Il Terrano 2017 di Zidarich

Su queste pagine i vini del Carso tornano regolarmente, ma ciò non ci impedisce di parlarne ancora se assaggiamo una bottiglia degna di nota. È il caso del vino di oggi ottenuto dal vitigno terrano, la varietà a bacca nera simbolo di questa terra. Il terrano fa parte della famiglia dei refosco, e con queste varietà – come da esempio il refosco dal peduncolo rosso o il refosco di Faedis – condivide una verve acida piuttosto spinta. I produttori cercano di addomesticare questa caratteristica tramite scelte in vigna volte a raccogliere uva perfettamente matura e scelte in cantina (macerazione sulle bucce piuttosto prolungata, utilizzo del legno, etc.) atte a fornire materia fruttata e morbidezza a compensare le durezze del vino. Quando si trova la quadratura del cerchio il terrano regala vini originali e complessi, di grande serbevolezza e dalla sorprendente longevità.

Venezia Giulia IGT Terrano 2017 – Zidarich

Rosso rubino compatto con riflessi ancora porpora. Naso espressivo di viola, china, ribes nero e fragoline di bosco, poi un tocco terroso/vegetale che richiama il muschio, il geranio, le radici. Non mancano le spezie con un cenno di pepe rosa.

Il sorso è caratterizzato dalla guizzante acidità che il vitigno porta in dote. L’acidità è però ben integrata nella materia del vino, che risulta fruttato e “polposo”, nonostante il basso tenore alcolico (12% sono ormai dei cigni neri per i vini rossi alle nostre latitudini). La progressione in bocca ha ottima stratificazione e profondità ed il vino si rivela saporito, sapido e persistente. La chiusura è pulita e fresca su ritorni di fruttini rossi e fiori.

Lo abbiamo abbinato ad un filetto di maiale alla senape.

Plus: vino di grande spontaneità espressiva ma dietro il quale si percepisce la mano felice del produttore che senza snaturare le caratteristiche varietali originali del vitigno riesce a tirar fuori una versione di terrano elegante e di facile beva.

Diego Mutarelli
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Champagne, nebbiolo e…

Le premesse per passare una bella serata all’Osteria Brunello di Milano c’erano tutte: una dozzina di amici assetati, una bottiglia a testa da portare in assaggio senza un tema specifico, la degustazione alla cieca per divertirsi a chi la spara più grossa.

Ecco cosa abbiamo bevuto.

Bollicine e vini bianchi

Champagne Influence brut – Minière F&R Brut (magnum)

Champagne Terre du Mesnil 2013 – André Robert

Champagne Blanc de Blancs extra-brut – Fallet-Crouzet

Champagne 2008 – Dom Pérignon

Champagne rosé Ambonnay brut – André Beaufort

Terre Siciliane Bianco “Mareneve” 2020 – Federico Graziani

Tra gli champagne è stato un plebiscito per lo strepitoso rosé di André Beaufort, ottenuto da uve di pinot nero da vecchie vigne grand cru di Ambonnay, un vino che sa di cola, spezie, menta, lampone, rose, radici…non ti stancheresti mai di annusarlo se non fosse che la sua trascinante beva lo fa letteralmente evaporare dal calice. Uno champagne elegante e di grande personalità! Altra bollicina degna di nota è senz’altro l’Influence di Minière F&R, ottenuto dall’assemblaggio di pinot noir, pinot meunier e chardonnay, lunghissima sosta sui lieviti (almeno 7 anni), sboccatura 2020, dal naso sfaccettato e ricco di crema pasticcera, agrumi, vaniglia, caffè verde, l’uso sapiente dei legni esalta un sorso cremoso, dalla bollicina finissima, ficcante e di grande freschezza. Bottiglia in stato di grazia. Niente male neppure gli altri champagne a cominciare da un Dom Pérignon che mostra un naso complesso e cangiante che va dalle note più dolci di pasta frolla a quelle più fruttate e fresche e che però al sorso non risulta ancora del tutto compiuto, essendo potente e ricco con un’acidità ancora da integrarsi. Potrebbe essere solo questione di tempo, chissà. Avendo assaggiato un’altra bottiglia qualche anno fa il vino sembra in progressione in quest’annata eccellente ma che ha bisogno di tempo.

Che dire invece dell’unico bianco fermo, il Mareneve di Federico Graziani? Si tratta di un vino dell’Etna allevato in altitudine (oltre i mille metri sul livello del mare), composto da carricante, riesling renano, gewürztraminer, chenin blanc e grecanico. Naso dapprima sulfureo, poi frutta bianca, ananas, sedano, limone, per una bocca secchissima, fresca, succosa e di ottima progressione. La chiusura è sapida e lunga con ritorni piacevolmente amaricanti. Alla cieca è stato scambiato per un vino della Loira, impossibile pensare ad un vino siciliano fino al disvelamento dell’etichetta.

Vini rossi

Etna Rosso “Rosso di Mezzo” 2020 – Federico Graziani

Barolo Castiglione 2013 – Vietti

Barolo 2018 – Bartolo Mascarello

Barbaresco “Gaiun Martinenga” 2008 – Marchesi di Gresy

Barolo “Monvigliero” 2013 – Diego Morra

Gattinara Riserva “Osso San Grato” 2017 – Antoniolo

Un casuale (ma non troppo) assolo di nebbiolo per i vini rossi, ad esclusione dell’Etna Rosso di Mezzo di Graziani meno interessante rispetto al suo Bianco. Qui i vini migliori sono risultati il Barbaresco dei Marchesi di Gresy, pimpante, potente, molto classico (plus) sia al naso che al sorso, dal tannino fitto e saporito, polposo e al contempo minerale, un’ottima riuscita per un vino che a 15 anni dalla vendemmia risulta molto piacevole. Anche nell’annata 2018 il Barolo di Bartolo Mascarello è un vino di gran classe: ribes, roselline, incenso, rose appassite, liquirizia…vino in questa fase non troppo austero, anzi aperto e godibilissimo. Altro top player il Gattinara Osso San Grato di Antoniolo, anche in questa annata riconoscibilissimo nel suo timbro ferroso accompagnato da un fruttino rosso dolcissimo, fitto in bocca, sapido e profondo. Meno aperti e piuttosto scontrosi in questa fase i due Barolo, entrambi 2013 di Vietti e di Diego Morra.

Diego Mutarelli
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Ancora Isère: Domaine Les Alpins

L’Isére è forse il territorio vinicolo meno considerato di tutta la Francia. Eppure da qualche tempo – complice il cambiamento climatico e la nouvelle vague di giovani produttori naturali alla ricerca di terreni vocati al giusto prezzo – si nota un certo dinamismo e delle bottiglie originali e di grande interesse.

Qualche mese fa abbiamo già parlato di Jérémy Bricka, oggi invece riferiamo del Domaine Les Alpins. Si tratta della creatura di Sébastien Benard, quattro ettari a La Buisse, nel nord dell’Isère, all’interno del Parco Naturale Regionale de la Chartreuse, a circa 20 km da Grenoble. L’azienda è certificata biologica ma la gestione è naturale, i soli trattamenti contemplati in vigna sono lo zolfo ed il rame in dosi molto limitate (da 1 a 2 kg per ettaro all’anno).

Isére Coteaux du Gresivaudan IGP “Les Comperes” 2020 – Domaine Les Alpins (Sébastien Benard)

Il vino è ottenuto da gamay (in maggioranza), con a saldo mondeuse, persan e pinot noir. Il gamay viene vinificato a grappolo intero con macerazione semi-carbonica, gli altri vitigni vengono vinificati insieme e poi uniti al gamay. Dopo l’assemblaggio il vino affina per circa un anno in barrique e fusti di rovere usati.

Les Comperes si presenta di un bel rosso rubino chiaro con luminosi riflessi porpora. Primo naso molto floreale (rosa, peonia), poi arriva il frutto rosso (fragola), ma anche inchiostro e una spezia che ricorda il pepe verde.

La bocca è scorrevole e golosa, la beva è trascinata da un’acidità rinfrescante e dissetante che però trova una carnosa materia fruttata a compensarne l’esuberanza. Tannino appena accennato e chiusura su ritorni floreali. Dopo il primo sorso la bocca resta fresca e pronta ad un nuovo assaggio, complice il titolo alcolometrico molto contenuto (12%).

Può accompagnare degnamente un piatto di salsiccia e fagioli ma anche un semplice panino al salame.

Plus: vino espressivo e di grande beva ma non un semplice glou glou. L’immediatezza del gamay trova equilibrio nei suoi compari (“Les Comperes….”) di assemblaggio, con il pinot noir che apporta raffinatezza e la mondeuse e il persan che conferiscono nerbo e struttura.

Diego Mutarelli
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Vini da rientro post ferie

Tra malinconia da rientro, affanni da ripartenza e clima più clemente, alcuni collaboratori e amici di Vinocondiviso si ritrovano per esorcizzare il termine delle vacanze con la consueta degustazione “un vino a testa”.

Eccoci, dunque, da HIC Enoteche, che ha sopportato i nostri schiamazzi e supportato la nostra fame con gustose proposte gastronomiche.

Di seguito qualche nota sui vini bevuti.

Champagne extra brut Blanc de Blancs – Adam Mereaux

Adam Mereaux è una piccola azienda (7 ettari) della Montagne de Reims, vino da aperitivo perfetto per iniziare la serata. Naso semplice ma ben fatto su note di agrumi, nocciola e fiori gialli, sorso soffice, di una certa morbidezza, scorrevole e appagante. Non un mostro di acidità né di complessità, ma una bollicina elegante e adeguata a un aperitivo o antipasti non troppo elaborati.

Champagne brut nature Blanc de Blancs – Benoît Lahaye

Dei vini di Benoît Lahaye su queste pagine abbiamo parlato spesso, in questo caso abbiamo assaggiato il suo Blanc de Blancs ottenuto da vini di annate 2016 e 2017, vinificato senza solfiti aggiunti, sboccatura 04/2021. Il vino nel calice è di un bel giallo dorato solcato da perlage sottile e continuo, primo naso su mallo di noce e acquavite, poi si apre svelando grande complessità fatta di fiori e frutti gialli (susina mirabella), spezie e roccia. Ma è in bocca che questo Champagne mette la sesta grazie ad una profondità e ricchezza fuori dal comune ed una vena ossidativa di grande raffinatezza. Ritorni sul frutto giallo e il sale, ottima persistenza.

Pouilly-Fuissé vieilles vignes “La Croix” 2020 – Robert Denogent

I vini di Robert Denogent sono, negli ultimi tempi, sulla bocca di tutti, tra detrattori e veri e propri adoratori. Il vino che abbiamo nel calice è di un giallo paglierino con riflessi dorati, parte piuttosto reticente al naso: una nota di cereali, un tocco di limone candito, un che di “pannoso”… Il sorso è più convincente, caldo e piuttosto morbido, i 14% di titolo alcolometrico sono ben gestiti anche grazie ad un’acidità che, pur sottotraccia, fornisce equilibrio e allungo.

Savannières “Les Gaudrets” 2018 – Domaine Belargus

Domaine Belargus è un’azienda biodinamica di recente costituzione che si dedica esclusivamente a vinificare cuvée a base di chenin blanc. Giallo dorato luminoso, al naso un che di vegetale (piselli), fiori gialli, sassi e mare. Bocca fresca e di gran volume, come i migliori chenin sa coniugare freschezza e ricchezza, in bocca la classica nota aromatica di cera d’api e propoli. Chiude lungo e sapido.

Mosel Erdener Prälat Riesling Auslese 2006 – Weins Prüm

Color mogano con riflessi dorati, più evoluto al colore di quanto l’annata riportata in etichetta farebbe presagire. Naso splendido e articolato di miele d’acacia, tè verde, fiori dolci, cedro candito, croccante alle mandorle, pepe bianco… Ingresso in bocca sulla dolcezza che però viene immediatamente rintuzzata da acidità rinfrescante che accompagna il vino in una chiusura quasi salina.

Degustazione molte interessante, il rientro dalle ferie non ci fa più paura!

Diego Mutarelli
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Questo vino del Carso è un Inkanto!

La magia del Carso e dei suo vini periodicamente ci ammalia. Questa volta parliamo di un produttore artigiano molto piccolo ma che sta già facendo parlare di sé da qualche anno. Si tratta dell’Azienda Agricola Radovič, una realtà che si dedica all’agricoltura da quattro generazioni. Ancora oggi l’impostazione è diversificata e lontana dalla monocoltura, infatti oltre alla vigna l’azienda possiede olivi, alberi da frutto ed api.

Torniamo però al vino, che è seguito in particolare dal poco più che trentenne Peter Radovič. Un ettaro di vigna, rese molto basse come il territorio aspro e difficile impone, sono quindi poche le bottiglie prodotte ogni anno. Le varietà presenti in vigna sono quelle autoctone, ovvero vitovska, malvasia istriana, terrano (oltre ad un “misterioso” vitigno di cui parleremo tra poco).

Abbiamo assaggiato l’Inkanto 2021, uvaggio ottenuto da una vigna mista, le cui varietà vengono raccolte e vinificate tutte assieme. Il blend è composto da circa il 33% di vitovska, il 33% di malvasia istriana e, a completamento, tre varietà sconosciute, o meglio fuori dal catalogo ampelografico. Di recente l’azienda ha scoperto che una di queste varietà è riconducibile alla glera, l’altra ad un particolare tipo di malvasia (biotipo della malvasia di Aurisina), mentre la terza varietà rimane ancora misteriosa.

Vino Bianco “Inkanto” 2021 – Radovič

Il vino che abbiamo nel calice effettua una macerazione non prolungata (3 giorni), fermenta spontaneamente e affina 12 mesi in botte, seguiti da 2 mesi di acciaio al fine di ottenere una decantazione naturale e quindi, da ultimo, 6 mesi in bottiglia. Solo 776 le bottiglie prodotte. La veste è un giallo paglierino con riflessi dorati. Il naso è delicato, fine e mutevole: parte su una nota di albicocca non matura, poi a seguire fiori di campo, foglia di menta, macchia mediterranea e delicata scia vegetale (felce), da ultimo, in sottofondo, una sussurrata eppure presente nota marina.

In bocca è essenziale, senza alcuna grassezza, con tenore alcolico limitato (12,5%) che supporta adeguatamente un vino dal corpo sottile e agile ma per nulla debole. Il vino invece è ben presente in bocca, concentrato nel sapore e di ottimo sviluppo e dinamica, l’acidità rende il sorso succoso fino alla chiusura che è lunga su netti ritorni salmastri.

Un vino perfetto per un bel piatto di spaghetti alle vongole e più in generale da abbinare ai molluschi.

Plus: un vino di impostazione naturale, spontaneo e immediato, ma preciso e ricco di dettagli e sfumature che rimandano immediatamente al territorio di origine.

Diego Mutarelli
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Colli Ripani, una cooperativa a servizio del territorio!

Oggi ci troviamo in uno dei borghi più antichi e suggestivi della provincia ascolana, Ripatransone, che sorge su un alto colle a pochi passi dal mare adriatico, conosciuto anche come il “belvedere del Piceno” per la sua posizione strategica.

A 508 mt sul livello del mare, sul Colle San Nicolò, troviamo la Cantina dei Colli Ripani, un’importante e vitale cooperativa caratterizzata dallo stretto legame tra i soci, la cantina e il territorio. Parliamo di una cooperativa di oltre 300 produttori per 700 ettari coltivati (oltre al vino l’azienda produce olio extravergine di oliva, caffè d’orzo e miele). Una cooperativa virtuosa dunque, la cui strategia si poggia, per quanto riguarda in particolare la parte vinicola, sul rispetto dell’identità del territorio, la produzione infatti si incentra sui vitigni autoctoni come sangiovese, montepulciano, pecorino e passerina.

Con il supporto di Alice Pulcini dell’ufficio commerciale inizia la visita della struttura e, dopo un breve passaggio nel reparto imbottigliamento e stoccaggio, ci rechiamo là dove si ergono, in bella vista, le storiche vasche in cemento. Scendiamo di un livello e lo sguardo va subito verso le grandi botti in legno che si rivelano delle vere opere d’arte con dei disegni intagliati che riprendono i simboli del borgo di Ripatransone.

Ci spostiamo nel punto vendita, attiguo alla cantina, per la degustazione che è stata incentrata sulle tre versioni del vitigno pecorino. Il percorso inizia con “Grotte di Santità”, lo Spumante Bio Ancestrale Marche IGT Bianco da uve 100% pecorino annata 2020. Nel calice abbiamo un vino spumante, senza solfiti aggiunti, realizzato con il metodo ancestrale che alla vista presenta una leggerissima velatura dovuta ai lieviti ancora presenti all’interno della bottiglia. Il perlage risulta finissimo e persistente con le catenelle di bollicine che risalgono il calice muovendosi leggiadre ed eleganti. All’olfatto si avvertono nitide le note agrumate mentre al palato il sorso è definito dalla freschezza e acidità tipica del vitigno. Il perlage accarezza il palato e invita al sorso successivo. Il finale è impreziosito da una buona mineralità con una persistenza abbastanza lunga.

Proseguiamo con la versione ferma e degustiamo il “Mercantino” Offida docg pecorino 2022 della Linea 508 punta di diamante della proposta della cantina. Veste giallo paglierino di estrema limpidezza, al naso si avvertono immediatamente intensi profumi di frutti tropicali come il mango ma in particolare il melone e in successione dei sentori agrumati. Al gusto si presenta sontuoso con freschezza e acidità che sferzano il palato. Un aspetto da sottolineare è senz’altro la sapidità che dona al vino una certa eleganza e allunga il finale.

L’ultima versione del pecorino è un’eccellente esempio di come l’utilizzo del legno, in fase di fermentazione e affinamento, rappresenti il mezzo e non il fine di un progetto di fare vino. Nel calice abbiamo l’Offida pecorino docg “Condivio” 2017 che si presenta alla vista di un colore giallo paglierino carico dotato di grande luminosità. All’olfatto si fa apprezzare per decisi sentori di frutta matura mentre il sorso è pieno e intenso con delle accennate note di spezie dolci come la vaniglia. Anche per il Condivio ritorna la sapidità, riscontrata nella versione che ha fatto solo acciaio, e la lunga persistenza.

Il sipario si chiude con la degustazione del Kinà, un vino aromatizzato ottenuto dalle migliori uve di sangiovese che incontrano le erbe aromatiche regalando al degustatore un finale amarognolo di grande eleganza gustativa.

La Cantina dei Colli Ripani è una bellissima realtà del territorio Piceno che coniuga perfettamente il binomio vitigni e territorio.

Walter Gaetani

Fùnambol 2021 – Podere Sottoilnoce

Siamo a Castelvetro di Modena, patria del Lambrusco. E’ qui che sorge Podere Sottoilnoce, azienda artigiana biodinamica che custodisce circa 6 ettari di vigna di Lambrusco (Grasparossa, Sorbara e Fioranese), Trebbiano di Spagna, Trebbiano Modenese e altre varietà autoctone come l’Uva Tosca.

Il vino che abbiamo bevuto oggi ci ha colpito particolarmente. Si tratta del vino bianco Fùnambol 2021, da uve Trebbiano di Spagna. Un vino fermo ottenuto da fermentazione spontanea in contenitori di ceramica di 400 litri.

Colore giallo oro antico. Il naso è dapprima reticente, a poco a poco si dipana rivelando fiori di campo, pesca gialla, un tocco esotico ma non prevaricante di mango, scorza d’arancia, mandorla fresca. Precisione ed eleganza olfattiva a cui fa da contrappunto una bocca per nulla timida, ma anzi saporita, fitta e succosa. Freschezza e materia fruttata sono in equilibrio mirabile (funambolo di nome e di fatto questo vino!), il corpo del vino non è affatto esile eppure la beva non ne risente, lo sviluppo in bocca ha un’ottima progressione e in chiusura si avverte un piacevole tocco tannico. Chiude su ritorni di frutta gialla e sale.

Vino che a tavola è piuttosto versatile e che ha superato brillantemente l’accostamento ad un piatto generoso e complesso come dei rigatoni alla carbonara.

Diego Mutarelli
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Chavignol rosé, l’opera d’arte di Pascal Cotat

Pur amando i vini rosé – soprattutto in questa stagione – è molto raro che in una degustazione tra appassionati un vino rosa si imponga come il miglior vino della serata svettando tra le altre bottiglie presenti. È d’obbligo dunque condividere questo evento più unico che raro capitato ad una recente degustazione tra amici grazie allo splendido Chavignol Rosé Lot 2013 di Pascal Cotat.

Abbiamo già parlato in passato di Pascal Cotat, soprattutto dei suoi ottimi Sancerre (ad esempio in questo post, non censurandoci peraltro quando non ci è piaciuto).
Ti raccontiamo dunque di questo grande pinot nero vinificato in rosa da un piccolo appezzamento piuttosto datato (l’età media delle vigne è di 50 anni). Ci troviamo a Chavignol, villaggio non distante da Sancerre, dove ha sede il garage di Pascal Cotat. Parliamo di garage non solo per le dimensioni mignon dell’azienda e l’ultra artigianalità di approccio, ma anche perché il domaine condivide gli spazi con l’autofficina di famiglia!

La ricetta è tutto sommato semplice: cura maniacale delle vigne, conduzione non certificata ma di fatto biologica, in cantina fermentazioni spontanee e affinamento in vecchie botti da 600 litri. Vini che richiedono qualche anno di invecchiamento per essere apprezzati appieno e che anzi dopo paziente attesa, come in questo caso, possono letteralmente sbocciare.

Chavignol Rosé Lot 2013 – Pascal Cotat

Si presenta con un bel rosa chiaro luminoso e vivace. Il primo naso è di grande impatto, tra i fruttini rossi è il ribes a farla da padrone, ma poi anche note più complesse splendidamente evolute di liquirizia, spezie, mineralità bianca. Con il passare dei minuti il vino tende sempre più ad assomigliare, dal punto di vista olfattivo, ad un bianco di Sancerre, con “dissetanti” note agrumate di mandarino e pompelmo rosa.

Al sorso vi è un’evoluzione del tutto coerente con quanto sentito al naso, ovvero un primo ingresso dolcemente fruttato che poi va a rinfrescarsi grazie ad una acidità ficcante e pulente. La progressione è soave ed elegante, eppure continua ed inesorabile, fino ad una chiusura su note di pompelmo (ma senza l’amaro di quest’ultimo!), soffice e lunghissima su ritorni salini.

Plus: quando i vini rosé, come in questo caso, hanno capacità di evoluzione nel tempo uniscono complessità, eleganza e stratificazione senza alcun complesso di inferiorità verso altre tipologie di vino.

Diego Mutarelli
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Vini da aspettare anni, ma anche due giorni

Ammettiamo che appena aperto, un martedì di inizio estate, questo pinot nero della Ahr (zona della Germania settentrionale di cui vi abbiamo già parlato qui) non aveva completamente convinto nessuno dei cinque commensali, tanto che se ne avanzò un abbondante calice in bottiglia.

Certo, ne apprezzavamo il colore, un tenue rubino brillante, i sentori di piccoli frutti di bosco rossi, la nota erbacea e minerale ma in bocca aveva la meglio, soprattutto sul finale, un’acidità troppo marcata e uno sviluppo piuttosto “rigido”.
Il giovedì della medesima settimana, chi scrive, che aveva portato a casa la bottiglia non terminata, ha provato questo Spätburgunder “Grauwacke” 2019 della tenuta Meyer-Näkel sul terrazzo di casa, dopo averlo rinfrescato in frigo.
Il colore rimaneva brillante ma già il naso del vino era cambiato: rimandi di rose rosse, ribes, fragolina, melograno, foglie di tabacco, fieno, grafite; una complessità olfattiva sicuramente superiore di quella riscontrata due giorni prima.
Ma eccolo in bocca: l’acidità si era attenuata, lasciando spazio ad una timida, delicata avvolgenza; la mineralità, solo accennata il martedì precedente, era ora presente e persistente.
Il tempo probabilmente sarà la giusta arma contro quella spiccata acidità tutta da amalgamarsi che giorni prima ci aveva fatto pentire di avere aperto così presto questo vino; come esserne certi? L’evoluzione a “bottiglia aperta” fa ben sperare e, per fortuna, un altro commensale conserva in cantina il vino della stessa annata: ci diamo appuntamento fra un lustro per verificare!

Nota a margine: la traduzione italiana del nome del vino, Grauwacke, è grovacca, ovvero la rocca grigia sedimentaria di matrice detritica, che troviamo in una parte della zona della Ahr e di cui, supponiamo senza tanto sforzo, essere la matrice geologica della vigna da cui si ottiene questo pinot nero.

Alessandra Gianelli
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Giuliana Vicini, la rinascita di una donna… dal vino!

Vi porterò indietro nel tempo ad inizio secolo scorso e vi racconterò la storia di una donna e del suo legame con il vino.

Giuliana Vicini è nata nel 1925 ad Ortona – una ridente cittadina lungo la costa adriatica abruzzese in provincia di Chieti – da Giustino Ciavolich e Geppina Berardi.

Photocredit: Giuliana Vicini, site web

I Ciavolich erano una famiglia di mercanti bulgari di lana, giunti in Abruzzo nel Cinquecento e divenuti nei secoli proprietari terrieri con la fondazione nel 1853 della prima cantina sita a Miglianico, nel Chietino, di fronte al palazzo signorile di proprietà.
All’epoca la condizione della donna era tale da rappresentare un peso per le famiglie patriarcali che organizzavano matrimoni combinati per i quali era necessaria la dote.
Alla morte del padre Giustino la gestione della proprietà terriera dei Ciavolich passò a Giuseppe, fratello di Giuliana, come imponevano le regole dell’epoca.
Di fatto Giuliana non riuscì a gestire la sua parte di proprietà ma intanto coltivava un’idea e un pensiero di riscatto che avrebbe rivelato prima della sua scomparsa.
Alla veneranda età di 95 anni Giuliana lasciò alla nipote Chiara Ciavolich, figlia di suo fratello Giuseppe, la sua tenuta di Miglianico (Chieti), con l’intento di riscattare il suo nome e la sua storia.
Giuliana chiese espressamente alla sua cara nipote Chiara che il vino prodotto a suo nome non si chiamasse Ciavolich ma Vicini, in virtù del suo legame con la sua amata nonna Donna Ernestina Vicini.
Inoltre il vino con il suo nome “Giuliana Vicini” doveva avere un preciso scopo: sostenere tutte le donne nel loro processo di emancipazione.
La rinascita di Giuliana Vicini è la rinascita di una donna del secolo scorso attraverso la lungimiranza e lo stile di una donna del nostro secolo: la nipote Chiara Ciavolich.
Oggi abbiamo aperto un vino dotato di un buon profilo olfattivo supportato da acidità che dona freschezza al palato e ideale da degustare nel tardo pomeriggio di una bella serata estiva magari di fronte al mare.
Il vino in questione è prodotto con uve cococciola, un antico vitigno a bacca bianca autoctono abruzzese coltivato prevalentemente nella provincia di Chieti.
La buona resa in vigna lo avevano rilegato, nel passato, a vino da taglio che contribuiva a salvare le annate caratterizzate da basse rese del più famoso trebbiano d’Abruzzo.
Oggi la cococciola, grazie alla recente riscoperta da parte di alcuni produttori, viene vinificata in purezza e per la sua spiccata acidità si presta anche alla spumantizzazione.

Cococciola Colline Pescaresi IGP 2022 Giuliana Vicini – Cantina Ciavolich

Il vino si presenta di un giallo verdolino scarico ma luminoso e si muove leggiadro nel calice.
Al naso si apprezzano profumi di fiori bianchi ed eleganti note agrumate accompagnate da sentori di frutta fresca appena raccolta. Il sorso è ampio e avvolgente con una buona spalla acida che dona freschezza e pulisce il palato.
Una leggera ma percepibile nota erbacea arricchisce il profilo del vino.
Il finale è mediamente lungo con un ritorno delle note fruttate di frutta fresca già avvertite al naso e con una evidente nota amarognola che non disturba la degustazione.
Consigliato un abbinamento con del sushi.

Walter Gaetani