Marko Fon e la sua malvasia dal Carso sloveno

Ti ho parlato spesso di Carso e della sua uva regina, la vitovska. La malvasia istriana non è certo da meno e nel Collio goriziano e nel Carso se ne trovano grandi interpretazioni. Oggi ti racconto della malvasia di Marko Fon, di cui ho già recensito la vitovska 2014.

Marko Fon si trova a pochi kilometri da Trieste, ma in territorio sloveno. Sulle terre rosse e la roccia carsica Marko cura (il verbo non è casuale) 4 ettari di vigne di età compresa tra i 20 e i 100 anni. Nessun utilizzo di sistemici, diserbanti o concimi. Anche la vinificazione avviene secondo tradizione contadina: diraspatura manuale, lieviti indigeni, malolattica svolta e nessuna filtrazione. Insomma, un vino che, come riporta l’etichetta, è fatto in Carso con il cuore e le mani prima che con la testa.

Malvazija 2015 – Marko Fon

Il colore è paglierino con riflessi dorati.

L’olfatto è da da subito intrigante e pieno di energia: la parte fruttata va dall’albicocca fresca all’arancia, poi arriva in sottofondo la pera matura; un floreale di lavanda accompagna sentori più pungenti di timo e roccia.

Lo sviluppo del sorso è dettato da un bel dialogo tra un’acidità sontuosa ed integratissima ed una certa grassezza. L’esuberanza alcolica è ben gestita nel corpo di un vino non certo esile ma che si muove con una grande progressione.

La chiusura è di ottima profondità e lunghezza su note in retrolfatto di erbe amare.

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Come invecchia il Rossese di Dolceacqua: Migliarina 2010 – Rondelli

Come sai già ho una certa predilezione per il Rossese di Dolceacqua, te ne ho parlato spesso (ad esempio vedi il resoconto di questa degustazione AIS) anche se era da un po’ che non stappavo una bottiglia con calma.

Oggi ti racconto di una bottiglia con qualche anno sulle spalle dell’ottimo Roberto Rondelli, produttore molto interessante, l’unico a vinificare il vigneto Migliarina, vero e proprio monopole di Dolcecaqua.

Rossese di Dolceacqua
Rossese di Dolceacqua “Migliarina” 2010 – Rondelli

Rossese di Dolceacqua “Migliarina” 2010 – Rondelli

Colore granato chiaro e trasparente.

Naso molto elegante e sfaccettato: roselline rosse e violetta, ribes, scorza di agrumi, macchia mediterranea, chiodo di garofano, asfalto e sul fondo i datteri.

L’ingresso in bocca è pulito, saporito e di buon volume. Lo sviluppo ha un una leggera battuta d’arresto in centro bocca, come un deficit di polpa e intensità, ma il vino chiude convincente: sapido e profondo, con acidità presente che contribuisce a lasciare la bocca tersa e pronta ad un nuovo sorso.

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Un vino che è invecchiato bene, con un naso intrigante in un mix di fiori, frutto e terziari in formazione. La bocca è ancora in ottima forma, non migliorerà ulteriormente ma terrà bene ancora qualche anno.

Le 4 cose che ho capito alla presentazione della Guida di Doctor Wine

Guida Essenziale ai Vini d'Italia
Guida Essenziale ai Vini d’Italia

Doctor Wine è l’iniziativa web-editorale che Daniele Cernilli ha intrapreso subito dopo aver abbandonato la direzione de Il Gambero Rosso.

Sono stato alla presentazione della relativa guida – Guida Essenziale ai Vini d’Italia – che si è tenuta a Milano presso l’Hotel Principe di Savoia e ho scoperto alcune cose da condividere (come da missione “aziendale”).

#1 Cernilli non è un uomo ma un brand

Daniele Cernilli ha capito benissimo che in quest’epoca social le persone sono la forza delle aziende, non viceversa. Insomma, il consumatore è abituato ad identificarsi con una persona fisica prima che con un’azienda. Chiara Ferragni ha aperto il suo primo negozio a Milano ed i suoi followers si fidano della selezione che fa per loro, non sono particolarmente interessati al nome dei marchi con cui collabora. Per tornare invece in ambito enoico basti ricordare che tutti sanno chi è Robert Parker ma molti meno conoscono il nome della rivista che dirigeva (The Wine Advocate). Insomma, Cernilli ha capito di essere un brand e ci mette la faccia. Non solo sulla copertina della Guida, anche sullo shopper consegnato all’ingresso, sul portabicchiere e persino sui drop stop salvagoccia. Nella Guida inoltre i vini con i punteggi più alti sono identificati proprio con il faccione stilizzato dell’ex Direttore de Il Gambero Rosso.

#2 E se fosse Jo il miglior vino di Gianfranco Fino?

L’Es è probabilmente il vino più premiato e discusso d’Italia. Un primitivo di Manduria imponente, molto fitto e morbido. Spezie, cacao, frutta sotto spirito…la bocca, molto ricca, è dolce ma vellutata. Un vino che non lascia indifferenti ma che è anche, in qualche modo, estremo, sbilanciato verso le dolcezze di frutto e le morbidezze alcoliche. Non di certo la tipologia di vino che preferisco insomma.
Jo è il negroamaro di Gianfranco Fino. Vino molto vivace e sfaccettato, con delle note di erbe mediterranee ad accompagnare la frutta matura, il sorso è saporito e saldo con una buona dinamica ed una grande lunghezza. La potenza è decisamente sotto controllo insomma.
Due vini che non passano inosservati ma, avendoli assaggiati fianco a fianco, non ho dubbi: è il negroamaro Jo il vino che preferisco di Gianfranco Fino.

# 3 Non tutti i vini valgono quel che costano

Non è certo una grande scoperta affermare che non tutti i vini costosi sono anche indimenticabili. 🙂 L’evento è stata però l’occasione per assaggiare molti di questi inavvicinabili vini e registrare conferme e delusioni.
Tra le conferme Harlequin 2009 – Zymè, un vino che costa più di 300 €, dalla struttura ed intensità fuori scala ma che riesce miracolosamente a trovare un suo equilibrio e a risultare sfaccettato e dinamico. Della stessa azienda meno convincente, per il mio gusto, l’Amarone della Valpolicella Riserva “La Mattonara” 2006. Qui il gioco di prestigio non riesce ed il vino risulta meno armonico di quanto è lecito pretendere da vini di questo tipo. Tra i vini “costosi” che risultano convincenti ti segnalo anche Sassicaia 2014 che, pur in un’annata così difficile, risulta fine ed elegante. Restando a Bolgheri delude invece Grattamacco 2014, lattico e poco a fuoco. Elegante e delicato come sempre il Brunello di Montalcino Poggio di Sotto 2012 mentre delude il Brunello di Montalcino “Tenuta Nuova” 2012 – Casanova di Neri poco espressivo e piuttosto amaro in chiusura. Altra relativa delusione il Barolo Sperss 2013 – Gaja con una chiusura legnosa ed amara che mi ha lasciato perplesso.

# 4 I vini buoni al giusto prezzo

Anche in eventi di questo tipo è – fortunatamente – possibile assaggiare vini molto interessanti e dal rapporto qualità prezzo centrato. Di seguito ti parlo di quei vini che mi hanno colpito particolarmente e che valgono più di quel che costano:

  • Ograde 2015 – Skerk: vino macerato del Carso saporito, gustoso e dinamico. Il naso è un caleidoscopio di sfumature ma la beva è “semplice”. Di Ograde, 2014 però, ti avevo già parlato qui
  • Vitovska “Kamen” 2015 – Zidarich: vino minerale fino al midollo, non per nulla fermenta addirittura in contenitori di pietra del Carso. Grandissimo vino da ascoltare con calma…
  • Fiorano Rosso 2012 – Tenuta di Fiorano: taglio bordolese elegante e soave
  • Barolo Ravera Riserva “Vigna Elena” 2011 – Cogno: un Barolo decisamente appagante con un naso particolarmente riconoscibile grazie ad un netto floreale di viola e geranio
  • Barolo Bricco delle Viole 2013 – Vajra: ottenuto da una vigna sita nella parte più alta del comune di Barolo il vino è elegantissimo ma con grande allungo in bocca
  • Etna Rosso “Vigna Vico” 2014 – Piano dei Daini (Tenute Bosco): un Etna giovane e austero, tannino ancora “croccante” ma promette molto bene

I profumi del vino: i 4 descrittori “innominabili”

Antonio Albanese, sommelier
Antonio Albanese, sommelier

Alcuni profumi che i degustatori snocciolano assaggiando un vino, soprattutto se si fanno prendere dal lirismo, sono particolarmente originali, spesso al limite del “proibito”.

Di seguito ti riassumo le 4 tipologie di descrittori più osteggiate, dibattute o addirittura censurate della storia della degustazione enologica.

#1 odori corporei

Il primo fu, inutile dirlo, Luigi Veronelli. Dello Champagne 1976 – Krug scrisse “bouquet maschio, diretto ed elegante; netto e malizioso, e conturbante, sentore di sperma”. Ma a Veronelli era tutto concesso, direi giustamente!
Non sono però così infrequenti i vini che presentano odori corporei…ricordo con grande nettezza un blasonato sauvignon friulano che puzzava (ahimè il sentore era prevaricante) di sudore.

#2 odori animali

Gli odori riconducibili agli animali sono un grande classico dei sommelier di vecchia scuola, ma devo dire che anche questi sentori non sono affatto rari: si va dalla pelliccia di certi syrah del rodano, alla merde de poule / pollaio dei Borgogna d’antan, alla sella di cavallo di certi tagli bordolesi…

#3 odori acquosi

Ebbene sì, persino la sostanza inodore per definizione viene utilizzata per descrivere certi vini. Il ghiaccio, la neve, l’acquitrino, la pioggia, l’acqua di torrente…sono decine le sfumature possibili. Sei perplesso? Lo ero anche io prima di imbattermi nel Sancerre Clos La Neore 2010 di Edmond Vatan che tra mille poetici rimandi floreali, di muschio e frutta bianca aveva anche un bellissimo sentore di acqua di torrente.

#4 odori minerali

Non ci sono descrittori più alla moda e contemporaneamente più discussi e osteggiati di quelli riconducibili ai minerali. La cosiddetta mineralità in un vino, se parliamo della fase olfattiva, ricomprende un’ampia famiglia di odori: roccia (chiara, scura, spaccata…), sassi, scogli, ferro, ruggine, polvere pirica, ardesia, gesso, calcare
I detrattori dell’aggettivo minerale hanno una parte di ragione naturalmente, soprattutto quando fanno lapalissianamente notare che le rocce ed i minerali non sono volatili e dunque sono “tecnicamente” inodori.
Personalmente reputo invece l’utilizzo dei profumi appartenenti alla famiglia dei minerali non solo plausibile ma persino auspicabile. Non per tutti i vini certo! A volte c’è la tendenza ad usare la mineralità come descrittore passepartout è vero, ma in molti casi lo trovo un descrittore molto centrato e che aiuta a inquadrare certi vini.

Per concludere

Vale la pena ricordare che il naso di ciascuno di noi è unico e così le sensazioni che ne derivano. Trasmettere e condividere le sensazioni che un vino ci comunica è dunque arte complessa che non si può ridurre ad un mero riconoscimento delle molecole odorose presenti nel vino (per questo basterebbe un naso elettronico!). Ecco perché considero che nessun descrittore è proibito, se aiuta ad inquadrare meglio il nostro liquido odoroso.

Magritte
Magritte

Parafrasando in qualche modo Magritte ed il suo “Ceci n’est pas une pipe” ricorda che se il sommelier dice o scrive “merde de poule” non necessariamente troverai lo stesso identico odore di pollaio…ma quell’odore lo devi considerare come un’approssimazione che permette al degustatore di trasmettere e rendere “conoscibile” parte della propria esperienza sensoriale.

Ruchè “Caresana” 2015 – Pierfrancesco Gatto

Le origini del Ruchè, tra i meno noti vitigni a bacca nera piemontesi, sono avvolte nel mistero. Non se ne conosce il percorso che lo ha portato a Castagnole Monferrato e dintorni e, soprattutto, si è accertato che non assomiglia ad alcun altro vitigno italico. L’assetto genetico del Ruchè ne certifica la singolarità avvicinandolo semmai al nobile pinot noir.

Molto affascinante anche la storia del vitigno, salvato da scomparsa certa da un parroco, Don Giacomo Cauda. Il parroco arrivò a Castagnole Monferrato alla fine degli anni ’70 e si trovò in dote 10 filari di Ruchè. Se ne innamorò e contribuì in maniera decisiva a rilanciarne la produzione effettuando nuovi impianti e coinvolgendo altri produttori. In quegli anni Pierfrancesco Gatto, il produttore di cui ti parlo oggi, faceva il chierichetto di Don Cauda. Ed oggi, con la sua Azienda Agricola Gatto, raccoglie degnamente il testimone di Don Cauda.

Ruchè di Castagnole Monferrato "Caresana" 2015 - Pierfrancesco Gatto
Ruchè di Castagnole Monferrato “Caresana” 2015 – Pierfrancesco Gatto

Ruchè di Castagnole Monferrato “Caresana” 2015 – Pierfrancesco Gatto

Il vino ha un rosso rubino con riflessi porpora. L’olfatto è molto intrigante e di personalità: roselline, lavanda e fragole di bosco.

In bocca il vino entra caldo e asciutto. La vigoria alcolica (15%) si sente ma il sorso non è per nulla molle. L’acidità è presente e accompagna il vino in un finale sapido e piacevolmente amaricante.

Il retrolfatto è di bastoncino di liquirizia e la persistenza è più che discreta.

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Chinon e biodinamica: Béatrice et Pascal Lambert

Quest’estate sono passato a Chinon e, tra gli altri, ho visitato il domaine Béatrice et Pascal Lambert. I Lambert vinificano dal 1987 e praticano l’agricoltura biologica da 20 anni. Dal 2005 sposano anche la filosofia biodinamica.

Il domaine possiede 17 ettari a Cravant les Coteaux e a Chinon. Molto interessante la loro gamma di vini rossi e rosati ottenuti da cabernet franc e di vini bianchi da chenin blanc. Sono rimasto colpito in particolare dagli Chinon rouge della linea “cuvées parcellaires”, vins de garde di ottima fattura e soprattutto caratterizzati da grande vivacità e mobilità nel bicchiere.

Oggi ti parlo di uno di questi vini, bevuto con calma dopo averlo comprato presso il produttore (21 € franco cantina).

Chinon Cuveé Marie 2013 - Béatrice et Pascal Lambert
Chinon Cuveé Marie 2013 – Béatrice et Pascal Lambert

Chinon Cuveé Marie 2013 – Béatrice et Pascal Lambert

Rosso rubino chiaro, leggermente velato. Il naso è pulitissimo e fin da subito molto mobile: dapprima lamponi maturi, poi fiori rossi appassiti, un tocco non prevaricante di erba tagliata, e poi ancora rosa canina, timo, geranio, pepe verde e, infine, un tocco affumicato.
La bocca è succosa e fresca, innervata da una saporita scia vegetale. Tannino ed alcol sono in perfetto equilibrio, entrambi misurati e fini.
La chiusura, lunga ed elegante, è speziata e sapida.

Plus: vino molto mobile, dotato di grande agilità e freschezza senza eccessi verdi nè durezze.

Minus: manca un po’ di polpa a dare “spessore” al sorso.

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Il vino è ottenuto da vigne vecchie (75-85 anni) lavorate con il cavallo. Il vino affina in barrique 24 mesi.

Un riesling della Mosella…molto sexy!

Riesling Sexy
Credits: GreatGlam

Oggi ti parlo di un riesling della Mosella molto interessante, un vino capace di intrigare con immediatezza il degustatore poco avvezzo ai vini tedeschi ma che lascerà sorpreso anche il più smaliziato nerd del riesling.

In una parola potrei dire che è un riesling sexy! 🙂

Thörnicher Ritsch Alte Reben Riesling Spätlese 2015 – Weingut Lorenz

L’azienda Lorenz possiede 8,5 ettari nel cuore della Mosella. Il vino nel calice si presenta di un colore giallo paglierino con riflessi verde oro.

Al naso è decisamente complesso: pesca, salvia, rosa, buccia di limone, pompelmo….il tutto accompagnato da un soave tocco di frutta tropicale (frutto della passione).

Thörnicher Ritsch Alte Reben Riesling Spätlese 2015 - Weingut Lorenz
Thörnicher Ritsch Alte Reben Riesling Spätlese 2015 – Weingut Lorenz

La bocca è, in ingresso, solleticata da leggera carbonica a ricordare l’estrema gioventù del vino; il primo assaggio è delicato e gustoso, morbido senza eccessi zuccherosi: la dolcezza della frutta esotica e l’acidità degli agrumi sono in costante dialogo e mirabile equilibrio. Al secondo sorso il vino appare snello, per nulla stucchevole, l’acidità lavora bene nel pulire la bocca e preparare un nuovo assaggio.

La beva ne risulta compulsiva, soprattutto grazie ad una chiusura saporitissima e succosa tutta sui ritorni di agrumi e sale.

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