Ricomincio da tre

E così, faticosamente e con prudenza, anche le degustazioni della piccola redazione di Vinocondiviso si riaffacciano alla ricerca di un’impossibile normalità. L’ultima degustazione pre-Covid19 è un ricordo indelebile: Beaujolais e fagiano.

Abbiamo deciso di ricominciare da tre vini, per un aperitivo lungo fatto di chiacchiere e riflessioni intorno al bicchiere. Aperitivo a base di stuzzichini vari, focaccia al formaggio e strudel di melanzane fatti in casa.

Ecco cosa abbiamo bevuto:

Asolo Prosecco Superiore Extra Brut Vecchie Uve 2016 – Bele Casel

In apertura abbiamo scelto un Asolo Prosecco del tutto fuori dal comune. Ottenuto da un vecchio vigneto nella zona di Monfumo, dalle pendenze proibitive e con uve dimenticate. Non solo glera dunque ma anche rabbiosa, marzemina bianca, perera, bianchetta trevigiana. Anche la vinificazione è fuori dall’ordinario: charmat lungo, un anno sulle fecce fini, un anno di autoclave e ancora un anno in bottiglia. Insomma, dimenticate i prosecco di 30 giorni in autoclave! Il naso è delicato ed elegante, si riconoscono la pera acerba, gli agrumi, la salvia ed un leggero tocco affumicato. Sorso verticale, non possente ma elettrico e vibrante grazie ad un’acidità citrina che percorre il palato e sgrassa la bocca invitando ad un nuovo assaggio.

Champagne Special Club 2002 – Pierre Gimonnet

Non tutti sanno che la menzione “Special Club” è esclusiva di un’associazione di circa 30 produttori, RM di champagne, che decidono, solo nelle migliori annate, di imbottigliare questa selezione tutti nella stessa bottiglia ma con la propria etichetta. Questo Special Club di Pierre Gimonnet lo stappiamo ad almeno 10 anni dalla sboccatura (purtroppo non riportata in etichetta). Il colore è un bel giallo dorato luminoso, il naso è decisamente ricco: frutta gialla, pasticceria, note lattiche, spezie. La bocca è equilibrata, l’acidità è ben integrata in una materia di tutto rispetto, il sorso resta agile e dalla chiusura piacevolmente salata. Champagne non certo da aperitivo, richiederebbe abbinamenti più arditi per dare il meglio di sé.

Chianti Classico 2017 – Tenuta di Carleone

100% sangiovese per questo vino, pura espressione di Radda in Chianti. Vino giovanissimo fin dal colore, rosso rubino luminoso con riflessi porpora. Naso di ciliegia, macchia mediterranea, agrumi e mineralità scura. Succoso e acido l’ingresso in bocca, si sviluppa bene sia in ampiezza che in profondità, il vino chiude lungo su una gustosa scia sapida. Vino mutevole e divertente, goloso e austero al tempo stesso. Ancora giovane, benché sia già estremamente godibile. Darà il meglio di sé tra qualche anno.

Ci auguriamo tutti che questo aperitivo sia solo l’inizio di future degustazioni da condividere!

Chinon “Le Clos Guillot” 2014 – Bernard Baudry

Stappare un vino comprato qualche anno prima presso una visita ad un produttore lontano porta con sé sempre un po’ di magia. Nel caso in oggetto riporta alla memoria una visita effettuata nell’estate del 2017: mi trovavo in Loira in vacanza e, sottraendo un po’ di tempo alla famiglia e agli amici, andai a trovare Bernard Baudry, uno dei produttori più interessanti di Chinon.

Chinon, AOP dal 1937, è una denominazione che conta 2.400 ettari. I vitigni utilizzati sono soprattutto il cabernet franc (presente in misura minore il cabernet sauvignon) e, in bianco, lo chenin.

  • Le Clos Guillot
  • Bernard Baudry: vinificazione per parcelle

Bernard Baudry gestisce 32 ettari di vigna nei comuni di Cravant les Coteaux (dove si trova il domaine) e di Chinon. La scelta del vigneron è quella di utilizzare un protocollo di vinificazione simile per ciascuna parcella, il che permette di apprezzare al meglio nei vini le sfumature dettate dalle caratteristiche dei diversi suoli.

Vigne e suoli – Photo Credit: bernardbaudry.com

Il vino di cui ti parlo oggi è ottenuto dal cabernet franc proveniente dalla vigna Le Clos Guillot. Il vino affina 12 mesi in barriques e poi 9 mesi in cemento, prima della necessaria sosta in vetro.

Chinon "Le Clos Guillot" 2014 - Bernard Baudry
Chinon “Le Clos Guillot” 2014 – Bernard Baudry

Chinon “Le Clos Guillot” 2014 – Bernard Baudry

La veste del vino è di un rosso rubino senza cedimenti. Le more di rovo primeggiano all’olfatto, seguono poi il vegetale delle foglie secche e del peperone alla brace, l’alloro, la carne e una nota speziata che ricorda il pepe verde.

In bocca è la freschezza invece a spiccare. Sorregge il sorso e lo accompagna, gli dà dinamica e profondità. Il vino risulta succoso e dissetante, ne giova enormemente la bevibilità e l’eleganza. Chiusura sapida e pulita.

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Assaggi sparsi

Questo periodo, per molti appassionati di vino, è giocoforza un periodo di assaggi in solitaria, con poca o nulla convivialità. In questo post diamo conto dei vini degustati in questi ultimi giorni.

Partiamo con le bollicine, in questo caso rosate. Si tratta del Rosé del Cristo 2016 – Cavicchioli, un lambrusco di Sorbara Metodo Classico dal colore rosa tenue e con un olfatto ricamato di roselline e piccoli frutti rossi. É un vino di estrema eleganza, a partire dal perlage fine e dal sorso secco, fresco ed appagante grazie ad un finale salino di grande pulizia.

Per restare sempre in Emilia abbiamo poi assaggiato il Caterina pas dosé 2016 – Az. Agricola Cavaliera da uve di trebbiano di Modena e malbo gentile. Un’altra bollicina rosé, ben fatta, senza fronzoli né dolcezze, molto gradevole, equilibrata e dissetante.

Mineralità ed eleganza accompagnate da notevole facilità di beva caratterizzano invece lo Chablis 1er cru Vieilles Vignes Montée de Tonnerre 2017 – Guy Robin, con un naso di conchiglie, agrumi e una soffusa nota vegetale. Sorso elettrico, acido, profondo.

Intrigante la Malvasia Puntinata Convenio 2018 – Casale Certosa a partire dai bei riflessi dorati che illuminano il calice. Fieno, nespola e stuzzicante nota fumé al naso. Il vino risulta sapido e fresco, di grande bevibilità ma, pur nella sua indole schietta e semplice, di ottima articolazione.

Un vero fuoriclasse si è dimostrato il Verdicchio Castelli di Jesi Classico Riserva Il Cantico della Figura 2015 – Andrea Felici. Colore giallo paglierino con riflessi verde oro, olfatto da verdicchio di razza con frutta chiara, roccia, fine contrappunto vegetale, anice, tocco agrumato. Bocca di grande armonia, tutte le componenti sono in equilibrio, sale e freschezza bilanciano perfettamente il calore alcolico; sorso saporito e pulito ma senza essere “asettico”, anzi il vino ha grande personalità, anche grazie ad un finale elegante e lungo.

Alla scoperta del carménère dei Colli Berici

Nel cuore del Veneto esiste una zona di produzione di vini DOC poco mediatica, forse, ma di certo vocata per la coltivazione di uve a bacca rossa. Varietà, cosiddette internazionali, perché celebri in tutto il mondo, a partire dal loro tradizionale impiego a Bordeaux.

Cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc ma non solo…in aggiunta a queste varietà vi è un vitigno meno conosciuto ma abbastanza diffuso in Italia.

Ma procediamo con ordine: ci troviamo nei rilievi collinari che si estendono in provincia di Vicenza, i Colli Berici.

Il territorio, famoso per le ville palladiane, milioni e milioni di anni fa era un mare ed oggi si sta scoprendo particolarmente incline alla coltivazione della vigna, grazie ad un clima mite e ad un suolo in prevalenza carsico ricoperto da terra rossa (limo argilloso rosso ricco di ossido di ferro).

Un aspetto che ritengo un valore aggiunto è quello naturalistico, il paesaggio risulta ancora incontaminato e preserva la flora e la fauna tipica del territorio. Il vitigno è il carménère – diffuso da tempo in Italia e presente da oltre un secolo in questa zona – che dal 2009 è stata ufficializzato nella specifica DOC Carmenere Colli Berici.

Colli Berici Carminium 2016 – Inama

Un vino che di recente mi ha colpito è il Carminium dell’azienda agricola Inama. Colli Berici DOC, da uve carménère in purezza. Annata 2016. Dodici mesi in barrique (20% nuove, 80% vecchie). Titolo alcolometrico: 14%.

Versato nel bicchiere il colore rosso porpora è molto intenso. All’esame olfattivo si riconoscono la viola, il pepe, la frutta rossa come more e prugne, il vegetale accennato e particolarmente gradevole (chi conosce la varietà saprà che a volte può risultare fin troppo invadente). 

Se il grado alcolico lascia pensare ad un vino impegnativo, quasi “da meditazione”, all’assaggio si scopre una piacevolissima acidità che contrasta il calore dell’alcool. Soffuso e molto piacevole il tannino. Ha accompagnato bene la carne alla brace.

Un dettaglio su cui mi soffermo spesso nei vini che assaggio è l’etichetta. Semplice, bella ed elegante. Osservando le immagini del sito aziendale noto che l’albero rappresentato in etichetta sembra essere proprio lo stesso al centro del vigneto, in veste autunnale.

Qualche anno fa mi trovavo in una fiera del settore e ho avuto il piacere di conoscere e scambiare due parole con uno dei fratelli titolari dell’azienda, Matteo. Preparato, pronto a sperimentare cose nuove per la sua azienda e desideroso di raccontarle.

A quel tempo mi ero dedicato all’assaggio solo di alcuni vini, in particolare dei bianchi, prodotti dall’azienda nel territorio in zona Soave. Trovandomi in un’enoteca, guardando tra gli scaffali, sono stato colpito dall’etichetta del “Carminium”. Il nome dell’azienda mi aveva riportato a quel piacevole ricordo, e così ho deciso di dover completare la mia conoscenza dei vini Inama, partendo da una bottiglia che non avevo assaggiato.

M.S.

PIWI und Freistil

Tranquilli, non è un articolo in tedesco: parliamo ancora di vitigni resistenti (PIWI).

Vi raccontiamo il Solaris di Thomas Niedermayr, tenuta Gandberg, giovane produttore altoaltesino che insieme ad altri suoi tre colleghi e amici, Martin Gojer (azienda Pranzegg), Christian Kerschbaumer (azienda Garlider) e Urban Plattner (azienda In der Eben), ha fondato il gruppo Freistil. Freistil significa stile libero; i quattro produttori sono infatti accomunati da un approccio “libero” al mondo del vino e dalla costante ricerca di prodotti originali ma allo stesso tempo fortemente legati al territorio.

  • solaris, vigna (foto del 26 aprile 2020)
  • vigna di solaris, sullo sfondo il monte Ganda (foto del 26/04/2020)
  • solaris, grappolo

Un passo indietro: solaris è una varietà che nasce nel 1975, all’Istituto Statale di Friburgo, dall’incrocio di merzling x (zarya severa e muskat ottonel) e in Italia è uno primi vitigni PIWI ad essere stato inserito nell’elenco nazionale delle varietà di vite, nel 2003. Trova il suo habitat più consono in climi molto freschi, ad altitudini medio alte, tende ad accumulare molti zuccheri per cui il momento della vendemmia risulta cruciale per ottenere un vino con una buona acidità e un grado alcolico non eccessivo. La parentela con il moscato, poi, gli regala una spiccata aromaticità: è compito del vignaiolo non renderla mai stucchevole.

Il Solaris 2016 della tenuta Gandberg è ottenuto da fermentazioni spontanee e senza filtrazioni, come tutti i vini aziendali (nella gamma troviamo anche una cuvée da vitigni PIWI a bacca rossa, vini da vitigni PIWI a bacca bianca e un ottimo pinot bianco) e passa quattro mesi in botti di rovere. Un bel colore giallo dorato, caldo come il sorso; al naso tanta frutta tropicale gialla, una bella nota agrumata, una dolce speziatura e un tocco minerale che si trova in bocca; un vino, chiuso con tappo a vite, che dopo 4 anni è al suo meglio.

Abbinato con una insalata fredda di patate, merluzzo, fagiolini, olive taggiasche, olio toscano.

Alessandra Gianelli
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Côte Rôtie “La Viallière” 2015 – Domaine de Bonserine

La Côte Rôtie è nota come una delle aree vitivinicole più antiche di Francia, ben conosciuta da oltre 2.000 anni, fin da tempi dei romani.

È la denominazione più nord della Valle del Rodano e dà vita a vini che, nelle migliori versioni, coniugano polpa ed eleganza, potenza e golosità.
Vitigno principe è naturalmente la syrah, anche se è consentito e piuttosto frequente l’uvaggio con il viognier (fino al 20%).

I vigneti hanno un’esposizione a sud con pendenze che arrivano fino al 60%, da cui il nome di “costa arrostita” (appunto, Côte Rôtie).

Côte Rôtie “La Viallière” 2015 – Domaine de Bonserine

Il colore rosso rubino impenetrabile con riflessi ancora porpora ne rivelano la gioventù.

Il naso è piuttosto aperto e godibile, parte su note di frutta scura (mora, cassis) accompagnate dalla dolce pungenza della violetta. Dopo pochi secondi, inizialmente in secondo piano, emergono i sentori speziati di pepe verde, patè di olive, cuoio, tabacco biondo, carne. Il tutto avvolto da una nota balsamica quasi piccante.

L’ingresso in bocca è potente e di gran volume, ma senza eccessiva morbidezza, il vino riempie il cavo orale di sapore e potenza, ma l’incedere della materia è di inappuntabile eleganza, con l’acidità che tiene a bada calore e polpa. La chiusura è appena amaricante con un tannino che risulta, senza cibo a supporto, appena scoperto.

Persistenza molto buona su freschi ritorni floreali.

Plus: estremamente giovane, ma già godibile; qualche anno in cantina – come anche confermato dal riassaggio il giorno successivo all’apertura – aiuteranno a conferire ancora maggior eleganza e compiutezza al vino.

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Sassella Vigna Regina 2007 – Ar.Pe.Pe.

Non è la prima volta che su Vinocondiviso parliamo dei vini di Ar.Pe.Pe., produttore storico e di riferimento della Valtellina.

Quando si stappa un vino Ar.Pe.Pe. le aspettativa sono sempre elevate e ancor di più quando si tratta di un vino ottenuto da una vigna storica, posta a 450 metri di altitudine, con vigne vecchie e da cui si ottiene uno dei vini più longevi e complessi della Valtellina.

Valtellina Superiore Sassella Vigna Regina Riserva 2007 – Ar.Pe.Pe.

Colore granato di vivace luminosità.

Naso estremamente sfaccettato e autunnale di foglie secche, funghi, rose appassite, sottobosco, lamponi disidratati, ma poi anche matita, karkadè e, a chiudere, una rinfrescante nota di scorza d’arancia.

Il vino entra nel cavo orale stretto, al primo assaggio mostra un’indole magra, da nebbiolo di montagna. Lo sviluppo è verticale, ma in progressione il sorso si allarga con grazia. Dal centro bocca in poi fa la sua comparsa l’acidità succosa ma soffusa. La chiusura è accarezzata da un’inaspettata e piacevole dolcezza di frutto che rende il sorso gourmand. Sul finale si apprezza il tannino, cesellato e saporito, che contribuisce a prolungare la persistenza del vino.

Sarebbe perfetto con una faraona arrosto.

Plus: vino che mette d’accordo pancia e cervello, riuscendo ad essere al contempo godibilissimo e cerebrale.

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Giac’ Potes, il vino da merenda dei fratelli Giachino

Su Vinocondiviso parliamo spesso dei vini della Savoia. E continuiamo a farlo anche in quest’occasione per raccontare di un vino del domaine Giachino, un’azienda biologica e biodinamica situata nel parco regionale della Chartreuse, con vigne sulle pendici del Mont Granier nei comuni di Chapareillan, les Marches et Apremont.

Savoie AOC “Giac’ Potes” 2018 – Domaine Giachino

Il vino in questione è ottenuta da fermentazione a grappoli interi di mondeuse e gamay.

Il colore rubino screziato di blu ne svela l’estrema giovinezza.

All’olfatto prevale il floreale del garofano, seguito dal frutto rosso (fragola) e da qualche nota sanguigna.

Il vino è agile e beverino, ha un buon volume, si sviluppa cremoso con la componente fruttata ben bilanciata da vena acida e salina. Il vino chiude con un tannino appena astringente, con ottima persistenza e ritorni floreali.

Plus: vino da merenda, scorrevole e schietto senza essere banale.

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Il Beaujolais in 6 bottiglie

Il Beaujolais è una delle regioni vinicole francesi più trascurate, o meglio misconosciute. Fino a 30-40 anni fa il territorio era noto prevalentemente per il Beaujolais Nouveau, il famoso vino novello francese che invadeva a novembre mezza Europa al grido “le beaujolais nouveau est arrivé!”. In anni più recenti il consumo di questo vino ottenuto da macerazione carbonica è diminuito (-60% in 30 anni!) e i degustatori più curiosi hanno imparato a conoscere le zone più nobili della regione, ovvero le zone ed i vini dei 38 comuni del Beaujolais Villages e soprattutto i 10 crus del Beaujolais, dichiarati AOC uno ad uno, progressivamente, dal 1936 al 1988.

la mappa del Beaujolais – credits: winescholarguild

La regione del Beaujolais è situata a 30 chilometri a nord di Lione e immediatamente a sud del Mâconnais. È inoltre delimitata a est dalla valle della Saône e a ovest dai Monts du Beaujolais. Il paesaggio della regione, che ho avuto modo di visitare, è entusiasmante: colline vitate ad alberello, con vigne spesso molto vecchie, si alternano a mulini e caratteristici borghi.

Il vitigno principe è il gamay (originato dall’incrocio naturale di pinot noir e gouais blanc), molto più raro lo chardonnay. Complessivamente l’AOC Beaujolais si estende per 22.500 ettari, i comuni del Beaujolais Villages insistono su 6.000 ettari, mentre i 10 crus complessivamente coprono 6.400 ettari. La produzione totale annua è di oltre 300.000 ettolitri.

I vini del Beaujolais sono vini molto fruttati, agili e beverini, di basso tenore alcolico e con tannini poco pronunciati. Le bottiglie di maggior interesse provengono dai 10 crus: Brouilly, Côtes-de-Brouilly, Regnié, Morgon, Chiroubles, Fleurie, Moulin-à-Vent, Chenas, Juliénas, Saint-Amour. Qui i vini raggiungono una complessità ed una capacità di evolvere nel tempo del tutto particolare manifestando un carattere che ben interpreta il terroir specifico di appartenenza. E così se i vini di Fleurie – le cui viti poggiano su terreni di granito rosa, acidi e piuttosto poveri – esprimono un carattere elegante e femminile, i Morgon – da un suolo di scisti decomposti (roche pourrie) – manifestano una personalità più robusta e generosa con un potenziale di invecchiamento interessante.

La degustazione

La rinascita del Beaujolais si deve prevalentemente alla scommessa di quattro produttori – Jean Foillard, Marcel Lapierre, Jean-Paul Thévenet e Guy Breton – che negli anni ’80 decisero di puntare alla qualità grazie ad una filosofia produttiva tradizionale, oggi diremmo naturale, ovvero: vecchie viti, conduzione biologica o biodinamica, poca solforosa, fermentazioni spontanee, scelta di non filtrare, etc.

Da allora i molti seguaci di questi quattro antesignani fanno sì che il Beaujolais sia una delle regioni francesi a più alta concentrazione di produttori naturali. I vini prescelti per la degustazione hanno tenuto conto di questa peculiarità ed hanno accompagnato stupendamente degli ottimi fagiani arrosto.

Beaujolais “Terres Beaujolaises” 2016 – Emmanuel Giboulot

Produttore biodinamico borgognone, con vigne anche in Beaujolais, divenuto celebre nel 2013-2014 quando fu condannato per il rifiuto di aderire all’obbligo di trattamento preventivo delle vigne con pesticidi anti flavescenza dorata.

Il vino ha una veste rubino chiaro luminoso con olfatto che si dipana tra note dolci di ciliegia, ribes e effluvi balsamici e floreali (lavanda). Bocca da peso piuma, leggera, anche se profonda, e piuttosto rapida nello sviluppo. Chiude leggermente caldo nonostante il basso tenore alcolico nominale (11,5%).

Morgon “La Voûte Saint-Vincent” 2018 – Louis Claude Desvignes

L’azienda Desvignes da otto generazione si dedica al Morgon, con parco vigne decisamente vecchio e ben 5 ettari all’interno del cru più prestigioso della denominazione, il Côte du Py.

Il vino è di un rosso rubino inteso, il naso è boschivo, minerale e con qualche tratto vegetale di verdura cotta che accompagna un frutto piuttosto scuro. Bocca di buon volume, dalla convincente progressione guidata da acidità succosa. La chiusura è lunga e sapida.

Fleurie “au bon grès” 2014 – Michel Guignier

Michel Guignier è un produttore biologico e biodinamico poco conosciuto in Italia che con il suo Fleurie ha molto sorpreso i degustatori. Vino seducente a partire da un colore rubino chiaro luminoso, colpisce con un olfatto sfaccettato, ricco di dettagli e sfumature: agrumi e lamponi, cola e grafite, china e fiori rossi…sorso molto dritto ed essenziale poiché si sviluppa in una silhouette esile (10,7% il titolo alcolometrico!). Nel complesso però il vino è equilibrato e caratterizzato da una chiusura saporita. Affascinante.

Morgon Vieilles Vignes “Côte du Py” 2013 – Damien Coquelet

Coquelet è uno degli enfant prodige di Morgon, la sua prima vendemmia, appena ventenne, fu il millesimo 2007. Il Morgon nel bicchiere è rubino chiaro leggermente velato, l’olfatto è guidato in un primo momento dal frutto rosso dolce (lampone, ribes) poi si fa strada una mineralità scura accompagnata da cenni di agrumi. La sviluppo in bocca è dolce/amaro: l’ingresso dominato dal lampone e retrolfatto su ritorni di rabarbaro e tè nero. Grande sapidità e lunghezza in chiusura.

Morgon “Côte du Py” 2010 – Jean Foillard

Dall’inizio degli anni ’80 Foillard è un riferimento assoluto in Beaujolais con belle vigne in Côte du Py. Bel colore rubino luminoso, con gli agrumi che aprono le danze seguiti dai fiori rossi, il pepe bianco e la cola. Vino di grande bevibilità eppur con molto da dire. La bocca è agile, certo, ma si sviluppa con grazie e sapore, sale e lieve amertume in chiusura. Decisamente lungo. Un gamay che a 10 anni dalla vendemmia è ancora pimpante e che ha lunga vita davanti a sé.

Morgon 2011 Cuvée MMXI – Marcel Lapierre

Produttore naturale prima che l’aggettivo avesse la connotazione che gli diamo attualmente, Marcel Lapierre è senz’altro il più mitico produttore del Beaujolais. Il vino nel bicchiere è purtroppo piuttosto deludente, con note di torrefazione, vaniglia e sbuffi lattici. Anche la bocca non decolla e resta inchiodata su note amarognole piuttosto rustiche. Probabile bottiglia sfortunata.

Per accompagnare un’ottima crostata con ganache al cioccolato e lamponi freschi non ci siamo fatti mancare uno stupefacente Passito di Pantelleria 2006 di Ferrandes. Vino ricco di sfumature come uva passa, scorza d’arancia, caffè, noci, erbe aromatiche, spezie…ed un sorso ricco e suadente, solare e mediterraneo. La bocca chiude agrumata e deliziosamente salata.

Un Barolo tira l’altro

In enoteca difficilmente bevo due vini dello stesso produttore.

Generalmente mi piace variare e scegliere denominazioni e produttori diversi per viaggiare lungo lo Stivale e oltre…grazie ad un semplice calice fra le mani.

Qualche giorno fa invece ho deciso di soffermarmi sui vini di un produttore che avevo già bevuto ma che non ho ancora mai visitato e conosciuto di persona. L’assaggio del primo vino, un Barolo, è stato epifanico a tal punto che non ho potuto esimermi dall’assaggiarne anche un secondo!

Si tratta di due splendidi Barolo, annata 2015, di Cascina Fontana.

Il primo vino assaggiato è stato il Barolo 2015 dell’Azienda Agricola Cascina Fontana. Un vino che parte su note piuttosto scure di frutta matura e cenni di catrame ma in pochi minuti si distende svelando note più chiare di rose rosse, melograno e persino frutta bianca. In bocca il vino ha una bella scorrevolezza ma non priva di grip e personalità: il tannino è più velluto che seta, la chiusura è pulita, ma sapida e lunga.

Insomma un’interpretazione dell’annata 2015 a Barolo che mi ha colpito e che mi ha portato ad assaggiare un altro Barolo del medesimo produttore presente in mescita: il Barolo di Castiglione Falletto 2015 – Cascina Fontana.

Il Barolo di Castiglione Falletto è ottenuto dalle migliori uve delle vigne del comune Castiglione Falletto, ovvero Villero e la vigna Valletti, zona Mariondino. Vino dal un fascino irresistibile: seducente il colore rosso rubino scarico attraversato da luminosi lampi granati; sensuale l’incedere in bocca fatto di fiori appassiti, frutti rossi piccoli e croccanti, cenni di liquirizia; raffinato e voluttuoso il finale su ritorni fruttati e minerali, persino marini.

Insomma due Barolo 2015 che mi hanno pienamente convinto.

E tu? Quali i Barolo 2015 che ti sono piaciuti di più fino ad ora?