Il terrano è un vitigno scorbutico, dall’acidità quasi indomabile e che dà origine in Carso a vini ruspanti e saporiti, riconoscibili e originali. Alcuni produttori da tempo vinificano il terrano con cura ottenendo risultati di tutto rilievo. E’ però la prima volta che incontriamo un terrano di questa eleganza e armonia.
Raro Perpetuo ‘9 ‘0 ‘1 – Radovič
Si tratta di un “esperimento” di Peter Radovič (esperimento che ci risulta verrà replicato) che assembla tre diverse annate di terrano (2019, 2020 e 2021) e che dà vita, in questo primo tentativo, a solo 270 bottiglie. La fermentazione avviene con lieviti indigeni ed una lunga macerazione sulle bucce, quindi il vino sosta in una botte di rovere esausta.
Il risultato è un vino di un bel colore rubino intenso con riflessi che vanno dal blu al porpora. Al naso si riconoscono netti i frutti di rovo (more, gelsi), quindi un tocco vegetale di canniccio/fieno e qualche spezie che rimanda al pepe verde e all’eucalipto.
Il sorso è gustosissimo, di buon volume, di una certa morbida avvolgenza il tutto però innervato da una scalpitante acidità che non deborda mai, anzi sostiene lo sviluppo come da dietro le quinte, senza rubare mai la scena alla dolcezza del frutto. Il vino è dinamico, leggero (12,5%) eppure di grande personalità. Il tannino in chiusura dà grip e allungo sapido.
Oggi parliamo di un altro vino di Henri Chauvet, produttore dell’Auvergne di cui abbia già parlato qualche tempo fa. Per qualche informazione sul produttore invitiamo a leggere quel post, qui proseguiamo invece parlando del vino che abbiamo assaggiato in questa occasione.
Côtes d’Auvergne “Au Chant de la Huppe” 2022 – Henri Chauvet
Vino naturale ottenuto da gamay e pinot noir vinificati separatamente e poi assemblati e invecchiati in botti di legno esauste. Il vino ha un bel colore rubino chiaro di grande luminosità. Naso pulito ed espressivo di frutta rossa (fragola, arancia rossa), viola, mineralità scura, cola.
Sorso improntato sulla freschezza che, insieme ad un tenore alcolico piuttosto contenuto (11,5%), rendono la beva scorrevole e golosa. La delicata effervescenza presente nel vino appena versato (suggeriamo una caraffatura) svanisce dopo qualche minuto di attesa. Il vino è estroverso anche in bocca, tanta frutta rossa e dinamicità, tannino setoso, sottile scia sapida e chiusura su ritorni di fruttati e amarognoli che richiamano la radice di liquirizia.
Plus: vino ben fatto che metterà d’accordo sia i winesnob, che ne apprezzeranno l’eleganza e l’impronta borgognona, che gli intransigenti del vino naturale che ne riconosceranno la spontaneità.
Metti cinque amici a cena con altrettanti vini bevuti alla cieca. Chiacchiere, divertimento e qualche interessante confronto sui vini degustati che di seguito proviamo a condividere.
Champagne Ambonnay Grand Cru Rosé – André Beaufort, uno Champagne rosé che abbiamo la fortuna di bere con una certa regolarità (e ne abbiamo parlato più volte anche su queste pagine, ad esempio in questo post) e che ogni volta ci ammalia. Il colore è un rosa aranciato di grande fascino, l’olfatto un tripudio di spezie, radici, agrumi amari, ma anche fiori dolci e lamponi maturi. Bollicina fitta ma sottilissima e delicata, il sorso è dolce e salato allo stesso tempo, grande freschezza, trascinante nella beva e lungo in chiusura su ritorni di agrumi e spezie. Si parte con il botto!
Fiano 2018 – Pietracupa, ottima riuscita per questo fiano di Pietracupa che alla cieca ha giocato a nascondino con i degustatori, che non lo hanno identificato così facilmente. Colore giallo dorato, naso di frutta gialla e cera d’api, scorza d’agrumi, nocciola. Asciutto e fitto nel sapore, profondo e articolato nello sviluppo, chiusura molto elegante e di ottima mineralità. Ancora una volta i bianchi irpini lasciano il segno.
Arbois Chardonnay “Les Follasses” 2022 – Michel Gahier, vino che appena versato non è perfetto, un tocco di volatile al naso copre i profumi tra i quali emergono ricordi di pompelmo, cerino spento, orzo. Il sorso è esuberante con una freschezza in primo piano e ancora da integrarsi nel corpo del vino. Chiude su ritorni di frutta bianca e sale. Vino scorbutico, forse si assesterà, ma era di certo lecito attendersi di più da un grande interprete del Jura.
Barbaresco Montestefano 2020 – Serafino Rivella, eleganza senza pari per il Barbaresco Montestefano di Rivella. Note di anguria, frutti rossi, rosa canina, spezie, menta…sorso saporito, l’acidità dona slancio e profondità, leggero nell’incedere, l’alcol è gestito alla perfezione, il tannino è pura seta. Snello, dissetante e persistente.
Barolo Monvigliero 2017 – Comm. G.B. Burlotto, olfatto di grande personalità, dapprima su radici e salamoia, poi si apre su note più espressive di sangue, cetriolo, susina…ma è in bocca che questo vino dimostra la classe che ormai gli è universalmente riconosciuta, il sorso è infatti dolce e tannico insieme, l’acidità è ben presente e perfettamente integrata nella materia, lo sviluppo è fitto nel sapore e innervato da un tannino a coste larghe. Sapidissimo.
Alla consueta degustazione alla cieca con amici è spuntata una bottiglia di vino bianco che mi ha colpito particolarmente. I degustatori, compreso il sottoscritto, non riuscivano a ricondurre quel vino ad alcuna denominazione bianchista europea. La sola convinzione che avevo su quel vino, a parte la sua bontà, era che fosse del Mediterraneo. Un vino dunque che poteva essere di molti paesi, ma che portava con sé inequivocabilmente il DNA transnazionale del Mediterraneo.
Priorat Blanc “Terra de Cuques” 2017 – Terroir al Límit
Eravamo dunque al cospetto di un vino bianco della denominazione spagnola del Priorat. Il Priorat è una delle denominazioni più importanti di Spagna ma è nota soprattutto per i suoi vini rossi vigorosi e longevi. Il vino che abbiamo nel calice è invece un vino ottenuto da grenache blanc (60%) e pedro ximenez (40%). L’azienda che lo produce si chiama Terroir al Límit, un progetto biodinamico nato nel 2001 da Eben Sadie, importante enologo sudafricano, Dominik Huber, al tempo studente tedesco di economia, e Jaume Sabaté, investitore spagnolo. Dominik Huber ha portato avanti con determinazione l’azienda puntando tutto sul carattere mediterraneo dei suoi vini che definisce vini “più di infusione che di estrazione“, ovvero vini che cercano – in un territorio tradizionalmente incline all’alcol, al frutto e alla potenza – freschezza, eleganza e beva.
Il vino si presenta di un colore dorato con qualche velatura. Il naso è un caleidoscopio, si rincorrono note di frutta come nespole, fichi e mandorle, poi una mineralità netta tra la pietra focaia e la roccia, poi note più chiare di camomilla e menta, e ancora caffè e scorza d’arancia… il vino cambia continuamente nel calice ed è entusiasmante inseguirlo nelle sue evoluzioni, una complessità che definirei giocosa e non “prestativa” o artificiosa. Il sorso non smentisce la stratificazione e dinamica che l’olfatto introduce, il vino risulta mobile e saporito, la freschezza è ben presente e la chiusura è lunga e sapida su ritorni minerali e di erbe medicinali.
Oggi ospitiamo volentieri un post di un blog amico, NoTastingNotes. Con NoTastingNotes condividiamo un approccio appassionato, sincero e non marchettaro al mondo del vino. Questo è il primo post che nasce dalla collaborazione, altri ne seguiranno nei prossimi mesi, magari scritti a due mani. Buona lettura!
Il pinot grigio che in Italia non esiste
Parliamoci chiaro: in Italia, dire pinot grigio vuol dire evocare un bianco semplice, dritto, a tratti anonimo. Un vino spesso da mescita, da scaffale di supermercato. In Austria, o meglio in Stiria, tutto questo non esiste. Più precisamente: il grauburgunder (che è esattamente il pinot grigio, nome tedesco) è un’altra cosa. È un vino spesso ricco, di struttura, a volte persino opulento. Un vino che, nelle mani giuste, riesce ad essere complesso e longevo. E tra le mani migliori che potete trovare nella Stiria sud-orientale ci sono senza dubbio quelle di Frauwallner.
Chi è Frauwallner
La famiglia Frauwallner coltiva vigne da generazioni nel comune di Straden, nel cuore del Vulkanland Steiermark, una delle tre zone DOC della Stiria austriaca. Qui i terreni sono dominati da suoli vulcanici, spesso basalto, sabbie e tufi che danno ai vini una combinazione rara: volume e tensione, maturità e salinità. La filosofia di Frauwallner è semplice ma rigorosa: rispetto del terroir, vinificazioni pulite, espressione nitida delle singole vigne. E qui viene il bello: nel sistema di classificazione austriaco, alcune parcelle sono considerate superiori per costanza qualitativa. Sono le Erste STK Lagen, un po’ l’equivalente dei Premier Cru. Il vino di cui parliamo oggi proviene proprio da una di queste: Ried Stradner Rosenberg, una collina esposta a sud-est, posta a 475 metri sul livello del mare.
Cosa aspettarsi da un Grauburgunder stiriano
Prima di entrare nel calice, vale la pena dire cosa NON è questo vino. Non è un pinot grigio italiano. Non ha quella linearità acida, quella neutralità aromatica, quella leggerezza spesso fine a sé stessa. Qui siamo su un registro completamente diverso. Il Grauburgunder di Frauwallner è un bianco denso, vellutato, costruito con precisione e ambizione. È un vino che punta a occupare lo spazio della bocca e a restarci. Ma, cosa niente affatto scontata, riesce a farlo senza risultare stucchevole.
L’assaggio: una sinfonia che cambia tempo
Alla vista si presenta con un giallo paglierino scarico, quasi ingannevole nella sua semplicità. Al naso si apre con note di mela, mandarino, e una lieve riduzione che è diventata firma stilistica di tanti bianchi stiriani moderni.
L’ingresso in bocca è morbido, pieno, quasi burroso. Sembra un vino che voglia cullarti, più che stimolarti. Ma poi cambia tutto.
Un’esplosione acida, granulosa, che rompe la rotondità e introduce una nuova tensione. È questo il tratto distintivo del vino: la sua capacità di passare da un’estrema cremosità a una finezza sapida, senza mai perdere coerenza. Il finale è lungo, persistente, con ritorni di scorza di mandarino e sensazioni agrumate. Una chiusura che ribadisce il carattere del terroir.
A tavola: la prova con la schnitzel
Per l’abbinamento ho scelto una classica schnitzel, piatto iconico della tradizione austriaca. Il risultato? Interessante, ma sbilanciato: il vino ha troppa personalità, finisce per sovrastare la pietanza. È un bianco che non accompagna: guida.
Conclusioni
Il Ried Stradner Rosenberg 2021 di Frauwallner è un vino che dimostra quanto possa essere grande un pinot grigio quando nasce in un contesto serio e ambizioso. È un bianco voluminoso ma elegante, capace di evolversi nel bicchiere e nella mente di chi lo beve.
Frauwallner, ancora una volta, dimostra che in Stiria non si fanno semplicemente vini “diversi”, ma si costruiscono identità. E questa bottiglia è, oggi, una delle più riuscite incarnazioni di quella identità.
Se pensavate che il pinot grigio fosse un vino “minore”, questo è il vino che vi farà cambiare idea.
C’è un vino che non si limita a raccontare una storia: la incarna. Si chiama Manifesto, ed è l’ultima creazione delle Tenuta Cocci Grifoni, una famiglia che da 90 vendemmie, nelle Marche, non smette di sperimentare e innovare.
Oggi più che mai, il cambiamento climatico ci costringe a fare scelte coraggiose. E Marilena Cocci Grifoni, insieme alle figlie Marta e Camilla, ha deciso di puntare su qualcosa di attuale: i vitigni PIWI, varietà resistenti alle malattie fungine e al freddo, che permettono di ridurre drasticamente i trattamenti in vigna e l’impatto ambientale.
Tra queste la scelta è ricaduta sul johanniter, un’uva bianca nata in Germania nel 1968 dall’incrocio tra riesling e un ibrido chiamato Freiburg 589-54. Quando nel 2021 la Regione Marche ha autorizzato la coltivazione di alcune varietà PIWI, la cantina ha deciso di sostenere un agricoltore locale che già coltivava johanniter. Da lì è iniziato un percorso fatto di microvinificazioni, osservazioni sul campo e tanta curiosità.
Nel 2024, dopo due anni di prove, è arrivata la prima vera vendemmia: da quei grappoli è nato Manifesto, un vino che di grande personalità.
La buccia dell’uva, spessa e ricca di sostanze aromatiche, ha suggerito una vinificazione con macerazione sulle bucce, tecnica che ha dato vita a un orange wine moderno, vinificato in acciaio con le bucce a contatto con il mosto per un periodo di due settimane a temperatura controllata, segue una fase di affinamento sempre in acciaio per 5 mesi.
Il risultato? Un vino dal colore ambrato, con riflessi ramati, profumi intensi di sambuco, mandarino, mela, pera e un tocco speziato di zenzero e pepe bianco. Al palato, il sorso è teso, diretto e con una vibrante acidità sostenuta da una notevole parte sapida e un tannino levigato.
Il packaging è un altro punto forte: bottiglia in vetro riciclato al 100%, etichetta ridotta al minimo, tappo in plastica riciclata recuperata dagli oceani. Tutto parla di sostenibilità e attenzione al futuro.
E anche se la normativa italiana non permette ancora di inserire i PIWI nelle denominazioni di origine, Manifesto va avanti per la sua strada. Perché, come dice Camilla Cocci Grifoni, “è un progetto totale, una risposta concreta al cambiamento climatico”. Perfetto con piatti orientali, sushi, crudi di pesce o ricette speziate, Manifesto è un vino che invita a superare i pregiudizi e ad aprirsi a una nuova idea di viticoltura.
I vini della Côte de Nuits sono senza ombra di dubbio i più desiderati dagli appassionati di tutto il mondo. E purtroppo, soprattutto da una decina di anni, le quotazioni stellari che i più ricercati pinot noir di Borgogna hanno raggiunto li hanno relegati al ruolo di chimere irraggiungibili, piuttosto che di vini di prestigio certo, ma che con qualche sacrificio anche appassionati bevitori non milionari possono saltuariamente degustare. E le cose peggiorano ulteriormente se malauguratamente si decide di assaggiare vini del comune di Vosne-Romanée, terroir baciato dal dio Bacco in cui si annoverano i grand cru più prestigiosi del mondo.
Ma la passione, si sa, porta a far dei sacrifici e trovare qualche compromesso e così, con alcuni amici degustatori, ci siamo organizzati per una verticale di un premier cru di ottima reputazione e dalla quotazione meno esorbitante dei grand cru di Vosne-Romanée: Les Suchots.
Condividiamo di seguito dunque la degustazione di cinque annate del Vosne-Romanée 1er cru Les Suchots del domaine Confuron-Cotetidot. Les Suchots è un premier cru di poco più di 13 ettari rivendicato da ben 25 aziende. L’interpretazione che ne dà il domaine Confuron-Cotetidot, come vedremo, è piuttosto lontana dall’idea di pinot noir tutto fruttini e spezie orientali, il produttore persegue infatti uno stile di vinificazione più austero fatto di uva raccolta a piena maturazione, fermentazione con raspo, macerazione prolungata, utilizzo solo di legno di secondo o terzo passaggio (quindi non legno nuovo), per vini che hanno bisogno di tempo per esprimere tutto il loro potenziale.
Di seguito il resoconto dei vini assaggiati!
2015
Fin dal colore lo stile di Confuron-Cotetidot si differenzia da molti pinot noir di queste latitudini, non il solito rubino chiaro e luminoso, ma piuttosto un rubino compatto e profondo, colore che accompagnerà con piccole differenze tutti i millesimi assaggiati. Al naso un bel frutto rosso maturo (fragola, lampone) che cambia molto nel corso della serata, si susseguono altre note più chiare (arancia bionda) e boschive (aghi di pino), il tutto avvolto da un intrigante ricordo di foglia di menta. La bocca è compressa e fitta, il tannino è ben presente e sopra la media borgognona (ricordiamo la fermentazione con i raspi), la chiusura dolce-amara. Un bellissimo vino che va atteso ancora per esprimere tutto il suo potenziale. L’evoluzione nel bicchiere fa ben sperare in tal senso. La scommessa del futuro (se ti piace vincere facile).
2014
Vino più rassicurante e aperto del precedente, si muove su sentori di frutti di rovo (more), fiori e tocchi vegetali. Le spezie dolci qui fanno capolino ed introducono ad un sorso setoso e fresco, dal tannino fine e dalla chiusura lunga e sapida. Il vino dunque è più aperto e immediato rispetto all’annata 2015, ma anche più semplice e meno dinamico. Carpe Diem.
2012
Vino purtroppo rovinato da un tappo non perfetto, che porta ad un naso poco nitido ed un sorso piuttosto astringente. Non giudicabile.
2010
Colore più chiaro dei precedenti e olfatto delicato, elegante e complesso: ribes ed agrumi, spezie, floreale di viola. Dei vini assaggiati quello con il sorso più terso ed fresco, l’acidità lo rende ficcante e gustoso, ma al contempo il vino si sviluppa soffice ed aggraziato. Una bottiglia di grande eleganza e compostezza, che manca forse, ad essere severi, di un quid di intensità in più per renderlo indimenticabile. Signorile.
2009
In questo generoso millesimo il vino si presenta con note mature di frutta (pesca, lampone), ma anche viola, tamarindo, spezie (chiodi di garofano), erbe macerate, liquirizia. Sorso sferico, di buon volume e impatto, dalla progressione entusiasmante, la bocca è saporita, vellutata e sapide e chiude lunga e soffice su ritorni di liquirizia, spezie e lamponi. La quadratura del cerchio.
La degustazione si è tenuta presso il Ristorante Novanta di Bressana Bottarone (PV), che oltre a sopportare una gang di agguerriti bevitori ci ha deliziato con piatti ottimamente eseguiti. Da segnalare una carte dei vini di assoluto rilievo.
Aprire una bottiglia di Vignai da Duline, anche se non l’assaggi da tempo, ti riporta alle stesse sensazioni che si provano a rivedere un vecchio amico: ne conosci la personalità, ti senti subito a casa, ma ogni volta ti sorprende quanto ti faccia stare bene. E ti chiedi come hai fatto a farne a meno così a lungo, promettendoti di non aspettare tanto la prossima volta.
Queste riflessioni mi hanno accompagnato mentre sorseggiavo Morus Alba 2017 di Vignai da Duline, un vino molto rappresentativo dell’azienda condotta da Lorenzo Mocchiutti e Federica Magrini. Se vuoi saperne di più sull’azienda ti invito a leggere il resoconto di una visita effettuata ormai quasi 10 anni fa, ecco il link: Vignai da Duline la coerenza senza compromessi e senza proclami.
Il vino che sto degustando è un blend di malvasia istriana (60%) e sauvignon (40%) di due vigne piuttosto vecchie, rispettivamente La Duline e Ronco Pitotti. La fermentazione avviene senza utilizzo di lieviti selezionati e l’affinamento di 11 mesi è in barrique e tonneaux usati.
Friuli Venezia Giulia IGT “Morus Alba” 2017 di Vignai da Duline
Colore giallo dai bei riflessi oro antico.
Olfatto complesso e articolato che mescola sapientemente note fruttate mature a note più fresche, il tutto accompagnato da una bella terziarizzazione. Ecco dunque che si riconoscono note di nespola e mela renetta, ma anche cedro e ricordi di frutta esotica (mango). Quindi note di affinamento e evoluzione che richiamano il pepe bianco, il burro, la polvere pirica.
Il sorso è pieno, di ottima dinamica e allungo, lo sviluppo è elegantemente aristocratico. Le morbidezze sono ben equilibrate da supporto acido e (furiosamente) salino.
Chiusura lunga ed elegante su ritorni di spezie e sale.
Plus: vino ancora di grande energia, il tempo che avanza non lo sta scalfendo ma anzi gli sta conferendo una compiuta armonia. Raffinato ed energico.
E’ da qualche tempo che notiamo come i vini di Abruzzo si stiano sempre più ritagliando uno spazio di maggior visibilità nell’affollato e competitivo mercato del vino. Non si tratta solamente di qualche exploit di singoli produttori (le punte di diamante non sono mai mancate!), ma di un vero e proprio ecosistema che cresce all’unisono puntando sul territorio, sulle denominazioni di origine e sui grandi vitigni autoctoni della regione.
Queste considerazioni sono state ulteriormente rafforzate e avvalorate a seguito del Vinitaly 2025 grazie ad una notevole masterclass organizzata dal Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo a cui abbiamo avuto modo di partecipare e che naturalmente, come da missione del blog, condividiamo! Si noterà come i “produttori faro” della regione, Valentini e Emidio Pepe, abbiano generosamente messo a disposizione del Consorzio (per un evento collettivo dunque e non per un’autocelebrazione) etichette del loro archivio storico di difficilissima reperibilità.
Trebbiano d’Abruzzo 1986 – Valentini, azienda che non ha bisogno di presentazioni e che è da decenni nell’élite del vino mondiale. Il Trebbiano d’Abruzzo di Valentini è un vino iconico e dalla longevità straordinaria. Consideriamo un vero e proprio privilegio aver potuto assaggiare questo 1986 che a quasi 40 anni dalla vendemmia lascia stupefatti. Il colore è un giallo oro integro e luminoso. L’olfatto è valentiniano fino al midollo: caffè verde e cereali, pâté di fegato e fiori di campo, fieno, liquirizia, pepe bianco, ferro… Sorso fresco ed energico, elegante ma non certo domo, un vino che ha dinamica, allungo e stratificazione. Da bere ora e ancora per qualche decennio!
Pecorino “Giocheremo con i Fiori” 2017 – Torre dei Beati, 100% pecorino in quel di Loreto Aprutino (PE), solo acciaio, per un vino che vuole esaltare le caratteristiche di questo vitigno senza forzature di sorta. Annata non recentissima (attualmente è in commercio il millesimo 2023) ed in ottima forma, si muove su note agrumate e floreali, di olive verdi e fieno con un tocco di piacevole dolcezza che ricorda lo zucchero a velo. Bocca sapidissima e di grande persistenza, schietto ed elegante.
Pecorino Colli Aprutini “Cortalto” 2016 – Cerulli Spinozzi, ci troviamo in provincia di Teramo e anche in questo caso il pecorino che abbiamo nel calice ha qualche anno sulle spalle. Vino integro con un naso intenso di agrumi e oliva verde, un tocco di cera e qualche sbuffo etereo accompagnato da una nota mielata. Il sorso è morbido e carezzevole, piacevolmente risolto ma ancora vivace e sapido in chiusura.
Cerasuolo d’Abruzzo “Cerano” 2024 – Pietrantonj, l’azienda esiste da due secoli e si trova a Vittorito, in provincia dell’Aquila. Il Cerasuolo che abbiamo nel calice si presenta con un bel fruttato di ciliegia e fragoline, lineare e semplice nello sviluppo, fresco e di ottima beva. Chiude dolce di frutto senza alcuna mollezza però. Il prezzo quello sì è dolce, circa 10 € ben spesi!
Cerasuolo d’Abruzzo “Fossimatto” 2023 – Fontefico, l’azienda di Vasto (CH) presenta un cerasuolo paradigmatico fin dal colore fieramente intenso. Olfatto divertente di fragoline ma anche finocchietto, liquirizia e pepe rosa. Sorso di impatto e carattere, il vino è stratificato e ampio, di volume e allungo. Chiude su note di frutta rossa e sale.
Montepulciano d’Abruzzo 2001 – Emidio Pepe, altro produttore che non ha bisogno di presentazioni e che ha sempre pensato che il tempo fosse il miglior alleato del Montepulciano di Abruzzo (e del Trebbiano). L’azienda ha uno storico di oltre 350.000 bottiglie, che immette regolarmente sul mercato anche a diversi lustri dall’imbottigliamento. Il vino che abbiamo assaggiato, un 2001, porta il naso sulle montagne russe: prugna, rose macerate, cuoio, cioccolato fondente, chiodi di garofano… impatto gustativo fruttato (amarena), tannino giustamente croccante, sviluppo denso e dinamico, sapido e lungo in chiusura. Un vino orgogliosamente contadino nella concezione e aristocratico nel risultato.
Montepulciano d’Abruzzo “Docheio” 2021 – La Valentina, ci troviamo in provincia di Pescara per un Montepulciano d’Abruzzo originale, a partire dalla scelta di fermentare parte delle uve con i raspi in orci di terracotta. Ne risulta un vino che sa di cioccolatino all’amarena, ampio e materico, dolce nel sorso e dal tannino carezzevole.
Montepulciano d’Abruzzo Riserva “Iskra” 2011 – Masciarelli, anche questo Montepulciano si presenta materico e denso con richiami di cioccolato, prugna, chiodi di garofano su un fondo balsamico. Lungo in chiusura con un tannino ancora ben presente che dona grip e sapore.
La storia del vino è ricca di professionisti di altri settori che, folgorati sulla via di Bacco, mollano tutto per dedicarsi alla vigna. Lo stesso accade a Catherine Bernard, giornalista di Libération, che nel 2005 cambia vita per dedicarsi al vino.
Si installa a Saint-Drézéry, non distante da Montpellier (siamo in Languedoc), dedicandosi a poco meno di 5 ettari (carignan, cinsault, grenache noir, marselan, mourvèdre e terret blanc). Azienda che possiamo senz’altro annoverare nel filo dei vini naturali, è certificata biologica e segue le pratiche della biodinamica. Nonostante l’azienda proponga vini estremamente territoriali, l’azienda sceglie di etichettare la sua produzione come semplice Vin de France.
Il vino che abbiamo assaggiato è ottenuto da due vigneti di carignan (uno di questi è ricco di viti centenarie), fermentazione spontanea e macerazione di 7 giorni, affinamento in barriques dai 6 ai 9 mesi a seconda dell’annata.
Le Carignan 2019 – Catherine Bernard
Rosso rubino chiaro e luminoso. Olfatto accattivante che si apre su note di fruttini rossi (lamponi in confettura), ma anche rosa, macchia mediterranea, un nota balsamica e spezie come cannella e liquirizia. Bocca di ottima freschezza e dinamica, scorrevole e dolce di frutto. Il basso tenore alcolico (12,5%) agevola la beva senza svuotare il sorso e ridimensionarne il gusto, anzi la materia è saporitissima nonostante un tannino affusolato e risolto. In chiusura persiste a lungo su ritorni fruttati e di spezie.
Plus: vino naturale di grande pulizia e mirabile equilibrio.