Maxim Magnon, Corbières La Bégou 2017

Erano mesi che sentivo dire, da fonti affidabili e generalmente in linea con le mie preferenze enologiche, che Maxim Magnon era uno dei produttori naturali più interessanti di Francia. Ed ecco che, avvistato in un bistrot francese, non me lo sono lasciato scappare!

Borgognone di nascita e di studi, dopo formative esperienze in affiancamento a personaggi quali Didier Barral and Jean Foillard, Maxim acquista nel 2002 alcune vecchie vigne quasi abbandonate in Languedoc. L’azienda è biologica e biodinamica e attualmente gli ettari vitati sono 11, tutte vigne ad alberello di oltre 50 anni di età e su terreni scistosi e calcarei, spesso dalle pendenze rilevanti. Diversamente da altri produttori naturali i vini del domaine rivendicano in etichetta l’AOC di appartenenza, Corbières.

Corbières AOC “La Bégou” 2017 – Maxim Magnon

Il vino è ottenuto da un blend di tre uve: 50% grenache gris, 35% grenache blanc, 15% carignan gris. Fermenta in legno e affina 10 mesi in barrique esauste.

Paglierino con riflessi oro, naso di frutta bianca (pera acerba), fiori di campo, mineralità rocciosa ma sottile, scorza di agrumi.

Bocca di grande intensità, saporita, potente, di buona freschezza e allungo sapido, senza alcun eccesso alcolico.

Chiude di grande lunghezza e sapidità su ritorni agrumati e minerali.

Plus: vino di personalità e precisione, nei vini naturali le due cose possono andare a braccetto, anche se non sempre succede. Soprattutto sul vino bianco mi aspettavo qualche eccesso alcolico o una certa grassezza da contenere e invece il vino, pur nella sua solarità, resta equilibrato e ficcante. Toccherà mettersi alla ricerca dei suoi vini rossi!

Diego Mutarelli
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C’era una volta un pilota di aeroplani…

Tommaso, un nostro lettore originario di Montalcino, ci invia questo contributo con il quale auguriamo a tutti un sereno 2022!

C’era una volta un pilota di aeroplani, che un bel giorno planò leggero su un luogo speciale.

Un posto chiamato Cerbaiona, a Montalcino, più precisamente sul versante nord-est, dove il galestro e la sabbia abbondano nel terreno e lo rendono perfetto per il sangiovese. È lì che Diego Molinari assieme alla moglie Nora crearono la loro azienda, coltivando dagli anni Settanta un appezzamento di appena 3,2 ettari, del quale 1,7 dedicato al Brunello.

Brunello di Montalcino 2008 – Cerbaiona

Con lo scorrere del tempo, e dopo aver mostrato al mondo la sua magia, Diego volò via da questa terra, ma prima di farlo vendette la sua amata Cerbaiona nel 2015 a un gruppo di investitori americani, affinché il frutto del suo lavoro continuasse a vivere anche dopo di lui.

Chi nella vita terrena ha fatto grandi cose, lascia ai posteri l’opportunità di farsi rivivere attraverso le proprie opere. E così, in una serata avvolta da un velo di dolce nostalgia, ho incontrato la magia creata da Diego Molinari negli anni in cui lavorava attivamente in vigna e in cantina.

Dopo aver tolto via la polvere dalla bottiglia di Brunello di Montalcino trovata in cantina, affondo il verme nel sughero, tiro su con decisione e delicatezza il tappo ancora perfettamente integro e verso il vino nel calice, lasciando effondere nell’aria i vapori di questa 2008.

Subito un caldo aroma di amarena matura, una nota ematica, un fiore carnoso. E poi il profumo di sottobosco, di cuoio, di resina di pino e tartufo nero.

La sensazione è quella di addentrarsi nella boscaglia una giornata autunnale, con il sole che penetra tra i rami.

Un vino nella sua piena maturità, ma allo stesso tempo vivace e desideroso di mostrarsi in tutta la sua bellezza.

L’assaggio comprova questa energia che al naso si cela appena dietro un certo candore autunnale e decadente: un’acidità prorompente si riversa in bocca ad ogni sorso con ampiezza e slancio, ritmato da un tannino raffinatissimo, che lo rende potente e aggraziato allo stesso tempo. Un vino raro, cupo e vitale, unico come l’occasione di berne una bottiglia, la manifestazione immortale di un gesto d’amore.

Tommaso Migliorini
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Rías Baixas Albariño 2010 – Pazo Señorans

L’Albariño di Pazo Señorans, in particolare questo Selección de Añada 2010, è una cuvée speciale prodotta solo nelle migliori annate (il base, ottimo ma più semplice, esce tutti gli anni).

Colore ancora di estrema gioventù, luminosissimo giallo-verde, naso straordinario che spazia dal lime, alla mandorla, allo zenzero, al tè verde, a note di fieno fresco tagliato, roccia, brezza dell’oceano galiziano. Bocca sapida, anzi salmastra, cesellata, di una precisione e freschezza invidiabili con ancora tanta vita davanti, beva pazzesca, a mio modesto avviso il più grande bianco di Spagna (insieme al Cepas Vellas di Do Ferreiro ma non in tutte le annate e al Vina Tondonia blanco di Lopez de Heredia, ma ormai introvabile) e mi permetto di dire senza esagerare tra i più grandi bianchi del mondo ad un prezzo ancora davvero commovente.

Abbinamento d’elezione coquillages galiziane quali capesante, berberechos, cannolicchi, tartufi di mare, granchi e chi più ne ha più ne metta. Indimenticabile.

Gregorio Mulazzani
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Avanguardia refosco: ovvero il Morus Nigra di Vignai da Duline “in verticale”

Capita che vitigni storici ed importanti per interi territori vengano dimenticati o, più di frequente, vengano mortificati da scelte sbagliate di produttori che ne compromettono quasi irrimediabilmente la fama e la reputazione. Qualcosa del genere è successo anche al refosco dal peduncolo rosso, il più nobile vitigno della grande famiglia dei refoschi (re dei foschi, dei vini scuri, per l’appunto).

Il refosco era, fin dal 1300, la varietà più citata nei testi agronomici del Friuli Venezia Giulia, insieme alla ribolla gialla per quanto riguarda le bacche bianche. Ed è stato per secoli il vino delle grandi occasioni, grazie alla complessità aromatica che portava in dote unitamente ad una materia ricca ed elegante. A partire dagli anni 60 e 70 però, a causa di scelte sbagliate in vigna (cimatura che rendeva la maturità fenolica più difficile da raggiungere), in cantina (vinificazione in acciaio e quindi in riduzione), e presso i vivaisti (che hanno propagato genetiche più produttive ma meno interessanti aromaticamente), il vino ottenuto da questa splendida varietà ha perso spessore e blasone dando troppo spesso origine a vini anonimi, dall’acidità slegata e da tannini verdi e sgraziati.

Vignai da Duline, di cui abbiamo già parlato in passato, ha fin dalla sua origine cercato di dare nuova linfa a questo vitigno grazie a vigne piuttosto vecchie e composte da antichi cloni di refosco dal peduncolo rosso. Nasce così Morus Nigra che abbiamo avuto l’occasione di degustare grazie ad una masterclass organizzata nell’ambito del Mercato dei Vini FIVI che si è tenuto qualche settimana fa a Piacenza.

Ecco le cinque annate che abbiamo assaggiato e che hanno dimostrato, senza alcuna eccezione, una straordinaria capacità di tenuta ed evoluzione nel tempo (nel bicchiere ma anche a ritroso, man mano che le bottiglie si facevano più vecchie). Il Morus Nigra è ottenuto da fermentazione spontanea di refosco dal peduncolo rosso, macerazione di circa 40 giorni in funzione dall’annata, malolattica e affinamento in barrique per oltre 10 mesi.

Morus Nigra 2019: rosso rubino impenetrabile, primo naso di fiori rossi e prugna, seguono poi erbe officinali e spezie (cannella). Bocca intensa, di gran volume ma con alcol assolutamente sotto controllo, la morbidezza complessiva rende il sorso piacevole e integra alla perfezione l’acidità vivace. Chiude sapido e di grande persistenza fruttata. Nelle ultime annate, complice il riscaldamento climatico, la vinificazione avviene, in parte, a grappolo intero (15%-20% di uve non diraspate). Fresco e maturo insieme.

Morus Nigra 2014: in questa annata complicata la macerazione si è protratta per ben 48 giorni. Il vino al colore appare ancora giovanissimo, il naso però è molto diverso dal precedente: sono le spezie in primo piano, accompagnate dai fiori rossi (rose e peonie), in secondo piano dei gustosi lamponi schiacciati e la confettura di more. La bocca è meravigliosamente risolta, soave, succosa e sapida. Chiude su una lunga persistenza minerale. Vino molto buono ed in fase di beva. Power is nothing without control.

Morus Nigra 2010: viole fresche, confettura di amarena, menta, cardamomo, moka… Sorso ampio e carezzevole in ingresso, si allarga nello sviluppo sostenuto da un’acidità che fornisce dinamica e supporta la beva. Chiude su tannini soffici e sapidi. Vino che dà l’impressione di essere in metamorfosi tra la fase giovanile più floreale e fruttata e la senilità dei profumi terziari. Panta rei.

Morus Nigra 2004: ecco che troviamo, a oltre 17 anni dalla vendemmia, un vino che appare all’apice (si badi bene, non in declino!). Peonia e cioccolato fondente, frutti rossi disidratati e cannella, persino una splendida brezza marina coccolano l’olfatto. Sorso di grande integrità, persino compatto, la progressione è verticale e profonda e di grande sapidità. La consapevolezza dell’età adulta.

Morus Nigra 2003: annata che tutti ricordiamo come particolarmente difficile a causa del calore eccessivo e delle modestissime escursioni termiche, il vino che ne risulta è ancora molto sul frutto, non così articolato, sullo sfondo fanno capolino i sentori speziati e floreali. La bocca però è piuttosto integra, dal tannino vigoroso e saporito. Il vino sembra ancora alla ricerca di un suo assetto e lontano dall’essere compiuto. Si avverte però ancora margine di evoluzione e potenziale. Ai posteri l’ardua sentenza.

Diego Mutarelli
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Mercato dei Vini FIVI a Piacenza: assaggi e riflessioni

La decima edizione del Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti era particolarmente attesa, visto che nel 2020 non si era potuta tenere a causa della pandemia. La paziente attesa è stata ripagata da una grande affluenza di produttori espositori (oltre 600) e di visitatori, in gran parte appassionati e operatori del settore.

Organizzazione e logistica

Spesso gli eventi vinosi peccano in organizzazione e logistica, soprattutto se l’affluenza è considerevole. Non è stato il caso di questo evento. Piacenza Expo è risultata una location sufficientemente ampia – anche nei parcheggi – e ben collegata con un servizio di navette efficiente e puntuale che faceva spola tra la fiera e la stazione dei treni. Su quest’ultimo punto suggerirei ai promotori di Modena Champagne Experience una chiacchierata con i colleghi FIVI perché decisamente siamo su un altro pianeta… L’inevitabile coda all’apertura dei cancelli, nonostante la verifica del Green Pass, è stata smaltita in un tempo ragionevole e all’interno dei padiglioni si riusciva a passeggiare con una certa tranquillità. Persino lo spazio dedicato al ristoro mi è sembrato ben dimensionato e, soprattutto, di qualità.

Assaggi

In un’evento del genere è impossibile assaggiare tutto, ovviamente, e per questo ho deciso di dedicarmi ai produttori che frequento con meno costanza o che non conoscevo. La serendipità negli assaggi è anche agevolata dalla mancanza di un ordine preciso dei banchetti: i produttori non sono dislocati per denominazione o area geografica, capita così che mentre degusti un Chianti ti cada l’occhio sul banchetto vicino di un produttore pugliese o sardo che magari non conoscevi.

Di seguito quindi, senza un ordine particolare, un cenno ai vini che mi hanno più colpito.

Partiamo dal Valtellina Superiore Grumello 2015 di Gianatti Giorgio con un color melograno chiarissimo, con un naso delicato ma frastagliato come un ricamo, suadente e profondo, un vino d’altri tempi. Decisamente convincente il Chianti Classico Riserva Levigne 2013 di Istine di gran frutto e spessore, migliorerà ancora. Il Vin Santo Albarola Val di Nure di Barattieri si conferma tra i migliori vini passiti italiani, ho assaggiato i millesimi 2008 e 2010, con una leggera preferenza per il 2008, ma sono gusti individuali che nulla tolgono all’emozione derivante dall’assaggio di questo nettare di malvasia di Candia aromatica che sosta 10 anni in caratelli (alcuni dei quali del 1800!). Da segnalare il Grignolino del Monferrato Casalese Bestia Grama 2020 di BES, un grignolino comme il faut speziato e spigliato, floreale e beverino, sapidissimo in chiusura, bravi! Il Chianti Classico Riserva 2016 I Fabbri è ancora giovane ma già estroverso con ribes, alloro, viole e terra smossa al naso, la bocca è intensa, ampia, succosa e lunga dal tannino perfettamente estratto. Il vino bianco che più mi ha colpito nella manifestazione è di un’azienda biodinamica toscana, si tratta di Le Verzure che con il loro BiancoAugusto 2019, trebbiano e malvasia macerati e affinati in anfore di terracotta, danno vita ad un vino complesso e preciso, goloso e mediterraneo, elegante e “proporzionato”. Chiudiamo con un altro vino bianco, l’Amforéas 2020 di Marco Ludovico da uve trebbiano allevate in provincia di Taranto e macerate quattro mesi in anfora, il vino risulta saporito e di personalità ma rigoroso e fine.

Ci sarebbero stati molti altri vini da assaggiare e raccontare ma ho terminato gli assaggi per partecipare ad una masterclass dedicata ad un vitigno friulano “in verticale”, ma ne parleremo in un prossimo post!

Diego Mutarelli
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4 vini italiani degustati nel weekend

Oggi, ti racconto di 4 vini italiani – tutti ottenuti da vitigni autoctoni – degustati tra sabato e domenica.

Colli Maceratesi Ribona DOC 2020 – Podere Sabbioni

Podere Sabbioni è un’interessante realtà marchigiana della provincia di Macerata che dedica molte energie al rilancio del vitigno maceratino, più conosciuto come ribona. Il vino, che ho assaggiato ad un evento, mi è sembrato di interesse per la sua spigliatezza in un quadro di levità ed eleganza. Paglierino con riflessi oro antico il colore. Olfatto sul frutto bianco (pesca), erbe aromatiche e scorza di agrumi, anche candita. L’ingresso in bocca è guidato da una piacevole morbidezza con un’acidità che, pur senza essere prorompente, accompagna lo sviluppo verso una chiusura con ritorni di frutta bianca e sale. Vino semplice e ben fatto, accattivante e dal prezzo centrato (circa 10 €).

Venezia Giulia IGT Schioppettino “La Duline” 2018 – Vignai da Duline

In Friuli ci sono due modi quasi opposti di interpretare lo schioppettino: da una parte chi cerca potenza e morbidezze, magari grazie alla parziale surmaturazione delle uve, dall’altra chi invece predilige eleganza e serbevolezza con interpretazioni meno appariscente e più eleganti. Quest’ultima è la strada scelta da Vignai da Duline che propongono un vino ricamato e di grande beva. Colore rosso rubino chiaro. Al naso geranio, pepe verde, more di rovo e, a bicchiere fermo, un cenno di incenso. Il sorso è agile. La gradazione alcolica contenuta (12,5%) e l’acidità vivace rendono la progressione del vino dinamica e profonda. Tannini vellutati e chiusura sapida su ritorni di radice di liquirizia.

Chianti DOCG “Ati” 2019 – Podere Ortica

Podere Ortica è un’azienda biologica che si trova in provincia di Arezzo. Il vino degustato è ottenuto dal vigneto Montegonzi, posto a 550 metri sul livello del mare in cui convivono sangiovese, colorino e canaiolo. Fermentazioni spontanee in acciaio e successivo affinamento in cemento per un Chianti di grande scorrevolezza e personalità. Al naso viole, arancia, terra smossa e sangue. Bocca molto fresca e succosa, per un vino dalla gradazione alcolica contenuta (12,5%) e che risulta saporito e gustoso ma anche intenso e “fitto”.

Lazio Rosso IGT “Lago” 2020 – Podere Puellae

Azienda di recentissima costituzione di cui anche sul web si parla molto poco, questa 2020 dovrebbe essere la loro prima vendemmia. Podere Puellae si trova a pochi chilometri dal Lago di Bolsena e il vino in assaggio è ottenuto da grechetto rosso, vitigno decisamente poco diffuso. Il colore è un bel rubino chiaro, l’olfatto si articola tra pot-pourri, prugna e spezie in formazione (chiodo di garofano). Bocca di ottimo equilibrio, forse un po’ rapida nello sviluppo, ma disinvolta e vivace. In chiusura il tannino è energico e fitto, saporito e croccante. Qualche anno di bottiglia sicuramente gioveranno ad un vino che già ora è però intrigante e originale. Abbinamento d’elezione con uno spezzatino di manzo ai funghi porcini.

Diego Mutarelli
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Mondeuse, questa sconosciuta: assaggiamo quella del Domaine d’Ici Là

La mondeuse noire è un vitigno autoctono della Savoia che fino a pochi anni fa dava origine a vini piuttosto grossolani, anche per l’abitudine di vinificarlo a grappolo intero, il che portava, soprattutto in caso di uva non perfettamente matura, ad astringenze tanniche e eccessi vegetali poco piacevoli.

Il padre nobile della mondeuse è stato senza ombra di dubbio Michel Grisard che, a partire dagli anni 80, ha sfornato una serie incredibile di millesimi di alto livello vinificati dal suo Domaine du Prieuré Saint-Christophe.

Da allora la mondeuse in Savoia e nel vicino Bugey ne ha fatti di passi avanti! Sempre più produttori, spesso giovani (il prezzo della vigna è ancora accessibile) e dediti alla biodinamica, stanno sfornando vini eleganti e contemporanei.

Il produttore di cui parliamo oggi, e che abbiamo potuto visitare questa estate, si chiama Domaine d’Ici Là. Ci troviamo nel Bugey, un territorio tra il Rodano e la Savoia, pochi kilometri a sud del Jura. L’azienda, fondata nel 2016 dalla giovane coppia Florie Brunet e Adrien Bariol, segue una filosofia rispettosa in vigna e rigorosa in cantina.

Bugey AOC Mondeuse de Montagnieu “Au Replat” 2020 – Domaine d’Ici Là

Colore porpora di media concentrazione.

Naso floreale (viola e ibiscus), poi frutta rossa (fragole) e nera (mirtilli), un tocco di muschio e la nota varietale del pepe nero.

Sorso leggero, il titolo alcolometrico estremamente contenuto (11,5%) rende la beva semplice e scorrevole. L’acidità sostiene lo sviluppo e accompagna il vino in un finale saporito e terso. Persistenza non lunghissima, con tannini che danno croccantezza. Chiusura su ritorni floreali.

Vino delicato ed elegante, pulito e ricamato, gioca le sue carte sull’immediatezza ed una certa semplicità.

Diego Mutarelli
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Bevuta con wine geek tra sorprese e solide certezze

Degustare con amici appassionati, anzi ossessionati, di vino – veri e propri wine geek – è un’esperienza piuttosto divertente. Ovviamente anche chi scrive si considera facente parte della categoria. Una volta scelta la bottiglia da conferire – sicuramente l’azione più complessa e stressante – il resto è uno spasso!

Gli ingredienti in fondo sono semplici: qualche interessante bottiglia resa anonima da una velina o da un più trendy calzino da degustazione, buon cibo a contorno, chiacchiere e cazzeggio come se piovesse…ed il gioco è fatto.

Insomma, non proprio una degustazione tecnica! Ma qualche impressione la dobbiamo ai lettori di Vinocondiviso.

Le bollicine e bianchi

Lo Champagne Avizoise 2014 di Agrapart apre le danze con grande eleganza: agrumi e fiori bianchi al naso, delicata mineralità, leggiadria anche in bocca con sorso essenziale, dritto e sapido. Un blanc de blancs che gioca le sue carte sulla raffinatezza e la misura. Per gli amanti del ricamo, chi predilige gli Champagne ricchi e di potenza meglio che si rivolga verso altri lidi. Delusione per il Fiano 2010 di Pietracupa, purtroppo ossidato e sulla via del tramonto a causa di un tappo che non ha fatto il suo dovere fino in fondo. L’onore della Campania è però salvo grazie al vino di Nanni Copè, Polveri della Scarrupata 2018 un interessante blend di fiano, asprinio e pallagrello bianco che ha un profilo agrumato e di macchia mediterranea, con una vena affumicata intrigante ed un sorso di dissetante freschezza. Chiude i vini bianchi un sorprendente pigato, lo Spigau Crociata 2004 di Le Rocche del Gatto, che all’olfatto richiama il terroir da cui proviene: mare, erbe aromatiche e una curiosa nota tra l’elastico e lo zolfo. In bocca il vino è agile e ancora integro, sa di agrumi (cedro) ma anche frutta più matura (uva passa), non così articolato forse ma notevolissima la chiusura su ritorni salmastri e agrumati. Vino che si è sposato alla grande con un ottimo spaghetto di farro, broccoli e bottarga.

I rossi

I vini rossi tradiscono la passione per il nebbiolo dei bevitori. Sontuoso il Barolo Cannubi 2013 di G.B. Burlotto, un vino austero e regale che ha bisogno di qualche minuto per distendersi ed esprimere tutta la sua classe: parte su note di ferro e sangue che a poco a poco schiariscono lasciando spazio a rosa canina, asfalto, scorza di arancia, spezie e… un salmastro che ritroveremo anche in bocca che però è caratterizzata da uno sviluppo vellutato, da un tannino fitto ma perfettamente in filigrana nella materia, chiusura di dolcezza fruttata e notevole persistenza sapida. Non da meno il Morey-Saint-Denis 1er cru 2013 di Dujac dall’accattivante profilo olfattivo fatto di fragoline di bosco e spezie orientali in cui primeggia l’incenso, bocca perfettamente bilanciata tra frutto e spezie, freschezza e concentrazione, la beva è semplice eppure il vino non lo è. Il Barolo Villero 2013 di Brovia è in una fase in cui si concede poco ma basta mettersi in ascolto per riconoscere note di ribes rosso, fragola, the, zucchero a velo e anguria. Sorso di sapore e spessore, con tannino croccante e acidità ficcante. Vino che ha davanti un grande avvenire. Forse in un momento di chiusura o, perché no, semplicemente vino meno espressivo e riuscito, il Barolo Ceretta 2016 di Giacomo Conterno che sa di buon Barolo al naso (rose macerate, anguria, catrame) ma che in bocca lascia parzialmente insoddisfatti a causa di una materia calda e compressa, dal tannino molto compatto anche se di ottima fattura. Ripassare (forse) tra almeno un lustro.

Per finire in (relativa) dolcezza

Il Mosel Riesling Wehlener Sonnenuhr Auslese 2014 di Joh. Jos. Prüm è fantastico fin dal colore con riflessi verde-oro, un naso sfaccettato di frutta matura, scorza di agrumi ma anche salvia, pompelmo, polline, sale…ingresso morbido con acidità pulente a lasciare la bocca saporita e rinfrescata, pronta ad un nuovo assaggio…

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Ahr Frühburgunder Goldkapsel “Jubilus” 2018 – Weingut Kriechel

Non è la prima volta che parliamo della culla del pinot nero in Germania, ovvero dell’Ahr e dei suoi vini.

Continuiamo dunque ad assaggiare vini dell’Ahr. Questa volta tocca alla meno comune varietà del pinot nero, ovvero a quel frühburgunder che rappresenta la mutazione spontanea e precoce dello spätburgunder (in tedesco früh = presto; spät = tardi).

Weingut Kriechel è un’azienda familiare che può vantare di ben 28 ettari di vigna; i 4 ettari dedicati al frühburgunder ne fanno il più grande produttore di frühburgunder dell’Ahr.

Ahr Frühburgunder Goldkapsel “Jubilus” 2018 – Weingut Kriechel

Rosso rubino chiaro il colore.

Naso accattivante ed immediato di ribes nero e confettura di lamponi, geranio, spezie orientali.

Sorso agile ma di grande impatto e personalità, il frutto e le spezie che l’olfatto anticipa si confermano in bocca. Acidità e polpa sono ottimamente bilanciate e lo sviluppo risulta ben sostenuto, con alcol e materia fruttata che conferiscono al vino un profilo ricco ma non “imbalsamato”. In chiusura si avverte un tannino appena scomposto e un calore alcolico che non ti aspetti da un vino nordico di questo tipo.

Chiude persistente su ritorni speziati e floreali.

Plus: vino di impostazione moderna per estrazione e uso – assennato – del legno, il risultato complessivo è di un vino equilibrato ed espressivo.

Minus: un pizzico di alcol in chiusura che scappa di mano

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Autunno, tempo di nebbiolo

Le prime piogge, qualche foglia gialla, il fondo dell’aria più fresco… insomma l’autunno è arrivato. E la stagione chiama il nebbiolo, di cui abbiamo assaggiato due interessanti versioni questo fine settimana.

Langhe Nebbiolo 2018 – Francesco Versio

Poche migliaia di bottiglie di Dogliani, Langhe Nebbiolo e Barbaresco per questa azienda fondata nel 2012 dal giovane enologo Francesco Versio, fino a pochi anni fa braccio destro di Dante Scaglione in una delle più celebri cantine di Langa (Bruno Giacosa) ed ora enologo presso la cantina Luigi Oddero.

Nonostante il rapido assaggio in enoteca, il vino mi colpito in positivo: elegante e leggero nell’incedere, nebbiolo moderno nel vero senso lessicale del termine, senza alcuna accezione negativa insomma. Soffuso e goloso insieme, fresco ma senza spigoli astringenti, chiude su ritorni di liquirizia. Da seguire.

Barolo 2016 – Castello di Verduno

Era da qualche tempo che colpevolmente non assaggiavamo i vini della storica Castello di Verduno. L’azienda è molto nota per la sua nobile storia, basti pensare che il castello e la tenuta furono acquistati nel 1838 da Re Carlo Alberto, che ne affidò la direzione al famoso enologo, Generale Carlo Staglieno. Il parco vitato di grande livello, la mano in cantina molto tradizionale e la costanza del livello qualitativo dei vini (dai prezzi centrati), ne fanno senz’altro uno dei produttori di riferimento in Langa.  

Il Barolo che abbiamo nel calice si presenta con un bel rosso rubino dai riflessi granato. Naso autunnale di foglie secche e fiori appassiti, ma anche lampone e liquirizia. Bocca molto saporita e dinamica, la freschezza è ben presente e mantiene il sorso mobile, supporta lo sviluppo e mitiga un certo calore alcolico. Chiusura sapida e succosa con un tannino in bassorilievo e una persistenza di frutta dolce. Un Barolo giovanissimo ma aperto e godibile.

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