In vigneti di quasi cento anni il futuro di una nuova cantina trentina

E’ sempre emozionante assistere alla nascita di una nuova azienda ed essere tra i primi ad assaggiarne i vini. È quello che è successo a noi di Vinocondiviso che, accompagnati dall’amico Andrea Gaviglio della storica enoteca Vino Vino, abbiamo avuto il privilegio di assaggiare tre neonati vini bianchi trentini.

i fratelli Pilati di Klinger winery

Si tratta dei vini di KIinger winery, azienda nata su iniziativa dei fratelli Enzo, Umberto e Lorena Pilati che, forti di significative esperienze vitivinicole alle spalle, hanno deciso di vinificare in proprio alcune uve di proprietà (quelle provenienti dai vigneti più vecchi) continuando, almeno per il momento, a conferire il restante a cantine esterne .

Tutti e tre vini assaggiati erano stati appena imbottigliati (marzo 2019) e per tutti e tre l’azienda ha deciso un affinamento in bottiglia di sei mesi, usciranno dunque sul mercato il prossimo settembre.

i vini in assaggio

Il primo bianco, ” Pizpor” è uno chardonnay con una percentuale attorno al 15% di pinot bianco, da vigne di circa 35 anni, fresco e ben bilanciato.

Vecchie vigne anche per il Gewürztraminer, poste in una zona particolarmente vocata, in grado di far maturare bene le uve salvaguardando nel contempo una bella acidità, che ritroviamo nel bicchiere, insieme alle note olfattive caratteristiche di questo vitigno aromatico.

Last but not least, il vino che più ci ha colpito, la Nosiola, varietà autoctona trentina, diffusa principalmente in due zone: nella Valle dei Laghi, famosa per il Vino Santo, e proprio a Pressano, dove i fratelli Pilati coltivano un vero gioiello di vigneto. Due mesi dopo aver assaggiato i loro vini, abbiamo avuto la possibilità di “camminare le vigna” di Nosiola, durante una splendida giornata di sole, probabilmente una delle uniche due giornate limpide e calde di questo pazzo maggio! Esposta a ovest, su terreni ricchi di argilla e limo, con bassa percentuale di sassi e buona capacità di ritenzione idrica, si affaccia sul fondo valle guardando la Piana Rotaliana, famosa per un altro vitigno autoctono trentino, il teroldego.

Troviamo vigne piantate addirittura ad inizio degli anni Venti, imponenti, resistenti, produttive, temprate da un microclima fresco con belle escursioni termiche.

  • Nosiola
  • Nosiola

Vedono qui, il loro futuro, i fratelli Pilati.

Alessandra Gianelli
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Deperu Holler: vini pervasi di cultura sarda

Perfugas, 25 maggio 2019

Ci siamo lasciati alle spalle il glamour della Costa Smeralda ed una giornata grigia per scivolare nell’entroterra sardo, nel cuore della Gallura. Quasi due ore di strada, curve morbide e solitarie che si snodano tra rocce color corallo ricoperte da una fittissima vegetazione di arbusti.

L’appuntamento con i proprietari della cantina Deperu Holler è nel villaggio di Perfugas, dove abitano. Speravamo di trovare qualcosa da mangiare lungo la strada ma incrociamo solo un paio di agriturismi che paiono abbandonati.

Perfugas è una cittadina di 2.500 anime fatta di casette basse ed intonaci scrostati; la attraversiamo diverse volte nell’intento di trovare qualcosa di simile ad una trattoria ma scorgiamo solo un paio di bar, entriamo in uno di questi.  L’aspetto dei panini non ci convince, optiamo per un banale gelato industriale. La piazza di Perfugas è deserta, il sole un po’ velato, ci accomodiamo su una panchina di fronte al comune. Un vecchio seduto al bar prospicente ci scruta incuriosito, la sensazione è quella di essere “stranieri”. Ci attraversa una lieve sensazione di sconforto di fronte a quella desolazione; forse ci stavamo perdendo la vivacità della costa per una visita in cantina che non partiva con i migliori presupposti? Ma ormai ci siamo, è ora di andare, ci spostiamo di fronte alla casa dei vignaioli.

Il tempo nei giorni precedenti non era stato clemente e si temeva non fosse possibile salire in vigna. Siamo fortunati, sembra che la pioggia arriverà solo in tarda serata.

Appena si apre l’uscio di casa si schiude un mondo che ci fa dimenticare la deserta piazzetta ed un gelato dal sapore chimico. Ci accoglie Tatiana, la dolcissima moglie di Carlo Deperu, insieme conducono l’azienda vitivinicola nata nel 2007. Non faccio in tempo a varcare la soglia del loro appartamento che Tatiana, indicando un grosso sacco di carta, mi offre il contenuto. Delle bellissime mandorle glassate, preparate da un’anziana del paese per la comunione del loro bambino, le assaggio con voracità, dato lo scarso pranzo. Siamo pronti per andare in vigna, Tatiana consegna a Carlo due grosse borse frigo e lui ci fa segno di seguirlo con l’auto. Nessuno li aveva avvisati, ma sapevano che non avremmo trovato da mangiare e così dentro quello due sacche hanno preparato la nostra merenda.

Ci sono luoghi e persone che sembrano esistere solo nella fantasia, ce li siamo immaginati leggendo qualche romanzo, sensazioni ed immagini come ingredienti della fantasia di uno scrittore che si materializzano ora davanti agli occhi. Se me lo chiedeste ora, non ci saprei tornare in quel luogo e forse senza Carlo questo luogo non esiste, come si venisse catapultati in una dimensione spazio-temporale differente.

Fatichiamo a stare dietro alla sua utilitaria che agilmente si inerpica su una salita sconnessa di terra bianca, parcheggiamo l’auto ed il tempo si ferma. Le vigne Deperu Holler dominano un piccolo canyon scavato dal fiume Coghinas e dal lago Casteldoria. Il panorama è dominato dall’omonima torre del XII secolo, l’unico segno di civiltà, poi a perdita d’occhio solo i monti, le rocce, il verde, il lago e là, dietro il monte Ruju, il mare a pochi chilometri in linea d’aria.

Alcuni paletti che delimitano le vigne sorreggono dei teschi di bovino. Nella tradizione sarda gli animali con le corna proteggano dal male. Il male qui è rappresentato dalle malattie della vite, dai branchi di animali selvatici che si nutrono dei frutti e dai venti impietosi. Un paio di giorni prima della nostra visita, le vigne erano state sferzate dalla rabbia del vento di Maestrale, carico di sale marino, che ha bruciato le viti. Le foglie si sono arricciate assumendo un colore bruno; il cannonau si è salvato ma per buon parte del vermentino non è andata così, la produzione per la vendemmia 2019 sarà sicuramente molto ridotta. Carlo lo dice con rassegnazione; è la natura.

Ci portiamo sotto una grossa quercia, con la sua chioma sovrasta un lungo tavolaccio di legno tenuto in piedi da cavalletti, qualche seduta di fortuna intorno. Sembra un banchetto abbandonato da anni, così non è. Carlo estrae dalle sacche tutto, e dico tutto, quello che occorre per trasformare un luogo abbandonato in un sontuoso pic-nic. Da quelle borse escono una pittoresca tovaglia, stoviglie di coccio e metallo, calici da vino e poi cibo. Anzi è riduttivo: Tatiana e Carlo riescono ad estrarre da quelle sporte un pezzo di tradizione e cultura sarda; così compaiono sulla tovaglia di cotone colorato preziose leccornie che raccontano un popolo. La Conzedda, con la forma di una provola, è un formaggio fatto con latte bovino di alpeggio che non viene scremato; il formaggio è grasso pastoso ma non stucchevole, si fa sciogliere appeso sopra le braci e fatto colare direttamente sul pane. Il muffato di pecora, il vignaiolo agita orgoglioso il piccolo contenitore e dice “questo dovete proprio assaggiarlo”; un pecorino erborinato, al naso la complessità dei sentori di stalla e di sottobosco, l’assaggio è potente di grande sapidità e pizzicore. Non può mancare il pane dei pastori, il Pistoccu, più spesso e croccante del più famoso Carasau. Poi arrivano tanti vasetti di vetro, sono le conserve di famiglia, fatte con l’olio delle loro terre: fave, cardi ed asparagi selvatici.

Degustiamo i vini immersi in questa straordinaria atmosfera, Carlo ci ha fatto sedere alla sua tavola come fossimo vecchi amici. Degustiamo, anzi mangiamo e beviamo al ritmo dei venti che si alternano sulla collina. Il produttore li conosce, li anticipa, sà da dove arrivano e quando si calmeranno.  Oltre 4 ore di chiacchiere, di vino sì, ma soprattutto di tradizione gastronomica e cultura sarda. Parliamo di carni, delle loro cotture, dei pesci del mare e delle anguille che arrivano dal lago. Sogniamo ad occhi aperti quando Carlo ci racconta delle cene che si organizzano su quel tavolo, quando si fa ardere il braciere posizionato alle nostre spalle: porceddu, capretto, casse di pesce ed ogni sorta di verdura recuperata dall’orto coltivato a pochi metri. A questo punto ci accorgiamo delle luci appese ai rami dell’albero, quello che ci sembrava un vecchio tavolo abbandonato è un lussuoso banchetto attorno al quale ruotano parenti, amici e visitatori, amanti di vino da tutto il mondo.

Pasteggiamo con i due vini bianchi della cantina. Fria, il vermentino 100%. Avevo già assaggiato il 2017, di grande freschezza e ricco di frutto. Il 2018 che ci propone è diverso, l’annata ha fatto crescere poco l’acidità, quindi la scelta di macerare le uve. Sprigiona un profondo sentore di caramello, pera e caucciù. Il corpo è rotondo, vivacizzato da una bella sapidità e da una chiusa amaricante. La seconda etichetta la soprannominiamo affettuosamente il “trittico”, Prama Dorada: vermentino, moscato, malvasia. Predominano i sentori ossidati, una straordinaria espressività che regge bene il confronto con l’erborinato da cui continuiamo ad attingere e che Carlo continua ad offrire generosamente.

Il tempo che passiamo sotto la quercia pare infinito e prezioso, dimentico l’esistenza di orologio e cellulare. Tra chiacchere e cibo le bottiglie al tavolo finiscono. Decidiamo quindi di alzarci, in cantina ci aspettano gli assaggi di vasca ed i rossi.

Riassaggiamo il vermentino dalla vasca, andando oltre la tensione metallica si percepisce un vino già ben equilibrato. I rossi spillati dall’acciaio sono di eleganza inaspettata, inebriano di tabacco e cacao pur non essendo ancora passati in legno, solo alcune soste in cemento.

Abbiamo portato con noi Pistoccu ed erborinato da abbinare ai rossi, Carlo ci fa avvicinare ad una piccola vasca e ci offre quello che sembra il nettare dell’azienda: cannonau passito. Le lunghissime fermentazioni l’hanno privato quasi completamente del residuo zuccherino. Un succo di frutti scuri e spezie che dirompe al palato con tannino, sapidità e un finale fortemente amaricante. Riuscirò mai ad avere una bottiglia di quella piccola vasca?

Concludiamo la carrellata dei vini con l’etichetta Familia, cannonau e muristellu (bovale sardo). Porta questo nome perché è il vino della quotidianità, da portare al tavolo con i parenti.

Quando si spende assieme del tempo così prezioso è triste salutarsi, ma sta per arrivare la pioggia e dobbiamo rientrare verso la costa. Carlo ci fa un ultimo regalo, estrae dalla tasca un coltellino con il quale ripulisce i gambi di alcune erbe selvatiche o le cicerchie della malva per farcele assaggiare. È un grande esperto di erbe e dei loro benefici, sono le erbe che lui lascia crescere in vigna come alternativa alla chimica perché proteggono e nutrono il terreno.

Ci abbracciamo e torniamo alla macchina, ci sembra di aver vissuto qualcosa di incredibile, rimaniamo in silenzio gran parte del tragitto per fissare nella memoria questi straordinari momenti.

Chiara EM Barlassina
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Arbin “tout un monde” 2011 – Magnin: il carattere della mondeuse in Savoia

Come il lettore più affezionato di Vinocondiviso ormai saprà, parlo con regolarità dei vini della Savoia. Vini interessanti eppure ancora poco noti, mai banali e dal rapporto qualità prezzo generalmente vantaggioso.

Oggi è la volta della denominazione Arbin, dedicata esclusivamente al vitigno a bacca nera autoctono della Savoia, la mondeuse. La versione di mondeuse di cui ti parlo è del produttore Louis Magnin, produttore abbastanza noto anche in Italia grazie ai lusinghieri punteggi che, in tempi non sospetti, Robert Parker diede ai suoi vini bianchi da roussanne (Chignin Bergeron).

Vin de Savoie Arbin Mondeuse “tout un monde” 2011 – Louis Magnin

Vin de Savoie Arbin Mondeuse “tout un monde” 2011 – Louis Magnin

Rosso rubino compatto senza cedimenti.
Olfatto intrigante, spazia dalla china all’alloro, dal ribes alle rose rosse essiccate.
Il sorso in ingresso risulta un po’ stretto, giocato più sulla profondità che sull’ampiezza. L’acidità detta il passo della progressione in bocca che risulta fresca e ficcante, un po’ rapida forse nell’arrivare alla chiusura, che però è pulita, decisamente sapida e con un tannino appena accennato a fornire ulteriore grip ed allungo.

Vino che chiama il cibo, soprattutto se speziato e ricco di succhi. Lo vedrei bene su uno spezzatino di manzo al ginepro.

Plus: naso molto interessante, ampio e mutevole.

Minus: la dinamica in bocca risente di un certo deficit di polpa e sviluppo.

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Vuelta di Spagna: degustazione di sei vini rappresentativi

Di seguito il resoconto di un’interessante degustazione dedicata ai vini di Spagna organizzata da WineTip.

Vuelta di Spagna

Val do Bibei “As Sortes” 2015 – Rafael Palacios

Si presenta già dalla vista e dalle movenze nel bicchiere come un peso massimo. Giallo dorato luminoso il colore. Al primo naso il vino risulta subito intenso di fiori gialli e pesca noce. Ma ha molto più da dire, si susseguono le alghe, l’anice, l’elastico e poi, a chiudere il quadro olfattivo, una nota marina di erbe aromatiche e salsedine. Ad un naso così intenso corrisponde, coerentemente, una bocca larga e ricca. Il liquido entra ampio, si muove con lentezza nel cavo orale saturandolo senza fretta, l’acidità è presente in filigrana ed è fondamentale nell’accompagnare le componenti morbide del vino. L’alcol (14%) è ben gestito e ritorna solo in chiusura accompagnato da uno splendido retrolfatto marino e floreale. Lungo.

Vino potente, massiccio ma non privo di eleganza. Molto interessante.

Rioja “Xérico” 2016 – Tentenublo

Colore ancora dai riflessi porpora. Naso mutevole e vivace, cambia molto nel corso della serata, ma si articola sostanzialmente tra le note di viola, prugna e pepe. Il sorso è fresco e agile, energico e vibrante. In ingresso si presenta con un’intrigante dolcezza di frutto, si dipana in progressione grazie ad un tannino croccante e saporito (ricordo della parziale vinificazione con raspi) che dà sapore e spessore. Chiude piacevolmente amarognolo.

Vino interessantissimo, lontano anni luce da certe Rioja stereotipate che spesso si assaggiano.

Rioja Reserva 2014 – Marqués de Vargas

Colore rubino compatto. Naso piuttosto marcato dal legno: caffè, cannella, prugna, cioccolato, noce, uva passa…Le spezie dolci e le dolcezze del legno non abbandonano mai il bicchiere anche se il vino è piuttosto mobile. La bocca è morbida, con una chiusura dolceamara che non me lo fa apprezzare del tutto.

Vino che deve liberarsi dal legno in eccesso.

Ribera del Duero Reserva 2013 – Dominio del Aguila

Colore rubino impenetrabile. Un olfatto che non ti aspetti: fieno, more di rovo, corteccia, spezie dolci, una nota lattica in sottofondo e infine il balsamico. La bocca è quasi ruvida, la progressione è condotta da un tannino da raspi (la vinificazione viene fatta a grappoli interi) che deve ancora smussarsi. In chiusura trovo ancora il tannino un po’ asciugante e che tende ad accorciare lo sviluppo e la persistenza del vino.

Vino coraggioso e di carattere, sconsigliato agli amanti del tannino vellutato.

Ribera del Duero “Unico” 1998 – Vega Sicilia

Le aspettative su Unico sono, giustamente, sempre altissime. Si tratta del più importante vino rosso spagnolo ottenuto da una proporzione di tempranillo e cabernet sauvignon che sembra seguire il principio di Pareto (80% – 20%). È un vino che migliora ed affina nel tempo, non teme – direi che anzi esige – un lunghissimo affinamento in vetro per essere apprezzato al meglio. Non fa eccezione questo 1998 che parte piuttosto chiuso, facendo emergere inizialmente al naso solo qualche sentore di spezie dolci. Con il passare dei minuti l’olfatto si sbroglia sciorinando corteccia, mirtilli, cassis, fiori rossi macerati, liquirizia con un balsamico molto netto che emerge a bicchiere fermo. Il sorso è di grande ampiezza ed eleganza, l’incedere è energico e risolto allo stesso tempo, con una chiusura ancora leggermente boisé.

Molto buono ma leggermente sotto le aspettative a causa di un legno ancora un po’ troppo presente.

Montilla-Moriles “Don PX” 1965 – Toro Albalà

Color mogano e naso suadente di frutta secca (noci in particolare), uva passa, fieno, spezie orientali e tabacco dolce. Il primo impatto in bocca è dettato dalla dolcezza e dal calore dell’alcol, entrambe le sensazioni vengono però immediatamente stemperate dalla concentrazione materica del vino il cui sviluppo è lento e austero. Il retrolfatto di frutta secca e mare contribuiscono a fornire equilibrio. Il finale, lunghissimo, è caratterizzato da un’inaspettata sapidità.

Vino da meditazione è un’espressione di cui spesso si abusa. Non in questo caso.

Toro “El Picaro” 2018 – Matsu

Oggi ti parlo di un vino spagnolo della denominazione Toro, ottenuto in biodinamica da vigne di Tempranillo di 90 anni. Acquistato in Spagna ad un prezzo accattivante non potevo esimermi dal provarlo. L’azienda che lo produce si chiama Matsu e fa una linea di vini dalle etichette decisamente fuori dal comune.

Toro “El Picaro” 2018 – Matsu

Toro “El Picaro” 2018 – Matsu

Il rosso ancora porpora brilla e ci ricorda che il vino è ancora giovanissimo. L’olfatto è sul frutto maturo (ciliegia e prugna), poi viola e un tocco pungente ed etereo (lacca).

L’ingresso in bocca è caldo e lo sviluppo rustico, dettato da tannini graffianti che segnano il finale del vino che risulta amaricante.

Minus: vino che, pur senza difetti eclatanti, manca di eleganza e progressione ma anche di facilità di beva. Insomma: riesce a scontentare sia chi ricerca fragranza e immediatezza, sia chi aspira a intensità e potenza.

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Provenza e Camargue: tra fiere e vigne (parte 2)

Seconda puntata di un resoconto di viaggio tra Provenza e Camargue. La prima puntata la trovi qui —> parte 1

Mi rimetto in macchina alla volta di Arles, sul confine con la Camargue. Le alture bianche di Provenza, ultima coda delle Alpi, degradano e si fanno sempre più rossastre. Anche la vegetazione si fa più bassa con la prevalenza di grandi arbusti. L’obiettivo è la fiera La Remise ad Arles. Non è solo una fiera di vini naturali, è un’immersione nel mondo di produttori che hanno abbracciato una filosofia di vita, la produzione di questi vini è solo la naturale conseguenza.

Dread che scendono lungo la schiena, abiti scoloriti al sole, facce arse dal lavoro in vigna e piedi scalzi: questo è l’identikit dei vignerons partecipanti. Gli assaggi sono impegnativi: mi imbatto in vini un po’ scomposti, ancora troppo giovani o con acetiche importanti. Ma quando arriva il calice giusto è una gioia. Assaggi così estremi ti obbligano a rimettere in ordine i tuoi parametri di degustazione, come se uscendo dal solito sentiero si scoprissero panorami mai immaginati. Queste alcune etichette e cantine che mi hanno più colpita e che mi piacerebbe riassaggiare in futuro.

– Le Temps des Reveurs, Provenza.

– Hydrophobia, Le debit d’Ivresse. Pirenei orientali, Occitania.

– Organe I Co, Domaine Carterole. Banyuls, Roussillon.

– Baran, L’Ostal, Sud Ovest

– Parole de Terre, Luberon 2017, Valle del Rodano.

– La Boulette de Schistes 2017, Ollivier Gauthier, Languedoc-Roussillon

Una vera e propria festa di condivisione, lontana da smartphone e social. La sera si cena con i produttori, le bottiglie avanzate dalla giornata ruotano di tavolo in tavolo grazie a divertenti negoziazioni e qualche regalo inaspettato. Gli assaggi sono tanti, forse troppi ma questa è una vera festa del vino.

L’ultimo giorno è dedicato al territorio della Camargue, il richiamo delle vigne è forte. Siamo in un piccolo areale della Vallée du Rhone, Costieres de Nimes. Sulla costa il paesaggio è quello di una pianura a perdita d’occhio fatta di acquitrini salmastri e paludi. È la casa degli iconici fenicotteri rosa e di cavalli bianchi che corrono allo stato brado. In queste sabbie strappate all’acqua affondano le radici le vigne dei vin de sable, veri estratti di mare. Risalendo nell’entroterra si incontra qualche dolce pendio, i terreni sabbiosi lasciano spazio a sedimenti rocciosi: sono i famosi “Galets Roules”, rocce sedimentarie di color ocra che raccolgono il calore del giorno e lo rilasciano di notte.

L’aria è leggera e marina, qui infatti arrivano i venti dalla costa che ammantano i vigneti e rendono i vini unici nel loro carattere.

Alla cantina Mas Mellet ci accolgono Emilie e Brice. Scarso il mio francese, poco il loro inglese ma il linguaggio del vino è universale e tanto basta a farsi trascinare nei loro racconti. 27 ettari, alcuni di vigne antiche con vitigni autoctoni della regione: Grenache Blanc, Roussanne, Vermentino, Viogner per i bianchi e Grenache, Syrah, Carignan e Mourvedre per i rossi.

Degusto le loro etichette: vini con grande spinta sapida, sia nei bianchi che nei rossi. Al naso i sentori sono quelli tipicamente speziati dei vigneti autoctoni della zona e quelli minerali della roccia. All’assaggio la sapidità è totalizzante, non diventa amaricante ma una vera e propria sensazione di saporito.

Le freschezze non prevalgono sulla sapidità ma bilanciano bene l’assaggio. Le persistenze sono lunghe ed evolute, anche nei vini più giovani.

Concludo con un veloce tour della cittadina di Arles: casette di pietra bianca ed imposte dalle tinte pastello. Qui ancora sono arrivate poche catene commerciali e le vetrine dei negozi hanno ancora il sapore dell’artigianalità tra profumerie, boulangerie e laboratori di ceramica. Nel cuore della cittadina una grande arena di epoca romana che sembra sproporzionata rispetto alla struttura minuta di ciò che la circonda.

Terrazza del caffè la sera, Place du Forum, Arles (ieri e oggi)

Un ultimo caffè dal sapore della storia, in piazza Forum, nel locale dove Van Gogh realizzo il dipinto “Terrazza del caffè la sera” a malincuore sono pronta per tornare a casa.

Ringrazio i miei compagni di viaggio: persone di straordinaria e sincera passione.

Chiara EM Barlassina
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Provenza e Camargue: tra fiere e vigne (parte 1)

Questo è il racconto di 4 giorni spesi tra Provenza e Camargue in un crescendo di esperienze sensoriali che hanno per filo conduttore la passione del vino.

Parto da Milano alle prime ore del mattino, mi lascio alle spalle un meteo un po’ instabile e già al confine con la Liguria si apre un bellissimo sole lungo tutta la strada panoramica. La natura qui è una bellissima varietà tra piante mediterranee e sempreverdi di altitudini maggiori. La roccia bianca mi accompagna fino al cuore della Provenza dove mi aspetta la prima tappa: Mandelieu per la fiera Vignerons Indépendants.

Salon des Vins des Vignerons Indépendants

Questa fiera è una rappresentanza di vignaioli francesi che hanno fatto propria la filosofia di vini biologici, biodinamici e naturali. Se dovessi riassumente in poche parole l’essenza della fiera, sceglierei queste parole: eleganza della natura.

Queste le etichette che più mi hanno colpita:

– il primo assaggio porta subito le aspettative a livelli d’eccellenza: Brut Nature Benoit Cocteaux uno champagne poco ruffiano e di acidità brillante prodotto con la riserva di 4 millesimi.

– Sancerre Les Bouffants, Christophe Moreaux. Conoscevo già la cantina ed altre etichette, ma questo assaggio mi ha stupito per la bellezza del bouquet di frutti e fiori chiari e per l’impatto fresco-sapido dell’assaggio.

– Cotes Catalanes IGP, Grenache Gris “Empreinte du Temps”, Domaine Ferrer Ribiere. Per me, la vera rivelazione di questa fiera. Una Grenache vinificata in stile Rancio, un naso dai sentori ossidati di grande appealing. Sorprende l’assaggio: non riporta le note ruffiane del naso ma dona grande senso di equilibrio e pulizia.

– Cotes du Roussillon Rouge, Tanawa 2017, Rousdellaro. L’affinamento in legno è presente ma ben integrato, dona una bella sensualità al naso. Divertente ed insolito.

– Crémant de Loire, 1500 blanc de blanc, Chateau de Plaisance. Una bollicina cremosa dalla bella persistenza.

– Concludo con Medoc 2015, Chateau de l’Aubier un Bordeaux che risulta meno impegnativo rispetto all’idea standard della denominazione ma di grande piacevolezza con le tipiche note fruttate e vegetali. Quasi un “entry level” di Bordeaux.

L’esercizio sui profumi, per chi ha la passione del vino, è fondamentale: la seconda tappa è quindi a Grasse, capitale mondiale del profumo. Qui vengono create le fragranze più ricercate al mondo, secondo una tradizione secolare. Grasse è una cittadina di salite, discese, scale e stradine strette tra casette colorate. Al laboratorio di Molinard mi perdo in decine di profumi naturali: fiori, spezie, pietre.

Due ore di esercizio per creare dei cassettini della memoria olfattiva: un bottino per le prossime degustazioni alla cieca.

Chiara EM Barlassina
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(continua…)