Alla scoperta del carménère dei Colli Berici

Nel cuore del Veneto esiste una zona di produzione di vini DOC poco mediatica, forse, ma di certo vocata per la coltivazione di uve a bacca rossa. Varietà, cosiddette internazionali, perché celebri in tutto il mondo, a partire dal loro tradizionale impiego a Bordeaux.

Cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc ma non solo…in aggiunta a queste varietà vi è un vitigno meno conosciuto ma abbastanza diffuso in Italia.

Ma procediamo con ordine: ci troviamo nei rilievi collinari che si estendono in provincia di Vicenza, i Colli Berici.

Il territorio, famoso per le ville palladiane, milioni e milioni di anni fa era un mare ed oggi si sta scoprendo particolarmente incline alla coltivazione della vigna, grazie ad un clima mite e ad un suolo in prevalenza carsico ricoperto da terra rossa (limo argilloso rosso ricco di ossido di ferro).

Un aspetto che ritengo un valore aggiunto è quello naturalistico, il paesaggio risulta ancora incontaminato e preserva la flora e la fauna tipica del territorio. Il vitigno è il carménère – diffuso da tempo in Italia e presente da oltre un secolo in questa zona – che dal 2009 è stata ufficializzato nella specifica DOC Carmenere Colli Berici.

Colli Berici Carminium 2016 – Inama

Un vino che di recente mi ha colpito è il Carminium dell’azienda agricola Inama. Colli Berici DOC, da uve carménère in purezza. Annata 2016. Dodici mesi in barrique (20% nuove, 80% vecchie). Titolo alcolometrico: 14%.

Versato nel bicchiere il colore rosso porpora è molto intenso. All’esame olfattivo si riconoscono la viola, il pepe, la frutta rossa come more e prugne, il vegetale accennato e particolarmente gradevole (chi conosce la varietà saprà che a volte può risultare fin troppo invadente). 

Se il grado alcolico lascia pensare ad un vino impegnativo, quasi “da meditazione”, all’assaggio si scopre una piacevolissima acidità che contrasta il calore dell’alcool. Soffuso e molto piacevole il tannino. Ha accompagnato bene la carne alla brace.

Un dettaglio su cui mi soffermo spesso nei vini che assaggio è l’etichetta. Semplice, bella ed elegante. Osservando le immagini del sito aziendale noto che l’albero rappresentato in etichetta sembra essere proprio lo stesso al centro del vigneto, in veste autunnale.

Qualche anno fa mi trovavo in una fiera del settore e ho avuto il piacere di conoscere e scambiare due parole con uno dei fratelli titolari dell’azienda, Matteo. Preparato, pronto a sperimentare cose nuove per la sua azienda e desideroso di raccontarle.

A quel tempo mi ero dedicato all’assaggio solo di alcuni vini, in particolare dei bianchi, prodotti dall’azienda nel territorio in zona Soave. Trovandomi in un’enoteca, guardando tra gli scaffali, sono stato colpito dall’etichetta del “Carminium”. Il nome dell’azienda mi aveva riportato a quel piacevole ricordo, e così ho deciso di dover completare la mia conoscenza dei vini Inama, partendo da una bottiglia che non avevo assaggiato.

M.S.

Rigore altoatesino vs voglia di sperimentare

Per raccontare il progetto XXX (eXplore eXperiment eXclusive) di Andrea Moser, kellermeister della Cantina Caldaro (Kellerei Kaltern), abbiamo chiesto aiuto a Martina Viccinelli, giovane enologa, alla sua seconda vendemmia in quella che è la più grande cantina cooperativa dell’Alto Adige (450 soci, 650 ettari, circa 4.5 milioni di bottiglie all’anno).

Nato nel 2014 della grande passione e continua voglia di sperimentare di Andrea Moser, XXX è un progetto che nulla ha in comune con quel rigore che caratterizza la maggior parte delle produzioni altoatesine, rigore che alcune volte rischia di sfociare in un eccessivo controllo e tecnicismo, secondo alcuni critici del mondo del vino.

“Prima di parlarvi dei vini – racconta Martina – vorrei sottolineare che queste bottiglie rappresentano il carattere esplosivo di Andrea e la sua continua voglia di ricerca, non solo nei differenti metodi di fermentazione, ma anche nelle etichette. Queste infatti sono diverse per ogni bottiglia e riportano un disegno che vuole raccontarne la storia, dal grappolo fino alla nascita del vino”.

XXX è quindi un progetto quasi unico, già a partire dell’esiguo numero di bottiglie prodotte, che ci racconta di un Alto Adige che noi di Vinocondiviso non smettiamo di amare, proprio per la sua capacità di sorprenderci, andando oltre pregiudizi e luoghi comuni. Adesso però entriamo nel vivo e lasciamo a Martina il racconto di questi vini accattivanti.

ONE BY ONE, Cabernet Sauvignon Riserva, vendemmia 2016, così chiamato perchè ogni grappolo è stato “ripulito” a mano, uno ad uno, acino per acino. La sua fermentazione, di circa 20 giorni, è avvenuta in tonneux aperti. Un naso intrigante di frutti a polpa rossa, cioccolato fondente e cuoio e una grande struttura al sorso. La sua prima annata risale al 2015 e nel 2016 è uscito in sole bottiglie magnum (150). In etichetta un acino.

MASHED, Pinot Grigio, vendemmia 2016, che ha fermentato per circa due settimane, a contatto con le bucce, all’interno di uova in ceramica (clayver) ed è poi stato svinato in tonneux. Grazie alla lunga macerazione presenta un colore ambrato molto carico e brillante, è salino e fresco con una nota boisè fine ed un’elegante struttura. 666 bottiglie, in etichetta un uovo.

METAMORPHOSIS, Sauvignon, vendemmia 2016, tutto particolare e tutto da scoprire. Come il pinot grigio ha fermentato spontaneamente a contatto con le bucce per circa due settimane nelle uova di ceramica. Una volta svinato è stato messo in due tonneux a riposare. É un vino esplosivo che cambia continuamente, e da qui il suo nome. Sa di erba fresca bagnata, di salvia e di sale. 666 bottiglie, in etichetta un bruco che si trasforma in farfalla.

INTO THE WOOD, Schiava, vendemmia 2017. La fermentazione si è svolta in tonneux aperti, come nel caso del cabernet sauvignon. Terminata la fermentazione è stata svinata e messa all’interno di 3 barriques: una di primo, una di secondo e una di terzo passaggio. È una schiava dinamica, con un colore brillante che ricorda quello del pinot noir, ha una struttura equilibrata ma non esagerata, con sentori leggeri di legno e piccoli frutti rossi. Rispetto ad una vernatsch (schiava) classica ha molta più eleganza e un sorso più importante, dato anche da tannini più vivi. 999 bottiglie, in etichetta il tronco di un albero tagliato.

CUCKOOS EGG, nasce da una schiava tedesca (trollinger) vendemmiata nel 2018 e fatta fermentare in tonneux aperti. Come per la precedente schiava, una volta svinata, è stata messa in barrique dove ha svolto fermentazione malolattica. Ha un naso molto fruttato e un po’ ruffiano, quasi dolce, in bocca è equilibrata con un’acidità bilanciata e ben integrata all’interno della struttura del vino. 666 bottiglie, in etichetta il nido di un cuculo: come il cuculo usa il nido di altri, in questo caso l’azienda prende in prestito il vitigno di altri (il tedesco trollinger) al posto della locale vernatsch.

SANS, è il secondo sauvignon di questa linea, figlio della vendemmia 2018. Il nome rispecchia la caratteristica principale di questo vino: la totale assenza di solforosa aggiunta, sia dopo la fermentazione sia all’imbottigliamento. Anche in questo caso la fermentazione è avvenuta nei clayver di ceramica. Ad un naso inesperto potrebbe risultare un sauvignon atipico, ma scavando in profondità si rivela un sauvignon di razza. 666 bottiglie, in etichetta … nulla (senza).

HARDCORE è un gewurztraminer, vendemmia 2018, con tanta personalità e non adatto …ai deboli di cuore. 21 giorni di macerazione sulle bucce all’interno dei clayver. Ha un colore arancione brillante molto accattivante, in bocca è secchissimo con una struttura importante ma pur sempre elegante. Ha un’alta gradazione alcolica (15%) che però non incide sui profumi tipici di rosa e pesca. 800 bottiglie, il simbolo delle corna “hard rock” in etichetta.

RESISTANT è il primo PIWI ( varietà resistenti alle malattie fungine) della Cantina di Caldaro, vendemmia 2017. Questo vino nasce dall’unione di due varietà: souvignier gris e bronner. È un vino molto elegante e bilanciato, con note vegetali di timo e salvia e una dolcezza da pesca bianca, il sorso è lungo, minerale e fresco. 200 bottiglie, in etichetta un fungo porcino.

Alessandra Gianelli
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ERPACRIFE: un sogno basato sull’amicizia

Abbiamo preso in prestito questo titolo direttamente dai protagonisti, gli autori di Erpacrife, quattro studenti della Scuola Enologica di Alba: quattro compagni di classe che vent’anni fa hanno voluto sperimentare assieme qualcosa di assolutamente nuovo per l’epoca, spumantizzare il nebbiolo; sembrava un azzardo, quasi una “goliardata” fra amici ma il tempo ha dato loro ragione e ad oggi una trentina di aziende producono Nebbiolo Spumante.

ERik, PAolo, CRistian, FEderico (il nome del vino è un acronimo dei loro nomi) ne hanno fatta di strada dalla scuola di Alba; tutti e quattro lavorano nelle aziende di famiglia, chi in Piemonte, chi in Lombardia, dando vita a vini di gran qualità e ben rappresentativi del territorio di provenienza, continuando a produrre il loro nebbiolo spumantizzato, a cui nel corso degli anni, si è aggiunto un Metodo Classico da uve bianche autoctone piemontesi (erbaluce, cortese, moscato bianco, timorasso).

Noi di Vinocondiviso eravamo da tempo curiosi di assaggiare Erpacrife – da sempre prodotto in versione millesimato e non dosato – e abbiamo colto al volo un pranzo organizzato nell’agriturismo il Calice dei Cherubini di Cristian Calatroni (Montecalvo Versiggia, Oltrepò Pavese) ad inizio gennaio 2020, dove abbiamo bevuto l’annata 2014.

Erpacrife nasce da una vigna a 550 metri s.l.m. a Madonna di Como, una frazione di Alba, che poggia su arenarie simili a quelle di Diano, alta densità d’impianto e coltivata a guyot basso: il nebbiolo viene di norma raccolto un mese prima rispetto alla sua versione più nota, in rosso. Dopo la presa di spuma, ad Aprile dell’anno successivo, sosta almeno 48 mesi in bottiglia sui lieviti; dopo la sboccatura altri sei mesi in vetro prima della messa in commercio.

L’annata 2014 è stata la più piovosa degli ultimi cinquant’anni e non ha certamente giovato all’uva (troppa acqua assottiglia la buccia e fa perdere di eleganza) ed è stata molto fredda, ma in questo caso ha regalato un’ottima acidità alla base spumante di nebbiolo, permettendo di mantenere tutta la sua freschezza. Al naso e in bocca la troviamo tutta questa freschezza, in un vino che è rimasto circa cinquanta mesi sui lieviti ed è stato sboccato a luglio 2019; un bel colore rosa intenso, sentori di piccoli frutti rossi, note floreali (viola, rosa) che caratterizzano l’uva di provenienza, una buona sapidità.

L’evento è stato non solo l’occasione di conoscere Erpacrife direttamente da due degli autori ma anche di assaggiare, per ciascuno dei quattro produttori, un loro vino abbinato a piatti della tradizione sia piemontese che oltrepadana: “Campo del Dottore”, Riesling Renano 2018, Calatroni (Cristian), “Stravisan”, Barbera d’Asti 2018, Azienda Stella (Paolo), Barolo Sarmassa Vigna Merenda 2013, Scarzello (Federico) e “Berlet”, Moscato d’Asti 2019, azienda Dogliotti (Erik).

Ps:

  • solo la cucina di mamma Calatroni merita il viaggio nel loro agriturismo con vista vigneti
  • alla presentazione del catalogo del loro distributore per l’Italia abbiamo anche assaggiato Erpacrife 120 mesi ed Erpacrife Bianco: sono proprio bravi, questi ragazzi. 🙂

Alessandra Gianelli
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Ai confini della Borgogna: il Mâconnais dei Bret Brothers & La Soufrandière

La vacanze permettono, quando va bene, di visitare terroir enoici più o meno celebri. E così, anche quest’anno, le ferie natalizie mi hanno permesso di andare a scoprire nuovi terroir vitivinicoli. Oggi ti racconterò dei confini meridionali della Borgogna.

Giochi per bambini con vista sulle vigne
Mâconnais

Ci troviamo nel Mâconnais, territorio che si estende a sud della Côte de Beaune e della Côte Chalonnaise e immediatamente a nord del Beaujolais. Una zona di confine dunque che, con qualche pregiudizio, temevo potesse rappresentare un compromesso al ribasso tra il prestigio della Côte d’Or e la sfrontata spensieratezza del Beaujolais. Mi sbagliavo di grosso, almeno a giudicare dagli splendidi vini e dalla chiarezza di intenti che ho colto presso il domaine che ho scelto di visitare.

Vinzelles

Bret Brothers & La Soufrandière sono due marchi di un’unica proprietà che si trova nel piccolo centro di Vinzelles, vicino a Mâcon. La storia del domaine risale al 1947 quando Jules Bret, medico, acquista il domaine La Soufrandière: un solo ettaro di vigna nella denominazione Pouilly-Vinzelles Climat “Les Quarts”. A quel tempo l’uva veniva conferita alla cooperativa, per Jules La Soufrandière era poco più che una casa di campagna. L’amore per la vigna lo porta però ad estendere poco a poco la proprietà.

Solo negli anni ’90 i nipoti di Jules, Jean-Philippe, Jean-Guillaume et Marc-Antoine, decidono di seguire in prima persona il domaine. Nel 2000 cessano il conferimento delle uve alla cooperativa e nasce La Soufrandière. Nel 2001 viene creata invece Bret Brothers, che distingue, con ammirabile trasparenza, i vini ottenuti da uve di proprietà (La Soufrandière) dai vini di négoce (Bret Brothers), ottenuti cioè da vigne non di proprietà, anche se vendemmiate in prima persona dal domaine.

La Soufrandière

Schematicamente:

Bret Brothers

  • 8 ha gestiti nel Mâconnais e nel Beaujolais (chardonnay, gamay)
  • produzione annua: 50.000 bottiglie
  • 80% delle uve certificate bio o in conversione
  • vendemmie manuali gestite dal domaine, vinificazione con lieviti indigeni, senza zuccheraggio (chaptalisation) o acidificazione
  • fermentazioni e affinamento in inox o barrique usate (dai 7 ai 18 anni)

La Soufrandière

  • 11 ha di proprietà nel Mâconnais (100% chardonnay)
  • produzione annua: 60.000 bottiglie
  • certificazione biologica (AB) e biodinamica (Demeter)
  • vinificazione con lieviti indigeni, senza zuccheraggio o acidificazione
  • fermentazioni e affinamento (11-18 mesi) in inox o barrique usate (dai 7 ai 20 anni!), qualche cuvée in cemento
Les Quarts

Ho avuto modo di guardare da vicino la bella vigna “Les Quarts”, il più bel climat della AOC Pouilly-Vinzelles, con vigne tra i 45 e gli 80 anni di età.

Rapida visita in cantina, funzionale e ben organizzata, con molte barrique non nuove, contenitori in cemento di varie fogge (incluse due uova da vino in cemento), vasche in inox.

Molti i vini in degustazione di entrambi i marchi aziendali, di seguito qualche cenno ai vini assaggiati. Nota bene che, poiché in alcuni casi ho assaggiato da bottiglie senza etichetta, non sempre l’annata in foto corrisponde all’annata riportata nel testo (che è quella corretta a cui far riferimento).

Mâcon-Chardonnay 2018 – Bret Brothers

Vino ottenuto da uve provenienti da una parcella sita nel villaggio di Chardonnay, non lontano da Tournus, a nord di Mâcon. Gli abitanti di Chardonnay sostengono orgogliosamente che sia il loro villaggio ad aver dato il nome al vitigno bianco borgognone per eccellenza. Non è certo a dir la verità, quel che è sicuro è che chardonnay derivi dal latino cardus, dal nome dalla pianta che cresce in particolare sui terreni calcarei, e Chardonnay infatti è un paese che ha abbondanti suoli calcarei. Vino che fermenta ed affina 11 mesi in inox, solo il 10% della massa sosta in legno piccolo. Naso molto sul frutto bianco accompagnato però da un sorso teso e profondo. Vino finto semplice, per me delizioso nella sua gustosa immediatezza. Essenziale.

Pouilly-Loché “La Colonge” 2018 – Bret Brothers

Pouilly-Loché è una delle denominazioni più piccole di tutta la Borgogna. Ottenuto da vigne di 30 anni esposte a est questo vino, vinificato in legno piccolo, esprime grande energia e vigore, con acidità molto marcata ma perfettamente integrata nella materia. Chiusura minerale di grande eleganza. Grintoso.

Mâcon-Vinzelles “Le Clos de Grand-Pére” 2018 – La Soufrandière

Da vecchie vigne (età media di 60 anni) vicino alla proprietà. Vino che affina prevalentemente in inox, delicato e al contempo profondo. Molto giovane, ma decisamente promettente. Arzillo.

Pouilly-Vinzelles 2018 – La Soufrandière

Dalle vigne tra 35 e 50 anni del climat “Les Quarts”, quindi considerate dalla proprietà non ancora degne, vista la (relativa) gioventù, di entrare nel vino che riporta in etichetta il climat. Vino tutto giocato sulla mineralità, la droiture e la sapidità. Raffinato.

Saint-Véran “La Combe Desroches” 2018 – La Soufrandière

Da una parcella, esposta a nord, di 1,5 ha e situata ai piedi della Roche de Vergisson. Vino potente ed energico, appena amaricante in chiusura. Vivace.

Pouilly-Fuissé “En Chatenay” 2017 – La Soufrandière

Unico vino tra i bianchi assaggiati in cui si avverte la presenza del legno, nonostante i legni impiegati siano esausti, come per tutti gli altri vini. Però il sorso racconta anche molto altro: agrumi, sassi, sale…persistenza molto lunga. Da attendere con fiducia.

Pouilly-Vinzelles 2017 “Les Quarts” – La Soufrandière

Ottenuto dalle più vecchie piante di chardonnay del domaine (dai 50 agli 80 anni di età), eccolo il vino degno di chiamarsi “Les Quarts”! Un grande vino che si esprime sul frutto bianco, gli agrumi, i sassi. Il sorso è di un’acidità molto netta eppure il vino risulta equilibrato e godibilissimo. Chiusura sapida entusiasmante. Chapeau!

Chénas “Glou des Bret” 2018 – Bret Brothers

Sconfiniamo in Beaujolais per questo vino ottenuto da macerazione carbonica. Si tratta di un vino da merenda gustoso, molto frutto rosso al naso (fragola), beverino e succoso in bocca. Gioviale.

Beaujolais-Lantignié 2018 – Bret Brothers

Lantignié potrebbe diventare, secondo alcuni progetti, l’11° cru del Beaujolais oltre che la prima AOC totalmente bio. È un vino di una certa complessità, fruttato certo ma stratificato e ficcante. Intrigante.

Julienas “La Bottière” 2018 – Bret Brothers

Gamay inferiore ai due precedenti, anche a causa di qualche insistita nota vegetale. Rimandato.

Questa la carrellata dei vini che ho assaggiato. Come sempre tornerò sui alcuni di questi vini non appena avrò l’occasione di degustare con calma i vini che ho acquistato presso il domaine.

Chiudo con una considerazione personale su cui ti invito a dire la tua nei commenti. I vini bianchi di Borgogna, con le poche ma dovute eccezioni, non sono il mio genere di vino bianco preferito. Trovo che troppo spesso la mano in cantina del produttore sovrasti l’espressività del vino. Legni piccoli, giovani e tostati, il bâtonnage, l’abbondante uso di solforosa…danno vita a vini che troppo spesso trovo inutilmente “conciati”, dolciastri, lattici, con note di polvere da sparo che tendono a prevalere sul resto. Mi è piaciuto scoprire che un’altra Borgogna bianca è possibile.

Quali i tuoi ultimi vini bianchi di Borgogna che ti hanno convinto? Chablis non vale…  😉

Mercato dei Vini FIVI: Piacenza Expo 23, 24 e 25 novembre 2019

Sono oltre 600 i vignaioli indipendenti che si potranno degustare a Piacenza il prossimo Mercato FIVI, il 23, 24 e 25 novembre.

Mercato dei Vini di Piacenza

Non sarà una semplice degustazione. Saranno infatti a disposizione dei visitatori dei carrelli della spesa per comprare alla fonte i vini dei vignaioli che più ci hanno convinto!

Noi di Vinocondiviso ci saremo…e voi???

Mercato FIVI Piacenza in breve:

Quando: sabato 23, domenica 24 e lunedì 25 novembre 2019
Dove: PiacenzaExpo – Località le Mose, Via Tirotti, 11 – Piacenza
Orario di apertura al pubblico: sabato e domenica dalle 11.00 alle 19.00, lunedì dalle 10.00 alle 16.00
Ingresso giornaliero: € 15.00 comprensivo di bicchiere per degustazioni Ingresso ridotto: € 10.00 per soci AIS – FIS – FISAR – ONAV e SLOW FOOD (il socio deve mostrare tessera valida dell’anno in corso) e possessori del biglietto della manifestazione MareDivino 2019
Parcheggio: gratuito

I minorenni non pagano l’ingresso e non possono effettuare degustazioni.

PIWI live: la vendemmia a 1000 metri di johanniter, il vitigno resistente

Da un po’ noi di Vinocondiviso non parlavamo di vitigni PIWI, ma il nostro interesse per loro resta sempre alto, tanto da seguire – purtroppo stavolta non “sul campo” – la vendemmia della varietà resistente johanniter, presso l’azienda VindelaNeu di Nicola Biasi.

Sabato 19 ottobre, a 1.000 metri, nella Val di Non, in una zona in cui si alternano boschi e meleti, Nicola ha vendemmiato il suo vigneto di circa 1.000 metri quadrati, piantato nel 2002. Come in molte parti d’Italia quest’anno la vendemmia è stata posticipata di una settimana rispetto al 2018, con rese leggermente inferiori, spiccata acidità e una qualità che si preannuncia molto buona.

Due particolarità: è stato effettuato un solo trattamento in vigna contro la peronospora e i grappoli hanno passato, come sempre, parecchie notti ad una temperatura vicina allo zero prima di essere raccolti.
Ora il mosto sta fermentando, poi passerà un anno in botti da 225 litri di rovere francese (50% nuove e 50% usate) e un ulteriore anno di affinamento in bottiglia.

Per adesso godiamoci il 2017 🙂

Alessandra Gianelli
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La vespolina … è donna

Non esiste un vero e proprio ordine logico con il quale organizzo le visite in cantina o la perlustrazione di un territorio. È una sorta di chiamata, una pulsione, e così nell’ultimo periodo è arrivata una forte attrazione per l’Alto Piemonte. La scelta della cantina di Francesca Castaldi a Briona (NO) è stata una naturale conseguenza. Una piccola realtà artigianale, in cui mi ero imbattuta in una fiera. In quell’occasione avevo fatto un veloce assaggio, ma quel piccolo sorso mi era rimasto in testa e sentivo il desiderio di approfondire.

Quello che proprio non immaginavo è che una visita in cantina si potesse trasformare in un inno alla femminilità. L’impronta del “essere donna” di Francesca è potente, dalla vigna alla cantina, inscindibile dal risultato finale che possiamo degustare nel suo vino. Cogliamo questa essenza anche grazie al fatto di essere tutte donne in visita: sono infatti accompagnata da Alessia e Roberta, due amiche con cui condivido la stessa grande passione e voglia di chiacchiere.

Francesca ci accoglie davanti al portone della sua cantina; una figura agile e snella, stretta di mano vigorosa ed un’indole dolce di cui ci privilegerà a piccoli sorsi durate la nostra permanenza. È un sabato di ottobre tiepido e soleggiato, appena entriamo in cantina veniamo investite dal profumo dei mosti in fermento. Un nugolo di moscerini ubriacati da questi effluvi ci ronza attorno eccitato e stordito. È la stessa bellissima sensazione che coinvolgerà anche noi.

La prima cosa che ci mostra Francesca è un grande recipiente pieno di mosto in fermentazione: un magma di vita. La stessa vita sta prendendo avvio nelle vasche. La produttrice appoggia sull’acciaio la sua mano, macchiata ed inaridita dal lavoro manuale dalla vendemmia; non è freddo come ci si aspetta dal metallo, ma tiepido per effetto della fermentazione. Un gesto che mi sembra incredibilmente materno.

Il racconto dei passaggi in cantina è preciso e veloce, accompagnato da qualche assaggio dalla vasca, colori vivi e delle belle sensazioni di lievito. Quello di cui Francesca sembra essere più orgogliosa è una barrique esausta, aperta e riempita con le uve pigiate della vespolina. In superficie si sono concentrate le vinacce che accarezziamo ed annusiamo, si sente il frutto maturo e già la sensazione speziata tipica del vino. Allungo una mano e assaggio, Francesca mi perdonerà, si sa che la curiosità è femmina. Ci racconta che spesso sperimenta con la vespolina.

Chiediamo di visitare le vigne che si trovano appena fuori dal piccolo borgo che ospita la cantina. Ci mettiamo in macchina e seguiamo la “Pandina” bianca di Francesca, non teme buche e strada sconnessa, a differenza della mia utilitaria che, da ragazza di città, teme di rovinarsi le scarpe.

Imbocchiamo una strada sterrata circondata da un fitto boschetto, è una sorta di macchina del tempo che ci catapulta in un luogo completamente diverso. Francesca lo ribattezzerà “scrigno” ed è proprio così, un altipiano raccolto dai boschi e custodito dal Monte Rosa che veglia sulle vigne proteggendole da venti freddi e intemperie aggressive, garantendo inoltre la giusta escursione termica, e così nelle notti estive si sviluppano gli intensi aromi delle uve. Il resto lo fa il sottosuolo, quello dell’antico super vulcano: fonte inesauribile di profumi, struttura e longevità. La texture delle stratificazioni permette alle radici di andare in profondità e garantisce protezione dallo stress idrico che, in questa annata, è risultato particolarmente impattante.

Facciamo quindi una passeggiata tra i filari, guidate dal racconto della produttrice che, a ruota libera, ci racconta la sua idea di viticoltura. Una sinergia tra tecnologia umana e cicli naturali. Ne deriva quindi la scelta di non utilizzare trattamenti invasivi ma affidarsi allo studio e alla ricerca di nuove tecniche che sfruttano le naturali difese della natura. Per queste ultime ci vuole pazienza e fiducia ed anche in questo si nota il tocco femminile di Francesca.

La vespolina che tradizionalmente matura prima del nebbiolo, in questa vendemmia 2019, si è fatta attendere ed è stata l’ultima ad essere raccolta. In pianta troviamo ancora dei grappoli e cogliamo l’occasione per assaggiare qualche acino, turgido di succo dolce e profumato, il contrasto arriva dal vinacciolo ricco di tannino. Tutte queste caratteristiche le ritroveremo poi all’assaggio del vino, intatte e fragranti, grazie ad una vinificazione oculata e quasi completamente priva di aiuti chimici.

Torniamo in cantina per gli assaggi, la sala degustazione si trova in un sottotetto, dove, nella stanza accanto, ordinata in cassette verdi, sta appassendo l’uva rara. Abbassiamo inconsciamente il tono di voce, ci sembra quasi di disturbare questo riposo.

Al centro della grande sala un lungo tavolo coperto da una tovaglia di cotone bianco al quale ci accomodiamo, diverse interpretazioni di femminilità, sensibilità ed esperienze lontane che trovano un’intima sintonia intorno ai calici. Fa da sfondo un antico muro di pietre, provenienti dai sedimenti dei torrenti del posto e che disegnano bellissime e variopinte greche.

Francesca ha inventato un percorso di degustazione personale e divertentissimo, un gioco con il quale ad ogni vino abbina un personaggio della sua vita, in cui i ruoli fondamentali sono ovviamente quelli delle donne.

Partiamo con Lucia, l’erbaluce della cantina, unico bianco in degustazione. Si discosta completamente da altri assaggi dello stesso vitigno, per una bella nota speziata di zafferano. Non avendola mai percepita in altri prodotti la mia mente va al territorio, mi viene da pensare che il super vulcano apponga in questo modo il suo marchio sul vitigno.

Altro assaggio, altra donna: è Nina. La nonna della produttrice, una bella testa riccia di capelli ed una sola cosa nella mente: la vigna. Una vita spesa a lavorare tra i filari fino a che le gambe l’hanno sostenuta. In questo momento, quasi con un po’ di imbarazzo, Francesca ci fa la sua rivelazione: la vespolina è donna. Un vitigno volubile, a volte capriccioso, ma capace come nessun altro di grande generosità. Intenso e vivace in purezza e perfetto nel matrimonio con il Nebbiolo, così chiuso ed austero. Un vino adorabile nella sua semplicità; perfetto in abbinamento con piatti succulenti, grazie al tannino profondo ed al gusto ricco di frutti rossi e spezia.

Poi arriva il Bigin, l’articolo davanti al nome è fondamentale, perché così ci viene presentato. Quando Francesca abbandonò la vita da ufficio per dedicarsi all’attività di famiglia, la viticoltura, c’era lui Bigin; l’aveva aiutata con dedizione a piantare le nuove vigne di nebbiolo. L’uomo non aveva potuto studiare ma questo non gli aveva impedito di costruire una grande cultura personale, sfruttando le armi della volontà ferrea e della curiosità. Ogni giorno ascoltava il telegiornale con atlante e dizionario alla mano. Bigin, il vino, è così: ricco e profondo, di grande eleganza e generosità.

Fara è il matrimonio che ci aspettavamo: il nebbiolo porta eleganza, la vespolina dà una sferzata di vita con tannino e spezia. L’annata 2014, fredda e piovosa, ha inciso sulla struttura del vino rendendola più delicata. In questo caso un vantaggio, il vino riesce ad esprimere sapidità e mineralità del territorio in maniera più netta.

Con Martina, barbera 100%, passiamo ad un’altra personalità con un vino ricco di frutto e freschezza.

Chiudiamo con Crepuscolo, passito di uva rara. La particolarità è un bouquet ricco di sentori tostati ed affumicati, il residuo zuccherino è elevato ma l’acidità importante e la spezia ripuliscono il palato e così, questo passito non stanca mai.

Francesca somiglia alla sua vespolina, o forse è il contrario. Nel suo immaginario ce l’ha presentata come un’elegante signora con la calza smagliata, oppure una bellissima ragazza con un lieve strabismo. Insomma, quel tocco di disordine nell’ordinario che dona un fascino irresistibile.

Chiara EM Barlassina
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