Cucina giapponese e vini…a Milano

Oggi ho il piacere di raccontarti di una serata conviviale trascorsa a Milano, nel nuovo ristorante giapponese Ichikawa. La particolarità del ristorante, oltre naturalmente alla presenza del maestro Haruo Ichikawa in persona, è che si può mangiare unicamente secondo la formula omakase: un percorso di degustazione che cambia secondo l’estro e le materie prime a disposizione dello chef.

Naturalmente non potevano mancare i vini!

Gli champagne:

Champagne Brut Cuvée Fleuron 2008 – Pierre Gimonnet

Champagne Brut 2008 – Lallier

Champagne Extra-Brut Les Grillons 2011 – André Robert

Champagne Nature Violaine 2010 – Benoit Lahaye

Champagne Nature Rosé Zero – Tarlant

Champagne Extra-Brut Rosé de Saignée – Laherte Frères

Sugli scudi i due rosé di Tarlant e Laherte: il primo è uno champagne rosé molto fine al naso, di grande mineralità e suadenza (calcare, lampone, fiori secchi) con un incedere in bocca acido e profondo, ma la materia integra bene l’abbondante freschezza lasciando il cavo orale piacevolmente saporito e terso; il secondo è invece uno champagne più carico, a partire dal colore più scuro, per continuare con un olfatto maturo e ferroso di grande fascino, il sorso è di contro estremamente soave, con perlage molto elegante e delicato e allungo cremoso e carezzevole. Sul podio anche un sorprendente Lallier che, nel millesimo 2008, sforna uno champagne di grande carattere, che piacerà a chi non disdegna un tocco ossidativo ed una chiusura di leggera astringenza, salatissima e profonda.

I vini bianchi:

Anjou Bastingage 2016 – Clos de l’Élu

Muscadet Sèvre et Maine Gorges 2014 – La Pépière

Sancerre Clos La Néore 2015 – Vatan

Chablis 1er cru La Forest 2007 – Dauvissat

Batteria “vinta”, inaspettatamente, dal Muscadet de La Pépière, vino di una mineralità chiara stupefacente che fende il cavo orale agile ma ineluttabile, ficcante e profondo, per chiudere su pregevoli ritorni marini. Ottimo anche lo Chablis di Dauvissat che sembra però all’apice e più che soddisfacente il Clos La Néore di Vatan che, pur non toccando le vette di alcuni millesimi indimenticabili, mostra anche in quest’annata il suo carattere essenziale e minuto, tenace ed autorevole.

I vini dolci:

Riesling Mosel Auslese Wehlener Sonnenuhr 2010 – Joh. Jos. Prüm

Buca delle Canne 2006 – La Stoppa

Due vini diversissimi tra loro ma di grande pregio. Il riesling di Prüm è un fuoriclasse che alterna note dolci di spezie e frutta matura a note più aspre di agrumi e vegetali. Il sorso è meraviglioso: delicato e saporito, freschissimo, tutto giocato sugli agrumi e il sale. Il Buca delle Canne, prodotto in rare annate da La Stoppa, da acini di semillon colpiti da Botrytis cinerea, è un vino dal portamento maturo e morbido: fichi, datteri, zafferano, agrumi e zenzero…accompagnano il vino che risulta concentrato nel sapore e carezzevole nella chiusura.

L’Oltrepò enogastronomico in prima linea per beneficenza

L’enogastronomia diventa sempre più spesso un’occasione per supportare attività benefiche. Con piacere noi di Vinocondiviso abbiamo partecipato, insieme a 100 altri invitati, alla cena di fine estate organizzata presso l’Hosteria La Cave Cantù di Casteggio. Tre chef – Damiano Dorati, dello stesso ristorante che ha ospitato l’evento, Antonio Danise, del ristorante Villa Necchi, e Rigels Tepshi, del ristorante Ottocentodieci – si sono alternati nella preparazione di piatti abbinati ai vini di note aziende dell’Oltrepò: Monsupello, Marchesi di Montalto, Conte Vistarino e Cà del Gé. Tutti con finalità benefiche. 

Lo ha spiegato in occasione della serata la dottoressa Patrizia Comoli del reparto di Oncoematologia Pediatrica del Policlinico San Matteo di Pavia, diretto dal Dott. Marco Zecca: “Il ricavato della cena sosterrà un programma di trattamento anticancro e antivirale. Si tratta di terapie cellulari personalizzate atte a prevenire la ricaduta leucemica e gravi patologie virali nei piccoli pazienti che ricevono un trapianto di cellule staminali. I contributi di iniziative benefiche come questa consentono di continuare nella ricerca, aprendo nuovi orizzonti terapeutici”.

Alessandra Gianelli
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I vini di Céline Jacquet, produttore emergente della Savoia

La Savoia è forse il territorio francese meno frequentato dagli appassionati di vino italiani.

Su Vinocondiviso, controcorrente, ti parlo invece spesso della Savoia e dei suoi vini. Oltre tre anni fa pubblicavo, ad esempio, questo post in cui si raccontava delle caratteristiche e tipologie di vini della Savoia: Vitigni autoctoni e biodinamica in Savoia.

Complici i prezzi stratosferici delle regioni più celebrate di Francia, Borgogna in primis, noto con piacere che da qualche tempo i distributori più attenti stanno inserendo in catalogo sempre più vini di regioni francesi meno “classiche”: Jura, Sud-Ovest, Corsica ed anche Savoia…

Oggi ti parlo di un’azienda emergente che in Francia si è già fatta notare da critica e consumatori: il domaine Céline Jacquet.

Domaine Céline Jacquet

L’azienda nasce nel 2011, con soli 0,45 ettari di vigna! Céline Jacquet – appena diplomata in enologia a Grenoble – si installa ad Arbin nella Combe de Savoie, la valle che da Chambery si inerpica verso Albertville e le stazioni sciistiche.

Le vigne più belle sono quelle esposte a sud sui lati della valle: vigne ripide e scoscese, scaldate dal sole di giorno ma che beneficiano di un microclima asciutto e caratterizzato da notevoli escursioni termiche giorno/notte.

Jacquère, altesse, roussanne e mondeuse sono i vitigni dai quali Céline Jacquet ottiene vini di grande finezza, fruttati, croccanti e saporiti, dal moderato tenore alcolico (circa 12%).

Sono andato sul posto ad assaggiare i vini del domaine. Dal 2011 ne è stata fatta di strada! Gli ettari di vigna sono diventati 4 e finalmente il numero di bottiglie disponibili ha permesso all’azienda di farsi conoscere anche fuori dalla regione.

L’azienda non è ancora in regime biologico ma l’obiettivo è a portata di mano. In cantina gli interventi sono minimi, le fermentazioni avvengono con lieviti indigeni e contenuta solfitazione all’imbottigliamento.

Céline Jacquet, gamma in assaggio

Di seguito qualche impressione sui vini assaggiati, con la promessa di note più dettagliate quando potrò degustare con calma i vini acquistati sul posto:

Roussette de Savoie 2017: vino delicato ed esile, ma gustoso, citrino e dissetante. Intrigante per il finale salino e profondo. Le roussette della Savoia, nelle migliori versioni, peraltro regalano un’insospettabile capacità di evoluzione in bottiglia.

Mondeuse St Jean de la Porte “les Echalats” 2018: il vino che mi ha convinto di meno, molto compresso al naso, vinoso e fruttato. L’annata è recentissima, ha bisogno di più tempo per distendersi e tirar fuori un ventaglio aromatico più articolato.

Mondeuse Arbin 2016: un’interpretazione della mondeuse agile e beverina, scorrevole ma senza rinunciare alle spezie e alla verve acida del vitigno.

Mondeuse Arbin “Mes Aïeux” 2016: anche qui siamo di fronte ad una mondeuse scorrevole e spigliata. Il naso è però mobile e articolato: frutta rossa, violetta, pepe, mineralità soffusa…Anche il sorso è sapido e profondo, con acidità vigorosa ma ben integrata.

Non ho potuto assaggiare, perché esauriti da tempo, lo Chignin 2018 (jacquère) e lo Chignin-Bergeron 2017 (roussanne).

Spero di averti fatto venir voglia di assaggiare qualche vino della Savoia. I vini del domaine Céline Jacquet sono da poco distribuiti in Italia da L’Etiquette.

PIWI: eleganti, piacevoli, sostenibili

All’Ombra del Borgo, evento organizzato da Vinoway e Pro Loco Zumellese lo scorso weekend a Mel, nel cuore delle colline bellunesi, è stata dedicata una masterclass sui vitigni PIWI e una degustazione di vini ottenuti da queste varietà.

Noi di Vinocondiviso abbiamo parlato spesso di questi vitigni resistenti alle principali malattie fungine (PIWI è l’acronimo in tedesco) e continueremo a farlo. Speriamo soprattutto di poter proseguire a sottolinearne la versatilità e i costanti miglioramenti in termini di piacevolezza, eleganza e capacità di invecchiamento.

Già, perché prima di tutto quello che ci ha colpito di questi vitigni è il fantastico binomio: sostenibilità e qualità.

Nati in Germania, ben si adattano ai climi più freschi dell’alta collina e non a caso li troviamo principalmente in Alto Adige. Ma da alcuni anni i Vivai Rauscedo stanno dedicandosi alla selezione di vitigni resistenti che possano essere coltivati anche in zone più calde.

I vini in assaggio

Durante la masterclass abbiamo iniziato da due metodi charmat da Solaris (aziende Croda Rossa e Dorgnan) per arrivare al passito di Bronner di Werner Morandell di Lieselehof, passando per l’orange wine di Alessandro Sala di Nove Lune e assaggiando i due rossi di Terre di Ger.

Julian Morandell con il suo passito Sweet Claire

La grande sorpresa è stato Filippo de Martin, un ettaro di vigna tra Solaris e Bronner, 3.000 bottiglie, due etichette. Alla domanda, qualche giorno dopo, su Messenger: “PIWI, perché?” la risposta è stata quasi ovvia: “Perché mi permettono di esser super biologico e di produrre vino buono”. Vinificazione il meno invasiva possibile, macerazioni a freddo, uso di lieviti neutri in modo da preservare il più possibile le caratteristiche organolettiche del vitigno, utilizzo di solfiti limitato alla pressatura e al pre imbottigliamento in dosi minime.

Stiamo degustando le sue prime bottiglie, ma c’è grande “stoffa”, sia nel suo Bronner (con un saldo di Solaris… “perché dovevo riempire la vasca”) che nel suo Solaris in purezza, che a noi di Vinocondiviso ha ricordato il Vino del Passo di Lieselehof, il primo PIWI mai assaggiato, quello che non scorderai mai, ottenuto da una vigna a 1.250 m sul passo della Mendola, in Alto Adige.

Last but not least, non possiamo non citare il Vin de la Neu, di Nicola Biasi, 1.000 metri di vigna a 1.000 metri di altezza, 100% Johanniter, un anno di affinamento in barrique e un ulteriore anno in bottiglia. C’è eleganza in tutto: nei profumi, nel grande equilibrio tra acidità e morbidezza, nella sua persistenza in bocca, nell’etichetta (che riprende le vette di montagna trentine) fino al tappo, dov’è riprodotto un fiocco di neve. Vi ritroviamo il fascino dei vini di montagna e l’abbagliante luce della neve.

Vin de la Neu

P.S.: vale sempre la pena sottolineare come i vitigni PIWI non sono OGM! Sono incroci, come Kerner, il Muller Thurgau, Incrocio Manzoni… Per ulteriori approfondimenti consigliamo di partire da questo link.

Alessandra Gianelli
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Deperu Holler: vini, chiacchiere e merenda!

Andrea ci invia il resoconto di una bella visita presso l’azienda Deperu Holler. Ne avevamo parlato già grazie al bel post di Chiara, ma replichiamo volentieri!

Un’esperienza da fare: una visita con merenda da Carlo Deperu.

Capito un lunedì pomeriggio. Con solo due ore di preavviso. Carlo mi accoglie come un amico, andiamo in vigna con la cantina in mezzo, posto splendido, e lui chiede a Tatiana, sua moglie, qualcosa che non capisco ma capirò dopo…

In cantina assaggiamo da vasca il Prama Dorada 2018, 70% vermentino non macerato, moscato e malvasia macerati ed uniti alla massa del vermentino svinato. Vino “sveglio”, intenso, lievi note ossidative, bella cremosità. Dopo un assaggio di un vermentino fatto con uve di un suo amico, fresco ma un filo amaro, apriamo una bottiglia di Fria 2018, vermentino in purezza macerato 24 ore sulle bucce. Bel vino che spiega bene che il vermentino può essere ben diverso dal succo di ananas e mango che domina la Gallura e non solo. Floreale, sapido, pesche bianche…

Nel frattempo arriva Tatiana che annuncia di aver apparecchiato sul tavolo sotto la quercia, andiamo e troviamo vino, pecorino, favette, asparagi selvatici, pane carasau. Casualmente in macchina avevo una borsa frigo con una bottiglia di Champagne carte d’or di Pascal Mazet di sboccatura vecchiotta e un salame artigianale sardo. Apriamo tutto e comincia una merenda che si protrarrà dalle 17 alle 21. Arriva anche una famiglia tedesca di amici di Carlo. Apriamo anche il Familia 2017 (da uve muristellu o bovale sardo) bello fruttato, fresco, asciutto, beva “elettrica”.

Si mangia, si beve, si chiacchiera multilingua.

Queste sono le visite che amo!

Andrea D’Agostino

Degustazione estiva tra amici: Sidro, Champagne, Chablis, Loira …

Le calde giornate estive mettono alla prova anche il più incallito dei degustatori. Ecco allora che pur non perdere la buona abitudine di degustare si mettono sul tavolo, rigorosamente alla cieca, bottiglie fresche, spesso frizzanti, che possano refrigerare anima e corpo dei bevitori. Se poi la location è un terrazzo estivo di un locale fuori città…

Di seguito il resoconto di una di queste serate estive all’insegna del buon bere.

Cidre Cornouaille AOP – Manoir du Kinkiz

Poiré Granit 2017 – Eric Bordelet

Due sidro molto diversi. Il sidro di mele di Manoir du Kinkiz è un classico sidro di mele bretone, intenso e succoso, con un piacevole finale dolce/amaro. Più elegante il sidro di pere di Eric Bordelet, celebre produttore della Normandia, dall’olfatto delicatamente fruttato e dalla dinamica sottile e persino minerale.

Chablis premier cru Séchet 2011 – Dauvissat

Naso decisamente fine di gesso e menta, mare e pietra, con un tocco di leggera affumicatura. Bocca non particolarmente stratificata, come era lecito attendersi dal difficile millesimo, ma di grande equilibrio tra acidità e note burrose. Chiude su ritorni marini di media persistenza.

Champagne g.c. La Chapelle du Clos Brut 2012 – Cazals

Naso di grande classe tra sbuffi di agrumi e toni affumicato, gesso e spezie. Secco e dritto in bocca, con un perlage sottile che solletica il palato e un’acidità ben presente che allunga il sorso. Manca forse un po’ di intensità e nerbo in chiusura, ma si beve benissimo.

Champagne premier cru Le Cran 2008 – Bereche

Primo naso un po’ vinoso, poi torrefazione e frutto giallo maturo. In bocca dà il meglio di sé, con materia e volume, sapidità e freschezza che vanno a braccetto e si rincorrono fino a terminare in una chiusura citrina, profonda e lunghissima.

La Porte Saint Jean Six Roses 2017 – Sylvain Dittière

Il vino è un PetNat (rifermentato in bottiglia con metodo ancestrale) ottenuto da chenin, cabernet franc e sauvignon blanc. Colore rosato chiaro e naso divertente di fragoline, sambuco, rose ed un tocco fumè. Bollicina sottile, non particolarmente persistente, ma il vino è molto piacevole anche al sorso, che risulta sapido e molto guidato dall’acidità, la pennellata vinosa in chiusura è misurata e non toglie profondità al vino.

Pinot Nero Metodo Classico 2006 – Pietro Torti

Oltre 120 mesi sui lieviti per questo Metodo Classico dell’Oltrepò Pavese che ha avuto l’ardire di confrontarsi con tante bollicine d’Oltralpe. Bevuto alla cieca non sfigura, in particolare a livello olfattivo le note fruttata del pinot nero, qualche spezia in formazione e una controllata ossidazione non permettono di identificare immediatamente la bolla come italica. La dinamica in bocca risulta piuttosto semplice, la beva è scorrevole ma non così articolata come si aspetta da un vino di lungo affinamento. Chiude leggermente vegetale ma con ottima sapidità.

Fiano di Avellino 2016 – Pietracupa

Naso da attendere senza fretta, appena versato è compresso su note di frutta bianca, nocciola, leggera affumicatura. Il vino risulta giovanissimo anche in bocca, che però risulta molto promettente, sapida e con un leggero tannino. Chiude succoso.

Argile Blanc 2017 – Domaine des Ardoisieres

Chardonnay, jacquère e mondeuse blanche per questo vino della Savoia molto delicato ed elegante. Olfatto floreale e minerale, ma anche fruttato (mela). Dinamica in bocca guidata da un’acidità ficcante ma per nulla aggressiva, il vino è agile ma non banale con un finale sapido e di ottima profondità.

Vouvray Les Enfers Tranquilles 2016 – Michel Autran

Ecco il vino che mi ha totalmente stregato, inatteso anche perché poco conosciuto (benché bevendo alla cieca questo non conta poi molto). Un naso mutevole, intenso e definito di fiori bianchi, arancia, polline, mare…bocca altrettanto dinamica, secca e fresca, saporita e stratificata. Persistenza molto lunga su ritorni di mare e roccia.

Franken Homburg Kallmuth Asphodill Silvaner GG 2009 – Fürst Löwenstein

Vino che non mi ha lasciato molti ricordi, il più dimenticabile della serata, in un’annata probabilmente non felice. Non che avesse problemi particolare, ma ho ricordi molto migliori di altri millesimi di questo stesso vino.

Gattinara 2006 – Antoniolo

Vino (o più probabilmente bottiglia) che sembra essere in leggero declino. Frutto rosso maturo al naso, poi foglie secche e sangue. Bocca dal tannino smussato, finale sapido ma senza il grip che ti aspetteresti da un grande Gattinara.

Champagne Brut Prestige 1998 – Tarlant

Degna chiusura questo champagne evoluto al punto giusto, dal naso di sottobosco, fungo, scorza di agrumi, tamarindo. Grande beva e compiutezza in bocca, chiusura sapida e lunga.

Reggio Emilia tra lambrusco e spergola: alla scoperta dei rifermentati di qualità

Basta salire un poco sulle cime delle morbide colline reggiane per farsi un’idea di questo territorio e della sua gente. Dal prato antistante al castello di Rossena si gode di una vista che è una medicina per la mente. Le colline che ci circondano sono un alternarsi di boschetti selvaggi, grandi distese di campi punteggiati da numerose rotoballe e naturalmente rigogliosi filari di vite. In alcuni punti invece i calanchi sembrano ferire i fianchi dei colli; con il loro aspetto così aspro mostrano il volto più complesso e delicato del territorio che, con le piogge dell’ultimo mese ha visto diverse frane lacerare le vie di comunicazione. Da questo privilegiato punto di osservazione sembra di assistere ad un brulicare operoso: in apparenza tutto è calmo e sereno, si sente solo il frenetico frinire delle cicale ed il vento tra le chiome delle grandi querce, ma è un continuo movimento. Questa terra ed i suoi allevamenti non danno tregua ad agricoltori ed artigiani; le colline sono lavorate con incessante impegno, senza badare alle domeniche o ai giorni di festa.

Lo scopo del mio tour per queste colline è riscoprire il lambrusco della tradizione ed i rifermentati di qualità. Il mio Cicerone è Giulia, una cara amica, reggiana DOC. Ci svegliamo di buonora per prepararci al meglio alle visite in cantina, nella cucina inondata dalla luce di luglio, partiamo con la tipica colazione reggiana: l’erbazzone. Una sorta di torta salata a base di erbette e Parmigiano, ogni famiglia di Reggio Emilia ha la sua ricetta o il suo fornitore di fiducia, non può mai mancare. Ci mettiamo in movimento e per le strade incontriamo poca gente, chi può ha abbandonato la città per trovare refrigerio. Reggio Emilia è un continuum con la campagna piana che la circonda, enormi distese presidiate da grandi casali. In uno di questi poderi ci aspetta Denny Bini di Podere Cipolla, piccola cantina alle porte della città. Scendiamo dall’auto e ci immergiamo subito nello spirito gioioso in cui nascono i suoi prodotti. La grande corte interna è addobbata da lampadine appese a cavi che, fissati ai tetti, attraversano da una parte all’altra il cortile. Facile immaginarsi gioiose feste d’estate sotto queste luci, tra risate, musica e grandi taglieri pieni delle delizie tipiche del luogo: il parmigiano, il prosciutto, i ciccioli, lo gnocco fritto… ovviamente il tutto innaffiato da tanto lambrusco.

Denny ci tiene a mostrare subito le vigne, così saliamo sulla sua auto e ci facciamo condurre in campo. Sono le ore centrali del mattino ed il sole batte già senza pietà. Il produttore non si risparmia, palpo a palmo ci accompagna tra i filari spiegandoci con cura le caratteristiche di tutte le varietà che coltiva. Su tutti i lambruschi: Grasparossa, Salamino, Sorbara, Maestri. Poi Malbo Gentile, che ci rivela essere la sua vera ossessione. Infine i bianchi: Spergola, Malvasia e Trebbiano.

Con infinita delicatezza Denny scosta le foglie di vite e prende i grappoli tra le mani per mostrarceli; sembra conoscerli uno ad uno e forse non è solo un’impressione. Le vigne di Denny si possono dividere su due diverse tipologie di terreni. Una parte, ai piedi della piccola collina, con terreni costituiti di limo e sabbia, dove le viti affondano le radici e producono vini di maggior acidità e meno struttura. Una seconda parte qualche metro più su, dove aumenta la componente di argilla ed i vini guadagnano in corpo.

Rientriamo in cantina con il sole ormai altissimo, all’interno del casale ritroviamo un po’ di frescura e mentre ancora gli occhi si abituano al calo di luce, Denny ha già posizionato sul tavolo, al centro della cantina, una grossa punta di Parmigiano Reggiano che trasuda di sapore e fa salire l’acquolina in bocca.

Come al solito il vino ha il potere di avvicinare persone che pochi minuti prima non si conoscevano, così il chiacchiericcio diventa talmente inteso che fatico quasi a farmi raccontare i vini, mi tocca fare la figura della prima della classe che, taccuino alla mano, chiede delucidazioni al professore.

Partiamo con il bianco di Podere Cipolla, Levante 90 – 2018, spergola e malvasia. Le uve sono raccolte e vinificate insieme, con un giorno di macerazione. Il naso si esprime con la parte più vegetale della spergola, profumo di pompelmo ed aroma di geranio. Una piccola sensazione casearia si perde dopo pochi minuti e lascia spazio a sentori di albicocca ed erbe mediterranee. Filo conduttore di questi vini è la piacevole anidride carbonica, sempre fine e delicata. L’acidità è rinfrescante, ben presente, così come l’alcol che scende in gola e si fa balsamico.

Denny, molto pacato, aspetta le mie domande a cui risponde con grande competenza. Quando i calici si svuotano, silenziosamente si alza per andare a recuperare la bottiglia successiva.

È il Lambrusco rosato: Sorbara, Grasparossa e Malbo. Rosa dei venti 2018. Un bellissimo colore rosa pompelmo che si ottiene senza macerazione. L’impatto iniziale è di lievito, poi arrivano le note di melograno, pompelmo rosa (sì anche al naso), caffè verde ed infine un curioso sentore di tostatura. Interrogo il vignaiolo e mi rivela che si sviluppa solo in seguito alla fermentazione, quindi imputabile ai lieviti indigeni. Il sorso chiude con il finale amaricante del Grasparossa. La punta di Parmigiano Reggiano si è già ridotta un po’ ma gli aspetta il colpo di grazia: se ci sono due cose che vanno davvero d’accordo sono questo formaggio ed il Lambrusco Ponente 270 – 2018 di Podere Cipolla. Viene prodotto dall’uvaggio di tutte le tipologie di Lambrusco coltivate, come vuole la tradizione del Lambrusco Reggiano, tra queste uve anche l’autoctono montericco (vitigno che prende il nome da uno dei colli del luogo su cui cresce in abbondanza). Apre potente il sentore della marasca, poi mora ed infine stupisce il cacao. Ritrovo ancora il sentore di tostatura; mi piace pensare sia la firma del produttore sui suoi vini.

Continuo la mia ricerca dei vini reggiani di qualità e mi dirigo verso la culla del Parmigiano Reggiano (o con un pizzico di tono provocatorio dei locali: il Reggiano Parmigiano). Tra San Polo d’Enza e Bibbiano. In questa pianura alluvionale visitiamo Podere Magia. Conduce vigna e cantina Stefano Pescarmona, formatosi enologicamente nella regione di Banyuls, nel sud della Francia, ed ora guida con maestria i suoi tre ettari di vigne. Qui la vera magia è quella di viti e frutti coccolati con cura maniacale, l’obiettivo è portare in cantina uve perfette; infatti, solo queste attenzioni permetteranno di produrre vini senza ricorrere ad alcun supporto chimico e senza l’addizione di solfiti. Camminando lungo i filari Stefano identifica a colpo d’occhio un quadrifoglio confuso in mezzo alla vegetazione, lo coglie e ce lo regala; questa per me è la piena dimostrazione di quanto i suoi occhi siano allenati a cogliere i dettagli della natura.

La produzione di Podere Magia è ristretta, degustiamo una delle etichette 2018; il rifermentato in bottiglia di spergola e trebbiano. Il cielo un po’ velato ci permette di accomodarci al tavolo posizionato al centro del cortile, davanti alla cantina, senza riparo dal sole. Arriva l’immancabile tagliere di salumi e formaggio.

Il naso di questo vino è erbaceo, sa di erba tagliata, poi timidamente si affaccia il profumo più dolce di zucchero ed un sentore che mi stupisce: quello della nocciola. Sicuramente un vino che si esprimerà al meglio con un anno di bottiglia in più, ma la piacevolezza all’assaggio è già grande.

Questa prima spedizione alla riscoperta del lambrusco e dei rifermentati di qualità non ha deluso le aspettative.  Questi produttori hanno fatto la scelta di abbandonare praticità e risparmio del metodo charmat, per ritornare alle origini con la rifermentazione in bottiglia. Il mio naso ha così dimenticato aromi posticci di scontati frutti rossi ed il palato si è gratificato con un’anidride carbonica più fine e cremosa. Le espressioni di questi vini sono variegate e non appiattite sui gusti standardizzati a cui il mercato si è assuefatto. Sono vini vivi (qui cito Stefano), mai uguali a sé stessi e da reinventare ad ogni vendemmia, in cui anche lo stile del produttore/artigiano è fondamentale.

Chiara EM Barlassina
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