Grandi Langhe 2025: un resoconto dei nostri assaggi

Abbiamo avuto l’opportunità di partecipare a Grandi Langhe 2025, l’evento di presentazione delle nuove annate organizzato dal Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani con il Consorzio di Tutela Roero e in collaborazione con Piemonte Land of Wine. Da quest’anno vi era dunque l’opportunità di degustare i vini di tutto il Piemonte, anche grazie alla predisposizione di un’efficiente area stampa dove giornalisti e comunicatori provenienti da tutta Europa potevano degustare più di 700 etichette.

Grandi Langhe 2025, location OGR

Vi è stata la possibilità di degustare parte dei vini con una certa tranquillità, prima di farci prendere dalla frenesia degli assaggi ai banchetti. Di seguito condividiamo sia gli assaggi un po’ più strutturati dell’area stampa sia qualche suggestione che abbiamo avuto nello spazio espositivo alla presenza dei produttori.

Barolo Monvigliero

5 sfumature di Monvigliero
5 sfumature di Monvigliero

Abbiamo iniziato assaggiando 5 diversi Barolo provenienti dalla menzione geografica Monvigliero.

Barolo Monvigliero 2021 – Fratelli Alessandria

Aromaticamente il più dolce del lotto, un frutto rosso che tende quasi alla fragola di bosco, lampone schiacciato, floreale, grafite, sorso piuttosto agile, ficcante, ottima freschezza, tannini ben fitti e fini, chiusura appena calda. Lungo su ritorni di frutto rosso sotto spirito e liquirizia.

Barolo Monvigliero Riserva 2019 – Castello di Verduno

Anche qui il naso è piuttosto dolce persino con qualche nota di caramella mou, non il Barolo (né il Monvigliero) che ti aspetti, rose appassiti, balsamicità, sorso saporito, tannino disteso, alcol sotto controllo, chiude amaro con legno un po’ troppo in evidenza.

Barolo Monvigliero 2021 – Diego Morra

Olfatto di fiori appassiti, terra e radici, fruttini rossi, ferro. Sorso molto equilibrato, succoso, saporito, dolce di frutta matura. Chiusura lunga ed elegante, sapidissima eppur lieve. Gran bel vino.

Barolo Monvigliero 2019 – I Brè

Fiori macerati, sangue,  asfalto, sorso scorrevole e gustoso, tannini affusolati che in chiusura danno però il giusto grip, lungo su ritorni di frutta matura.

Barolo Monvigliero 2021 – Ramello Gianni e Matteo

Naso dolce di frutta matura (fragole ma anche pesca), un tocco di volatile, bocca di volume, piuttosto rapido nello sviluppo e caldo in chiusura. Un vino non del tutto riuscito o, più ottimisticamente, che sta passando una fase infelice.

Monvigliero

Barbaresco

6 Barbaresco in assaggio

Siamo passati quindi a testare sei Barbaresco, curiosi di verificarne la maggior apertura ed espressività rispetto ai Barolo che al momento sembrano in fase giovanile di assestamento.

Barbaresco Asili 2021 – Carlo Giacosa

Naso goloso di fragoline, melograno, fiori freschi, sorso di buon volume, caldo, sapido e lungo. Un bel Barbaresco con un pizzico di alcol in chiusura che non lo fa essere eccezionale, ma vino molto buono.

Barbaresco Asili 2021 – Cascina Luisin

Naso di fragole e violette, una nota ferrosa, sorso pieno, sviluppo guidato dalla freschezza, tannino fitto ed elegante, molto bello in chiusura su ritorni di sale e frutta rossa. Un Barbaresco eccellente.

Barbaresco Serraboella 2021 – F.lli Cigliuti

Anguria, fiori rossi, goudron, bocca molto gustosa di frutta matura, sorso un po’ rigido forse, il tannino è particolarmente graffiante, ma saporito e non amaro. Un Barbaresco vecchio stampo che siamo certi potrà dare il meglio tra almeno un lustro. Da attendere con fiducia.

Barbaresco Bricco di Neive Vie Erte 2021 – F.lli Cigliuti

Fin dalla prima “snasata” siamo di fronte ad un vino fuoriclasse, l’olfatto è delicato, mutevole, stratificato di fruttini rossi, rose appassite, un tocco terroso, spezie in formazione. Bocca saporitissima, fitta eppur scorrevole, l’armonia delle sue componenti di frutta, acidità e tannino lo rendono setoso e lungo. Elegantissimo. Un grande vino. 

Barbaresco Gallina 2021 – Ugo Lequio

Naso di fragole ed una certa balsamicità, sorso di ottima dolcezza e allungo, elegante e sapido. Un Barbaresco riuscito se vogliamo piuttosto minimalista ma non è certo un difetto. Piacerà particolarmente a chi ama dettaglio aromatico e cesellatura del sorso. Molto interessante.

Barbaresco Rio Sordo 2021 – Musso

Naso che non parte pulitissimo (straccio bagnato), frutta scura, corteccia, asfalto, sorso molto più rassicurante, sapido e di ottima dinamica. Altro vino da attendere con fiducia, deve sistemarsi ma il tempo lo aiuterà. La chiusura sapida e lunga fa ben sperare.

I sei Barbaresco in assaggio

Altre bottiglie degne di nota

altri assaggi Grandi Langhe

Barolo Vigna Rionda 2021 – ArnaldoRivera

Sembra quasi un ossimoro, ma questo è un Barolo rarefatto, senza ostentare potenza si presenta con note soffuse di fragoline di bosco, arancia, asfalto, rose appassite…elegantissimo anche al sorso, dal tannino gentile e dalla sapidità quasi marina. Vino eccellente.

Barolo Bussia Riserva 2019 – Livia Fontana

Note minerali in apertura che ricordano il calcare, seguite poi dal varietale elegante che ti aspetti dal nebbiolo, ovvero fiori appassiti, fruttino rosso, un cenno di tartufo. Sorso delicato eppur persistente, saporito e lungo, su ritorni di frutta rossa e sale.

Dogliani 2017 – San Fereolo

Frutta rossa, grafite, viole, frutta secca, sorso dal tannino fitto, saporito, sapido, vino che si distende con un’ottima progressione e persistenza. Ritorni di fiori e frutta rossa.

Monferace 2019 – Alemat

Potpourri, frutta secca (noci), corteccia, scorza d’arancia, bocca sapida e dal tannino croccante, l’acidità allunga il sorso che è comunque scorrevole. Ottima persistenza per un grignolino (Monferace) che prova a nebbioleggiare.

Grignolino del Monferrato Casalese “Altromondo” 2023 – Hic et Nunc

Fragoline e ribes, erbe di montagna, pepe, sorso agile e gustoso, vino divertente ma ben fatto e con una chiusura minerale molto intrigante.

Conversazioni stimolanti con i produttori e vini di ottimo livello nel prosieguo della giornata, ci limitiamo qui a qualche flash dei vini che ci sono rimasti più in mente.

Partiamo dal Barolo Massara 2019 del Castello di Verduno, austero e di impostazione molto classica, passando dal sempre elegantissimo Moscato d’Asti Vecchia Vigna di Ca’ d’ Gal che anche nel millesimo 2018 non delude.

Il Barbaresco Albesani Riserva Santo Stefano 2020 del Castello di Neive è goloso e stratificato al tempo stesso; ottima la linea dell’azienda (troppo poco conosciuta a nostro modo di vedere) San Biagio (andate a caccia del Barolo Bricco San Biagio 2019!).

Che dire invece di Palladino? Ci ha colpito particolarmente il Barolo Ornato 2021. Bella scoperta anche l’azienda, invero storica, Lodali che si è impressa nella nostra memoria grazie al Barolo Bricco Ambrogio Lorens 2021 di grande complessità e articolazione. Last but not least il Barolo Rocche Rivera “Scarrone” 2021 dei Figli Luigi Oddero, dal tannino fitto e gustoso.

Diego Mutarelli
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Melideo Rocco, c’è del nuovo in Abruzzo!

Non nascondo di essere sempre alla ricerca di nuove realtà che si avvicinano al mondo del vino. È un fatto oggettivo che, di fianco ai grandi nomi dell’areale Chietino in Abruzzo, si stanno muovendo nuove leve che intendono proporre vini tipici e territoriali che esprimono e sintetizzano le qualità di un territorio. Per questo motivo ho deciso di raccontarvi oggi di una nuovissima realtà che sta muovendo i primi passi e che spero possa consolidarsi e mantenere le ottime premesse che ho potuto constatare nel corso di una mia recente visita.

Siamo in Casalincontrada, in provincia di Chieti. Casalincontrada è conosciuto anche come il paese delle abitazioni in terra cruda, realizzate con impasto di terra e paglia e testimoni di una memoria contadina, oggi rappresentano un patrimonio architettonico mondiale da preservare.
Il caratteristico borgo incastonato ai piedi della Maiella è il punto di partenza per la nuova avventura di Melideo Rocco. L’azienda agricola è di famiglia e conta diversi anni di attività alle spalle con il fondatore che fu il nonno materno Di Filippo Fioravante, a quel tempo l’azienda conferiva l’uva alla cantina sociale. I terreni di proprietà sono situati a Poggiofiorito (CH), a metà tra la Maiella e la Costa dei Trabocchi ad un’altitudine sui 300 metri s.l.m. con esposizione a N/E e S/E.
Oggi siamo agli inizi di un nuovo percorso, difatti si tratta del primo imbottigliamento con uve che sono state lavorate per conto del proprietario da una cantina vicina. L’imbottigliamento e l’etichettatura, quest’ultima effettuata manualmente, fino alla bottiglia finita è stata invece opera del Sig. Rocco che mi ha manifestato il desiderio di costruire una cantina dove convogliare tutte le fasi dell’attività produttiva.

In degustazione vi presento il Pakkabù Bianco, Rosato e Rosso. I vini sono ottenuti da uve provenienti dai vigneti di proprietà, di circa 20 anni, allevati a tendone o meglio, pergola abruzzese.

vini in assaggio Melideo Rocco

In apertura il Pakkabù Bianco 2023 prodotto con uve Pecorino in purezza che si presenta di un vivace colore giallo dorato con riflessi verdolini. Nel calice si muove con leggiadria e una discreta consistenza. Gli archetti sono regolari ma ampi e anticipano un vino di media struttura e corpo. Al primo naso, senza roteare il vino, cerchiamo di percepire la componente aromatica e arrivano immediatamente profumi molto intensi con delle piacevoli note di frutta bianca come la pesca, sentori agrumati che ricordano il pompelmo e una lieve sensazione di frutta esotica come la papaya. Un bouquet di qualità fine che apre il ventaglio olfattivo sulle note primarie della frutta e lo chiude sulle note di erbe aromatiche. In bocca si rivela secco e si fa apprezzare subito per la sua buona acidità che dona freschezza e prepara il palato al prossimo sorso.
Buona la mineralità che regala cenni salini sul finale che lasciano spazio ad un vino che ha un forte legame con il suo terroir. Al palato si apprezzano le note agrumate di pompelmo già avvertite al naso con un finale di buona persistenza e piacevolezza.
Si abbina perfettamente con antipasti di pesce crudo, primi piatti e arrosti di pesce.

Si prosegue con il Pakkabù Rosato 2023 prodotto da uve Montepulciano d’Abruzzo. Il calice si veste di un cristallino colore rosato cerasuolo brillante. Al naso il bouquet olfattivo è intenso, complesso e di qualità fine con eleganti profumi di frutta fresca rossa come la fragola, ciliegia, cenni di melograno e lampone ed eleganti note floreali di rosa e geranio. Sapore piacevole, fresco, con una buona acidità e di lunga persistenza aromatica. Ottimo con pesce alla griglia, zuppe di pesce, arrosti di carni bianche, trippa, pizza e formaggi semi stagionati.

In chiusura il Pakkabù Rosso 2023 da uve Montepulciano d’Abruzzo in purezza che si presenta di un colore rosso rubino intenso con profonde sfumature violacee. Al primo naso intensi e ampi profumi di frutta rossa matura come marasca e mirtilli, seguono lievi note speziate di liquirizia e cenni di tabacco dolce.
Al palato il sorso è pieno, morbido, vellutato con un tannino presente e una vena acida supportata da una parte salina. Di buon corpo si fa apprezzare per una buona persistenza e una grande bevibilità.

Seguirò con interesse e curiosità l’evoluzione di questa realtà che debutta con dei vini varietali, semplici e accessibili (anche nel prezzo, sotto i 10 €), la gamma dovrebbe ampliarsi entrando nel sistema delle denominazioni di origine e dedicandosi anche a riserve e selezioni di maggior ambizione.

Walter Gaetani

Naturale Festival: cinque produttori che forse non conosci!

Naturale Festival

Circa un anno fa avevamo partecipato a Naturale Festival, un bell’evento dedicato al vino naturale che anche quest’anno si è tenuto presso Mare Culturale Urbano di Milano. Se l’anno scorso nel nostro resoconto avevamo parlato di “prova di maturità” per il movimento mettendo in luce i tanti vini espressivi ed enologicamente corretti, quest’anno – consapevoli che questo mondo è, fortunatamente, in eterno rinnovamento – ci siamo focalizzati nel degustare le aziende a noi meno conosciute.

Di seguito condividiamo le nostre impressioni sulle aziende più interessanti che abbiamo “scoperto” e che non erano presenti o non avevamo già assaggiato lo scorso anno. Siamo sicuri che alcune di queste realtà potresti non conoscerle e speriamo di incuriosirti, secondo noi ne vale la pena!

Poggio Cagnano, ci troviamo in Maremma, qui una giovane coppia cura poco più di 4 ettari di vigna a 450 metri s.l.m., tra il mare e il Monte Amiata. Le uve beneficiano di escursioni termiche notevoli e i vini dell’azienda a base di vermentino, ansonica, sangiovese, alicante e ciliegiolo sono espressivi e gustosi. Ci ha colpito particolarmente l’Ansonica Tacabanda “you must believe in spring” 2022: due giorni di macerazione, affinamento in inox e cemento, il vino ha una bellissima eco marina, fresco e sapido, ma di grande carattere. Delizioso. Non da meno il Sangiovese Euphoria Vigna ai Sassi 2021, altro vino di personalità, macerato 12 giorni sugli acini (diraspati ma non pressati) e affinato in anfora, si dipana grazie ad una convincente dinamica tra sale e tannino “masticabile”.

Viticoltori Anonimi, un’altra giovane coppia alle prese con un lavoro ammirevole di recupero di vecchie vigne semi abbandonate. Siamo in Umbria, l’azienda ha meno di mezzo ettaro di vigna e la produzione è, conseguentemente, limitatissima … ma chissà che quest’avventura non possa assumere una dimensione leggermente più significativa, anche per permettere agli appassionati di assaggiare questi vini molto coraggiosi ed intriganti. Le referenze sono numerose, nonostante le poche bottiglie prodotte, qui ci limitiamo a parlare del Trespolo 2023, ottenuto da trebbiano spoletino vendemmiato nella prima settimana di ottobre. Diraspatura a mano per preservare l’acino intero, fermentazione spontanea, macerazione sulle bucce di 24 giorni e affinamento in damigiane di vetro sulle fecce fini con frequenti bâtonnage. Vino fresco e gustoso, minerale e slanciato.

Terrae Laboriae, ci troviamo in Sannio, per l’esattezza a San Lorenzo Maggiore (BN). L’azienda cura 8 ettari di vigna ed in vinificazione si caratterizza per l’utilizzo in affinamento delle anfore in stile georgiano (Qvevri). Ci è piaciuta molto la Falanghina Speri 2023, 1 mese di macerazione in anfora ma che resta leggiadra al sorso, senza estremizzazioni tanniche o vegetali, dal bel frutto disidratato, la giusta verve sapida e uno sviluppo lineare ed elegante. Curioso il vino rosso Teli 2022, dal vitigno locale camaiola.

Ludovico, azienda abruzzese sita in Valle Peligna, a Vittorito (AQ). Abbiamo assaggiato un convincente Montepulciano d’Abruzzo Suffonte 2021, affinato in acciaio risulta molto fruttato e saporito, ricco ma senza accessi muscolari, ma anzi di grande beva. Siamo curiosi di approfondire il resto della produzione (Cerasuolo e Trebbiano d’Abruzzo).

Cà Bianche, siamo in Valtellina, a Tirano (SO), solo 2 gli ettari di vigna a circa 650 metri s.l.m. che cura personalmente dal 2007 Davide Bana. Elegante e gustoso come solo la chiavennasca, ovvero il nebbiolo di Valtellina, sa essere, il Valtellina Superiore “La Tèna” 2021 è un vino austero e ficcante, di grande fascino e dalla persistenza notevolissima.

Diego Mutarelli
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Toscana IGT: vini d’avanguardia o in cerca di identità?

La Masterclass Toscana IGT – evento organizzato da Doctor Wine, ovvero Daniele Cernilli, in collaborazione con il Consorzio Vino Toscana – è stata l’occasione per fare il punto su un distretto produttivo del vino toscano che muove numeri significativi. Ogni anno oltre 4.000 aziende toscane rivendicano l’appellazione Toscana IGT per un controvalore di circa 495 milioni di euro con una fortissima vocazione all’export (il 70% della produzione varca i confini nazionali).

Abbiamo partecipato alla manifestazione con il nostro solito spirito di cronisti curiosi, cercando di mettere da parte lo scetticismo che molti appassionati nutrono nei confronti di una denominazione così disomogenea e ampia in termini geografici e produttivi. Etichettati come Toscana IGT possiamo infatti trovare vini bianchi, rossi, frizzanti, da vendemmia tardiva e passiti…insomma un calderone così ampio di offerta che rischia di togliere identità e coerenza alla proposta enoica.

Il Consorzio Vino Toscana, di recente costituzione, non potendo dunque puntare su un’inesistente identità territoriale, ecco che si pone obiettivi molto più concreti:

  • difendere da contraffazioni e abusi di vario genere il maschio Toscana
  • promuovere e sostenere i suoi soci in attività di promozione in Italia e all’Estero

Abbiamo potuto assaggiare 24 vini, 6 bianchi e 18 rossi, il cui elenco riportiamo nella foto sottostante.

La curiosità che ci ha spinto ad assaggiare con attenzione i vini proposti è stata quella di indagare quanto Toscana IGT possa porsi come “denominazione di ricaduta” dei vini innovativi, sperimentali, non ortodossi rispetto alle storiche denominazioni toscane come Brunello di Montalcino, Chianti Classico, Nobile di Montepulciano, Vernaccia di San Gimignano… Anticipiamo che la qualità media degli assaggi è stata molto buona, soprattutto in termini di correttezza enologia, più chiaroscuri invece abbiamo trovato proprio sul fronte dell’emozione, della sperimentazione e della personalità. Insomma, per il momento di avanguardia e sperimentazione non ne abbiamo visti a sufficienza, ma il cammino del Consorzio è appena iniziato…

Come nostro costume condividiamo le note dei vini degustati limitandoci, in questo caso, ai soli assaggi più convincenti.

Toscana Rosso IGT 2021 – Vallepicciola: azienda sita a Castelnuovo Berardenga propone questo vino da uve sangiovese del vigneto Fontanelle, piante di oltre 40 anni poste a 450 metri sul livello del mare. Fermentazione in cemento e affinamento di 20 mesi in barrique (50% di legno nuovo). Il vino è godibilissimo nei suoi sentori di amarena, fiori rossi, terra e un tocco di spezie balsamiche, sorso potente ma la beva non ne risente, la freschezza alleggerisce e allunga il sorso ed il tannino cesellato accompagna il vino verso una chiusura pulita di ottima lunghezza.

Estatura Toscana Rosso IGT 2019 – Barone Pizzini Tenuta Ghiaccioforte: siamo nei poderi Ghiaccioforte, le vigne a conduzione biologica di Barone Pizzini in Maremma. Il vino che abbiamo nel calice è frutto di un riuscito blend di sangiovese (50%) e carignano nero (50%), fermentazione in acciaio e 12 mesi di barrique. Il vino è di un rosso rubino compatto, al naso frutta rossa, macchia mediterranea, balsamico, spezie e tostature (senza eccessi), insomma l’affinamento in legno si sente ma è gestito alla perfezione senza inopportune dolcezze, il sorso è caratterizzato da una certa morbidezza, i 15% di titolo alcolometrico sono però ben mitigati da tannino fitto e fuso, sapidità in filigrana e acidità rinfrescante.

Camboi Toscana Rosso IGT 2019 – Castello di Meleto: azienda storica di Gaiole in Chianti che non ha bisogno di presentazioni, presenta questo vino ottenuto da malvasia nera, che affina 18 mesi in botti da 25 hl. Colore rubino chiaro luminoso, si propone all’olfatto con fruttini rossi aciduli (ribes) ma anche arancia, un elegante tocco floreale e di ginepro. La bocca è dinamica, snella e succosa, precisa ed equilibrata, con l’acidità a fare da filo conduttore ed un tannino in secondo piano. Vino finto semplice di grande piacevolezza e bevibilità.

Il Blu Toscana Rosso IGT 2021 – Brancaia: nota azienda di Radda in Chianti che etichetta come Toscana IGT Il Blu, un blend di merlot (80%), sangiovese e cabernet sauvignon. Ogni singola varietà viene affinata separatamente in barrique (per due terzi nuove), per 18 mesi. In seguito, una volta assemblato, il blend finale matura in vasche di cemento non vetrificato per 3 mesi. Rosso rubino con riflessi bluastri, naso molto ampio di lampone, prugna, caffè, cassetto della nonna, spezie dolci…il sorso è una carezza, avvolge il cavo orale e lo accompagna senza soluzione di continuità in un finale in cui l’acidità fa capolino e sostiene la chiusura rintuzzandone il calore.

Campo all’Albero Toscana Rosso IGT 2020 – La Sala del Torriano: azienda nota anche per i suoi Chianti Classico, presenta in degustazione il Campo all’Albero, merlot (70%) e cabernet sauvignon (30%), 18 mesi di affinamento in barrique. Confettura di ciliegie, mirtillo, caffè, note balsamiche al naso, morbido in ingresso in bocca con un tannino fitto e saporito che fornisce grip e dinamica, la chiusura è sapida e lunga. Un vino che potrà evolvere e migliorare ancora.

Cabernet Franc di Vignamaggio Toscana Rosso IGT 2020 – Vignamaggio: ottenuto da piante di oltre 40 anni di cabernet franc site in Greve in Chianti, il vino fermenta in acciaio e affina 18-24 mesi in barrique. Colore rubino impenetrabile, all’olfatto è intenso nei richiami di ribes nero, cacao, prugna, caffè e una caratterizzante nota vegetale (peperone grigliato). L’acidità rende il sorso succoso, il tannino è ben presente ma affusolato. Bella progressione per una chiusura saporita e di personalità.

Diego Mutarelli
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Taste Alto Piemonte a Milano: i nostri assaggi

Taste Alto Piemonte è un format ideato dal Consorzio Tutela Nebbioli Alto Piemonte che quest’anno ha scelto Milano come vetrina e location d’eccezione e AIS Milano come partner organizzativo.

Il 16 settembre 2024 all’Hotel Westin Palace abbiamo avuto modo di assaggiare alcuni dei vini rappresentativi dell’intrigante territorio dell’Alto Piemonte, territorio variegato che copre ben 10 denominazioni: Boca DOC, Bramaterra DOC, Colline Novaresi DOC, Coste della Sesia DOC, Fara DOC, Gattinara DOCG, Ghemme DOCG, Lessona DOC, Sizzano DOC, Valli Ossolane DOC.

Come nostra consuetudine di seguito condividiamo i nostri migliori assaggi.

I grandi nomi non deludono

Gli storici grandi nomi dell’Alto Piemonte non deludono anche in queste “nuove” annate.

Partiamo da Antoniolo che, a Gattinara, sforna ormai da decenni una gamma di vini di altissimo livello, fedeli alla tradizione, potenti ed eleganti allo stesso tempo. In particolare, il Gattinara Riserva DOCG Osso San Grato 2019 (60-70 €) è una vino dalla classe cristallina, probabilmente il miglior assaggio dell’evento.

Spostiamoci a Lessona dove Tenute Sella sfodera un Lessona DOC 2019 (25 €) estroverso e gustoso, qui al nebbiolo si unisce la vespolina per un vino che risulta molto aperto al naso (sangue, note ferrose, ribes), aristocratico e compito al sorso, con un tannino fuso e cremoso.

A Boca si trova invece Le Piane, che presenta una gamma convincente a partire dall’ottimo Boca DOC 2018 (60 €) vino di grande complessità e stratificazione; ci ha però colpito ancor di più il Piane 2021 (30-40 €), etichettato come “semplice” Vino Rosso, 90% di croatina da vecchie vigne con, a completare l’uvaggio, nebbiolo e vespolina. Un vino di grande personalità e carattere, con frutto rosso e spezie, al sorso risulta di grande impatto, tannico e persistente. Una delle espressioni di croatina più convincenti mai assaggiate.

Le sorprese positive

Chiamarli outsider sarebbe sbagliato, ma è un fatto che di fianco ai grandi nomi dell’Alto Piemonte ormai da anni hanno acquisito un posto di rilievo altri produttori che anche in questo evento si sono ben distinti.

In Val d’Ossola Cantine Garrone da diversi anni sta proponendo vini sempre più convincenti e identitari. Meritevole inoltre la valorizzazione e conservazione del prünent, antico clone di nebbiolo adattatosi alla perfezione in questi luoghi. Ci è piaciuto moltissimo il Prünent Valli Ossolane Nebbiolo Superiore DOC 2021 (30 €) dal profilo slanciato, fresco e saporito, con sentori che vanno dal frutto rosso alle erbe di montagna, con richiami ferrosi e speziati. Ottimo anche il Prünent Diecibrente Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2020 (40 €), da uve provenienti da un vero e proprio “grand cru”, un vigneto del 1920. Il vino ha grande fascino e un quid di potenza e profondità sapida in più rispetto al Prünent 2021.

Tenute Vercellino è una giovane azienda di Valdengo (BI) che cura poco più di 2 ettari di vigna. Ci è piaciuto il Coste della Sesia Rosso 2022 (25 €), un uvaggio di nebbiolo (50%), barbera, vespolina, croatina ed uva rara che unisce al frutto goloso un’intrigante mineralità.

Per chiudere in bellezza parliamo dell’Azienda Agricola Gilberto Boniperti e del suo buonissimo Fara DOC Bartön 2021 (25 €) che si presenta con un naso elegantissimo e floreale e poi spiazza con una bocca sferzante per freschezza e grip tannico, un vino di grande personalità.

In questo post ci siamo limitati a riportare gli assaggi che più ci hanno colpito, ma la quasi totalità dei vini assaggiati ci è parsa convincente, ci sembra insomma che l’Alto Piemonte goda ottima salute!

Diego Mutarelli
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11 e 12 maggio 2024, in assaggio 150 sfumature di Lambrusco

Condividiamo un interessante evento che si terrà l’11 e il 12 maggio 2024 nel Complesso Monastico San Benedetto Po (MN). Si tratta di Lambrusco a Palazzo, rassegna ormai giunta alla nona edizione ed organizzata da ONAV Mantova e La Strada dei Vini e Sapori Mantovani.

Saranno 50 le cantine partecipanti e si potranno assaggiare oltre 150 etichette tutte a base di lambrusco, o meglio della vasta famiglia dei lambruschi, parliamo di vini frizzanti e spumanti prodotti nelle province di Modena, Reggio Emilia, Mantova e Parma.

Da non perdere, inoltre, la visita al complesso monastico ed in particolare alla Sala Capitolare del Polirone, appena restaurata.

Qualche informazione organizzativa:

Lambrusco a Palazzo, sabato 11 maggio dalle 15.00 alle 20.30 e domenica 12 maggio dalle 13.30 alle 20.00; Complesso Monastico San Benedetto Po (MN).

Ingresso all’evento da acquistare in loco al costo di 13 €, ingresso ridotto per soci ONAV, AIS, FISAR, FIS, ASPI, WSET (11 €).
Masterclass

sabato 11 maggio ore 16.00 (10 euro) Lambrusco ‘Il Metodo Classico’ a cura di ONAV.
domenica 12 maggio ore 16.00 (10 euro) ‘I vitigni autoctoni della Via Emilia’ a cura delle Donne del Vino Emilia Romagna.

Redazione

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Tre giovani produttori al Vinitaly 2024

Anche quest’anno abbiamo partecipato al Vinitaly, la più grande fiera del vino italiano che riesce a coniugare opportunità di affari tra gli operatori del mondovino e occasioni di scoperta e assaggio per tutti i “semplici” appassionati.

Abbiamo deciso di dedicare del tempo non solo ai classici assaggi ed incontri mirati negli spazi espositivi, ma anche alla partecipazione ad alcuni eventi organizzati all’interno della manifestazione. Particolarmente interessante l’evento che abbiamo deciso di condividere in questo post, si tratta di Young to Young, l’ormai consueto momento di confronto tra giovani vignaioli e comunicatori del vino moderato da Paolo Massobrio e Marco Gatti.

Ecco chi abbiamo incontrato!

Bosco Longhino, azienda storica dell’Oltrepò oggi guidata da Massimiliano e Greta Faravelli, tra i primi a puntare con convinzione sul pinot nero Metodo Classico. Abbiamo assaggiato il Pinot Nero Pas Dosè “Casto” 2018. Dopo l’accurata selezione delle uve e la loro vinificazione in acciaio, il vino sosta per ben 50 mesi sui lieviti. Nel calice il vino si presenta con una bollicina finissima ed un corredo olfattivo intrigante: fruttini rossi, mela golden, un bel tocco minerale. Il sorso è potente, ampio e di volume ma non difetta in progressione e allungo, la verve acida conferisce eleganza e freschezza. Chiude sapido e di ottima lunghezza.

Tonello Vini, azienda dei Monti Lessini, un’interessante territorio caratterizzato da terreno vulcanico che si trova tra le province di Vicenza e Verona. L’azienda si dedica prevalentemente alle uve a bacca bianca durella e garganega. Diletta Tonello ha portato in degustazione il Lessini Durello Metodo Classico Extra Brut “Io Teti” 2019. Naso divertente con richiami di frutta gialla, anche esotica, agrumi, roccia, spezie in formazione. Bocca intensa, di impatto acido molto importante (come da DNA del vitigno impiegato, la durella), rinfrescante e pericolosamente “dissetante” per un vino che si beve con grande facilità grazie anche ad una gustosa chiusura salata.

Azienda Agricola Emanuele Gambino, operativa dal 2016 in quel di Costigliole D’Asti con vigne a cavallo tra Langhe e Monferrato. Abbiamo assaggiato il Mò Frem 2020, un moscato bianco vinificato secco e affinato in anfore di terracotta da 750 litri. Un bianco da uve aromatiche che però riesce a superare le note varietali più spinte del moscato, il vino risulta agrumato, quindi si percepiscono note di erbe aromatiche (rosmarino, salvia) e di fiori di campo, un leggerissimo tocco di miele d’acacia. Sorso morbido ma del tutto secco e con la giusta acidità in filigrana. Potente e sapida la chiusura.

Diego Mutarelli
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Vini di Vignaioli: 3 vini da ricordare

L’evento Vini di Vignaioli a cui abbiamo partecipato – come anticipato in un post di qualche settimana fa – è stata un’ottima occasione per fare il punto sullo stato di salute di quell’ampio e variegato mondo dei vini naturali / artigianali / bio-qualcosa. Insomma quel movimento, difficilmente incasellabile ma indiscutibilmente in crescita, di aziende agricole che considerano il produrre vino un’atto politico, ovvero un agire che ha implicazioni etiche e trasmette valori ben precisi: capacità di ascolto della natura, riduzione al minimo dell’utilizzo di sostanze chimiche di sintesi in vigna, salvaguardia del territorio, approccio artigianale alla produzione…

A giudicare dalla partecipazione all’evento, lo stato di salute del movimento è senz’altro molto buono, le due ampie sale adibite agli assaggi erano gremite di appassionati e i produttori presenti ci sono sembrati soddisfatti. Sulla qualità degli assaggi naturalmente, come sempre accade negli eventi di questo genere, ce n’era per tutti i gusti: giovani produttori alle prime armi con vini non privi di imprecisioni tecniche, vini espressivi e gustosi, grandi vini e stuzzicanti novità da seguire in futuro. Insomma non ci siamo annoiati!

Di seguito condividiamo i tre assaggi che ci hanno colpito particolarmente:

Foradori: l’azienda sita in Mezzolombardo (TN) di Elisabetta Foradori non ha bisogno di presentazioni, biodinamica fin dal 2002 è l’alfiere del vitigno teroldego che ha portato alla fama nazionale ed internazionale grazie al Granato, vero e proprio vino icona. Abbiamo assaggiato la delicata, ma fitta ed intrigante Fontanasanta Nosiola 2018, il Granato 2021 e 2016 entrambi di grande impatto e prospettiva, ma ci ha rapito il Teroldego Sgarzon 2015, fermentato e affinato 8 mesi in anfore spagnole (tinajas) si esprime su dettagli aromatici di grande eleganza, tra ribes, arancia, fiori rossi e un che di terroso, il sorso è ficcante, di grande dinamica e dal saporitissimo finale salino.

Porta del Vento: ci troviamo a Camporeale (PA), è qui che Marco Sferlazzo ha creato nel 2006 Porta del Vento. Le vigne si trovano a circa 600 metri sul livello del mare, in prevalenza alberelli di catarratto e perricone. Tra i vini assaggiati ci hanno colpito favorevolmente il Porta del Vento Catarratto 2022 sapidissimo e lungo ed un convincente Perricone 2021, denso e materico, ma di ottima beva e progressione, tannico e stratificato.

Podere La Brigata: azienda che non conoscevamo, si trova in Abruzzo, a Pratola Peligna (AQ), soli 3 ettari vitati a montepulciano, trebbiano, malvasia, moscato e riesling. Non ci sono molte informazioni su questa azienda di recente costituzione, si presentano con umiltà: “Vini fieri da osteria alla portata di tutti”. Abbiamo trovato vini semplici e schietti, ma di grande finezza e pulizia, espressività e slancio. Mamba Nero 2021, da vigne vecchie di montepulciano, affinato solo in acciaio, è una versione agile di montepulciano, ma di grande armonia con sorso caratterizzato dal frutto vivace e dalla trama sapida. Pianatorre 2021 è un altro vino rosso da montepulciano questa volta affinato in legno, stratificato e gustoso, fitto e vitale. Insomma, due vini che ci hanno fatto scoprire una realtà che ci sembra molto promettente e che seguiremo con attenzione.

Diego Mutarelli
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I più premiati fra i premiati

La rivista Civiltà del Bere, che quest’anno festeggia un importante anniversario, cinquanta anni di attività, annualmente estrapola dalle sei guide enologiche italiane (Vitae di AIS, Slow Wine, Doctor Wine, Bibenda, Veronelli e Gambero Rosso) i vini premiati che le accomunano; non stupiamoci se ogni anno ritroviamo vini blasonati, iconici, vini che hanno fatto la storia del vino italiano e ancora non smettono di farla, anche fuori dai confini nazionali.
Come ogni anno Civiltà del Bere ha organizzato a Milano una degustazione dal titolo “Simply the best” in cui erano presenti cantine pluripremiate dalle Guide e, non meno importante, dal cliente finale; parallelamente a questo evento, tenutosi il 25 marzo scorso, presso il Museo della Scienza e della Tecnologia, si sono organizzate due masterclass, condotte dal responsabile della rivista, Alessandro Torcoli, con protagonisti i 10 vini più premiati…fra i premiati.

Noi di Vinocondiviso abbiamo scelto di partecipare alla prima masterclass, ecco i cinque vini che abbiamo assaggiato:

  1. Valentini – Trebbiano d’Abruzzo DOC 2019; quando si parla di vini bianchi italiani destinati all’invecchiamento, il Trebbiano d’Abruzzo non è nei primi della lista, tranne che se affiancato dal cognome Valentini: qui si gioca un campionato a parte e anche fuori confine italico. Il vino assaggiato si presenta con un impatto aromatico intenso e complesso (fiori gialli di campo, cedro, mango, pinoli, cera d’api ) e un finale di bocca salmastro e lunghissimo; un vino che presenta ancora qualche spigolatura dovuta alla gioventù ma già di grande equilibrio e struttura.
  2. Tenuta San Guido – Sassicaia, Bolgheri Sassicaia DOC 2020; anno dopo anno (e ne sono passati più di sessanta, dal primo vino in commercio) le classiche note bordolesi risultano perfettamente integrate nella zona di Bolgheri, regalando balsamicità, eleganza, piacevolezza, finezza. Un vino che resta nell’Olimpo senza alcun indugio.
  3. Col d’Orcia – Poggio al Vento, Brunello di Montalcino Riserva DOCG 2016; da una singola vigna, da cui prende il nome, figlia di una scrupolosissima selezione massale, iniziata cinquanta anni fa Poggio al Vento viene prodotto sin dal 1982. Qui il tannino, rispetto al precedente assaggio, è assai più vigoroso ed energico, mentre le note aromatiche sono così numerose da rendere il vino un piccolo manualetto olfattivo: ribes, viola, foglia di tabacco, radice di zenzero, pepe nero, erbe aromatiche essiccate, olive nere, caramella all’eucalipto.
  4. Bertani – Amarone della Valpolicella Classico DOCG 2013; il terzo vino rosso in degustazione presenta a differenza dei primi due un colore rubino che già vira sul granato, con i suoi 96 mesi di affinamento in legno e una lunghissima sosta in bottiglia. Grande opulenza al naso (pot-pourri, ciliegia sotto spirito, curcuma, cioccolatino after-eight, liquerizia, funghi secchi) e altrettanta, se non maggiore, morbidezza e rotondità in bocca.
  5. Letrari – 976 Riserva del Fondatore, Trento DOC Riserva Brut 2012; si conclude con un metodo classico della cantina Letrari prodotto solo in annate particolarmente favorevoli, in questo caso il millesimo 2012, un anno dalla sboccatura, quindi 120 mesi sui lieviti, da un blend paritario di pinot nero e chardonnay. Lo spumante mantiene una discreta effervescenza alla vista, insieme alle classiche note di pasticceria, frutta gialla, mandorla, burro, erbe aromatiche ma, quello che sicuramente sorprende, è la grandissima freschezza che troviamo in bocca: un finale azzeccato per brindare all’altissima qualità dei vini premiati.

Alessandra Gianelli
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Cornas a Cortona (parte 1)

L’edizione 2024 del festival Chianina e Syrah si è tenuta a Cortona dal 9 all’11 marzo. Ogni anno avviene in concomitanza con la fiera Prowein a Düsseldorf, per questo non ho mai potuto partecipare. Tuttavia quest’anno ho saltato l’evento fieristico, così non mi sono fatta sfuggire l’occasione di visitare il festival che celebra le eccellenze enogastronomiche della Valdichiana.

Ancora una volta Cortona si dimostra un faro di creatività e maestria, e la sua comunità dovrebbe ispirare i borghi circostanti, che purtroppo non sono ancora in grado di suscitare lo stesso interesse con iniziative originali, nonostante il loro ricco patrimonio storico, architettonico e paesaggistico (ogni riferimento a Montepulciano è puramente casuale).

Tra le varie giornate della manifestazione, ho scelto domenica 10, per poter assistere ad una masterclass sulla regione vitivinicola di Cornas: ultimo avamposto per la syrah scendendo lungo il fiume nella valle del Rodano settentrionale.

Al timone della lezione, veri maestri del settore, come Lionel Fraisse, del domaine Alain Voge, Giampaolo Gravina (tra i colpevoli della mia ossessione per la Borgogna), il talentuoso sommelier e fotografo Marcello Brunetti, e infine Stefano Amerighi, un amico così eclettico che nessun aggettivo sarebbe mai sufficiente a descriverlo pienamente.

Ma perché proprio Cornas? Cos’ha spinto Stefano e tutti questi professionisti a voler mettere in luce una piccola appellation che comprende appena 164 ettari e una cinquantina di imbottigliatori, i quali hanno iniziato a valorizzare queste terre granitiche solo dopo gli anni Sessanta del secolo scorso?

Ammetto che quando visitai la regione due anni fa, lasciai in secondo piano Cornas, dedicandole sì e no una mezza giornata. Logisticamente non era un punto di appoggio comodo, ed ero più attratta dalle espressioni di syrah più popolari, come Hermitage oppure Côte-Rôtie, due regioni più settentrionali, dalle quali Cornas dista mezz’ora e un’ora di macchina.

Avevo sentito parlare del tipico sentore di oliva in questa regione calda, e temevo di ritrovare una certa opulenza rispetto all’eleganza. Questo è un pregiudizio sbagliato, e l’ho intuito raggiungendo la sommità della collina: nonostante la terra sia calda e siccitosa, l’altitudine raggiunge i 400 metri di altezza, con un dislivello di 300 metri (Hermitage, anch’essa molto ventosa, si sviluppa su circa 300 metri di altezza, mentre le viti sulla Côte-Rôtie crescono dai 180 ai 325 m.s.l.m.).

Quali potrebbero essere dunque le ragioni che hanno suscitato il fascino di questo promontorio? Di certo l’altitudine, oppure l’omogeneità delle condizioni pedoclimatiche, o ancora la circoscrizione limitata dell’area vinicola. Non solo: così come la syrah è l’unico vitigno ammesso per produrre l’AOC Cornas, allo stesso modo il granito è la sola matrice geologica del territorio. Tutto ciò comporta una chiave di lettura del vino coerente, garantendo agli appassionati una certa riconoscibilità.

Ma non è tutto. Ciò che rende speciale Cornas è la sua comunità, composta da produttori che hanno assecondato una delle esigenze umane più distintive: interpretare. Si sono armati di raspi, carrucole, barrique per essere tradizionalisti e cemento per essere progressisti. Teloni di plastica sulla vigna come se fosse un orto per contenere l’umidità, e vasche a forma di diamante. Hanno unito diverse parcelle in un unico vino, oppure le hanno lasciate distinte, non perché un’annata fosse peggiore di un’altra, ma perché l’identità del territorio in un vino si rifà banalmente a chi quel luogo lo custodisce.

Il post prosegue con il racconto dei 7 Cornas che ho assaggiato. Verrà pubblicato tra qualche giorno, non perdertelo! Leggi qui la seconda parte.

Elena Zanasi
Instagram: @ele_zanasi