L’amaro nel vino: quando il troppo stroppia

Se c’è una sensazione gustativa che non riesco a perdonare ad un vino è l’amaro. Un tocco di amaro nel vino è ammissibile, ci mancherebbe, può dare “sapore” e allungo, può rafforzare l’acidità e contrastare glicerine e grassezze assortite, certo. Può diventare nobile e trasformarsi magicamente in amertume

Ma quanto è troppo diventa insopportabile! Almeno per me, che sospetto di avere una soglia di tolleranza piuttosto bassa. Sono due i tipi di amaro in cui mi imbatto generalmente:

Alto Adige Goldmuskateller Graf 2015 - Meran
Alto Adige Goldmuskateller Graf 2015 – Meran

1. l’amaro dato da un utilizzo sconsiderato della barrique, o più in generale del legno nuovo. Ironia della sorte il legno nuovo spesso è utilizzato con la finalità contraria, ovvero apportare sensuali dolcezze e vanigliose mollezze oppure per addomesticare il tannino e renderlo più “rotondo”. L’effetto di un uso sbagliato del legno (o anche dell’uso del legno sbagliato, leggasi tostatura) è invece del tutto opposto: tannini gallici amari e ruvidi, sensazioni in chiusura di bocca ed in fondo alla lingua liquiriziose e scomposte…e quando la lunghezza di un vino è data solo da una scia amara non hai certo voglia di un secondo sorso.

2. l’amaro delle uve aromatiche malamente vinificate secche. Se i moscati e le malvasie sono sempre state vinificare con residuo, ci sarà un motivo! Uno dei motivi principali è che il residuo zuccherino di queste uve compensa la componente amarognola che altrimenti tendere a prendere il sopravvento. Però il mercato ultimamente chiede vini secchi ed ecco abbondare l’offerta di vini secchi ottenuti da uve aromatiche. Avrai sentito parlare di recente addirittura dell’Asti spumante secco. Queste amare 🙂 riflessioni le facevo mentre sorseggiavo – a fatica lo ammetto – l’Alto Adige Goldmuskateller Graf 2015 – Meran. Accattivante e femminile nei profumi di frutto della passione, rosa, lime, sambuco…ma stravolto dall’amaro. Non sono riuscito a finire il bicchiere. Sul sito della cooperativa Meran leggo che il vino è ottenuto da macerazione a freddo (sigh) per 15 ore. Poi fermentazione alcolica a temperatura controllata in piccoli serbatoi vinari di inox. Segue maturazione sui lieviti.

Ci sono le eccezioni però. Non molte ma ci sono.
Qual è l’ultimo vino aromatico secco che hai apprezzato?

Diego Mutarelli
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Hermitage di Chave: mini verticale per una maxi goduria!

Non è così frequente avere la possibilità di assaggiare uno dei vini più antichi e prestigiosi di Francia. Mi riferisco, naturalmente, all’appellazione Hermitage. Siamo sulla riva sinistra del Rodano settentrionale, su colline con pendenze molto accentuate in tre comuni: Tain-l’Hermitage, Crozes-Hermitage e Larnage.

Hermitage Rouge di Jean Louis Chave
Hermitage Rouge di Jean Louis Chave

Da queste parti si produce vino dal IV secolo a.C. e la famiglia Chave si tramanda la tradizione, di padre in figlio, dal 1481!

La denominazione si estende su circa 130 ettari per una produzione totale pari a circa 4.500 hl non equamente suddivisi tra Hermitage Rouge (80% della produzione), ottenuto dal vitigno Syrah, ed Hermitage Blanc, dai vitigni marsanne e roussanne.

La famiglia Chave possiede circa 14 ettari posti in molte delle principali parcelle dell’AOC. Diversamente da quanto fanno altri produttori, in testa Chapoutier, per Chave l’Hermitage è un vino di assemblaggio (i singoli “climat” vengono vinificati e affinati separatamente e assemblati prima dell’imbottigliamento).

I vini in assaggio:

Hermitage Blanc 2007 – JL Chave
Marsanne e roussanne concorrono a produrre questo vino bianco molto ricercato dagli appassionati di tutto il mondo. Mettiamo subito le cose in chiaro: si tratta di un bianco potente, ricco e grasso, che non farà impazzire chi predilige i vini bianchi vibranti. Appena versato ha un olfatto “polveroso”, come se il vino fosse stato disturbato dal suo letargo, poi però si susseguono le note di pesca, albicocca, floreale blu, mallo di note, talco e, sullo sfondo, miele. Il sorso è largo e piuttosto caldo, la dinamica è dettata dalla grassezza con la sapidità che arriva solo in chiusura. Il vino è potente ma non così lungo come mi sarei aspettato, chiude anzi un po’ brusco con una nota amaricante ben marcata.

Hermitage Rouge 2013 – JL Chave
Naso che parte selvatico, con una nota animale intrigante, poi molto frutto (mora, mirtillo), pepe, chiodo di garofano, grafite, ma anche la rosa fresca. Molto compresso ma pimpante, con grinta ed energia, la gioventù è solare e sfacciata: elegante e potente insieme, tannino fitto e preciso, croccante e saporito. Molto lungo con una persistenza infinita.
Uno dei vini della serata che tra qualche anno, ne sono certo, sboccerà in tutto il suo splendore.

Hermitage Rouge 2010 – JL Chave
Per quel che conta, e purtroppo la cosa influenza non poco il costo della bottiglia in questione, sono di fronte ad un 100/100 Parker. Anche qui una nota animale di sella di cavallo introduce aromi di affumicato, carne alla brace, floreale rosso, cannella. Bocca di gran corpo, molto serrata ma di grande equilibrio, freschezza e progressione. I ritorni di fiori macerati ravvivano il palato anche in chiusura. La persistenza è notevole su note marcatamente minerali.
Grande vino anche se personalmente, e non credo che Parker ne sarà turbato, ho preferito l’energica eleganza del 2013.

Hermitage Rouge 2008 – JL Chave
Vino solo buono questo, in annata non certo favorevole: tabacco, elegante tocco vegetale, gomma bruciata, una bella balsamicità. La bocca è relativamente agile, non così piena come le altre annate, ma è soprattutto la grana del tannino a deludere.
Bevuto in altre occasioni avrebbe anche fatto la sua figura, ma in questo consesso è vaso di coccio.

Hermitage Rouge 1997 – JL Chave
Eccolo qua il campione della serata. Un vino goloso ma risolto, dolce ma vibrante, austero senza spigoli. Il naso è più “rilassato” rispetto ai suoi compagni di batteria, i 20 anni di affinamento gli hanno fatto bene e ci consegnano un vino probabilmente all’apice. Naso di oliva, talco, poi note affumicate miste a note più eteree di un’intrigante pungenza, ed ancora l’eucalipto e – che sorpresa! – la fragola fresca. Mi colpisce di questo vino, anche in confronto ai precedenti, per l’acidità che segna il sorso, dà verticalità e contrasta bene la pressione materica del vino, che appare appena meno corposo dei precedenti ma più agile ed elegante. La dolcezza del tannino in chiusura è da manuale.

Live Wine 2017: i 5 migliori assaggi per Vinocondiviso

Oltre 150 le aziende presenti nella due giorni di Live Wine 2017, rassegna dedicata al vino artigianale che si è appena tenuta a Milano.

Live Wine 2017
Live Wine 2017

Ho degustato prevalentemente la domenica mattina, senza troppa ressa, e devo dire che l’evento mi è parso ben riuscito. Produttori noti e meno noti, italiani e stranieri, insomma il giusto mix per incuriosire l’appassionato alle prime armi e il degustatore più esigente.

Di seguito ti riporto i miei 5 migliori assaggi:

#1
Catarratto “Saharay” 2015 – Porta del Vento
Porta del Vento è sita in una vallata a seicento metri di altezza a Camporeale, in provincia di Palermo. Certificazione biologica, utilizzo dei preparati biodinamici in vigna, interventi limitatissimi in cantina. Porta del Vento ha portato al Live Wine una selezione molto interessante. I vini che mi hanno più colpito sono stati i bianchi ottenuti da uva catarratto. In particolare, straordinario per intensità e complessità, insieme ad una grande facilità di beva, il Saharay, ottenuto da vigne di catarratto piantate ad alberello e che macera sulle bucce in tini aperti (e senza l’aggiunta di lieviti esogeni) per 30 giorni. Consigliatissimo!
Da non perdere dell’azienda anche l’interessante vino rosso da uve Perricone (2014).

#2
Cesanese di Olevano Romano DOC “Cirsium” 2013 – Damiano Ciolli
Avevo già sentito parlare di questo produttore esclusivamente dedicato al vitigno a bacca nera Cesanese di Affile, non ero però ancora riuscito ad assaggiare una bottiglia. Che sorpresa! Vino ottenuto da vigne di 50 anni e che fa un lungo affinamento prima in botte grande, poi in cemento ed infine in bottiglia. Austero, articolato e potente ma di grande dinamica. Vino molto serrato nel tannino e dalla persistenza importante.
Seguirò con attenzione il produttore Damiano Ciolli anche perché è risultato molto convincente anche l’altro vino aziendale, il più immediato Silene (2015), vino meno ambizioso ma per nulla banale.

Terre Siciliane Bianco IGP
Munjebel 2015 – Frank Cornelissen

#3
Terre Siciliane Bianco IGP “Munjebel” 2015 – Frank Cornelissen
Vigne di circa 40 anni di Grecanico e Carricante, allevate tra i 650 e i 900 m di altitudine, danno origine a questo vino bianco macerato sulle bucce e senza solfiti aggiunti. Cornelissen è uno dei più discussi produttori dell’Etna e, pur essendo anche andato a trovarlo ai piedi del vulcano, non avevo ancora avuto l’occasione di assaggiare questo suo vino bianco. Naso molto particolare di frutta dolce, erbe aromatiche ed una mineralità evidente. Bocca profondissima, salata e viva. Vino dalle grandi potenzialità gastronomiche e di prorompente personalità.

#4
Sangiovese “TÏN” 2015 – Montesecondo
Fermentazione e macerazione in anfora per 10 mesi per questo sangiovese energico e vigoroso. Acidità viva e tannino croccante dialogano in armonia dando al sorso una grande dinamica. Vino che evolverà benissimo, ci scommetto!
Montesecondo è un altro produttore che non avevo mai assaggiato e che seguirò con maggior attenzione in seguito.

#5 
Barolo Perno 2010 – Elio Sandri
Elio Sandri è un produttore di Monforte d’Alba che vende, con grande anticipo, quasi tutta la sua produzione all’estero. E abbastanza difficile recuperarne qualche bottiglie e non illuderti che andando da lui le cose siano più facili! 🙂 E’ stata quindi una piacevole sorpresa poterlo incontrare al Live Wine: il Barolo Perno 2010 è scontroso, l’acidità è molto vivace così come il tannino. Vino austero e tutto da farsi ma che lascia già intravvedere le stimmate di grandezza.

Questi i miei migliori assaggi, ma i vini ed i produttori interessanti che ho assaggiato sono stati parecchi: Emidio Pepe, Ferrara Sardo (Etna), Jeaunaux-Robin (Champagne), Zidarich, Planquette (Bordeaux)…

Gattinara Riserva 2011 – Travaglini: ovvero il presente ed il futuro del Gattinara

La storia recente di Gattinara è legata a doppio filo a quella di Giancarlo Travaglini, che fondò l’omonima azienda nel 1958. La figlia Cinzia conduce oggi l’azienda che possiede bellissime vigne – sono 48 gli ettari vitati – situate a 400 metri di altitudine su suoli rocciosi con granito anche in superficie e ricchi di ferro.

Il Gattinara Riserva, prodotto solo nelle migliori vendemmie, è ottenuto da uve nebbiolo vendemmiate generalmente nei primi giorni di ottobre. L’affinato è di almeno 4 anni, di cui 3 in botti di rovere di Slavonia e, in quota minoritaria, in legni più piccoli.

Gattinara Riserva 2011 - Travaglini
Gattinara Riserva 2011 – Travaglini

Gattinara Riserva 2011 – Travaglini

Colore rosso granato trasparente, naso molto intenso ed elegante: dapprima frutta chiara, poi floreale, quindi una nota speziata tra la liquirizia e l’anice stellato, i toni agrumati della scorza d’arancia, una sensazione più dolce (caramelle alla violetta). Il quadro di insieme è piacevole, elegante e accattivante allo stesso tempo.

La bocca non delude: succosa, sapida, acidità molto presente ma in filigrana alla struttura, di tutto rispetto, del vino. La materia gestisce bene l’alcol e il sorso è di ottima progressione e “scorrevolezza” con tannino fitto ma già ben fuso. La chiusura è sapida su toni di fruttini rossi non troppo maturi e liquirizia.

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Un vino della Savoia da Champions League

Se mi segui da tempo sai che amo i vini della Savoia, in particolare quelli ottenuti dagli interessanti vitigni autoctoni della zona. Stasera ho bevuto un vino bianco che mi ha lasciato senza parole…l’avevo assaggiato nella cantina di Gilles Berlioz a Chignin. Ma qualche mese di cantina ha fatto bene ad un vino che è letteralmente sbocciato.

Berlioz è uno dei precursori della biodinamica in Savoia e il vino in questione è ottenuto dal vitigno altesse.

Roussette de Savoie Altesse “El-hem” 2014 – Gilles Berlioz

La divisa con cui il liquido odoroso scende in campo è color giallo paglierino con luminosi riflessi dorati.
Il naso è molto fine e pulito, il palleggio è rapido e preciso, vengono privilegiati i tocchi semplici e verticali: fiori gialli (tarassaco), erbe aromatiche (basilico e menta), susina mirabella, scorza di agrumi…
Il sorso è fin dall’ingresso di grande ampiezza, riempie il cavo orale di sapore ed energia, ma senza strappi, con un’ottima dinamica: sapidità e acidità sono in pressing alto su un fondo di morbidezza voluttuosa che però non detta il gioco e perde il possesso palla. In ripartenza la spalla acida si insinua, ficcante, nella retroguardia glicerica, il tiro è teso e repentino: GOAL!
In fondo alla rete la persistenza è strabiliante. Sugli spalti è festa: ritorni di fiori gialli e agrumi fanno la Ola.

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Qual è il tuo vino da Champions League?

Cosa hanno in comune i fratelli Vodopivec e l’artista Emilio Isgrò?

In questo blog, come sai, tratto il vino in modo piuttosto diretto e semplice, con la voglia di includere il lettore e farlo partecipare. La finalità è chiara fin dal nome del blog: la condivisione del vino e di tutto ciò che vi ruota intorno.

Spero che il titolo di questo post non scoraggi nessuno ma, dopo aver bevuto la vitovska di Vodopivec e aver visitato un’esposizione dedicata al lavoro dell’artista Emilio Isgrò, non potevo esimermi dall’unire i puntini…ovvero dal mettere in relazione due espressioni culturali solo apparentemente distanti: il vino e l’arte contemporanea.

Isgrò ha innovato il linguaggio artistico soprattutto grazie ad un gesto apparentemente semplice eppure rivoluzionario: la cancellatura. L’artista ha cancellato parole, frasi, testi senza eliminarli ma affogandoli in macchie nere e lasciando emergere dal testo cancellato solo pochi e significativi frammenti.

Emilio Isgrò
Emilio Isgrò (Credits: boxartgallery.com)

La cancellatura è distruzione e costruzione insieme, la negazione serve ad affermare un significato altro. L’artista ha così cancellato molti testi tra cui i Promessi Sposi, la Costituzione Italiana, carte geografiche, persino il debito pubblico! E anche se stesso con “Dichiaro di non essere Emilio Isgrò” (1971).

E veniamo ora al vino di Vodopivec. Ci troviamo in Carso, a Sgonico (TS). Il vitigno bianco della zona è la vitovska di cui ti ho parlato anche in altre occasioni (ad esempio qui oppure qui). Il produttore si dedica esclusivamente alla vitovska, oltre 10.000 piante (alberello) per ettaro, sferzate dalla bora. Il vino è ottenuto da una macerazione in rosso, ovvero da una macerazione sulle bucce di ben 6 mesi in anfore di terracotta interrate. Quindi l’affinamento prosegue in botti grandi per due anni. Nessun utilizzo di pratiche enologiche più o meno invasive: Vodopivec ripudia il controllo della temperatura, l’aggiunta di enzimi, di lieviti o di altri stabilizzanti chimico-fisici.

Venezia Giulia IGT Vitovska 2006 - Vodopivec
Venezia Giulia IGT Vitovska 2006 – Vodopivec

Venezia Giulia IGT Vitovska 2006 – Vodopivec

Color ambra, al naso subito ti colpiscono sensazioni di roccia spaccata, anzi scoglio, tè bianco, poi è un susseguirsi di timo, scorza di agrumi, cumino, un’eco lontana di uva passa sotto spirito, pinoli e resina…l’olfatto è un ottovolante insomma. Il vino in bocca ha una certa ampiezza, muscoloso ma non grasso, tutta fibra. La progressione è precisa, senza intoppi: le morbidezze gliceriche dialogano con un’acidità veemente ma mai preponderante, integrata perfettamente nel corpo del vino. La sensazione tattile in chiusura è di saporita astringenza, il tannino ti sorprende per “densità” ma non è ruvido, bensì finissimo. La sapidità chiude il cerchio nel retrolfatto marino e boschivo insieme.

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Veniamo ora alle cancellature di Vodopivec. Quali caratteristiche risultano cancellate in questo vino? Parto dalla grassezza: non è un vino grasso, potente e concentrato sì, ma non grasso. E’ un vino privo di sinuose dolcezze ma, non è neppure un  vino tutto acidità: l’acidità c’è ed è ben presente ma gioca sottotraccia, non prorompe mai sulla scena, è però l’artefice della progressione del vino. E’ forse un vino minimalista? Ma no! Non è certo un vino “in sottrazione”, semmai in cancellazione. Non è un vino barocco e non è neppure un vino fruttato come certi vini orange: cancellate le sensazioni di albicocca disidratata o frutta esotica… al massimo un po’ di agrumi e un ricordo di uva passa in lontananza. Un vino che cancella anche le sensazioni di ossidazione frequenti in questa tipologia: per contro il sorso si dipana come fosse un infuso e poi chiude – aromaticamente non come calore alcolico – come un grande distillato.

Diego Mutarelli
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Borgogna rossa accessibile: l’ossimoro enoico messo alla prova da 7 bottiglie

In Borgogna è purtroppo sempre più difficile bere bene spendendo il giusto. Soprattutto quando hai avuto la fortuna di provare qualche pinot noir di un grande manico in annata giusta.

Eppure.

Eppure i prezzi sempre più inaccessibili costringono l’appassionato ad indagare le denominazioni minori, i produttori emergenti, le zone sottovalutate. Lavoro non facile e spesso ingrato: andare a casaccio in Borgogna è molto rischioso. Non sono pochi i vini deludenti (ad esser gentili): o perché troppo semplici o perché, al contrario, troppo ambiziosi (e quindi stravolti dal legno e senza la proverbiale eleganza che l’enofilo ricerca).

Ma la Borgogna rossa dal prezzo accessibile esiste o è una chimera?

E’ questa la domanda che mi sono posto, con altri bevitori ospiti presso l’enoteca Vino al Vino di Milano, nel corso di una interessante degustazione cieca che aveva come oggetto proprio il pinot noir “per tutti”.

Pinot nero accessibile: i vini in degustazione
Pinot nero accessibile: i vini in degustazione

Ecco la lista e qualche commento su ciò che abbiamo degustato alla cieca:

Rully 1er cru “Cloux” 2015 – Domaine Jacqueson: molto giovane ma il naso già dimostra una grande finezza a partire da una mineralità calda, poi ribes, un floreale intenso, le fragoline di bosco, una speziatura sottile in formazione…bocca succosa e golosa, tannino leggermente astringente (vino giovane vinificato con raspi). La sensazione complessiva è di eleganza e leggiadria ma senza timidezze. Uno dei migliori vini della serata che si può trovare in Italia a circa 30 €.

Bourgogne Hautes-Côtes de Nuits 2014 – Domaine Gros Frère et Soeur: personalmente non mi ha per nulla convinto e devo dire che capita spesso con i vini di questo produttore. Tocco animale, fiori macerati, legno vanigliato che ritorna prepotente anche in bocca segnando il sorso di calore, dolcezza glicerica e amaro in chiusura.

Givry “Pied de Chaume” 2014 – Domaine Joblot: pollaio in apertura, poi si pulisce ed esce il balsamico, la corteccia, fiori appassiti, cera d’api, agrumi…il naso è piuttosto spiazzante insomma. La bocca è molto verticale con acidità prepotente, in questa fase ancora da integrarsi nella materia del vino. Chiusura liquiriziosa. Non è un vino cattivo ma dalla Borgogna mi aspetto altro.

Bourgogne Hautes-Côtes de Nuits 2014 – Felettig: vino molto interessante, il naso è un ricamo di fragoline, foglia di menta, fiori freschi, qualche cenno agrumato…bocca ficcante, sapida e di grande bevibilità. Altro bel vino.

Südtiroler Blauburgunder 2013 – Gottardi: eccolo l’intruso geografico, ovvero il pinot nero altoatesino. Il naso parte con un po’ di riduzione per poi regalare un ventaglio interessante fatto di asfalto, legno di rosa, fruttino rosso. La bocca è semplice, non così articolata, però di buona scorrevolezza e pulizia. Lontano dai migliori ma non male comunque.

Vougeot 1er cru “Les Petits Vougeots” 2013 – Domaine Clerget: vino dal naso interessante e accattivante di gelatina di ribes, fragoline, floreale…bocca però troppo semplice e chiusura brusca e anche un po’ troppo sull’amaro. Da rivedere.

Echezeaux grand cru 2013 – Forey: vino di ambizioni molto diverse dai precedenti, anche nel prezzo (circa 100 € in Italia). Fruttini rossi dolci, asfalto, sensazioni abbastanza “calde” con bocca però succosa e ficcante, sapida e acida, la progressione è precisa e senza intoppi e la chiusura elegante e  accompagnata da un tannino finissimo. Vino buono in assoluto, ma a quel prezzo pretendo maggiori emozioni.

Non so ancora rispondere alla domanda iniziale sull’esistenza o meno della Borgogna “accessibile”. Tu che ne dici, quali sono i pinot noir borgognoni che, ad un prezzo corretto, ti hanno colpito?

Diego Mutarelli
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Una Lacryma dal Vesuvio

Ti ho già parlato della notissima denominazione Lacryma Christi e della sua orgine. In quell’occasione avevo assaggiato la versione in rosso del vino proveniente dalle pendici del Vesuvio.

Oggi ti parlo invece della versione in bianco ottenuta, nella fattispecie, dai vitigni Coda di Volpe, Greco e Falanghina.

Lacryma Christi del Vesuvio Bianco 2015 – Vigna delle Ginestre
Lacryma Christi del Vesuvio Bianco 2015 – Vigna delle Ginestre

Lacryma Christi del Vesuvio Bianco 2015 – Vigna delle Ginestre (Azienda Agricola Giacomo Ascione)

Giallo dorato chiaro con riflessi verdi, l’olfatto si apre su toni di gomma (elastico) un po’ troppo insistiti, ma ad un certo punto escono fuori i fiori bianchi, il muschio, la pesca matura, la scorza di agrumi. Una mineralità affumicata e soffusa avviluppa e ricompone tutti i sentori sentiti in precedenza.

La bocca è morbida in ingresso, il calore alcolico è tenuto sotto controllo da polpa, acidità e sapidità marina che è ben presente anche in retrolfazione. Buona la persistenza.

Plus: vino interessante e con una sua originalità soprattutto al naso

Minus: il sorso è leggermente seduto sulle morbidezze, lo avrei preferito con maggiore articolazione e dinamica

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Il Perricone di Cantine Barbera, la Sicilia che non ti aspetti

Oggi ti parlo di un vino che mi ha piacevolmente sorpreso. Era da un bel po’ che non bevevo un vino rosso siciliano di questo carattere (se escludiamo la zona dell’Etna che continua a piacermi molto). Si tratta di un vino di Cantine Barbera, un’azienda che si trova a Menfi (AG), praticamente affacciata sul mare. 15 gli ettari vitati  per una produzione totale di circa 70.000 bottiglie.

Sicilia Rosso "Microcosmo" 2013 - Cantine Barbera
Sicilia Rosso “Microcosmo” 2013 – Cantine Barbera

Sicilia Rosso “Microcosmo” 2013 – Cantine Barbera

Rosso rubino compatto senza cedimenti il colore del liquido. All’olfatto si presenta con personalità e originalità: un mix di scorza di agrumi (bergamotto) e sottobosco a bicchiere fermo, poi in sequenza marasca, pepe nero, asfalto, chiodo di garofano, mandorla…note dolci e speziate, più acute e poi più risolte, c’è da divertirsi con il naso nel bicchiere. La bocca mi allontana immediatamente dal ricordo di certi vini rossi siciliani caldi, marmellatosi, morbidi e legnosi; siamo, fortunatamente, su tutt’altro registro: il sorso è agile, più verticale che largo, l’acidità è ben presente e compensa il calore mediterraneo del vino (in etichetta in verità è dichiarato un titolo alcolometrico contenuto: 12,5%). Il vino è di medio corpo, il tannino è fitto e fine, la dinamica gustativa caratterizzata da una certa dinamicità. Media la persistenza su ritorni di mare e frutta rossa.

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P.S.: Microcosmo è il nome della vigna, piantata al 90% con il vitigno perricone (anche detto pignatello) e, per la restante parte, a nerello mascalese. Il nome della vigna (e del vino) deriva dal trattare la vigna come un unico ecosistema trattando quindi i due vitigni allo stesso modo. Insomma una sorta di co-plantation à la Marcel Deiss.

Dal sito web di Cantine Barbera:

Abbiamo piantato il Perricone con il Nerello Mascalese, in proporzione di 10 a 1 e il vigneto viene trattato come un’entità unica ed interdipendente: potatura, lavorazioni, campionamenti, raccolta avvengono contemporaneamente, perché ciò che ci interessa è l’equilibrio della vigna, non le caratteristiche dei singoli vitigni.
Perchè il microcosmo è energia e vita.

Cassoeula, Champagne e Barbacarlo

Una fredda serata invernale. C’è forse una migliore occasione per gustare un’ottima cassoeula con vini in abbinamento ed amici a completamento?

Champagne Rosé Zero brut nature – Tarlant

Convincente questo champagne rosé che al naso rapisce con note di fragoline di bosco e calcare. Il sorso è verticale, ficcante grazie ad un’acidità acuminata ma non eccessiva, gustosa la chiusura ben sapida.

Champagne Dizy Terre Rouges rosé 2009 – Jacquesson

Bollicina non convincente questa, tanto da far pensare ad una bottiglia “strana”, anche se apparentemente non fallata. Naso di noccioline tostate e mirtilli, bocca però corta e leggermente avanti come evoluzione. Da riprovare.

Barbera d’Alba “Pochi Filagn” 2011 – Accomasso

Barbera d’Alba “Pochi Filagn” 2010 – Accomasso

Due vini bevuti alla cieca e piuttosto diversi tra di loro, a dimostrazione, semmai ce ne fosse bisogno, di quanto l’annata conti nel vino. Entrambi i vini risultano ben fatti, di personalità e con una certa mutevolezza espressiva, caratteristica che apprezzo particolarmente e che costringe il degustatore a tornare più volte con il naso nel bicchiere. L’annata 2011 in apertura è caratterizzata da note dolci (vaniglia), poi la cipria ed il rossetto, la rosa canina, il frutto rosso croccante. Un alcol un po’ troppo pronunciato in bocca penalizza leggermente la beva. Il vino chiude su ritorni dolci/amari. Decisamente superiore la barbera 2010 che apre su toni animali, poi arrivano i fiori rossi e il fruttino rosso. L’acidità è ben presente e in filigrana nella materia del vino, sorregge il sorso che è stratificato e di ottima dinamica. Il palato resta succoso e la persistenza è decisamente lunga. Che buono!

Barbacarlo
Barbacarlo

Provincia di Pavia Rosso “Barbacarlo” 2010 – Azienda Agricola Barbacarlo

Sangue, inchiostro, pepe verde, frutto chiaro che tende persino all’anguria, ferro. La bocca ha in ingresso una sottilissima e leggera carbonica, il sorso è sostenuto lungo tutto il cavo orale da una squillante sapidità, la chiusura è però avvolgente. Che grande edizione questa 2010!

Oltrepo Pavese Rosso “Vigna Barbacarlo” 1999 – Azienda Agricola Barbacarlo

Asfalto, pepe, scorza di arancia, medicinale (mercurio cromo), tocchi selvatici. Bocca saporita e succosa che, senza la presenza della carbonica a solleticare il palato, è in qualche modo più compassata rispetto alla versione 2010. Il tannino è ben presente e pronunciato, un bassorilievo che percorre tutta la superficie del vino disegnando un profilo energico, tridimensionale. La sapidità si affaccia, prepotente, in chiusura. Altro bellissimo vino.

Oltrepo Pavese “Ronchetto” 1996 – Lino Maga

Buon vino anche se inferiore ai precedenti. Il naso è giocato sul frutto chiaro, il ferro, una vena balsamica e un dolce cocco. La bocca risulta leggermente “asciutta”, non così articolata come i migliori vini di Lino Maga. Sapida e piccante la chiusura.

Oltrepo Pavese “Montebuono” 1995 – Lino Maga

Tappo. Peccato!