La piccola redazione di Vinocondiviso si è riunita per il consueto scambio di idee, opinioni e, naturalmente, per degustare qualche vino … rispettando rigorosamente il coprifuoco!
In questo post riportiamo qualche impressione dei vini bevuti che sono stati ottimamente accompagnati da riso giallo al salto, fagottini di radicchio, taleggio e noci, sformato di cavolfiore con crema di patate, formaggi.
Champagne Blanc de Blancs 2004 -Diebolt-Vallois
Rías Baixas Albariño Selección de Añada 2010 – Pazo Señorans
Pommard Vieilles Vignes 2018 – Domaine Joseph Voillot
Pinot Nero 2017 – Podere della Civettaja
Champagne Blanc de Blancs 2004 -Diebolt-Vallois
Avevamo già parlato di uno champagne di Diebolt-Vallois e, anche questa volta, abbiamo deciso di restare sullo stesso produttore, cambiando però etichetta e annata.
Lo champagne che abbiamo nel calice – di cui non conosciamo data sboccatura – si presenta di giallo dorato. L’olfatto è sulla mela golden ed il cedro, immancabile la nota minerale (calcare), poi un tocco di champignon. Bocca energica, viva e agrumata. Champagne che unisce potenza e bevibilità, freschezza ed eleganza.
Cavallo di razza.
Rías Baixas Albariño Selección de Añada 2010 – Pazo Señorans
Ci torniamo volentieri con questo albariño che è di un giallo dorato molto luminoso, si intuisce che è passato qualche anno dall’imbottigliamento, anche grazie ad un olfatto decisamente stratificato e disteso: nota iodata molto netta in ingresso, poi alghe, cera e propoli, a chiudere aghi di pino. Bocca acida ma di splendida maturità, il vino è evoluto benissimo, il sorso risulta sapido e profondo.
Colpo di fulmine.
Pommard Vieilles Vignes 2018 – Domaine Joseph Voillot
É invece colpevolmente passato parecchio tempo dall’ultima volta che abbiamo scritto del Domaine Joseph Voillot!
Degustiamo con grande piacere il suo Pommard che benché giovanissimo troviamo già in splendida forma. Naso che affianca al fruttino rosso di bosco, sfumature floreali e speziate (cannella), accompagnate da una perentoria mineralità (grafite). L’acidità ficcante e la sapidità in chiusura di bocca accompagnano il vino in un finale lungo e verticale. Vino che potrà dire ancora molto con ulteriore evoluzione in bottiglia.
Seducente.
Pinot Nero 2017 – Podere della Civettaja
Non si vive di sola Borgogna se si ama il pinot nero, e Podere della Civettaja ce lo aveva già dimostrato. Se il 2016 era un pinot nero vivace e mediterraneo, questo 2017 pur non discostandosi da quel modello risente un po’ dell’annata meno favorevole.
È comunque un vino di grande interesse: lamponi in confettura, hashish, incenso, spezie, effluvi mediterranei al naso che risulta accattivante e mobile. Il sorso in questa fase è tutto sul frutto, di bella dolcezza, con acidità e sale ben presenti. Chiusura succosa e pulita. Non cosi stratificato ma di grande bevibilità.
Di Stroppolatini, produttore emergente dei Colli Orientali del Friuli, ne avevamo parlato già qualche tempo fa, in occasione di una nostra visita.
Ne riparliamo oggi in occasione dell’ottimo schioppettino che avevamo acquistato in quell’occasione e che abbiamo degustato con grande soddisfazione. 🙂
Friuli Colli Orientali Schioppettino Riserva 2012 – Stroppolatini
Rosso rubino con qualche riflesso granato.
Naso di grande complessità: geranio, sottobosco, frutta scura matura, effluvi balsamici e poi, ancora, timo e pepe verde. Aromaticamente il vino dosa con grande equilibrio sentori terziari dati dall’evoluzione del vino con sentori più vivaci, freschi e luminosi.
Bocca potente, rotonda e fruttata ma di buona freschezza, sapida e mobile. Il tannino è splendidamente risolto. Chiude lungo su ritorni di fiori e spezie.
Plus: vino che riesce a coniugare austerità e piacevolezza di beva, frutto e spezie. La prova dell’assaggio del giorno dopo conferma le impressioni del primo giorno con un vino che sembra ringiovanire e schiarirsi, a dimostrazione del potenziale evolutivo ancora in essere.
Sull’esempio dei grandi vini francesi, anche in Italia è nata recentemente la tendenza a classificare i vigneti cercando di esaltare le loro caratteristiche pedoclimatiche, in modo da comunicare al consumatore la singolarità di quel preciso appezzamento vitato e di conseguenza l’unicità dell’esperienza degustativa che ne deriva.
Questo trend è iniziato “recentemente” per modo di dire, visto che nella terra del Barolo le indicazioni di “Bussia” e “Rocche di Castiglione”, quelle che oggi definiamo Menzioni Geografiche Aggiuntive (MGA), comparivano già in etichetta nel 1961.
I terreni tufacei e ciottolosi di fronte al cratere dell’Amiata a Castelnuovo dell’Abate (Montalcino)
Dal momento che la suddivisione dei vigneti in Piemonte è cosa ben nota e che funziona benissimo in un rapporto trasparente col consumatore, oggi mi piacerebbe parlarvi della Toscana, dove effettivamente esiste da tempo l’idea di valorizzare il territorio sottolineando le sue peculiarità, anche se in realtà le soluzioni ipotizzate finora non sono state all’altezza di una comunicazione chiara, coerente e universale.
Innanzitutto, sarebbe molto più semplice far trasparire l’espressione del terroir se si utilizzasse un solo vitigno. Mi riferisco a quelle denominazioni famose per la loro vocazione alla produzione di sangiovese, spesso sedotte, però, dalla possibilità di aggiungere un ventaglio non troppo ristretto di varietà internazionali, ottenendo così un’alterazione delle qualità tipiche del vitigno in quel territorio.
Le terre rosse del Cerretalto (Montalcino)
Non è così semplice: seppure ultimamente sia aumentata una certa inclinazione al monovitigno, anche per semplificare il rapporto con il consumatore, in realtà la predilezione a vinificare e imbottigliare una varietà in purezza appartiene solo a una piccolissima parte della tradizione vitivinicola toscana. Pensate che fino a pochi anni fa il disciplinare non permetteva l’utilizzo del sangiovese al cento per cento né nel Chianti Classico né a Montepulciano, e le regole sono cambiate solo recentemente, tra il 1994 e il 1996.
L’opzione di assemblare diverse uve non nasce come scelta di marketing, o almeno non solo. È stata innanzitutto una necessità, sia per il fatto che il sangiovese non cresce bene ovunque, sia perché questo vitigno è a volte spigoloso, troppo acido, scarico di colore, quindi ha avuto bisogno di essere “aggiustato” con uve complementari. E così, col passare degli anni, questa consuetudine si è trasformata in tradizione: pensiamo a Carmignano e l’importanza del cabernet, o uva francesca, che viene unito al sangiovese da più di trecento anni.
Vista su La Conca d’Oro (Panzano in Chianti)
Oltre al dibattito sul giusto uvaggio, in Toscana l’obiettivo di una chiara valorizzazione della vigna è intralciato da un certo timore, provato da numerose aziende, che non vedono di buon’occhio un’eventuale classificazione di vigneti di rango superiore rispetto ad altri di rango inferiore, come avviene in Borgogna per i Grand Cru, i Premier Cru, i Villages e via discorrendo. Del resto, quale produttore di punto in bianco ammetterebbe mai che la vigna del vicino di casa è migliore della propria? Infine, questa pericolosa tendenza all’autoreferenzialità non riguarda solo la terra, ma anche la storia delle varie famiglie e aziende. Troppo spesso nella comunicazione, a partire dalle etichette per finire ai siti web, si cede alla tentazione di concentrarsi sulla storia della famiglia, trascurando l’importanza del territorio. Non dico che la storia non sia importante, ma ormai agli appassionati preme di più conoscere la vigna, piuttosto che sentirsi ripetere per filo e per segno il racconto di cosa sia successo ad ogni generazione che si è succeduta nella gestione aziendale. Io credo che oggi, a meno che non si parli di Barone Ricasoli, Biondi Santi e pochi altri, bisognerebbe fare in modo che la terra sia la protagonista, e che la storia sia un supporto sempre fondamentale, ma di sottofondo.
I fossili marini di epoca pliocenica di Vigna Bossona (Montepulciano)
Oggi più che mai è necessario rivelare al mondo che i vini toscani sono fondamentalmente vini di territorio e che l’eterogeneità è la vera bellezza della Toscana. Il consumatore di oggi è molto più preparato e consapevole rispetto a ieri, conosce già le differenze tra le aree vinicole più importanti, e adesso non aspetta altro che appagare la sua curiosità nella scoperta delle pittoresche sfumature di questi luoghi nel bicchiere.
Pensiamo all’areale di Radda nel Chianti Classico, alla sua altitudine, alla roccia calcarea del terreno e ai boschi circostanti che danno al sangiovese una freschezza e una bevibilità unica. O alla zona di Castelnuovo dell’Abate a Montalcino, a quella sua suadente nota sapida e agrumata unica al mondo. Pensiamo alla finezza e all’eleganza della collina di Montosoli, oppure all’energia e vitalità dei vini che provengono dai terreni sabbiosi e argillosi della zona di Cervognano a Montepulciano. Un discorso diverso andrebbe fatto magari per la zona di Bolgheri, dove la “maison” ha un appeal molto più impattante rispetto al terroir, proprio come a Bordeaux, ma anche qua troviamo elementi unici che varrebbe la pena raccontare, come l’ossido di ferro della vigna del Sassicaia e le argille blu del Masseto.
Esempi di una comunicazione chiara in etichetta
Esempi di una comunicazione chiara in etichetta
Questi sono solo degli esempi per sottolineare quanto sarebbe importante valorizzare i dettagli dello splendido e variegato patrimonio di cui disponiamo.
Se non ci sono ancora le condizioni per arrivare ad una vera e propria zonazione, anche se interessanti studi e tentativi in tal senso sono stati fatti, l’auspicio è quello che si vada nella direzione di una maggiore attenzione verso le sottozone – comuni dei più importanti territori toscani, sia in etichetta, ma anche più in generale nella comunicazione. Si coglierebbe infatti il duplice obiettivo di valorizzare la qualità e varietà del vino toscano e orientare l’evoluto consumatore moderno.
A volte viaggiando si scoprono vini inaspettati. Capita però anche il contrario, ovvero che bevendo un vino si entri in contatto con un territorio poco conosciuto e si voglia immediatamente partire per visitarlo.
Le Denominazioni della Galizia, in rosa la Ribeira Sacra (Credits: vineyards.com)
È quello che mi è successo degustando un vino naturale della Ribeira Sacra, zona interna della Galizia in cui confluiscono i fiumi Sil e Miño. La zona è impervia, i fiumi scavano dei veri e propri canyon, è una terra da secoli abitata da eremiti e monaci. La viticoltura gioca un ruolo non secondario e i panorami sono letteralmente mozzafiato.
Vigne in Ribeira Sacra (Photo Credits: Bibendum) e Panorama con vigneti e Miño (Photo Credits: Spain.info)
Ma torniamo al vino, ovvero alla miccia che ha infiammato la curiosità e la voglia di viaggiare.
Conasbrancas 2018 – Fedellos do Couto
Si tratta di un vino naturale della Ribeira Sacra, benché non etichettato come DO. Il vino è ottenuto da Doña Blanca, Godello e Golgadeira da vigne di almeno 30 anni poste tra i 350 e i 700 metri di altitudine.
Il vino si presenta con un luminoso giallo dorato. Al primo naso note di cerino e zolfo, rapidamente emerge però una complessità olfattiva inusuale: cereali, ginestra, iodio, pompelmo… dal calice si levano a getto continuo fragranze sempre nuove.
Sorso elettrico, l’acidità sferza il palato e lo inonda di sapore: tornano gli agrumi, il salmastro e i fiori. La progressione, pur caratterizzata da una freschezza molto pronunciata, è scorrevole e senza strappi. Persistenza notevole su ritorni di macchia mediterranea e conchiglie.
Plus: vino naturale di mirabile equilibrio e pulizia e che, al contempo, risulta espressivo e di personalità.
Siamo, ancora una volta, a Vertus, estremo sud della Côte des Blancs, terra di chardonnay come ben sappiamo.
Qui opera Veuve Fourny et Fils, bravo produttore sempre molto preciso e che sa leggere con attenzione il territorio.
Abbiamo provato il suo millesimato 2013 (buona annata da quelle parti) naturalmente Blanc de Blancs con dosaggio bassissimo (3 grammi/litro) da vecchie vigne di oltre 60 anni di età, sboccatura gennaio 2019, senza solfiti aggiunti.
Grande purezza cristallina al naso con sensazioni di anice, agrume amaro e “craie”, in bocca affilato ma senza eccessi, già piuttosto godibile, cristallino, fresco, davvero un bel bicchiere forse non troppo complesso ma piacevolissimo.
Se sei un enofighetto che snobba il gewürztraminer, proveremo a farti cambiare idea con questo vino, dell’azienda Eredi Cobelli Aldo.
Siamo in Trentino nella zona di Sorni, terra di nosiola, teroldego, chardonnay, terra di confine con l’Alto Adige e infatti troviamo anche schiava e, appunto gewürztraminer, che i tre fratelli Cobelli coltivano su terreni ricchi di gesso; da qui il nome del vino, Géss, gesso in dialetto.
Trentino Gewürztraminer Géss 2018 – Eredi di Cobelli Aldo
Al calice il colore dorato acceso già fa intuire che siamo di fronte ad un gewürztraminer che ha fatto macerazione: una settimana sulle bucce prima di iniziare la fermentazione alcolica, attivata solo da lieviti indigeni. Al naso non troviamo i più classici e scontati sentori del traminer aromatico, rosa e litchi, che spesso lo rendono un poco stucchevole e non ne invogliano la beva; Géss presenta sentori di fiori gialli, mela golden, ananas, erbe officinali, dopo il sorso, pieno e caldo, emerge la nota minerale e si fanno preponderanti i frutti tropicali.
Un vino di struttura, sapido e di grande persistenza, ottimamente accompagnato da ravioli e involtini cinesi.
Consigliato a chi ” Io il gewürztraminer non lo bevo (più)”.
L’erbaluce non è certo il vitigno più noto del Piemonte, eppure da qualche anno se ne parla e si degusta con una certa regolarità, grazie anche alla meritoria opera di valorizzazione portata avanti dalla Cantina Favaro.
Erbaluce di Caluso “Le Chiusure” 2019 – Favaro
Il vino che abbiamo assaggiato è il vino simbolo dell’azienda e ci sembra particolarmente riuscito.
Erbaluce di Caluso “Le Chiusure” 2019 – Favaro
Paglierino dai riflessi verde-oro.
Olfatto delicato e misurato, eppure articolato: dapprima un leggero anice e finocchietto, poi frutta bianca non molto matura, scorzetta di limone e, infine, qualche cenno gessoso e di mandorla fresca.
Bocca di grande equilibrio, il vino ha un certo volume anche glicerico, ma all’intensità si accompagna una freschezza dissetante che alleggerisce il sorso e dà profondità. Il vino risulta dinamico e armonico nello sviluppo. La chiusura è sapida e di ottima persistenza su ritorni minerali di grande eleganza.
Plus: il vino, già ottimo ora, lascia la netta impressione di poter migliorare ulteriormente. Se, come crediamo, qualche anno di affinamento in vetro fornirà un quid in più di espressività … diventerà un gioiellino!
Siamo a Vertus, estremo sud della Côte des Blancs in Champagne, regno dello chardonnay, dove opera Doyard, ottimo produttore sempre affidabilissimo.
Il suo prodotto di punta, di cui parliamo oggi, viene da una particella piccolissima di chardonnay piantata nel 1956 (mezzo ettaro) circondata da mura (il Clos appunto, come il famoso Clos du Mesnil di Krug). Qui le vigne sono curate senza prodotti chimici, basse rese, di questa cuvée sono prodotte solo 1650 bottiglie, senza malolattica e dosaggio molto contenuto (3g/L).
Parliamo di uno champagne con sboccatura di settembre 2017, quindi 4 anni di permanenza sui lieviti.
Ancora giovanissimo si presenta nel bicchiere con riflessi quasi verdognoli, il naso è tutto sul gesso e sull’agrume amaro con cenni di anice, bocca splendida per “droiture”, freschezza e pulizia del palato.
Da bere oggi con piacere ma qualche anno ancora di cantina gli gioverà sicuramente.
Abbinamento d’elezione con un carpaccio di ricciola.
Alcuni vitigni nascono in un preciso punto del mondo e lì rimangono per sempre, senza spostarsi. In altri casi, certe varietà abbandonano le origini per intraprendere un lungo viaggio che li spingerà ad adattarsi in angoli diversi del pianeta, senza mutare tuttavia la loro genetica. Latitudini diverse, suoli imparagonabili, stagioni opposte, pendenze, pianure, laghi, boschi, vento, mare. Non esiste una condizione pedoclimatica identica ad un’altra, eppure quella piccola vite riuscirà a fare di quel paesaggio la sua casa, e il vino che ne deriva avrà impresso il segno indelebile di quel preciso territorio.
Capita spesso, tuttavia, che una volta davanti al bicchiere, si giunga alla conclusione che le performance migliori provengano dai terroir d’origine. A volte i produttori si ostinano a far crescere un’uva in un luogo non esattamente vocato, ma sedotti da una sorta di “terra promessa” cedono al tentativo di replicare un territorio e una tradizione che non gli appartengono.
Questo avviene innumerevoli volte quando si parla di pinot nero.
Inizierò dicendo che dovremmo smettere di paragonare le espressioni di pinot nero di Borgogna a quelle di altri territori.
Non serve che io dica che crescere il pinot nero sia un’impresa alquanto audace da compiere: è uno dei vitigni più ostici e sensibili da domare perché soffre il troppo caldo, l’umidità, le estati eccessivamente secche, è soggetto a muffe e funghi, se viene vendemmiato presto risulta verde e amaro e se raccolto troppo tardi l’uva potrebbe risultare molle. Le caratteristiche pedoclimatiche del terroir devono essere incastrate alla perfezione per poter dar vita ad un grande vino, infatti già nel Medioevo i monaci cistercensi furono spinti a fare una mappatura dei loro vigneti, classificando i terroir migliori che poi sarebbero diventati Grand Cru e Premier Cru.
Quando si tratta di pinot nero, ogni minima peculiarità del territorio ha un’incidenza determinante nel bicchiere, e addirittura verrebbe da chiedersi se i profumi varietali siano rilevanti quanto l’espressione del terroir. Probabilmente la risposta a questa domanda rappresenta già un primo motivo per disincentivare i tentativi di imitazione della Borgogna.
Inoltre, non dimentichiamoci che c’è una bella differenza tra imitazione e ispirazione: la prima porta al concepimento di brutte copie, di caricature, mentre la seconda spinge a interpretare al meglio ciò che realmente si possiede, senza tentare di cavare sangue da una rapa.
Uno dei pochi esempi in cui l’ispirazione ha avuto la meglio nella realizzazione di un grande pinot nero italiano è sicuramente Podere della Civettaja. Siamo in Toscana, in Casentino, le cui altitudini e i terreni calcarei e ricchi di scheletro consentono la coltivazione di questo vitigno. Ho assaggiato recentemente la 2016 e, complice sia l’annata eccezionale sia un po’ di tempo di affinamento in bottiglia, ho avuto il piacere di bere un ottimo vino.
Pinot Nero 2016 – Podere della Civettaja
Rosso rubino di media intensità, al naso si ritrova uno stile più sul riduttivo che sull’ossidativo, con sentori di frutta freschissima, ciliegia, ribes, lampone, rosa canina, poi spicca una nota minerale di pietra bagnata, sottobosco, pepe bianco. In bocca colpisce per la sua freschezza autentica e schietta, che fa venire voglia di berlo e riberlo, oltre alla sua lunga persistenza lievemente sapida. Nessun paragone con la Borgogna: questo vino è autenticamente italiano, finalmente.
Ci troviamo ad Avize, cuore dello chardonnay in Champagne, dove opera Franck Bonville bravissimo produttore che propone una qualità alta e costante a dei prezzi – cosa non scontata di questi tempi – davvero molto corretti.
Questo Extra-Brut, dal dosaggio contenuto a 2,5 g/l, è un 2012 con ben 7 anni di permanenza sui lieviti (sboccatura luglio 2020, avrebbe bisogno ancora di qualche mese di bottiglia ma aspettare ahimè è difficile), è uno dei suoi prodotti best buy.
Naso citrino e di bellissima e profonda mineralità calcarea, bocca salata, sapida e con acidità da vendere, stupendo con antipasti di mare o sushi, si beve con grandissimo piacere e in due la bottiglia finisce in un lampo.