Sassella Vigna Regina 2007 – Ar.Pe.Pe.

Non è la prima volta che su Vinocondiviso parliamo dei vini di Ar.Pe.Pe., produttore storico e di riferimento della Valtellina.

Quando si stappa un vino Ar.Pe.Pe. le aspettativa sono sempre elevate e ancor di più quando si tratta di un vino ottenuto da una vigna storica, posta a 450 metri di altitudine, con vigne vecchie e da cui si ottiene uno dei vini più longevi e complessi della Valtellina.

Valtellina Superiore Sassella Vigna Regina Riserva 2007 – Ar.Pe.Pe.

Colore granato di vivace luminosità.

Naso estremamente sfaccettato e autunnale di foglie secche, funghi, rose appassite, sottobosco, lamponi disidratati, ma poi anche matita, karkadè e, a chiudere, una rinfrescante nota di scorza d’arancia.

Il vino entra nel cavo orale stretto, al primo assaggio mostra un’indole magra, da nebbiolo di montagna. Lo sviluppo è verticale, ma in progressione il sorso si allarga con grazia. Dal centro bocca in poi fa la sua comparsa l’acidità succosa ma soffusa. La chiusura è accarezzata da un’inaspettata e piacevole dolcezza di frutto che rende il sorso gourmand. Sul finale si apprezza il tannino, cesellato e saporito, che contribuisce a prolungare la persistenza del vino.

Sarebbe perfetto con una faraona arrosto.

Plus: vino che mette d’accordo pancia e cervello, riuscendo ad essere al contempo godibilissimo e cerebrale.

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Giac’ Potes, il vino da merenda dei fratelli Giachino

Su Vinocondiviso parliamo spesso dei vini della Savoia. E continuiamo a farlo anche in quest’occasione per raccontare di un vino del domaine Giachino, un’azienda biologica e biodinamica situata nel parco regionale della Chartreuse, con vigne sulle pendici del Mont Granier nei comuni di Chapareillan, les Marches et Apremont.

Savoie AOC “Giac’ Potes” 2018 – Domaine Giachino

Il vino in questione è ottenuta da fermentazione a grappoli interi di mondeuse e gamay.

Il colore rubino screziato di blu ne svela l’estrema giovinezza.

All’olfatto prevale il floreale del garofano, seguito dal frutto rosso (fragola) e da qualche nota sanguigna.

Il vino è agile e beverino, ha un buon volume, si sviluppa cremoso con la componente fruttata ben bilanciata da vena acida e salina. Il vino chiude con un tannino appena astringente, con ottima persistenza e ritorni floreali.

Plus: vino da merenda, scorrevole e schietto senza essere banale.

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Il Beaujolais in 6 bottiglie

Il Beaujolais è una delle regioni vinicole francesi più trascurate, o meglio misconosciute. Fino a 30-40 anni fa il territorio era noto prevalentemente per il Beaujolais Nouveau, il famoso vino novello francese che invadeva a novembre mezza Europa al grido “le beaujolais nouveau est arrivé!”. In anni più recenti il consumo di questo vino ottenuto da macerazione carbonica è diminuito (-60% in 30 anni!) e i degustatori più curiosi hanno imparato a conoscere le zone più nobili della regione, ovvero le zone ed i vini dei 38 comuni del Beaujolais Villages e soprattutto i 10 crus del Beaujolais, dichiarati AOC uno ad uno, progressivamente, dal 1936 al 1988.

la mappa del Beaujolais – credits: winescholarguild

La regione del Beaujolais è situata a 30 chilometri a nord di Lione e immediatamente a sud del Mâconnais. È inoltre delimitata a est dalla valle della Saône e a ovest dai Monts du Beaujolais. Il paesaggio della regione, che ho avuto modo di visitare, è entusiasmante: colline vitate ad alberello, con vigne spesso molto vecchie, si alternano a mulini e caratteristici borghi.

Il vitigno principe è il gamay (originato dall’incrocio naturale di pinot noir e gouais blanc), molto più raro lo chardonnay. Complessivamente l’AOC Beaujolais si estende per 22.500 ettari, i comuni del Beaujolais Villages insistono su 6.000 ettari, mentre i 10 crus complessivamente coprono 6.400 ettari. La produzione totale annua è di oltre 300.000 ettolitri.

I vini del Beaujolais sono vini molto fruttati, agili e beverini, di basso tenore alcolico e con tannini poco pronunciati. Le bottiglie di maggior interesse provengono dai 10 crus: Brouilly, Côtes-de-Brouilly, Regnié, Morgon, Chiroubles, Fleurie, Moulin-à-Vent, Chenas, Juliénas, Saint-Amour. Qui i vini raggiungono una complessità ed una capacità di evolvere nel tempo del tutto particolare manifestando un carattere che ben interpreta il terroir specifico di appartenenza. E così se i vini di Fleurie – le cui viti poggiano su terreni di granito rosa, acidi e piuttosto poveri – esprimono un carattere elegante e femminile, i Morgon – da un suolo di scisti decomposti (roche pourrie) – manifestano una personalità più robusta e generosa con un potenziale di invecchiamento interessante.

La degustazione

La rinascita del Beaujolais si deve prevalentemente alla scommessa di quattro produttori – Jean Foillard, Marcel Lapierre, Jean-Paul Thévenet e Guy Breton – che negli anni ’80 decisero di puntare alla qualità grazie ad una filosofia produttiva tradizionale, oggi diremmo naturale, ovvero: vecchie viti, conduzione biologica o biodinamica, poca solforosa, fermentazioni spontanee, scelta di non filtrare, etc.

Da allora i molti seguaci di questi quattro antesignani fanno sì che il Beaujolais sia una delle regioni francesi a più alta concentrazione di produttori naturali. I vini prescelti per la degustazione hanno tenuto conto di questa peculiarità ed hanno accompagnato stupendamente degli ottimi fagiani arrosto.

Beaujolais “Terres Beaujolaises” 2016 – Emmanuel Giboulot

Produttore biodinamico borgognone, con vigne anche in Beaujolais, divenuto celebre nel 2013-2014 quando fu condannato per il rifiuto di aderire all’obbligo di trattamento preventivo delle vigne con pesticidi anti flavescenza dorata.

Il vino ha una veste rubino chiaro luminoso con olfatto che si dipana tra note dolci di ciliegia, ribes e effluvi balsamici e floreali (lavanda). Bocca da peso piuma, leggera, anche se profonda, e piuttosto rapida nello sviluppo. Chiude leggermente caldo nonostante il basso tenore alcolico nominale (11,5%).

Morgon “La Voûte Saint-Vincent” 2018 – Louis Claude Desvignes

L’azienda Desvignes da otto generazione si dedica al Morgon, con parco vigne decisamente vecchio e ben 5 ettari all’interno del cru più prestigioso della denominazione, il Côte du Py.

Il vino è di un rosso rubino inteso, il naso è boschivo, minerale e con qualche tratto vegetale di verdura cotta che accompagna un frutto piuttosto scuro. Bocca di buon volume, dalla convincente progressione guidata da acidità succosa. La chiusura è lunga e sapida.

Fleurie “au bon grès” 2014 – Michel Guignier

Michel Guignier è un produttore biologico e biodinamico poco conosciuto in Italia che con il suo Fleurie ha molto sorpreso i degustatori. Vino seducente a partire da un colore rubino chiaro luminoso, colpisce con un olfatto sfaccettato, ricco di dettagli e sfumature: agrumi e lamponi, cola e grafite, china e fiori rossi…sorso molto dritto ed essenziale poiché si sviluppa in una silhouette esile (10,7% il titolo alcolometrico!). Nel complesso però il vino è equilibrato e caratterizzato da una chiusura saporita. Affascinante.

Morgon Vieilles Vignes “Côte du Py” 2013 – Damien Coquelet

Coquelet è uno degli enfant prodige di Morgon, la sua prima vendemmia, appena ventenne, fu il millesimo 2007. Il Morgon nel bicchiere è rubino chiaro leggermente velato, l’olfatto è guidato in un primo momento dal frutto rosso dolce (lampone, ribes) poi si fa strada una mineralità scura accompagnata da cenni di agrumi. La sviluppo in bocca è dolce/amaro: l’ingresso dominato dal lampone e retrolfatto su ritorni di rabarbaro e tè nero. Grande sapidità e lunghezza in chiusura.

Morgon “Côte du Py” 2010 – Jean Foillard

Dall’inizio degli anni ’80 Foillard è un riferimento assoluto in Beaujolais con belle vigne in Côte du Py. Bel colore rubino luminoso, con gli agrumi che aprono le danze seguiti dai fiori rossi, il pepe bianco e la cola. Vino di grande bevibilità eppur con molto da dire. La bocca è agile, certo, ma si sviluppa con grazie e sapore, sale e lieve amertume in chiusura. Decisamente lungo. Un gamay che a 10 anni dalla vendemmia è ancora pimpante e che ha lunga vita davanti a sé.

Morgon 2011 Cuvée MMXI – Marcel Lapierre

Produttore naturale prima che l’aggettivo avesse la connotazione che gli diamo attualmente, Marcel Lapierre è senz’altro il più mitico produttore del Beaujolais. Il vino nel bicchiere è purtroppo piuttosto deludente, con note di torrefazione, vaniglia e sbuffi lattici. Anche la bocca non decolla e resta inchiodata su note amarognole piuttosto rustiche. Probabile bottiglia sfortunata.

Per accompagnare un’ottima crostata con ganache al cioccolato e lamponi freschi non ci siamo fatti mancare uno stupefacente Passito di Pantelleria 2006 di Ferrandes. Vino ricco di sfumature come uva passa, scorza d’arancia, caffè, noci, erbe aromatiche, spezie…ed un sorso ricco e suadente, solare e mediterraneo. La bocca chiude agrumata e deliziosamente salata.

Un Barolo tira l’altro

In enoteca difficilmente bevo due vini dello stesso produttore.

Generalmente mi piace variare e scegliere denominazioni e produttori diversi per viaggiare lungo lo Stivale e oltre…grazie ad un semplice calice fra le mani.

Qualche giorno fa invece ho deciso di soffermarmi sui vini di un produttore che avevo già bevuto ma che non ho ancora mai visitato e conosciuto di persona. L’assaggio del primo vino, un Barolo, è stato epifanico a tal punto che non ho potuto esimermi dall’assaggiarne anche un secondo!

Si tratta di due splendidi Barolo, annata 2015, di Cascina Fontana.

Il primo vino assaggiato è stato il Barolo 2015 dell’Azienda Agricola Cascina Fontana. Un vino che parte su note piuttosto scure di frutta matura e cenni di catrame ma in pochi minuti si distende svelando note più chiare di rose rosse, melograno e persino frutta bianca. In bocca il vino ha una bella scorrevolezza ma non priva di grip e personalità: il tannino è più velluto che seta, la chiusura è pulita, ma sapida e lunga.

Insomma un’interpretazione dell’annata 2015 a Barolo che mi ha colpito e che mi ha portato ad assaggiare un altro Barolo del medesimo produttore presente in mescita: il Barolo di Castiglione Falletto 2015 – Cascina Fontana.

Il Barolo di Castiglione Falletto è ottenuto dalle migliori uve delle vigne del comune Castiglione Falletto, ovvero Villero e la vigna Valletti, zona Mariondino. Vino dal un fascino irresistibile: seducente il colore rosso rubino scarico attraversato da luminosi lampi granati; sensuale l’incedere in bocca fatto di fiori appassiti, frutti rossi piccoli e croccanti, cenni di liquirizia; raffinato e voluttuoso il finale su ritorni fruttati e minerali, persino marini.

Insomma due Barolo 2015 che mi hanno pienamente convinto.

E tu? Quali i Barolo 2015 che ti sono piaciuti di più fino ad ora?

Gialloditocai, questo vino è un miraggio!

Ti ho già parlato di Vignai da Duline, azienda agricola di San Giovanni al Natisone (UD), che ho avuto la possibilità di visitare qualche anno fa.

Era da un po’ che volevo riassaggiare il loro Gialloditocai, vino visionario ottenuto da un antico biotipo di tocai friulano giallo, dal vigneto Ronco Pitotti. Solo 900 i ceppi da cui si ottiene il Gialloditocai, prodotto in meno di 200 magnum.

Avvistato in enoteca in mescita a bicchiere…non me lo sono fatto sfuggire.

Gialloditocai 2017 – Vignai da Duline

Il vino si presenta con un colore dorato luminoso e vivo, si muove lentamente nell’ampio calice.

Olfatto di grande impatto ma ricco di sfumature aromatiche: fiori di campo, roccia, nespola, delicati effluvi balsamici, frutta secca e un ricamo di noce moscata.

Bocca ampia e glicerica, di grande maturità di frutto ma lo sviluppo del sapore è armonioso e di ottima dinamica. Il calore alcolico è perfettamente integrato nel corpo del vino che risulta sontuoso e potente ma al contempo dinamico ed elegante.

Chiusura su ritorni salmastri dalla persistenza infinita.

Plus: vino bianco strepitoso, riesce a coniugare potenza ed eleganza, vigoria e dettaglio aromatico. La ricchezza del vino è frutto di una raccolta delle uve a perfetta maturazione (fine settembre), dall’affinamento in (un’unica) barrique, dalla permanenza sui lieviti di quasi 12 mesi, da una produzione di uva per ceppo di appena 500 grammi… che il risultato sia un vino così armonico e bilanciato ha del prodigioso, oppure, è “semplicemente” dovuto al mirabile equilibrio raggiunto dai vecchi ceppi di tocai giallo recuperati da Vignai da Duline.

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Al cospetto di sua maestà Clos du Mesnil 2002

Ci sono vini mitici per fama, leggendari per storia e, di contro, irraggiungibili per prezzo, che ogni appassionato di vino aspira a degustare almeno una volta nella vita.

Tra questi non manca mai il più iconico degli champagne, il Clos du Mesnil di Krug.

Champagne Clos du Mesnil 2002 – Krug

E così, sei appassionati degustatori, si sono ritrovati qualche giorno fa a Milano per degustare il mitologico champagne 100% chardonnay, ottenuto da un unico vigneto-giardino di 1,84 ettari, circondato da un muro del Seicento (un clos, per l’appunto).

Il Clos du Mesnil 2002 degustato ha trascorso un invecchiamento di ben 13 anni nelle cantine Krug con sboccatura nell’inverno del 2014-2015.

Champagne Clos du Mesnil 2002 – Krug

Champagne Clos du Mesnil 2002 – Krug

Primo naso su note di caffè verde e nocciole, pochi secondi nel calice e gli aromi evolvono e si arricchiscono: entrano in scena le note agrumate, il burro del croissant, un tocco di frutta esotica, il fiore bianco e una mineralità soffusa e pervasiva.

Il sorso è stupefacente per nitore, intensità ed eleganza. La bollicina minutissima e fitta, perfettamente fusa nella materia, rende soave l’incedere del liquido che, benché sia ricco e denso, appare lieve e mobile. La freschezza è ben presente, calibratissima e dissetante.

Champagne che satura senza alcuna esibizione muscolare tutto il cavo orale e lo coccola con ritorni di crema di limone e spezie. La persistenza è lunghissima e agrumata.

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Cucina giapponese e vini…a Milano

Oggi ho il piacere di raccontarti di una serata conviviale trascorsa a Milano, nel nuovo ristorante giapponese Ichikawa. La particolarità del ristorante, oltre naturalmente alla presenza del maestro Haruo Ichikawa in persona, è che si può mangiare unicamente secondo la formula omakase: un percorso di degustazione che cambia secondo l’estro e le materie prime a disposizione dello chef.

Naturalmente non potevano mancare i vini!

Gli champagne:

Champagne Brut Cuvée Fleuron 2008 – Pierre Gimonnet

Champagne Brut 2008 – Lallier

Champagne Extra-Brut Les Grillons 2011 – André Robert

Champagne Nature Violaine 2010 – Benoit Lahaye

Champagne Nature Rosé Zero – Tarlant

Champagne Extra-Brut Rosé de Saignée – Laherte Frères

Sugli scudi i due rosé di Tarlant e Laherte: il primo è uno champagne rosé molto fine al naso, di grande mineralità e suadenza (calcare, lampone, fiori secchi) con un incedere in bocca acido e profondo, ma la materia integra bene l’abbondante freschezza lasciando il cavo orale piacevolmente saporito e terso; il secondo è invece uno champagne più carico, a partire dal colore più scuro, per continuare con un olfatto maturo e ferroso di grande fascino, il sorso è di contro estremamente soave, con perlage molto elegante e delicato e allungo cremoso e carezzevole. Sul podio anche un sorprendente Lallier che, nel millesimo 2008, sforna uno champagne di grande carattere, che piacerà a chi non disdegna un tocco ossidativo ed una chiusura di leggera astringenza, salatissima e profonda.

I vini bianchi:

Anjou Bastingage 2016 – Clos de l’Élu

Muscadet Sèvre et Maine Gorges 2014 – La Pépière

Sancerre Clos La Néore 2015 – Vatan

Chablis 1er cru La Forest 2007 – Dauvissat

Batteria “vinta”, inaspettatamente, dal Muscadet de La Pépière, vino di una mineralità chiara stupefacente che fende il cavo orale agile ma ineluttabile, ficcante e profondo, per chiudere su pregevoli ritorni marini. Ottimo anche lo Chablis di Dauvissat che sembra però all’apice e più che soddisfacente il Clos La Néore di Vatan che, pur non toccando le vette di alcuni millesimi indimenticabili, mostra anche in quest’annata il suo carattere essenziale e minuto, tenace ed autorevole.

I vini dolci:

Riesling Mosel Auslese Wehlener Sonnenuhr 2010 – Joh. Jos. Prüm

Buca delle Canne 2006 – La Stoppa

Due vini diversissimi tra loro ma di grande pregio. Il riesling di Prüm è un fuoriclasse che alterna note dolci di spezie e frutta matura a note più aspre di agrumi e vegetali. Il sorso è meraviglioso: delicato e saporito, freschissimo, tutto giocato sugli agrumi e il sale. Il Buca delle Canne, prodotto in rare annate da La Stoppa, da acini di semillon colpiti da Botrytis cinerea, è un vino dal portamento maturo e morbido: fichi, datteri, zafferano, agrumi e zenzero…accompagnano il vino che risulta concentrato nel sapore e carezzevole nella chiusura.