Giuseppe Lazzaro e il suo Etna

C’è un’immagine che definisce bene il lavoro di Giuseppe Lazzaro: quella di un tecnico che non abbandona mai gli stivali da lavoro.
Lavorare vigne su tre versanti diversi dell’Etna non è solo una scelta agronomica, ma una sfida logistica che richiede una presenza costante tra i filari. Giuseppe infatti non si limita a disegnare i vini in cantina ma la sua è una viticoltura di osservazione, dove la pelle segnata dal sole è un segno di un legame fisico con ogni singola vite. Giuseppe non è un debuttante nel mondo del vino, per quasi vent’anni ha affiancato un produttore che ha contribuito enormemente alla crescente fama dei vini dell’Etna.
Oggi, con la sua azienda, gestisce circa 4,5 ettari vitati che abbracciano il vulcano da nord a sud-ovest, portando avanti una visione che unisce la precisione dell’enologo alla dedizione del vignaiolo.

La geologia del versante est: ferro e collassi millenari

Il cuore del progetto si trova sul versante est, a Milo, dove il suolo non segue lo schema delle classiche colate laviche superficiali del resto dell’Etna, ma racconta una storia più antica, quella del collasso della Valle del Bove.

I suoli di questa zona sono composti dal cosiddetto “Chiancone”, un deposito alluvionale e detritico ricchissimo di minerali (e di quel ferro di cui ci ha parlato Giuseppe) che deriva direttamente dal materiale franato durante la formazione della Valle del Bove. Scavando anche solo un metro di profondità, emerge una terra rossa, intensa, con una presenza di ferro massiccia che conferisce ai vini una tensione minerale altamente percepibile.
I terrazzamenti sono testimoni di questa storia, infatti i muretti a secco sono stati eretti secoli fa tagliando direttamente la pietra della colata del 1689.
In queste vigne dai 40 agli 80 anni, il nerello mascalese convive con varietà storiche per l’Etna come sangiovese (sì sull’Etna c’è tantissima presenza di sangiovese), trebbiano e minnella, un tempo piantate per garantire il vino “di casa” e oggi custodi di una biodiversità preziosa.

La filosofia: il vino si crea in base all’annata

L’approccio di Giuseppe è lontano da qualsiasi protocollo fisso, la sua parola d’ordine è la molteplicità di lavorazioni. Per ogni etichetta, non si accontenta di un’unica massa, ma realizza diverse lavorazioni e vinificazioni separate che diventano i tasselli di un mosaico finale, deciso solo dopo aver compreso l’andamento della stagione.

Un esempio emblematico è il vino Spariggiu, che in siciliano significa dispari, è un rosato di nerello mascalese in purezza nato dall’unione di tre lavorazioni diverse, per esaltare le caratteristiche del vitigno:

  • pressatura diretta per preservare acidità, freschezza e la componente minerale e sapida del suolo
  • contatto con le bucce (circa 24 ore) per definire il corpo e la struttura aromatica
  • una terza lavorazione di macerazione sulle bucce di durata variabile, utilizzata come bilanciere per calibrare l’equilibrio in base all’annata.

Questa scomposizione tecnica permette di adattarsi alle asperità dell’annata, cercando sempre la massima bevibilità: l’obiettivo è un calice che inviti immediatamente al secondo sorso, senza stancare il palato.

B4.2 il debutto del bianco tra macerazioni aromatiche e freschezza vulcanica

Con l’annata 2024 fa il suo debutto il B4.2, un bianco che gioca sull’assemblaggio delle varietà per trovare un equilibrio inedito tra struttura e bevibilità.

Il cuore del progetto risiede in un blend di sei vitigni gestiti con due approcci differenti, abbiamo l’inzolia di Biancavilla, il grecanico delle alte quote di Etna Nord, il moscato e la minnella che affrontano una macerazione di 5 giorni, che serve ad estrarre il carattere distintivo del vino, specialmente dalla minnella che, raccolta in sovramaturazione, sprigiona un profilo semi-aromatico che si fonde con le note tipiche del moscato. A bilanciare questa massa aromatica intervengono carricante e catarratto, vinificati in bianco in modo classico, senza contatto con le bucce, per preservare la spina dorsale del vino.

Il risultato è un bianco pensato per l’estate: fresco e trascinante, che regala al naso una splendida aromaticità intensa ma si rivela in bocca profondamente sapido e verticale, rispettando l’identità minerale dei suoli vulcanici.

L’Ancestrale e l’Anfora: la ricerca della pulizia

Nonostante l’approccio artigianale, Giuseppe punta a una pulizia espressiva estrema, rifiutando le sbavature che spesso vengono associate ai vini non convenzionali.

Zoé Ancestrale
Un rosato di nerello mascalese ottenuto da pressatura diretta.
Giuseppe sceglie di sboccarlo dopo circa 10 mesi di sosta sui lieviti, una decisione tecnica precisa, nata da una base di uva selezionata accuratamente.
Il risultato è una bolla nitida e cremosa, con note che virano verso l’albicocca ed il frutto a polpa chiara.

Il V-1981 in anfora
Chiamato così per la colata che ha lambito il vigneto appunto nel marzo del 1981, questo vino è il fiore all’occhiello dell’azienda.

Nerello mascalese in purezza proveniente dalle vigne centenarie a 1000 metri in contrada Pirao, vengono utilizzate anfore di terracotta modellate a mano provenienti da Impruneta.
Primo periodo in acciaio per decantare le fecce grossolane e poi a dicembre, post fermentazione alcolica, va in anfora.
L’utilizzo dell’anfora, lontano da ogni romanticismo, è dettata dalla micro rugosità interna della ceramica che trattiene le fecce fini. Inoltre, la forma a uovo, soprattutto durante i cambi di stagione, crea dei moti convettivi naturali, permettendo un batonnage spontaneo e perenne per 18 mesi, senza mai dover aprire il contenitore e senza necessità di aggiunta di solforosa.

La resistenza biologica: la sfida del 2023

Il 2023 è stato un anno disastroso, la peronospora ha colpito duramente l’Etna e i produttori hanno dovuto lottare per avere grappoli sani, specialmente nel versante Nord, dove la resa è crollata drasticamente.

Essere in regime biologico significa non avere scorciatoie e la difesa della vigna diventa una questione di tempismo e conoscenza della materia: l’uso di oli essenziali di arancia per l’azione caustica sulle spore, combinato con zeolite e zolfo, ha aiutato un minimo, ma ciò richiede un monitoraggio costante.
In alta quota, dove l’umidità del mattino può essere letale, la differenza tra una vendemmia e un vigneto vuoto privo di grappoli sta tutta nella capacità del vignaiolo di anticipare la natura.

Queste sono tecniche e monitoraggi che Giuseppe ha fatto suoi, grazie alla vicinanza ai vecchi contadini del vulcano che lo hanno aiutato nella formazione e dai quali ha imparato tantissimo.

Giuseppe non impone uno stile, ma asseconda l’identità di ogni singolo suolo e vitigno, attraverso la precisione tecnica.
Tra il recupero genetico delle vigne vecchie e la gestione dinamica dei tre versanti, la sua filosofia restituisce un’Etna nitida e senza compromessi, dove il rigore dell’enologo e la sensibilità del vignaiolo si fondono in prodotti puliti e di unicità territoriale.

Salvatore Petronio
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Cerea, Vini Veri 2026: qualche istantanea

Dal 10 al 12 aprile si è svolta a Cerea la ventunesima (!) edizione di ViniVeri – Vini secondo Natura. Si tratta dell’evento – contemporaneo e alternativo al Vinitaly – che raggruppa i vignaioli artigiani che si riconoscono nei valori del Consorzio Vini Veri.

Oltre 100 i produttori presenti, in gran parte italiani, ma non mancavano aziende di Slovenia, Francia, Spagna e Austria.

Di seguito condividiamo gli assaggi che ci hanno maggiormente colpito.

Friuli Venezia Giulia

Il Carso era ben rappresentato da un gruppo di produttori che da tempo si muovono all’unisono e “fanno sistema”. Il livello dei vini bianchi a base di vitovksa e malvasia istriana è sempre molto elevato. Vodopivec, di cui abbiamo parlato già in altri post (qui ma anche qui), è un’azienda che si dedica esclusivamente alla vitovska con tre diverse etichette: Origine 2021 solare e gustosa, Vitovska 2021 equilibrata e sapida e, soprattutto, l’eccellente SOLO MM21 sapido, roccioso e profondissimo. Non da meno la gamma di Zidarich con le Vitovska Kamen 2022 e soprattutto la Vitovska Collection 2018 di grande intensità e lunghezza. Di Skerlj abbiamo invece apprezzato particolarmente la Malvasia 2023, vino che sa di agrumi (bergamotto), fiori dolci, frutta matura, di gran sapore e volume al sorso, con però una chiusura fresca e sapida.

Slovenia

Tra i produttori sloveni ci ha colpito Anže Ivančič, produttore che non avevamo mai assaggiato, e che ci ha convinto con l’ottima malvasia Jožef 2023 di grande dinamica e allungo. Si conferma di personalità la gamma di Burja, sugli scudi in particolare grazie a Stranice 2020, servita da magnum, vino ottenuto da un vigneto di 70 anni allevato a malvasia istriana, riesling italico, ribolla gialla e altre varietà; naso aromatico e delicato di menta, basilico e frutta bianca e bocca di personalità, intensa, serrata e salatissima in chiusura.

Austria

Segnaliamo Bretz Jörg che presenta in commercio una gamma di vini dopo molti anni di affinamento. Ci ha colpito particolarmente Granit 2015, ottenuto da un blend di diversi vitigni a bacca bianca, che ha un naso caleidoscopico di pesca, rosa, pera, erbe aromatiche, spezie…accompagnato da un sorso fresco e agile ma di ottima profondità.

Veneto

Monte Dall’Ora ha presentato una gamma riuscitissima, senza alcun vino men che ottimo. Il Valpolicella Classico Superiore “Camporenzo” 2022 con un olfatto che va dal frutto rosso, al cacao, da sentori vegetali a note di torrefazione, il tutto completato da un sorso agile ma verticale e fresco; il Valpolicella Classico Superiore “S. Giorgio Alto” 2021 con echi mediterranei ed una bocca stratificata e saporita; strepitoso l’Amarone della Valpolicella “Stropa” 2016 che sa di amarena, cacao, accompagnato da una nota erbacea rinfrescante, sorso voluttuoso e fitto, ma dinamico e fresco, dalla chiusura lunghissima. Che dire poi del Recioto “Sant’Ulderico” 2016? Una coccola per il palato ma forse anche per l’anima.

Valpolicella Superiore

Lombardia

Terrazzi Alti tiene alta la bandiera della Valtellina con due Sassella di grande livello. Il Valtellina Superiore Sassella 2023 richiama la frutta rossa e una bella mineralità, con una bocca dal tannino fitto e di grande sapidità, il Valtellina Superiore Sassella Riserva 2022 sfodera un naso sfaccettato di frutta rossa, mela cotogna, rose, menta, spezie…sorso di grande progressione e allungo.

Toscana

Massa Vecchia ha una gamma interessante e che in particolare ci colpisce con Ariento 2023, un vino bianco macerato da uve vermentino, malvasia bianca di Candia e trebbiano che sa di calcare e frutta gialla, elegante nello sviluppo, di ottima freschezza e persistenza. Intrigante anche il Pinot Nero “Aia Vecchia” 2022 vinificato in vasche di pietra carsica di bella dolcezza (fragoline e scorza d’arancia).

Piemonte

Folta la rappresentativa piemontese e sono molte le aziende che ci hanno convinto. Giuseppe Rinaldi presenta una gamma strepitosa con i Barolo dai tannini levigati e setosi pure in un’annata estrema e siccitosa come la 2022. Barolo Brunate, Tre Tine e Bussia, tutti 2022, sono tre vini di grandissima classe con una preferenza da parte di chi scrive per il Brunate, che ha un olfatto di anguria e talco, fruttini rossi e rose, ed un incedere in bocca regale e dolce di frutto, di grandissima eleganza e beva. Spostandoci a Barbaresco, troviamo in gran forma i vini di Cascina Roccalini che presenta un Barbaresco “Roccalini” 2022 energico e profondo, dal tannino serrato e saporito. Molto buono anche il Barbaresco “Rio Sordo” 2023 di Cascina delle Rose, minerale e sanguigno al naso, con un sorso austero e asciutto, di grande lunghezza e sapidità. In Alto Piemonte segnaliamo due vini di Colombera&Garella: il Bramaterra Cascina Cottignano 2021 che richiama la fragola e l’asfalto, dal sorso serrato e liquirizioso e dalla chiusura lunghissima; notevole anche il Cavazucchi 2019 dolce di frutto al naso ma sapido e piacevolmente tannico in bocca.

Marche

Tra i vini marchigiani ci ha sorpreso positivamente Macondo, piccola azienda di Cupra Marittima (AP) che si dedica a due soli vini (pochissime le bottiglie prodotte, circa 2.000 in totale), a base di pecorino e trebbiano. Djallo 2024 è un vino che guarda Oltralpe, con quel tocco di pietra focaia e il frutto bianco, ha un’ottima progressione in bocca e grande sapidità. Bianko 2023 sa di fiori di campo, melone, mineralità, vegetale nobile, sorso asciutto e vibrante, di grande lunghezza.

Lazio

San Giovenale è una interessante realtà biologica della provincia di Viterbo. Si dedica ai vitigni internazionali e affina tutti i vini in legno piccolo. Orgogliosamente controcorrente, potremmo dire. Ed i risultati gli danno ragione, vini di grande personalità e completezza. Ottimo l’Habemus Etichetta Rossa (cabernet franc) 2022, eccellente l’Habemus Etichetta Blu (grenache) 2023 dal frutto dolce al naso e dalla grande piacevolezza di beva, con un finale sapido, lungo e terso.

Sicilia

Chiudiamo in dolcezza, con il Passito di Pantelleria 2021 di Ferrandes, che richiama l’uva passa, il mallo di noce, la macchia mediterranea, le spezie…morbido e dolce lo sviluppo, ma la chiusura è sapida e quasi marina.

Diego Mutarelli
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Taste Alto Piemonte: la spanna ha tracciato la sua rotta

Da oggi Vinocondiviso si avvale dei contributi di Salvo, amico e degustatore appassionato e schiettoQuesto è il suo primo post. 

Vivere all’ombra delle Langhe non è semplice. Eppure l’Alto Piemonte ha smesso da tempo di chiedere permesso: i suoi vini parlano sempre più forte, portando con sé un’identità precisa, produttori appassionati e un Consorzio che sa fare sistema.

Gli estimatori dell’Alto Piemonte si son dati appuntamento al Westin Palace di Milano dove, il 9 Marzo, l’AIS Milano ha organizzato Taste Alto Piemonte, un evento per far vivere ed assaggiare i vini provenienti dalle 10 denominazioni (DOCG e DOC) delle province di Biella, Novara, Vercelli, Verbano-Cusio-Ossola.

Grazie a caratteristiche vitivinicole uniche, che spaziano tra le profondità geologiche dell’antico supervulcano della Valsesia e la brezza dei venti alpini, si riesce a dar vita a dei vini eleganti caratterizzati da freschezza e mineralità peculiari. Questa è l’impressione che abbiamo percepito tra i banchi d’assaggio. Come di consueto, di seguito condividiamo gli assaggi che ci hanno colpito maggiormente.

Delsignore

Dal 2009 l’Azienda Vitivinicola Delsignore ha ripreso la produzione dei vini Gattinara nell’antico edificio di proprietà di famiglia.
Stefano, titolare e nipote del fondatore, si occupa personalmente delle attività di vigna e di cantina, differenziando la produzione con l’obiettivo di valorizzare al meglio le caratteristiche e le potenzialità delle uve prodotte nei propri vigneti.
Delsignore gestisce attualmente circa 3 ha di vigneto sulle colline di Gattinara.

Coste Della Sesia DOC Spanna 2023

Frutti rossi, una nota di testa metallica quasi ferrosa, radice di liquirizia, pepe bianco, erbe di montagna, scorza d’arancia e fiori secchi, un bouquet davvero profumato e con un carattere che proclama “territorio”.
Una mineralità incredibile che rende il vino particolarmente gastronomico.

Gattinara DOCG Il Putto 2021

Se la parte visiva inganna, un granato scarico e quasi ipnotico per la sua trasparenza, in bocca si ha un vino di una freschezza e mineralità che gridano Gattinara! Al naso si percepisce nettamente l’arancia sanguinella accompagnata da quella mineralità sulfurea quasi di polvere da sparo. In bocca il tannino è dritto e appuntito, ma davvero fine ed elegante che accompagna quella mineralità data dal suolo.

Pietro Cassina

Lessona Septem 2012

Bottiglie numerate per una delle espressioni più complesse ed affascinanti della serata. Suoli fluvioglaciali ghiaioso-sabbiosi, acidi (pH 4,5-5,4) con presenza minerale di manganese e ferro.
Vino che al naso spazia dagli agrumi come pompelmo rosa, ad erbe officinali ed un accenno ad una parte gessosa.Il vino ha un attacco secco e deciso, alla quale segue subito una parte di spezie come il chiodo di garofano e poi una buona parte di frutto maturo, il tutto accompagnato da notevole persistenza.

Carlone

Boca DOC Adele 2020

Qui entriamo in un contesto totalmente differente, il cosiddetto vino laser grazie al supervulcano della Valsesia. Al naso abbiamo fruttini rossi scuri, mirtillo ed una parte di fiori secchi, violetta. Al palato troviamo una parte di tannini setosi che rimangono ben integrati, ma strizzano l’occhio ad una splendida evoluzione, accompagnata da grande salinità e bevibilità unica. Acidità e tannino ben aiutati anche da quel 15% di vespolina che dà colore e acidità a supporto di una persistenza davvero lunga.

Barbaglia

Cascina Buonumore 2023

Classico vino dalla beva assassina, si finisce la bottiglia in un lampo e si procede con la seconda. La vespolina apporta quel pepe bianco che al naso è nettamente percepibile ed invece la spanna procede con il cranberry croccante. La freschezza del vino pulisce il palato da ogni grassezza presente ed il tannino non troppo invadente ti dà la sensazione di facile beva. Un vino che immaginiamo godibile persino in estate, magari servito fresco di cantina.

Boca 2020

Anche qui un vino di una bellissima complessità, un bouquet di melograno e marasca ancora croccante, ma allo stesso tempo la nota sulfurea che viene infusa dal suolo vulcanico ed infine una nota resinosa di pino che lo rende pungente. Al sorso è fitto, intenso e terroso, troviamo poi una buona presenza di lampone ed un tannino che viene mascherato da una sapidità e acidità che ti fanno salivare e resettare il palato. Un vino che scappa dalle mode e si ritaglia il suo spazio nella memoria del degustatore, vino senza fronzoli di grande soddisfazione.

Per anni la spanna ha vissuto all’ombra del suo illustre fratello langarolo (il nebbiolo), con il confronto vissuto come un peso difficile da scrollarsi. Eppure ha tenuto la rotta, e oggi racconta una storia tutta sua — fatta di territorio, artigianalità e vini che non richiedono paragoni.

Questa degustazione ne è stata la conferma più eloquente.

Il merito di eventi come questo, promossi da AIS Milano, è doppio: portare luce su zone ancora sottovalutate e costruire un pubblico che sa ascoltare. L’Alto Piemonte non è più una promessa: è una realtà concreta, e merita di essere raccontata.

Salvatore Petronio
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Presentazione guida Slow Wine 2026: tra colpi di fulmine e conferme

Tauma e Brunello Riserva Le Potazzine

Sabato 18 ottobre a Milano è andato in scena l’evento dedicato alla guida Slow Wine 2026 che, insieme alla presentazione della pubblicazione edita da Slow Food Editore e alla premiazione delle aziende, è stata affiancata come di consueto da un evento di degustazione che ha coinvolto centinaia di aziende e migliaia di degustatori e appassionati.

È estremamente arduo effettuare un vero e proprio resoconto di un’evento così ampio e che ci ha permesso di effettuare diverse decine di assaggi (indispensabile l’uso della sputacchiera naturalmente!). Però non rinunciamo alla nostra missione che è quella di condividere, limitandoci, visto il contesto, alle impressioni e agli assaggi che hanno lasciato il segno più di altri.

I colpi di fulmine

Molti sono stati gli ottimi vini, d’altronde in degustazione erano presente solo vini di aziende premiate in guida, ma due vini ci hanno colpito particolarmente.

Tauma e Brunello Riserva Le Potazzine

Brunello di Montalcino Riserva 2019 – Le Potazzine, un vino che coniuga eleganza e potenza, il tutto accompagnato da un ventaglio aromatico complesso di viola, canniccio, mineralità e frutta rossa, di grande dinamica e dalla chiusura lunghissima e sapida. Altro vino ipnotico è stato il Cerasuolo d’Abruzzo “Tauma” 2024 – Pettinella, ottenuto da uve di montepulciano d’Abruzzo allevate in parte ad alberello in parte a spalliera. Il vino è un rosato, o meglio un color cerasuolo che richiama le “cerase”, quindi di un rosa non troppo scarico, che colpisce per personalità e originalità: al naso fragola, melograno, roselline, ciliegia, erbe aromatiche, un tocco affumicato…il sorso è di grande dinamica e pure di un certo grip, il vino resta scorrevole e dalla beva “facile”. Un grande vino che abbiamo voglia di assaggiare in un contesto più intimo, per dargli il giusto spazio e ascoltarlo in tutti i suoi dettagli che, pur in un “assaggio da fiera”, ci sono sembrati fuori dal comune.

Le conferme

Molti i vini assaggiati che hanno confermato le alte aspettative, si tratta di vini che abbiamo già degustato in molte occasioni ma di cui veniva presentata l’ultima annata. E si sa che l’annata ha un peso sempre più rilevante.

Slow Wine 2026 - le conferme

In Langa molti vini notevoli quali il Barolo Villero 2021 – Brovia, austero, fitto e profondo, il Barbaresco Albesani 2021 – Cantina del Pino, delicato e goloso, il Verduno 2024 Gian Luca Colombo, pelaverga speziatissima e salata, il Barolo Bricco delle Viole 2021 – G.D. Vajra, elegante e armonico, il Pelaverga Verduno 2024 – G.B. Burlotto, sapido e di grande dinamica.

La bandiera della Liguria è stata difesa con convinzione dell’ottimo Dolceacqua “Terrabianca” 2023 – Terre Bianche, da segnalare anche il Colli di Luni Vermentino Superiore “I Pini di Corsano” 2023 – Terenzuola, con vigne che si affacciano sul mare tra Liguria e Toscana.

Nel nord est grandi conferme quali il Soave Classico La Froscà 2023 – Gini, sapido e di grande mineralità, il Carso Vitovska Kamen 2022 – Zidarich marino, delicato ma presente, l’Ograde 2022- Skerk dall’intrigante aromaticità con una scorzetta d’arancia all’olfatto di grande impatto, il Morus Nigra 2022 – Vignai da Duline, un refosco fresco e profondo.

In Toscana si mantengono al top il Brunello di Montalcino 2020 – Gianni Brunelli di grandissima finezza, lo Scrio 2022 – Le Macchiole, syrah gustoso, speziato e fitto, il Brunello di Montalcino Riserva 2019 – Poggio di Sotto, austero e di ottima persistenza.

Per il centro sud citiamo l’Olevano Romano Cesanese Riserva 2021 – Damiano Ciolli, di ottima stratificazione, il Castelli di Jesi Verdicchio Riserva “Il Cantico della Figura” 2021 – Andrea Felici, di grande classe, l’Etna Bianco Montalto 2023 – Terre Nere, carricante sapido e ficcante.

Da attendere (con fiducia)

Non sempre è facile leggere vini messi da poco in commercio, soprattutto per tipologie o produttori che notoriamente danno il meglio di sé con il passare del tempo. Alcuni assaggi ci hanno mostrato vini di grande prospettiva che vale la pena acquistare e mettere in cantina almeno un lustro, prima di poterli godere appieno.

Slow Wine 2026

Si tratta ad esempio del Barolo Serra 2021 – Giovanni Rosso dal tannino fitto ma dalla materia sontuosa, lo stesso dicasi per il Taurasi Riserva 2013 – Perillo, un vino che sfiderà i decenni a venire, ma già intrigante nella sua speziatura che fa capolino in un corpo robusto e tannico. Il Brunello di Montalcino “Passo del Lume Spento” 2020 – Le Ragnaie è un altro vino che ha bisogno di tempo per distendersi, ma ci sembra avere tutte le carte in regola per offrire soddisfazioni. Il Barolo Monvigliero 2021 – G.B. Burlotto ha senz’altro bisogno di tempo, in questa fase appare piuttosto compresso e su note di radici e vegetali che devono ancora trovare la giusta armonia. Diamo credito e fiducia anche al Barolo “Sperss” 2021 – Gaja, che ora alterna una bella dolcezza al naso a cui fa da contraltare una bocca severa e tannica.

Le piacevoli sorprese

Eventi di questo tipo consentono di assaggiare vini che non capitano spesso nel nostro bicchiere o addirittura che ancora non abbiamo mai bevuto. A volte dunque si fanno “scoperte” piacevoli e sorprendenti.

Slow Wine 2026, le sorprese

È il caso per esempio del Dolceacqua Superiore Peverelli 2022 – Mauro Zino, vino che avevamo assaggiato tre anni fa (si trattava dell’annata 2019) e che conferma le ottime impressioni di allora con un frutto maturo rintuzzato da ottima verve di macchia mediterranea, marino e sapido. Interessante scoperta anche il sangiovese Altoreggi 2022 – Casanuova, Thilo Besançon, vino ed azienda che non avevamo ancora mai assaggiato. A chiudere le soprese dell’evento citiamo il Lambrusco di Sorbara Rosé – Silvia Zucchi, grintoso, di grande acidità e con una fragolina che in chiusura arrotonda il sorso.

Le delusioni

C’è stata anche qualche delusione, tra i molti assaggi, in particolare per quei vini sui quali riponevamo una grande aspettativa che non è stata soddisfatta.

Slow Wine 2026, delusioni

Purtroppo al momento dobbiamo citare tra i vini deludenti uno dei più importanti vini italiani, quali il Brunello di Montalcino 2019 – Biondi Santi, un vino che in questa fase appare svuotato del frutto, di grande acidità ma poco stratificato e con un apparente deficit di polpa. Kurni 2023 – Oasi degli Angeli è un altro celebre vino che ha deluso le nostre aspettative, appare con un residuo zuccherino veramente evidente, la morbidezza al sorso non è compensata a sufficienza da un tannino pur prorompente, ma il vino risulta a nostro gusto molle e poco gastronomico.

Diego Mutarelli
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Visita presso Château-Figeac, al vertice del nuovo classement di Saint-Émilion

Durante le vacanze estive appena trascorse, di passaggio nei pressi di Bordeaux, abbiamo avuto modo di trascorrere qualche ora a Saint-Émilion, celebre terroir della rive droite. Eravamo molto curiosi di conoscere Château-Figeac, recentemente issatosi al vertice del classement di Saint-Émilion. Infatti a Saint-Émilion – diversamente da quanto succede nella rive gauche con un classement sostanzialmente immutabile dal 1855 – il classement viene rivisto ogni 10 anni. E l’ultima revisione del 2022 ha portato non poche sorprese:

  • l’uscita dal ranking, per propria decisione di non sottostare alla valutazione della commissione, di tre aziende celeberrime: Angélus, Ausone e Cheval Blanc
  • l’ottenimento del massimo riconoscimento tra i Premiers grands crus classés (A) di sole due aziende, ovvero Château Pavie (conferma del classement precedente) e, appunto, Château-Figeac (promossa al vertice della piramide qualitativa di Saint-Émilion).
Château Figeac

Il nuovo classement ha attribuito un riconoscimento a solo 85 aziende che sono state così suddividise:

2 Premiers Grands Crus Classés A

12 Premiers Grands Crus Classés

71 Grands Crus Classés

Se vuoi dare uno sguardo complessivo agli 85 Châteaux classificati visita pure il link ufficiale accessibile cliccando qui.

Château Figeac è un’azienda storica di Saint-Émilion, addirittura la sua presenza è attestata in epoca gallo-romana, quando era di proprietà della famiglia Figeacus. É posseduta dalla famiglia Manoncourt dal 1892, che con l’annata 2023, ha festeggiato infatti la 130sima vendemmia!

L’azienda possiede 54 ettari, di cui 41 a vigneto: cabernet franc, cabernet sauvignon e merlot in parti uguali; una presenza così bassa di merlot nella rive droite è piuttosto anomala e deriva dal terroir peculiare delle vigne di Figeac, che in buona parte è composto da graves (ghiaia e ciottoli), suolo ideale per il cabernet. Peraltro lo Château grazie alla presenza di 2/3 di cabernet nel proprio blend si avvantaggia di freschezza ed eleganza proprio in un periodo di riscaldamento climatico dove molte aziende si trovano in difficoltà a gestire un vitigno precoce come il merlot.

Abbiamo visitato la cantina e la sala di degustazione rinnovate nel 2021 e incastonate negli originari ambienti dello Château grazie ad una sorprendente opera di recupero architettonico. La nuova cantina si sviluppa verticalmente su tre livelli ed è amplissima e moderna; ricorda, per l’uso abbondante di vetro, acciaio e legno, una strana creatura metà piroscafo, metà astronave. Molto eleganti e luminosi gli spazi dedicati alle degustazioni con i clienti in cui siamo stati ospitati. Oltre alle foto che sotto riportiamo suggeriamo di visionare questo video per provare a camminare, seppur virtualmente, nella cantina.

L’azienda produce due bottiglie di vino rosso: il second-vin chiamato Petit Figeac (circa 40.000 bottiglie) ed il grand-vin Château Figeac (circa 120.000 bottiglie). Dopo una selezione molto accurata delle bacche la fermentazione avviene prevalentemente in vasche di acciaio inox (solo 8 sono di legno) e quindi il vino sosta in barriques (nuove al 100% per il grand-vin, mediamente 16 mesi), dove si svolge la malolattica. La cosa interessante da sottolineare è che solo in questo momento, dopo l’assaggio delle barriques e le prove di assemblaggio, si decide cosa ha la qualità per andare nel vino principale e cosa resta nel vino di ricaduta Petit Figeac. Non è dunque una selezione delle uve o delle vigne (ad esempio vigne più giovani nel second vin come accade in altri casi), ma proprio una selezione dei vini che decide anno per anno come sarà ottenuto il grand-vin.

I vini assaggiati:

Saint-Émilion Grand Cru Petit-Figeac 2021: una percentuale più alta di merlot (50%) rispetto al fratello maggiore ed un uso meno preponderante del legno nuovo. Si tratta di un second vin approcciabile anche in gioventù (ma durerà qualche lustro) che ora si presenta con un olfatto espressivo e caratterizzato da un certa dolcezza di frutto (ribes), ma anche fiori rossi, scatola di sigari ed un tocco erbaceo. Sorso ampio e voluttuoso ma l’acidità non manca, il vino è scorrevole dal tannino vellutato. Sapido in chiusura. Un vino che coniuga eleganza e dolcezza, la confezione è perfetta e di grande equilibrio senza alcun eccesso di morbidezza. Non è solo un vino di ricaduta insomma.

Saint-Émilion Premier Grand Cru Classé Château-Figeac 2018: prugna, marasca, la dolcezza dello zucchero filato, ma anche spezie e frutta secca… il naso è piuttosto leggibile nonostante la relativa giovinezza. Il sorso è sorprendente nella sua intensità e volume, materico e denso eppure per nulla statico. Vi è infatti un’ottima progressione, l’acidità è l’architrave della costruzione enologica, il vino è largo sì, ma anche profondo e dal tannino ben integrato che solo in chiusura fornisce il giusto appiglio. Lunghissimo su note saline e di frutta rossa. Vino di impatto ma non dimostrativo, la materia possente non è fine a sé stessa ma funzionale ad un vino che vuole essere di grande prospettiva ma godibile anche in gioventù.

Saint-Émilion Premier Grand Cru Classé Château-Figeac 2009: questo assaggio inizia a mostrare le potenzialità che l’evoluzione in vetro apporta ad un grande Bordeaux, il vino risulta più disteso e complesso del precedente, con sfumature affascinanti: baccello di vaniglia, confettura di more, scatola di sigari, sottobosco, ma anche cuoio, grafite, sangue e un tocco vegetale….Sorso sorprendentemente fresco, dal tannino fitto ma fine. Se il millesimo 2018 era avvolgente e potente, questo 2009, non certo esile, gioca maggiormente sull’eleganza ed il ricamo aromatico. La persistenza è notevolissima.

Diego Mutarelli
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Manifesto, l’orange da johanniter di Tenuta Cocci Grifoni

C’è un vino che non si limita a raccontare una storia: la incarna. Si chiama Manifesto, ed è l’ultima creazione delle Tenuta Cocci Grifoni, una famiglia che da 90 vendemmie, nelle Marche, non smette di sperimentare e innovare.

Oggi più che mai, il cambiamento climatico ci costringe a fare scelte coraggiose. E Marilena Cocci Grifoni, insieme alle figlie Marta e Camilla, ha deciso di puntare su qualcosa di attuale: i vitigni PIWI, varietà resistenti alle malattie fungine e al freddo, che permettono di ridurre drasticamente i trattamenti in vigna e l’impatto ambientale.

Tra queste la scelta è ricaduta sul johanniter, un’uva bianca nata in Germania nel 1968 dall’incrocio tra riesling e un ibrido chiamato Freiburg 589-54. Quando nel 2021 la Regione Marche ha autorizzato la coltivazione di alcune varietà PIWI, la cantina ha deciso di sostenere un agricoltore locale che già coltivava johanniter. Da lì è iniziato un percorso fatto di microvinificazioni, osservazioni sul campo e tanta curiosità.

Nel 2024, dopo due anni di prove, è arrivata la prima vera vendemmia: da quei grappoli è nato Manifesto, un vino che di grande personalità.

Manifesto

La buccia dell’uva, spessa e ricca di sostanze aromatiche, ha suggerito una vinificazione con macerazione sulle bucce, tecnica che ha dato vita a un orange wine moderno, vinificato in acciaio con le bucce a contatto con il mosto per un periodo di due settimane a temperatura controllata, segue una fase di affinamento sempre in acciaio per 5 mesi.

Il risultato? Un vino dal colore ambrato, con riflessi ramati, profumi intensi di sambuco, mandarino, mela, pera e un tocco speziato di zenzero e pepe bianco. Al palato, il sorso è teso, diretto e con una vibrante acidità sostenuta da una notevole parte sapida e un tannino levigato.

Il packaging è un altro punto forte: bottiglia in vetro riciclato al 100%, etichetta ridotta al minimo, tappo in plastica riciclata recuperata dagli oceani. Tutto parla di sostenibilità e attenzione al futuro.

E anche se la normativa italiana non permette ancora di inserire i PIWI nelle denominazioni di origine, Manifesto va avanti per la sua strada. Perché, come dice Camilla Cocci Grifoni, “è un progetto totale, una risposta concreta al cambiamento climatico”. Perfetto con piatti orientali, sushi, crudi di pesce o ricette speziate, Manifesto è un vino che invita a superare i pregiudizi e ad aprirsi a una nuova idea di viticoltura.

Walter Gaetani

Nuova Selezione Don Armando di Lidia&Amato: passione e visione!

La presentazione della Selezione Don Armando, dell’azienda Lidia&Amato, è stata l’occasione per tornare a Controguerra, cittadina adagiata sulle amene colline teramane, in un paesaggio che riflette gli ideali di bellezza e armonia tra l’uomo e la natura, dove i dolci e diseguali colli intervallati da vigneti e uliveti sembrano creare uno sfondo quasi pittoresco.
Città dell’Olio e del Vino, è uno dei territori più identitari dell’enologia abruzzese con la sua particolare struttura del terreno e il favorevole microclima determinato dalla vicinanza al “Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga” e dalle brezze del Mare Adriatico che favoriscono la produzione di un vino dalle peculiari sensazioni organolettiche, che ben si presta all’invecchiamento.

Lidia&Amato vigna


Nel 2003, a testimonianza della grande attenzione verso il territorio, nasce il Consorzio di Tutela Vini Colline Teramane Docg, che si occupa di valorizzare, promuovere e tutelare i vini, e che si è dotato di un rigoroso disciplinare che stabilisce le regole per la produzione a tutela della denominazione di origine. In questo contesto si inserisce la Cantina Lidia&Amato di Controguerra (Teramo), guidata da un gruppo imprenditoriale con a capo la famiglia Di Florio originaria di Tocco da Casauria (Pescara), che ha acquisito la proprietà della storica azienda di Contrada San Biagio direttamente da Lidia Tavoletti, erede della famiglia Tavoletti che da nove generazioni ha coltivato i vigneti di famiglia. Attualmente la proprietà può vantare 16 ettari vitati con conduzione a regime biologico.
La nuova cantina, adiacente e integrata alla storica struttura esistente, è un progetto a impatto zero per l’ambiente con lo scopo di creare una sinergia con il territorio circostante.
È stato operato uno scavo di 5 metri di profondità in un’ottica di sostenibilità ambientale per ridurre al minimo l’impatto ambientale con i due tetti che riprendono i Monti Gemelli che si possono vedere in prospettiva.
Il giovane avvocato pescarese Nico Di Florio, invitato a raccontare la nuova esperienza in campo enologico, ha sottolineato la grande ambizione aziendale di proporre un prodotto espressione di un territorio così importante e vocato alla viticoltura ma che deve crescere in ospitalità puntando sulle attività enoturistiche.
Il socio Johnny Kyriazis, greco-canadese ed export manager dell’azienda Lidia&Amato, sta invece lavorando per far conoscere i valori e la storia dei vini di Controguerra anche oltre i confini delle Colline Teramane.
La filosofia aziendale è quella di lavorare in cantina lo stretto necessario in modo da intervenire il meno possibile nel processo di vinificazione, basandosi sulla spontaneità del terroir, come spiega con grande chiarezza l’enologo aziendale Giorgio Ficerai. Uve sane, con bucce spesse che consentono lunghe macerazioni, che provengono da vigne vecchie.
Luca Panunzio, consigliere dell’Associazione Italiana Sommelier, delegato AIS di Pescara e referente della Guida Vitae Ais, ha magistralmente guidato i partecipanti attraverso un percorso sensoriale esaltando le caratteristiche dei vini della Selezione Don Armando.
La nuova Selezione Don Armando è una intrigante linea dedicata al capofamiglia, Armando Di Florio. Il relatore ha esordito puntualizzando che “il territorio di Controguerra, pur essendo una zona altamente vocata alla produzione di vini rossi strutturati e di carattere, sa regalare anche un ottimo Trebbiano d’Abruzzo e un elegante Cerasuolo d’Abruzzo”.
“Sono vini tipici che esprimono le caratteristiche peculiari del territorio abruzzese e riconoscibili per intensità gusto olfattiva e per una sapidità che invita al successivo sorso” aggiunge il delegato AIS Pescara.

La sequenza di servizio dei vini prevede in apertura il Trebbiano d’Abruzzo Superiore DOC 2023, prodotto con uve Trebbiano d’Abruzzo in purezza.
Siamo di fronte ad un giallo paglierino intenso con riflessi dorati. Al naso il bouquet olfattivo presenta un ventaglio di sfumature di frutta gialla matura come pesca, albicocca e melone, cenni di erbe officinali e aromatiche con il rosmarino e alloro in evidenza.
Al palato il sorso è secco, fresco con una bella vena acida sostenuta da una fine parte sapida. Il finale è incentrato su una nota ammandorlata e un cenno iodato di importante struttura e complessità con una discreta persistenza. Abbinamento ideale con del pesce al forno.
In sequenza il Cerasuolo d’Abruzzo Superiore DOC 2023 prodotto con uve Montepulciano d’Abruzzo in purezza.
Nel calice un luminoso colore rosato ramato intenso. Al naso arrivano netti sentori fruttati di cerasa e piccoli frutti di bosco rossi. Al palato il sorso è fresco e sapido con un’elegante nota ammandorlata. Un vino equilibrato con una lunga persistenza e una sapidità che allunga il sorso. Si abbina armonicamente con primi piatti a base di verdure, con la pizza e con i brodetti di pesce.
A seguire il Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG 2020 prodotto con uve Montepulciano in purezza, con affinamento per un minimo di 18 mesi in tonneaux di rovere di Slavonia.
Alla vista un rosso rubino carico di buona consistenza. Al naso il bouquet olfattivo è intenso e complesso con sensazioni floreali di viola, note fruttate di more, prugne e ciliegia sotto spirito, pout pourri di fiori rossi, cenni di radice di liquirizia, rimandi speziati di pepe e noce moscata e un ricordo di foglie di tabacco dolce. Al palato il sorso è secco, pieno con una bella vena acida sostenuta da una traccia sapida, una splendida morbidezza e un tannino presente e ben integrato nella struttura del vino.
Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG Riserva 2018, prodotto con uve Montepulciano in purezza con affinamento per un periodo minimo di 24 mesi in barrique di rovere francese di primo passaggio.
Nel calice un rosso carminio luminoso e intenso. Al naso è elegante e intenso con note di amarena in confettura e sentori speziati di radice di liquirizia e vaniglia.
Al palato il sorso è pieno, corposo e vellutato con una buona morbidezza e un tannino presente e ben integrato nel corpo del vino.
Il finale è incentrato su intense note di liquirizia e note tostate di caffè e cacao con una persistenza lunghissima. Fine ed elegante è un vino dal grande carattere, ideale da degustare in occasioni speciali.

Ci sentiamo di ringraziare Sara Lattanzi, Brand Manager, e Nico Di Florio della proprietà, che ci hanno accolto con grande gentilezza, disponibilità e cortesia.

Walter Gaetani

Tenute Polini: una storia di famiglia da quattro generazioni!

Tenute Polini

L’Azienda Tenute Polini, alla quarta generazione, nasce dal naturale ricambio generazionale dell’Azienda Agricola Polini Luigi viticoltori dal 1883 e si inserisce di diritto nel tessuto vitivinicolo del territorio ascolano.
La casata Polini è presente a Carassai sin dal 1700 e i gigli presenti sullo stemma di famiglia testimoniano la nobiltà d’animo e cura del proprio territorio.
Ci troviamo a Carassai, un borgo di origine medievale nell’entroterra Ascolano lungo la Val Menocchia. Il paesaggio è disegnato da dolci colline dove dominano vigneti, oliveti e boschi con un clima influenzato dal Mare Adriatico e dai Monti Sibillini.
L’azienda vanta un totale di 22 ettari vitati di proprietà con una parte significativa di 14,6 ettari data in affitto nel gennaio dello scorso anno da Luigi Polini a Francesca sua figlia e a Simone, cognato di Francesca.
Ora la guida aziendale è passata nelle mani della nuova generazione, che ama sottolineare che la loro è una passione che si rinnova nel casale tipico marchigiano, ristrutturato sull’antica pianta.
Simone ha da sempre ricoperto il ruolo di enologo e responsabile in cantina vantando anche altre esperienze in cantine fuori regione. Francesca lascia la carriera di graphic designer a Parma e rientra in azienda con l’intento di portare avanti la tradizione di famiglia e intanto si diploma come sommelier.
Le uve coltivate sono passerina, pecorino, chardonnay e garofanata per quelle a bacca bianca e sangiovese, montepulciano, merlot e syrah per quelle a bacca rossa.

Il primo progetto nel quale la nuova gestione sta investendo e dedicando tempo e risorse è incentrato sulla garofanata, un vitigno autoctono a bacca bianca marchigiano che è stato re-impiantato e vinificato secondo le regole del metodo classico. Uno spumante unico ed esclusivo!
La garofanata è un antico, affascinante e quasi dimenticato vitigno delle Marche – per molto tempo confuso con il moscato bianco – che stava rischiando l’estinzione. È stato recuperato recentemente con il nome garofanata in un vecchio vigneto nell’area di Corinaldo (AN), dove un tempo era stato coltivato. Giancarlo Soverchia, enologo di fama nazionale, agronomo e consulente presso molte aziende vinicole in collaborazione con l’A.S.S.A.M., l’Agenzia Servizi Settore Agroalimentare delle Marche, ha contribuito al recupero dell’unico biotipo nell’area di Corinaldo (AN) e conservato presso il vigneto dell’A.S.S.A.M. “Germoplasma vinicolo delle Marche” a Carassai (AP).
Tracce bibliografiche della presenza nelle Marche del vitigno garofanata è stato possibile trovarle solo nel dattiloscritto non pubblicato, sono appunti, ”Ampelografia marchigiana” (1962) dell’ampelografo marchigiano Bruno Bruni. Il Bruni segnala la garofanata come sottovarietà di moscato bianco.

i vini in assaggio

In apertura degustiamo lo Spumante Brut Leggerezza Tenute Polini “sans année”, un metodo classico vinificato con uve Garofanata in purezza con un sosta sui lieviti per 24 mesi e un lungo affinamento in bottiglia per 60 mesi. Il terreno è di natura argillosa di medio impasto con un’altitudine media dei vigneti di 100 metri s.l.m. con esposizione sud-est e nord-est.
Nel calice risplende di un brillante colore giallo paglierino molto intenso dai riflessi dorati con un perlage finissimo e persistente. Al naso si svela in tutta la sua elegante complessità aromatica dove emergono intensi profumi di agrumi canditi, note fruttate di mela Golden matura accompagnati da note floreali di fiori d’arancio e acacia. Si avvertono sottili cenni di lievito, pane tostato e nocciola, derivanti dal lungo periodo di affinamento sui lieviti e lievi sentori di fieno.
In bocca il sorso è avvolgente e cremoso, con una vibrante effervescenza che accarezza il palato. Una bellissima vena acida sostenuta da una grande parte sapida che dona complessità e profondità al sorso. Il finale è incentrato sulle note fruttate di mela Golden matura, pera Williams e leggere note di agrumi. La persistenza è lunghissima con un lieve rimando di mandorla tostata e una sottile nota iodata.
Si accompagna bene con antipasti leggeri con formaggi di capra e zest di limone, uno spaghetto a vongole con scorza di limone, secondi di pesce al forno, formaggi di media stagionatura e può sorprendere in abbinamento ad un dolce al cucchiaio come la delizia al limone!

Passerina Doris

In sequenza assaggiamo l’Offida Passerina DOCG 2023 “Doris”, un vino bianco di grande eleganza e freschezza, espressione autentica del territorio marchigiano che nasce da uve Passerina accuratamente selezionate. Fermentazione in acciaio e matura per 12 mesi sulle fecce fini in acciaio.
Nel calice un vivace e luminoso colore giallo paglierino con leggeri riflessi dorati.
Al naso, il bouquet aromatico è intenso e complesso dove si apprezzano subito sensazioni floreali di fiori come ginestra e camomilla, note fruttate di mela verde, pera e pesca con lievi sentori agrumati e delicate sfumature erbacee.
Al palato il sorso è secco per la sua vibrante acidità mai eccessiva che dona al vino una piacevole sensazione di freschezza. Il finale è incentrato sulle note fruttate avvertite al naso con un rimando ad una nota di mandorla amara il tutto sostenuto da una grande parte sapida. Buona la persistenza.
Un vino che si sposa magnificamente con antipasti di pesce, crostacei, molluschi, piatti a base di verdure e formaggi freschi. Ottimo compagno di un aperitivo, per la sua freschezza e leggerezza.

A seguire l’Offida Pecorino Docg 2023 “Sabbione” chiamato così dalla contrada dove ha origine, sulle dolci colline della Val Menocchia e vinificato in purezza con uve pecorino. Fermentazione in acciaio e invecchiato 12 mesi sulle fecce fini.
Alla vista si presenta con un vivace e luminoso colore giallo paglierino con riflessi dorati che suggeriscono una certa complessità.
Al naso il bouquet olfattivo è intenso e complesso dove emergono subito note fruttate di mela verde e pesca bianca, sentori agrumati di limone e pompelmo, sensazioni floreali di fiori bianchi e gialli, come acacia e ginestra. Si percepiscono inoltre eleganti sfumature di erbe aromatiche come la salvia e note iodate e salmastre.
Al palato è decisamente fresco e vivace con una bella vena acida sostenuta da una grande parte sapida. Il finale è incentrato sulle note fruttate avvertite al naso, una lieve nota ammandorlata e un cenno agrumato con un richiamo alla traccia sapida che regala eleganza e complessità. Buona la persistenza.
Un vino che accompagna egregiamente piatti di pesce, crostacei, molluschi ma ideale anche come aperitivo, per la sua freschezza e vivacità.

In chiusura il Rosso Piceno Superiore Doc 2022 “Primus”, il primo vino della tenuta che nasce da uve Montepulciano e Sangiovese con fermentazione in acciaio, 8 giorni sulle bucce e invecchiamento in barrique per 24 mesi.
Il vino si presenta nel calice di un colore rosso rubino molto intenso, con lievi riflessi granati e dalla buona consistenza.
Al naso è elegante, intenso e complesso con un bouquet olfattivo disegnato da avvolgenti note di frutti rossi maturi, come ciliegia e prugna, accompagnate da note speziate di vaniglia, cenni di liquirizia e pepe nero con sentori di tabacco. Si avverte una elegante nota boisé dovuta all’invecchiamento del vino in barrique di rovere francese.
In bocca il sorso è pieno e vellutato con tannini ben integrati nella struttura del vino e una buona morbidezza. Si apprezzano note di frutta rossa matura, rimandi tostati di cioccolato fondente e caffè, con un finale speziato di pepe nero e cannella. La persistenza è lunghissima e invita il degustatore al sorso successivo.

Tenute Polini è la testimonianza che tradizione e modernità possono essere la chiave di lettura per dare lustro e importanza ad un territorio importante e altamente vocato alla viticoltura come quello ascolano.
Il progetto sulla garofanata di Tenuta Polini è il segnale che si può guardare al futuro facendo sempre leva su quanto costruito in passato senza disperdere il grande patrimonio ampelografico di ciascun areale del tessuto vitivinicolo italiano.

Walter Gaetani

McCalin, vini artigianali e naturali: una questione di terroir!

La naturale tendenza alla scoperta di nuove realtà nel mondo del vino mi ha condotto a Martinsicuro, un paesino dell’Abruzzo in provincia di Teramo, dove troviamo McCalin Vini Artigianali Naturali.
Il fondatore, l’agronomo ed enologo Federico Nardi, si occupa personalmente dei lavori in vigna e delle scelte enologiche in cantina.
Il tutto ha inizio nel 2015 con il primo imbottigliamento da “garagista”, come ama raccontare Federico, poi la nascita dell’azienda agricola nel 2017 e la costruzione della cantina nel 2020, insomma un’attività che da hobby si è trasformata in passione travolgente e totalizzante.
I vini sono ottenuti da fermentazioni con lieviti spontanei, non chiarificati, né filtrati e non subiscono trattamenti correttivi.
Le uve impiegate sono esclusivamente montepulciano d’Abruzzo, trebbiano d’Abruzzo, passerina e malvasia raccolte da cinque piccoli vigneti, con piante di età tra i 40 e i 70 anni, per un’estensione complessiva di poco più di due ettari.

Nel pieno rispetto della vite e del territorio, Federico sottolinea che nei vigneti usa solo zolfo e rame e anche in cantina sposa un approccio artigianale e naturale sempre riservando grandi attenzioni al processo produttivo. La scelta aziendale è quella di imbottigliare etichette derivanti da ogni singola parcella, e ciò restituisce nel bicchiere le peculiarità del terroir di provenienza, tutti i vini infatti, pur provenienti da parcelle curate nello stesso modo, rendono nel bicchiere le proprie caratteristiche distintive.

McCalin

Il primo vino in assaggio è Orange Bop 2022, che nasce da Vigna Bop, un macerato di malvasia che ho degustato direttamente da botte. Alla vista un colore aranciato con sfumature ambrate e al naso tutta la complessità di aromi della macchia mediterranea. Al palato un gusto piacevolmente mielato unito a delle note di burro, con una elegante morbidezza. Un accostamento felice è quello con il pesce, in particolare con quello crudo e con una leggera grassezza, trovo che spesso gli orange wine si abbinino perfettamente alla cucina asiatica, principalmente quella giapponese.

Si prosegue con Rosso Bop 2022, il più classico dei montepulciano di McCalin vinificato in acciaio, un vino da tutto pasto anch’esso da Vigna Bop. Si presenta al calice di un intenso colore rosso rubino. Al naso sensazioni floreali di violetta, note di sottobosco e frutti rossi con lievi cenni speziati. Al palato il sorso è pieno, decisamente tannico e piuttosto acido, dotato di una piacevole e lunga persistenza finale.

E’ quindi il turno di Komandante 2022, un rosso da uve montepulciano affinato in acciaio che nasce da Vignanima e a seguire Komandante 2020, per apprezzare le differenze tra le due annate. Mi ha colpito particolarmente il 2020, che si presenta con una veste di impenetrabile colore rosso rubino. Al naso un sentore ematico quasi ferroso, note di piccoli frutti di bosco, cenni di sottobosco, note speziate di chiodi di garofano e un chiaro timbro iodato. Al palato è sontuoso e morbido con una lunga persistenza. Gli abbinamenti ideali con queste versioni di montepulciano d’Abruzzo sono con carni arrosto soprattutto ovine, agnello e castrato come gli arrosticini. Si esalta anche con primi piatti come le lasagne abruzzesi o chitarrine alla teramana e con i formaggi stagionati tipici abruzzesi.

Chiusura in bellezza con Animae 2022, un trebbiano in purezza (in stile ossidativo del Jura) dall’appezzamento Vignaquiete. L’affinamento in botti di rovere scolme per 16 mesi, per quest’ annata 25 mesi, permette la formazione di un leggero velo superficiale, che isola il vino e permette una lenta evoluzione sous voile, sotto velo appunto.
Nel calice si presenta di un brillante colore ambrato scuro e al naso il bouquet è ampio con immediate e intense note di propoli, rosmarino, caffè, caramello salato, datteri e frutta secca. A seguire nuances di sottobosco, sensazioni di potpourri floreale e un lieve cenno di affumicatura. Al palato è secco, pungente, ricco e suadente con la sua vena acida sostenuta da una grande parte salina. Conquista il palato con una buona morbidezza e una cremosità che conducono ad un finale lunghissimo. Abbinamento ideale con formaggi erborinati italiani come il Gorgonzola o il Blu ’61, affinato con vino Raboso passito e mirtilli rossi, o erborinati stranieri come l’inglese Blue Stilton, il francese Roquefort o lo spagnolo Queso de Cabrales, tipico delle Asturie.

Vignaquiete
Vignaquiete

Una splendida esperienza sensoriale che permette al degustatore di esplorare il mondo dei vini artigianali e naturali attraverso i cinque sensi, portandosi a casa i valori e la storia di una cantina. Sì perché in McCalin Vini Artigianali e Naturali, c’è anche e soprattutto un pezzo di storia della famiglia di Federico Nardi, difatti McCalin è il nome della sua casata, scritta come si pronuncia nel suo dialetto.
Al termine della degustazione mi sono congedato da Federico Nardi con la promessa di tornare perché in ogni vino degustato c’è la sua firma, ogni vino ha una sua personalità, frutto dell’audacia e delle scelte enologiche del vigneron che porta avanti le sue idee sempre e senza paura, nel pieno rispetto della materia prima a sua disposizione ogni annata.

Walter Gaetani

Cantina SeSí: vini territoriali al giusto prezzo, l’equazione è possibile!

In questi ultimi anni il mondo della comunicazione del vino si è focalizzato sulle eccellenze, sui prodotti di nicchia, sulle bottiglie costose e quasi mitologiche… e non facciamo eccezione neppure noi di Vinocondiviso che però cerchiamo, nel nostro piccolo, di portare a galla in questo mondo anche realtà più accessibili, purché rispettose del territorio e autentiche. Il vino in fondo nasce per unire intorno ad un tavolo le persone ed accompagnare un pasto in convivialità.

Oggi ti parliamo dunque di una realtà che si iscrive perfettamente in questo contesto, si tratta della Cantina SeSí, una piccola azienda a conduzione familiare nata nel 2014 dall’amore e dall’unione della famiglia Ballatori. L’azienda è situata tra le ridenti colline di Appignano del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno, tra la riviera delle Palme e i Monti Sibillini e fa parte della Comunità Montana del Tronto.

vigna SeSì

Il suolo argilloso tipico del territorio dei calanchi regala vendemmie non particolarmente copiose ma ricche di qualità, che portano ad un vino elegante e complesso.
Il fenomeno dei calanchi è il risultato dello scivolamento a valle di parte del terreno fangoso che compone le colline argillose per effetto della pioggia.

Fin dall’esordio l’azienda ha intrapreso un percorso di conversione al biologico nel pieno rispetto dell’ambiente e nella convinzione di fornire un vino sempre più naturale e genuino che rispecchi le caratteristiche del territorio Piceno.
Ci ha accompagnato alla degustazione Elisa Ballatori, laureata in scienze agrarie con specializzazione viticoltura ed enologia ad Ancona e laureanda in agricoltura sostenibile a Perugia.

In apertura assaggiamo la Passerina Marche IGP Luigina Maria 2024 prodotta con uve passerina 85%, trebbiano 10% e vermentino 5%, affinato in serbatoi di acciaio inox.
Un bel colore giallo paglierino e al naso è un’esplosione di profumi floreali di gelsomino e acacia, note fruttate di mela golden e banana con cenni di erbe aromatiche. Una bella vena acida supportata da una parte salina, con una media persistenza e di grande bevibilità.
A seguire l’Offida Pecorino DOCG Colle Guardia 2023 prodotto con uve pecorino in purezza, anche in questo caso l’affinamento avviene in serbatoi di acciaio inox.
Nel calice un vivace colore giallo paglierino con riflessi verdolini. Al naso è elegante e intenso con nette sensazioni floreali di acacia e biancospino, spiccate note fruttate di mela, pera e pesca con un cenno agrumato.
Un sorso fresco con una decisa vena acida che sostiene una traccia sapida e una morbidezza che, unita al tenore alcolico elevato, crea un equilibrio invidiabile. Il finale è incentrato sul frutto con una buona corrispondenza gusto-olfattiva e una lunga persistenza.

Tocca poi al Rosso Piceno DOP Calanchi 2023 che nasce da uve montepulciano 60%, sangiovese 35% e merlot 5%, con fermentazione e maturazione in cemento.
Un bel colore rosso rubino con riflessi porpora e al naso sensazioni floreali di rosa e viola, note fruttate di amarena e frutti di bosco in confettura, prugne secche, cenni balsamici di eucalipto e rimandi speziati di cannella e pepe. Grande equilibrio frutto di una buona acidità sostenuta da una traccia sapida, di una trama tannica scolpita e levigata e di una morbidezza che avvolge il palato.
In chiusura il Rosso Piceno Superiore DOP Castellaro 2020 frutto di un blend di montepulciano 80%, sangiovese 15% e merlot per la restante parte con fermentazione e affinamento in botti di cemento. È stato recentemente premiato con il riconoscimento dell’Eccellenza dalla guida “Le Marche nel Bicchiere 2024”, curata dall’Associazione Italiana Sommelier Marche.
Nel calice un luminoso rosso rubino molto intenso con riflessi violacei. Al naso esprime intensità e complessità di sensazioni con profumi floreali di rosa rossa e viola, note fruttate di more e mirtilli, marasche mature, buccia di arance rosse.
Al palato il sorso è pieno e voluminoso con un tannino levigato, una spalla acida che dona freschezza e una traccia sapida che dona eleganza. Una morbidezza percettibile e un tenore alcolico elevato contribuiscono all’equilibrio del vino. La chiusura è lenta con un rimando al frutto e una lunghissima persistenza.

Un plauso alla Cantina Sesì che riesce ad esprimere nel calice tutto il potenziale del territorio Piceno con vini espressivi e dall’insuperabile rapporto qualità-prezzo.

Walter Gaetani