Salino bianco 2019, un vino appartato nell’entroterra ligure

Qualche settimana fa ti raccontavo di un produttore artigiano, poco conosciuto, che se ne sta appartato nell’entroterra ligure, nell’Alta Valle del Vara.

In accompagnamento alle trofie al pesto ho deciso di stappare il vino bianco dell’azienda La Casetta, per raccontarlo con qualche dettaglio in più rispetto al veloce assaggio fatto in azienda.

Liguria di Levante Bianco IGT “Salino” 2019 – La Casetta

Albarola con saldo sauvignon per questo vino giallo paglierino con qualche riflesso ramato.

Naso molto particolare, aromatico, sa di salvia e rosmarino, agrumi (mandarino, scorza d’arancia), fiori dolci che ricordano il gelsomino, melone bianco, confetto…

Il liquido si muove agile e leggero, la prima sensazione è di suadente morbidezza, rintuzzata poi da delicati sentori agrumati che perdurano anche in chiusura di bocca.

Chiude decisamente sapido.

Minus: la sensazioni aromatiche al naso e la morbidezza del sorso danno un’impronta piaciona che non torna con l’indole “garagista” del produttore.

Plus: il vino è però delicato e per nulla stucchevole, la scia sapido-agrumata in chiusura ne lascia un bel ricordo.

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Questo vino non esiste (ancora)

A noi di Vinocondiviso, nomen omen, piace condividere bottiglie, degustazioni, libri sul mondo del vino, cene, racconti di viaggi enoici… insomma ci muove da sempre uno spirito compartecipativo.

Per questo vogliamo raccontarvi di “Questo vino non esiste”, un’iniziativa di crowdfunding così vicina, appunto, alla nostra idea di condivisione.

Questo vino non esiste

Proviamo a sintetizzarvelo: siamo in una piccola zona dell’Appennino, fra Piemonte e Liguria, la Val Borbera, più abitanti a quattro zampe che umani.
In questa valle spopolata, stretta su se stessa, la conservazione di specie vegetali quasi endemiche è un diritto che la Natura, talvolta, si riserva; fra queste anche una ventina di vitigni che i due vignaioli, Maurizio Carucci, azienda Barban e Andrea Tacchella di Nebraie, hanno fatto analizzare all’ampelografo Stefano Raimondi, preziosa risorsa per i Colli Tortonesi.

Tra i vitigni analizzati quello che più ha destato interesse è stato il muetto, un’uva rossa semiaromatica, abbastanza scarica di tannini e colore, da cui si potrebbe ottenere un vino leggero, fruttato, un vino da strabere.
Perché abbiamo scritto “si potrebbe ottenere?”. Perché, finché un’uva non è iscritta nel registro delle varietà viticole, non può essere utilizzata per produrre del vino.
Perché registrare e provare a vinificare proprio muetto? Perché è patrimonio di quella valle, è specchio e anima di quei sentieri della libertà così carichi di vita, storia, resistenza.

Ecco il link con i dettagli per partecipare e un video che racchiude questo sogno: Questo vino non esiste.

Alessandra Gianelli
Facebook: @alessandra.gianelli
Instagram: @alessandra.gianelli

Terrazzi Alti, il nebbiolo di montagna della Valtellina

Quanto mi piace il nebbiolo quando sale in montagna, verso territori in cui il profilo muscoloso e stratificato di Langa si affina e si slancia, senza perdere complessità ed eleganza. Uno di questi territori è senz’altro la Valtellina, zona in cui viticoltura e paesaggio vanno a braccetto. Non a caso persino l’Unesco ha riconosciuto l’arte valtellinese dei muretti a secco come Patrimonio Immateriale dell’Umanità.

Tutto questo mi veniva in mente assaggiando l’azzeccatissimo Sassella di Terrazzi Alti di Siro Buzzetti.

Valtellina Superiore Sassella 2016 – Terrazzi Alti

Vino accattivante fin dal colore: granato trasparente di grande lucentezza.

All’olfatto si offre estroverso e goloso di lamponi maturi, rose rosse, foglie secche ed un misto di sentori floreali e speziati che fa pensare ad un pot-pourri. Il tutto avvolto da una coltre minerale molto elegante.

Sorso stretto in ingresso, nessuna concessione a facili morbidezze, l’acidità rinfrescante accompagna lo sviluppo, senza strappi, del sapore. La dinamica in bocca è caratterizzata dalla freschezza in ingresso e dal tannino, fitto, fine e saporito, in chiusura.

Dopo la deglutizione, per molti secondi aromi di fruttini rossi e sale accarezzano il cavo orale.

Plus: vino che mostra il suo carattere montagnino e “tutto fibra” senza però esserne prigioniero, un tocco di frutto goloso rende infatti il vino piacevolissimo ed equilibrato.

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Un Blanc de Blancs di razza

Da oggi Vinocondiviso si arricchisce dei contributi di Gregorio Mulazzani, grande esperto e fan di Champagne! Ti racconterà quindi soprattutto di bollicine, francesi ma non solo. Questo è il suo primo post
Benvenuto Gregorio, il Signore delle Bolle!

Ci troviamo a Cramant, a pochi km da Reims, zona Grand Cru per lo chardonnay e dove vengono quindi prodotti i più grandi Champagne Blanc de Blancs. Qui ha la propria sede Diebolt Vallois, antica azienda familiare che coltiva vigne sin dal XV secolo!

Champagne Brut Fleur de Passion 2008 – Diebolt-Vallois  

Il Fleur de Passion è la cuvee di punta della maison, 100% Grand Cru chardonnay da vecchie vigne (anche di più di 60 anni di età), tutte nel comune di Cramant.

Fermentazione in barrique, senza filtrazione né malolattica svolta, poco dosato, circa 4gr/litro di zucchero residuo (quindi acidità molto alta, per chi piace il genere, e con ottime prospettive di invecchiamento).

Ancorché giovanissimo (abbiamo assaggiato la versione 2008, grandissima annata, immessa sul mercato nel 2018), Fleur de Passion è uno Champagne che va aspettato almeno 5 anni dalla messa in commercio per esprimere tutto il suo potenziale. Questo 2008 che abbiamo nel calice al naso, profondissimo, è già un tripudio di mineralità bianca con gesso e calcare in primo piano, agrumi gialli e anice. In bocca scalpita un’acidità elettrica e graffiante, la materia sotto si fa sentire prepotentemente invadendo il palato.

L’abbinamento con un italianissimo caviale e del sushi d’autore esalta il tutto.

Indimenticabile ma da dimenticare in cantina per qualche anno, peccato che, di questa annata, ahimé ormai non si trovi più nulla ma, qualsiasi Fleur de Passion troviate (a brevissimo in commercio la 2012), sarà sempre una grande bevuta!

Gregorio Mulazzani
Facebook: @gregorio.mulazzani

La sorprendente longevità del Nero d’Avola di Gulfi

Gulfi è un’azienda che da sempre punta sul nero d’Avola, dedicandosi con cura a ben quattro cru dedicati a questo vitigno. Le vigne di nero d’Avola si trovano nelle contrade più vocate di Pachino.

Non mi era ancora mai capitato di assaggiare un nero d’Avola in purezza di quasi vent’anni e devo dire che mi ha sorpreso molto piacevolmente!

Nero d’Avola Neromàccarj 2001 – Gulfi

A quasi vent’anni dalla vendemmia il vino si presenta ancora rosso rubino, appena granato sull’unghia.

Olfatto posato e quieto, ma non certo inespressivo! Anzi, uno ad uno, ai sentori di frutta scura in apertura (prugna, ribes nero), si affiancano geranio e sottobosco, e poi, ancora, cuoio, tapenade e moca.

Bocca quasi cremosa, con il tannino splendidamente affusolato dal tempo e un’acidità agrumata che sostiene il sorso e dà equilibrio al tenore alcolico.

Chiude lungo su ritorni floreali e salmastri.

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Le sfumature del nebbiolo a Fermento Milano

Domenica 11 ottobre 2020 si è tenuta – nell’ambito dell’evento Fermento Milano – un’interessante masterclass sul nebbiolo. Finalità della degustazione era quella di accompagnare i presenti alla scoperta delle sfumature che il nebbiolo assume nei suoi tradizionali terroir di riferimento.

Salone degli Affreschi – Chiostri di S. Barnaba

La cornice della masterclass, come si dice sempre in questi casi, era splendida. Ma stavolta è vero! La degustazione si è svolta nello stupefacente Salone degli Affreschi dei Chiostri di S. Barnaba.

Ecco i vini che abbiamo assaggiato con le nostre personalissime impressioni:

Spanna Runcà 2016 – Valle Roncati

Bellissimo colore granato chiaro, screziato da vivaci lampi rubino. Naso semplice ma ricamato: ribes, fragoline ed una nota ematica di contorno. Bocca magra dalla spiccata acidità, tannini fini ma ben presenti e calore alcolico che scappa un po’ via in chiusura. Migliora molto nel bicchiere.

Valle d’Aosta Nebbiolo Sommet 2017 – Les Crêtes

Rosso rubino chiaro, frutta dolce (confettura di lamponi) e fiori appassiti appena versato, poi si susseguono corteccia, pepe bianco, propoli, mineralità chiara. Sorso agile e goloso, di grande armonia nelle sue componenti con un’acidità perfettamente fusa nel corpo del vino. Chiusura di ottima persistenza su ritorni floreali e di sale.

Valtellina Superiore Sassella Le Tense 2017 – Nino Negri

Granato. Olfatto non immediato che sprigiona con l’ossigenazione ciliegia e liquirizia, oltre ad una nota che ricorda il caffè verde e la salvia. Bocca rapida nello sviluppo, ma tersa e caratterizzata da un tannino giovanile ed esuberante in chiusura.

Vino Rosso 1703 – Togni Rebaioli

Nebbiolo della Val Camonica che si presenta in veste rubino chiaro. Naso estremamente accattivante e mutevole: rose rosse fresche e arancia, anguria e lamponi, un tocco di pepe bianco… Sorso verticale e profondo, governato da un’acidità pronunciata. Saporito e, direi, dissetante. Profilo essenziale e magnetico.

Colli del Limbara Nebbiolo Kabaradis 2016 – Depperu

Nebbiolo che in Sardegna acquisisce un profilo tutto suo. Foglie e fiori appassiti, prugna, carne, macchia mediterranea e spezie caratterizzano l’olfatto del vino, che si offre intrigante ed estroverso. La bocca è di buon volume, il sorso riempie il cavo orale in larghezza con alcol sotto controllo, la progressione è però supportata da ottima acidità e tannini poderosi e saporiti. Lunga la chiusura, su ritorni di fiori appassiti e sapidità marina.

Barolo Castelletto 2015 – Manzone

Rosso rubino con riflessi granati. In partenza il naso è etereo e pungente, poi si dipana tra note di prugna e agrumi, spezie e sangue, fiori rossi ed un tocco balsamico. Bocca potente, ampia e materica, acidità e tannini alleggeriscono il sorso, donano profondità e souplesse. Chiude su ritorni di liquirizia. Da attendere con fiducia.

Chianti Classico Berardenga 2007 – Fèlsina

Fèlsina non ha certo bisogno di presentazioni: è senz’altro una delle aziende più rappresentative non solo del Chianti Classico ma della Toscana tutta. Senza considerare il traino ed il contributo che vini come Fontalloro hanno fornito all’export del vino italiano.

Oggi però ti parlo di un vino “biglietto da visita” dell’azienda, di un Chianti Classico “dimenticato” in cantina e ritrovato con sorpresa.

Chianti Classico Berardenga 2007 – Fèlsina

Colore rubino ancora compatto.

Appena versato sa di ciliegia e violetta, ma poi evolve su sentori di scorza d’arancia, sottobosco, carne e mineralità scura. Vino che non è più giovane, lo dice la sua carta di identità, ma che ancora non si decide ad invecchiare, sta insomma maturando al meglio. Almeno, questo è ciò che preannuncia il naso.

Assaggio per vedere se il sorso mantiene le promesse olfattive. L’impatto gustativo è di potenza e volume, la progressione ha però una bella tensione, inesorabile ed al contempo soave. Tannini risolti e verve acida equilibrano un certo calore alcolico e rendono la beva agile e dinamica. Insomma, non ci si ferma certo al primo bicchiere, soprattutto se decidi di accompagnarlo ad una carne rossa alla griglia.

Chiude su ritorni di frutta rossa e con grande sapidità e lunghezza.

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I palmenti di Capraia

Capraia è un’isola vulcanica dell’arcipelago toscano, bella e selvaggia; abbiamo deciso di passare una settimana di vacanze, all’insegna di nuoto in calette cristalline e trekking fra la macchia mediterranea, senza libri sul mondo del vino, programmi di visite in cantina e troppi ragionamenti sui vini (ottimi) che ci siamo portati per la permanenza sull’isola.

È bastato un rapido giro nell’unico piccolo borgo ed eccolo qui, il mondo del vino che bussa alla porta della nostra curiosità. Come? Beh, in questo caso dobbiamo fare un salto all’indietro di centinaia di anni.

Sull’isola di Capraia, sono presenti molte vasche scavate nella roccia, utilizzate per la pigiatura, a piedi nudi, dell’uva e, in una seconda fase, per la torchiatura: sono i palmenti; troviamo traccia di questo rudimentale sistema di vinificazione anche nelle altre isole toscane, ma soprattutto in Calabria, dove la città di Ferruzzano è addirittura chiamata “la città dei palmenti”, in Basilicata, in Sardegna e pure nel Castello Aragonese di Ischia (e questi li abbiamo visti, ma sono sicuramente più recenti di quelli capraiesi in quanto strutture già al chiuso e non scavate nella roccia).

Come funziona un palmento? Semplice: ci sono due vasche comunicanti, collegate da un piccolo foro, dove in quella superiore veniva messa l’uva, si pigiava e il mosto defluiva nella vasca inferiore, che veniva raccolto e trasportato in cantina. I residui venivano poi torchiati per ottenere ancora un poco di mosto.

Quanti anni hanno i palmenti di Capraia? Posto che i primi palmenti sono stati trovati in Palestina e risalgono all’Età del Bronzo, per quelli capraiesi mancano indicazioni certe anche se quelli posti sotto la Fortezza di San Giorgio sono databili ad un periodo precedente alla costruzione della Fortezza stessa (1540) in quanto sono, in parte, coperte dai suoi muri.

Quanti sono? Di chi erano? I palmenti sono sparsi nell’isola, ma sostanzialmente tutti attorno al nucleo abitativo, e si presume fossero di proprietà pubblica, come i forni per la cottura del pane: uno spirito di comunità e mutuo aiuto così lontano dai tempi odierni.

Che emozione entrarci dentro!

Alessandra Gianelli
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Degustazione a piacere ovvero… il piacere di degustare!

A volte le degustazioni tra amici enofili prendono forma da un’idea attorno a cui si sviluppa la tematica da approfondire. La serata è organizzata nei minimi dettagli, dalla scelta e reperimento dei vini ai cibi in accompagnamento. In altri casi invece, le serate nascono senza un tema prefissato, senza sforzi organizzativi eccessivi, insomma senza troppo stress. In questi casi ognuno porta un vino a piacere, in un divertente caos creativo. Questo è il resoconto di una di queste bevute senza impegno: pochi amici, ognuno con una bottiglia in dote da condividere.

Champagne Reliance Brut Nature – Franck Pascal

Pinot (meunier 70%, pinot noir 25% e chardonnay 5%) per questo champagne dal naso di agrumi, fiori bianchi e gesso, con ossidazione ben calibrata (sboccatura piuttosto datata), bollicina continua, sottile e cremosa. Sorso sapido e citrino, non particolarmente lungo, ma ad inizio serata è stato perfetto.

Collio Sauvignon de la Tour 1999 – Villa Russiz

Vino maturo e giustamente evoluto ma ancora del tutto integro. Varietale quasi assente per questo sauvignon del Collio che sa di frutta gialla, fieno e roccia con un’intrigante speziatura a contorno. La bocca è lievemente magra, risulta “svuotata” del frutto e con un deficit di energia e progressione. Il vino è comunque interessante e nel bicchiere non si siede, anzi tende a migliorare.

Savigny-Lès-Beaune La Dominode 1er cru 1999 – Jean-Marc Pavelot

Il nome della vigna ricorda il tempo in cui questo territorio era di proprietà del “dominus” di Savigny. All’olfatto apre su toni fruttati (lampone), spezie orientali, muschio e cenni mentolati. La bocca in ingresso è golosa, la materia fruttata accarezza il cavo orale e la progressione è guidata da un’acidità ben integrata. La chiusura è però un po’ brusca, leggermente ruvida, a causa di un tannino più spigoloso del dovuto e che il tempo non è riuscito ad addomesticare.

Médoc cru bourgeois 1989 – Chateau Romefort

Domaine che era amministrato dai Barons de Rothschild (Chateau Lafite) e di cui con curiosità abbiamo stappato questo millesimo, sulla carta, eccellente. Anche in questo caso l’ormai assodata integrità dei Bordeaux in annata favorevole non fa eccezione: naso di sottobosco, sigaro, frutta rossa, per lasciare solo in un secondo momento spazio a note più evolute di cuoio, asfalto e tamarindo. Bocca perfettamente risolta, sanguigna e dolce che chiude in grande morbidezza. Vino molto buono pur senza quella stratificazione e complessità dei grandi Bordeaux.

Barolo Villero 2016 – Giacomo Fenocchio

Non è detto che non si possa godere di un Barolo anche in gioventù, abbiamo quindi stappato volentieri questo vino che è risultato estremamente promettente ma ancora da farsi. Al naso rose rosse, arancia, lamponi e nuances minerali. Vino di gran volume ed energia, succoso e potente, serrato nello sviluppo. Va atteso con grande fiducia, il tannino è fitto e saporito e quando troverà il giusto equilibrio con la materia ci sarà da divertirsi.

Montilla-Moriles Don PX Convento Selección 1931 – Toro Albalà

Vino fortificato a base di pedro ximenez dalla capacità evolutiva straordinaria. Toro Albalà in particolare conserva e mette in commercio vecchie annate. La bottiglia in questione, ad esempio, è stata imbottigliata nel 2015. Color mogano impenetrabile e densità fuori dal comune. Naso molto ricco e sfaccettato tra cui perdersi: datteri e fichi, uva sultanina e noci, ma anche note rinfrescanti di aghi di pino e cardamomo. La vischiosità che si percepisce nel bicchiere trova conferma nel sorso che è spesso e denso, dolce ma stratificato. Chiude lunghissimo su ritorni di cioccolato e noci.

Alla scoperta di una vigna giardino nell’entroterra ligure

la vigna giardino de La Casetta

La visita ad un vigneron è, abitualmente, accesa dalla curiosità di conoscere i luoghi di provenienza e le persone artefici di un certo vino che mi ha colpito all’assaggio. In altre circostanze la visita è il frutto del voler approfondire una specifica denominazione. Insomma, sono io che cerco i luoghi di origine di un vino.

Più rari sono i casi in cui è il vino che cerca me.

È quello che mi è successo di recente nell’entroterra ligure, nell’Alta Valle del Vara. A pranzo con amici non appassionati di vino, noto tra i vini disponibili in carta, nella sezione “vini locali”, un produttore mai sentito e, per di più, piuttosto economico. Decido quindi di ordinare quel vino pensando che, per una volta, i miei amici non sbufferanno per il prezzo del vino.

E invece – stregato da quel vino sconosciuto ma di grande personalità all’assaggio – dopo poche ore mi trovo in località Salino, Varese Ligure (SP) presso l’azienda agricola La Casetta.

Un artigiano vero, un ettaro scarso di vigna, vigna che sembra un orto, anzi una vigna giardino, per quanto curata ed immersa nel verde.

La vigna giardino de La Casetta
La vigna giardino de La Casetta

Ho così avuto modo di scoprire questo produttore, lontano dai riflettori e non censito da alcuna guida con un mercato prettamente locale, che produce due vini, un rosso e un bianco, di grande interesse.

L’assaggio in cantina, per mancanza di tempo, è stato piuttosto frettoloso, ma ho acquistato qualche bottiglia per una degustazione più attenta di cui fornirò naturalmente riscontro su Vinocondiviso.

Per ora qualche ricordo e sensazione di quanto assaggiato:

Liguria di Levante Rosso IGT “Salino” 2018 – La Casetta

Un blend “melting pot” di cabernet sauvignon, ciliegiolo, pinot nero…che però sorprendentemente funziona! Naso di ciliegia, fiori rossi e spezie, un tocco di macchia mediterranea e sottobosco. Vino agile e gustoso, ma anche di una certa presenza in bocca. Affinato in barrique esauste.

Liguria di Levante Bianco IGT “Salino” 2019 – La Casetta

Vino da uve albarola con saldo di sauvignon. Naso di frutta matura e agrumi ma anche una nota rinfrescante di rosmarino. Semplice e beverino, all’ingresso risulta piuttosto morbido ma la vena acido-sapida ti sorprende in chiusura di bocca ed invoglia ad un nuovo sorso…magari in accompagnamento ad un primo locale come i corxetti con salsa di pinoli.