Dolcetto d’Alba “Boschi di Berri” Pre-fillossera 2018 – Poderi Marcarini

Una vigna centenaria ancora a piede franco, non innestata quindi su piede americano, dà vita ad un Dolcetto d’Alba deliziosamente elegante.

Il colore è un bel rosso rubino con riflessi violacei. Il naso è un ricamo, delicato ma rifinito, di frutta rossa (ciliegia), fiori appassiti, cioccolatino Boero, asfalto e leggiadri tocchi balsamici. Bocca guizzante e fresca, il contenuto tenore alcolico (12,5%) agevola la beva, il sorso è infatti di medio corpo, lo sviluppo armonioso e la chiusura succosa e fruttata. Il tannino è un velluto a coste strette, quindi presente e fitto ma risolto ed integrato nella trama del vino. Persistenza non lunghissima eppure il vino si fa ricordare a lungo per i ritorni di sale e frutta rossa.

Plus: per elevare il dolcetto a vino di rango c’è chi sceglie, con risultati spesso controproducenti, un itinerario barocco “in aggiungere” (maturazione, legno, alcol, …), iter opposto per questo vino di Poderi Marcarini che percorre invece un approccio “in sottrazione” (solo acciaio, alcol contenuto, snellezza, …). Il risultato è quello di un vino beverino e di eleganza estrema.

Diego Mutarelli
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Vini poco noti

In Italia ci sono decine di migliaia di aziende vitivinicole. Di queste solo una piccolissima parte assurge agli onori delle cronache, viene censita dalle guide oppure condivisa nei social network. Per l’appassionato di vino curioso ed attento vi sono, dunque, molte opportunità di “scoperta” e sorpresa, a patto di decidere di correre il rischio di qualche delusione e qualche tentativo andato a vuoto. Ma a noi – seguendo il motto di Gilbert Keith Chesterton: “Una cosa morta può seguire la corrente, ma solo una cosa viva può risalirla” – piace correre qualche rischio e oggi ti raccontiamo di qualche bella sorpresa che abbiamo colto controcorrente! In questi ultimi giorni ci siamo infatti imbattuti in vini poco noti ma di grande interesse.

Friuli Colli Orientali bianco “Soffumbergo” 2016 – Comelli

Comelli è un’azienda vitivinicola di 12 ettari sita in Colloredo di Soffumbergo (UD), nei Colli Orientali del Friuli. Abbiamo avuto modo di assaggiare questo interessantissimo blend di friulano, malvasia istriana, chardonnay e picolit con qualche anno sulle spalle. Colore giallo oro di grande lucentezza, naso variegato di frutta matura (mela cotogna), fiori bianchi, un cenno di pietra focaia, mandorla e scorza di arancia. Sorso potente ma fresco, molto mobile grazie ad un’acidità che supporta lo sviluppo e facilita la beva, che resta facile anche per un vino che per corpo e struttura facile non è. Chiude lungo su ritorni delicatamente affumicati su scia amaricante ed elegantemente vegetale.

Irouléguy rouge 2016 – Bordaxuria

Irouléguy è una delle denominazioni più piccole di Francia e si trova quasi al confine con la Spagna, ai piedi dei Pirenei. Bordaxuria è un’azienda vinicola biologica di 9 ettari totalmente terrazzati per gestire la notevole pendenza delle vigne. Il vino che abbiamo assaggiato è ottenuto da tannat e cabernet franc elevati in cemento. Il vino si presenta di un compatto rosso rubino con riflessi ancora porpora. Naso di frutta rossa e nera (ciliegia, mirtillo), viola, catrame, cuoio e qualche sentore di spezie dolci. Bocca intensa in ingresso, la materia invade il cavo orale con autorevolezza ma resta scorrevole grazie ad una giusta freschezza che equilibra la ricca materia fruttata. La chiusura è molto diretta, con una punta di tannino scorbutico in chiusura che conferisce una certa espressiva rusticità. Vino non certo aristocratico, ma ottimo compagno di tavola (magari con uno spezzatino di manzo con polenta).

Toscana IGT Cabernet Franc – I Mandorli Ci troviamo in Alta Maremma, a Suvereto, dove l’azienda biodinamica I Mandorli cura 5 ettari di vigna. L’assaggio di un solo bicchiere in enoteca è bastato per inserire l’azienda nella nostra wish list. Cabernet franc – che fa affina in legno, cemento e vetro – di rara dolcezza mediterranea, un vino soave, morbido ma per nulla arrendevole. Il sorso e il naso sono estremamente coerenti con frutta rossa, macchia mediterranea e profonda mineralità perfettamente fusi. Finale sapido e rinfrescante.

Diego Mutarelli
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A cospetto di un grand cru: Chapelle-Chambertin e altri vini

Per ogni appassionato di vino l’opportunità di bere un gran cru di Borgogna in questi ultimi anni è divenuta – causa prezzi e reperibilità – un evento da organizzare con cura. Il rischio, si sa, è di mettere certi vini su un piedistallo facendoli assurgere ad icone liquide più che a semplici veicoli di emozioni enoiche.

Un gruppo di degustatori amici di Vinocondiviso ha deciso di correre questo rischio 😊 condividendo lo Chapelle-Chambertin 2015 del Domaine Trapet, affiancandolo ad alcuni vini (serviti alla cieca) che, senza timore reverenziale alcuno, lo hanno giocosamente sfidato.

Vediamo come è andata:

Champagne gran cru extra-brut V.P. – Egly-Ouriet

Si parte subito alla grande! Pinot nero (60%) e chardonnay (40%) per questo champagne che affina molti anni prima di essere messo in commercio (V.P. sta per vieillissement prolongé). In questo caso si tratta di uno champagne che ha affinato 66 mesi in bottiglia sui propri lieviti prima della sboccatura (gennaio 2011!).

Il colore è un luminoso giallo oro, ravvivato da un perlage fine e continuo. Il naso è un caleidoscopio fatto di note fresche e mature che si rincorrono: lamponi, crema pasticcera, scorza di agrumi, mandorle, frutta secca, mineralità rocciosa…Sorso elegantissimo dall’acidità ben presente ma in filigrana alla materia ricca e gustosa, lo sviluppo è ampio e profondo allo stesso tempo e la chiusura lunga su ritorni di agrumi e sale.

Champagne Rosé 2005 – Charles Heidsieck

La maison Charles Heidsieck è una storica maison di champagne (la fondazione risale al 1851) che non ha certo bisogno di presentazioni. Il rosé millesimato che abbiamo nel calice si presenta con un intrigante rosa chiaro tendente alla buccia di cipolla, il naso è sul fruttino rosso acidulo (ribes), gli agrumi (pompelmo rosa), il floreale appassito e un piacevole tocco affumicato. Ad un naso così preciso e calibrato segue una bocca estremamente coerente, verticale ed elegante, dalla bollicina sottile, non così articolata nello sviluppo ma estremamente pulita e saporita in chiusura.

Colli Tortonesi Derthona Timorasso 2019 – Cascina la Zerba di Volpedo

Interessante timorasso della piccola Cascina la Zerba, acquisita nel 2003 da Cantine Volpi. Si presenta su note di frutta bianca (pera), scia vegetale, un po’ di scorza di agrumi a rinfrescare il quadro, quindi fiori dolci e un tocco di miele. Manca quel tocco gessoso di certi timorasso ma il vino è ben equilibrato al sorso, con alcol gestito alla perfezione grazie a buona acidità a supporto. Morbido in chiusura.

Chablis Beauroy premier cru 2018 – Laurent Tribut

Laurent Tribut con i suoi 7 ettari di vigna a Chablis, si è fatto ormai un’ottima reputazione che supera la nota parentela con il celebre Vincent Dauvissat (ha sposato la sorella). Uno Chablis ben fatto e nitido che sa di mineralità bianca, conchiglie, mare, menta e un delicato tocco burroso. Sorso asciutto e verticale, l’acidità, pur ben integrata, è prorompente e accompagna il vino verso una chiusura lunga e sapida.

Chambolle-Musigny Les Cabottes 2009 – Cécile Tremblay

Cécile Tremblay, nipote Edouard Jayer, fonda la propria azienda nel 2003 e da molti fu considerata una predestinata del vino, erede addirittura di Madame Leroy. Al di là delle aspettative esagerate e comunque frettolose, il domaine, condotto in regime biologico e biodinamico su soli 4 ettari, si è ritagliato in pochi anni uno spazio di primo piano tra i produttori d’élite di Borgogna. Il vino è piuttosto estroverso al naso con cassis e fiori rossi in apertura, poi un tocco di vaniglia e quindi le spezie orientali e l’incenso. Bocca in ingresso saporita e intensa, si sviluppa con grazia, acidità e materia in grande equilibrio e chiusura in cui il tannino fa la sua comparsa risultando leggermente appuntito (la vinificazione è effettuata a grappolo intero).

Central Otago Pinot Noir Bannockburn 2019 – Felton Road

Ci troviamo in Nuova Zelanda e Felton Road ha la fama di essere una delle migliori aziende in grado di rivaleggiare sul pinot nero con i lontani cugini di Borgogna. Il vino è fin da subito molto aperto e al naso decisamente accattivante: fruttino rosso, grafite, un tocco balsamico…tutto ben misurato. Il sorso è rotondo ma non seduto, i legni nuovi francesi sono avvertibili ma senza accessi dolci-amari, la progressione procede senza intoppi fino ad un finale “piacione” di gelatina di frutta rossa. Vino interessante, ben fatto, ma la Patria del pinot noir è ancora lontana…

Brunello di Montalcino 1985 – La Chiesa di Santa Restituta (Roberto Bellini)

Fondata da Roberto Bellini nel 1974 venne acquistata nel 1994 dalla famiglia Gaja. Questo vino, ancora della vecchia proprietà, è decisamente affascinante pur se non più all’apice. L’evoluzione dona comunque stuzzicanti sentori terziari di corteccia, spezie, sangue e tabacco con un frutto in sottofondo ancora presente. Il sorso è risolto, la persistenza non così lunga. Vino fascinoso ma in parabola discendente.

Chapelle-Chambertin grand cru 2015 – domaine Trapet

Ed eccoci finalmente al vino tanto atteso intorno al quale è nata la serata di degustazione che stiamo raccontando. Con 15 ettari vitati, la maggior parte dei quali nei più prestigiosi cru di Gevrey-Chambertin, il domaine Trapet è senz’altro una delle aziende più prestigiose della Borgogna tutta oltre che uno dei precursori della biodinamica. Il grand cru che abbiamo nel bicchiere fa riferimento ad una cappella che andò distrutta durante la Rivoluzione Francese, si estende per poco più di 5 ettari ed è vinificato da 8 diversi produttori. Il colore è ancora un rubino con riflessi porpora di media trasparenza. Ribes e lamponi al naso, segue poi l’incenso, quindi l’arancia rossa che fa capolino, accompagnata da un tocco ferroso. Il sorso è quello di un grande vino…ancora in fase giovanile però: compresso, intenso pure senza essere potente, ma ancora avviluppato su sé stesso, gli manca quella stratificazione, anche aromatica, che lo farà aprire tra qualche anno a “coda di pavone”. La chiusura è quasi rocciosa e molto nobile. Un bel vino, sia chiaro, ma se lo avete in cantina attenzione, la 2015 è un’annata che va attesa ancora un po’, non è certo questa la finestra di beva ideale.

Diego Mutarelli
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Bourgogne Pinot Noir Vieilles Vignes 2017 – Domaine Joseph Voillot

Secondo la legislazione vigente in Borgogna dagli anni trenta dello scorso secolo, questo vino sarebbe alla base della piramide gerarchica che suddivide il territorio in tre livelli;  saranno i suoli delle vecchie vigne a Volnay, sarà l’annata, sarà la mano esperta di Jean Pierre Charlot, insieme a Etienne Chaix, ma questo vino si stacca nettamente dalla base la cui appellation in etichetta lo vorrebbe relegare, alzando lo sguardo verso denominazioni di superiore talento, come alcune parcelle ‘Villages’ della stessa Volnay, e persino blasonati cru della Côte de Nuits più delicata.

È proprio la delicatezza il filo conduttore di questo vino: al naso la fanno da padrone piccoli frutti rossi e spezie chiare, in bocca però il sorso si fa più ampio  e fa capolino il tannino a ricordarci che stiamo sempre degustando un vino rosso (accanto ad un pollo ruspante ottimamente arrostito).

Alessandra Gianelli
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Morgon, quando il vino si fa verbo

Morgonner: avere le caratteristiche di Morgon. L’originalità di Morgon risiede nei suoi aromi di kirsch, frutta a nocciolo matura (ciliegia, prugna, anche albicocca…), acquavite di frutta e spezie che non si trovano in nessun altro cru del Beaujolais.”

dico-du-vin.com

Facciamo un passo indietro: noi di Vinocondiviso abbiamo un debole per il Beaujolais, tante volte ne abbiamo parlato e soprattutto degustato; sicuramente l’uscita, lo scorso anno, di un libro ad esso completamente dedicato, a firma di Armando Castagno, ha colmato la mancanza di una letteratura in merito in lingua italiana. Nel capitolo dedicato alla AOC Morgon Castagno parla di “morgonner” (pagina 125), facendo riferimento a “quei vini che ne ricalcano, pur essendo altro, il carattere (è un privilegio dei grandi vini: in Italia non conosciamo alternative a “baroleggiare”).”

Abbiamo quindi recuperato il Morgon 2018 di Terres Dorées (la 40esima vendemmia di J.P. Brun, il produttore) per iniziare a comprendere … i meriti del Morgon per farsi verbo. Gamay in purezza da vigne ad alberello di oltre 50 anni di età, a pieno titolo quindi “vielles vignes”, viene vinificato secondo lo stile borgognone: nessuna macerazione carbonica, fermentazione tradizionale e affinamento in piecés.

Già versandolo, il vino esprime simpatia e voglia di convivialità. Al naso e poi in bocca ampie note vinose subito seguite da frutta scura, un pizzico di datteri e spezie, il sorso è vistoso, un po’ ruspante e sornione, che pensiamo siano i tratti caratteristici anche del vigneron, almeno guardando il suo volto sorridente nelle immagini che troviamo on line. Sicuramente lontano per caratteristiche dai più famosi Morgon di Lapierre e Foillard, soprattutto in termini di finezza e profondità gustativa, questo Morgon non smentisce, di contro, l’ottima fama di Brun, che con i suoi 40 ettari circa sparsi nel Beaujolais riesce sempre a tradurre, nel calice, le espressioni dei diversi cru in cui possiede le vigne.

Chiosa finale: abbiamo voluto abbinare, questo vino ad un quadro di Piet Mondrian, “Mulino di sera” … chissà se morgoneggia anche lui.

Alessandra Gianelli
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Nuovi pionieri a San Casciano in Val di Pesa: La Sala

Il comune di San Casciano in Val di Pesa è l’avamposto settentrionale dell’areale del Chianti Classico. Ha visto la sua fortuna con Antinori, attraverso brand come Tignanello e ancora di più Solaia. Sebbene la storia vitivinicola di questa terra abbia radici antiche, in passato i viticoltori erano soprattutto conferitori di uve. Al giorno d’oggi, invece, si respira un’aria nuova, fatta di ricerca e aspirazione verso la migliore espressione di sangiovese, desideroso di affermarsi per quella che è la sua identità e la sua impronta nel territorio. Finalmente le aziende di qualità hanno la possibilità di affermarsi e di diventare rappresentative per il loro comune e la denominazione.

In questo contesto di romanticismo agronomico sorge l’azienda vinicola La Sala, che oltre alla distesa di ulivi e bosco possiede una trentina di ettari vitati dislocati tra le località Montefiridolfi e Sorripa.

Francesco Rossi Ferrini ha acquisito la proprietà nel 2014 e da subito ha intrapreso un percorso all’insegna del biologico e della sostenibilità, contando sul supporto di collaboratori giovani e affezionati a questo luogo.

Visitando la cantina e percorrendo la terra lungo i filari a Montefiridolfi, si percepisce la continua ricerca verso la perfezione. “Perfezione” non certo intesa come aggiustamenti e miglioramenti artificiali in cantina, ma come indagine sopraffina in campagna e in cantina, dialogo con la natura, aspirazione verso un’armonia e un equilibrio eccezionali.

All’assaggio diversi elementi fondamentali sono degni di nota. Il primo riguarda il Chianti Classico e la Riserva, poiché se oggi le mode vanno verso la sottigliezza, i colori trasparenti e le strutture esili e “pinotteggianti”, al contrario questi vini sono concentrati, composti da luci ed ombre, sono fatti di materia e per questo non risultano per nulla banali ed anzi piacevolmente gastronomici.

Il Campo all’Albero è un blend di merlot e cabernet sauvignon. Al naso privilegia la purezza del frutto, sia rosso che viola, seguito da sentori minerali e speziati, come la bacca di vaniglia.

In bocca è fresco, concentrato, il tannino fa sentire di più la sua presenza rispetto agli altri vini, anche per la giovane età di questa 2019.

Infine, il Chianti Classico Gran Selezione il Torriano, un vino che imprime nel calice l’impronta esatta del terroir, in un bouquet raffinatissimo dove si esalta la viola e fiori carnosi come la peonia, il tutto avviluppato da note minerali e di sottobosco, con un frutto rosso in sottofondo che invoglia all’assaggio. La trama tannica è fitta ma funge da sostegno al sorso, non è soverchiante. Il finale lungo, rinfrescante e sapido.

Redazione

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Champagne extra brut “Le Mont Benoit” – Emmanuel Brochet

Emmanuel Brochet è un produttore divenuto ormai di culto, con bottiglie introvabili a prezzi di conseguenza in salita.

Le Mont Benoit è una cuvée “di ingresso” ancora abbordabile a livello di prezzo, assemblaggio di annate 2016 e 2015 con presenza pressoché paritaria dei tre vitigni classici. Lieviti indigeni, non filtrato, produzione di circa 11.000 bottiglie (per questa etichetta).

Una bottiglia importante ma senza essere assolutamente pesante, certo la materia c’è e si sente, naso caleidoscopico di mineralità profondissima, scura, che tende alla grafite, note di bosco autunnale (foglie secche e funghi), radice di liquirizia, malto, rabarbaro, tamarindo e arancia amara. La bocca è potente, di volume, finale con acidità perfetta a chiudere.

Ancora molti anni davanti, da abbinare ad una faraona al forno o anche ad un’anatra o oca.

Compratelo finché si può e si trova (pur con difficoltà a dire il vero).

Gregorio Mulazzani
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Champagne les Noces Blanches Louis Nicaise

Uno strepitoso rapporto qualità prezzo per questo Blanc de Blancs di Louis Nicaise.

Les Noces Blanches provenie dalla Montagne de Reims (Hautvillers Premier Cru su suolo calcareo), è ottenuto ad un assemblaggio di 9 annate da vigne vecchie piantate ad inizio e fine anni 80, e infatti si sente la materia “profonda”. La massa affina per il 70% in legno e la restante parte in inox.

Naso estremamente minerale che si muove tra l’agrume amaro, lo zenzero, una nota gessosa evidentissima, bocca impressionante per grip acido/calcareo con finale preciso, dosaggio che ufficiosamente è sugli 8 grammi litro quindi non bassissimo ma non disturba per nulla, anzi al contrario equilibra il tutto.

Beva “pericolosa” (si finisce tranquillamente una bottiglia da soli cucinando), da abbinare a delle crudité di mare iodate (coquillages, ostriche, ricci, …).

Una spremuta di terroir che si trova a circa 40 euro sullo scaffale.

Gregorio Mulazzani
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Tazzelenghe, il vitigno taglia lingua infine domato

Non è raro che su queste pagine si parli di vitigni autoctoni poco conosciuti o riscoperti solo in tempi recenti. Per esempio abbiamo parlato dello schioppettino, salvato miracolosamente dall’estinzione.

Restiamo in Friuli per parlare del tazzelenghe, vitigno originario dei Colli Orientali del Friuli la cui area di produzione rimane circoscritta in pochi ettari tra Buttrio, Manzano, Rosazzo e Cividale del Friuli.

Il nome del vitigno dice già molto di questa varietà dall’identità ben precisa: il vino che se ne ricava infatti è spesso vigoroso e caratterizzato da durezze, ovvero acidità e tannini, in grande risalto. Un vitigno letteralmente “taglia lingua” insomma (dal friulano tacelenghe). Nella sua zona di elezione il tazzelenghe è caratterizzato da un germogliamento ritardato, a evitare possibili gelate, e dall’allungamento del ciclo vegetativo, tipicamente viene infatti vendemmiato ad ottobre.

Non è così semplice trovarne esempi vinificati in purezza, spesso infatti per smussarne le durezze si decide di accompagnarlo a vitigni più morbidi. È così con grande interesse che abbiamo degustato la versione di Tazzelenghe in purezza della famiglia Casella.

Friuli Colli Orientali Tazzelenghe 2015 – Casella

Come detto il vino è ottenuto da tazzelenghe in purezza, vendemmiato ben maturo ed elevato per 24 mesi in barrique.

Rosso rubino compatto dai riflessi bluastri il colore. Olfatto dapprima sul frutto (more di rovo), ma il vino non sta mai fermo e poi arrivano in successione la viola, il cacao, l’inchiostro ed un tocco di vegetale piccantezza (pepe verde).

Il sorso in ingresso è caratterizzato da acidità guizzante ben integrata nella materia fruttata, il legno piccolo di affinamento non segna il vino (che sia anche un vitigno mangia legno oltre che taglia lingua?). Lo sviluppo gustativo ha ottima dinamica, il vino è divertente, mai seduto o ingombrante, la struttura è piuttosto robusta ma la beva non ne risente. In chiusura il tannino si avverte fitto e vellutato. Chiude su ritorni di frutti di bosco e buona sapidità.

Plus: vitigno addomesticato senza eccessi legnosi o mollezze da surmaturazione, sembra avere parecchi anni davanti a sé.

Diego Mutarelli
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Puligny Montrachet: tra luce e mistero

Puligny Montrachet è la terra dei bianchi migliori al mondo. Situato nella Côte de Beaune, il vino proveniente da questo villaggio rivolto a oriente sorge nella luce avvolgendosi nel mistero. È espressione di una ragione superiore e di un’armonia apollinea, e allo stesso modo scaturisce da un istinto e da una creatività dionisiaca. Non esiste luogo più luminoso per il vino, tuttavia se da un lato la sua luce raggiunge e irradia il cuore, dall’altro il segreto di tanta bellezza si sottrae alla nostra consapevolezza e preferisce rimanere nascosto in una memoria antica.

Gli uomini più fortunati possono solo attingere a questa ebbrezza sublime, cercando di rielaborarla senza per forza riuscire a rivelarne l’arcano. E anche se nel mio cammino non ho ancora incontrato le leggende del Montrachet o dei suoi vicini Grand Cru più illustri, una sera la fortuna mi ha portato a fare esperienza di tre dei Premier Cru di Puligny Montrachet, interpretati da alcuni tra i produttori più abili e consapevoli.

Paul Pernot, Premier Cru Champ Canet – Clos de la Jacquelotte 2015: A confine con Meursault, dove il rinomatissimo Premier Cru Les Perrières prosegue verso Puligny cambiando nome in Champ Canet, si trova un piccolo lieu-dit, situato più in alto rispetto al blocco principale: è qua che Paul Pernot crea il suo vino, rivendicandolo con il nome Clos de la Jacquelotte. Il colore è giallo paglierino scarico ma scintillante, al naso si concentra su profumi floreali di gelsomino e mughetto, poi una nota iodata, mandorla e un leggero sentore di bacca di vaniglia. In bocca divampa una bellissima freschezza dissetante, inizia con l’acidità, termina con la sapidità, nel complesso un vino teso, dritto e persistente.

François Carillon, Premier cru Les Folatières 2015: il climat più ampio di Puligny Montrachet, letteralmente significa “luogo abitato da spiritelli”, l’interpretazione di questo vino proviene da una famiglia di vigneron ormai giunta alla sedicesima generazione. Colore giallo dorato, il vino presenta una buona consistenza, il naso mi ricorda l’estate: gli aromi riecheggiano i fiori di campo, la pesca gialla matura, il miele, l’orzo; è goloso e caldo, con un leggero sentore tropicale di mango. Il sorso è fresco e sapido con la stessa intensità e mostra un grande equilibrio, ma l’allungo finale non raggiunge la profondità del Clos de la Jaquelotte, che tra parentesi è costato un 30% in meno.

Domaine Leflaive, Premier Cru Les Pucelles 2015: il famigerato domaine possiede ben 3 ettari su 6,76 di questo climat, il cui nome significa “le vergini”. Si trova in un luogo fortunatissimo, accanto al Bâtard Montrachet e al Bienvenue Bâtard Montrachet, e avendo studiato la sua conformità e posizione sui libri, non avrei mai immaginato un vino tanto affilato e aggraziato allo stesso tempo. Siamo in una zona bassa e argillosa, e se i Grand Cru confinanti sono rinomati per la loro ampiezza, estroversione e muscolosità, da un Premier Cru della zona limitrofa mi sarei aspettato un risultato simile, magari un vino più pesante, soprattutto in un’annata calda e generosa. Al contrario, come un lampo ecco che si rivela la magia inaspettata di questo luogo: giallo paglierino lieve, quasi verdolino e brillante, appena stappato emerge al naso una nota di incenso, che poi sfuma per lasciare spazio a una serie di aromi per nulla banali, come la lavanda, il chinotto e la mandorla amara. Al palato un’acidità tagliente, che dà ritmo e incisività a un sorso tutt’altro che ruffiano. Non a caso l’interprete di questa bottiglia è uno dei domaine più prestigiosi di tutto il mondo: Leflaive. Un’annata difficile questa 2015, che vide la scomparsa di Anne Claude Leflaive proprio in primavera. Com’è stato possibile imbottigliare così tanta bellezza nonostante l’incolmabile perdita? E che impatto avrà sul vino il cambio di direzione aziendale avvenuto negli ultimi anni? Tutti segreti di cui non ci è dato conoscerne la risposta. L’unica cosa che so è che il risultato di questa 2015 è straordinario, e mi piace pensare che il passaggio su questa terra di certe personalità carismatiche lasci sempre un insegnamento, un’impronta, un messaggio che nemmeno la morte può cancellare.

Elena Zanasi
Instagram: @ele_zanasi