Gli appassionati di Champagne – e noi di Vinocondiviso, come documentano i tanti post e le tante bottiglie bevute, siamo tra questi – hanno un appuntamento ormai fisso da sei anni a metà ottobre: a Modena per due giorni, il 15 e il 16 ottobre 2023, potremo assaggiare le espressioni più disparate di Champagne, un’occasione che non ha uguali in Italia.
Le grandi Maison, che hanno innegabilmente fatto la gloriosa storia della Champagne, e accanto a loro, le tante nuove realtà produttive piccole e familiari, quelle dei Récoltants-Manipulants, che negli ultimi anni si sono fatte conoscere anche dal pubblico italiano: troveremo entrambe queste due anime, durante la Champagne Experience per un totale di 176 aziende presenti e ben 900 vini.
Come districarsi in tutto questo eden rifermentato in bottiglia? Suggeriamo di scaricare da subito il catalogo (clicca qui!) e cominciare, come noi …, a togliere qualcuno dei tanti vini che vorremmo assaggiare e scegliere due zone da approfondire. Noi quest’anno abbiamo optato per Côte des Blancs e Vallée de la Marne, non tralasciando di assaggiare le nuove cuvée di alcune storiche Maison, iscrivendoci anche a due sponsor class.
Speriamo di riuscire a fare tutto, ma una cosa è certa, ci divertiremo!
È oramai una consuetudine, per la delegazione AIS di Milano, festeggiare il proprio compleanno con una masterclass a firma di Armando Castagno; quest’anno il tema scelto è stato Bolgheri: si è partiti dalla storia, per poi analizzare la zona di produzione, il disciplinare, le uve coltivate e non ultimo dodici vini in degustazione, in grado di sigillare nella mente il viaggio precedente.
Abbiamo volutamente ripreso il titolo della presentazione di Armando Castagno come titolo stesso del nostro breve articolo proprio perché quella luce accecante, su Bolgheri e sulle sue vigne, è ciò che ci è rimasto più impresso, durante e oltre la serata.
Ed eccoci addentro nella storia: nell’Ottocento la popolazione di Bolgheri viveva in un territorio poverissimo e paludoso e una diretta conseguenza della miseria era un tasso di analfabetismo fra i più alti in Italia; si era lontanissimi da tutto ciò che è ora Bolgheri: un territorio vitivinicolo di grande prestigio, costantemente premiato in Italia e all’estero, simbolo di un visionario spirito imprenditoriale che ha creato un vino iconico, il Sassicaia.
L’uomo di cui parliamo è il Marchese Mario Incisa della Rocchetta (1899-1983): originario del Piemonte, appassionato di vini francesi, ad inizio degli anni Quaranta, fece piantare, nella sua tenuta di San Guido, a Bolgheri, un ettaro e mezzo di cabernet sauvignon per produrre un vino destinato a lui, alla sua famiglia, ai suoi ospiti. Dopo vent’anni, con il fondamentale supporto dell’enologo Giacomo Tachis, inizia la commercializzazione del Sassicaia, un blend a maggioranza cabernet sauvignon con il contributo, per il 20% di cabernet franc, affinamento in barrique di rovere francese.
Sulla storia di questo vino, sui riconoscimenti che ha iniziato ad avere dall’annata 1972, sui disciplinari e sull’attuale contesto a Bolgheri, ovvero su tanti altri personaggi che a partire dagli anni Settanta hanno reso grande la zona, rimandiamo al sito del consorzio www.bolgheridoc.com, completo ed esaustivo, citando solo qualche dato e una curiosità:
dall’ettaro e mezzo piantato nel 1944 nella Tenuta San Guido, siamo arrivati a oltre 1.500 ettari, di cui circa il 30% a cabernet sauvignon, il 20% a merlot, il 15% cabernet franc;
i vini rossi coprono oltre l’80% del totale della produzione, i bianchi, a base principalmente di vermentino (a seguire sauvignon e viogner) il 14%, il restante, scarso 6%, è vino rosato;
la matrice geologica spazia dall’alberese (calcare), al macigno (arenarie), al galestro, flysch, marne;
il clima è mediterraneo ma asciutto, grazie ai venti e i giorni di luce sono sempre oltre la media italica, scarse le precipitazioni; da cui lo spunto per il titolo della serata;
le aziende consorziate (98% del totale) sono una settantina, otto delle quali possiedono oltre 50 ettari vitati; la conseguenza diretta di come storicamente si è sviluppata l’attività agricola è tale per cui dieci aziende possiedono oltre il 70% dei vigneti;
Mario Incisa della Rocchetta era un ambientalista ante litteram: nutriva un profondo, concreto, rispetto per la natura e fu il primo presidente italiano del WWF; il rifugio faunistico Padule di Bolgheri, nato nel 1959, oasi affiliata al WWF tuttora presente, ne è la testimonianza.
Prima di addentrarci nella presentazione dei dodici vini in degustazione, un bianco, un rosato e dieci rossi, un breve, ulteriore, accenno all’eterogeneità non solo dei vini, ma delle stesse cantine, i cui proprietari hanno origini molto diverse: troviamo imprenditori di altre zone d’Italia, storiche dinastie nobiliari, contadini marchigiani emigrati negli anni Cinquanta – Sessanta a seguito di riforme agrarie e non ultimo abitanti del luogo, una tipicità che differenzia Bolgheri da tutte le altre zone vitivinicole italiane.
I vini degustati
Bianco di Orma Vermentino 2022 – Podere Orma: un vino con una piacevole intensità sapida e dal carattere marino, ricorda subito l’estate appena finita.
Bolgheri Rosato Caccia al Palazzo 2022 – Tenuta di Vaira: un rosato nella sua espressione giovanile ottenuto dal cabernet sauvignon al 70%, 15% di merlot, che dona avvolgenza e 15% syrah, che conferisce una delicata nota speziata.
Bolgheri Rosso Ai confini del Bosco 2021 – Mulini di Segalari: un campione dalla botte di un’azienda biodinamica, letteralmente sperduta nel bosco e da qui il nome del vino. Fermentazione spontanea per cabernet sauvignon e cabernet franc al 90%, petit verdot al 7%, syrah al 3%, un parziale uso dei raspi e 12 mesi di affinamento in grandi botti di rovere. Note fresche e balsamiche, una volta in bottiglia troveranno armonia i sentori più erbacei e speziati in chiusura di bocca.
Bolgheri Rosso Orio 2021 – Podere Il Castellaccio: in percentuale maggioritaria il cabernet franc (60%, a seguire merlot 30% e petit verdot 10%), 12 mesi in tonneaux da 5hl, profuma di macchia mediterranea, lentisco e salmastro, e citando Castagno “possiede la timbrica aromatica della riva destra bordolese”. Ah, Orio è il cane della tenuta. 😊
Bolgheri Rosso 2021 – Michele Satta: un assemblaggio di cabernet sauvignon 30%, sangiovese 30%, merlot 20%, syrah 10%, teroldego 10%, sicuramente atipico per la zona, da vigneti giovani; si tratta di una versione fresca e schietta di Bolgheri Rosso nella sua versione senza legno.
Bolgheri Rosso Pievi 2021 – Fabio Motta: da una singola vigna da cui prende il nome è ottenuto dalla vinificazione separata di merlot al 50% e a saldo in ugual misura cabernet franc e cabernet sauvignon in tini troncoconici; colore violaceo, sentori in prevalenza di erbe aromatiche e sottobosco, sorso fresco per un vino originale e di personalità.
Bolgheri Rosso 2020 – Podere Grattamacco: fra le aziende storiche di Bolgheri (nata nel 1977) produce questo Bolgheri Rosso con una fermentazione spontanea in tini aperti di cabernet sauvignon (65%), merlot (20%) e sangiovese (15%) e affinamento in botti di rovere. Il vino ci stupisce per la sua grande ampiezza boschiva e il marcato timbro rifrescante.
Bolgheri Superiore Guado de’ Gemoli 2020 – Chiappini: venti mesi di affinamento in barrique di bassa tostatura per un blend di cabernet sauvignon al 70% con a saldo merlot (15%) e cabernet franc (15%), necessita di qualche anno in bottiglia per attenuare i sentori dovuti all’affinamento per ora prevaricanti.
Bolgheri Superiore 2020 – Dario Di Vaira: fermentazione separata per cabernet sauvignon al 60%, cabernet franc 30% e merlot 10%, affinamento di 16 mesi in barrique metà nuove e metà usate, sorprende al naso per le sue note tutte virate sullo scuro e per i sentori di tostatura già bilanciati con quelli fruttati ed erbacei. In bocca si mantiene austero e potente.
Bolgheri Superiore Tâm 2018 – Batzella: il lungo affinamento in bottiglia conferisce a questo vino, ottenuto da cabernet sauvignon per il 65% e il restante cabernet franc, grande ampiezza e profondità nel sorso, regalando un finale di intensa balsamicità.
Paleo 2019 – Le Macchiole: definito senza esitazione “lo Cheval Blanc italiano”, è un cabernet franc in purezza simbolo della tenacia della famiglia Campolmi e Merli nel perseguire i propri obiettivi. Figlio di un’annata equilibrata, senza eccessivi picchi di calore che ha permesso lente maturazioni, il vino incanta per armonia ed avvolgenza.
Bolgheri Sassicaia 2020 – Tenuta San Guido: si chiude con l’interpretazione cristallina di Bolgheri, un vino che ogni anno esce con un numero elevatissimo di bottiglie (circa 280.000) vendute solo su assegnazione in ogni parte del mondo. Il mito continua, stabile nel suo Olimpo vitato.
Dal 29 settembre al 1 ottobre 2023 a Milano è andato in scena Naturale Festival, evento multidisciplinare dedicato al concetto di “naturale”. Non solo vino e gastronomia dunque, l’ambizione degli organizzatori era quella di aprire un dibattito culturale più ampio sul tema del naturale.
Vinocondiviso ha seguito l’evento concentrandosi più prosaicamente sul ricco banco di assaggio composto da quasi 50 produttori. Come di consueto ti raccontiamo le cose che ci hanno colpito di più (l’ordine è di assaggio, non una classifica!).
Sin Título Blanco LB 2018 – Victoria Torres Pecis, un vino bianco di La Palma (Canarie), vitigno listán blanco, affinato più di venti mesi in cemento, il risultato è di grande intensità minerale e marina, molto intrigante anche al sorso che è profondo, succoso e “dissetante”. Nota di merito al distributore Gitana Wines che lo ha portato in degustazione insieme ad altri due produttori spagnoli di assoluto interesse come Micro Bio Wines – abbiamo assaggiato l’accattivante 100% verdejo, Correcaminos 2022 – e Daniel Ramos, di cui abbiamo degustato il Berrakin Blanco 2022, 100% della varietà jaén.
Spostiamoci ora in Toscana, anzi in Maremma, dove ci ha colpito, ed è una conferma, I Mandorli, in particolare con il Sangiovese 2020 mediterraneo e croccante, con un tannino ancora saporito e da attendere un po’. Sempre in Maremma interessante tutta la gamma di un produttore che non conoscevamo, si tratta de I Forestieri azienda naturale di recente costituzione che propone vini puliti ed espressivi, di personalità e freschezza.
Spostiamoci ora nei Pirenei Orientali francesi, nei pressi di Calce, dove il collettivo tutto al femminile Gipsy Queen ci ha letteralmente rapito con una grenache vinificata in anfora, millesimo 2022, di succo ed eleganza. Una delle produttrici del collettivo era presente con la sua azienda, sita sempre a Calce, L’Âme Bleue.
Torniamo ora in Italia con i vini di Signora Luna, azienda abruzzese che ha una gamma piuttosto variegata che ci ha colpito in particolare con Jep, un vino rosato da Montepulciano d’Abruzzo che fa il verso, pur essendo etichettato come semplice vino da tavola, ai migliori Cerasuolo d’Abruzzo.
Molto interessanti i vini di un’altra azienda piuttosto recente, si tratta di Terre di Confine, produttore naturale sito in provincia di Massa Carrara con alle spalle le Alpi Apuani e di fronte il mar Tirreno. Molto buono Lintero 2021, vino rosso ottenuto da varietà a bacca nera presenti nelle vecchie vigne curate dalla produttrice Giulia Marangon (vermentino nero in prevalenza con sangiovese, syrah e barbarossa).
Filarole, azienda della Val Tidone, sui colli piacentini, ha presentato una gamma di ottimo livello, dovendo scegliere un solo vino la nostra preferenza ricade sul Filarole Rosso 2021, un blend di barbera e croatina di grande acidità e polpa.
Chiudiamo la carrellata dei vini di maggior interesse con un vino dell’azienda più prestigiosa presente all’evento, si tratta di Foradori che ci ha impressionato in particolare con il Foradori 2015, da uve teroldego, un vino complesso ed articolato che al naso sa ancora di fruttini rossi freschi e aciduli (ribes), tè verde, sentori minerali, dal sorso fresco e ficcante di grande eleganza e piacevolezza.
Giudicare l’eterogenea galassia dei vini naturali da un solo evento sarebbe ridicolo, ma gli assaggi degli ultimi mesi uniti ai più recenti eventi dedicati a questa tipologia di vini ci fanno essere ottimisti. Il movimento sembra maturo, i vini con difetti spacciati per “spontaneità e garanzia di artigianalità” sono sempre meno (non del tutto assenti neppure in questa occasione a dir il vero, ma statisticamente poco significativi) e la strada imboccata sembra quella virtuosa di una ricerca di espressività e schiettezza senza rinunciare a affidabilità e precisione.
Eccoci ancora a parlare di artigiani vignaioli della Champagne; oggi siamo ad Avize, Grand Cru della Côte des Blancs dove l’azienda Fallet-Prévostat, ora passata in mano alle figlie, produce tre Blanc de Blancs, differenti solo per il dosaggio: Brut, Extra Brut e Non Dosè. Grazie alle scorribande in Champagne di un nostro carissimo amico, Andrea D’Agostino, profondo conoscitore della zona, abbiamo potuto degustare questo champagne Fallet-Crouzet (le figlie sono affiancate dai loro mariti, con relativo cognome in etichetta) Blanc de Blancs Grand Cru Non Dosé: da vigne di oltre settanta anni di età, il vino base (figlio sempre di due annate) riposa un anno in grandi, esauste, botti alsaziane, per poi restare sui lieviti circa sessanta mesi.
L’affinamento in legno è già svelato dal colore, un giallo dorato molto intenso e carico; in bocca si apre lentamente su note di frutta gialla matura, fico, nocciola, crema di arachidi per poi concedere sentori che ricordano la macchia mediterranea fino al salmastro. L’opulenza olfattiva la ritroviamo nel sorso ampio e avvolgente che non manca di regalare, sul finale, freschezza e balsamicità. Aspettandoci un vino meno strutturato, avevamo in tavola un ottimo sashimi di tonno rosso e una saporita insalata di mare che, ahinoi, non hanno retto il confronto. Da riprovare, restando sul tonno, con un trancio scottato in panatura di pistacchi oppure con acciughe liguri fritte, e perché no, osare con una burrata affumicata. Tocca tornare in Champagne, Andrea!
Su queste pagine i vini del Carso tornano regolarmente, ma ciò non ci impedisce di parlarne ancora se assaggiamo una bottiglia degna di nota. È il caso del vino di oggi ottenuto dal vitigno terrano, la varietà a bacca nera simbolo di questa terra. Il terrano fa parte della famiglia dei refosco, e con queste varietà – come da esempio il refosco dal peduncolo rosso o il refosco di Faedis – condivide una verve acida piuttosto spinta. I produttori cercano di addomesticare questa caratteristica tramite scelte in vigna volte a raccogliere uva perfettamente matura e scelte in cantina (macerazione sulle bucce piuttosto prolungata, utilizzo del legno, etc.) atte a fornire materia fruttata e morbidezza a compensare le durezze del vino. Quando si trova la quadratura del cerchio il terrano regala vini originali e complessi, di grande serbevolezza e dalla sorprendente longevità.
Venezia Giulia IGT Terrano 2017 – Zidarich
Rosso rubino compatto con riflessi ancora porpora. Naso espressivo di viola, china, ribes nero e fragoline di bosco, poi un tocco terroso/vegetale che richiama il muschio, il geranio, le radici. Non mancano le spezie con un cenno di pepe rosa.
Il sorso è caratterizzato dalla guizzante acidità che il vitigno porta in dote. L’acidità è però ben integrata nella materia del vino, che risulta fruttato e “polposo”, nonostante il basso tenore alcolico (12% sono ormai dei cigni neri per i vini rossi alle nostre latitudini). La progressione in bocca ha ottima stratificazione e profondità ed il vino si rivela saporito, sapido e persistente. La chiusura è pulita e fresca su ritorni di fruttini rossi e fiori.
Lo abbiamo abbinato ad un filetto di maiale alla senape.
Plus: vino di grande spontaneità espressiva ma dietro il quale si percepisce la mano felice del produttore che senza snaturare le caratteristiche varietali originali del vitigno riesce a tirar fuori una versione di terrano elegante e di facile beva.
Le premesse per passare una bella serata all’Osteria Brunello di Milano c’erano tutte: una dozzina di amici assetati, una bottiglia a testa da portare in assaggio senza un tema specifico, la degustazione alla cieca per divertirsi a chi la spara più grossa.
Tra gli champagne è stato un plebiscito per lo strepitoso rosé di André Beaufort, ottenuto da uve di pinot nero da vecchie vigne grand cru di Ambonnay, un vino che sa di cola, spezie, menta, lampone, rose, radici…non ti stancheresti mai di annusarlo se non fosse che la sua trascinante beva lo fa letteralmente evaporare dal calice. Uno champagne elegante e di grande personalità! Altra bollicina degna di nota è senz’altro l’Influence di Minière F&R, ottenuto dall’assemblaggio di pinot noir, pinot meunier e chardonnay, lunghissima sosta sui lieviti (almeno 7 anni), sboccatura 2020, dal naso sfaccettato e ricco di crema pasticcera, agrumi, vaniglia, caffè verde, l’uso sapiente dei legni esalta un sorso cremoso, dalla bollicina finissima, ficcante e di grande freschezza. Bottiglia in stato di grazia. Niente male neppure gli altri champagne a cominciare da un Dom Pérignon che mostra un naso complesso e cangiante che va dalle note più dolci di pasta frolla a quelle più fruttate e fresche e che però al sorso non risulta ancora del tutto compiuto, essendo potente e ricco con un’acidità ancora da integrarsi. Potrebbe essere solo questione di tempo, chissà. Avendo assaggiato un’altra bottiglia qualche anno fa il vino sembra in progressione in quest’annata eccellente ma che ha bisogno di tempo.
Che dire invece dell’unico bianco fermo, il Mareneve di Federico Graziani? Si tratta di un vino dell’Etna allevato in altitudine (oltre i mille metri sul livello del mare), composto da carricante, riesling renano, gewürztraminer, chenin blanc e grecanico. Naso dapprima sulfureo, poi frutta bianca, ananas, sedano, limone, per una bocca secchissima, fresca, succosa e di ottima progressione. La chiusura è sapida e lunga con ritorni piacevolmente amaricanti. Alla cieca è stato scambiato per un vino della Loira, impossibile pensare ad un vino siciliano fino al disvelamento dell’etichetta.
Vini rossi
Etna Rosso “Rosso di Mezzo” 2020 – Federico Graziani
Barolo Castiglione 2013 – Vietti
Barolo 2018 – Bartolo Mascarello
Barbaresco “Gaiun Martinenga” 2008 – Marchesi di Gresy
Barolo “Monvigliero” 2013 – Diego Morra
Gattinara Riserva “Osso San Grato” 2017 – Antoniolo
Un casuale (ma non troppo) assolo di nebbiolo per i vini rossi, ad esclusione dell’Etna Rosso di Mezzo di Graziani meno interessante rispetto al suo Bianco. Qui i vini migliori sono risultati il Barbaresco dei Marchesi di Gresy, pimpante, potente, molto classico (plus) sia al naso che al sorso, dal tannino fitto e saporito, polposo e al contempo minerale, un’ottima riuscita per un vino che a 15 anni dalla vendemmia risulta molto piacevole. Anche nell’annata 2018 il Barolo di Bartolo Mascarello è un vino di gran classe: ribes, roselline, incenso, rose appassite, liquirizia…vino in questa fase non troppo austero, anzi aperto e godibilissimo. Altro top player il Gattinara Osso San Grato di Antoniolo, anche in questa annata riconoscibilissimo nel suo timbro ferroso accompagnato da un fruttino rosso dolcissimo, fitto in bocca, sapido e profondo. Meno aperti e piuttosto scontrosi in questa fase i due Barolo, entrambi 2013 di Vietti e di Diego Morra.
L’Isére è forse il territorio vinicolo meno considerato di tutta la Francia. Eppure da qualche tempo – complice il cambiamento climatico e la nouvelle vague di giovani produttori naturali alla ricerca di terreni vocati al giusto prezzo – si nota un certo dinamismo e delle bottiglie originali e di grande interesse.
Qualche mese fa abbiamo già parlato di Jérémy Bricka, oggi invece riferiamo del Domaine Les Alpins. Si tratta della creatura di Sébastien Benard, quattro ettari a La Buisse, nel nord dell’Isère, all’interno del Parco Naturale Regionale de la Chartreuse, a circa 20 km da Grenoble. L’azienda è certificata biologica ma la gestione è naturale, i soli trattamenti contemplati in vigna sono lo zolfo ed il rame in dosi molto limitate (da 1 a 2 kg per ettaro all’anno).
Isére Coteaux du Gresivaudan IGP “Les Comperes” 2020 – Domaine Les Alpins (Sébastien Benard)
Il vino è ottenuto da gamay (in maggioranza), con a saldo mondeuse, persan e pinot noir. Il gamay viene vinificato a grappolo intero con macerazione semi-carbonica, gli altri vitigni vengono vinificati insieme e poi uniti al gamay. Dopo l’assemblaggio il vino affina per circa un anno in barrique e fusti di rovere usati.
Les Comperes si presenta di un bel rosso rubino chiaro con luminosi riflessi porpora. Primo naso molto floreale (rosa, peonia), poi arriva il frutto rosso (fragola), ma anche inchiostro e una spezia che ricorda il pepe verde.
La bocca è scorrevole e golosa, la beva è trascinata da un’acidità rinfrescante e dissetante che però trova una carnosa materia fruttata a compensarne l’esuberanza. Tannino appena accennato e chiusura su ritorni floreali. Dopo il primo sorso la bocca resta fresca e pronta ad un nuovo assaggio, complice il titolo alcolometrico molto contenuto (12%).
Può accompagnare degnamente un piatto di salsiccia e fagioli ma anche un semplice panino al salame.
Plus: vino espressivo e di grande beva ma non un semplice glou glou. L’immediatezza del gamay trova equilibrio nei suoi compari (“Les Comperes….”) di assemblaggio, con il pinot noir che apporta raffinatezza e la mondeuse e il persan che conferiscono nerbo e struttura.
Tra malinconia da rientro, affanni da ripartenza e clima più clemente, alcuni collaboratori e amici di Vinocondiviso si ritrovano per esorcizzare il termine delle vacanze con la consueta degustazione “un vino a testa”.
Eccoci, dunque, da HIC Enoteche, che ha sopportato i nostri schiamazzi e supportato la nostra fame con gustose proposte gastronomiche.
Di seguito qualche nota sui vini bevuti.
Champagne extra brut Blanc de Blancs – Adam Mereaux
Adam Mereaux è una piccola azienda (7 ettari) della Montagne de Reims, vino da aperitivo perfetto per iniziare la serata. Naso semplice ma ben fatto su note di agrumi, nocciola e fiori gialli, sorso soffice, di una certa morbidezza, scorrevole e appagante. Non un mostro di acidità né di complessità, ma una bollicina elegante e adeguata a un aperitivo o antipasti non troppo elaborati.
Champagne brut nature Blanc de Blancs – Benoît Lahaye
Dei vini di Benoît Lahaye su queste pagine abbiamo parlato spesso, in questo caso abbiamo assaggiato il suo Blanc de Blancs ottenuto da vini di annate 2016 e 2017, vinificato senza solfiti aggiunti, sboccatura 04/2021. Il vino nel calice è di un bel giallo dorato solcato da perlage sottile e continuo, primo naso su mallo di noce e acquavite, poi si apre svelando grande complessità fatta di fiori e frutti gialli (susina mirabella), spezie e roccia. Ma è in bocca che questo Champagne mette la sesta grazie ad una profondità e ricchezza fuori dal comune ed una vena ossidativa di grande raffinatezza. Ritorni sul frutto giallo e il sale, ottima persistenza.
Pouilly-Fuissé vieilles vignes “La Croix” 2020 – Robert Denogent
I vini di Robert Denogent sono, negli ultimi tempi, sulla bocca di tutti, tra detrattori e veri e propri adoratori. Il vino che abbiamo nel calice è di un giallo paglierino con riflessi dorati, parte piuttosto reticente al naso: una nota di cereali, un tocco di limone candito, un che di “pannoso”… Il sorso è più convincente, caldo e piuttosto morbido, i 14% di titolo alcolometrico sono ben gestiti anche grazie ad un’acidità che, pur sottotraccia, fornisce equilibrio e allungo.
Domaine Belargus è un’azienda biodinamica di recente costituzione che si dedica esclusivamente a vinificare cuvée a base di chenin blanc. Giallo dorato luminoso, al naso un che di vegetale (piselli), fiori gialli, sassi e mare. Bocca fresca e di gran volume, come i migliori chenin sa coniugare freschezza e ricchezza, in bocca la classica nota aromatica di cera d’api e propoli. Chiude lungo e sapido.
Color mogano con riflessi dorati, più evoluto al colore di quanto l’annata riportata in etichetta farebbe presagire. Naso splendido e articolato di miele d’acacia, tè verde, fiori dolci, cedro candito, croccante alle mandorle, pepe bianco… Ingresso in bocca sulla dolcezza che però viene immediatamente rintuzzata da acidità rinfrescante che accompagna il vino in una chiusura quasi salina.
Degustazione molte interessante, il rientro dalle ferie non ci fa più paura!
A mio modesto avviso, e generalizzando pericolosamente, da tempo considero il territorio del Trento Doc l’unico che in Italia può avvicinare (ma non competere) i miei amati Champagne. Pur con tutte le dovute eccezioni la Franciacorta ne ha ancora di strada da percorrere…
Torniamo però al vino, ovvero al Trento Doc Dosaggio Zero Riserva 2015 – Letrari sboccatura 10/2021, blend classico di pinot nero e chardonnay con permanenza 60 mesi sui lieviti. Il colore è oro carico, naso elegante ed equilibrato con note di fine pasticceria, panificazione, bocca di bella sostanza, acidità contenuta ma presente, certo non ha la gessosità d’oltralpe ma è davvero un bel prodotto da abbinare ad un antipasto di carpacci di pesce marinati e/o anche uno spaghetto alle vongole in bianco cucinato come si deve.
La magia del Carso e dei suo vini periodicamente ci ammalia. Questa volta parliamo di un produttore artigiano molto piccolo ma che sta già facendo parlare di sé da qualche anno. Si tratta dell’Azienda Agricola Radovič, una realtà che si dedica all’agricoltura da quattro generazioni. Ancora oggi l’impostazione è diversificata e lontana dalla monocoltura, infatti oltre alla vigna l’azienda possiede olivi, alberi da frutto ed api.
Torniamo però al vino, che è seguito in particolare dal poco più che trentenne Peter Radovič. Un ettaro di vigna, rese molto basse come il territorio aspro e difficile impone, sono quindi poche le bottiglie prodotte ogni anno. Le varietà presenti in vigna sono quelle autoctone, ovvero vitovska, malvasia istriana, terrano (oltre ad un “misterioso” vitigno di cui parleremo tra poco).
Abbiamo assaggiato l’Inkanto 2021, uvaggio ottenuto da una vigna mista, le cui varietà vengono raccolte e vinificate tutte assieme. Il blend è composto da circa il 33% di vitovska, il 33% di malvasia istriana e, a completamento, tre varietà sconosciute, o meglio fuori dal catalogo ampelografico. Di recente l’azienda ha scoperto che una di queste varietà è riconducibile alla glera, l’altra ad un particolare tipo di malvasia (biotipo della malvasia di Aurisina), mentre la terza varietà rimane ancora misteriosa.
Vino Bianco “Inkanto” 2021 – Radovič
Il vino che abbiamo nel calice effettua una macerazione non prolungata (3 giorni), fermenta spontaneamente e affina 12 mesi in botte, seguiti da 2 mesi di acciaio al fine di ottenere una decantazione naturale e quindi, da ultimo, 6 mesi in bottiglia. Solo 776 le bottiglie prodotte. La veste è un giallo paglierino con riflessi dorati. Il naso è delicato, fine e mutevole: parte su una nota di albicocca non matura, poi a seguire fiori di campo, foglia di menta, macchia mediterranea e delicata scia vegetale (felce), da ultimo, in sottofondo, una sussurrata eppure presente nota marina.
In bocca è essenziale, senza alcuna grassezza, con tenore alcolico limitato (12,5%) che supporta adeguatamente un vino dal corpo sottile e agile ma per nulla debole. Il vino invece è ben presente in bocca, concentrato nel sapore e di ottimo sviluppo e dinamica, l’acidità rende il sorso succoso fino alla chiusura che è lunga su netti ritorni salmastri.
Un vino perfetto per un bel piatto di spaghetti alle vongole e più in generale da abbinare ai molluschi.
Plus: un vino di impostazione naturale, spontaneo e immediato, ma preciso e ricco di dettagli e sfumature che rimandano immediatamente al territorio di origine.