Il pinot nero oltre i confini della Borgogna

Alcuni vitigni nascono in un preciso punto del mondo e lì rimangono per sempre, senza spostarsi. In altri casi, certe varietà abbandonano le origini per intraprendere un lungo viaggio che li spingerà ad adattarsi in angoli diversi del pianeta, senza mutare tuttavia la loro genetica. Latitudini diverse, suoli imparagonabili, stagioni opposte, pendenze, pianure, laghi, boschi, vento, mare. Non esiste una condizione pedoclimatica identica ad un’altra, eppure quella piccola vite riuscirà a fare di quel paesaggio la sua casa, e il vino che ne deriva avrà impresso il segno indelebile di quel preciso territorio.

Capita spesso, tuttavia, che una volta davanti al bicchiere, si giunga alla conclusione che le performance migliori provengano dai terroir d’origine. A volte i produttori si ostinano a far crescere un’uva in un luogo non esattamente vocato, ma sedotti da una sorta di “terra promessa” cedono al tentativo di replicare un territorio e una tradizione che non gli appartengono.

Questo avviene innumerevoli volte quando si parla di pinot nero.

Inizierò dicendo che dovremmo smettere di paragonare le espressioni di pinot nero di Borgogna a quelle di altri territori.

Non serve che io dica che crescere il pinot nero sia un’impresa alquanto audace da compiere: è uno dei vitigni più ostici e sensibili da domare perché soffre il troppo caldo, l’umidità, le estati eccessivamente secche, è soggetto a muffe e funghi, se viene vendemmiato presto risulta verde e amaro e se raccolto troppo tardi l’uva potrebbe risultare molle. Le caratteristiche pedoclimatiche del terroir devono essere incastrate alla perfezione per poter dar vita ad un grande vino, infatti già nel Medioevo i monaci cistercensi furono spinti a fare una mappatura dei loro vigneti, classificando i terroir migliori che poi sarebbero diventati Grand Cru e Premier Cru.

Quando si tratta di pinot nero, ogni minima peculiarità del territorio ha un’incidenza determinante nel bicchiere, e addirittura verrebbe da chiedersi se i profumi varietali siano rilevanti quanto l’espressione del terroir. Probabilmente la risposta a questa domanda rappresenta già un primo motivo per disincentivare i tentativi di imitazione della Borgogna.

Inoltre, non dimentichiamoci che c’è una bella differenza tra imitazione e ispirazione: la prima porta al concepimento di brutte copie, di caricature, mentre la seconda spinge a interpretare al meglio ciò che realmente si possiede, senza tentare di cavare sangue da una rapa.

Uno dei pochi esempi in cui l’ispirazione ha avuto la meglio nella realizzazione di un grande pinot nero italiano è sicuramente Podere della Civettaja. Siamo in Toscana, in Casentino, le cui altitudini e i terreni calcarei e ricchi di scheletro consentono la coltivazione di questo vitigno. Ho assaggiato recentemente la 2016 e, complice sia l’annata eccezionale sia un po’ di tempo di affinamento in bottiglia, ho avuto il piacere di bere un ottimo vino.

Pinot Nero 2016 – Podere della Civettaja

Rosso rubino di media intensità, al naso si ritrova uno stile più sul riduttivo che sull’ossidativo, con sentori di frutta freschissima, ciliegia, ribes, lampone, rosa canina, poi spicca una nota minerale di pietra bagnata, sottobosco, pepe bianco. In bocca colpisce per la sua freschezza autentica e schietta, che fa venire voglia di berlo e riberlo, oltre alla sua lunga persistenza lievemente sapida. Nessun paragone con la Borgogna: questo vino è autenticamente italiano, finalmente.

Elena Zanasi
Instagram: @ele_zanasi

Aubert de Villaine a ruota libera tra biodinamica, difesa del terroir e prezzi nell’intervista su Le Figaro

Il post in oggetto è un consiglio di lettura, non sono così frequenti le interviste di Aubert de Villaine del Domaine de la Romanée-Conti.

Aubert de Villaine
Aubert de Villaine – credits: Le Figaro Vin

Di seguito estrapolo solo un paio di passaggi dall’articolo che ti consiglio ovviamente di leggere per intero: intervista Aubert de Villaine Le Figaro

 

Exprimer le terroir passe, bien entendu, par le respect des sols. Nous savons peu de chose quant à son mode de fonctionnement. Il héberge de très nombreux micro-organismes, de la surface jusqu’à la roche mère. Pour le nourrir sans le dénaturer, il faut, par exemple, trouver le bon compost : il ne s’agit pas d’enrichir les sols, mais de leur apporter de la vie biologique. De même, nous avons beaucoup réfléchi sur nos méthodes de travail dans la vigne, sur les labours… C’est ensuite assez naturellement que nous sommes passés à la biodynamie. Nous avons débuté, à la fin des années 1990, des expérimentations sur 6 hectares. Puis nous avons converti l’intégralité du domaine en biodynamie en 2006. Comme il était compliqué de mener de front la bio et la biodynamie, il a fallu faire un choix.

(credits: intervista Aubert de Villaine Le Figaro)

e ancora:

Regardez la vente du Domaine Bonneau du Martray. Même si le prix de vente n’a pas été divulgué, les chiffres qui circulent (entre 100 et 200 millions d’euros) sont absolument affolants, et sans aucun lien avec l’économie. Ces niveaux de transaction mettent en danger l’équilibre de la Bourgogne et l’avenir des domaines familiaux. S’ils sont retenus comme références par l’administration fiscale pour l’ISF ou les transmissions, cela conduira à la vente des domaines familiaux au profit de grands groupes ou de riches industriels. L’Etat doit ici assumer ses responsabilités. Il faut absolument que le fisc admette de prendre en compte des valeurs basées non sur le prix, mais sur la rentabilité économique.

(credits: intervista Aubert de Villaine Le Figaro)

Grasberg 2010 Marcel Deiss: l’Alsazia senza compromessi

Il Domaine Marcel Deiss si trova a Bergheim, nel cuore dell’Alsazia, e non si è mai accontentato di essere una delle aziende storiche della zona (la famiglia si occupa di vigna dal 1744!). In una zona in cui il vitigno è, in genere, ben evidente in etichetta (in passato, per i grand cru, era persino obbligatorio indicarlo in etichetta), la scelta dei Deiss è stata controcorrente. Hanno cioè deciso di puntate tutto sul terroir abbracciando la biodinamica e, soprattutto, riscoprendo l’antica pratica della complantation, una pratica agronomica che consiste nel piantare in una stessa vigna differenti varietà raccogliendole e vinificandole contemporaneamente.

Alsace Grasberg 2010 - Marcel Deiss
Alsace Grasberg 2010 – Marcel Deiss

Alsace Grasberg 2010 – Marcel Deiss

Il colore è oro antico. L’olfatto è invitante ma non sfacciato, anzi di dipana con misura ed eleganza: arancia, buccia di limone, rosa, menta, calcare, tocchi speziati.

La bocca è morbida e abboccata, si sviluppa con suadenza ma anche con una certa rapidità, arrivando un po’ bruscamente ad una chiusura piuttosto calda, caratterizzata da un retrolfatto di uva passa sotto spirito. La persistenza c’è ed è innervata da ottima scia sapida e agrumata.

Un po’ di ossidazione fa capolino in un vino interessante ma da cui mi aspettavo di più.

85

Per la cronaca: il vino è ottenuto da Riesling, Pinot Gris e Gewurztraminer.