Champagne “Les Prémices” – Egly-Ouriet

Ultimo nato in casa Egly Ouriet, domaine che non ha certo bisogno di presentazioni, uno dei “guru” attuali dello Champagne, questo Les Prémices, assemblaggio classico champenois, 36 mesi sui lieviti, proviene da vecchie vigne di oltre 40 anni dal villaggio di Trigny, ai bordi della Montagne de Reims, dosaggio finale molto basso sui 2 grammi litro.

Colore piuttosto carico, naso davvero molto interessante e non convenzionale, con note di malto, mela golden, erba, cedro, in bocca forse un po’ grosso il perlage ma bella profondità, polpa di frutta matura, uno champagne atipico di grande personalità proposto ad un prezzo concorrenziale per la maison, da abbinare anche, perché no, ad una pizza gourmet con mozzarella di bufala, acciughe e fiori di zucca.

Gregorio Mulazzani
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Champagne Mémoire Extra Brut – Huré Frères

Huré Frerès è un domaine champenois oggi in grande spolvero ed ascesa tra gli appassionati (con prezzi che stanno levitando di conseguenza, fate presto!). Produce questo extra brut “Mémoire”, assemblaggio delle 3 uve classiche della Champagne, che è un solera comprendente oltre 30 annate dalla 1982 alla 2016. Come recita la contro etichetta, il dosaggio è bassissimo, 2gr/litro, e la sboccatura recente, 09/2020.

A dispetto delle annate” vecchie” presenti in assemblaggio è sorprendentemente giovane, naso fresco ed agrumato con pepate note di zenzero, in bocca è salato, sapido, dotato di un’acidità importante e una mineralità quasi pietrosa, da lasciare ancora almeno un paio d’anni in bottiglia per apprezzarlo appieno.

In questa fase è da abbinare, per il suo potere altamente sgrassante, con delle crocchette di baccalà o olive all’ascolana o, più avanti nel pasto, con un gran fritto di paranza.

Gregorio Mulazzani
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Moulin-à-Vent Les Trois Roches 2009 – Pierre Marie Chermette

Complice l’acquisto dell’ultimo libro di Armando Castagno, interamente dedicato ad una denominazione che noi di Vinocondiviso amiamo e a cui abbiamo dedicato una serata (e un post) nel febbraio 2020, abbiamo aperto questo Moulin-à-Vent Les Trois Roches 2009 di Pierre Marie Chermette.

Premessa: ringraziamo chi con cura lo ha conservato e lo ha voluto condividere con noi.

Pare fosse stata una buona annata anche in Beaujolais, la 2009: “distesa e integra”, riporta nella sezione “Annate recenti” il libro di Castagno: effettivamente il vino è integro nel colore, un bel granato chiaro e in bocca, dove il frutto è ancora vivo e il tannino polveroso ma avvolgente. Al naso invece sente il tempo:  ha perso la vivacità e la fragranza che sicuramente aveva negli anni precedenti, a discapito di sovrastanti sentori terziari (tabacco, cenere, pepe nero).

L’abbinamento con petto d’anatra glassato, datteri freschi e asparagi appena scottati lo ha valorizzato.

Facciamo ora un passo indietro: la cantina di produzione, Domaines Chermette, a conduzione familiare, possiede vigneti nei cru Brouilly, Fleurie e Moulin-à-Vent; in quest’ultimo, da tre diverse vigne che poggiano su suoli granitici ricchi di manganese  (La Rochegrès, La Rochelle, La Roche Noire) produce Les Trois Roches, le tre rocce, appunto (dettagli sul terroir disponibili a questo link). 

Lo stile della vinificazione è classico: macerazione semicarbonica di due giorni, ulteriore macerazione di 10, 12 giorni e poi per sei mesi, una metà in botti grandi, l’altra in barrique di vari passaggi, un ulteriore affinamento di un anno in bottiglia.

Alessandra Gianelli
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L’Isola Bianco 2019 – Hibiscus

Hibiscus è l’unica azienda vitivinicola che alleva, vinifica e imbottiglia sull’isola di Ustica. L’azienda cura soli 3 ettari di vigna praticamente sul mare. Il vino di cui parliamo oggi è ottenuto da inzolia e catarratto.

Il vino si presenta in veste giallo paglierino dai bei riflessi verde-oro.

Olfatto di grande compostezza ed eleganza che si dipana tra note di agrumi, timo, pesca bianca e un tocco fumé molto intrigante che ti fa ricordare l’origine vulcanica dell’isola.

Sorso sottile e delicato, il tenore alcolico contenuto a 12,5% aiuta la beva e lascia spazio ad un’acidità sorprendente rispetto a quanto ci si può aspettare da un vino bianco di un’isola nel cuore del Mediterraneo. Progressione soave e chiusura succosa e sapida su aggraziati ritorni affumicati.

Vino di ottima bevibilità e piacevolezza, dà l’impressione di un eccesso di controllo che in parte ne frena la spontaneità a vantaggio di una gestione accurata del calore e delle morbidezze. Buono, sarà ottimo quando riuscirà a bilanciare al meglio istintività e controllo.

Diego Mutarelli
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Istantanee dalle Langhe

Il successo dei vini delle Langhe, trainato da Barolo e Barbaresco, richiede all’appassionato di vino che voglia visitarne il territorio alcune accortezze. In questo post abbiamo pensato – freschi della nostra ultima ricognizione a Barolo e dintorni – di dare qualche suggerimento e suggestione utili ad organizzare al meglio la propria visita. Nessuna ambizione di esaustività, solo delle istantanee dalle Langhe che, come da nostra missione, vogliamo condividere.

Comm. G.B. Burlotto

Pianificazione delle visite

Lo sappiamo, è sempre una buona abitudine pianificare per tempo le visite. Nelle Langhe, visto il costante flusso di enoturisti, è ormai una necessità; se poi consideriamo che il Covid ha portato alcune aziende a sospendere temporaneamente l’accesso in cantina… diventa evidente che è bene organizzare il proprio percorso con buon anticipo.

Acquisti

Acquistare direttamente dal produttore non è solo conveniente ma spesso consente di “ancorare” il ricordo della visita al momento in cui stapperemo la bottiglia. Nelle Langhe però, così come nei più importanti territori vinicoli del mondo, è ormai difficile acquistare direttamente. Ha preso orami piede il cosiddetto fenomeno delle assegnazioni che riguarda anche l’acquisto da parte dei privati. Di cosa si tratta? Per gestire l’enorme richiesta di vino cercando di accontentare più appassionati possibile, le aziende pre-assegnano del vino – con limiti di quantità – alla propria clientela. In tal modo ogni anno le aziende vendono tutto il vino dell’annata prima ancora che le bottiglie siano in commercio.  Se i vantaggi commerciali sono evidenti, per gli appassionati fuori da assegnazione non resta che mettersi in lista di attesa, sperando che gli anni successivi qualche cliente non confermi gli acquisti e liberi il posto a chi è in coda.

Il fenomeno non è certo nuovo ma fino a pochi anni fa era limitato alle aziende più prestigiose. Ora si sta allargando anche ad aziende meno note ma che sono salite alla ribalta per la qualità dei propri vini.

Mangiare

Una sosta con le gambe sotto il tavolo per gustare la cucina piemontese è sempre gradita. Le nostre soluzioni preferite sono quelle che coniugano qualità della cucina, carta vini dai giusti ricarichi e rapidità di servizio (che dopo il pranzo altre visite ci attendono!). Un luogo che risponde perfettamente a queste caratteristiche è il ristorante Repubblica di Perno che ci ha accolto con l’immancabile assaggio di insalata russa e ci ha poi coccolato con il golosissimo uovo in camicia alle spugnole e la rolata e frise di agnello con piselli. A chiudere un assaggio di formaggi. Dalla carta dei vini la scelta è caduta sul Langhe Nebbiolo 2019 di Philine Isabelle, che conferma tutto quello che di buono avevamo sentito dire sul suo conto. Olfatto di grande dolcezza tra note di anguria e melograno il tutto avvolto da un alito quasi marino, la bocca al contrario è fitta, dal tannino denso e saporito che si scioglie però nel sorso per nulla difficile. La bottiglia finisce rapidamente ma la facilità di beva non tragga in inganno, non si tratta di un “nebbiolino”.

Un altro posto che ci sentiamo di consigliare è l’Osteria Casa Ciabotto, a Verduno. Menu semplice ma gustoso e ampia scelta di vini con particolare focus sui produttori di Verduno. Vi è anche la possibilità, a prezzi contenuti, di un’orizzontale di Verduno Doc (vitigno pelaverga), perché non di solo nebbiolo vivono le Langhe (vedi prossimo paragrafo).

Abbiamo bevuto un bicchiere di un Barolo fuori dai nomi più noti e che ci è parso molto centrato. Si tratta del Barolo Bricco San Biagio 2013 – San Biagio (Giovanni Roggero). Un Barolo di La Morra senza eccessi modernisti: naso di grande frutto (lampone e fragola), fiori rossi carnosi, mineralità scura, un tocco di spezie. La bocca è gustosa, se vogliamo un po’ rapida nello sviluppo, con tannini ben distesi e dalla chiusura tersa ed elegante.

Non solo Barolo e Barbaresco

Lo dicevamo poco fa, non di solo nebbiolo vivono le Langhe. Il vitigno pelaverga in particolare ci sembra che possa meritare grande attenzione. Nelle migliori versioni dà infatti vita a vini golosi e dall’intrigante dettaglio aromatico, digesti e di facile abbinamento a tavola.

Un esempio tra tutti è il Verduno Basadone 2019 di Castello di Verduno, già solo il colore rubino chiarissimo e lucente mette di buon umore, l’olfatto è tutto giocato su spezie (pepe, noce moscata), frutta e fiori rossi che si rincorrono, il sorso è agile e sapido, fresco ed elegante con una piacevole nota amaricante in chiusura ed una persistenza delicata e pulita.

Diego Mutarelli
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Cannonau di Sardegna 2018 – Pusole

Il bicchiere oggi ci porta in Sardegna e per l’esattezza tra Baunei e Lotzorai, in Ogliastra, uno dei territori più vocati per il cannonau. Qui si trova l’Azienda Agricola Pusole, un’azienda di stampo familiare ancora piuttosto giovane eppure già punto di riferimento per la denominazione Cannonau di Sardegna.

Cannonau di Sardegna 2018 – Pusole

Nel calice il vino si presenta con una bella veste rubino luminosa e leggermente velata.

L’olfatto potrebbe sorprendere chi ha in mente interpretazioni del vitigno tutte alla ricerca di concentrazione, maturità a potenza; al contrario il quadro qui è tutto giocato sull’eleganza e la freschezza di frutto: ribes rossi aciduli, fragoline, bergamotto, una nota ferrosa accompagnata da pepe, tamarindo e macchia mediterranea. Un naso insomma decisamente aperto, mutevole e complesso che integra alla perfezione anche un leggero tocco animale.

Bocca di gran beva eppure di sapore e spessore: gustosa, sapida, con tannini ben presenti nella trama che però non mostra spigoli. In chiusura esce una piacevole nota salmastra e di scorza d’agrumi.

Plus: vino “antico”, ottenuto da fermentazione spontanea, senza controllo delle temperature e non filtrato, che però risulta “moderno”, estremamente beverino ma al contempo sfaccettato. La gestione dell’alcol (14%) ha del miracoloso. Chapeau!

Diego Mutarelli
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Champagne Les Chétillons 2013 – Pierre Péters

Pierre Péters, domaine familiare di Mesnil nata nel lontano 1858, nel cuore della Côte des Blancs, è oggi portata avanti dal bravo Rodolphe Péters che negli ultimi anni ha innalzato moltissimo la qualità e ahimè, di conseguenza, anche i prezzi…

Champagne Les Chétillons 2013 – Pierre Péters

Les Chétillons è una cuvée prodotta solo nelle migliori annate, assemblaggio di tre vecchi vigneti del terroir “Chétillons” a Mesnil.
Abbiamo bevuto l’ultima uscita annata 2013 in magnum, formato che regala sempre una marcia in più a tutti i vini, il naso si presenta inizialmente su note calcaree e gessose nettissime, dopo un po’ di tempo nel bicchiere vira sul frutto della passione, carpaccio d’ananas e scorza di limone, la bocca è ancora acidissima, da assestarsi, l’abbiamo aperta troppo presto, ma lo sapevamo, se ne riparla tra 5 anni almeno abbiate la pazienza di tenerla in cantina, non è facile ma in questo caso è obbligatorio.

Onestamente ora di non facile abbinamento in tavola.

Gregorio Mulazzani
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Champagne Blanc de Blancs Brut Nature – Benoît Lahaye

Benoît Lahaye è ormai da qualche anno una sicurezza e non più un astro nascente della Champagne, opera precisamente a Bouzy, cuore del pinot noir.

Produce diverse cuvée a base appunto di pinot nero, ma da qualche anno ha in portafoglio anche un ottimo Blanc de Blancs ottenuto dalla parcella Les Monts Ferrés a Voipreux non lontano da Mesnil Sur Oger, quindi in piena Côte de Blancs.

Non aspettatevi un Blanc de Blancs delicato da aperitivo, tutt’altro, assemblaggio annate 2015 e 2014, senza solfiti aggiunti, pas dosé, roba per palati esperti, naso di mineralità scura, grafite, zenzero, tamarindo, orzo, panforte, bocca quasi tannica, aspra, nervosa, da assestarsi, una bevuta che può forse lasciare disorientati al momento ma dategli ancora un paio d’anni di cantina.

Abbinamento d’elezione con acciughe del Cantabrico e burro di Normandia.

Gregorio Mulazzani
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Greco di Tufo “Miniere” 2016 – Cantine dell’Angelo

Tufo, comune in provincia di Avellino il cui toponimo deriva proprio dalla presenza della roccia vulcanica abbondantemente presente nel sottosuolo, prosperò per circa un secolo grazie alle miniere di zolfo scoperte nel 1866. Nella seconda metà del Novecento la crisi del settore portò alla definitiva chiusura delle cave.

Nella metà degli anni ’90 Angelo Muto, i cui nonni avevano lavorato proprio in quelle cave, decide di rilevare pochi ettari proprio sopra le antiche miniere. Una storia che ricorda curiosamente quella di Enrico Esu a Carbonia, storia di cui abbiamo parlato in altro post. E’ così che nasce Cantine dell’Angelo, piccola azienda vitivinicola con vigne a Tufo e dedicata esclusivamente alla produzione di Greco di Tufo.

Il vino di cui ti parliamo oggi, figlio dell’annata 2016, ci ha completamente stregato, una spremuta di terroir nel calice che fa rientrare questo vino nel novero dei grandi bianchi italiani.

Greco di Tufo “Miniere” 2016 – Cantine dell’Angelo

Lo splendido giallo oro antico nel calice introduce un olfatto di grande impatto. La mineralità è infatti nettissima, lo zolfo è inequivocabile, ma non occupa di certo tutto il proscenio: la pesca e la nespola non recitano un ruolo di secondo piano, anzi in qualche modo addolciscono la scenografia, con la macchia mediterranea ad apportare eleganza, il fieno ed i fiori gialli un tocco di raffinatezza.

La bocca è saporita, equilibrata nello sviluppo, con sapidità molto pronunciata ma perfettamente in filigrana nel corpo del vino. Il risultato è quello di un sorso molto “facile”, con l’acidità che in chiusura sferza il cavo orale su ritorni di scorza d’agrumi ed un leggero grip tannico.

Vino dalla persistenza infinita ma lieve, senza inutile sfoggio di muscoli che potrebbe sorprendentemente dialogare alla perfezione con ricette di carne bianca come, ad esempio, un coniglio alla cacciatora.

Diego Mutarelli
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168 buoni motivi per bere Krug!

Krug non ha certo bisogno di molti preamboli, è la maison mito per tutti gli amanti della Champagne, bottiglie che raramente, o forse mai, deludono ed icona del lusso non fine a se stesso (oggi fa parte del Gruppo LVMH).

La Grande Cuvée edizione 168 (numero progressivo che origina dalla prima edizione della Cuvée nel lontano 1843) è una delle ultime uscite in casa Krug, base maggioritaria annata 2012 (ottima) con saldo di ben 198 vini base diversi spalmati su 11 annate di cui la più giovane appunto la 2012 e la più “vecchia” la splendida 1996, a maggioranza pinot noir, sette anni di permanenza sui lieviti prima del dégorgement.

A nostro avviso una delle più riuscite Grande Cuvée degli ultimi decenni, con ancora tanta vita davanti. Alla vista si presenta di uno splendido colore giallo brillante, sfacciatamente giovane, naso scalpitante in stile “krugghiano”, ancora da svolgersi, con sentori di nocciola, zenzero, agrumi, marzapane, bocca strepitosa per spina acida, sostanza e profondità minerale, una vera goduria che negli anni potrà solo migliorare.

Ma noi non resistiamo e la beviamo ora abbinata ad un grande parmigiano 48 mesi di montagna e a seguire un risotto alla milanese della tradizione (con midollo e zafferano iraniano, in pistilli, va da sé).
Se potete compratene a casse, vale davvero ogni euro speso.

Gregorio Mulazzani
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