggio di un solo bicchiere in enoteca è bastato per inserire l’azienda nella nostra wish list. Cabernet franc – che fa affina in legno, cemento e vetro – di rara dolcezza mediterranea, un vino soave, morbido ma per nulla arrendevole. Il sorso e il naso sono estremamente coerenti con frutta rossa, macchia mediterranea e profonda mineralità perfettamente fusi. Finale sapido e rinfrescante.

Diego Mutarelli
Facebook: @vinocondiviso
Instagram: @vinocondiviso

A cospetto di un grand cru: Chapelle-Chambertin e altri vini

Per ogni appassionato di vino l’opportunità di bere un gran cru di Borgogna in questi ultimi anni è divenuta – causa prezzi e reperibilità – un evento da organizzare con cura. Il rischio, si sa, è di mettere certi vini su un piedistallo facendoli assurgere ad icone liquide più che a semplici veicoli di emozioni enoiche.

Un gruppo di degustatori amici di Vinocondiviso ha deciso di correre questo rischio 😊 condividendo lo Chapelle-Chambertin 2015 del Domaine Trapet, affiancandolo ad alcuni vini (serviti alla cieca) che, senza timore reverenziale alcuno, lo hanno giocosamente sfidato.

Vediamo come è andata:

Champagne gran cru extra-brut V.P. – Egly-Ouriet

Si parte subito alla grande! Pinot nero (60%) e chardonnay (40%) per questo champagne che affina molti anni prima di essere messo in commercio (V.P. sta per vieillissement prolongé). In questo caso si tratta di uno champagne che ha affinato 66 mesi in bottiglia sui propri lieviti prima della sboccatura (gennaio 2011!).

Il colore è un luminoso giallo oro, ravvivato da un perlage fine e continuo. Il naso è un caleidoscopio fatto di note fresche e mature che si rincorrono: lamponi, crema pasticcera, scorza di agrumi, mandorle, frutta secca, mineralità rocciosa…Sorso elegantissimo dall’acidità ben presente ma in filigrana alla materia ricca e gustosa, lo sviluppo è ampio e profondo allo stesso tempo e la chiusura lunga su ritorni di agrumi e sale.

Champagne Rosé 2005 – Charles Heidsieck

La maison Charles Heidsieck è una storica maison di champagne (la fondazione risale al 1851) che non ha certo bisogno di presentazioni. Il rosé millesimato che abbiamo nel calice si presenta con un intrigante rosa chiaro tendente alla buccia di cipolla, il naso è sul fruttino rosso acidulo (ribes), gli agrumi (pompelmo rosa), il floreale appassito e un piacevole tocco affumicato. Ad un naso così preciso e calibrato segue una bocca estremamente coerente, verticale ed elegante, dalla bollicina sottile, non così articolata nello sviluppo ma estremamente pulita e saporita in chiusura.

Colli Tortonesi Derthona Timorasso 2019 – Cascina la Zerba di Volpedo

Interessante timorasso della piccola Cascina la Zerba, acquisita nel 2003 da Cantine Volpi. Si presenta su note di frutta bianca (pera), scia vegetale, un po’ di scorza di agrumi a rinfrescare il quadro, quindi fiori dolci e un tocco di miele. Manca quel tocco gessoso di certi timorasso ma il vino è ben equilibrato al sorso, con alcol gestito alla perfezione grazie a buona acidità a supporto. Morbido in chiusura.

Chablis Beauroy premier cru 2018 – Laurent Tribut

Laurent Tribut con i suoi 7 ettari di vigna a Chablis, si è fatto ormai un’ottima reputazione che supera la nota parentela con il celebre Vincent Dauvissat (ha sposato la sorella). Uno Chablis ben fatto e nitido che sa di mineralità bianca, conchiglie, mare, menta e un delicato tocco burroso. Sorso asciutto e verticale, l’acidità, pur ben integrata, è prorompente e accompagna il vino verso una chiusura lunga e sapida.

Chambolle-Musigny Les Cabottes 2009 – Cécile Tremblay

Cécile Tremblay, nipote Edouard Jayer, fonda la propria azienda nel 2003 e da molti fu considerata una predestinata del vino, erede addirittura di Madame Leroy. Al di là delle aspettative esagerate e comunque frettolose, il domaine, condotto in regime biologico e biodinamico su soli 4 ettari, si è ritagliato in pochi anni uno spazio di primo piano tra i produttori d’élite di Borgogna. Il vino è piuttosto estroverso al naso con cassis e fiori rossi in apertura, poi un tocco di vaniglia e quindi le spezie orientali e l’incenso. Bocca in ingresso saporita e intensa, si sviluppa con grazia, acidità e materia in grande equilibrio e chiusura in cui il tannino fa la sua comparsa risultando leggermente appuntito (la vinificazione è effettuata a grappolo intero).

Central Otago Pinot Noir Bannockburn 2019 – Felton Road

Ci troviamo in Nuova Zelanda e Felton Road ha la fama di essere una delle migliori aziende in grado di rivaleggiare sul pinot nero con i lontani cugini di Borgogna. Il vino è fin da subito molto aperto e al naso decisamente accattivante: fruttino rosso, grafite, un tocco balsamico…tutto ben misurato. Il sorso è rotondo ma non seduto, i legni nuovi francesi sono avvertibili ma senza accessi dolci-amari, la progressione procede senza intoppi fino ad un finale “piacione” di gelatina di frutta rossa. Vino interessante, ben fatto, ma la Patria del pinot noir è ancora lontana…

Brunello di Montalcino 1985 – La Chiesa di Santa Restituta (Roberto Bellini)

Fondata da Roberto Bellini nel 1974 venne acquistata nel 1994 dalla famiglia Gaja. Questo vino, ancora della vecchia proprietà, è decisamente affascinante pur se non più all’apice. L’evoluzione dona comunque stuzzicanti sentori terziari di corteccia, spezie, sangue e tabacco con un frutto in sottofondo ancora presente. Il sorso è risolto, la persistenza non così lunga. Vino fascinoso ma in parabola discendente.

Chapelle-Chambertin grand cru 2015 – domaine Trapet

Ed eccoci finalmente al vino tanto atteso intorno al quale è nata la serata di degustazione che stiamo raccontando. Con 15 ettari vitati, la maggior parte dei quali nei più prestigiosi cru di Gevrey-Chambertin, il domaine Trapet è senz’altro una delle aziende più prestigiose della Borgogna tutta oltre che uno dei precursori della biodinamica. Il grand cru che abbiamo nel bicchiere fa riferimento ad una cappella che andò distrutta durante la Rivoluzione Francese, si estende per poco più di 5 ettari ed è vinificato da 8 diversi produttori. Il colore è ancora un rubino con riflessi porpora di media trasparenza. Ribes e lamponi al naso, segue poi l’incenso, quindi l’arancia rossa che fa capolino, accompagnata da un tocco ferroso. Il sorso è quello di un grande vino…ancora in fase giovanile però: compresso, intenso pure senza essere potente, ma ancora avviluppato su sé stesso, gli manca quella stratificazione, anche aromatica, che lo farà aprire tra qualche anno a “coda di pavone”. La chiusura è quasi rocciosa e molto nobile. Un bel vino, sia chiaro, ma se lo avete in cantina attenzione, la 2015 è un’annata che va attesa ancora un po’, non è certo questa la finestra di beva ideale.

Diego Mutarelli
Facebook: @vinocondiviso
Instagram: @vinocondiviso

Bourgogne Pinot Noir Vieilles Vignes 2017 – Domaine Joseph Voillot

Secondo la legislazione vigente in Borgogna dagli anni trenta dello scorso secolo, questo vino sarebbe alla base della piramide gerarchica che suddivide il territorio in tre livelli;  saranno i suoli delle vecchie vigne a Volnay, sarà l’annata, sarà la mano esperta di Jean Pierre Charlot, insieme a Etienne Chaix, ma questo vino si stacca nettamente dalla base la cui appellation in etichetta lo vorrebbe relegare, alzando lo sguardo verso denominazioni di superiore talento, come alcune parcelle ‘Villages’ della stessa Volnay, e persino blasonati cru della Côte de Nuits più delicata.

È proprio la delicatezza il filo conduttore di questo vino: al naso la fanno da padrone piccoli frutti rossi e spezie chiare, in bocca però il sorso si fa più ampio  e fa capolino il tannino a ricordarci che stiamo sempre degustando un vino rosso (accanto ad un pollo ruspante ottimamente arrostito).

Alessandra Gianelli
Facebook: @alessandra.gianelli
Instagram: @alessandra.gianelli

Morgon, quando il vino si fa verbo

Morgonner: avere le caratteristiche di Morgon. L’originalità di Morgon risiede nei suoi aromi di kirsch, frutta a nocciolo matura (ciliegia, prugna, anche albicocca…), acquavite di frutta e spezie che non si trovano in nessun altro cru del Beaujolais.”

dico-du-vin.com

Facciamo un passo indietro: noi di Vinocondiviso abbiamo un debole per il Beaujolais, tante volte ne abbiamo parlato e soprattutto degustato; sicuramente l’uscita, lo scorso anno, di un libro ad esso completamente dedicato, a firma di Armando Castagno, ha colmato la mancanza di una letteratura in merito in lingua italiana. Nel capitolo dedicato alla AOC Morgon Castagno parla di “morgonner” (pagina 125), facendo riferimento a “quei vini che ne ricalcano, pur essendo altro, il carattere (è un privilegio dei grandi vini: in Italia non conosciamo alternative a “baroleggiare”).”

Abbiamo quindi recuperato il Morgon 2018 di Terres Dorées (la 40esima vendemmia di J.P. Brun, il produttore) per iniziare a comprendere … i meriti del Morgon per farsi verbo. Gamay in purezza da vigne ad alberello di oltre 50 anni di età, a pieno titolo quindi “vielles vignes”, viene vinificato secondo lo stile borgognone: nessuna macerazione carbonica, fermentazione tradizionale e affinamento in piecés.

Già versandolo, il vino esprime simpatia e voglia di convivialità. Al naso e poi in bocca ampie note vinose subito seguite da frutta scura, un pizzico di datteri e spezie, il sorso è vistoso, un po’ ruspante e sornione, che pensiamo siano i tratti caratteristici anche del vigneron, almeno guardando il suo volto sorridente nelle immagini che troviamo on line. Sicuramente lontano per caratteristiche dai più famosi Morgon di Lapierre e Foillard, soprattutto in termini di finezza e profondità gustativa, questo Morgon non smentisce, di contro, l’ottima fama di Brun, che con i suoi 40 ettari circa sparsi nel Beaujolais riesce sempre a tradurre, nel calice, le espressioni dei diversi cru in cui possiede le vigne.

Chiosa finale: abbiamo voluto abbinare, questo vino ad un quadro di Piet Mondrian, “Mulino di sera” … chissà se morgoneggia anche lui.

Alessandra Gianelli
Facebook: @alessandra.gianelli
Instagram: @alessandra.gianelli