Aglianico, Aleanico, Ellenico: tutte le sfumature della DOCG Taurasi

Aglianico, ai tempi Eleanico o Ellenico, vitigno portato nel sud Italia dai Greci intorno al VII secolo a.C. Si tratta di un vitigno tardivo, la vendemmia avviene generalmente ad ottobre. L’aspro territorio irpino presenta temperature rigide che rendono la coltivazione di questa varietà difficile nella gestione. Fu proprio l’habitat inospitale dell’Irpinia che riuscì a tardare l’attacco della fillossera, che nell’800 perversò in Italia ed Europa decimando vigne e raccolto. Questo garantì una grande produzione in un momento storico in cui la viticultura europea soffriva ed infatti, parte di questa produzione, veniva portata anche in Francia grazie all’antica ferrovia del vino.

Taurasi DOCG – foto modificata dall’originale di Campania Stories

Fanno parte della DOCG Taurasi 17 comuni, una netta distinzione delle zone di produzione è data dal fiume Calore.

  • Nord-ovest del fiume: comuni di Venticano, Torre le Nocelle, Pietradefusi. Qui è favorita l’esposizione a sud, la zona è più calda e la maturazione arriva a metà ottobre.
  • Ovest: terre del Fiano, comuni di Montemiletto, Montefalcione, Lapio, San Mango sul Calore. Clima continentale, con grandi escursioni termiche.
  • Centro Ovest sulla riva del Calore: comuni di Taurasi, Mirabella, Bonito, Sant’Angelo all’Esca, Luogosano, Fontanarosa. Zona fresca e boschiva, terreni pietrosi e calcarei, vini di eleganza, acidità e potenza tannica.
  • Sud, alta valle del Calore: Montemarano, Castelfranci, Paternopoli, Castelvetere. Decise escursioni termiche, maturazioni lente, maggiore alcolicità, tannino e necessità di maggiori affinamenti.

Il suolo è prevalentemente composto da argilla e calcare, nello strato più superficiale i sedimenti sono invece di origine vulcanica (tufo, pomice, lapilli) e questo conferisce al vino la grande potenza che conosciamo. Anche le forti escursioni termiche contribuiscono a forgiarne il carattere.
Il disciplinare prevede 3 anni di invecchiamento di cui almeno 12 mesi in botti di legno.
Il Taurasi è un vino da degustare con lentezza, stessa lentezza della vite per portare a maturazione il frutto e la lentezza dovuta negli affinamenti. Mettetevi comodi!

Taurasi: i vini in degustazione
Taurasi: i vini in degustazione
  • Taurasi DOCG Antico Castello, 2012. San Mango sul Calore. Colore fitto, cupo, opaco, privo di note granate. Al naso: ciliegia, polvere, cipria, una nota vegetale di geranio. In bocca l’acidità è spiccata, sul finale arriva la nota amaricante e la percezione della potenza alcolica. Lasciandolo nel calice si esprime in una bella nota agrumata e di affumicato.
  • Taurasi DOCG Sertura, 2012. Torre le Nocelle. Colore molto simile al precedente, al naso si intuisce una nota eterea di naftalina e poi legno umido. Ritorna la nota di polvere e sul finale poi l’amaretto. In bocca l’acidità è maggiore ed il tannino si fa più piccante; sulla persistenza una nota dolce da legno e maggiore speziatura di pepe. Lasciandolo nel calice amplia lo spettro olfattivo: la nota eterea si fa più incisiva e spuntano ricordi di profumeria.
  • Radici, Mastroberardino, 2014. Atripalda. Questo vino, di maggior brillantezza all’impatto visivo, presenta un naso completamente differente rispetto ai primi due Taurasi. Qui le note prevalenti sono di sottobosco, funghi, castagna e violetta. Torna l’affumicatura nel finale ed il tannino è più pastoso con maggiore capacità astringente. Lasciandolo riposare nel calice non evolve particolarmente lo spettro, rimanendo ancorato alle note di umidità e sottobosco. In bocca sulla persistenza esce la nota vanigliata dell’affinamento in barrique. Sicuramente questo vino sconta un po’ l’annata non favorevole. Mi piacerebbe riassaggiarlo in altre annate.
  • Fren, Stefania Barbot, 2013. Paternopoli. L’impatto olfattivo diventa nettamente più elegante e “croccante” con arancia sanguinella e frutto rosso. Ritornano le note di polvere, cipria ed il finale affumicato. In bocca conferma l’eleganza, l’acidità è perfettamente integrata e bilanciata da una bella sapidità. Il tannino è pepato e solleticante. Riposando nel calice spuntano note etere, plastiche.
  • Taurasi Riserva, Borgodangelo, 2010. Sant’Angelo all’Esca. Una linea olfattiva profonda e scura, si parte con delle note di dattero e caffè che trasportano fino al catrame ed alla rosa essiccata. In bocca il tannino è ruvido, di trama fine, la potenza alcolica è netta e balsamica. La persistenza chiude con note di melograno. La riserva si sente tutta nella complessità di questo vino.
  • Taurasi Riserva, Feudo Apiano, 2009. Lapio. Conclude il percorso facendoci ritrovare le ormai chiare sensazioni di cipria e castagna, la ciliegia qui diventa più amarena e ci stupisce con una bella nota di sigaro. Ritroviamo anche in questo caso dattero, cacao e fico. In bocca, complice l’età, l’acidità è più spenta e prevale la salinità.

La mia personalissima classifica vede al terzo posto proprio la riserva di Feudo Apiano, al secondo posto la fragrante eleganza di Stefania Barbot, al primo posto Sertura che ha dimostrato eleganza, potenza e la capacità di evolvere nel bicchiere senza spegnersi.

Oltre a voler approfondire ulteriormente questa straordinaria realtà vitivinicola voglio assolutamente assaggiare i fichi di San Mango, uno dei tesori agroalimentari della Campania.

Ringrazio in modo particolare Dalila Condello di Hic Enoteche per i contenuti sia teorici che dei calici.

Chiara EM Barlassina
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