Vini quotidiani in quarantena

Fin dalla sua nascita Vinocondiviso è stato pensato come un progetto aperto ai contributi dei lettori. Riceviamo da uno di questi, un giovane enologo, un pezzo che abbiamo deciso di condividere. L’autore naturalmente non parla di aziende con cui collabora, quindi nessun conflitto di interesse!

In un mondo del vino messo a soqquadro dall’emergenza che stiamo vivendo – con lavoratori in ferie forzate, ordini bloccati, fiere posticipate o annullate – c’è qualcosa che fortunatamente non cambia. È la vigoria della vigna, che riprende, con il pianto in questo periodo, la propria fase vegetativa. La vigna, che è parte della natura, non si ferma.

Noi invece, in quarantena forzata, ne approfittiamo per fare ordine nella nostra vita e, perché no, nella nostra cantina.

Ho così avuto modo di riscoprire due vini che mi ricordano un giorno a cui sono particolarmente legato: il mio matrimonio!

La prima bottiglia è stata un regalo di alcuni colleghi, la seconda una scoperta fatta per caso in un’edizione passata di Vinitaly. Due proposte geograficamente lontane, ma con alcuni punti in comune, a partire dalla loro scorrevolezza, due vini che potremmo definire quotidiani, nella migliore accezione del termine.

La prima bottiglia che vi propongo si chiama Ardarì, un bianco veneto IGT dell’azienda agricola Terre di Molina, annata 2016 e 12% di alcool. Un vino bianco perfetto per aperitivo ma anche per accompagnare un pasto non troppo impegnativo. Da bere piuttosto freddo.

Di colore giallo paglierino, al naso si evince la presenza di uve aromatiche nell’uvaggio: fiori bianchi e note fruttate di mela verde e pesca a polpa bianca. Al gusto la sapidità è perfetta. Tutte le caratteristiche sono molto equilibrate tra loro.

Mi metto alla ricerca di notizie sull’azienda. Terre di Molina si trova nel Comune di Fumane (Vr), territorio famoso per la produzione di Valpolicella (zona Classica). Il vigneto, a 450 m s.l.m., è costituito principalmente da uve autoctone di trebianello e altre varietà aromatiche.

Oltre alla produzione di vino ed altri prodotti, l’azienda si propone come fattoria didattica con attività e laboratori. Da segnare nel taccuino per una prossima visita!

Di norma, dopo la proposta di un bianco fermo si dovrebbe cambiare tipologia. Invece no, la mia scelta ricade in Pollio. Un vino bianco della DOC Siracusa, annata 2018 e 12,5% alcool. Cantine Pupillo è l’azienda che propone questo moscato bianco. Dal colore giallo paglierino, il sentore caratteristico di agrumi all’olfatto e il contenuto zuccherino ben bilanciato da sapidità e acidità. Potrebbe essere proposto sia per un aperitivo che per concludere un pranzo o una cena con un dolce cremoso.

Per capire la scelta del nome bisogna riscoprire la storia antica di quel territorio. Una regione, quella siciliana, ricca di contaminazioni, tra cui quella greca. Siamo tra il terzo e il quarto secolo a.C., Pollio (o Pollis) è il re siracusano che governa quel territorio e che dona il suo nome a quel vino aromatico addolcito con miele. Non è certa l’esistenza di quel regnante ma il vino è considerato uno tra i più antichi d’Italia.

Presso l’azienda agricola è possibile prenotare degustazioni ma anche usufruire della struttura per ricevimenti o feste.

Come anticipato, due vini originari di luoghi distanti tra loro ma con alcune caratteristiche comuni. Tra queste, la bevibilità, ingrediente necessario in questi giorni passati rinchiusi in quarantena!

M.S.

Rigore altoatesino vs voglia di sperimentare

Per raccontare il progetto XXX (eXplore eXperiment eXclusive) di Andrea Moser, kellermeister della Cantina Caldaro (Kellerei Kaltern), abbiamo chiesto aiuto a Martina Viccinelli, giovane enologa, alla sua seconda vendemmia in quella che è la più grande cantina cooperativa dell’Alto Adige (450 soci, 650 ettari, circa 4.5 milioni di bottiglie all’anno).

Nato nel 2014 della grande passione e continua voglia di sperimentare di Andrea Moser, XXX è un progetto che nulla ha in comune con quel rigore che caratterizza la maggior parte delle produzioni altoatesine, rigore che alcune volte rischia di sfociare in un eccessivo controllo e tecnicismo, secondo alcuni critici del mondo del vino.

“Prima di parlarvi dei vini – racconta Martina – vorrei sottolineare che queste bottiglie rappresentano il carattere esplosivo di Andrea e la sua continua voglia di ricerca, non solo nei differenti metodi di fermentazione, ma anche nelle etichette. Queste infatti sono diverse per ogni bottiglia e riportano un disegno che vuole raccontarne la storia, dal grappolo fino alla nascita del vino”.

XXX è quindi un progetto quasi unico, già a partire dell’esiguo numero di bottiglie prodotte, che ci racconta di un Alto Adige che noi di Vinocondiviso non smettiamo di amare, proprio per la sua capacità di sorprenderci, andando oltre pregiudizi e luoghi comuni. Adesso però entriamo nel vivo e lasciamo a Martina il racconto di questi vini accattivanti.

ONE BY ONE, Cabernet Sauvignon Riserva, vendemmia 2016, così chiamato perchè ogni grappolo è stato “ripulito” a mano, uno ad uno, acino per acino. La sua fermentazione, di circa 20 giorni, è avvenuta in tonneux aperti. Un naso intrigante di frutti a polpa rossa, cioccolato fondente e cuoio e una grande struttura al sorso. La sua prima annata risale al 2015 e nel 2016 è uscito in sole bottiglie magnum (150). In etichetta un acino.

MASHED, Pinot Grigio, vendemmia 2016, che ha fermentato per circa due settimane, a contatto con le bucce, all’interno di uova in ceramica (clayver) ed è poi stato svinato in tonneux. Grazie alla lunga macerazione presenta un colore ambrato molto carico e brillante, è salino e fresco con una nota boisè fine ed un’elegante struttura. 666 bottiglie, in etichetta un uovo.

METAMORPHOSIS, Sauvignon, vendemmia 2016, tutto particolare e tutto da scoprire. Come il pinot grigio ha fermentato spontaneamente a contatto con le bucce per circa due settimane nelle uova di ceramica. Una volta svinato è stato messo in due tonneux a riposare. É un vino esplosivo che cambia continuamente, e da qui il suo nome. Sa di erba fresca bagnata, di salvia e di sale. 666 bottiglie, in etichetta un bruco che si trasforma in farfalla.

INTO THE WOOD, Schiava, vendemmia 2017. La fermentazione si è svolta in tonneux aperti, come nel caso del cabernet sauvignon. Terminata la fermentazione è stata svinata e messa all’interno di 3 barriques: una di primo, una di secondo e una di terzo passaggio. È una schiava dinamica, con un colore brillante che ricorda quello del pinot noir, ha una struttura equilibrata ma non esagerata, con sentori leggeri di legno e piccoli frutti rossi. Rispetto ad una vernatsch (schiava) classica ha molta più eleganza e un sorso più importante, dato anche da tannini più vivi. 999 bottiglie, in etichetta il tronco di un albero tagliato.

CUCKOOS EGG, nasce da una schiava tedesca (trollinger) vendemmiata nel 2018 e fatta fermentare in tonneux aperti. Come per la precedente schiava, una volta svinata, è stata messa in barrique dove ha svolto fermentazione malolattica. Ha un naso molto fruttato e un po’ ruffiano, quasi dolce, in bocca è equilibrata con un’acidità bilanciata e ben integrata all’interno della struttura del vino. 666 bottiglie, in etichetta il nido di un cuculo: come il cuculo usa il nido di altri, in questo caso l’azienda prende in prestito il vitigno di altri (il tedesco trollinger) al posto della locale vernatsch.

SANS, è il secondo sauvignon di questa linea, figlio della vendemmia 2018. Il nome rispecchia la caratteristica principale di questo vino: la totale assenza di solforosa aggiunta, sia dopo la fermentazione sia all’imbottigliamento. Anche in questo caso la fermentazione è avvenuta nei clayver di ceramica. Ad un naso inesperto potrebbe risultare un sauvignon atipico, ma scavando in profondità si rivela un sauvignon di razza. 666 bottiglie, in etichetta … nulla (senza).

HARDCORE è un gewurztraminer, vendemmia 2018, con tanta personalità e non adatto …ai deboli di cuore. 21 giorni di macerazione sulle bucce all’interno dei clayver. Ha un colore arancione brillante molto accattivante, in bocca è secchissimo con una struttura importante ma pur sempre elegante. Ha un’alta gradazione alcolica (15%) che però non incide sui profumi tipici di rosa e pesca. 800 bottiglie, il simbolo delle corna “hard rock” in etichetta.

RESISTANT è il primo PIWI ( varietà resistenti alle malattie fungine) della Cantina di Caldaro, vendemmia 2017. Questo vino nasce dall’unione di due varietà: souvignier gris e bronner. È un vino molto elegante e bilanciato, con note vegetali di timo e salvia e una dolcezza da pesca bianca, il sorso è lungo, minerale e fresco. 200 bottiglie, in etichetta un fungo porcino.

Alessandra Gianelli
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Giac’ Potes, il vino da merenda dei fratelli Giachino

Su Vinocondiviso parliamo spesso dei vini della Savoia. E continuiamo a farlo anche in quest’occasione per raccontare di un vino del domaine Giachino, un’azienda biologica e biodinamica situata nel parco regionale della Chartreuse, con vigne sulle pendici del Mont Granier nei comuni di Chapareillan, les Marches et Apremont.

Savoie AOC “Giac’ Potes” 2018 – Domaine Giachino

Il vino in questione è ottenuta da fermentazione a grappoli interi di mondeuse e gamay.

Il colore rubino screziato di blu ne svela l’estrema giovinezza.

All’olfatto prevale il floreale del garofano, seguito dal frutto rosso (fragola) e da qualche nota sanguigna.

Il vino è agile e beverino, ha un buon volume, si sviluppa cremoso con la componente fruttata ben bilanciata da vena acida e salina. Il vino chiude con un tannino appena astringente, con ottima persistenza e ritorni floreali.

Plus: vino da merenda, scorrevole e schietto senza essere banale.

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Avvincente degustazione tra amici

Ospiti dell’Osteria Brunello, un affiatato gruppo di degustatori si è riunito per condividere l’emozione della buona tavola e di vini – bevuti alla cieca – di grande interesse.

I vini bevuti

Bourgogne Blanc 2017 – Domaine Pierre Boisson (magnum)

Finalmente un vino bianco di Borgogna delicato e soffuso, fine e con uso del legno funzionale all’espressività del liquido senza sovrastarlo. Olfatto di agrumi, foglia di menta, un tocco di polvere da sparo. Sorso fresco, verticale e profondo ma senza alcuna prepotenza. Chiude succoso e sapido, elegantemente speziato.

Ammaliante.

Lambrusco Rosé 2012 – Cantina della Volta

Il lambrusco metodo classico, se ben fatto, non teme confronti. E questo di Cantine della Volta è decisamente un grande vino! Lambrusco di Sorbara che sosta oltre 40 mesi sui lieviti, si presenta con un colore rosato molto tenue, al naso lampone, calcare, fiori freschi, melograno… le bollicine sono sottili e fitte, accarezzano il cavo orale lasciandolo sapido, la freschezza percorre il vino con un guizzo quasi metallico dalla persistenza decisamente lunga.

Sorprendente.

Champagne Cuvée 739 – Jacquesson

Naso che parte leggermente polveroso, per poi liberare sbuffi di agrumi e gesso. Perlage di grande classe e ossidazione controllata a governare la dinamica gustativa. Chiusura pulita e minerale.

Rassicurante.

La Bota Manzanilla “82 florpower mmxv” – Equipo Navazos

Da palomino fino, vino decisamente intrigante che assume dei caratteristici sentori grazie al lavorio dei lieviti flor. Naso molto complesso che alterna sensazioni di una certa dolcezza a severi sbuffi iodati, sa di mandorle, mela, uva passa, calcare, mare, il tutto avvolto da un delicato fumé. In bocca l’ossidazione tipica di questi vini svuota il sorso ma senza annullarlo, anzi lo slancia in un’altra dimensione secchissima e marina, senza compromessi. I ritorni salmastri sono lunghissimi. Per approfondimenti il sito web di Equipo Navazos è ben dettagliato.

Ipnotico.

Verdicchio di Matelica 2010 – Collestefano

Il Verdicchio di Matelica di Collestefano dimostra ancora una volta un’ottima evoluzione a 10 anni dalla vendemmia. Olfatto ricco e intrigante di fieno, anice, caramella d’orzo, frutta chiara e ostriche. Sorso decisamente salato, fresco e succoso. A voler esser severi manca forse un po’ di stratificazione nella dinamica gustativa ma chiude nitido e di ottima lunghezza.

Luminoso.

Chambolle – Musigny 1er cru “Les Plantes” 2013 – Domaine Bertagna

Vino piuttosto contraddittorio con un naso di piccoli frutti, sbuffi di verdura cotta, floreale e smalto. Bocca completamente assente di frutto, magra e rapida nello sviluppo. Chisura amaricante. Vino sotto tono.

Deludente.

Toscana Rosso “UNO” 2016 -Tenuta di Carleone

Tenuta di Carleone non è più una promettente azienda emergente ma una splendida realtà rapidamente affermatasi come uno degli alfieri del sangiovese. Il vino in oggetto è ottenuto da una selezione di solo sangiovese e dimostra grande energia. Ciliegia, viola, cacao al naso. La bocca è gustosissima e dalla dinamica arrembante, nel cavo orale il vino si sviluppa secondo una traiettoria ellittica, sia espande sia orizzontalmente, con tannini e morbidezze di estremo equilibrio, sia verticalmente grazie ad un’acidità calibrata ed integrata. Vino giovanissimo eppure espressivo, migliorerà ancora.

Accattivante.

Etna Rosso Outis 2005 – Vini Biondi

Nerello mascalese e nerello cappuccio per Outis, il vino portabandiera della famiglia Biondi. Naso giustamente evoluto su note di corteccia, iodio, mineralità scura. Al palato il vino è risolto, morbido e armonico. Chiude su ritorni ematici e salini.

Aristocratico.

Haut – Medoc 1993 – Château Sociando-Mallet

Sociando-Mallet possiede ben 85 ettari in Haut-Medoc e presenta vini dall’interessante rapporto qualità-prezzo. Anche questo 1993 non delude: frutto rosso ancora vivo, leggero vegetale, pepe bianco, sigaro, grafite…con il passare del tempo il frutto si schiarisce e spunta un’intrigante vena balsamica. Bocca sferica e sanguigna, ancora carnosa e salata. Chiusura elegante e saporita.

Signorile.

Mosel Graacher Domprobst Riesling Beerenauslese 2011 – Willi Schaefer

Grandissimo riesling della Mosella. Naso multiforme, si rincorrono arancia, mango, panpepato, cannella, pepe bianco, zenzero…l’ingresso è dolcissimo e carezzevole eppure di incredibile freschezza con acidità pulente che lascia la bocca, a fine sorso, cristallina e salata. Lunghissimo e soave.

Idilliaco.

Il Beaujolais in 6 bottiglie

Il Beaujolais è una delle regioni vinicole francesi più trascurate, o meglio misconosciute. Fino a 30-40 anni fa il territorio era noto prevalentemente per il Beaujolais Nouveau, il famoso vino novello francese che invadeva a novembre mezza Europa al grido “le beaujolais nouveau est arrivé!”. In anni più recenti il consumo di questo vino ottenuto da macerazione carbonica è diminuito (-60% in 30 anni!) e i degustatori più curiosi hanno imparato a conoscere le zone più nobili della regione, ovvero le zone ed i vini dei 38 comuni del Beaujolais Villages e soprattutto i 10 crus del Beaujolais, dichiarati AOC uno ad uno, progressivamente, dal 1936 al 1988.

la mappa del Beaujolais – credits: winescholarguild

La regione del Beaujolais è situata a 30 chilometri a nord di Lione e immediatamente a sud del Mâconnais. È inoltre delimitata a est dalla valle della Saône e a ovest dai Monts du Beaujolais. Il paesaggio della regione, che ho avuto modo di visitare, è entusiasmante: colline vitate ad alberello, con vigne spesso molto vecchie, si alternano a mulini e caratteristici borghi.

Il vitigno principe è il gamay (originato dall’incrocio naturale di pinot noir e gouais blanc), molto più raro lo chardonnay. Complessivamente l’AOC Beaujolais si estende per 22.500 ettari, i comuni del Beaujolais Villages insistono su 6.000 ettari, mentre i 10 crus complessivamente coprono 6.400 ettari. La produzione totale annua è di oltre 300.000 ettolitri.

I vini del Beaujolais sono vini molto fruttati, agili e beverini, di basso tenore alcolico e con tannini poco pronunciati. Le bottiglie di maggior interesse provengono dai 10 crus: Brouilly, Côtes-de-Brouilly, Regnié, Morgon, Chiroubles, Fleurie, Moulin-à-Vent, Chenas, Juliénas, Saint-Amour. Qui i vini raggiungono una complessità ed una capacità di evolvere nel tempo del tutto particolare manifestando un carattere che ben interpreta il terroir specifico di appartenenza. E così se i vini di Fleurie – le cui viti poggiano su terreni di granito rosa, acidi e piuttosto poveri – esprimono un carattere elegante e femminile, i Morgon – da un suolo di scisti decomposti (roche pourrie) – manifestano una personalità più robusta e generosa con un potenziale di invecchiamento interessante.

La degustazione

La rinascita del Beaujolais si deve prevalentemente alla scommessa di quattro produttori – Jean Foillard, Marcel Lapierre, Jean-Paul Thévenet e Guy Breton – che negli anni ’80 decisero di puntare alla qualità grazie ad una filosofia produttiva tradizionale, oggi diremmo naturale, ovvero: vecchie viti, conduzione biologica o biodinamica, poca solforosa, fermentazioni spontanee, scelta di non filtrare, etc.

Da allora i molti seguaci di questi quattro antesignani fanno sì che il Beaujolais sia una delle regioni francesi a più alta concentrazione di produttori naturali. I vini prescelti per la degustazione hanno tenuto conto di questa peculiarità ed hanno accompagnato stupendamente degli ottimi fagiani arrosto.

Beaujolais “Terres Beaujolaises” 2016 – Emmanuel Giboulot

Produttore biodinamico borgognone, con vigne anche in Beaujolais, divenuto celebre nel 2013-2014 quando fu condannato per il rifiuto di aderire all’obbligo di trattamento preventivo delle vigne con pesticidi anti flavescenza dorata.

Il vino ha una veste rubino chiaro luminoso con olfatto che si dipana tra note dolci di ciliegia, ribes e effluvi balsamici e floreali (lavanda). Bocca da peso piuma, leggera, anche se profonda, e piuttosto rapida nello sviluppo. Chiude leggermente caldo nonostante il basso tenore alcolico nominale (11,5%).

Morgon “La Voûte Saint-Vincent” 2018 – Louis Claude Desvignes

L’azienda Desvignes da otto generazione si dedica al Morgon, con parco vigne decisamente vecchio e ben 5 ettari all’interno del cru più prestigioso della denominazione, il Côte du Py.

Il vino è di un rosso rubino inteso, il naso è boschivo, minerale e con qualche tratto vegetale di verdura cotta che accompagna un frutto piuttosto scuro. Bocca di buon volume, dalla convincente progressione guidata da acidità succosa. La chiusura è lunga e sapida.

Fleurie “au bon grès” 2014 – Michel Guignier

Michel Guignier è un produttore biologico e biodinamico poco conosciuto in Italia che con il suo Fleurie ha molto sorpreso i degustatori. Vino seducente a partire da un colore rubino chiaro luminoso, colpisce con un olfatto sfaccettato, ricco di dettagli e sfumature: agrumi e lamponi, cola e grafite, china e fiori rossi…sorso molto dritto ed essenziale poiché si sviluppa in una silhouette esile (10,7% il titolo alcolometrico!). Nel complesso però il vino è equilibrato e caratterizzato da una chiusura saporita. Affascinante.

Morgon Vieilles Vignes “Côte du Py” 2013 – Damien Coquelet

Coquelet è uno degli enfant prodige di Morgon, la sua prima vendemmia, appena ventenne, fu il millesimo 2007. Il Morgon nel bicchiere è rubino chiaro leggermente velato, l’olfatto è guidato in un primo momento dal frutto rosso dolce (lampone, ribes) poi si fa strada una mineralità scura accompagnata da cenni di agrumi. La sviluppo in bocca è dolce/amaro: l’ingresso dominato dal lampone e retrolfatto su ritorni di rabarbaro e tè nero. Grande sapidità e lunghezza in chiusura.

Morgon “Côte du Py” 2010 – Jean Foillard

Dall’inizio degli anni ’80 Foillard è un riferimento assoluto in Beaujolais con belle vigne in Côte du Py. Bel colore rubino luminoso, con gli agrumi che aprono le danze seguiti dai fiori rossi, il pepe bianco e la cola. Vino di grande bevibilità eppur con molto da dire. La bocca è agile, certo, ma si sviluppa con grazie e sapore, sale e lieve amertume in chiusura. Decisamente lungo. Un gamay che a 10 anni dalla vendemmia è ancora pimpante e che ha lunga vita davanti a sé.

Morgon 2011 Cuvée MMXI – Marcel Lapierre

Produttore naturale prima che l’aggettivo avesse la connotazione che gli diamo attualmente, Marcel Lapierre è senz’altro il più mitico produttore del Beaujolais. Il vino nel bicchiere è purtroppo piuttosto deludente, con note di torrefazione, vaniglia e sbuffi lattici. Anche la bocca non decolla e resta inchiodata su note amarognole piuttosto rustiche. Probabile bottiglia sfortunata.

Per accompagnare un’ottima crostata con ganache al cioccolato e lamponi freschi non ci siamo fatti mancare uno stupefacente Passito di Pantelleria 2006 di Ferrandes. Vino ricco di sfumature come uva passa, scorza d’arancia, caffè, noci, erbe aromatiche, spezie…ed un sorso ricco e suadente, solare e mediterraneo. La bocca chiude agrumata e deliziosamente salata.

Un Barolo tira l’altro

In enoteca difficilmente bevo due vini dello stesso produttore.

Generalmente mi piace variare e scegliere denominazioni e produttori diversi per viaggiare lungo lo Stivale e oltre…grazie ad un semplice calice fra le mani.

Qualche giorno fa invece ho deciso di soffermarmi sui vini di un produttore che avevo già bevuto ma che non ho ancora mai visitato e conosciuto di persona. L’assaggio del primo vino, un Barolo, è stato epifanico a tal punto che non ho potuto esimermi dall’assaggiarne anche un secondo!

Si tratta di due splendidi Barolo, annata 2015, di Cascina Fontana.

Il primo vino assaggiato è stato il Barolo 2015 dell’Azienda Agricola Cascina Fontana. Un vino che parte su note piuttosto scure di frutta matura e cenni di catrame ma in pochi minuti si distende svelando note più chiare di rose rosse, melograno e persino frutta bianca. In bocca il vino ha una bella scorrevolezza ma non priva di grip e personalità: il tannino è più velluto che seta, la chiusura è pulita, ma sapida e lunga.

Insomma un’interpretazione dell’annata 2015 a Barolo che mi ha colpito e che mi ha portato ad assaggiare un altro Barolo del medesimo produttore presente in mescita: il Barolo di Castiglione Falletto 2015 – Cascina Fontana.

Il Barolo di Castiglione Falletto è ottenuto dalle migliori uve delle vigne del comune Castiglione Falletto, ovvero Villero e la vigna Valletti, zona Mariondino. Vino dal un fascino irresistibile: seducente il colore rosso rubino scarico attraversato da luminosi lampi granati; sensuale l’incedere in bocca fatto di fiori appassiti, frutti rossi piccoli e croccanti, cenni di liquirizia; raffinato e voluttuoso il finale su ritorni fruttati e minerali, persino marini.

Insomma due Barolo 2015 che mi hanno pienamente convinto.

E tu? Quali i Barolo 2015 che ti sono piaciuti di più fino ad ora?

ERPACRIFE: un sogno basato sull’amicizia

Abbiamo preso in prestito questo titolo direttamente dai protagonisti, gli autori di Erpacrife, quattro studenti della Scuola Enologica di Alba: quattro compagni di classe che vent’anni fa hanno voluto sperimentare assieme qualcosa di assolutamente nuovo per l’epoca, spumantizzare il nebbiolo; sembrava un azzardo, quasi una “goliardata” fra amici ma il tempo ha dato loro ragione e ad oggi una trentina di aziende producono Nebbiolo Spumante.

ERik, PAolo, CRistian, FEderico (il nome del vino è un acronimo dei loro nomi) ne hanno fatta di strada dalla scuola di Alba; tutti e quattro lavorano nelle aziende di famiglia, chi in Piemonte, chi in Lombardia, dando vita a vini di gran qualità e ben rappresentativi del territorio di provenienza, continuando a produrre il loro nebbiolo spumantizzato, a cui nel corso degli anni, si è aggiunto un Metodo Classico da uve bianche autoctone piemontesi (erbaluce, cortese, moscato bianco, timorasso).

Noi di Vinocondiviso eravamo da tempo curiosi di assaggiare Erpacrife – da sempre prodotto in versione millesimato e non dosato – e abbiamo colto al volo un pranzo organizzato nell’agriturismo il Calice dei Cherubini di Cristian Calatroni (Montecalvo Versiggia, Oltrepò Pavese) ad inizio gennaio 2020, dove abbiamo bevuto l’annata 2014.

Erpacrife nasce da una vigna a 550 metri s.l.m. a Madonna di Como, una frazione di Alba, che poggia su arenarie simili a quelle di Diano, alta densità d’impianto e coltivata a guyot basso: il nebbiolo viene di norma raccolto un mese prima rispetto alla sua versione più nota, in rosso. Dopo la presa di spuma, ad Aprile dell’anno successivo, sosta almeno 48 mesi in bottiglia sui lieviti; dopo la sboccatura altri sei mesi in vetro prima della messa in commercio.

L’annata 2014 è stata la più piovosa degli ultimi cinquant’anni e non ha certamente giovato all’uva (troppa acqua assottiglia la buccia e fa perdere di eleganza) ed è stata molto fredda, ma in questo caso ha regalato un’ottima acidità alla base spumante di nebbiolo, permettendo di mantenere tutta la sua freschezza. Al naso e in bocca la troviamo tutta questa freschezza, in un vino che è rimasto circa cinquanta mesi sui lieviti ed è stato sboccato a luglio 2019; un bel colore rosa intenso, sentori di piccoli frutti rossi, note floreali (viola, rosa) che caratterizzano l’uva di provenienza, una buona sapidità.

L’evento è stato non solo l’occasione di conoscere Erpacrife direttamente da due degli autori ma anche di assaggiare, per ciascuno dei quattro produttori, un loro vino abbinato a piatti della tradizione sia piemontese che oltrepadana: “Campo del Dottore”, Riesling Renano 2018, Calatroni (Cristian), “Stravisan”, Barbera d’Asti 2018, Azienda Stella (Paolo), Barolo Sarmassa Vigna Merenda 2013, Scarzello (Federico) e “Berlet”, Moscato d’Asti 2019, azienda Dogliotti (Erik).

Ps:

  • solo la cucina di mamma Calatroni merita il viaggio nel loro agriturismo con vista vigneti
  • alla presentazione del catalogo del loro distributore per l’Italia abbiamo anche assaggiato Erpacrife 120 mesi ed Erpacrife Bianco: sono proprio bravi, questi ragazzi. 🙂

Alessandra Gianelli
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Ai confini della Borgogna: il Mâconnais dei Bret Brothers & La Soufrandière

La vacanze permettono, quando va bene, di visitare terroir enoici più o meno celebri. E così, anche quest’anno, le ferie natalizie mi hanno permesso di andare a scoprire nuovi terroir vitivinicoli. Oggi ti racconterò dei confini meridionali della Borgogna.

Giochi per bambini con vista sulle vigne
Mâconnais

Ci troviamo nel Mâconnais, territorio che si estende a sud della Côte de Beaune e della Côte Chalonnaise e immediatamente a nord del Beaujolais. Una zona di confine dunque che, con qualche pregiudizio, temevo potesse rappresentare un compromesso al ribasso tra il prestigio della Côte d’Or e la sfrontata spensieratezza del Beaujolais. Mi sbagliavo di grosso, almeno a giudicare dagli splendidi vini e dalla chiarezza di intenti che ho colto presso il domaine che ho scelto di visitare.

Vinzelles

Bret Brothers & La Soufrandière sono due marchi di un’unica proprietà che si trova nel piccolo centro di Vinzelles, vicino a Mâcon. La storia del domaine risale al 1947 quando Jules Bret, medico, acquista il domaine La Soufrandière: un solo ettaro di vigna nella denominazione Pouilly-Vinzelles Climat “Les Quarts”. A quel tempo l’uva veniva conferita alla cooperativa, per Jules La Soufrandière era poco più che una casa di campagna. L’amore per la vigna lo porta però ad estendere poco a poco la proprietà.

Solo negli anni ’90 i nipoti di Jules, Jean-Philippe, Jean-Guillaume et Marc-Antoine, decidono di seguire in prima persona il domaine. Nel 2000 cessano il conferimento delle uve alla cooperativa e nasce La Soufrandière. Nel 2001 viene creata invece Bret Brothers, che distingue, con ammirabile trasparenza, i vini ottenuti da uve di proprietà (La Soufrandière) dai vini di négoce (Bret Brothers), ottenuti cioè da vigne non di proprietà, anche se vendemmiate in prima persona dal domaine.

La Soufrandière

Schematicamente:

Bret Brothers

  • 8 ha gestiti nel Mâconnais e nel Beaujolais (chardonnay, gamay)
  • produzione annua: 50.000 bottiglie
  • 80% delle uve certificate bio o in conversione
  • vendemmie manuali gestite dal domaine, vinificazione con lieviti indigeni, senza zuccheraggio (chaptalisation) o acidificazione
  • fermentazioni e affinamento in inox o barrique usate (dai 7 ai 18 anni)

La Soufrandière

  • 11 ha di proprietà nel Mâconnais (100% chardonnay)
  • produzione annua: 60.000 bottiglie
  • certificazione biologica (AB) e biodinamica (Demeter)
  • vinificazione con lieviti indigeni, senza zuccheraggio o acidificazione
  • fermentazioni e affinamento (11-18 mesi) in inox o barrique usate (dai 7 ai 20 anni!), qualche cuvée in cemento
Les Quarts

Ho avuto modo di guardare da vicino la bella vigna “Les Quarts”, il più bel climat della AOC Pouilly-Vinzelles, con vigne tra i 45 e gli 80 anni di età.

Rapida visita in cantina, funzionale e ben organizzata, con molte barrique non nuove, contenitori in cemento di varie fogge (incluse due uova da vino in cemento), vasche in inox.

Molti i vini in degustazione di entrambi i marchi aziendali, di seguito qualche cenno ai vini assaggiati. Nota bene che, poiché in alcuni casi ho assaggiato da bottiglie senza etichetta, non sempre l’annata in foto corrisponde all’annata riportata nel testo (che è quella corretta a cui far riferimento).

Mâcon-Chardonnay 2018 – Bret Brothers

Vino ottenuto da uve provenienti da una parcella sita nel villaggio di Chardonnay, non lontano da Tournus, a nord di Mâcon. Gli abitanti di Chardonnay sostengono orgogliosamente che sia il loro villaggio ad aver dato il nome al vitigno bianco borgognone per eccellenza. Non è certo a dir la verità, quel che è sicuro è che chardonnay derivi dal latino cardus, dal nome dalla pianta che cresce in particolare sui terreni calcarei, e Chardonnay infatti è un paese che ha abbondanti suoli calcarei. Vino che fermenta ed affina 11 mesi in inox, solo il 10% della massa sosta in legno piccolo. Naso molto sul frutto bianco accompagnato però da un sorso teso e profondo. Vino finto semplice, per me delizioso nella sua gustosa immediatezza. Essenziale.

Pouilly-Loché “La Colonge” 2018 – Bret Brothers

Pouilly-Loché è una delle denominazioni più piccole di tutta la Borgogna. Ottenuto da vigne di 30 anni esposte a est questo vino, vinificato in legno piccolo, esprime grande energia e vigore, con acidità molto marcata ma perfettamente integrata nella materia. Chiusura minerale di grande eleganza. Grintoso.

Mâcon-Vinzelles “Le Clos de Grand-Pére” 2018 – La Soufrandière

Da vecchie vigne (età media di 60 anni) vicino alla proprietà. Vino che affina prevalentemente in inox, delicato e al contempo profondo. Molto giovane, ma decisamente promettente. Arzillo.

Pouilly-Vinzelles 2018 – La Soufrandière

Dalle vigne tra 35 e 50 anni del climat “Les Quarts”, quindi considerate dalla proprietà non ancora degne, vista la (relativa) gioventù, di entrare nel vino che riporta in etichetta il climat. Vino tutto giocato sulla mineralità, la droiture e la sapidità. Raffinato.

Saint-Véran “La Combe Desroches” 2018 – La Soufrandière

Da una parcella, esposta a nord, di 1,5 ha e situata ai piedi della Roche de Vergisson. Vino potente ed energico, appena amaricante in chiusura. Vivace.

Pouilly-Fuissé “En Chatenay” 2017 – La Soufrandière

Unico vino tra i bianchi assaggiati in cui si avverte la presenza del legno, nonostante i legni impiegati siano esausti, come per tutti gli altri vini. Però il sorso racconta anche molto altro: agrumi, sassi, sale…persistenza molto lunga. Da attendere con fiducia.

Pouilly-Vinzelles 2017 “Les Quarts” – La Soufrandière

Ottenuto dalle più vecchie piante di chardonnay del domaine (dai 50 agli 80 anni di età), eccolo il vino degno di chiamarsi “Les Quarts”! Un grande vino che si esprime sul frutto bianco, gli agrumi, i sassi. Il sorso è di un’acidità molto netta eppure il vino risulta equilibrato e godibilissimo. Chiusura sapida entusiasmante. Chapeau!

Chénas “Glou des Bret” 2018 – Bret Brothers

Sconfiniamo in Beaujolais per questo vino ottenuto da macerazione carbonica. Si tratta di un vino da merenda gustoso, molto frutto rosso al naso (fragola), beverino e succoso in bocca. Gioviale.

Beaujolais-Lantignié 2018 – Bret Brothers

Lantignié potrebbe diventare, secondo alcuni progetti, l’11° cru del Beaujolais oltre che la prima AOC totalmente bio. È un vino di una certa complessità, fruttato certo ma stratificato e ficcante. Intrigante.

Julienas “La Bottière” 2018 – Bret Brothers

Gamay inferiore ai due precedenti, anche a causa di qualche insistita nota vegetale. Rimandato.

Questa la carrellata dei vini che ho assaggiato. Come sempre tornerò sui alcuni di questi vini non appena avrò l’occasione di degustare con calma i vini che ho acquistato presso il domaine.

Chiudo con una considerazione personale su cui ti invito a dire la tua nei commenti. I vini bianchi di Borgogna, con le poche ma dovute eccezioni, non sono il mio genere di vino bianco preferito. Trovo che troppo spesso la mano in cantina del produttore sovrasti l’espressività del vino. Legni piccoli, giovani e tostati, il bâtonnage, l’abbondante uso di solforosa…danno vita a vini che troppo spesso trovo inutilmente “conciati”, dolciastri, lattici, con note di polvere da sparo che tendono a prevalere sul resto. Mi è piaciuto scoprire che un’altra Borgogna bianca è possibile.

Quali i tuoi ultimi vini bianchi di Borgogna che ti hanno convinto? Chablis non vale…  😉

Aspettando il 2020… i 5 post più letti di Vinocondiviso nel 2019!

Il 2019 ormai giunge al termine e per molti è un momento di bilanci e di buoni propositi.

Anche noi di Vinocondiviso tiriamo le somme e, augurando a tutti i lettori un 2020 ricco di vini emozionanti e coinvolgenti, elenchiamo i nostri post più letti nel 2019!

Non è una classifica, l’ordine è casuale 😉

La visita da Roberto Conterno è naturalmente un evergreen, nonostante sia di fine 2017 è un post che è stato molto visualizzato nel corso del 2019.

L’approfondimento che abbiamo dedicato ai PIWI, i vitigni resistenti alle principali malattie fungine, ha destato molta curiosità, ne parleremo sicuramente anche il prossimo anno!

Passiamo poi alla Sardegna ed ai vini di Deperu Holler, resoconto di una visita fuori dal comune.

All’Albana di Romagna è dedicato un focus che ha particolarmente stimolato i lettori.

Da ultimo citiamo un post, anche questo non così recente ma piuttosto letto nel 2019, dedicato ai vitigni e ai vini della Savoia.

Se avete suggerimenti o argomenti che vorreste fossero trattati maggiormente l’anno prossimo non siate timidi, usate i commenti al post, prenderemo nota. Promesso!

Gialloditocai, questo vino è un miraggio!

Ti ho già parlato di Vignai da Duline, azienda agricola di San Giovanni al Natisone (UD), che ho avuto la possibilità di visitare qualche anno fa.

Era da un po’ che volevo riassaggiare il loro Gialloditocai, vino visionario ottenuto da un antico biotipo di tocai friulano giallo, dal vigneto Ronco Pitotti. Solo 900 i ceppi da cui si ottiene il Gialloditocai, prodotto in meno di 200 magnum.

Avvistato in enoteca in mescita a bicchiere…non me lo sono fatto sfuggire.

Gialloditocai 2017 – Vignai da Duline

Il vino si presenta con un colore dorato luminoso e vivo, si muove lentamente nell’ampio calice.

Olfatto di grande impatto ma ricco di sfumature aromatiche: fiori di campo, roccia, nespola, delicati effluvi balsamici, frutta secca e un ricamo di noce moscata.

Bocca ampia e glicerica, di grande maturità di frutto ma lo sviluppo del sapore è armonioso e di ottima dinamica. Il calore alcolico è perfettamente integrato nel corpo del vino che risulta sontuoso e potente ma al contempo dinamico ed elegante.

Chiusura su ritorni salmastri dalla persistenza infinita.

Plus: vino bianco strepitoso, riesce a coniugare potenza ed eleganza, vigoria e dettaglio aromatico. La ricchezza del vino è frutto di una raccolta delle uve a perfetta maturazione (fine settembre), dall’affinamento in (un’unica) barrique, dalla permanenza sui lieviti di quasi 12 mesi, da una produzione di uva per ceppo di appena 500 grammi… che il risultato sia un vino così armonico e bilanciato ha del prodigioso, oppure, è “semplicemente” dovuto al mirabile equilibrio raggiunto dai vecchi ceppi di tocai giallo recuperati da Vignai da Duline.

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