Champagne Brut Nature “Cuvée Louis” – Tarlant

Siamo nella Vallée della Marne dove da più di 12 generazioni opera la famiglia Tarlant che produce Champagne di altissimo livello qualitativo.

Assaggiamo l’ennesima splendida bottiglia di Cuvée Louis, uno dei loro leggendari prodotti di punta.

Champagne Brut Nature Cuvée Louis – Tarlant

Questa versione è un assemblaggio di annate dal 1996 al 2000, con sboccatura novembre 2016 (15 anni sui lieviti, non è da tutti!). 50% chardonnay e 50% pinot noir, senza malolattica per preservare l’acidità e zero dosaggio.

Nel bicchiere si presenta con un colore oro stupendo, brillantissimo, il naso è un tuffo nel gesso, con note di miele amaro, scorza d’agrumi, zenzero, anice, lieve ossidazione che impreziosisce il quadro, bocca dalla bolla finissima, acidità perfetta e materia importante con una beva trascinante.

Champagne che può tranquillamente osare l’abbinamento con un’anatra alla pechinese o un piccione e foie gras. Monumentale.

Gregorio Mulazzani
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4 vini tra Italia, Francia e Spagna

La piccola redazione di Vinocondiviso si è riunita per il consueto scambio di idee, opinioni e, naturalmente, per degustare qualche vino … rispettando rigorosamente il coprifuoco!

In questo post riportiamo qualche impressione dei vini bevuti che sono stati ottimamente accompagnati da riso giallo al salto, fagottini di radicchio, taleggio e noci, sformato di cavolfiore con crema di patate, formaggi.

Champagne Blanc de Blancs 2004 -Diebolt-Vallois

Avevamo già parlato di uno champagne di Diebolt-Vallois e, anche questa volta, abbiamo deciso di restare sullo stesso produttore, cambiando però etichetta e annata.

Lo champagne che abbiamo nel calice – di cui non conosciamo data sboccatura – si presenta di giallo dorato. L’olfatto è sulla mela golden ed il cedro, immancabile la nota minerale (calcare), poi un tocco di champignon. Bocca energica, viva e agrumata. Champagne che unisce potenza e bevibilità, freschezza ed eleganza.

Cavallo di razza.

Rías Baixas Albariño Selección de Añada 2010 – Pazo Señorans

Anche in Galizia eravamo già stati di recente.

Ci torniamo volentieri con questo albariño che è di un giallo dorato molto luminoso, si intuisce che è passato qualche anno dall’imbottigliamento, anche grazie ad un olfatto decisamente stratificato e disteso: nota iodata molto netta in ingresso, poi alghe, cera e propoli, a chiudere aghi di pino. Bocca acida ma di splendida maturità, il vino è evoluto benissimo, il sorso risulta sapido e profondo.

Colpo di fulmine.

Pommard Vieilles Vignes 2018 – Domaine Joseph Voillot

É invece colpevolmente passato parecchio tempo dall’ultima volta che abbiamo scritto del Domaine Joseph Voillot!

Degustiamo con grande piacere il suo Pommard che benché giovanissimo troviamo già in splendida forma. Naso che affianca al fruttino rosso di bosco, sfumature floreali e speziate (cannella), accompagnate da una perentoria mineralità (grafite). L’acidità ficcante e la sapidità in chiusura di bocca accompagnano il vino in un finale lungo e verticale. Vino che potrà dire ancora molto con ulteriore evoluzione in bottiglia.

Seducente.

Pinot Nero 2017 – Podere della Civettaja

Non si vive di sola Borgogna se si ama il pinot nero, e Podere della Civettaja ce lo aveva già dimostrato. Se il 2016 era un pinot nero vivace e mediterraneo, questo 2017 pur non discostandosi da quel modello risente un po’ dell’annata meno favorevole.

È comunque un vino di grande interesse: lamponi in confettura, hashish, incenso, spezie, effluvi mediterranei al naso che risulta accattivante e mobile. Il sorso in questa fase è tutto sul frutto, di bella dolcezza, con acidità e sale ben presenti. Chiusura succosa e pulita. Non cosi stratificato ma di grande bevibilità.

Impavido.

Diego Mutarelli
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Champagne Monts de Vertus extra-brut 2013 – Veuve Fourny

Siamo, ancora una volta, a Vertus, estremo sud della Côte des Blancs, terra di chardonnay come ben sappiamo.

Qui opera Veuve Fourny et Fils, bravo produttore sempre molto preciso e che sa leggere con attenzione il territorio.

Abbiamo provato il suo millesimato 2013 (buona annata da quelle parti) naturalmente Blanc de Blancs con dosaggio bassissimo (3 grammi/litro) da vecchie vigne di oltre 60 anni di età, sboccatura gennaio 2019, senza solfiti aggiunti.

Grande purezza cristallina al naso con sensazioni di anice, agrume amaro e “craie”, in bocca affilato ma senza eccessi, già piuttosto godibile, cristallino, fresco, davvero un bel bicchiere forse non troppo complesso ma piacevolissimo.

Con un buon sushi ma anche un branzino al sale.

Gregorio Mulazzani
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Champagne Clos de l’Abbaye 2012 extra-brut – Doyard

Siamo a Vertus, estremo sud della Côte des Blancs in Champagne, regno dello chardonnay, dove opera Doyard, ottimo produttore sempre affidabilissimo.

Il suo prodotto di punta, di cui parliamo oggi, viene da una particella piccolissima di chardonnay piantata nel 1956 (mezzo ettaro) circondata da mura (il Clos appunto, come il famoso Clos du Mesnil di Krug). Qui le vigne sono curate senza prodotti chimici, basse rese, di questa cuvée sono prodotte solo 1650 bottiglie, senza malolattica e dosaggio molto contenuto (3g/L).

Parliamo di uno champagne con sboccatura di settembre 2017, quindi 4 anni di permanenza sui lieviti.

Ancora giovanissimo si presenta nel bicchiere con riflessi quasi verdognoli, il naso è tutto sul gesso e sull’agrume amaro con cenni di anice, bocca splendida per “droiture”, freschezza e pulizia del palato.

Da bere oggi con piacere ma qualche anno ancora di cantina gli gioverà sicuramente.

Abbinamento d’elezione con un carpaccio di ricciola.

Gregorio Mulazzani
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Champagne Blanc de Blancs Extra-Brut 2012 – Franck Bonville

Ci troviamo ad Avize, cuore dello chardonnay in Champagne, dove opera Franck Bonville bravissimo produttore che propone una qualità alta e costante a dei prezzi – cosa non scontata di questi tempi – davvero molto corretti.

Questo Extra-Brut, dal dosaggio contenuto a 2,5 g/l, è un 2012 con ben 7 anni di permanenza sui lieviti (sboccatura luglio 2020, avrebbe bisogno ancora di qualche mese di bottiglia ma aspettare ahimè è difficile), è uno dei suoi prodotti best buy.

Naso citrino e di bellissima e profonda mineralità calcarea, bocca salata, sapida e con acidità da vendere, stupendo con antipasti di mare o sushi, si beve con grandissimo piacere e in due la bottiglia finisce in un lampo.

Consigliatissimo!

Gregorio Mulazzani
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Dom Pérignon 2008: per ora brutto anatroccolo. Diventerà cigno?

Il Dom Pérignon non ha certo bisogno di presentazioni: Champagne mito prodotto in milioni di bottiglie (cifre non ufficiali parlano di 5/6 milioni circa) solo nelle migliori annate dal colosso LVMH.

Il prezzo ormai da qualche anno è stabile e si aggira tra i 130 e 160 euro, diciamo che è una sicurezza anche per chi vuole fare un regalo di prestigio e gradito ad una platea di bevitori piuttosto vasta.

Stappo questa 2008 (annata considerata super) uscita da un paio d’anni circa, purtroppo al momento è una delusione sia al naso, dove appare completamente chiuso, sia in bocca dove una bolla ancora scomposta e un’acidità sopra le righe la fanno da padrone lasciando spazio a pochissimo altro.

E’ noto agli appassionati che DP con questa cuvée ha cambiato profondamente stile passando ad un dosaggio di zuccheri molto più basso rispetto al passato ed in generale ad un approccio molto meno “ruffiano”. Insomma, intenzioni che possono essere viste positivamente, ma se il risultato è questo devo dire che rimane più di una perplessità, soprattutto se consideriamo che al livello di prezzo di DP la concorrenza non manca ed è di alta qualità.

Ad ogni modo lo riproveremo sulla fiducia, non prima di qualche anno (minimo 5), sperando che nel frattempo qualcosa si sia “mosso” in bottiglia.

E tu? Se hai già assaggiato Dom Pérignon 2008 mi piacerebbe sapere che ne pensi.

Gregorio Mulazzani
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Il Sorbara del Professore, dalla cattedra alla tavola

Da oggi si unisce al team di Vinocondiviso Elena Zanasi, modenese di nascita, abita a Montepulciano e si occupa di vendite e marketing per un’azienda vitivinicola.
Questo è il suo primo post.

Per iniziare il racconto del mio percorso nel bicchiere, ho deciso di partire dalle origini.

È vero, l’epicentro del mio mondo del vino è senza dubbio la Toscana, culla dei miei studi, della passione, del lavoro che faccio da più di sei anni. Tuttavia, per provare a raccontarvi la mia storia è necessario fare un passo indietro e tornare a certi momenti di quotidianità in famiglia, quando ero bambina e la domenica a pranzo osservavo i grandi che stappavano una bottiglia da condividere in allegria. Fiumi di bollicine colorate, fresche e spumeggianti, che strappavano il sorriso ad ogni sorso, versate tranquillamente nei bicchieri dell’acqua, perché si sa, questi vini non hanno mai bisogno di troppi fronzoli, vanno semplicemente goduti.

i grappoli di Sorbara

Penso che abbiate già capito di cosa sto parlando: del Lambrusco, vino dalle origini antiche e ineluttabilmente legato al luogo in cui esso è creato, alla sua gente e una tradizione, quella emiliana: terra dell’abbondanza, dell’accoglienza e della convivialità.

Il Lambrusco è un vino dalle mille sfaccettature: dal rosso porpora e impenetrabile al rosa pallido appena accennato, è il vino rifermentato in bottiglia, in autoclave, è metodo classico. È il vino del contadino, ma anche quello dell’industria, per questo per avvicinarsi a lui bisogna abbandonare ogni pregiudizio e lasciarsi coinvolgere dalla sua essenza, perché il Lambrusco può anche assumere forme talmente diverse da fare fatica a circoscriverlo ad un unico vino, ma avrà sempre una caratteristica molto evidente che accomuna tutte le sue versioni: l’anima. Ecco, questa è la prima e la più importante qualità che ogni lambrusco deve avere! Bevete un sorso e chiedetevi: “Questo vino ce l’ha un’anima?” – vedrete che rispondere sarà semplice, perché si tratta di un vino talmente immediato che anche la risposta sarà altrettanto tempestiva.

Tra le varie bevute che mi hanno fatto giungere a questa conclusione, c’è indubbiamente quella legata ad un signore di Modena, che da quarant’anni produce il vino per sé dal suo ettaro scarso di vigneto, tuttavia tantissimi conoscono “il vino del Prof”. È così che si fa chiamare Vincenzo Venturelli, ex professore di matematica che cura meticolosamente la sua vigna a Saliceto sul Panaro, di fronte alla sua casa e alla sua cantina, o meglio, il suo garage.

Ebbi modo di conoscerlo meglio quando lo andai a trovare durante il periodo della vendemmia, a settembre 2019. Mi ci portò Antonio Previdi, amico e oste della Trattoria Entrà di Finale Emilia. Per prima cosa, andammo a vedere i filari: le alte viti a piede franco affondavano le possenti radici in terreni sabbiosi e pianeggianti, si trattava di cloni antichi di Sorbara. L’uva era matura, sana e succosa, i grappoli spargoli e dolci. Vicino all’ingresso di casa notai piccole viti che crescevano nei vasi come se fossero piantine ornamentali, ma in realtà si trattava della sua nursery. Il Prof si trovava di fronte al garage, e con un forcone tirava giù l’uva pronta per essere pigiata. Un uomo di una certa età, con gli occhiali da vista anni ’70 appoggiati sulla punta del naso, magro e con le spalle strette, eppure sembrava che la fatica non lo sfiorasse nemmeno lontanamente.  Un personaggio schietto e sincero, talmente indaffarato che ci salutò a malapena. Il suo modo di lavorare era eccentrico come lui: rifiuto totale della chimica, i suoi operai lavavano i grappoli prima della vendemmia, travasi in cantina ripetuti incessantemente.  Quando gli chiesi se facesse anche metodo Charmat, per poco non mi mandò via: il Sorbara va rifermentato in bottiglia, semmai con il Metodo Classico, che lui chiama siampan.

Finalmente arrivò l’ora di pranzo e lui organizzò qualcosa che solo un produttore modenese poteva escogitare: allestì una lunga tavolata in giardino per noi e i suoi operai, mentre sua moglie sfornava lasagne. La tavola era imbandita con le bottiglie del suo Sorbara e del suo Trebbiano di Spagna, varietà presente nel territorio modenese già dal Seicento, il mio vino del Prof preferito.

Sorbara del Prof 2017 rifermentato in bottiglia

Il Sorbara era di color polpa di ciliegia, al naso un invitante profumo di violetta e fragolina di bosco, con una bolla fine e fitta, e un’acidità rinfrescante e dissetante. Il Trebbiano di Spagna, invece, è un vino che in pochi conoscono, ma una volta assaggiato sarà difficile dimenticarlo: colore giallo paglierino intenso e concentrato, profumava di camomilla e mela Golden, la sua beva era accattivante, in bocca una buona struttura e persistenza, un vino gioioso e allo stesso tempo coinvolgente.

E così, come per magia, si creò quell’atmosfera di condivisione e amicizia che rappresenta d’altronde lo scopo e il senso di un vino, quando questo viene realizzato romanticamente per essere bevuto e non per essere venduto.

Elena Zanasi
Instagram: @ele_zanasi

Champagne Avizoise 2013 – Agrapart

Siamo nel cuore della Côte de Blancs, ad Avize, dove lo chardonnay regna sovrano. Qui ha le vigne Pascal Agrapart, uno dei vigneron più noti ed in ascesa degli ultimi anni, come, ahimè, parimenti in ascesa, sono i prezzi delle sue bottiglie.

Champagne Extra Brut Avizoise 2013 – Agrapart

Beviamo – non degustiamo perché la bottiglia finisce troppo in fretta – il suo Avizoise 2013 (ottima annata per lo chardonnay da quelle parti) tra le sue cuvée di alta gamma proveniente solo da vecchie vigne di Avize. La sboccatura è di maggio 2019, quindi ancora giovanissimo ma la curiosità è tanta, con un dosaggio 3 grammi/litro (extra brut).

Il naso è subito un tuffo nella craie champenoise, il gesso/calcare/argilla affiorante dappertutto da quelle parti, dove una volta c’era il mare; naso ulteriormente impreziosito da bergamotto, tè verde, anice e finocchietto, un trionfo di eleganza e finezza come nello stile di Pascal. La bocca è potenza in guanto di seta, appagante, salata, piena ma mai pesante, anzi il contrario, con una beva travolgente (in due ci vorrebbe una magnum), si percepisce chiaramente che il palato è ancora compresso e che questo Champagne andrebbe riassaggiato tra 5 anni minimo per permettergli di sprigionare tutta la sua palette aromatique; ma è così goloso e così piacevole che queste diventano solo elucubrazioni di un enomaniaco.

Da abbinare con un gran carpaccio di ricciola, del caviale serio o del sushi di alto livello.

Gregorio Mulazzani
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Champagne La Grande Année 2002 – Bollinger

Bollinger non ha certo bisogno di presentazioni, si tratta di una della Maison più antiche e illustri della Champagne. Il loro La Grande Année (che sboccato tardivamente esce come R.D.*) è uno champagne classicissimo – 66% di pinot noir e 34% di chardonnay – sempre di grande solidità e struttura che raramente delude, potremmo definirlo un assegno circolare…un po’ come la Grande Cuvée di Krug.

Champagne La Grande Année 2002 – Bollinger

Questo 2002 – figlio di un’annata memorabile con sboccatura 2011 (alla faccia di chi dice che gli Champagne vanno bevuti giovani) – al naso ha un’ossidazione molto controllata, cenni di pasticceria, ferro, agrumi maturi e gesso; ma è la bocca che colpisce davvero: una crema vellutata con una bolla finissima che accarezza il palato ed un’acidità ancora pimpante a chiudere.

Non è la potenza ma sono l’eleganza e la delicatezza che la fanno da padrone, come vuole da sempre lo stile Bollinger. Uno Champagne autunnale da abbinare, vista la stagione, a un gran risotto al tartufo oppure a porcini freschi o ancora bevuto da solo ma in buona compagnia davanti al camino come augurio per un 2021 migliore.

Gregorio Mulazzani
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* approfondiremo la storia di R.D. (Récemment Dégorgé) in un prossimo post!

In Champagne, ma bevendo rosso

La storia dello Champagne non nasce fra bollicine e tappi a fungo, come si potrebbe credere: affonda le proprie radici e deve la sua iniziale fama ai vini rossi fermi, presenti sulla tavola della corte di Francia già dal 1500.

Il clima freddo e sistemi di vinificazioni antichi non permettevano di realizzare vini di alta qualità e così nel corso degli anni i vini fermi furono accantonati a favore della seconda rifermentazione in bottiglia.

I vini rossi non sono però mai scomparsi del tutto, arrivando fino ai giorni nostri e diventando, di contro, una chicca per gli appassionati: poche bottiglie a prezzi non popolari. La denominazione Coteaux Champenois racchiude non solo i vins tranquilles rossi, ma anche rosati e bianchi, entrambi rarissimi. Da segnalare che alcuni giovani produttori, favoriti anche dai cambiamenti climatici, stanno elaborando vini bianchi fermi da immettere sul mercato nei prossimi anni.

Incuriosita dalla tipologia e complice un corso sullo Champagne, ho deciso di assaggiare un vino rosso da Champagne e la scelta è ricaduta sul Coteaux Champenois Bouzy Rouge 2009 di Benoît Lahaye, un recoltant manipulant di Bouzy di cui già amo le bollicine. Altre opzioni che custodisco, come enoici sogni da esaudire, sono EglyOuriet Cuvée des Grands Côtés Vieilles Vignes e Bollinger La Côte aux enfants.

Coteaux Champenois Bouzy Rouge 2009 – Benoît Lahaye

Non iniziamo al meglio: il tappo si rompe all’apertura ma riusciamo ad estrarlo senza danno; appena messo al bicchiere (un pinot noir con un bel granato luminoso) all’olfatto si presenta cupo e chiuso con un’insistita nota animale di pelo bagnato. Dopo un’ora di attesa (in punizione in sgabuzzino!) migliora molto anche se la fanno da padrone soprattutto i sentori terziari di cuoio, foglia di tabacco e humus. Anche la bocca sembra soffrire un po’ dell’evoluzione del vino e risulta corta e “svuotata”; solo dopo un’ora e mezza ecco ringiovanirsi con un bel pot pourri di fiori rossi, spezie dolci, polvere di cacao. Guadagna anche in persistenza.

Infine, dopo due ore, fa capolino una nota di lampone e fragolina di bosco, il sorso si allunga ancora: finito. Abbinato ad un tagliere di formaggi degli amici della Sala della Vino, dove, per la cronaca 😉, trovate due delle diciotto bottiglie che sono arrivate in Italia quest’anno (millesimo 2017).

Alessandra Gianelli
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