L’Isère è una regione francese non certo particolarmente prestigiosa in ambito vitivinicolo. Eppure, da qualche anno, interessanti produttori stanno riportando in auge un territorio che in passato ha avuto una certa rilevanza enologica.
In passato abbiamo parlato del Domaine Jérémy Bricka e del Domaine Les Alpins (Sébastien Benard). Nel post di oggi facciamo invece la conoscenza del Domaine Finot, sito nel Grésivaudan, grosso modo tra Chambery e Grenoble.
Dopo studi in enologia e diverse esperienze nei principali terroir francesi, Thomas Finot crea la propria azienda recuperando vecchi vigneti abbandonati e puntando sulle varietà locali. Il tutto seguendo un approccio che ama definire eco-responsabile e biodinamico.
Abbiamo avuto modo di assaggiare un bianco ottenuto da jacquère in maggioranza con, a saldo, chardonnay, altesse e verdesse.
Tractor Blanc 2024 – Domaine Finot
Giallo paglierino con riflessi dorati. Naso molto intrigante, parte con un tocco sulfureo, poi melone e pesca bianca, ma anche richiami piacevolmente freschi di menta e aneto. Sullo sfondo emerge una marcata impronta minerale che conferisce ulteriore complessità al profilo aromatico.
L’acidità è vibrante, il sorso risulta fresco e succoso, un tocco di tannino rende la progressione più stratificata. Il basso tenore alcolico (11%) e la chiusura salina completano il quadro di un vino di grande beva e piacevolezza.
Plus: un vino d’ispirazione naturale che rifugge qualsiasi “sgrammaticatura”, distinguendosi al contrario per precisione, equilibrio ed eleganza. Piacerà a chi nel vino cerca sfumature, dettagli e tensione più che volume, potenza e intensità. Un bianco che conferma come, lontano dai riflettori delle appellation più blasonate, esistano ancora territori capaci di sorprendere e raccontare una Francia del vino meno conosciuta, ma non per questo meno affascinante.
In passato abbiamo già parlato del refosco dal peduncolo rosso di Vignai da Duline, l’occasione ci era stata fornita da una degustazione verticale di più annate del vino Morus Nigra (vedi qui: Avanguardia refosco). In quel contesto avevamo sottolineato come una delle caratteristiche del refosco, se vinificato da mani sapienti, sia l’evoluzione nel tempo. E’ dunque con curiosità e pazienza che abbiamo atteso questo Morus Nigra 2017.
Friuli Colli Orientali refosco dal peduncolo rosso “Morus Nigra” 2017 – Vignai da Duline
Rosso rubino integro e fitto il colore. Olfatto che richiama i frutti di bosco (more, ribes nero), la corteccia, il sottobosco, qualche nota ematica e minerale (grafite), anche le spezie fanno capolino (paprika).
Sorso di grande equilibrio: volume e freschezza dialogano aromaticamente disegnando una traiettoria del vino ellittica, né verticale né orizzontale insomma! Il risultato è quello di una progressione e una dinamica coinvolgente e convincente. Tannini affusolati e acidità ben integrata nella materia contribuiscono a rinfrescare il sorso e a contenere l’alcol.
Chiude lungo su ritorni di frutta scura e spezie.
Plus: nel post precedente abbiamo raccontato del concetto di vino post naturale approfondito nel libro di Roberto Frega. Ebbene, Vignai da Duline è uno dei pochi produttori italiani citati che, secondo l’autore, potrebbe a buon diritto rientrare nella categoria post naturale.
Ayse è una cittadina francese dell’Alta Savoia, non distante dal confine svizzero e dalla valle del Monte Bianco. E’ qui che si è installato Yann Pernuit che, dopo aver dedicato la gioventù al ciclismo professionistico, ha fondato Domaine Belema. Yann Pernuit non lo ha fatto però prima di aver completato studi enologici e maturato esperienze significative, tra cui molti anni presso Château de Mérande in Savoia e alcuni anni di affiancamento a Dominique Belluard, vero e proprio mito dell’Alta Savoia. La prematura scomparsa di Belluard non ha però scoraggiato Yann, che è in qualche modo diventato il suo discepolo valorizzando il gringet, vitigno autoctono di queste montagne che Belluard aveva fatto scoprire a tutto il mondo.
Con curiosità abbiamo dunque stappato un gringet 2022 del Domaine Belema. E’ un vino che esce sotto la denominazione Vin des Allobroges, un’Indicazione Geografica Protetta (IGP) dedicata ai vini prodotti in Savoia e in Alta Savoia che fa riferimento agli Allobrogi, una potente tribù celtica che abitava queste terre alpine prima di essere sottomessa da Giulio Cesare.
Vin des Allobroges IGP “Imago” gringet 2022 – Domaine Belema
Il vino è paglierino con luminosi riflessi dorati, leggermente velato a conferma dell’approccio “non interventista” che sappiamo avere il produttore (come peraltro la maggior parte dei produttori più significativi della Savoia).
Naso affascinante di roccia e pietra spaccata, quindi un tocco fruttato di nespola, fiori di campo, fumé e agrumi canditi.
Bocca agile, il titolo alcolometrico di soli 11% rende la beva scorrevole e dissetante ma attenzione, non siamo di fronte ad un vino “solamente” beverino. Il sorso è freschissimo, elettrico e allo stesso tempo con una certa fittezza di materia, la progressione è senza strappi e dallo sviluppo saporito e coinvogente.
Chiusura tersa, sapida e di grande persistenza minerale.
Plus: vino naturale preciso e di carattere, elegante e che però si impone, con delicatezza ma anche personalità.
Abbiamo avuto la possibilità di partecipare ad una serata conviviale tra appassionati dedicata ai vini del Jura. La serata è stata organizzata da Casa Nuvola, un wine club privato che è nato a Milano ad opera di Marco e Valentina, appassionati di vino e gastronomia oltre che splendidi padroni di casa. Ciascuno ha contribuito con una bottiglia jurassica, ne è venuta fuori una bevuta interessantissima.
Ecco qualche nota sui vini, con in grassetto i vini che ci sono piaciuti di più.
Aperitivo e vini rossi
Crémant du Jura “Blanc de Noirs” – Domaine André et Mireille Tissot
Côtes du Jura Poulsard “Sous Le Monceau” 2023 – Buronfosse
Vin de France “Le Moulin neuf” 2022 – Domaine des Cavarodes
Arbois Trousseau “Le Clousot” 2023 – Michel Gahier
Più che discreta la bollicina da pinot noir del Domaine Tissot, minerale e con un’intrigante ossidazione controllata. Tra i vini rossi la nostra preferenza è andata al vino del Domaine des Cavarodes, un singolare blend di poulsard e mondeuse. Il vino risulta piuttosto articolato al naso tra note di arancia e mineralità scura, cannabis e fiori rossi. Sorso originale per la zona con un tannino croccante ed una grande beva, fresca e dinamica. Ottima la persistenza in chiusura.
I vini bianchi
Vin de France Chardonnay “Les pieds d’argent” 2023 – Thibaud Pierson
Côtes du Jura Melon à Queue Rouge vieilles vignes 2023 – Philippe Chatillon
Côtes du Jura Chardonnay “Lias” 2022 – Domaine Labet
Côtes du Jura Savagnin “Face B” 2023 – Les Bottes Rouges
Côtes du Jura Savagnin “Pressé” 2019 – Domaine des Cavarodes
Côtes du Jura Savagnin “En Chalasse” 2022 – Domaine Labet
Arbois Fleur de Savagnin 2018 cuvée “R” 2018 – Domaine de la Tournelle
Vin de France “Potion Magique” – L’Octavin
Arbois Savagnin sous voile 2019 – Domaine de la Touraize
L’Etoile Savagnin 2019 – Domaine de Montbourgeau
Vincitore della serata, per chi scrive, la cuvée speciale e rara, “R” appunto, che il Domaine de la Tournelle ha ideato come una sorta di assicurazione sulla grandine e il maltempo “in natura”, ovvero delle bottiglie/tesoretto, ottenute da selezioni effettuate dall’azienda, dedicate ad amatori e collezionisti. Si tratta di un savagnin da fermentazione spontanea e affinato ben 48 mesi. Un vino che sa di fumo, pietra focaia, frutta secca, agrumi (lime), spiccata mineralità…sorso freschissimo, l’acidità rende la beva leggera e gustosissima, il sorso però non è affatto stretto, la materia è piuttosto ricca e il vino risulta anche di volume, dalla progressione entusiasmante. Salata la chiusura che è, ça va sans dire, dalla persistenza infinita. Sul podio della serata anche i due vini del Domaine Labet, entrambi eccellenti e caratterizzati dalla consueta e sontuosa mineralità.
Da segnare anche il vin de voile del Domaine de Montbourgeau, vino ossidativo di grande complessità e perfetto per la chiudere in bellezza la degustazione.
Fino a qualche giorno fa non ero mai stato sull’Isola d’Elba. Una grande lacuna colmata grazie ad un recente fine settimana (lungo) trascorso sulla terza isola più grande d’Italia. Ho così avuto modo di assaggiare qualche vino locale che, come da missione del blog, condivido con tutti i lettori.
Non ero sull’Isola d’Elba per motivi enologici, la mia esplorazione si è dunque necessariamente limitata alle occasioni di assaggio avute nei ristoranti che ho frequentato. L’elenco non ha pertanto alcuna pretesa di rappresentatività né, tanto meno, di esaustività.
Elba Bianco Ansonica DOC “Lazarus” 2024 – Valle di Lazzaro (Stefano Farkas)
Dopo oltre 30 anni alla guida di Villa Cafaggio, importante realtà del Chianti Classico, Stefano Farkas fonda Valle di Lazzaro, 7 ettari di vigneto vicino a Portoferraio. Il vino che abbiamo nel calice è ottenuto da uve di ansonica, la più rappresentativa varietà a bacca bianca dell’Isola d’Elba. Il colore è un bel giallo dorato, al naso si percepiscono sentori di fiori di campo, fieno e macchia mediterranea. A bicchiere fermo un tocco esotico di papaia. Sorso morbido e saporito, l’alcol (13,5%) è ben gestito, ottima sapidità e chiusura caratterizzata da erbe aromatiche (caramella Ricola!) e spezie. Vino che coniuga un’ottima beva a una certa intensità.
Interessante e di personalità.
Elba Rosato DOC 2025 – Tenuta La Chiusa
La storia di Tenuta la Chiusa è molto antica, tra le sue mura è stato persino ospitato in due occasioni Napoleone Bonaparte. Il vino rosato è ottenuto da uve sangiovese. Il colore è un rosato cerasuolo intenso e luminoso, l’olfatto richiama le rose fresche, la ciliegia, la macchia mediterranea. Semplice e fresca la progressione gustativa, scorrevole e rapido lo sviluppo, di una certa morbidezza. Chiusura di frutta dolce e sale. Vino che fa dell’immediatezza la sua dote migliore.
Disimpegnato
Elba Bianco Vermentino DOC 2025 – Zega
Zega è una piccola realtà agricola familiare dedita alla produzione di vino, olio e miele. Il vermentino che abbiamo nel calice richiama gli agrumi e le erbe aromatiche. Il sorso è è agile e di ottima freschezza. Vino ben fatto, dall’intrigante chiusura sapida. Molto adatto da aperitivo o piatti estivi e leggeri.
Vino semplice ma schietto e preciso.
Elba Rosso DOC 2023 – Zega
Di Zega abbiamo assaggiato anche l’Elba Rosso, vino che non ci ha colpito particolarmente, pur senza difetti risulta troppo semplice al naso e piuttosto rapido al sorso.
Dal 10 al 12 aprile si è svolta a Cerea la ventunesima (!) edizione di ViniVeri – Vini secondo Natura. Si tratta dell’evento – contemporaneo e alternativo al Vinitaly – che raggruppa i vignaioli artigiani che si riconoscono nei valori del Consorzio Vini Veri.
Oltre 100 i produttori presenti, in gran parte italiani, ma non mancavano aziende di Slovenia, Francia, Spagna e Austria.
Di seguito condividiamo gli assaggi che ci hanno maggiormente colpito.
Friuli Venezia Giulia
Il Carso era ben rappresentato da un gruppo di produttori che da tempo si muovono all’unisono e “fanno sistema”. Il livello dei vini bianchi a base di vitovksa e malvasia istriana è sempre molto elevato. Vodopivec, di cui abbiamo parlato già in altri post (qui ma anche qui), è un’azienda che si dedica esclusivamente alla vitovska con tre diverse etichette: Origine 2021 solare e gustosa, Vitovska 2021 equilibrata e sapida e, soprattutto, l’eccellente SOLO MM21 sapido, roccioso e profondissimo. Non da meno la gamma di Zidarich con le Vitovska Kamen 2022 e soprattutto la Vitovska Collection 2018 di grande intensità e lunghezza. Di Skerlj abbiamo invece apprezzato particolarmente la Malvasia 2023, vino che sa di agrumi (bergamotto), fiori dolci, frutta matura, di gran sapore e volume al sorso, con però una chiusura fresca e sapida.
Slovenia
Tra i produttori sloveni ci ha colpito Anže Ivančič, produttore che non avevamo mai assaggiato, e che ci ha convinto con l’ottima malvasia Jožef 2023 di grande dinamica e allungo. Si conferma di personalità la gamma di Burja, sugli scudi in particolare grazie a Stranice 2020, servita da magnum, vino ottenuto da un vigneto di 70 anni allevato a malvasia istriana, riesling italico, ribolla gialla e altre varietà; naso aromatico e delicato di menta, basilico e frutta bianca e bocca di personalità, intensa, serrata e salatissima in chiusura.
Austria
Segnaliamo Bretz Jörg che presenta in commercio una gamma di vini dopo molti anni di affinamento. Ci ha colpito particolarmente Granit 2015, ottenuto da un blend di diversi vitigni a bacca bianca, che ha un naso caleidoscopico di pesca, rosa, pera, erbe aromatiche, spezie…accompagnato da un sorso fresco e agile ma di ottima profondità.
Veneto
Monte Dall’Ora ha presentato una gamma riuscitissima, senza alcun vino men che ottimo. Il Valpolicella Classico Superiore “Camporenzo” 2022 con un olfatto che va dal frutto rosso, al cacao, da sentori vegetali a note di torrefazione, il tutto completato da un sorso agile ma verticale e fresco; il Valpolicella Classico Superiore “S. Giorgio Alto” 2021 con echi mediterranei ed una bocca stratificata e saporita; strepitoso l’Amarone della Valpolicella “Stropa” 2016 che sa di amarena, cacao, accompagnato da una nota erbacea rinfrescante, sorso voluttuoso e fitto, ma dinamico e fresco, dalla chiusura lunghissima. Che dire poi del Recioto “Sant’Ulderico” 2016? Una coccola per il palato ma forse anche per l’anima.
Lombardia
Terrazzi Alti tiene alta la bandiera della Valtellina con due Sassella di grande livello. Il Valtellina Superiore Sassella 2023 richiama la frutta rossa e una bella mineralità, con una bocca dal tannino fitto e di grande sapidità, il Valtellina Superiore Sassella Riserva 2022 sfodera un naso sfaccettato di frutta rossa, mela cotogna, rose, menta, spezie…sorso di grande progressione e allungo.
Toscana
Massa Vecchia ha una gamma interessante e che in particolare ci colpisce con Ariento 2023, un vino bianco macerato da uve vermentino, malvasia bianca di Candia e trebbiano che sa di calcare e frutta gialla, elegante nello sviluppo, di ottima freschezza e persistenza. Intrigante anche il Pinot Nero “Aia Vecchia” 2022 vinificato in vasche di pietra carsica di bella dolcezza (fragoline e scorza d’arancia).
Piemonte
Folta la rappresentativa piemontese e sono molte le aziende che ci hanno convinto. Giuseppe Rinaldi presenta una gamma strepitosa con i Barolo dai tannini levigati e setosi pure in un’annata estrema e siccitosa come la 2022. Barolo Brunate, Tre Tine e Bussia, tutti 2022, sono tre vini di grandissima classe con una preferenza da parte di chi scrive per il Brunate, che ha un olfatto di anguria e talco, fruttini rossi e rose, ed un incedere in bocca regale e dolce di frutto, di grandissima eleganza e beva. Spostandoci a Barbaresco, troviamo in gran forma i vini di Cascina Roccalini che presenta un Barbaresco “Roccalini” 2022 energico e profondo, dal tannino serrato e saporito. Molto buono anche il Barbaresco “Rio Sordo” 2023 di Cascina delle Rose, minerale e sanguigno al naso, con un sorso austero e asciutto, di grande lunghezza e sapidità. In Alto Piemonte segnaliamo due vini di Colombera&Garella: il Bramaterra Cascina Cottignano 2021 che richiama la fragola e l’asfalto, dal sorso serrato e liquirizioso e dalla chiusura lunghissima; notevole anche il Cavazucchi 2019 dolce di frutto al naso ma sapido e piacevolmente tannico in bocca.
Marche
Tra i vini marchigiani ci ha sorpreso positivamente Macondo, piccola azienda di Cupra Marittima (AP) che si dedica a due soli vini (pochissime le bottiglie prodotte, circa 2.000 in totale), a base di pecorino e trebbiano. Djallo 2024 è un vino che guarda Oltralpe, con quel tocco di pietra focaia e il frutto bianco, ha un’ottima progressione in bocca e grande sapidità. Bianko 2023 sa di fiori di campo, melone, mineralità, vegetale nobile, sorso asciutto e vibrante, di grande lunghezza.
Lazio
San Giovenale è una interessante realtà biologica della provincia di Viterbo. Si dedica ai vitigni internazionali e affina tutti i vini in legno piccolo. Orgogliosamente controcorrente, potremmo dire. Ed i risultati gli danno ragione, vini di grande personalità e completezza. Ottimo l’Habemus Etichetta Rossa (cabernet franc) 2022, eccellente l’Habemus Etichetta Blu (grenache) 2023 dal frutto dolce al naso e dalla grande piacevolezza di beva, con un finale sapido, lungo e terso.
Sicilia
Chiudiamo in dolcezza, con il Passito di Pantelleria 2021 di Ferrandes, che richiama l’uva passa, il mallo di noce, la macchia mediterranea, le spezie…morbido e dolce lo sviluppo, ma la chiusura è sapida e quasi marina.
Da oggi Vinocondiviso si avvale dei contributi di Salvo, amico e degustatore appassionato e schietto. Questo è il suo primo post.
Vivere all’ombra delle Langhe non è semplice. Eppure l’Alto Piemonte ha smesso da tempo di chiedere permesso: i suoi vini parlano sempre più forte, portando con sé un’identità precisa, produttori appassionati e un Consorzio che sa fare sistema.
Gli estimatori dell’Alto Piemonte si son dati appuntamento al Westin Palace di Milano dove, il 9 Marzo, l’AIS Milano ha organizzato Taste Alto Piemonte, un evento per far vivere ed assaggiare i vini provenienti dalle 10 denominazioni (DOCG e DOC) delle province di Biella, Novara, Vercelli, Verbano-Cusio-Ossola.
Grazie a caratteristiche vitivinicole uniche, che spaziano tra le profondità geologiche dell’antico supervulcano della Valsesia e la brezza dei venti alpini, si riesce a dar vita a dei vini eleganti caratterizzati da freschezza e mineralità peculiari. Questa è l’impressione che abbiamo percepito tra i banchi d’assaggio. Come di consueto, di seguito condividiamo gli assaggi che ci hanno colpito maggiormente.
Delsignore
Dal 2009 l’Azienda Vitivinicola Delsignore ha ripreso la produzione dei vini Gattinara nell’antico edificio di proprietà di famiglia. Stefano, titolare e nipote del fondatore, si occupa personalmente delle attività di vigna e di cantina, differenziando la produzione con l’obiettivo di valorizzare al meglio le caratteristiche e le potenzialità delle uve prodotte nei propri vigneti. Delsignore gestisce attualmente circa 3 ha di vigneto sulle colline di Gattinara.
Coste Della Sesia DOC Spanna 2023
Frutti rossi, una nota di testa metallica quasi ferrosa, radice di liquirizia, pepe bianco, erbe di montagna, scorza d’arancia e fiori secchi, un bouquet davvero profumato e con un carattere che proclama “territorio”. Una mineralità incredibile che rende il vino particolarmente gastronomico.
Gattinara DOCG Il Putto 2021
Se la parte visiva inganna, un granato scarico e quasi ipnotico per la sua trasparenza, in bocca si ha un vino di una freschezza e mineralità che gridano Gattinara! Al naso si percepisce nettamente l’arancia sanguinella accompagnata da quella mineralità sulfurea quasi di polvere da sparo. In bocca il tannino è dritto e appuntito, ma davvero fine ed elegante che accompagna quella mineralità data dal suolo.
Pietro Cassina
Lessona Septem 2012
Bottiglie numerate per una delle espressioni più complesse ed affascinanti della serata. Suoli fluvioglaciali ghiaioso-sabbiosi, acidi (pH 4,5-5,4) con presenza minerale di manganese e ferro. Vino che al naso spazia dagli agrumi come pompelmo rosa, ad erbe officinali ed un accenno ad una parte gessosa.Il vino ha un attacco secco e deciso, alla quale segue subito una parte di spezie come il chiodo di garofano e poi una buona parte di frutto maturo, il tutto accompagnato da notevole persistenza.
Carlone
Boca DOC Adele 2020
Qui entriamo in un contesto totalmente differente, il cosiddetto vino laser grazie al supervulcano della Valsesia. Al naso abbiamo fruttini rossi scuri, mirtillo ed una parte di fiori secchi, violetta. Al palato troviamo una parte di tannini setosi che rimangono ben integrati, ma strizzano l’occhio ad una splendida evoluzione, accompagnata da grande salinità e bevibilità unica. Acidità e tannino ben aiutati anche da quel 15% di vespolina che dà colore e acidità a supporto di una persistenza davvero lunga.
Barbaglia
Cascina Buonumore 2023
Classico vino dalla beva assassina, si finisce la bottiglia in un lampo e si procede con la seconda. La vespolina apporta quel pepe bianco che al naso è nettamente percepibile ed invece la spanna procede con il cranberry croccante. La freschezza del vino pulisce il palato da ogni grassezza presente ed il tannino non troppo invadente ti dà la sensazione di facile beva. Un vino che immaginiamo godibile persino in estate, magari servito fresco di cantina.
Boca 2020
Anche qui un vino di una bellissima complessità, un bouquet di melograno e marasca ancora croccante, ma allo stesso tempo la nota sulfurea che viene infusa dal suolo vulcanico ed infine una nota resinosa di pino che lo rende pungente. Al sorso è fitto, intenso e terroso, troviamo poi una buona presenza di lampone ed un tannino che viene mascherato da una sapidità e acidità che ti fanno salivare e resettare il palato. Un vino che scappa dalle mode e si ritaglia il suo spazio nella memoria del degustatore, vino senza fronzoli di grande soddisfazione.
Per anni la spanna ha vissuto all’ombra del suo illustre fratello langarolo (il nebbiolo), con il confronto vissuto come un peso difficile da scrollarsi. Eppure ha tenuto la rotta, e oggi racconta una storia tutta sua — fatta di territorio, artigianalità e vini che non richiedono paragoni.
Questa degustazione ne è stata la conferma più eloquente.
Il merito di eventi come questo, promossi da AIS Milano, è doppio: portare luce su zone ancora sottovalutate e costruire un pubblico che sa ascoltare. L’Alto Piemonte non è più una promessa: è una realtà concreta, e merita di essere raccontata.
La famiglia Socci da secoli è legata al borgo di Lamole, situato a pochi chilometri da Greve in Chianti. Dal 2003 l’azienda opera, con Paolo Socci, un importante progetto di recupero di vigneti storici terrazzati e di impianto di nuovi vigneti. Il vino che abbiamo degustato è il risultato di questi investimenti e lo abbiamo trovato delizioso.
Si tratta del Chianti Classico Le Stinche 2016 – Fattoria di Lamole. In vino è ottenuto da uve 100% sangiovese, dopo fermentazione in inox o cemento il vino affina 12 mesi in vasche di cemento e quindi ulteriori 12-24 mesi, a seconda dell’annata, in barriques esauste.
Il vino si presenta in veste rubino integro e fitto. L’olfatto è di grande impatto: lamponi maturi, scorza d’arancia, fiori macerati ma anche corteccia, cuoio, sangue…l’ariosità e leggerezza di Lamole unita all’austera classicità dei grandi sangiovese insomma.
Il sorso è avvincente e coinvolgente. Fresco, profondo e scorrevole, ma fitto e saporito con un’acidità agrumata che sostiene la beva e la progressione. Il finale è sapido e lungo, su ritorni di arancia rossa e viola.
Plus: vino moderno ed antico allo stesso tempo, un Chianti Classico comme il faut!
Abbiamo avuto la possibilità di partecipare alla presentazione del catalogo di Vite Vini, noto distributore italiano di vini. Il catalogo è molto ricco e diremmo persino prestigioso; sono rappresentati infatti i più grandi terroir del vino europei ma anche zone meno note ed emergenti. All’evento, tenutosi a Milano presso e/n enoteca naturale, erano presente alcuni produttori con i quali confrontarsi con il bicchiere in mano.
Come sempre condividiamo le nostre impressioni concentrandoci sui vini che ci hanno colpito di più.
Terroir al Lìmit (Spagna)
Terroir al Límit è un interessantissimo progetto biodinamico della regione della Catalogna. Abbiamo già parlato su questo blog di alcuni loro vini (ad esempio in questo post) ma aver avuto la possibilità di assaggiare buona parte della gamma è stata una gran fortuna. Tra i vini assaggiati siamo stati folgorati dal Priorat “Arbossar” 2023, un vino ottenuto da vigne molto vecchie (90 anni di media!) di carignan vinificate a grappolo intero, 8 mesi di affinamento in cemento. Il vino è elegantissimo eppure di grande personalità, olfatto di frutti di bosco, minerale e con un tocco di macchia mediterranea. Il sorso è di ottima freschezza e dinamica, entusiasmante l’allungo che è sapidissimo e di grande persistenza.
Éric Texier (Francia)
Éric Texier è un noto produttore della Valle del Rodano Nord. La gamma assaggiata è stata di ottimo livello, ma il vino che più ci ha colpito è stato il Brézème Vieille Serine 2019, 100% syrah, o meglio serine – antica varietà ottenuta da selezione massale di vecchie vigne di syrah – che sfodera una grazia sorprendente con un olfatto molto floreale e speziato (pepe), tannino fitto e sorso fresco, vino da invecchiamento ma perfettamente godibile già ora. Vino che riesce a quadrare il cerchio, facendo convivere nello stesso bicchiere complessità e potenza con beva ed eleganza.
Il Cancelliere (Italia)
Il Cancelliere è un produttore di Montemarano (AV), luogo d’elezione per l’aglianico. Abbiamo assaggiato i quattro vini che l’azienda produce, tutti 100% aglianico nelle sue diverse espressioni. Lo stile dell’azienda è quello di vini schietti e contadini, nel senso più nobile del termine, ovvero vini autentici e senza orpelli né coadiuvanti enologici, che promettono di durare decenni per poi disvelare la loro bellezza. Vini da attendere dunque con fiducia visto il corredo tannico che l’aglianico porta in dote. Abbiamo amato l’Iripinia DOC “Gioviano” 2019, un vino che non rinuncia ad una certa austerità ma che comincia ad essere espressivo tra note di frutta scura e spezie, il sorso è particolarmente convincente dal tannino fitto ma di grana fine e saporitissimo.
Barbacàn (Italia)
Ci troviamo a San Giacomo di Teglio (SO), in Valtellina. Barbàcan ha presentato la sua linea di vini ottenuti da nebbiolo di Valtellina (chiavennasca) spesso in blend con altri vitigni autoctoni sempre più rari che l’azienda cerca di preservare (ròssola, chiavennaschino, pignòla, brugnòla, negrera…). Gamma improntata sul dettagli aromatico, una certa ariosità ed estrema finezza. Siamo stati conquistati in particolare dal Valtellina Superiore Valgella “Jazpèmi” 2023 delicato ma ficcante e dal Valtellina Superiore Valgella Riserva “Fracia” 2019 intenso ma anch’esso di grande eleganza tra fruttini rossi, fiori di campo, erbe alpine e spezie in formazione.
Muchada-Léclapart (Spagna)
La storia di questo produttore è originale. Conosce David Léclapart in Champagne senza essere particolarmente appassionato di vino pur venendo da Sanlúcar de Barrameda, in Andalusia, patria della Manzanilla. Tornato a casa convince Léclapart ad investire con lui in 4 ettari di vecchie vigne di palomino e moscatel. I vini di Muchada-Léclapart sono stati una vera e propria rivelazione. Vini minerali e marini, elegantissimi, iodati e profondi. Strepitoso il Lumière 2020 (ma anche il 2024 non era da meno), vino ottenuto da uve palomino, da una vigna di 65 anni denominata La Platera. Fermentazione spontanea e affinamento in barrique esauste. Olfatto che richiama il calcare, il mare, la frutta bianca, i fiori secchi. Sorso succoso, dall’acidità elettrica e sferzante, salato e profondo. Persistenza interminabile.
Abbiamo già parlato su queste pagine di Radovič (qui) e della sua vitovska 2021 (qui) vinificata in tini di pietra carsica e che viene etichettata con il nome di Marmor. Lo rifacciamo in occasione dell’assaggio di Marmor 2022.
Si tratta di un vitovska macerata in tini di pietra 2 settimane, 12 mesi di affinamento in legno usato, 2 mesi decantazione in acciaio senza filtrazione o chiarifica.
Vino Bianco “Marmor” 2022– Radovič
Colore oro antico di buona trasparenza e luminosità. Siamo distanti dallo stile orange carico e velato dunque. L’olfatto è elegante ma di personalità, richiama la roccia spaccata, il timo, lo zenzero e la scorza d’arancia.
Sorso di grande intensità e sapore, con il salmastro che la fa da padrone e accompagna la progressione del vino. La macerazione di due settimane risulta equilibratissima, fornisce aromaticità e carattere senza apportare note tanniche o amare. Chiude lungo su ritorni marini.
Plus: vino adatto a far cambiare idea a chi sostiene che i vini bianchi vinificati in rosso (con macerazione prolungata sulle bucce) siamo omologati e tendano a nascondere il varietale ed il terroir. Così non è in questo caso, la macerazione è gestita alla perfezione e apporta personalità e aromi senza intaccare minimamente l’identità del vino.