FIVI 2018: storie da degustare

Potrei raccontarvi di decine di assaggi, in due giorni passati alla fiera Fivi di Piacenza, cose da dire ce ne sarebbero tantissime, ma sono sicura che in tanti l’hanno già fatto meglio di quanto potrei fare io.

FIVI 2018
FIVI 2018

Volti, voci e mani. Mani spesso indurite dal duro lavoro nei campi ed in cantina. Volti solari, a volte stanchi e voci emozionate ed orgogliose. Il vino si sa, non è solo qualcosa che si beve e ciò che mi ha emozionata di più in questa “due giorni” sono le storie di persone che in questi calici mettono la loro la vita. Spesso quello che beviamo è un concentrato del loro vissuto. Quindi sì, ho degustato storie e mi è piaciuto.

Quattro amici uniti da una passione comune, sveglia presto, scarpe comode e taccuini alla mano abbiamo percorso chilometri in questi corridoi alla ricerca di volti/vini noti e di qualche nuova scoperta, suggerita da amici o dalla nostra curiosità.

Entriamo tra i primi, puntiamo al fondo, primo obiettivo è lo stand Antico Castello, realtà dell’Irpinia a noi già nota ma che seguiamo con entusiasmo. Dietro al banco, Francesco sembra emozionato, siamo i primi e non vede l’ora di raccontare la storia della loro cantina centinaia di volte (ripassiamo domenica sera, vi assicuro quell’entusiasmo era ancora vivo). Etichette nuove, di grande impatto. Il loro Mida, Greco di Irpinia, li sta riempiendo di orgoglio e con gran ragione. I rossi sono un crescendo di eleganza ed espressività. Non vediamo l’ora di festeggiare il Natale con il loro Amarenico, mosto di Aglianico aromatizzato all’amarena.

Tappa da La Tosa, per onorare una cantina del luogo. Ho ben presente la loro Malvasia (la prima ad essere vinificata secca), Sorriso di cielo, nella cantina di mio papà non mancava mai. Mi ricorda l’infanzia, il racconto del signor Ferruccio scorre fluido; è tecnico, preparato ma mi perdo nelle sue mani nodose, dure. Mi chiedo quante vendemmie abbiano visto e quante ne vedranno. Penso: “siamo in buone mani”.

Non era una tappa prevista, ma le etichette catturano per la loro sensualità. Dietro il banco di Le Guaite di Noemi, proprio lei, Noemi: bella e decisa. Sta ritagliando le etichette con i nomi delle uve della sua terra che ha messo in esposizione insieme alle bottiglie. Fiera di essere donna vignaiola, ci accompagna in Valpolicella con Ripasso, Amarone ed una chicca, un taglio bordolese fatto con la tecnica dell’amarone. Viva il coraggio delle donne.

Riprendiamo il nostro programma, ancora in Campania, con il Castello delle Femmine. Peppe e sua moglie, coppia inossidabile, ci accolgo con i gesti lenti e sicuri di chi guida le proprie vigne da decenni. Sul tavolo un bellissimo book fotografico che racconta la loro storia e la loro famiglia. Hanno scommesso su vitigni autoctoni, quasi sconosciuti ed abbandonati: Pallagrello bianco, Pallagrello nero e Casavecchia. La scommessa è vinta.

Invoco la tappa svariate volte, finalmente mi accontentano, è Marta Valpiani. Avevo assaggiato il suo Albana e mi era parso sublime, avevo bisogno di una conferma e l’ho avuta. La loro descrizione sul biglietto da visita è “vignaiole artigiane romagnole” tanto basterebbe a conquistarmi (Albana a parte). Il loro straordinario tocco femminile è sulle etichette, sembrano decorazioni floreali di antiche porcellane. Marta indica Elisa seduta dietro il desk, le ha volute lei così. Brava Elisa.

Una tappa ci è parsa obbligata, elenchi chilometrici di produttori in tutte le regioni e poi il Molise, un solo rappresentante. Ci avviciniamo al banco, è affollato. Claudio Cipressi è pronto a difendere da solo la sua regione. Ci dice “gli altri miei colleghi non vogliono partecipare”, è un peccato. La Tintilia del Molise ci piace, non poco. Reclamiamo il Molise a gran voce alla prossima Fivi.

Trebotti, siamo in Tuscia, due simpatici ragazzi ci accolgono con gioia, si definiscono “giovani, indipendenti e bio”. Sono rimasta piacevolmente sorpresa dal loro Violone. Mi piacciono le loro bottiglie che si distinguono subito, con bandane, chiuse con cera e con etichette oversize. L’occhio vuole la sua parte, soprattutto quando si parla di nicchie di mercato.

Lo stand di Agostino è vuoto, sulla tovaglia bianca solo le bottiglie e qualche biglietto da visita, sembra non essere a suo agio, ma la Calabria ci piace, soprattutto ci piace scoprire cose inedite, quindi l’Azienda Agricola Cerchiara è tappa obbligata. Scopriamo che per Agostino sono le prime vendemmie, le prime etichette e le prime fiere. Il suo racconto parla però di una storia lunga, quella del suo territorio che lui conosce bene. Assaggiamo la Lacrima, è schietta, morbida. Speriamo di sentire parlare ancora di questi vini anche fuori regione.

Seconda fermata in Calabria. I due ragazzi di Scala, a confronto con Agostino, sono dei veterani. Cirò è il loro fiore all’occhiello, un’etichetta che sembra arrivata da una drogheria del dopoguerra, è quella scelta dal nonno e non è mai stata cambiata. Mario Soldati in Vino al vino scriveva che per fare il vino buono ci vogliono tre generazioni, oggi ho capito cosa intendeva.

Concludiamo la nostra gita in Calabria da Santino Lucà. Il desk è ricoperto di bergamotto ed attira l’attenzione anche solo per il profumo. Finalmente assaggio il Greco di Bianco, un mito del quale avevo solo sentito parlare (il vino che in antica Grecia era riservato al vincitore delle Olimpiadi). Ma un capitolo a parte andrebbe dedicato al suo Marasà bianco (vitigni Mantonico e Guardavalle), per approfondire ne porto una bottiglia a casa. Lasciamo a Santino il biglietto da visita, a fine giornata ci ringrazia, eppure siamo solo alcune delle centinaia di facce viste in quella giornata. Grazie a te.

Al nord ci dedichiamo alla Valtellina, al Grumello di Gianatti Giorgio. Ho un debole per il Nebbiolo di montagna e qui la montagna si sente netta, fresca e nessun sentore di legno che prevarica.

Poi ci avviciniamo a dei nuovi volti della Valtellina, all’azienda Pizzo Coca. I due giovani produttori, barbe lunghe e look da giramondo, hanno portato decine di foto delle loro vigne e dei loro animali (api incluse). Le etichette sono giovani, divertenti e attirano l’attenzione. Questi ragazzi sono da tenere sott’occhio.

Ci rilassiamo concedendoci una bolla, la tappa è dall’amico Gigi Nembrini, di Corte Fusia, t-shirt brandizzata e sguardo divertito. Le sue bollicine cremose concludono degnamente la giornata.

Decidiamo di dedicarci alla Toscana il giorno seguente. La sveglia è più rilassata ma già in auto siamo colti dalla sottile euforia di chi sa che a breve scoprirà qualcosa di nuovo stringendo un calice in mano.

Podere le Cinciole, Valeria e Luca sembrava ci stessero aspettando, ci raccontano del loro Podere centenario. Hanno portato dei campioni di terreno per descrivere una mineralità che in bocca è piacevolmente netta. Contro tutti campanilismi, sono loro stessi a suggerirci un “vicino di casa”. Andiamo subito a provarlo. È Fabio Motta “viticultore a Bolgheri”, l’accento lo tradisce nel suo essere lombardo, ma il suo Bolgheri è madrelingua e si sente. Fabio si è innamorato di questa terra ancora mentre studiava agraria, non l’ha più lasciata.

Proseguiamo da Istine, bella scoperta del Chianti. Angela, produttrice e figlia del fondatore, sgranocchia cioccolata e dice: “è Pernigotti, l’ho comprato anche se non servirà a nulla, per salvare un’azienda italiana”. Sarebbe bastato questo per capire che il loro vino è buono e genuino. Ottimo anche il loro vermuth di Radda.

Concludiamo con uno dei due sardi presenti in fiera, è l’azienda agricola Berritta. Il signor Francesco è orgoglioso del suo Panzale, vitigno autoctono rarissimo, ha ragione Francesco, la sua evoluzione negli anni è straordinaria.

È giunto il tempo di tornare a casa, accompagnati dalla malinconia di quando finiscono le cose belle; ho con me diverse bottiglie, le ho prese perché quando le aprirò potrò riascoltare storie e rivedere volti.

Chiara EM Barlassina
Facebook: @chiara.e.barlassina
Instagram: @cembarlassina

5 vini dell’Alto Piemonte: allo scoperta del supervulcano della Valsesia

Il Monte Rosa fa da cornice ai vigneti
Il Monte Rosa fa da cornice ai vigneti (Credits: Consorzio Alto Piemonte)

Il terreno da cui origina il vino ha, giustamente, un ruolo di primo piano nelle discussioni tra appassionati ed addetti ai lavori. Ma mai come nel caso dell’Alto Piemonte si può andare così indietro nel tempo: circa 300 milioni di anni fa, quando sulla Terra esisteva un solo continente chiamato Pangea, un vulcano, nell’attuale zona della Valsesia, è esploso eruttando un’immensa quantità di materiale e sprigionando un’energia pari a 250 bombe atomiche. Quando, 240-260 milioni di anni dopo, la collisione fra Europa e Africa ha portato alla formazione delle Alpi, nella zona in cui si trovava il vulcano, la parte di crosta terrestre è ruotata di 90 gradi: ciò ha reso possibile, caso unico al mondo, di poter analizzare, grazie alle moderne tecniche geocronologiche, un fossile di supervulcano nelle parti più profonde del suo sistema magmatico.

Il supervulcano e tutto ciò che ha lasciato mi accompagnano nella degustazione di cinque vini di cinque denominazioni diverse dell’Alto Piemonte: le 3 DOC Bramaterra, Boca e Lessona e le due DOCG, Gattinara e Ghemme. Comune denominatore dei vini della zona il nebbiolo, vitigno autoctono per eccellenza, che regala, nelle tre zone d’elezione (Langhe, Alto Piemonte, Valtellina) vini eccellenti, sempre fini, complessi, eleganti, da saper attendere.

Le DOCG e DOC dell'Alto Piemonte
Le DOCG e DOC dell’Alto Piemonte (Credits: VinoalTop)

Bramaterra 2013 – La Palazzina
Il primo vino degustato, annata 2013, è dell’azienda La Palazzina, nella zona di Bramaterra: nebbiolo 80% e il restante fra croatina, vespolina, uva rara (detta anche bonarda piemontese); il vino si presenta rosso rubino, con lievi riflessi granati, e in bocca l’iniziale nota di ciliegia e arancia rossa lascia spazio a sentori ferrosi e di liquirizia; la presenza di croatina regala al vino più struttura rispetto agli altri assaggiati in seguito mentre la vespolina conferisce una piacevole speziatura.
I suoli, con ph basso (capaci quindi di conferire una buona acidità al vino), sono costituiti da sabbie porfiriche di origine vulcanica, di colore rosso bruno.

Boca 2012 – Conti
Il secondo vino, annata 2012, è dell’azienda Conti, nella zona di Boca, che si trova proprio nella caldera del supervulcano; anche in questo vino troviamo oltre al nebbiolo una piccola percentuale fra vespolina e uva rara, le uniche ammesse da disciplinare. Questo vino si presenta elegante, con tannini più setosi del precedente, ma il passo e la trama in bocca fanno presagire un lungo futuro ad un vino che evolverà ulteriormente.
Il suolo roccioso vulcanico, è composto da argilla, sabbia, ciottoli di granito, porfido.

I seguenti tre vini sono ottenuti da nebbiolo in purezza (nella zona comunemente detto spanna) con inevitabili colori meno accesi (per tutti un rosso granato).

Lessona 2012 – Proprietà Sperino
Il terzo vino, sempre annata 2012, è della zona del Lessona, dove ha la sede l’azienda Proprietà Sperino; l’affinamento in tonneaux prima e successivamente in botti ovali da 15 hl conferiscono al vino un maggiore sentore tostato ed etereo.
Parlando di Lessona non si può non aprire una parentesi sulle Tenute Sella, un’azienda che vanta tre secoli di storia vitivinicola, in quanto la famiglia Sella, “a partire dalla fine del ‘600, decide di investire, in aggiunta all’attività prevalente nell’impresa tessile, anche in agricoltura. Nel 1671, Comino Sella acquisisce una vigna a Lessona, piccolo territorio vinicolo già allora e da secoli dedicato alla produzione di vini rossi di pregio, frutto di nobili terre e sabbie di un antico mare.” (Credits: Tenutesella.it)
Il suolo, con ph basso e acidità importanti, è costituito da sabbie marine di colore giallo aranciato, con sedimenti fluvioglaciali; è la zona che meno avverte la presenza del supervulcano.

Gattinara 2012 – Franchino
Con il quarto vino entriamo invece nel cuore del vulcano, a Gattinara, zona vitivinicola di antiche origini, in cui i vigneti furono impiantati dei Romani nel II secolo a.C !
“Un sorso di Gattinara. Purché vero, si intende, non chiedo di più!”, così scriveva Mario Soldati in uno dei suoi brevi racconti dedicati ai luoghi del Piemonte a lui cari.
Il sorso di Gattinara che abbiamo bevuto è dell’azienda Mauro Franchino, 100% nebbiolo, annata 2012: un vino dal carattere deciso con un tannino ancora da domare, da attendere con fiducia.
Il suolo porfido-roccioso, di origine vulcanica, è ricco di sali minerali di ferro che conferiscono il tipico colore rossiccio al terreno e regalano ai vini una grande struttura.

Ghemme 2012 “dei Mazzoni” – Mazzoni
L’ultimo vino, degustato nel formato magnum, annata 2012, è dell’azienda Mazzoni, zona di Ghemme; la nota accesa di frutta sottospirito è un po’ troppo spinta e lo penalizza ma permane una buona bevibilità. Resta il vino che meno mi ha colpito.
Suolo argilloso, di origine fluvioglaciale, ricco di minerali.

Alto Piemonte: i 5 vini degustati
Alto Piemonte: i 5 vini degustati – Photo Credits: Vinodromo, la vineria in zona di Porta Romana a Milano che ha organizzato la serata

La degustazione è stata molto istruttiva con un livello medio di vini decisamente alto. Fa una certa impressione sapere che oggi, nella zona dell’Alto Piemonte, sono solo 700 gli ettari vitati mentre, ad inizio Novecento, erano ben 40.000! Una zona unica al mondo in cui però la vigna fu praticamente abbandonata in favore del miraggio dell’industria, in particolare di quella tessile. Recenti nuove iniziative ed investimenti in Alto Piemonte, a partire dall’acquisizione da parte di Roberto Conterno dell’azienda Nervi a Gattinara, fanno però ben sperare!

Il mio Colfondo preferito

Vi capita mai di assaggiare un vino che vi colpisce così tanto da volerne non solo comprare un cartone ma di aver voglia di vedere la vigna da dove nasce?
Con i vini che piacciono molto può succedere e quando finalmente cammini fra i filari di quelle vigne accompagnata dal produttore – custode, l’emozione è forte e ti resta stampata nel cuore.

Per me è stato così con Monfumo, un ettaro e mezzo di terreno particolarmente vocato nelle colline di Asolo, provincia di Treviso, di proprietà dell’azienda Bele Casel, gestita da Danilo Ferraro con i figli Luca e Paola.

Si tratta di un vigneto di oltre 80 anni, con aspre pendenze, dove accanto alla glera si trovano altre varietà locali (perera, bianchetta, marzemina bianca, rabbiosa), e dove tutto il lavoro deve essere rigorosamente fatto manualmente.
Si respira fatica e passione fra quei filari, così vecchi e così vivi, e lo si legge negli occhi orgogliosi di Luca.

glera
glera

Dalla vigna di Monfumo nasce ColFóndo: vino frizzante rifermentato in bottiglia senza sboccatura, dove dentro c’è tutta la tradizione locale, mentre fuori, l’etichetta, con il suo gioco di parole “a testa in giù” è pronta a catturare l’interesse anche del neofita.

L’affascinante mondo dei vini frizzanti prodotti con la fermentazione naturale, infatti, è al centro di un rinnovato interesse, dopo troppi anni di oblio; personalmente ho scoperto questi vini attraverso le pagine e le presentazioni con degustazione del libro di Massimo Zanichelli “Effervescenze”, un racconto corale di bollicine rurali dal Veneto fino all’Oltrepò Pavese, che vi consiglio.

Ho assaggiati molti vini di questa tipologia, molti presenti nel libro, molti scovati in giro per fiere; alcuni mi sono piaciuti, altri meno: quello di Bele Casel resta #ilmiocolfondo.

Il vostro qual é?

Qualche suggerimento:

  1. vi consiglio al prossimo link questo bel video-riassunto della storia di Bele Casel;
  2. l’azienda Bele Casel produce, oltre al Colfondo anche l’Asolo Prosecco Extra Brut Superiore DOCG e la versione Extra Dry, che ho bevuto per la prima volta da loro in cantina; quest’ultimo è il Prosecco sicuramente più facile, immediato, ma assolutamente piacevole;
  3. se andate a trovarli, fatevi portare in giro con la loro storica Fiat 500;
  4. non dimenticate, prima o dopo la visita in cantina, di passeggiare nel bellissimo borgo di Asolo.

Alessandra

Roncùs: vecchie vigne e vini contemporanei

Oggi ti parlo di Roncùs, azienda ben conosciuta dagli amanti del vino che, colpevolmente, non ero ancora riuscito a visitare.
Approfittando di un fine settimana in Friuli riesco quindi a prendere appuntamento con Marco Perco, proprietario e vigneron di Roncùs a Capriva del Friuli.
Ci troviamo nel cuore del Collio, a pochi passi dalla Slovenia. Qui, da tre generazione, la famiglia Perco si prende cura di vigne che hanno mediamente oltre 50 anni di età.
L’azienda si estende su 16 ettari, prevalentemente in Collio con qualche appezzamento nella DOC Isonzo.

Sala degustazione Roncùs
Sala degustazione Roncùs

Nella bella stanza adibita a degustazioni ed eventi, Marco e la sua compagna Manuela mi accolgono e mi raccontano la filosofia dell’azienda: rispetto per l’antico parco vigne, conduzione biologica, inerbimento dei filari ricchi di flora spontanea, trattamenti limitati al minimo indispensabile (rame e zolfo) e vendemmia manuale di uva perfettamente matura.
Le pratiche di cantina sono anch’esse condotte con “semplicità” (fosse semplice…): fermentazioni spontanee, fermentazione malolattica svolta naturalmente anche sui vini bianchi, vini a contatto con le fecce fini, uso oculato del legno mai nuovo o troppo marcante…
I vini che se ne ottengono sono precisi ed espressivi, sempre equilibrati senza eccessive mollezze né acidità slegate, gustosi e complessi, soprattutto se si ha la pazienza di farli invecchiare in cantina qualche anno.

Di seguito qualche sintetica nota sui vini degustati. Come sempre su questi schermi seguiranno descrizioni più dettagliate delle bottiglie che mi sono piaciute di più e che ho acquistato da degustare con calma.

i vini degustati
i vini degustati

Ribolla Gialla 2017
Malolattica completamente svolta, affinamento in acciaio e permanenza sui propri lieviti per 6 mesi.
Piacevole nota affumicata al naso, per un vino che si beve con disarmante semplicità grazie all’alcolicità contenuta ed all’acidità agrumata in sottofondo.

Schietto

Malvasia “Reversus” 2017
Naso didascalico da malvasia istriana con in più una nota di muschio ad arricchiere il quadro.
Vino molto buono perché in grado di coniugare carnosità e dinamica, morbidezza e mineralità.

Gustoso

Collio Bianco 2016
Friulano, Pinot Bianco e Sauvignon affinati in botti da 20 ettolitri.
Il naso si fa sedurre da una nota elegantemente aromatica e delicatamente fumé.
Bocca potente ma la bevibilità non ne risente.

Saporito

Collio Friulano 2016
Vino ricco ma austero, si rivela con calma nel bicchiere con le spezie a far capolino.
Il vino è ancora giovanissimo, evolverà ulteriormente.

Promettente

Pinot Bianco 2015
Naso fruttato, con erbe aromatiche e mineralità ben presente.
In questa fase trovo la bocca piuttosto calda e poco corrispondente rispetto a quello che il naso promette.
Vino che “si sta muovendo”, da risentire con calma.

Inquieto

Collio Bianco Vecchie Vigne 2014
Eccolo qui il famoso Vecchie Vigne, vino di culto e piuttosto noto, oltre che per i premi conseguiti e per la bontà indiscussa, per la sua straodinaria longevità.
Vigne di oltre 60 anni a Capriva, blend di Malvasia Istriana, Friulano e Ribolla Gialla.
Permanenza di botti di rovere da 20 ettolitri per un anno e poi ulteriori 22 mesi in acciaio sui propri lieviti.
Naso che si dipana lento ma inesorabile tra note agrumate, di salsedine, tarassaco, fieno…e poi ancora pietra focaia e spezie.
Il vino si muove in bocca sinuoso e saldo, non risente per nulla di una temperatura di servizio leggermente più alta rispetto agli altri vini serviti: l’acidità è ben presente ma in filigrana nella massa del vino che risulta imponente ed agile al tempo stesso.
Vino molto profondo e che chiude su ritorni minerali.

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Roncùs Vecchie Vigne 2014
Roncùs Vecchie Vigne 2014

Val di Miez 2015
C’è anche tempo per assaggiare un vino rosso ottenuto da Merlot con saldo (20%) di Cabernet Franc. Vigne di oltre 40 anni a Capriva del Friuli e Farra d’Isonzo.
Botti di 5 ettolitri di rovere francese per 18 mesi per questo taglio bordolese che, benché giovane, risulta fin d’ora molto piacevole: naso delicatamente vegetale e speziato (tabacco, pepe, fumo) e bocca verticale e succosa. Sono certo che tra qualche anno regalerà ulteriori sorprese.

Attendere con fiducia

La gamma di Roncùs, piuttosto articolata come spesso accade in Friuli, è completata da altri due vini rossi che non ho avuto modo di assaggiare (un merlot e un pinot nero).
Devo riconoscere che la qualità media è decisamente alta. Insomma, il Collio Vecchie Vigne è portabandiera di una squadra di tutto rispetto.
Vini ottenuti con metodi “antichi”, ma che nel bicchiere risultano splendidamente contemporanei.

Modena Champagne Experience: blocca l’agenda il 7-8 ottobre 2018!

Oggi ti segnalo un appuntamento imperdibile, di quelli che vale la pena organizzare per tempo, soprattutto se ti piace lo Champagne.

Modena Champagne Experience
Modena Champagne Experience

Si tratta del Modena Champagne Experience, evento che si terrà a Modena Fiere il 7 e 8 ottobre 2018. L’evento, alla seconda edizione, è organizzato da Club Excellence – associazione che riunisce
tredici tra i maggiori importatori e distributori italiani di vini d’eccellenza – ed è la più grande manifestazione italiana dedicata esclusivamente allo champagne.

Potrai degustare gli champagne di oltre 114 maison come ad esempio: Louis Roederer, Bollinger, Bruno Paillard, Jacquesson, Mailly Grand Cru, Thiénot, Palmer & Co, Pannier, Encry, Paul Bara, Marguet, Larmandier-Bernier, de Venoge…per la lista completa vai qui.

Interessante anche la possibilità, oltre che di degustare, di approfondire la conoscenza dello champagne grazie a numerose Master Class: si parlerà di champagne e biodinamica con Francesco Falcone, di blanc de blancs con Luca Gardini, di champagne rosé con Chiara Giovoni, di blanc de noirs con Andrea Gori…

Tutti i dettagli sul sito dell’iniziativa: Modena Champagne Experience.

Vinocondiviso ci sarà, chi viene?

Terre del Faet, una piccola e promettente realtà si nasconde in Collio

Ci troviamo nel cuore del Collio, a Cormòns.
E’ qui che Andrea Drius, pochi anni fa, decide di occuparsi dei due ettari – acquistati dalla famiglia e lavorati principalmente dai nonni – per iniziare a vinificare ed imbottigliare i propri vini.
Il millesimo 2012 è quello del debutto di Terre del Faet e le uve sono quelle classiche del territorio: friulano, pinot bianco, malvasia e merlot.
Andrea è un giovane con le idee ben chiare ed una gran voglia di fare, quest’ultima indispensabile in un’azienda di queste dimensioni in cui ci si deve occupare di tutto in prima persona: vigna, cantina, amministrazione, vendite…
Studi in agraria ed enologia e sensibilità hanno permesso ad Andrea Drius e a Terre del Faet di ritagliarsi in poco tempo una certa notorietà in una zona in cui certo non mancano stelle di prima grandezza.
Ad oggi gli ettari gestiti da Terre del Faet sono 4, il parco vigne è tra i 40 ed i 60 anni di età, le pratiche in vigna e cantina sono decisamente non invasive ma lontane da ogni integralismo (ogni scelta è soppesata e sperimentata senza sposare acriticamente alcun dogma).
In cantina troviamo prevalentemente contenitori di cemento, inox e qualche botte di rovere rigenerata (in particolare per il merlot e per parte del friulano).
Il mosto resta a contatto con i lieviti che vengono continuamente fatti lavorare con la massa (bâtonnage) al fine di stabilizzare, arricchire e caratterizzare il vino. La malolattica è svolta naturalmente.
I vini che ne derivano li ho trovati puliti ed espressivi, equilibrati e sapidi, con alcol sempre ben gestito. Insomma, Terre del Faet è una realtà da tenere d’occhio.
Nelle annate favorevoli le bottiglie prodotto sono circa 20.000.

Di seguito ti riporto qualche sintentica nota sui vini degustati.
Note più dettagliate nei prossimi post, quando avrò modo di bere con calma qualche vino che ho acquistato per un assaggio più approfondito.

Terre del Faet: i vini in degustazione
Terre del Faet: i vini in degustazione

Collio Pinot Bianco 2017
Colore giallo paglierino con riflessi verdognoli.
Naso di grande finezza, elegante e delicato di fiori bianchi, clorofilla, minerale soffuso e pesca.
Bocca di bella dinamica, sorso in equilibrio grazie al saporito sostegno della sapidità.
Chiusura su bei ritorni delicatamente vegetali.

Elegante

Collio Friulano 2017
Giallo paglierino e naso di roccia, mandorla amara e tocco vegetale.
Bocca piuttosto ricca ma mai strabordante, la chiusura è ammandorlata.
Vino ancora compresso, giovane e da attendere con fiducia.
Acquisirà complessità e distensione.

Promettente

Collio Malvasia 2017
Paglierino lucente il colore, l’olfatto è floreale, con anche però qualche spezia a far capolino.
La bocca è morbida e ricca ma il liquido si distende sul cavo orale accompagnato da grande sapidità.
La chiusura è di magnifica pulizia e nettezza.

Coup de cœur

Collio Bianco 2016
Vino molto interessante ottenuto da friulano e, a completamento, malvasia istriana. Naso elegante e delicato ma di grande complessità. L’anno in più di affinamento rispetto ai millesimi più recenti appena assaggiati ha fatto molto bene al vino che si è liberato di parte della sua giovanile irruenza per acquisire un carattere più compiuto e complesso. La bocca è succosa e la sapidità invita ad un nuovo sorso. Retrolfatto lievemente speziato.

Grazioso

Il Pinot…che non ti aspetti in Oltrepò

Sabato 16 giugno a Golferenzo, bellissimo borgo medioevale nel cuore dell’Oltrepò Pavese, si è tenuta la decima edizione di SaxBere – Street Food & Wine, una serata di degustazione di vino e prodotti tipici. Fra i produttori presenti c’era Paolo Verdi, che conosco e di cui apprezzo i noti e pluripremiati Vergomberra dosage zéro (Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG) e Cavariola (Oltrepò Pavese DOC Rosso Riserva).
«Vieni, ti faccio assaggiare una novità.»

Pinot Meunier 2013
Pinot Meunier 2013

Eccola: Metodo classico millesimo 2013, sboccatura 2017… di pinot meunier in purezza.

«Scusa – domando io – ma c’è del pinot meunier in Oltrepò?»

«Certo – risponde Paolo – ne ho un piccolo appezzamento e ne uso, solitamente, un minimo quantitativo per il “Vergomberra”; sei anni fa ho voluto provare a farlo in purezza.»

Breve sintesi sul pinot meunier: letteralmente tradotto in “pinot del mugnaio”, con pinot nero e chardonnay è il terzo (non incomodo) protagonista della mitica cuvée con cui si produce lo Champagne. Prende il nome dal fatto che la faccia inferiore della foglia si colora di un bianco farinoso e viene considerato un mero complemento degli altri due più noti vitigni, usato per armonizzare l’assemblaggio e generalmente valutato come non particolarmente adatto alla creazione dei millesimati e delle cuvée de prestige.

Le eccezioni sono sempre dietro l’angolo però. Infatti, se è vero che per molti il pinot meunier è il Calimero dei vitigni da Champagne, non si possono dimenticare gli assaggi di alcuni splendidi champagne di pinot meunier in purezza, millesimati, anche di vecchie annate. Qualche nome? Chartogne Taillet, Bereche, La Closerie, Egly Ouriet, Laherte, Brochet, Boulard, Franck Pascal, Laval…

Anch’io sono stata particolarmente colpita dal primo assaggio di Metodo Classico di pinot meunier in purezza di Paolo Verdi!
Colpito dal mio entusiasmo verso il vitigno, Paolo mi invita a vederne la vigna e le famose foglie dal retro biancastro: eccomi, due settimane dopo il nostro incontro a Golferenzo, nel mio personale angolo di Francia.


Prima della visita in vigna, al mattino ho potuto assistere alla sboccatura dell’Oltrepò Pavese Metodo Classico Vergomberra 2013 dosage zéro, cinquanta mesi sui lieviti: un’esperienza formativa ed emozionante per qualsiasi appassionato.

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Verdi ha tenuto a sottolineare il bassissimo livello di anidride solforosa messa in aggiunta nella liqueur de expédition (che in questo caso, trattandosi di un dosaggio zero, è priva di zuccheri), funzionale per la conservazione del prodotto e per evitare ossidazioni.

Vergomberra 1995
Vergomberra 1995

Oltre al Vergomberra 2013 sono state sboccate le ultime magnum del millesimo 1995, prodotte in occasione della nascita del figlio Jacopo, che ora si occupa della cantina: ventidue anni sui lieviti!

Abbiamo quindi brindato a Jacopo e all’ottava generazione di viticoltori Verdi.