Les Cocus 2020, lo stupefacente chenin di Thomas Batardière

Le regioni francesi vocate per i vini bianchi sono molteplici eppure, se dovessi sceglierne solo una, senz’altro la mia personalissima preferenza ricadrebbe sulla Loira, grazie alle magistrali interpretazioni che molti produttori danno al quel magnifico vitigno che è lo chenin. La riflessione è confermata, una volta di più, dall’assaggio di questo splendido vino di Thomas Batardière.

Les Cocus 2020 – Thomas Batardière

Thomas Batardière si installa a Rablay-sur-Layon nel 2012 e si ritrova come vicino di casa e di vigna il mitico Richard Leroy, sì proprio il produttore del vino di Loira più ricercato del momento, ovvero Les Noëls de Montbenault, che gli appassionati di mezzo mondo si contendono a caro prezzo (quotazioni che sfiorano i 500 € a bottiglia, sigh!).

La filosofia seguita da Thomas è quella naturale, con certificazione biodinamica (Demeter) acquisita nel 2015. Sono poco più di 3 gli ettari a disposizione, chenin in prevalenza, ma anche cabernet franc e grolleau. Il vecchio vigneto da cui deriva il vino che abbiamo nel calice, impiantato nel 1968, è proprio a fianco al Montbenault, alla destra orografica del Layon, 0,6 ettari in cima alla collina. Il vino fermenta senza inoculo di lieviti selezionati e affina circa 10 mesi in legno, per poi passare pochi mesi in acciaio prima di essere imbottigliato con aggiunta minima solforosa.

Nel calice scorre un liquido dal colore oro antico di grande luminosità. Molto articolato al naso con sensazioni che vanno dal pop-corn, alla frutta gialla, poi sentori marini (alghe, battigia), roccia, affumicatura e un’intrigante nota agrodolce di scorza di limone candida. Bocca snella e agile, l’alcol (13%) è in secondo piano perché ben integrato nella materia, non poderosa comunque, del vino. Ne risulta una beva molto facile, mai banale, anzi l’articolazione e lo sviluppo sono decisamente da grande vino, l’acidità è corroborante e vivace e i ritorni sono uno splendido mix di mare, sale e frutta. Chiusura soffice ma di carattere grazie ad un’astringenza appena accennata che però fornisce grip e lunghezza.

Plus: vino naturale ed espressivo ma non “selvatico”, nulla sembra lasciato al caso in questo vino dall’equilibrio mirabile. Peccato che il produttore, come ormai molti vignerons naturali, decida di non rivendicare in etichetta la AOC di riferimento (Anjou) e preferisca dichiararsi semplicemente Vin de France…

Diego Mutarelli
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Carignano del Sulcis Riserva “Seruci” 2018 – Enrico Esu

Abbiamo già parlato del Carignano del Sulcis di Enrico Esu, per l’esattezza del “Nero Miniera”, vino che nasce letteralmente sulle miniere di Carbonia.

Oggi torniamo sul produttore perché abbiamo avuto modo di assaggiare il Carignano del Sulcis Riserva “Seruci” 2018, vino ottenuto dalla selezione delle migliori uve di carignano di una vigna ad alberello e a piede franco del 1958. Il vino affina per 12 mesi in tonneaux e, in questa annata colpita da peronospora, la produzione è stata limitata dal punto di vista delle quantità e delle rese.

Color impenetrabile e compatto, di un rosso rubino dai riflessi bluastri. Il vino scorre nel calice lento e denso, dà fin da subito l’idea di un vino pieno, fitto e concentrato.

L’olfatto è dapprima sulla frutta (marasca, prugna), poi mineralità scura, datteri, cioccolatino alla menta, fiori rossi macerati…

Il vino ha gran volume in ingresso, entra morbido grazie ad una poderosa materia fruttata, ma fortunatamente non impasta la bocca, non si ferma lì, ma si sviluppa benissimo in profondità grazie ad un’acidità ben presente e al tannino che fornisce grip ed allungo. Il vino è un piccolo miracolo di equilibrio insomma, soprattutto grazie alla mirabile gestione dell’alcol che pur sostenuto (15%) è ben integrato nella “fibra muscolare” del vino. Il risultato è un sorso sorprendentemente dinamico e facile alla beva.

In chiusura, dopo la deglutizione, il vino rimane a lungo su ritorni aromatici di frutta, sale e liquirizia.

Plus: non è affatto comune trovare in vini così potenti verve e mobilità degna di un peso piuma, un vino Riserva che si differenzia nettamente dal Nero Miniera, più agrumato e “chiaro” il Nero Miniera, più scuro e compatto questo. Insomma, ce ne è per tutti i gusti!

Diego Mutarelli
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Chionetti, il portabandiera di Dogliani

L’appuntamento autunnale con le Langhe è ormai diventato una piacevole consuetudine. Quest’anno abbiamo deciso di dedicarlo al portabandiera di Dogliani, ovvero all’Azienda Agricola Chionetti.

Fondata a inizio ‘900, oggi l’azienda possiede 15 ettari vitati, producendo circa 80.000 bottiglie ogni anno, la metà delle quali esportate all’Estero. L’azienda si trova a Dogliani, in località San Luigi, e da sempre è focalizzata nella valorizzazione del dolcetto, vitigno molto interessante, che coniuga immediatezza e longevità, semplicità di beva e articolazione.

In anni recenti l’azienda ha acquistato 1,5 ettari in zona Barolo, con tre diversi appezzamenti, rispettivamente nel cru Parussi (Castiglione Falletto), Roncaglie (La Morra) e Bussia Vigna Pianpolvere (Monforte d’Alba).

La visita inizia da una didattica camminata in vigna dove è possibile apprezzare le vigne che hanno appena perso le foglie e sono pronte per il riposo invernale, il terreno inerbito un filare sì e uno no (l’azienda è certificata biologica), il terreno più argilloso ad inizio collina e più calcareo in cima, e un bellissimo panorama che abbraccia tutte le Langhe, dal Monviso a Monforte d’Alba e oltre.

La cantina è moderna e spaziosa, con i contenitori di vinificazione e affinamento in inox, legno grande e cemento disposti ordinatamente in due sale contigue.

Di seguito qualche impressione sui vini assaggiati in azienda, ma ci ritorneremo tra qualche tempo, quando avremo avuto modo di degustare con calma i vini acquistati in loco:

Langhe Riesling 2020: l’unico bianco aziendale viene dalla vigna Martina, a 500 metri sul livello del mare a Dogliani. Il vino è molto fine al naso con ricordi di agrumi, pesca, erbe aromatiche, idrocarburi e delicati sentori vegetali. Sorso di ottima freschezza, beva agevolata da una struttura snella e meno “dimostrativa” di altri riesling di Langhe. Convincente

Dogliani Briccolero 2021: dalla porzione sud-est del cru San Luigi si ottiene questo Dogliani gustoso e compatto, giovanissimo e giustamente compresso in questa fase con un’olfatto prevalentemente sui frutti scuri e i fiori rossi oltre a un tocco terroso. Bocca intensa ma dinamica, con un’acidità ben presente a supportare lo sviluppo e fornire allungo in chiusura. Da attendere con fiducia

Dogliani San Luigi vigna La Costa 2019: dai ceppi più vecchi posti sulla sommità della collina Briccolero, affina in grandi botti di rovere francese ed esce in commercio dopo tre anni dalla vendemmia. Si tratta di un Dogliani aristocratico e complesso, che pur mantenendo un’ottima beva, si impone grazie al un frutto rosso croccante, i fiori appassiti, il pepe, la liquirizia…l’incedere in bocca è caratterizzato da materia e succo, slancio e vigore, la trama tannica è fitta, il sorso profondo e succoso. Dolcetto o scherzetto? Qui non si scheza affatto!

Langhe Nebbiolo la Chiusa 2019: bel nebbiolo che sa di ribes, rose e mineralità chiara, il tannino è fitto ma fine, si beve con grande piacere grazie ad un’acidità rinfrescante che accompagna il vino verso un finale fatto di ribes e liquirizia. Attraente

Barolo Roncaglie 2018: un Barolo estroverso che si esprime su note di melograno, sangue, fiori macerati, un tocco ferroso. La trama è fitta e la materia compatta, eppure il vino è articolato, caratterizzato da un tannino serrato e saporito e da una profonda scia minerale. Vino che migliorerà ancora ma che dimostra la sua classe anche in questa fase giovanile. Maestoso

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Inconfondibile 2022: ecco le 6 bollicine che ci hanno emozionato di più

Si è conclusa a Milano la terza edizione di Inconfondibile, il festival dedicato ai vini ancestrali e rifermentati in bottiglia.

Rapido ripasso su cosa differenzia le due tipologie, prendendo in prestito quanto riportato sul sito della manifestazione:

Nel metodo ancestrale, l’uva, vendemmiata matura verso la fine del mese di ottobre, inizia il processo di fermentazione che è però interrotto dall’avanzare del freddo invernale. Il mosto viene imbottigliato e il successivo arrivo della primavera risveglia i lieviti contenuti nella bottiglia che concludono la fermentazione nutrendosi degli zuccheri residui presenti.
La rifermentazione in bottiglia caratterizza invece vini che hanno già completato la fermentazione alcolica e in cui si favorisce una seconda fermentazione grazie all’aggiunta di zuccheri (principalmente mosto) e lieviti.

Il risultato è quello di avere nel bicchiere vini effervescenti, di frequente velati, con sentori caratterizzati dal lavoro dei lieviti che sono a contatto con il vino sul fondo della bottiglia (vini infatti detti anche “col fondo“).

Il livello dei vini assaggiati è stato soddisfacente, con alcune punte di eccellenza e qualche bella novità. Di seguito le cose che ci hanno colpito di più, ma gli assaggi convincenti sono stati molteplici.

Azienda Agricola Frozza

Ci troviamo a Colbertaldo di Vidor, in piena Valdobbiadene, e qui Giovanni Frozza conduce pochi ettari di vigna in posizioni invidiabili. I vini in assaggio erano tutti di grande interesse, ma ci ha colpito in particolare il rifermentato in bottiglia, una selezione di sole 1000 le bottiglie, chiamata Giovanin 2016. Un naso veramente intrigante che differisce nettamente da altre esempi di glera assaggiati alla manifestazione: rosmarino, salvia, lavanda, il tocco di frutta bianca (pera) in secondo piano, per un sorso cremoso, fresco, agrumato e lunghissimo. Anche l’assaggio del Giovanin 2017 ha confermato la grande mano del produttore e la longevità di questo vino fuori dall’ordinario.

Bele Casel

Ci spostiamo nella denominazione di Asolo con quest’azienda che è una garanzia e infatti su queste pagine ne abbiamo già parlato. Anche in questa rassegna Bele Casel va a segno con il ColFondo Agricolo, rifermentato in bottiglia da uva glera, perera e bianchetta trevigiana. In assaggio sia l’annata 2019 sia la 2020, con una leggera preferenza per quest’ultima annata in cui le note di frutta bianca iniziano a passare in secondo piano a favore di una raffinata mineralità e di un tocco quasi balsamico, il sorso è gustoso con un entusiasmante finale salino. Vino che crescerà ancora.

Terén

Una vera e propria rivelazione questa azienda praticamente sconosciuta. Anche su web ci sono pochissime informazioni, l’azienda è infatti alla prima vendemmia e si trova a Sacile (PN), territorio fuori dalle rotte enoiche più prestigiose. Eppure, questa giovane azienda convintamente biodinamica, presenta una gamma tutt’altro che banale. Il loro vino più centrato a nostro parere è l’Argine Bianco 2021, ottenuto da pinot grigio in prevalenza con un 25% di friulano (antico biotipo di tocai giallo). Il colore è quello che vedete dalla foto, quindi decisamente velato, ma l’olfatto è luminoso di pesca, fiori gialli, erbe aromatiche, con una progressione in bocca stratificata, nella sua scorrevole delicatezza. Il vino è estremamente beverino, elegante e sapido con una chiusura soave ma di notevole persistenza.

Francesco Bellei

Della cantina Francesco Bellei abbiamo apprezzato particolarmente il Lambrusco di Sorbara Ancestrale 2021 con le note varietali fruttate e floreali in primo piano, quindi fragola, lampone, violetta, ma anche un’interessante nota di rosmarino. Sorso fresco, per un vino quasi “croccante” nella sua immediatezza e succosità. Finale sapido e saporito, con una scia aromatica coerente con quanto sentito al naso. Vino che unisce scorrevolezza ed eleganza in mirabile equilibrio.

Sorelle Bronca

Torniamo dalle parti di Valdobbiadene con questo vino delle Sorelle Bronca. Si tratta del Valdobbiadene Prosecco Superiore D.O.C.G “Sui lieviti” Brut Nature 2021, un rifermentato in bottiglia di glera (95%) con bianchetta trevigiana e perera a saldo. Vino ben fatto, di grande compostezza, con il frutto giallo in evidenza accompagnato da una piacevole scia floreale e vegetale ed una soffusa mineralità. Chiusura piacevolmente amaricante.

Terre Grosse

L’Azienda Agricola Terre Grosse si trova in provincia di Treviso, sulla sponda destra del Piave. Si dedica in particolare ai vitigni storici della zona ed è in regime biologico. Ci è piaciuto particolarmente il Raboso Ancestrale 2020, un vino rosato veramente accattivante: fruttini rossi (fragoline di bosco e lamponi), ma anche una nota agrumata di clementine, bollicina sottile e cremosa che accompagna uno sviluppo scorrevole ma profondo, chiusura tersa e salina. Fantastico vino da merenda!

Diego Mutarelli
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#Solorosso G 2019 – Maurizio Ferraro

Il vino di cui parliamo in questo post è un vino naturale dell’astigiano; a Montemagno (AT) si trova infatti l’Azienda Agricola Ferraro Maurizio che si dedica al vino dal lontano 1819. L’approccio orgogliosamente proclamato fin dal motto di famiglia – “ne foeder moriar” che significa “a patti non scendiamo” – è quello di una viticultura rispettosa dell’ambiente e intransigente verso ogni tipo di scorciatoie enologiche. L’azienda dichiara l’adesione alla filosofia de Les Vins S.A.I.N.S. “Sans Aucun Intrant Ni Sulfite”.

Non nascondo dunque di aver aperto la bottiglia con un po’ di preoccupazione, non è raro infatti che vini naturali senza solfiti aggiunti siano meno “stabili” dei vini più convenzionali e possano sviluppare spigolosità o difetti che ne pregiudicano la bevibilità. Non è stato questo il caso, infatti il vino si è dimostrato godibile e aperto, pulito e di ottima fattura.

#Solorosso G 2019 – Maurizio Ferraro

Si tratta di un vino ottenuto da un’unica vigna di grignolino di oltre 50 anni. Si presenta con una veste estremamente accattivante, un bel granato con riflessi aranciati e screziature color lampone, appena velato eppure luminoso.

Olfatto intrigante molto sul frutto rosso (ribes, fragoline), poi anche agrumato (arancia), un bel tocco floreale ad una curiosa nota “acquosa”/vegetale che ricorda il cetriolo.

Bocca leggera e scorrevole, gli 11,5% di titolo alcolometrico agevolano la beva ma il vino ha comunque un certo impatto, risulta saporito aromaticamente e di ottima articolazione grazie ad un tannino fitto ed una vivace acidità.

Chiude su ritorni dolciamari di ribes e liquirizia.

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Thibaud Boudignon, il campione di judo innamorato dello chenin

La storia di Thibaud Boudignon è singolare. Campione di judo a fine carriera, abbandona il tatami e si dedica anima e corpo al vino, diventando un ambasciatore dello chenin. Infatti, dopo un apprendistato a Bordeaux e in Borgogna, nel 2008 si installa in Loira, per la precisione a Savennières, e fonda la sua azienda che ben presto diventa un riferimento per tutta la regione. Segue in regime biodinamico 3,5 ettari di vigna, 100% chenin: 2 ettari nella denominazione Anjou e 1,5 ettari in appellation Savennières.

Anjou Blanc 2019 – Thibaud Boudignon

Il vino è ottenuto da vigne di circa 35 anni, i rendimenti sono molto bassi, fermentazione spontanea in acciaio, affinamento in legno francese e austriaco, fermentazione malolattica non svolta.

Il vino si presenta in una luminosa veste giallo paglierino con riflessi dorati. Naso di c’era d’api, frutta bianca, polline, un alito marino salmastro che sa di alghe e ostriche, poi ancora scorza d’arancia e roccia.

Bocca in ingresso di ampiezza e intensità, parte su note rotonde di bella dolcezza, poi si sviluppa in freschezza e verticalità, grazie ad una verve acida che bilancia il sorso, dà slancio e allungo. Il vino si muove con grazia e ed eleganza, la beva è pericolosamente agile tanto da far sembrare il 14% di titolo alcolometrico riportato in etichetta un errore di stampa. 🙂

Chiude leggiadro e persistente su ritorni di sale e agrumi.

Le capesante gratinate potrebbero essere il piatto perfetto per questo vino.

Plus: un ottimo vino bianco contemporaneo: materico e potente come struttura, ma di grande “scorrevolezza” e dinamica all’assaggio.

Diego Mutarelli
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Un Saint-Émilion del Friuli

Non è la prima volta che ti parlo dei vini de Le Due Terre, notevole azienda dei Colli Orientali del Friuli. Fino ad ora mi ero però concentrato principalmente sui loro vini ottenuti dai vitigni autoctoni friulani, ovvero friulano, ribolla gialla, schioppettino, refosco (vedi questo post oppure quest’altro). In questa occasione sono invece stato piacevolmente sorpreso dal merlot – vitigno considerato quasi “autoctono”, visto che è presente in Friuli dalla seconda metà del XVIII secolo – che per un attimo mi ha catapultato a Saint-Émilion!

Friuli Colli Orientali Merlot 2016 – Le Due Terre

Rosso rubino compatto il colore. Primo naso molto sul frutto, con prugna e confettura di amarene in evidenza, arrivano poi la cannella ed il cioccolato al latte, ma anche un delicato floreale rosso che esce a bicchiere fermo. Una raffinata nota balsamica completa il quadro aromatico.

Il sorso è ampio, con morbidezza fruttata in ingresso, la progressione è però profonda, per nulla “cedevole”, anzi il liquido si sviluppa con ottima dinamica e una freschezza che, pur in filigrana, supporta la trama gustativa. Il tannino è risolto e ben maturo, si avverte elegante solo a fine sorso. La chiusura è di grande persistenza su ritorni di frutta scura, sale e spezie.

Abbinamento riuscito con una fumante pasta e fagioli.

Plus: vino che non rinnega le caratteristiche varietali del merlot ma riesce a non farsene soggiogare, dunque carezzevole senza alcuna concessione alle mollezze né al vegetale, come non di rado accade in certi merlot friulani. Beva molto facile eppure il vino è tutt’altro che banale, alla cieca potrebbe essere scambiato per un raffinato vino della rive droite.

Diego Mutarelli
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Il Friulano di Miani in verticale

I Colli Orientali del Friuli sono terra di grandi vini bianchi e sorprendenti vini rossi. E Miani è senza ombra di dubbio l’azienda di riferimento: i suoi vini sono ricercati e apprezzati dagli appassionati di tutto il mondo e le poche migliaia di bottiglie messe in commercio ogni anno spariscono in poco tempo e raggiungono ragguardevoli quotazioni nel mercato secondario.

Ho già scritto di Miani e del suo artefice, Enzo Pontoni, in concomitanza di una coinvolgente visita in cantina. L’occasione per riparlarne è stata l’imperdibile degustazione verticale del friulano Miani, organizzata da WineTip a Milano.

Il friulano – già tocai – è forse il vitigno a bacca bianca autoctono più rappresentativo dei Colli Orientali. Se opportunamente allevato e vinificato è molto adatto all’invecchiamento, il che consente al vino di distendersi ed arricchirsi di aromi, mentre in gioventù il vitigno è tanto timido al naso quanto potente, caldo e compresso in bocca.

Miani è noto per la cura maniacale delle proprie viti, Enzo Pontoni passa buona parte del suo tempo da solo in vigna, ma in cantina è tutt’altro che improvvisato. Le scelte di vinificazione sono molto precise: il legno è l’unico materiale che sta in contatto con il mosto, dalla fermentazione fino al prodotto finito, e l’affinamento è di molti mesi (12 nel caso del friulano) in barrique francesi prevalentemente nuove.

Prima di raccontare qualcosa sui singoli vini bevuti partiamo dal fondo, ovvero da quello che la degustazione ci ha lasciato e dal fil rouge (in questo caso dovremmo dire blanc!) che unisce tutti i friulano Miani assaggiati:

  • mineralità: da tutti i campioni è emersa, prepotente, un’innegabile nota minerale di roccia e sale. Il terreno dei Colli Orientali, localmente detto ponca, ovvero marna e arenaria stratificati nel corso dei millenni, fornisce ai vini un’impronta che non possiamo che definire minerale;
  • caratteristiche organolettiche: fieno, fiori di campo, mandorla fresca, note di erbe aromatiche e delicatamente vegetali (dal timo al rosmarino, dalla verbena al tè verde), frutta poco matura in gioventù e più dolce con il passare del tempo fino ad arrivare a note elegantemente tropicali, spezie e sbuffi balsamici per i vini più vecchi, con qualche tocco di miele e nocciola…insomma il friulano può diventare un vino decisamente complesso per chi lo sa attendere;
  • opulenza: chi cerca nei vini bianchi agilità di beva, verve acida e freschezza agrumata non troverà nel friulano dei Colli Orientali il suo vino ideale. Di contro però la materia ricca e densa, stratificata e potente, è perfettamente bilanciata da uno sviluppo armonioso in bocca, da una saturazione gustativa con pochi uguali e da un’acidità in filigrana sempre presente che accompagna il vino in un finale salino appagante e lunghissimo;
  • legno: l’uso sconsiderato del legno piccolo e nuovo è per molti, compreso chi scrive, quello che per Superman è la kryptonite…ebbene da Miani l’utilizzo del legno è funzionale al risultato finale, non usato dunque come “doping aromatico” o makeup di una materia scadente. In nessun assaggio le note boisé erano in primo piano: vaniglia, cognac, caramello e altre “amenità” sono sentori del tutto sconosciuti ai vini di Miani.

Veniamo ora ai vini assaggiati:

FCO Friulano Filip 2020: vino ancora giovane misurato ed elegante. Olfatto di pesca e albicocca non matura, poi polline, fino, roccia, mandorla fresca, verbena e scorza di limone. Sontuoso al sorso, ma potenza ed eleganza non sono un ossimoro per questo vino dalla chiusura tersa, calda e profonda. Ottimo già ora ma va atteso qualche anno. Elegante

FCO Friulano 2018: giallo oro il colore, si percepiscono note di pesca gialla, fiori di campo, minerale. Ingresso molto saporito e potente, sapido fin dal centro-bocca, a compensare una certa untuosità una sorprendente freschezza “pulente”. Chiude appena amaricante su ritorni di nocciola e rosmarino. Energico

FCO Friulano 2016: fiori gialli, balsamico, nespola, nocciola al naso. Al sorso il vino è caratterizzato da ampiezza e sapore, estremamente equilibrato con alcol gestito magistralmente, succo e progressione per un vino molto appagante e gastronomico. Chiusura sapida e rocciosa. A bicchiere fermo una curiosa nota di uva fragola. Armonico

FCO Friulano 2011: alla frutta gialla, anche tropicale (mango), si affiancano note mentolate, di spezie e rosmarino. Bocca morbida ben supportata da sapidità e freschezza, con note tostate in chiusura che, pur senza eccessi, riportano all’utilizzo della barrique. Moderno

FCO Friulano Buri 2007: ancora uno splendido giallo dorato il colore. Profumi di frutta matura, finocchietto, tarassaco e note balsamiche. Sorso di grande opulenza, stratificato, saporito, lunghissimo. Legno integrato alla perfezione in una materia eccellente. Il vino che è piaciuto di più alla platea di degustatori. Perfettamente in beva e con molta vita davanti. Aristocratico

FCO Friulano Buri 2006: il vino bianco più vecchio presente alla verticale che, a mio avviso, lungi dall’essere all’apice, risulta invece perfettamente risolto. Naso di roccia, fiori gialli appassiti, fieno, uva passa, miele di acacia… Bocca ampia e potente, saturante il sapore in quanto a intensità e allungo, eccezionale nella sua integrità. Chiude su un entusiasmante finale di scorza d’arancia. Immortale

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Ty…..go 2015 – Nusserhof (Heinrich Mayr)

I vini di Nusserhof – azienda biologica di soli 4 ettari vitati nei pressi di Bolzano – riescono a coniugare eleganza, facilità di beva e complessità come pochi altri. Non fa eccezione neppure questo teroldego, ottenuto da fermentazione spontanea in acciaio per seguire poi un affinamento di 20 mesi in legno e 25 mesi in bottiglia. Solo 850 le bottiglie prodotte, la reperibilità dunque non è così semplice…ma la qualità del bicchiere vale lo sforzo!

Il colore è un rosso rubino compatto con profondi riflessi bluastri.

I profumi sono di una complessità raramente percepita: si parte su note di frutta scura (more), poi arriva il floreale (peonia), e quindi in successione ginepro, legna arsa, pepe, liquirizia, tamarindo e qualche cenno balsamico…

L’entrata è calda e carezzevole, di un certo volume, la ricca materia fruttata satura il palato…eppure ad un ingresso morbido fa da contrappunto uno sviluppo fresco e verticale, che dona profondità e dinamica al sorso. Un’inattesa acidità agrumata ed un tannino fine e saporito accompagnano il vino in un finale di grande eleganza.

È stato abbinato con successo ad un filetto di maiale alla senape.

Plus: vino di grande personalità che sorprende e conquista, non cerca l’equilibrio a tutti i costi eppure trova armonia anche nei contrasti. E tutto ciò rende la beva imprevedibile e originale.

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Un poetico vino bianco dalla Savoia

I lettori più attenti sanno che Vinocondiviso parla spesso della Savoia e dei suoi vini. Un misto di curiosità, caso e serendipità, ci hanno portato ad assaggiare con regolarità i vini di questa regione dell’altra Francia, quella lontana dai riflettori e meno frequentata dagli appassionati italiani.

Oggi parliamo del Domaine des Côtes Rousses, giovane ma già affermata azienda che non ci risulta ancora importata in Italia. Si tratta di una realtà che coltiva 6 ettari su pendenze dal 15% al 45%, dunque non meccanizzabili, biologica certificata, segue i principi della biodinamica in vigna e una filosofia che potremmo definire naturale in cantina.

I vitigni coltivati sono principalmente i più importanti vitigni autoctoni della Savoia, ovvero jacquère, altesse e mondeuse. Oggi parliamo del loro vino ottenuto da una parcella di jacquère posto a un’altitudine di 580 metri.

AOP Vin de Savoie Jacquère “Armenaz” 2020 – Domaine des Côtes Rousses

Giallo paglierino con luminosi riflessi dorati. L’olfatto è delicato e seducente, richiede attenzione e ascolto e rivela note dapprima di fiori dolci (gelsomino, fiori di tiglio) per poi, in sequenza, dispiega mille altre sfumature di minerali (roccia spaccata, cenni di idrocarburi), clorofilla, pesca bianca, torrente montano… Non sta mai fermo e per il degustatore è divertente seguirlo nello sviluppo degli aromi in un quadro di grande compostezza.

La bocca è leggera (11%), esile (absit iniuria verbis), in ingresso la freschezza agrumata la fa da padrona, ma senza alcuna nota cruda, il sorso è succoso e profondo, abbastanza rapido nello sviluppo che porta ad una chiusura sapida e minerale.

Plus: vino che rappresenta benissimo le caratteristiche del vitigno jacquère, semplice e floreale, con un’interpretazione che ha il coraggio di lasciarlo così com’è, senza alcun orpello e senza il bisogno di cercare materia e polpa laddove, per caratteristiche di vitigno e altitudine, non è possibile. Il vino risulta in qualche modo poetico, ci ha ricordato, come stile e linguaggio, i migliori freschi millesimi di Edmond Vatan e del suo Sancerre “Clos la Néore”.

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