Presentazione guida Slow Wine 2026: tra colpi di fulmine e conferme

Tauma e Brunello Riserva Le Potazzine

Sabato 18 ottobre a Milano è andato in scena l’evento dedicato alla guida Slow Wine 2026 che, insieme alla presentazione della pubblicazione edita da Slow Food Editore e alla premiazione delle aziende, è stata affiancata come di consueto da un evento di degustazione che ha coinvolto centinaia di aziende e migliaia di degustatori e appassionati.

È estremamente arduo effettuare un vero e proprio resoconto di un’evento così ampio e che ci ha permesso di effettuare diverse decine di assaggi (indispensabile l’uso della sputacchiera naturalmente!). Però non rinunciamo alla nostra missione che è quella di condividere, limitandoci, visto il contesto, alle impressioni e agli assaggi che hanno lasciato il segno più di altri.

I colpi di fulmine

Molti sono stati gli ottimi vini, d’altronde in degustazione erano presente solo vini di aziende premiate in guida, ma due vini ci hanno colpito particolarmente.

Tauma e Brunello Riserva Le Potazzine

Brunello di Montalcino Riserva 2019 – Le Potazzine, un vino che coniuga eleganza e potenza, il tutto accompagnato da un ventaglio aromatico complesso di viola, canniccio, mineralità e frutta rossa, di grande dinamica e dalla chiusura lunghissima e sapida. Altro vino ipnotico è stato il Cerasuolo d’Abruzzo “Tauma” 2024 – Pettinella, ottenuto da uve di montepulciano d’Abruzzo allevate in parte ad alberello in parte a spalliera. Il vino è un rosato, o meglio un color cerasuolo che richiama le “cerase”, quindi di un rosa non troppo scarico, che colpisce per personalità e originalità: al naso fragola, melograno, roselline, ciliegia, erbe aromatiche, un tocco affumicato…il sorso è di grande dinamica e pure di un certo grip, il vino resta scorrevole e dalla beva “facile”. Un grande vino che abbiamo voglia di assaggiare in un contesto più intimo, per dargli il giusto spazio e ascoltarlo in tutti i suoi dettagli che, pur in un “assaggio da fiera”, ci sono sembrati fuori dal comune.

Le conferme

Molti i vini assaggiati che hanno confermato le alte aspettative, si tratta di vini che abbiamo già degustato in molte occasioni ma di cui veniva presentata l’ultima annata. E si sa che l’annata ha un peso sempre più rilevante.

Slow Wine 2026 - le conferme

In Langa molti vini notevoli quali il Barolo Villero 2021 – Brovia, austero, fitto e profondo, il Barbaresco Albesani 2021 – Cantina del Pino, delicato e goloso, il Verduno 2024 Gian Luca Colombo, pelaverga speziatissima e salata, il Barolo Bricco delle Viole 2021 – G.D. Vajra, elegante e armonico, il Pelaverga Verduno 2024 – G.B. Burlotto, sapido e di grande dinamica.

La bandiera della Liguria è stata difesa con convinzione dell’ottimo Dolceacqua “Terrabianca” 2023 – Terre Bianche, da segnalare anche il Colli di Luni Vermentino Superiore “I Pini di Corsano” 2023 – Terenzuola, con vigne che si affacciano sul mare tra Liguria e Toscana.

Nel nord est grandi conferme quali il Soave Classico La Froscà 2023 – Gini, sapido e di grande mineralità, il Carso Vitovska Kamen 2022 – Zidarich marino, delicato ma presente, l’Ograde 2022- Skerk dall’intrigante aromaticità con una scorzetta d’arancia all’olfatto di grande impatto, il Morus Nigra 2022 – Vignai da Duline, un refosco fresco e profondo.

In Toscana si mantengono al top il Brunello di Montalcino 2020 – Gianni Brunelli di grandissima finezza, lo Scrio 2022 – Le Macchiole, syrah gustoso, speziato e fitto, il Brunello di Montalcino Riserva 2019 – Poggio di Sotto, austero e di ottima persistenza.

Per il centro sud citiamo l’Olevano Romano Cesanese Riserva 2021 – Damiano Ciolli, di ottima stratificazione, il Castelli di Jesi Verdicchio Riserva “Il Cantico della Figura” 2021 – Andrea Felici, di grande classe, l’Etna Bianco Montalto 2023 – Terre Nere, carricante sapido e ficcante.

Da attendere (con fiducia)

Non sempre è facile leggere vini messi da poco in commercio, soprattutto per tipologie o produttori che notoriamente danno il meglio di sé con il passare del tempo. Alcuni assaggi ci hanno mostrato vini di grande prospettiva che vale la pena acquistare e mettere in cantina almeno un lustro, prima di poterli godere appieno.

Slow Wine 2026

Si tratta ad esempio del Barolo Serra 2021 – Giovanni Rosso dal tannino fitto ma dalla materia sontuosa, lo stesso dicasi per il Taurasi Riserva 2013 – Perillo, un vino che sfiderà i decenni a venire, ma già intrigante nella sua speziatura che fa capolino in un corpo robusto e tannico. Il Brunello di Montalcino “Passo del Lume Spento” 2020 – Le Ragnaie è un altro vino che ha bisogno di tempo per distendersi, ma ci sembra avere tutte le carte in regola per offrire soddisfazioni. Il Barolo Monvigliero 2021 – G.B. Burlotto ha senz’altro bisogno di tempo, in questa fase appare piuttosto compresso e su note di radici e vegetali che devono ancora trovare la giusta armonia. Diamo credito e fiducia anche al Barolo “Sperss” 2021 – Gaja, che ora alterna una bella dolcezza al naso a cui fa da contraltare una bocca severa e tannica.

Le piacevoli sorprese

Eventi di questo tipo consentono di assaggiare vini che non capitano spesso nel nostro bicchiere o addirittura che ancora non abbiamo mai bevuto. A volte dunque si fanno “scoperte” piacevoli e sorprendenti.

Slow Wine 2026, le sorprese

È il caso per esempio del Dolceacqua Superiore Peverelli 2022 – Mauro Zino, vino che avevamo assaggiato tre anni fa (si trattava dell’annata 2019) e che conferma le ottime impressioni di allora con un frutto maturo rintuzzato da ottima verve di macchia mediterranea, marino e sapido. Interessante scoperta anche il sangiovese Altoreggi 2022 – Casanuova, Thilo Besançon, vino ed azienda che non avevamo ancora mai assaggiato. A chiudere le soprese dell’evento citiamo il Lambrusco di Sorbara Rosé – Silvia Zucchi, grintoso, di grande acidità e con una fragolina che in chiusura arrotonda il sorso.

Le delusioni

C’è stata anche qualche delusione, tra i molti assaggi, in particolare per quei vini sui quali riponevamo una grande aspettativa che non è stata soddisfatta.

Slow Wine 2026, delusioni

Purtroppo al momento dobbiamo citare tra i vini deludenti uno dei più importanti vini italiani, quali il Brunello di Montalcino 2019 – Biondi Santi, un vino che in questa fase appare svuotato del frutto, di grande acidità ma poco stratificato e con un apparente deficit di polpa. Kurni 2023 – Oasi degli Angeli è un altro celebre vino che ha deluso le nostre aspettative, appare con un residuo zuccherino veramente evidente, la morbidezza al sorso non è compensata a sufficienza da un tannino pur prorompente, ma il vino risulta a nostro gusto molle e poco gastronomico.

Diego Mutarelli
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Quinta do Noval, due assaggi da ricordare

Questa estate in Portogallo per turismo, non potevamo non dedicare un po’ di tempo anche all’assaggio di una tipologia di vino tra le più prestigiose del mondo, parliamo dei Porto, i vini fortificati che vantano una storia plurisecolare.

Tra i diversi vini degustati ci hanno particolarmente colpito due assaggi che vogliamo ricordare e condividere, come di consueto, su queste pagine.

Ci trovavamo a Vila Nova de Gaia, città sulla riva sinistra del fiume Duero posta esattamente di fronte alla città di Porto e facilmente accessibile attraversando l’imponente Ponte Dom Luís I. La visita della città è particolarmente istruttiva per gli enofili, a Vila Nova de Gaia infatti vi sono le cantine di affinamento e gli uffici commerciali delle più importanti aziende produttrici di Porto. C’è la possibilità di assaggiare i vini di molti produttori che hanno dei punti vendita proprio a Vila Nova de Gaia.

Abbiamo scelto di fermarci a degustare presso Quinta do Noval, prestigiosa azienda la cui storia risale all’inizio del XVIII secolo. L’azienda produce sia i vini della Valle del Douro (Douro DOC) sia i vini Porto, sui quali abbiamo concentrato i nostri assaggi. Ecco cosa abbiamo bevuto:

Porto Vintage 2003 – Quinta do Noval

E’ un vino ottenuto da diverse varietà, che possono variare da un anno all’altro ma che generalmente comprendono vitigni quali touriga nacional, touriga francesa, tinto cão, sousão, tinta roriz. Il vino è pressato con i piedi in vasche di granito (lagares) e affina 18 mesi in botti di rovere.

Il vino si presenta di un rosso rubino integro. Al naso riconosciamo prugna, cioccolato, menta, ciliegia, asfalto…sorso di grande morbidezza anche se il residuo zuccherino è appena percepibile. Sviluppo carezzevole e caldo, un tocco gentile di tannino in chiusura. Molto lungo su ritorni di frutta rossa e liquirizia dolce.

Vino molto buono che coccola il palato e lo seduce con una certa immediatezza.

Tawny Port Single Harvest Colheita 2012 – Quinta do Noval

In questo caso siamo di fronte ad un Porto Tawny millesimato che, a differenza del Porto Vintage, invecchia in botte fino alla messa in bottiglia. Il vino dunque sosta in legno molto a lungo (in questo caso 11 anni di legno prima dell’imbottigliamento) e sviluppa maggiori note di evoluzione.

Rosso rubino chiaro con riflessi granati il colore, al naso frutta secca (noce), fieno, uva passa, cannella, ciliegie disidratate. Sorso di grande intensità, ampio e potente, ma voluttuoso e carezzevole, l’acidità non manca per la tipologia ed il residuo zuccherino risulta molto attenuato. Lunghissimo e profondo, chiude su ritorni di cioccolatino alla ciliegia e sale.

Vino più cerebrale e complesso del precedente che ci ha conquistato!

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Raro Perpetuo ‘9 ‘0 ‘1 di Radovič, il terrano più elegante

Il terrano è un vitigno scorbutico, dall’acidità quasi indomabile e che dà origine in Carso a vini ruspanti e saporiti, riconoscibili e originali. Alcuni produttori da tempo vinificano il terrano con cura ottenendo risultati di tutto rilievo. E’ però la prima volta che incontriamo un terrano di questa eleganza e armonia.

Raro Perpetuo ‘9 ‘0 ‘1 – Radovič

Si tratta di un “esperimento” di Peter Radovič (esperimento che ci risulta verrà replicato) che assembla tre diverse annate di terrano (2019, 2020 e 2021) e che dà vita, in questo primo tentativo, a solo 270 bottiglie. La fermentazione avviene con lieviti indigeni ed una lunga macerazione sulle bucce, quindi il vino sosta in una botte di rovere esausta.

Il risultato è un vino di un bel colore rubino intenso con riflessi che vanno dal blu al porpora. Al naso si riconoscono netti i frutti di rovo (more, gelsi), quindi un tocco vegetale di canniccio/fieno e qualche spezie che rimanda al pepe verde e all’eucalipto.

Il sorso è gustosissimo, di buon volume, di una certa morbida avvolgenza il tutto però innervato da una scalpitante acidità che non deborda mai, anzi sostiene lo sviluppo come da dietro le quinte, senza rubare mai la scena alla dolcezza del frutto. Il vino è dinamico, leggero (12,5%) eppure di grande personalità. Il tannino in chiusura dà grip e allungo sapido.

Plus: un vino naturale dall’eleganza sopraffina.

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Au Chant de la Huppe 2022 – Henri Chauvet

gamay-pinot noir

Oggi parliamo di un altro vino di Henri Chauvet, produttore dell’Auvergne di cui abbia già parlato qualche tempo fa. Per qualche informazione sul produttore invitiamo a leggere quel post, qui proseguiamo invece parlando del vino che abbiamo assaggiato in questa occasione.

Henri Chauvet

Côtes d’Auvergne “Au Chant de la Huppe” 2022 – Henri Chauvet

Vino naturale ottenuto da gamay e pinot noir vinificati separatamente e poi assemblati e invecchiati in botti di legno esauste. Il vino ha un bel colore rubino chiaro di grande luminosità. Naso pulito ed espressivo di frutta rossa (fragola, arancia rossa), viola, mineralità scura, cola.

Sorso improntato sulla freschezza che, insieme ad un tenore alcolico piuttosto contenuto (11,5%), rendono la beva scorrevole e golosa. La delicata effervescenza presente nel vino appena versato (suggeriamo una caraffatura) svanisce dopo qualche minuto di attesa. Il vino è estroverso anche in bocca, tanta frutta rossa e dinamicità, tannino setoso, sottile scia sapida e chiusura su ritorni di fruttati e amarognoli che richiamano la radice di liquirizia.

Plus: vino ben fatto che metterà d’accordo sia i winesnob, che ne apprezzeranno l’eleganza e l’impronta borgognona, che gli intransigenti del vino naturale che ne riconosceranno la spontaneità.

Diego Mutarelli
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Cinque amici a cena con cinque bottiglie

Monvigliero Burlotto

Metti cinque amici a cena con altrettanti vini bevuti alla cieca. Chiacchiere, divertimento e qualche interessante confronto sui vini degustati che di seguito proviamo a condividere.

Champagne Ambonnay Grand Cru Rosé – André Beaufort, uno Champagne rosé che abbiamo la fortuna di bere con una certa regolarità (e ne abbiamo parlato più volte anche su queste pagine, ad esempio in questo post) e che ogni volta ci ammalia. Il colore è un rosa aranciato di grande fascino, l’olfatto un tripudio di spezie, radici, agrumi amari, ma anche fiori dolci e lamponi maturi. Bollicina fitta ma sottilissima e delicata, il sorso è dolce e salato allo stesso tempo, grande freschezza, trascinante nella beva e lungo in chiusura su ritorni di agrumi e spezie. Si parte con il botto!

Fiano 2018 – Pietracupa, ottima riuscita per questo fiano di Pietracupa che alla cieca ha giocato a nascondino con i degustatori, che non lo hanno identificato così facilmente. Colore giallo dorato, naso di frutta gialla e cera d’api, scorza d’agrumi, nocciola. Asciutto e fitto nel sapore, profondo e articolato nello sviluppo, chiusura molto elegante e di ottima mineralità. Ancora una volta i bianchi irpini lasciano il segno.

Arbois Chardonnay “Les Follasses” 2022 – Michel Gahier, vino che appena versato non è perfetto, un tocco di volatile al naso copre i profumi tra i quali emergono ricordi di pompelmo, cerino spento, orzo. Il sorso è esuberante con una freschezza in primo piano e ancora da integrarsi nel corpo del vino. Chiude su ritorni di frutta bianca e sale. Vino scorbutico, forse si assesterà, ma era di certo lecito attendersi di più da un grande interprete del Jura.

Barbaresco Montestefano 2020 – Serafino Rivella, eleganza senza pari per il Barbaresco Montestefano di Rivella. Note di anguria, frutti rossi, rosa canina, spezie, menta…sorso saporito, l’acidità dona slancio e profondità, leggero nell’incedere, l’alcol è gestito alla perfezione, il tannino è pura seta. Snello, dissetante e persistente.

Barolo Monvigliero 2017 – Comm. G.B. Burlotto, olfatto di grande personalità, dapprima su radici e salamoia, poi si apre su note più espressive di sangue, cetriolo, susina…ma è in bocca che questo vino dimostra la classe che ormai gli è universalmente riconosciuta, il sorso è infatti dolce e tannico insieme, l’acidità è ben presente e perfettamente integrata nella materia, lo sviluppo è fitto nel sapore e innervato da un tannino a coste larghe. Sapidissimo.

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Un sorprendente vino bianco del Priorat

Terroir al Límit

Alla consueta degustazione alla cieca con amici è spuntata una bottiglia di vino bianco che mi ha colpito particolarmente. I degustatori, compreso il sottoscritto, non riuscivano a ricondurre quel vino ad alcuna denominazione bianchista europea. La sola convinzione che avevo su quel vino, a parte la sua bontà, era che fosse del Mediterraneo. Un vino dunque che poteva essere di molti paesi, ma che portava con sé inequivocabilmente il DNA transnazionale del Mediterraneo.

Terroir al Límit

Priorat Blanc “Terra de Cuques” 2017 – Terroir al Límit

Eravamo dunque al cospetto di un vino bianco della denominazione spagnola del Priorat. Il Priorat è una delle denominazioni più importanti di Spagna ma è nota soprattutto per i suoi vini rossi vigorosi e longevi. Il vino che abbiamo nel calice è invece un vino ottenuto da grenache blanc (60%) e pedro ximenez (40%). L’azienda che lo produce si chiama Terroir al Límit, un progetto biodinamico nato nel 2001 da Eben Sadie, importante enologo sudafricano, Dominik Huber, al tempo studente tedesco di economia, e Jaume Sabaté, investitore spagnolo. Dominik Huber ha portato avanti con determinazione l’azienda puntando tutto sul carattere mediterraneo dei suoi vini che definisce vini “più di infusione che di estrazione“, ovvero vini che cercano – in un territorio tradizionalmente incline all’alcol, al frutto e alla potenza – freschezza, eleganza e beva.

Il vino si presenta di un colore dorato con qualche velatura. Il naso è un caleidoscopio, si rincorrono note di frutta come nespole, fichi e mandorle, poi una mineralità netta tra la pietra focaia e la roccia, poi note più chiare di camomilla e menta, e ancora caffè e scorza d’arancia… il vino cambia continuamente nel calice ed è entusiasmante inseguirlo nelle sue evoluzioni, una complessità che definirei giocosa e non “prestativa” o artificiosa. Il sorso non smentisce la stratificazione e dinamica che l’olfatto introduce, il vino risulta mobile e saporito, la freschezza è ben presente e la chiusura è lunga e sapida su ritorni minerali e di erbe medicinali.

Diego Mutarelli
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Grauburgunder: Ried Stradner Rosenberg 2021 di Frauwallner

Ried Stradner Rosenberg 2021

Oggi ospitiamo volentieri un post di un blog amico, NoTastingNotes. Con NoTastingNotes condividiamo un approccio appassionato, sincero e non marchettaro al mondo del vino. Questo è il primo post che nasce dalla collaborazione, altri ne seguiranno nei prossimi mesi, magari scritti a due mani. Buona lettura!

Il pinot grigio che in Italia non esiste

Parliamoci chiaro: in Italia, dire pinot grigio vuol dire evocare un bianco semplice, dritto, a tratti anonimo. Un vino spesso da mescita, da scaffale di supermercato. In Austria, o meglio in Stiria, tutto questo non esiste. Più precisamente: il grauburgunder (che è esattamente il pinot grigio, nome tedesco) è un’altra cosa. È un vino spesso ricco, di struttura, a volte persino opulento. Un vino che, nelle mani giuste, riesce ad essere complesso e longevo. E tra le mani migliori che potete trovare nella Stiria sud-orientale ci sono senza dubbio quelle di Frauwallner.

Chi è Frauwallner

La famiglia Frauwallner coltiva vigne da generazioni nel comune di Straden, nel cuore del Vulkanland Steiermark, una delle tre zone DOC della Stiria austriaca. Qui i terreni sono dominati da suoli vulcanici, spesso basalto, sabbie e tufi che danno ai vini una combinazione rara: volume e tensione, maturità e salinità. La filosofia di Frauwallner è semplice ma rigorosa: rispetto del terroir, vinificazioni pulite, espressione nitida delle singole vigne. E qui viene il bello: nel sistema di classificazione austriaco, alcune parcelle sono considerate superiori per costanza qualitativa. Sono le Erste STK Lagen, un po’ l’equivalente dei Premier Cru. Il vino di cui parliamo oggi proviene proprio da una di queste: Ried Stradner Rosenberg, una collina esposta a sud-est, posta a 475 metri sul livello del mare.

Ried Stradner
Rosenberg 2021

Cosa aspettarsi da un Grauburgunder stiriano

Prima di entrare nel calice, vale la pena dire cosa NON è questo vino. Non è un pinot grigio italiano. Non ha quella linearità acida, quella neutralità aromatica, quella leggerezza spesso fine a sé stessa. Qui siamo su un registro completamente diverso. Il Grauburgunder di Frauwallner è un bianco denso, vellutato, costruito con precisione e ambizione. È un vino che punta a occupare lo spazio della bocca e a restarci. Ma, cosa niente affatto scontata, riesce a farlo senza risultare stucchevole.

L’assaggio: una sinfonia che cambia tempo

Alla vista si presenta con un giallo paglierino scarico, quasi ingannevole nella sua semplicità. Al naso si apre con note di mela, mandarino, e una lieve riduzione che è diventata firma stilistica di tanti bianchi stiriani moderni.

L’ingresso in bocca è morbido, pieno, quasi burroso. Sembra un vino che voglia cullarti, più che stimolarti. Ma poi cambia tutto.

Un’esplosione acida, granulosa, che rompe la rotondità e introduce una nuova tensione. È questo il tratto distintivo del vino: la sua capacità di passare da un’estrema cremosità a una finezza sapida, senza mai perdere coerenza. Il finale è lungo, persistente, con ritorni di scorza di mandarino e sensazioni agrumate. Una chiusura che ribadisce il carattere del terroir.

A tavola: la prova con la schnitzel

Per l’abbinamento ho scelto una classica schnitzel, piatto iconico della tradizione austriaca. Il risultato? Interessante, ma sbilanciato: il vino ha troppa personalità, finisce per sovrastare la pietanza. È un bianco che non accompagna: guida.

Conclusioni

Il Ried Stradner Rosenberg 2021 di Frauwallner è un vino che dimostra quanto possa essere grande un pinot grigio quando nasce in un contesto serio e ambizioso. È un bianco voluminoso ma elegante, capace di evolversi nel bicchiere e nella mente di chi lo beve.

Frauwallner, ancora una volta, dimostra che in Stiria non si fanno semplicemente vini “diversi”, ma si costruiscono identità. E questa bottiglia è, oggi, una delle più riuscite incarnazioni di quella identità.

Se pensavate che il pinot grigio fosse un vino “minore”, questo è il vino che vi farà cambiare idea.

NoTastingNotes

Manifesto, l’orange da johanniter di Tenuta Cocci Grifoni

C’è un vino che non si limita a raccontare una storia: la incarna. Si chiama Manifesto, ed è l’ultima creazione delle Tenuta Cocci Grifoni, una famiglia che da 90 vendemmie, nelle Marche, non smette di sperimentare e innovare.

Oggi più che mai, il cambiamento climatico ci costringe a fare scelte coraggiose. E Marilena Cocci Grifoni, insieme alle figlie Marta e Camilla, ha deciso di puntare su qualcosa di attuale: i vitigni PIWI, varietà resistenti alle malattie fungine e al freddo, che permettono di ridurre drasticamente i trattamenti in vigna e l’impatto ambientale.

Tra queste la scelta è ricaduta sul johanniter, un’uva bianca nata in Germania nel 1968 dall’incrocio tra riesling e un ibrido chiamato Freiburg 589-54. Quando nel 2021 la Regione Marche ha autorizzato la coltivazione di alcune varietà PIWI, la cantina ha deciso di sostenere un agricoltore locale che già coltivava johanniter. Da lì è iniziato un percorso fatto di microvinificazioni, osservazioni sul campo e tanta curiosità.

Nel 2024, dopo due anni di prove, è arrivata la prima vera vendemmia: da quei grappoli è nato Manifesto, un vino che di grande personalità.

Manifesto

La buccia dell’uva, spessa e ricca di sostanze aromatiche, ha suggerito una vinificazione con macerazione sulle bucce, tecnica che ha dato vita a un orange wine moderno, vinificato in acciaio con le bucce a contatto con il mosto per un periodo di due settimane a temperatura controllata, segue una fase di affinamento sempre in acciaio per 5 mesi.

Il risultato? Un vino dal colore ambrato, con riflessi ramati, profumi intensi di sambuco, mandarino, mela, pera e un tocco speziato di zenzero e pepe bianco. Al palato, il sorso è teso, diretto e con una vibrante acidità sostenuta da una notevole parte sapida e un tannino levigato.

Il packaging è un altro punto forte: bottiglia in vetro riciclato al 100%, etichetta ridotta al minimo, tappo in plastica riciclata recuperata dagli oceani. Tutto parla di sostenibilità e attenzione al futuro.

E anche se la normativa italiana non permette ancora di inserire i PIWI nelle denominazioni di origine, Manifesto va avanti per la sua strada. Perché, come dice Camilla Cocci Grifoni, “è un progetto totale, una risposta concreta al cambiamento climatico”. Perfetto con piatti orientali, sushi, crudi di pesce o ricette speziate, Manifesto è un vino che invita a superare i pregiudizi e ad aprirsi a una nuova idea di viticoltura.

Walter Gaetani

Les Suchots di Confuron-Cotetidot alla prova del tempo

I vini della Côte de Nuits sono senza ombra di dubbio i più desiderati dagli appassionati di tutto il mondo. E purtroppo, soprattutto da una decina di anni, le quotazioni stellari che i più ricercati pinot noir di Borgogna hanno raggiunto li hanno relegati al ruolo di chimere irraggiungibili, piuttosto che di vini di prestigio certo, ma che con qualche sacrificio anche appassionati bevitori non milionari possono saltuariamente degustare. E le cose peggiorano ulteriormente se malauguratamente si decide di assaggiare vini del comune di Vosne-Romanée, terroir baciato dal dio Bacco in cui si annoverano i grand cru più prestigiosi del mondo.

Vosne-Romanée
Vosne-Romanée (photocredit: Vins De Bourgogne)

Ma la passione, si sa, porta a far dei sacrifici e trovare qualche compromesso e così, con alcuni amici degustatori, ci siamo organizzati per una verticale di un premier cru di ottima reputazione e dalla quotazione meno esorbitante dei grand cru di Vosne-Romanée: Les Suchots.

Condividiamo di seguito dunque la degustazione di cinque annate del Vosne-Romanée 1er cru Les Suchots del domaine Confuron-Cotetidot. Les Suchots è un premier cru di poco più di 13 ettari rivendicato da ben 25 aziende. L’interpretazione che ne dà il domaine Confuron-Cotetidot, come vedremo, è piuttosto lontana dall’idea di pinot noir tutto fruttini e spezie orientali, il produttore persegue infatti uno stile di vinificazione più austero fatto di uva raccolta a piena maturazione, fermentazione con raspo, macerazione prolungata, utilizzo solo di legno di secondo o terzo passaggio (quindi non legno nuovo), per vini che hanno bisogno di tempo per esprimere tutto il loro potenziale.

Di seguito il resoconto dei vini assaggiati!

2015

Fin dal colore lo stile di Confuron-Cotetidot si differenzia da molti pinot noir di queste latitudini, non il solito rubino chiaro e luminoso, ma piuttosto un rubino compatto e profondo, colore che accompagnerà con piccole differenze tutti i millesimi assaggiati. Al naso un bel frutto rosso maturo (fragola, lampone) che cambia molto nel corso della serata, si susseguono altre note più chiare (arancia bionda) e boschive (aghi di pino), il tutto avvolto da un intrigante ricordo di foglia di menta. La bocca è compressa e fitta, il tannino è ben presente e sopra la media borgognona (ricordiamo la fermentazione con i raspi), la chiusura dolce-amara. Un bellissimo vino che va atteso ancora per esprimere tutto il suo potenziale. L’evoluzione nel bicchiere fa ben sperare in tal senso. La scommessa del futuro (se ti piace vincere facile).

2014

Vino più rassicurante e aperto del precedente, si muove su sentori di frutti di rovo (more), fiori e tocchi vegetali. Le spezie dolci qui fanno capolino ed introducono ad un sorso setoso e fresco, dal tannino fine e dalla chiusura lunga e sapida. Il vino dunque è più aperto e immediato rispetto all’annata 2015, ma anche più semplice e meno dinamico. Carpe Diem.

2012

Vino purtroppo rovinato da un tappo non perfetto, che porta ad un naso poco nitido ed un sorso piuttosto astringente. Non giudicabile.

2010

Colore più chiaro dei precedenti e olfatto delicato, elegante e complesso: ribes ed agrumi, spezie, floreale di viola. Dei vini assaggiati quello con il sorso più terso ed fresco, l’acidità lo rende ficcante e gustoso, ma al contempo il vino si sviluppa soffice ed aggraziato. Una bottiglia di grande eleganza e compostezza, che manca forse, ad essere severi, di un quid di intensità in più per renderlo indimenticabile. Signorile.

2009

In questo generoso millesimo il vino si presenta con note mature di frutta (pesca, lampone), ma anche viola, tamarindo, spezie (chiodi di garofano), erbe macerate, liquirizia. Sorso sferico, di buon volume e impatto, dalla progressione entusiasmante, la bocca è saporita, vellutata e sapide e chiude lunga e soffice su ritorni di liquirizia, spezie e lamponi. La quadratura del cerchio.

La degustazione si è tenuta presso il Ristorante Novanta di Bressana Bottarone (PV), che oltre a sopportare una gang di agguerriti bevitori ci ha deliziato con piatti ottimamente eseguiti. Da segnalare una carte dei vini di assoluto rilievo.

Diego Mutarelli
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Morus Alba 2017 Vignai da Duline: ritorno a casa

Aprire una bottiglia di Vignai da Duline, anche se non l’assaggi da tempo, ti riporta alle stesse sensazioni che si provano a rivedere un vecchio amico: ne conosci la personalità, ti senti subito a casa, ma ogni volta ti sorprende quanto ti faccia stare bene. E ti chiedi come hai fatto a farne a meno così a lungo, promettendoti di non aspettare tanto la prossima volta.

Queste riflessioni mi hanno accompagnato mentre sorseggiavo Morus Alba 2017 di Vignai da Duline, un vino molto rappresentativo dell’azienda condotta da Lorenzo Mocchiutti e Federica Magrini. Se vuoi saperne di più sull’azienda ti invito a leggere il resoconto di una visita effettuata ormai quasi 10 anni fa, ecco il link: Vignai da Duline la coerenza senza compromessi e senza proclami.

Vignai da Duline, 2017 Morus Alba

Il vino che sto degustando è un blend di malvasia istriana (60%) e sauvignon (40%) di due vigne piuttosto vecchie, rispettivamente La Duline e Ronco Pitotti. La fermentazione avviene senza utilizzo di lieviti selezionati e l’affinamento di 11 mesi è in barrique e tonneaux usati.

Friuli Venezia Giulia IGT “Morus Alba” 2017 di Vignai da Duline

Colore giallo dai bei riflessi oro antico.

Olfatto complesso e articolato che mescola sapientemente note fruttate mature a note più fresche, il tutto accompagnato da una bella terziarizzazione. Ecco dunque che si riconoscono note di nespola e mela renetta, ma anche cedro e ricordi di frutta esotica (mango). Quindi note di affinamento e evoluzione che richiamano il pepe bianco, il burro, la polvere pirica.

Il sorso è pieno, di ottima dinamica e allungo, lo sviluppo è elegantemente aristocratico. Le morbidezze sono ben equilibrate da supporto acido e (furiosamente) salino.

Chiusura lunga ed elegante su ritorni di spezie e sale.

Plus: vino ancora di grande energia, il tempo che avanza non lo sta scalfendo ma anzi gli sta conferendo una compiuta armonia. Raffinato ed energico.

Diego Mutarelli
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