Barbagia Rosso “Ghirada Gurguruò” 2020 – Vikevike

Mamoiada è un paese di soli 2500 abitanti, siamo in provincia di Nuoro nel centro Sardegna. Qui la tradizione vitivinicola è plurisecolare, e alcune vecchie ghirade, porzioni uniche di vigna delimitate da muretti a secco, ne sono ancora testimonianza.
Il territorio di Mamoiada, oltre ad essere tradizionalmente dedito alla viticultura, presenta caratteristiche molto interessanti che la differenziano da altre zone della Sardegna: i vigneti sono ad un’altitudine media di 730 metri sul livello del mare e soggetti a forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, i suoi terreni sono di natura granitica di struttura sciolta e leggermente acidi. A farla da padrone dei circa 350 ettari di vigneto è il cannonau (il 95% della superficie vitata!), da non sottovalutare però l’antico ed “emergente” vitigno autoctono a bacca bianca granazza.

Barbagia Rosso “Ghirada Gurguruò” 2020 – Vikevike

Vike Vike è l’azienda biologica di Simone Sedilesu, produce circa 25000 bottiglie da 4,5 ettari di vigna (cannonau e granazza). Il vino che abbiamo nel calice, da cannonau, proviene dalla Ghirada Gurguruò, una vigna di 30 anni posta a oltre 730 metri di altitudine con esposizione nord-est. Vino sorprendente fin dal colore, rubino chiaro che tende al granato, naso molto netto, preciso ed intrigante su note di frutta rossa che ricorda il ribes ed il melograno, poi la macchia mediterranea ed una mineralità che fa pensare alla grafite, quindi a rinfrescare il quadro un tocco agrumato di kumquat.

Sorso di grande beva, la freschezza sorregge il vino e gli dona dinamica e sviluppo, si articola bene in bocca grazie ad un’acidità ficcante e succosa, tannino poco pronunciato per un vino che appare agile con i 13,5% di titolo alcolometrico gestiti magistralmente. 

La chiusura è elegantemente lunga su ritorni di frutta rossa e sale.

Plus: una Sardegna che non ti aspetti eppure figlia di un territorio del vino estremamente intrigante come quello di Mamoiada.

Diego Mutarelli
Facebook: @vinocondiviso
Instagram: @vinocondiviso
WhatsApp: Canale WhatsApp

Un Brunello di Montalcino…maggiorenne!

L’annata 2006, appena divenuta maggiorenne, è stata a Montalcino, come in molte altre parti di Italia, particolarmente fortunata. Ed è anche per questo che – per festeggiare i 18 anni di mio figlio (auguri!!!) - ho stappato una delle bottiglie 2006 che conservo gelosamente in cantina fin dall’uscita sul mercato.

La scelta è ricaduta su un Brunello di Montalcino Riserva e l’attesa è stata ampiamente ripagata.

Brunello di Montalcino Riserva “Vigna Soccorso” 2006 – Tiezzi

L’azienda è di rilievo nel panorama ilcinese, peraltro Enzo Tiezzi è stato Presidente del Consorzio quando fu approvata la Doc Montalcino, che fino ad allora usciva come Vino Rosso. Le parcelle vitato ammontano a 6 ettari circa, non mancano però gli olivi (3 ettari).

La Vigna Soccorso, di cui si ha notizia fin dal 1870, è situata nei pressi del centro storico di Montalcino, adiacente le mura trecentesche e il Santuario della Madonna del Soccorso ad un’altitudine di circa 500 metri sul livello del mare. Allevata ad alberello sia per ridurre la produzione sia per questioni estetiche e di impatto visivo (grazie all’eliminazione di colonne di sostegno e fili).

Il vino nel calice ha un bellissimo colore rubino chiaro, trasparente e luminoso, appena più scarico sull’unghia. Parte su un floreale fresco di rose, poi arriva la frutta rossa macerata e quindi note più austere, ma nient’affatto decadenti, di sottobosco, corteccia, eucalipto, alloro, quindi arrivano le spezie (cannella), la scorza di agrumi e una calda mineralità.

Il sorso è ampio, integro, di grande dinamica, l’acidità è scalpitante e sostiene lo sviluppo del vino stemperando il calore alcolico e il tannino fitto e saporito che l’evoluzione in bottiglia sta iniziando ora ad addolcire.

Chiude lunghissimo su ritorni salini e agrumati.

Plus: un vino che colpisce per la sua energia e gioventù, ancora lontano dal suo apice, ma l’evoluzione in bottiglia è stata molto felice nel mitigare la sua irruenza giovanile e nel fondere alla perfezione le sue componenti.

È stato abbinato felicemente con delle tagliatelle al ragù di cinghiale.

Diego Mutarelli
Facebook: @vinocondiviso
Instagram: @vinocondiviso
WhatsApp: Canale WhatsApp

Chianti Classico Vigna Casanova dell’Aia 2020 – Istine

Da qualche anno il Chianti Classico sta vivendo una fase di grande crescita sia in termini di attività e innovazioni da parte del Consorzio Chianti Classico sia, conseguentemente, di interesse da parte della critica e degli appassionati. I produttori danno l’idea di “fare sistema” e la scelta di puntare sulle UGA, le Unità Geografiche Aggiuntive, sembra cogliere appieno lo spirito del tempo, ovvero quello di proporre prodotti riconoscibili e figli del terroir di provenienza.

Photocredit: Istine.it

Esempio perfetto di questa nouvelle vague chiantigiana è senza dubbio l’azienda di cui ti parliamo oggi, complice un recentissimo assaggio che ci ha colpito. Si tratta di Istine, azienda di Radda in Chianti, rappresentante dunque di una della più vivaci Unità Geografiche. La storia vitivinicola di Istine è abbastanza recente, è solo dalla vendemmia 2009 infatti che esce con una propria etichetta (precedentemente vino e uva dei vigneti di proprietà erano conferiti ad altre aziende), ma ciò non ha impedito all’azienda di ritagliarsi in poco tempo uno spazio di tutto rispetto tra le aziende di Radda in particolare e del Chianti Classico più in generale.

Chianti Classico Vigna Casanova dell’Aia 2020 – Istine

100% sangiovese da una vigna di circa 4 ettari, Casanova dell’Aia, che si trova nei pressi del paese di Radda in Chianti, ad un’altitudine di 500 metri sul livello del mare in piena esposizione sud. Vinificazione in cemento e affinamento di 12 mesi in botti di rovere di Slavonia da 20 o 30 hl, seguiti da circa 1 anno di riposo in bottiglia.

Il colore è un rosso rubino luminoso. Ad un primo naso prevalentemente florale segue una nota dolce e croccante di ribes rosso, quindi un tocco di incenso per poi atterrare su note boschive di terra smossa. Il sorso è succoso, una poderosa acidità sostiene lo sviluppo e fa salivare la bocca, il vino è intenso e goloso ma si muove con grande leggiadria ed eleganza nonostante un tannino fitto ma di grana finissima. Chiude lungo e sapido su ritorni di radice di liquirizia e frutta rossa.

Plus: un Chianti Classico che non punta solo sulla piacevolezza e semplicità di beva, ma alza l’asticella affiancando all’immediatezza stratificazione e ampiezza aromatica. Il vino è ancora estremamente giovane, qualche anno di bottiglia lo renderanno ancora più compiuto.

Diego Mutarelli
Facebook: @vinocondiviso
Instagram: @vinocondiviso
WhatsApp: Canale WhatsApp

I 5 post più letti del 2023. Buon Anno!

L’anno appena trascorso per Vinocondiviso è stato ricco di soddisfazioni, abbiamo condiviso con i nostri lettori riflessioni, visite a produttori, eventi vinosi e, naturalmente, vini e degustazioni.

Spulciare le statistiche dei post più letti è sempre sorprendente, alcuni post molto “antichi” piacciono ancora moltissimo ai motori di ricerca e risultano ancora tra i più letti (vedasi ad esempio la serie di post dedicati ai Profumi del Vino, che sono stati scritti tra il 2016 e il 2017). È pur vero che i post più recenti hanno avuto meno tempo di accumulare visitatori.

Difficile dunque stilare una vera classifica, ma vogliamo comunque condividere con voi i post che sono piaciuti di più limitandoci a quelli pubblicati nell’anno appena passato.

#1 Vinitaly 2023: le nostre nomination – i post che raccontano i vini che abbiamo più apprezzato agli eventi vinosi sono tra quelli che riscuotono maggior interesse ed il Vinitaly, l’evento italiano più importante del vino, non poteva mancare.

#2 C’era una volta un castello dove abitava un conte – titolo fiabesco che abbiamo scelto per raccontarvi la storia della piccola realtà Torre degli Alberi, in Oltrepò Pavese.

#3 La Cantina di Enza a salvaguardia del vitigno coda di volpe rosso – anche in questo caso abbiamo raccontato la storia di un’azienda non così nota, La Cantina di Enza, in provincia di Avellino.

#4 Les Cocus 2020, lo stupefacente chenin di Thomas Batardière – la Francia, di cui beviamo e parliamo molto, entra in classifica con un produttore ancora poco conosciuto ma su cui scommettiamo, si tratta del vigneron della Loira Thomas Batardière.

#5 Tre vitigni e una pergola: 33/33/33 biodinamico campano da scoprire! – torniamo in Italia, anzi in Campania, per il grande bianco di Vallisassoli, altro produttore non così noto che abbiamo voluto condividere con i nostri lettori.

Quali altri contenuti vorresti leggere su Vinocondiviso? Se hai idee o riflessioni non censurarti, scrivicelo nei commenti o contattaci!

Auguri di Buon Anno!

Diego Mutarelli
Facebook: @vinocondiviso
Instagram: @vinocondiviso
WhatsApp: Canale WhatsApp

Alle radici del Barolo (o quasi)

Il tema scelto per la cena prenatalizia del team (allargato) di Vinocondiviso è stato un super classico: il Barolo. E siccome troppo vasta poteva essere la scelta – fra gli undici comuni e le 170 MGA (escluse le menzioni comunali) – abbiamo scelto come linea guida il libro a firma di Armando Castagno, edito da Slow Wine, uscito a fine dello scorso anno, dal titolo “Alle radici del Barolo”.

Il volume, corredato dalle foto di Clay McLachlan e da una dettagliata parte storica introduttiva a cura di Lorenzo Tablino, consta di dieci interviste ad aziende della “prima generazione” del Barolo, ovvero antecedenti l’Unità d’Italia del 1861, in cui fondamentale fu il ruolo dello statista Camillo Benso Conte di Cavour; lo stesso Conte giocò una parte da indiscusso protagonista anche nella valorizzazione e affermazione del Barolo così come lo conosciamo (o quasi).

Avendo avuto l’opportunità di partecipare alla presentazione ufficiale del libro, ad Alba, ci piace ricordare quanto l’autore abbia sottolineato l’importanza dell’etimologia “radice” e quanto azzeccata ne fosse la scelta per il titolo. Radice deriva dal latino “radix”, ovvero ciò che è flessibile, pieghevole; effettivamente, osservando le radici, notiamo come esse siano in grado di piegarsi, di adattarsi alla terra più ostica con flessibilità. Radici profonde e solide anche per il Barolo, ma allo stesso tempo radici nuove, che traggono linfa dalle nuove generazioni, capaci di adattarsi ai tempi nel rigoroso rispetto dell’eredità ricevuta.

Partiamo quindi con i vini assaggiati, Barolo rigorosamente di produttori oggi ancora in attività le cui cantine sono state fondate prima del 1861 e quindi presenti nel libro di Castagno, non dimenticando di menzionare l’ottimo brasato con polenta a corredo e a seguire formaggi di stagionature diverse armoniosamente abbinati coi vari calici.

Barolo del Comune di Verduno 2018 – Fratelli Alessandria

Fratelli Alessandria, attiva già da metà 1800, si trova a Verduno e vinifica esclusivamente uve di proprietà da circa 15 ettari di vigne. Il vino che abbiamo nel calice ha un naso molto elegante, un bouquet di rose accompagnato da un bel frutto rosso fresco e un tocco di pepe bianco. Il sorso è caratterizzato in ingresso da un’ottima dolcezza di frutto, si dipana bene grazie ad una ragguardevole freschezza, il tannino è poco presente, alcol sotto controllo. Scorrevole e semplice (forse troppo? O forse è un vino che va aspettato almeno un lustro affinché possa farsi) ma molto godibile.

Barolo Acclivi 2017 – Comm. G.B. Burlotto

Restiamo a Verduno con Burlotto, altro nome storico di Langa. L’Acclivi è un Barolo ottenute dalle uve provenienti da vigne collocate a Verduno (Monvigliero, Neirane, Rocche dell’Olmo e Boscatto). Olfatto molto affascinante e complesso: roselline e radici, foglie secche e china, lampone e polvere di liquirizia. Il sorso è fitto, fresco e profondo, tannino giustamente in evidenza ma di grande finezza. Chiusura sapidissima e lunga ma soffice. Goloso.

Barolo 2017 – Oddero

Poderi e Cantine Oddero hanno una storia plurisecolare in quel di La Morra e attualmente vinificano dai 35 gli ettari di proprietà sia in zona Barolo sia in zona Barbaresco. Il naso di questo Barolo parte su note fresche di lampone e rose, poi una nota più austera di mineralità scura accompagnata da una curiosa nota di castagna/noce. Bocca serrata in una morsa acido-tannica ancora da amalgamarsi, chiude lungo e salato. Da attendere.

Barolo Paiagallo “Vigna la Villa” 1989 – Fontanafredda / Barolo “Vigna Gattinera” 1989 – Fontanafredda

Commentiamo insieme questi due vini, vecchietti per così dire, non solo perché sono entrambi di Fontanafredda e della splendida annata 1989, ma anche perché rappresentano plasticamente due delle traiettorie possibili di evoluzione del Barolo. Il Vigna la Villa è un vino autunnale a partire dalle note di sottobosco, funghi, tartufo, torrefazione e note affumicate, con un tannino che è diventato cremoso, splendidamente risolto in dolcezza, dalla texture raffinata e carezzevole. Il Vigna Gattinera invece evolve su note più chiare e speziate e ha una materia più asciutta e meno carezzevole, è l’acidità a risultare in primo piano per un sorso che rimane succoso e sapido. Due indomiti vecchietti che hanno ancora molto da dire.

Barolo Riserva 1971 – Borgogno

Borgogno è una realtà che non ha bisogno di presentazioni, cantina dalla storia antica, che oggi vanta di un parco vigne di oltre 30 ettari. Il Barolo Riserva che abbiamo degustato è di un’annata, la 1971, considerata eccezionale. Un vino di oltre 50 anni che ancora scalpita e maturo si concede su note di buccia di arancia e mandarino, eucalipto, lamponi in confettura, tartufo bianco, terra smossa…la bocca è di grande dinamica e allungo, energica benché risolta, in chiusura ci lascia su ritorni di sottobosco e frutta rossa. Un vino di grande fascino.

Alessandra Gianelli
Facebook: @alessandra.gianelli
Instagram: @alessandra.gianelli

Diego Mutarelli
Facebook: @vinocondiviso
Instagram: @vinocondiviso
WhatsApp: Canale WhatsApp

Villa Pigna: il territorio Piceno in un calice!

La cantina Villa Pigna è una bella realtà del territorio Piceno guidata magistralmente, sin dalla sua fondazione, dalla famiglia Rozzi; dapprima dal suo fondatore Costantino, il vulcanico presidente dell’Ascoli Calcio, ed in seguito dalla figlia Anna Maria e da suo figlio Giorgio.
La cantina fu costruita al centro dei suoi vigneti intorno alla metà degli anni 70 del secolo scorso e fu considerata avveniristica per il tempo.
L’idea di Costantino Rozzi era quella di produrre un vino di qualità superiore coniugando la tradizione con le nuove tecnologie produttive.


L’incontro con Anna Maria Rozzi è stato un vortice di emozioni, uno scambio di idee all’interno del concetto di fare vino guidati dalla tradizione e dal chiaro intento di ritrovare il Piceno in un calice.
In quest’ottica si orienta la scelta di focalizzare la produzione sulla denominazione Rosso Piceno Superiore Doc, una delle più antiche d’Italia, e di puntare ad un affinamento in bottiglia per un periodo più lungo rispetto a quanto prevede il disciplinare.
L’affinamento in bottiglia avviene, oggi come allora, in un locale sotterraneo della cantina che gode di una temperatura naturale e costante tutto l’anno.
La poliedrica Anna Maria Rozzi, nelle sfide che ha dovuto affrontare nel suo percorso, ha potuto far leva su di una forte consapevolezza basata sul fatto che “non era necessario fare di più, bensì poteva farlo meglio” come lei stessa sottolinea.
In virtù del fortissimo legame del fondatore Costantino Rozzi e della stessa cantina Villa Pigna con il territorio Piceno, è nata l’idea di fornire due interpretazioni del Rosso Piceno Doc: la versione tradizionale con il Rozzano composto per l’85% da montepulciano e per il 15% da sangiovese e la versione internazionale con il Vellutato, 70% montepulciano, 15% sangiovese e 15% cabernet sauvignon.

Vellutato 2020 – Rosso Piceno Superiore doc

Il Vellutato 2020 è l’interpretazione “internazionale” del Rosso Piceno Superiore doc come ama definirlo Anna Maria Rozzi.
Un blend molto interessante dal punto di vista enologico che prevede l’impiego dell’internazionale cabernet sauvignon in aggiunta a montepulciano e sangiovese.


Il calice si veste di un colore rosso rubino di buona fittezza con una smagliante vivacità sintomo di un buono stato di salute del vino.
Avvicinando il calice al naso l’impatto olfattivo è deciso, netto, pieno. Se i primi riconoscimenti richiamano profumi floreali e fruttati di rose rosse e ciliegia, facendo successivamente roteare il vino nel calice si percepiscono lievi sentori vegetali derivanti dalla presenza del cabernet sauvignon e richiami alle spezie con la vaniglia in evidenza, a ricordarci del passaggio in barrique francesi.
L’ingresso del vino in bocca è leggiadro e sbarazzino ma al tempo stesso denota un’eleganza che potremmo quasi definire amabile.
Al sorso ritroviamo la nota fruttata di ciliegia che abbiamo percepito all’olfatto.
La morbidezza espressa non inficia l’equilibrio del vino che vive del perfetto bilanciamento tra la freschezza e l’acidità da una parte e il tenore alcolico dall’altra.
Avviandosi alla conclusione dell’assaggio possiamo affermare che siamo di fronte ad un vino mediamente persistente che rappresenta appieno la tipologia.
Un vino poliedrico che si abbina ad antipasti della tradizione picena come la pizza di cacio e salamino, primi piatti rossi non troppo elaborati e a carni rosse alla brace. Non disdegna gli aperitivi magari accompagnati dai salumi della tradizione contadina picena e dai formaggi di media stagionatura.

Rozzano 2018 – Rosso Piceno Superiore doc

L’interpretazione tradizionale del Rosso Piceno Superiore doc composto da montepulciano per l’85% e la restante parte da sangiovese.
Un vino elegante che definirei “il Piceno in un bicchiere” perché riesce a far convivere l’esuberanza tipica del montepulciano con la personalità gusto olfattiva e l’eleganza del sangiovese.


Anna Maria Rozzi ci tiene a sottolineare che si tratta di due vitigni con due personalità ben distinte con il sangiovese che prima di essere vinificato viene lasciato per una ventina di giorni sui graticci. Una pratica che conferisce e caratterizza il vino di un sentore speziato riconducibile al pepe nero.
Una bella espressione del Rosso Piceno Superiore doc che si fa apprezzare per un colore rosso rubino di grande vivacità e pulizia cromatica.
Olfatto di buona intensità con l’amarena in primo piano, con successivi richiami di rose rosse e in sequenza note speziate di pepe nero, vaniglia, liquirizia e cacao. Al palato il sorso risulta pieno e coinvolgente con una ben percepibile acidità che donerà longevità al vino che non potrà che migliorare con il tempo! La sapiente trama tannica è caratterizzata da un tannino ben presente ma levigato con una buona morbidezza sintomo di uve raccolte a piena maturazione. Forte la curiosità di affrontare l’esperienza degustativa che l’annata 2018 potrà regalarci fra una decina di anni!
La persistenza è medio lunga con richiami fruttati e di cacao. Una nota vegetale e un richiamo boisé rendono il vino complesso. Un vino armonico e di carattere!

Non sono state certamente scevre di ostacoli le strade intraprese dall’attuale proprietà per portare avanti l’idea del fondatore di fare vino e soprattutto fare cultura del vino, ma dalle scelte più difficili sovente possono nascere belle interpretazioni di un’identità territoriale.

Walter Gaetani


Champagne Odyssée 319 BdB Jour 1 à Avize, Le Levant

Champagne Odyssée 319 nasce da un’idea, se vogliamo un po’ folle, di Olivier Bonville – patron della storica maison Franck Bonville ad Avize, patria come sappiamo dei più grandi Blanc de Blancs – e del genero Ferdinand Ruelle. Si tratta di uno champagne 100% grand cru Avize e prende il nome dall’Odissea di Ulisse: i due artisti vigneron si sono messi in testa di fare un vero e proprio viaggio nei 319 comuni della Champagne e ogni anno fare uscire una cuvée diversa avvalendosi anche della collaborazione di amici produttori sparsi sul territorio: chiaramente missione impossibile (o mitologica!), ci vorrebbero 319 anni per completare la mastodontica impresa, ma sicuramente un’idea affascinante ed unica.

Questo “primo” Champagne come dicevo 100% Avize rivela la solita felicissima mano di Bonville: base 2014, sboccatura maggio 2022, dosaggio 8,3 grammi che non si sentono assolutamente, anzi impreziosiscono il sorso, (Olivier Bonville è maestro dei dosaggi lontani dalle mode effimere dei brut zero o pas dosé…), colore splendido oro carico, naso suadente che spazia dal gesso agli agrumi ma è la bocca ad impressionare per potenza, acidità e materia con ancora tanti anni davanti per esprimersi al meglio.

Una bolla da abbinare ad un risotto ai porcini, a del foie gras o, portafoglio permettendo, a dei tajarin al tartufo bianco.

Buon viaggio a Oliver e Ferdinand, bravi!

Gregorio Mulazzani
Facebook: @gregorio.mulazzani

Virtù etiche e virtù vitivinicole: Benvenuto Brunello 2019

Se qualcuno chiedesse la mia opinione su una bella annata come la 2019 a Montalcino, che cosa potrei rispondere in modo da non risultare banale?

Sabato 25 novembre ho avuto la fortuna di potermi accomodare in uno dei tavoli sistemati nel chiostro del Consorzio del Brunello di Montalcino e di assaggiare in anteprima la nuova annata che sarà disponibile sul mercato a partire da gennaio 2024.

Faccio una doverosa premessa, visto che non scrivo su questi canali da un po’: se qualcuno chiedesse la mia opinione su un Brunello, probabilmente lo farà sapendo che il sangiovese fa parte del mio lavoro da una decina d’anni, tuttavia non sono di Montalcino, anzi non sono nemmeno toscana, e se spesso questa la sento come una condanna divertente, allo stesso tempo credo che le mie radici siano sufficientemente lontane da permettermi di mantenere la giusta distanza e un certo senso critico.

Ora, come direbbe Soldati, vino al vino, quindi torniamo a ciò che conta davvero. Seduta al mio tavolo, con sei bicchieri davanti, ho avuto circa tre ore a disposizione per farmi un’idea del frutto di anni di lavoro da parte dei produttori di quest’angolo di Toscana.

Leggendo la lista dei vini a disposizione, ho notato diversi elefanti nella stanza, o meglio nel chiostro, certi grandi assenti, perciò ho provato ad accogliere questa mancanza con positività, visto che solo così avrei degustato in maniera più democratica, senza precipitarmi sulle bottiglie che solitamente prediligo. Andando a memoria, la 2019 è stata un’annata calda e soleggiata e allo stesso tempo di grande equilibrio, soprattutto nell’ultima fase di maturazione dell’uva, dove le escursioni termiche hanno permesso una vendemmia di quantità e di qualità. Fare vino e fare filosofia li vedo procedimenti molto simili, dopotutto ogni cantina ha una sua storia e una sua filosofia di produzione. Non solo, produrre un buon vino presuppone la ricerca della virtù, o meglio dell’aretè greca, vale a dire l’indagine sull’essenza bella e buona di ciascuna cosa, che sia un’uva, un territorio o una particolare annata, in modo da plasmare e rendere questi elementi ciò che devono essere.

I greci dicevano poi che l’esercizio della virtù va fatto katà métron, secondo misura, perché l’armonia non prevede esagerazioni, e a mio avviso i produttori sono più inclini ad applicare questa regola nelle annate difficili, quando il calcolo, la misura e la proporzione in vigna e in cantina fanno la differenza. Se l’annata invece è molto buona e ricca di promesse, l’estro sarebbe invogliato ad estrarle tutte. Sono tanti gli esempi vinicoli in cui la tentazione di estrapolare in abbondanza ha preso il sopravvento, e il risultato è sempre smisurato. Basti pensare alla concentrazione di alcune bottiglie di Gran Selezione di Chianti Classico, seppure questa sia la denominazione che prediligo come espressione di sangiovese al giorno d’oggi, oppure alla predominanza del legno in certe espressioni di Brunello di Montalcino in un’annata straordinaria come la 2016. L’unico mio timore quando mi sono seduta a quel tavolo di degustazione era proprio la mancanza della giusta misura.

Ho capito solo lavorando nel mondo del vino il vero significato di questo senso di misura talmente importante nell’antichità. Con l’orologio alla mano ho dato inizio alla prima batteria di assaggio. Calice dopo calice, ho scoperto vini molto aperti e disponibili, già equilibrati e piacevoli, alcuni più timidi di altri per via della gioventù, in altri casi invece ho notato una certa esuberanza nei sentori dati dal legno, sperando sempre che il tempo riesca a placarla un poco. Lo scopo di questa mia indagine era quello di scovare un filo conduttore tra gli assaggi, e non ho fatto una gran fatica a trovarlo: la raffinatezza del tannino, setoso perché giunto alla giusta maturazione, accompagnato da profumi molto freschi, che contenevano e bilanciavano il tenore alcolico, infine una concentrazione movimentata dall’acidità. L’equilibrio, la giusta misura, l’armonia, sono dopotutto il mantra dei più elevati pensieri filosofici.

Se ogni indagine porta in ogni caso al sommo bene, ho deciso di accogliere con un certo stupore e meraviglia i vini che si sono distinti per la loro finitura garbata, e mi scuso se in tre ore non ho fatto in tempo ad assaggiare tutto ciò che avrei voluto.

Lisini (etichetta nera), era da qualche anno che aspettavo mi meravigliasse come una volta, l’ho trovato sfaccettato nei profumi, con piacevoli note di frutti di bosco e un tannino poco timido, promessa di una grande longevità.

Pietroso, ho chiesto una seconda bottiglia perché la prima non mi convinceva. Eccoci finalmente. Dinamico e rigoroso allo stesso tempo, dal gusto pieno, squisitamente floreale.

Tassi Vigna Colombaiolo, nonostante lo stile riduttivo che apprezzo spesso nel sangiovese ho ritrovato comunque un frutto dolce e un tannino morbido e succoso, in equilibrio con l’acidità.

Talenti Selezione Piero, colore concentrato, mi ha sorpresa il frutto blu che ho ritrovato sia al naso che in bocca. Spesso tendiamo a pensare che la frutta così scura sia l’anticamera dell’opulenza, in realtà in questo caso si trattava di un mirtillo freschissimo e croccante.

Casanova di Neri (etichetta bianca), peccato non essere ancora riuscita ad assaggiare il Brunello Giovanni Neri, tuttavia anche qua è facile scoprire un’interpretazione incline al gusto baroleggiante, nella sua accezione più elegante e positiva.

Sesti, ho particolarmente apprezzato il suo centro bocca, voluminoso ma mantenendo sempre quel senso di proporzione proprio di un vero Brunello.

– Infine come ogni anno voglio dedicare lo spazio a un Rosso di Montalcino che mi ha stupito più di tanti Brunelli, ovvero il Rosso 2021 di Gorelli, così succoso e piacevole, dal naso salino e il tannino di velluto.

“Ogni arte e ogni indagine persegue un qualche bene,
e per questo il bene è stato definito ciò cui tutto tende.”

Aristotele, Etica Nicomachea, Libro I.

Elena Zanasi
Instagram: @ele_zanasi

Assaggi FIVI alla Fiera di Bologna

Cambia il posto ma non l’eccitazione fanciullesca che ci pervade ogni volta che andiamo al mercato FIVI; diciamo subito che Bologna Fiere ha saputo gestire al meglio i quasi mille vignaioli FIVI, i tantissimi visitatori, i loro carrelli e la tanta voglia di incontrarsi ad un appuntamento oramai irrinunciabile.

E siccome siamo in Romagna eccovi subito due espressioni di sangiovese della zona; abbiamo iniziato con un rifermentato rosato di Stefano Berti: fresco, profumato senza scadere in note stucchevoli a dispetto del nome, Rossetto, un vino che  ci porta subito su una lunga e sabbiosa spiaggia della vicina riviera.

Il secondo sangiovese era tanto che volevamo assaggiarlo, complici la lettura, sulla rivista AIS Viniplus, di una verticale a firma di Armando Castagno. L’articolo lo trovate a questo link. Siamo nel cuore della collina romagnola, a Bentinoro dove, da vigneti di sangiovese piantati ad alberello su un tipico sasso locale – lo spungone, matrice calcarea ricca di fossili marini, “starter naturale” di freschezza e sapidità – nasce  Fermavento dell’azienda Giovanna Madonia; abbiamo provato l’ultima annata in commercio, la 2021: affinata in acciaio e barrique, ci ha colpito per l’equilibrio fra note fruttate e delicata speziatura al naso e per un allungo fresco ma  deciso in bocca.

E ora passiamo ad un piccolo produttore della Franciacorta, Rizzini: due ettari di chardonnay, solo millesimati con lunghissimi affinamenti; i due spumanti in degustazione, rispettivamente un Brut Nature 2016 e un Extra Brut 2010, spiccano per carattere, eleganza e grande freschezza.

Rimandendo su Metodo Classico sempre a base chardonnay, andiamo in Trentino, da una nuova realtà di due giovani fratelli, Tommaso e Luca Moser e la loro azienda Resom, che eravamo andati a conoscere proprio nelle sue fasi embrionali; è stato quindi un grande piacere, a distanza di qualche anno, vederne i progressi e finalmente degustare il vino che avevamo visto sur lies nella loro cantina. Brek, millesimo 2019, mostra il lato più immediato dello chardonnay, con le sue note floreali e di frutta gialla; l’ottimo rapporto qualità prezzo ci spingono a consigliare ancora di più questo Trento DOC.

Nei nostri due giorni in fiera abbiamo spaziato dal prié blanc di Morgex, della Valle d’Aosta, al bianchello della Valle del Metauro, nelle Marche, fino all’aglianico del Vulture e restiamo con la certezza che il mercato FIVI, ovunque sia, è sempre una garanzia.

Alessandra Gianelli
Facebook: @alessandra.gianelli
Instagram: @alessandra.gianelli

Faccia a Faccia: Dogliani

Il “Faccia a Faccia” di oggi è dedicato ad una denominazione-vitigno. Parliamo infatti di due vini Dogliani DOCG, 100% dolcetto, vitigno che con Dogliani ha stretto un legame molto antico: la presenza della varietà su queste colline sembra essere stata accertata già nell’anno Mille, mentre risale al 1593 il primo documento conservato negli archivi di Dogliani in cui viene nominato il vitigno dolcetto.

Il dolcetto è uno dei vitigni più diffusi del Piemonte meridionale. Il suo nome trae in inganno: se l’uva è dolce il vino non lo è per nulla, anzi essendo molto ricco di tannini nei vinaccioli spesso tende a chiudere con un sentore piuttosto amaricante. Inoltre, il vezzeggiativo fa pensare ad un vino piccolo e scorrevole, tutt’altro che di impatto. Non è invece così: la carica polifenolica del vitigno, la tendenza a maturare precocemente e anche la difficoltà agronomica nell’allevarlo fanno sì che la varietà sia tutt’altro che semplice da gestire in vigna e in cantina e dia a origine a vini spesso ricchi di materia fruttata, calore e tannini.

Dogliani Superiore DOCG “Bricco Botti” 2019 – Pecchenino

L’azienda Pecchenino è una realtà storica di Dogliani, oggi conta 35 ettari di vigneto tra Dogliani, Monforte d’Alba, dove produce Barolo, e Bossolasco, dove invece si dedica ai vini bianchi e all’Alta Langa.

Il vino che abbiamo nel calice proviene da un’unica vigna di 30 anni d’età ed affina 24 mesi in legno grande. Il colore è un classico rubino con riflessi porpora. Il naso è di grande impatto e intensità: inchiostro, frutta matura (ciliegie sotto spirito, prugne), rose rosse, un’eco balsamica. Se l’olfatto preannuncia un vino potente e compresso, il sorso sorprende positivamente per misura ed equilibrio: l’alcol (14%) pur presente è ben bilanciato da buona acidità, allungo sapido e fine tannino. Il vino è comunque di volume, di una certa muscolarità ma la bevibilità non ne risente, soprattutto se degustato in accompagnamento a carni con sughi ed intingoli (stufati o brasati).

Chiude di ottima lunghezza su ritorni di frutta sotto spirito e rose.

Dogliani DOCG “San Luigi vigna la Costa” 2019 – Chionetti

Di Chionetti abbiamo parlato diffusamente a seguito di una visita in azienda (il post lo puoi leggere qui). Il dolcetto che abbiamo nel bicchiere ha un colore pressoché identico al vino di Pecchenino, l’olfatto è invece più delicato, si apre su un bel floreale, poi arriva la dolcezza della frutta rossa (lampone), quindi erbe officinali, pepe e liquirizia.

In bocca il vino ha ottima ampiezza e volume, si muove con ragguardevole dinamica e stratificazione aromatica. L’acidità accompagna il sorso, che si sviluppa in progressione, il tannino è a coste larghe ma saporito, il frutto in chiusura lascia spazio ad una scia amaricante che ricorda il bastoncino di liquirizia.

Riflessioni conclusive

Due ottimi dolcetto, anzi, pardon, due ottimi Dogliani! I due vini che abbiamo assaggiato non ci hanno fatto rimpiangere il nostro amato nebbiolo, a Dogliani il dolcetto si esprime infatti con una complessità e un’intensità che non lo relegano di certo al ruolo di comprimario, ma che anzi ritagliano uno spazio di tutto rispetto in un’immaginaria carta dei vini langarola, soprattutto per una maggior versatilità e facilità di abbinamento gastronomico. Detto che entrambi i campioni assaggiati sono prodotti di grande qualità e sicuro interesse organolettico, non mi tiro indietro nell’esprimere la mia personale preferenza per la versione più elegantemente austera di dolcetto interpretata da Chionetti rispetto alla versione, pur molto buona, più materica e potente di Pecchenino.

Diego Mutarelli
Facebook: @vinocondiviso
Instagram: @vinocondiviso
WhatsApp: Canale WhatsApp