La zonazione in Toscana, tra perplessità e opportunità

Sull’esempio dei grandi vini francesi, anche in Italia è nata recentemente la tendenza a classificare i vigneti cercando di esaltare le loro caratteristiche pedoclimatiche, in modo da comunicare al consumatore la singolarità di quel preciso appezzamento vitato e di conseguenza l’unicità dell’esperienza degustativa che ne deriva.

Questo trend è iniziato “recentemente” per modo di dire, visto che nella terra del Barolo le indicazioni di “Bussia” e “Rocche di Castiglione”, quelle che oggi definiamo Menzioni Geografiche Aggiuntive (MGA), comparivano già in etichetta nel 1961.

I terreni tufacei e ciottolosi di fronte al cratere dell’Amiata a Castelnuovo dell’Abate (Montalcino)

Dal momento che la suddivisione dei vigneti in Piemonte è cosa ben nota e che funziona benissimo in un rapporto trasparente col consumatore, oggi mi piacerebbe parlarvi della Toscana, dove effettivamente esiste da tempo l’idea di valorizzare il territorio sottolineando le sue peculiarità, anche se in realtà le soluzioni ipotizzate finora non sono state all’altezza di una comunicazione chiara, coerente e universale.

Innanzitutto, sarebbe molto più semplice far trasparire l’espressione del terroir se si utilizzasse un solo vitigno. Mi riferisco a quelle denominazioni famose per la loro vocazione alla produzione di sangiovese, spesso sedotte, però, dalla possibilità di aggiungere un ventaglio non troppo ristretto di varietà internazionali, ottenendo così un’alterazione delle qualità tipiche del vitigno in quel territorio.

Le terre rosse del Cerretalto (Montalcino)

Non è così semplice: seppure ultimamente sia aumentata una certa inclinazione al monovitigno, anche per semplificare il rapporto con il consumatore, in realtà la predilezione a vinificare e imbottigliare una varietà in purezza appartiene solo a una piccolissima parte della tradizione vitivinicola toscana. Pensate che fino a pochi anni fa il disciplinare non permetteva l’utilizzo del sangiovese al cento per cento né nel Chianti Classico né a Montepulciano, e le regole sono cambiate solo recentemente, tra il 1994 e il 1996.

L’opzione di assemblare diverse uve non nasce come scelta di marketing, o almeno non solo. È stata innanzitutto una necessità, sia per il fatto che il sangiovese non cresce bene ovunque, sia perché questo vitigno è a volte spigoloso, troppo acido, scarico di colore, quindi ha avuto bisogno di essere “aggiustato” con uve complementari. E così, col passare degli anni, questa consuetudine si è trasformata in tradizione: pensiamo a Carmignano e l’importanza del cabernet, o uva francesca, che viene unito al sangiovese da più di trecento anni.

Vista su La Conca d’Oro (Panzano in Chianti)

Oltre al dibattito sul giusto uvaggio, in Toscana l’obiettivo di una chiara valorizzazione della vigna è intralciato da un certo timore, provato da numerose aziende, che non vedono di buon’occhio un’eventuale classificazione di vigneti di rango superiore rispetto ad altri di rango inferiore, come avviene in Borgogna per i Grand Cru, i Premier Cru, i Villages e via discorrendo. Del resto, quale produttore di punto in bianco ammetterebbe mai che la vigna del vicino di casa è migliore della propria? Infine, questa pericolosa tendenza all’autoreferenzialità non riguarda solo la terra, ma anche la storia delle varie famiglie e aziende.  Troppo spesso nella comunicazione, a partire dalle etichette per finire ai siti web, si cede alla tentazione di concentrarsi sulla storia della famiglia, trascurando l’importanza del territorio. Non dico che la storia non sia importante, ma ormai agli appassionati preme di più conoscere la vigna, piuttosto che sentirsi ripetere per filo e per segno il racconto di cosa sia successo ad ogni generazione che si è succeduta nella gestione aziendale. Io credo che oggi, a meno che non si parli di Barone Ricasoli, Biondi Santi e pochi altri, bisognerebbe fare in modo che la terra sia la protagonista, e che la storia sia un supporto sempre fondamentale, ma di sottofondo.

I fossili marini di epoca pliocenica di Vigna Bossona (Montepulciano)

Oggi più che mai è necessario rivelare al mondo che i vini toscani sono fondamentalmente vini di territorio e che l’eterogeneità è la vera bellezza della Toscana. Il consumatore di oggi è molto più preparato e consapevole rispetto a ieri, conosce già le differenze tra le aree vinicole più importanti, e adesso non aspetta altro che appagare la sua curiosità nella scoperta delle pittoresche sfumature di questi luoghi nel bicchiere.

Pensiamo all’areale di Radda nel Chianti Classico, alla sua altitudine, alla roccia calcarea del terreno e ai boschi circostanti che danno al sangiovese una freschezza e una bevibilità unica. O alla zona di Castelnuovo dell’Abate a Montalcino, a quella sua suadente nota sapida e agrumata unica al mondo. Pensiamo alla finezza e all’eleganza della collina di Montosoli, oppure all’energia e vitalità dei vini che provengono dai terreni sabbiosi e argillosi della zona di Cervognano a Montepulciano. Un discorso diverso andrebbe fatto magari per la zona di Bolgheri, dove la “maison” ha un appeal molto più impattante rispetto al terroir, proprio come a Bordeaux, ma anche qua troviamo elementi unici che varrebbe la pena raccontare, come l’ossido di ferro della vigna del Sassicaia e le argille blu del Masseto.

  • Esempi di una comunicazione chiara in etichetta
  • Esempi di una comunicazione chiara in etichetta

Questi sono solo degli esempi per sottolineare quanto sarebbe importante valorizzare i dettagli dello splendido e variegato patrimonio di cui disponiamo.

Se non ci sono ancora le condizioni per arrivare ad una vera e propria zonazione, anche se interessanti studi e tentativi in tal senso sono stati fatti, l’auspicio è quello che si vada nella direzione di una maggiore attenzione verso le sottozone – comuni dei più importanti territori toscani, sia in etichetta, ma anche più in generale nella comunicazione. Si coglierebbe infatti il duplice obiettivo di valorizzare la qualità e varietà del vino toscano e orientare l’evoluto consumatore moderno.

Elena Zanasi
Instagram: @ele_zanasi

Summus 1998 Banfi: non fa male! non fa male! non fa male!

Questo vino sonnecchiava nella mia cantina da tempo e ben mi guardavo dal destarlo. Il pre-giudizio sui vini di Banfi unito alla convinzione di quanti danni abbiano fatto i vitigni “migliorativi” in Toscana (soprattutto dalle parti di Montalcino) mi teneva lontano dalla bottiglia. Poi ho deciso che dovevo farlo, per il bene dei miei 25 lettori e per scopo – quantomeno – didattico. Pronto ad ingaggiare una sfida alla Rocky l’ho infine bevuto!

Sant’Antimo DOC “SummuS” 1998 – Castello Banfi

Il colore del vino è integro, rubino intenso e carico con solo qualche sfumatura che vira al granato. Mi aspetto note vanigliate dovute alla lunga sosta in barrique ed invece il naso è sorpreso da una certa complessità: prugna, note balsamiche, cioccolatino alla ciliegia, asfalto, fiori macerati, pepe verde, delicato peperone arrostito e tabacco. Il blend di Sangiovese (45%), Cabernet Sauvignon (40%) e Syraz (15%) insomma.

La bocca è piuttosto larga, giocata sulle morbidezze con un tannino ormai risolto e con una dinamica piuttosto semplice, manca di un po’ di grip. Chiude leggermente amaricante (tannini da legno) e con una persistenza solo discreta.

82

Nel complesso il vino non ha sfigurato, lontano dai profili di vino che amo (manca un po’ di nerbo, di sapidità e profondità) però distante dal vino caricaturale che, colpevolmente, mi aspettavo.

Insomma Rocky: “non fa male, non fa male non fa male!”