Intervista: il vino delle origini. Rinvenuti in Sicilia residui del vino più antico del mondo!

Di recente alcuni articoli di stampa, anche internazionale, hanno ripreso la notizia secondo la quale sono stati rinvenuti i resti del vino più antico del mondo: il ritrovamento è stato fatto a Sciacca, in provincia di Agrigento, e il vino risalirebbe addirittura a 6.000 anni fa. La ricerca è stata pubblicata dall’autorevole Microchemical Journal.

Dioniso
Dioniso

Per approfondire meglio questa notizia ho contattato Enrico Greco dell’Università di Catania, uno dei ricercatori del team internazionale coordinato dall’archeologo Davide Tanasi dell’Università della Florida Meridionale, a cui hanno preso parte anche il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), l’Università di Catania e gli esperti della Soprintendenza ai Beni Culturali di Agrigento.

Enrico per prima cosa voglio ringraziarti, a nome dei tanti appassionati di vino, della tua disponibilità a rispondere a qualche domanda e a chiarire la portata della vostra scoperta. Innanzitutto ci racconti come era composto il team di ricerca e quali obiettivi aveva?

Il lavoro è stato frutto di una collaborazione internazionale tra diversi enti italiani come la Soprintendenza ai Beni Culturali di Agrigento, l’Università di Catania e il CNR-IMC di Roma. Inizialmente ci eravamo prefissi come obiettivo lo studio dei residui organici presenti su numerosi campioni provenienti da Sant’Ippolito (Caltagirone) e da Monte Kronio (Agrigento), focalizzandoci principalmente sugli acidi grassi per rilevare
l’eventuale presenza di carne animale o oli vegetali.
In ogni caso questo sarebbe stato il primo studio di questo genere su reperti di origine siciliana.

Studi di questo tipo erano già stati effettuati in altre parti del mondo? Con quali risultati?

L’analisi di residui organici provenienti da ceramiche archeologiche è ormai diventata una prassi da circa vent’anni. In particolare, riguardo al vino, i reperti italiani più antichi erano stati trovati in Sardegna e risalivano al Bronzo Medio (1500-1100 a.C.) e quelli più antichi al mondo sono circa coevi ai nostri (IV millennio a.C.) e sono stati trovati in Armenia, anche se gli autori non sono sicuri che provengano da uve o da melograno (o da entrambi).

Ci racconti ora, semplificando per quanto possibile, la metodologia che avete eseguito e – soprattutto – i risultati che avete raggiunto?

In diverse parti del mondo sono state condotte analisi di residui per stabilirne l’iniziale composizione anche attraverso l’identificazione di specifici marker chimici. Nel nostro caso ci stavamo concentrando sull’identificazione di acidi grassi e volevamo sviluppare un nuovo protocollo analitico per l’identificazione di queste molecole. Inizialmente le analisi non ci hanno dato dei risultati univoci e quindi abbiamo integrato altre tecniche analitiche per raccogliere dati da punti di vista differenti. A quel punto abbiamo trovato del tartrato di sodio in quantità analiticamente rilevanti che abbiamo usato come marker per la rilevazione della presenza di vino.

Non c’è il rischio che i residui da voi rinvenuti derivino da qualcosa di diverso dal vino? Ad esempio da uve dimenticate in fondo ad una giara e che spontaneamente hanno fermentato?

Abbiamo escluso questa possibilità poiché sia attraverso un esame visivo, sia attraverso l’uso di microscopia ottica ed elettronica, non sono stati rinvenuti né semi né bucce. I semi in particolare si conservano per migliaia di anni e sarebbero stati rilevati facilmente. Il fermentato quindi era stato già separato dalla sua componente solida e riposto nel suo contenitore.

Quali i vostri futuri obiettivi in quest’ambito di ricerca? Ritieni realistico riuscire a risalire alla tipologia di vitigno da cui si ricavò quel vino?

Stiamo valutando se integrare lo studio con ulteriori analisi che ci permettano di dare conferma ad alcune ipotesi che al momento non possiamo divulgare. È molto improbabile però che potremo essere in grado di stabilirne la varietà poiché sicuramente non si trattava di un vitigno selezionato come quelli che conosciamo
al giorno d’oggi e perché a distanza di millenni la maggior parte delle molecole che potrebbero (e sottolineo il condizionale) darci delle informazioni in merito è già degradata. Anche eventuali analisi del DNA sono da escludere vista l’assenza di semi.

Mi raccomando, tienici informati su eventuali sviluppi futuri!
Per chiudere vorrei chiederti che rapporto hai con il vino e se questa ricerca ti ha in qualche modo avvicinato ancor di più a questa “bevanda” così speciale per la nostra Storia.

Personalmente sono molto affezionato ai vini della mia regione e in particolare a quelli etnei, area dove risiedo. Da bambino ero sempre molto contento quando arrivava la vendemmia poiché era anche un momento in cui tutta la famiglia si riuniva. Spero vivamente che questa ricerca possa anche dare un ulteriore slancio all’economia del vino siciliano e alla sua fama nel mondo.

I vini dell’isola che c’è (per fortuna)!

La settimana di Ferragosto a Milano può essere deprimente…ma per fortuna c’è un’isola che mi ha accolto. Ti sto parlando naturalmente di Cantine Isola, la nota enoteca di Milano, che è rimasta aperta in agosto e dove mi sono potuto “dissetare”.

Come sempre quando mi capita di andarci ne approfitto per bere un bicchiere di una zona o produttore meno conosciuti ed un calice di qualcosa di più aderente e confortante per il mio gusto. Insomma cerco di far convivere il piacere della scoperta (ricco però di insidie e delusioni) con l’edonismo del bicchiere che sai già che ti dovrebbe piacere!

Alsace Pinot Gris Cuvée Justin 2015 – Maurice Schoech

Alsace Pinot Gris Cuvée Justin 2015 - Maurice Schoech
Alsace Pinot Gris Cuvée Justin 2015 – Maurice Schoech

Domaine Schoech è un produttore bio alsaziano sito in Ammerschwihr, poco a nord di Colmar. Il vino in questione è un pinot gris proveniente da una parcella del lieu-dit Sonnenberg.

L’uva ben matura viene fatta fermentare in barrique dove vi affina 9 mesi.

Il vino che ne risulta è giallo paglierino con riflessi dorati, un olfatto piuttosto articolato di pesca gialla, rose fresche, scorza di agrumi, cardamomo. L’ingresso in bocca è ampio, di gran volume, con una grassezza piuttosto pronunciata. La dinamica segue comunque uno sviluppo ben articolato, il sorso si distende ed approfondisce grazie ad un’acidità presente che si percepisce però solo in chiusura di bocca dove trova il supporto di una sapidità ben presente che dà sapore e vivacità. La persistenza è notevole in chiusura anche se veicolata da un’alcol che pizzica un po’ in fin di bocca.

84/100

Trebbiano d’Abruzzo 2011 – Valentini

Valentini 2011Colpevolmente non avevo ancora mai bevuto questo millesimo. L’annata 2011 uscì prima della 2010 che abbisognava ancora di affinamento. Delle annate recenti ho bevuto più volte le straordinarie 2010 e 2013 convincendomi – anche leggendo altri pareri più o meno autorevoli – che la 2011 fosse in qualche modo “dimenticabile”. Ed invece…grande sorpresa: sarà che il tempo è galantuomo, sarà che ho un debole per il Trebbiano del Maestro, ma a me questo vino ha emozionato.

Il colore è quello in foto, il naso è unico e ben riconoscibile: fieno, cereali, caffè verde, paté di fegato, scorza di limone, fiori di campo… La bocca è quella di un grandissimo vino che va però ascoltato con attenzione, il sorso si propone sussurrato senza alcun bisogno di mostrare muscoli o effetti speciali: sottile in ingresso, ficcante, acquisisce “peso” e volume solo nella progressione…il corpo complessivo non è in realtà così esile come l’ingresso in bocca suggeriva, l’acidità è integrata in filigrana al vino senza essere sferzante ma il suo lavoro lo fa benissimo innescando un allungo profondissimo. Il retrolfatto è agrumato e costellato da spezie in formazione, per un vino che durerà a lungo. La persistenza è prodigiosa e salatissima.

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Aubert de Villaine a ruota libera tra biodinamica, difesa del terroir e prezzi nell’intervista su Le Figaro

Il post in oggetto è un consiglio di lettura, non sono così frequenti le interviste di Aubert de Villaine del Domaine de la Romanée-Conti.

Aubert de Villaine
Aubert de Villaine – credits: Le Figaro Vin

Di seguito estrapolo solo un paio di passaggi dall’articolo che ti consiglio ovviamente di leggere per intero: intervista Aubert de Villaine Le Figaro

 

Exprimer le terroir passe, bien entendu, par le respect des sols. Nous savons peu de chose quant à son mode de fonctionnement. Il héberge de très nombreux micro-organismes, de la surface jusqu’à la roche mère. Pour le nourrir sans le dénaturer, il faut, par exemple, trouver le bon compost : il ne s’agit pas d’enrichir les sols, mais de leur apporter de la vie biologique. De même, nous avons beaucoup réfléchi sur nos méthodes de travail dans la vigne, sur les labours… C’est ensuite assez naturellement que nous sommes passés à la biodynamie. Nous avons débuté, à la fin des années 1990, des expérimentations sur 6 hectares. Puis nous avons converti l’intégralité du domaine en biodynamie en 2006. Comme il était compliqué de mener de front la bio et la biodynamie, il a fallu faire un choix.

(credits: intervista Aubert de Villaine Le Figaro)

e ancora:

Regardez la vente du Domaine Bonneau du Martray. Même si le prix de vente n’a pas été divulgué, les chiffres qui circulent (entre 100 et 200 millions d’euros) sont absolument affolants, et sans aucun lien avec l’économie. Ces niveaux de transaction mettent en danger l’équilibre de la Bourgogne et l’avenir des domaines familiaux. S’ils sont retenus comme références par l’administration fiscale pour l’ISF ou les transmissions, cela conduira à la vente des domaines familiaux au profit de grands groupes ou de riches industriels. L’Etat doit ici assumer ses responsabilités. Il faut absolument que le fisc admette de prendre en compte des valeurs basées non sur le prix, mais sur la rentabilité économique.

(credits: intervista Aubert de Villaine Le Figaro)

DaZero, la pizza con il terroir dentro

Milano continua a sfornare (è proprio il caso di dirlo!) pizzerie di alta qualità ad un ritmo impressionante. E la città risponde alla grande: le pizzeria di livello sono sempre piene, in barba alla moda delle diete low carb e alla prova costume…

Con grande curiosità sono dunque andato a provare la pizzeria Da Zero, aperta da poche settimane anche a Milano (le altre due sedi sono a Vallo della Lucania e ad Agropoli).

Da Zero si presenta subito con una connotazione fortemente terroirista: pizzeria non napoletana, non campana ma…cilentana. La filosofia della pizzeria è quella del connubio molto stretto tra produttori – selezionati e provenienti in molti casi dal Cilento – e consumatori. Ecco quindi che alla farina dell’ottimo ma onnipresente Mulino Caputo si affiancano i grani dell’azienda cilentana Cobellis, e poi l’olio EVO DOP del Cilento, la mozzarella del caseificio Starze, il cacioricotta di capra cilentana, la soppressata, le alici di Menaica, le olive salella ammaccate

Ma tutto questo lavoro sulla filiera che cosa produce nel piatto? Di seguito la risposta:

Pizza fritta cilentana

Qui la pizza fritta è solo cilentana, ovvero con un abbondante e saporito sugo al basilico con il cacioricotta di capra cilentana (presidio slow food).

Ottimo inizio, per un fritto goloso e asciutto, per nulla pesante.

Per il bere si può scegliere tra birra artigianale del Cilento (ovviamente!) e qualche vino selezionato con originalità. Ho optato per un vino spumante dell’Azienda Agricola Casebianche, anch’essa della provincia di Salerno.

Vino Spumante “La Matta” 2016 – Casebianche

Sorprendente questo vino di cui avevo sentito parlare ma che non avevo ancora assaggiato: ottenuto da uve fiano e con rifermentazione in bottiglia senza sboccatura, un colfondo potremmo dire. Vino che non concede nulla alla dolcezza (è un dosaggio zero) ma anzi è tutto giocato sull’acidità e la bevibilità (complice anche il basso tenore alcolico). Decisamente fine il perlage, sottile e delicato ma persistente. Il sorso è di gran sapore e sapidità.

Vino molto piacevole e adattissimo ad una calda serata milanese!

Pizza Margherita (pomodoro San Marzano DOP “Gusto Rosso”, fior di latte di Agerola caseificio “Zi Monaco”, basilico)

Pizza Margherita
Pizza Margherita

Senza dubbio una delle migliori pizza Margherita di Milano. L’impasto è elastico e morbido, il cornicione pronunciato ma senza esagerazioni, la cottura perfetta, gli ingredienti perfettamente equilibrati e senza alcun eccesso sapido.

Digeribilità massima nonostante mi sia fatto prendere da una certa voracità! 🙂

Una pizza da 10 e lode, altro che Da Zero!

Vino in Maremma: il nuovo che avanza (seconda puntata)

Eccoci al secondo produttore che ho visitato approfittando di una breve vacanza in Maremma. Se hai perso la prima puntata di questo resoconto la puoi trovare qui di seguito: Valdonica.

Casteani (Gavorrano)

Mario Pelosi, ingegnere e manager di lungo corso, recupera e ristruttura un’area in passato sfruttata da una società mineraria per i giacimenti di lignite e carbone presenti nel sottosuolo. Dal 2002, oltre a creare il wine resort, recupera circa 15 ettari di vigneto e oliveto.
Casteani si presenta in questo modo come una “nuova” realtà vinicola della Maremma ma con una storia agricola che affonda le radici nel XIX secolo. I vitigni messi a dimora sono principalmente sangiovese e vermentino, oltre ad alicante, merlot, syrah e viognier.
Mi presento in azienda senza molto preavviso e ciò nonostante vengo accolto dalla giovane enologa che mi accompagna per una rapida ma appassionata visita.

Molto bella la cantina, su due piani: al piano inferiore la luminosa, spaziosa e pulita zona di vinificazione ed una più raccolta area dedicata all’affinamento. Noto subito accanto a botti e barrique anche qualche anfora di terracotta.

Casteani: cantina di affinamento
Casteani: cantina di affinamento

L’azienda, pur di piccole dimensioni, produce una gamma piuttosto ampia. Di seguito ti riporto i miei assaggi che, come di abitudine, mi ripropongo di approfondire ulteriormente con le bottiglie comprate in loco per una degustazione più attenta.

Vino Spumante Brut “Piccabòn” 2016 – Casteani
Vino spumante charmat ottenuto da uve vermentino, chiamato in toscana anche Piccabòn. Il vino è piacevole e sorprendente: naso molto fine di frutta bianca, agrumi, floreale elegante; la bollicine è sottile e carezzevole. Nel complesso il vino risulta dissetante e ben fatto, giocato sulla semplicità che però non scade mai nel banale.

Maremma Toscana Sangiovese “Spirito Libero” 2015 – Casteani
Spirito Libero è la linea di Casteani prodotta senza solfiti aggiunti. In etichetta sono riportati infatti i solfiti liberi e totali presenti naturalmente nel vino dopo la fermentazione (3 mg/l di anidride solforosa libera e 6 mg/l di totale). Il vino è ottenuto con un metodo brevettato, chiamato Purovino, che si avvale dell’utilizzo dell’ozono.
Il vino che ne risulta è ben fatto, stappato da qualche ora ma decisamente pimpante, tannino ben dosato e sapidità decisa.

Monteregio di Massa Marittima “Sessanta” 2011 – Casteani
Sangiovese ed alicante per questo vino profondo e austero. Il 50% della massa affina 12 mesi in barrique di secondo e terzo passaggio, la restante parte in acciaio. L’affinamento è ultimato da ulteriori 12 mesi in vetro. Il vino risulta fruttato con l’apporto del legno ben calibrato, senza alcuna concessione dolce/amara. La persistenza è molto buona grazie ad un tannino croccante ma fine.

Non sono riuscito invece ad assaggiare, ma ho provveduto ad acquistarne una bottiglia, l’interessante vino ottenuto da affinamento in anfora di terracotta, il Maremma Toscana Syrah “Marujo”…stai sintonizzato su Vinocondiviso, non dimenticherò di parlartene non appena avrò l’occasione di degustarlo!

Vino in Maremma: il nuovo che avanza (prima puntata)

Nella Maremma viticola qualcosa di nuovo e che val la pena seguire con attenzione si muove. Oggi ti parlo della prima di due realtà relativamente recenti che sono andato a visitare approfittando di qualche giorno di vacanza in Toscana. A breve su questi schermi la seconda puntata!

Valdonica (Sassofortino)

Ci troviamo a circa 500 metri di altezza, Valdonica ha tra le vigne più alte della Maremma. Il panorama che si vede da lassù, oltre la piscina dell’annesso resort, è mozzafiato: le vigne di sangiovese e vermentino, la Maremma, il Mediterraneo e, sullo sfondo, l’Isola del Giglio.

Vista sulle vigne, la Maremma, l'Isola del Giglio Valdonica
Vista sulle vigne, la Maremma, l’Isola del Giglio

Martin Kerres è un imprenditore austriaco che molla tutto e si trasferisce qui, rapito dalla bellezza del posto. Ristruttura e lancia il resort, pianta 10 ettari di vigna su suoli vulcanici, nel 2008 mette in commercio le prime bottiglie, dal 2012 ottiene la certificazione biologica.
La storia più recente dice di molti progetti in cantiere e di una vocazione all’export molto forte. Iniziano ad arrivare i primi riconoscimenti, le citazioni nelle guide nostrane, fino ad un clamoroso 98 punti attribuito da Decanter al Vermentino “Ballarino” 2012.

Di seguito qualche impressione sui vini che ho degustato:

Ballarino 2014: è un vermentino vinificato in parte in acciaio ed in parte in barrique. Una parte della massa (circa il 20%) fa macerazione sulle bucce (una settimana). Il vino risulta molto saporito, ben fatto, con profumi di macchia, agrumi, frutta bianca ed una nota minerale e di polvere pirica mai prevaricante. Finale pulito e di ottima sapidità. Vino piuttosto buono, un vermentino di stampo “internazionale” (absit iniuria verbis!).

Arnaio 2015: un vino vinificato in solo acciaio a base sangiovese e ciliegiolo (10%). Al naso bellissimo il floreale rosso, l’arancia, la ciliegia fresca, il rosmarino…molto succoso, beverino, con acidità ben calibrata. Non inganni il tappo a vite che fa pensare ad un vino “da battaglia”, il vino è sì scorrevole ma per nulla banale ed il rapporto qualità-prezzo è decisamente favorevole.

Saragio 2013: 100% sangiovese, lunghe macerazioni, invecchiamento di 18 mesi in barrique, questo vino è piuttosto muscolare, con una certa intensità sia all’olfatto sia al palato. L’ho trovato con un tannino ancora da smussare. Potrà migliorare con l’affinamento. Gli ho preferito il più semplice Arnaio.

L’azienda produce anche un’altra riserva di sangiovese, il Baciòlo, ed una selezione in purezza di ciliegiolo che non ho avuto ancora modo di assaggiare. Insomma, se ti trovi sulla costa toscana non mancare dall’esplorare l’entroterra!

 

Non chiamatemi wine influencer per carità!

Se sei uno dei miei 25 affezionati lettori lo sai già: questo blog fin dal primo post non ha mai avuto l’ambizione di influenzare i consumi o di fare soldi con la pubblicità occulta. La scelta di mantenere il blog anonimo, benché non sia assolutamente complicato risalire al sottoscritto, dipende dal fatto che Vinocondiviso vuole restare a tutti gli effetti un luogo di libero confronto e scambio di opinioni aperto al contributo di tutti.

Purtroppo è sempre più diffusa la pratica del perfetto (autoproclamatosi) influencer di chiedere – persino pretendere! – soldi, bottiglie, favori in cambio di qualche post. Non ci credi? Guarda questo post che ho trovato su Facebook di uno di questi personaggi:

Wine Influencer?
Wine influencer?

Wine influencer? No grazie!

Se però sei un grande appassionato di vino con il piacere della condivisione….scrivimi: vinocondiviso (at) gmail.com. Non ci guadagnerai nulla, se non il piacere di partecipare attivamente al progetto Vinocondiviso! Aspetto il tuo contributo.

Dalla sabbia vulcanica: il piedirosso di Agnanum

Avevo voglia di assaggiare un vino diverso dal solito, un rosso non troppo impegnativo ma comunque interessante. Ho optato per un vino di Agnanum, una piccola azienda agricola di Agnano (NA) di cui ho sentito parlare piuttosto molto bene nell’ultimo periodo.

Raffaele Moccia possiede e cura meticolosamente 4 ettari di vigna su scura sabbia vulcanica. Le vigne, prevalentemente di falanghina e piedirosso, sono piuttosto vecchie e crescono sulla sommità di storiche colline vulcaniche.

Ho deciso di stappare il vino base dell’azienda, l’IGT chiamato “Sabbia Vulcanica” ottenuto da uve piedirosso:

Piedirosso Campania IGT “Sabbia Vulcanica” 2016 – Agnanum

Il vino ha un olfatto ben definito di fruttini rossi macerati (lamponi), viola, una nota netta di mineralità scura. La bocca è semplice ma intensa e di personalità, l’attacco è di buon volume ma il sorso rimane agile grazie ad un corpo piuttosto esile; il vino ne guadagna in bevibilità. Lo sviluppo è comunque di buona articolazione nonostante una certa rapidità nell’arrivare in fin di bocca. Il finale coinvolge grazie ad un tannino presente in chiusura ed una intensa sapidità.

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Mare e Vitovska: resoconto dell’anteprima a Milano

Anche quest’anno l’AIS Milano ha organizzato l’anteprima della bella manifestazione “Mare e Vitovska” che si terrà a Duino (TS) il 30 giugno e 1 luglio 2017.
Non potevo mancare, vista la bella esperienza dello scorso anno.

Mare e Vitovska: produttori del Carso all'evento AIS Milano
Mare e Vitovska: produttori del Carso all’evento AIS Milano

Per gli approfondimenti sul Carso e la Vitovska ti rimando a quanto scrivevo lo scorso anno. Mi sembra invece più interessante passare in rassegna i numerosi vini assaggiati alla presenza dei produttori italiani e sloveni.

Carso: i vini in degustazione
Carso: i vini in degustazione

La degustazione

Vitovska 2015 – Grgic
Vino ottenuto da macerazione a freddo e affinamento in acciaio. Al naso non così espressivo ma si riconoscono aromi di mela, erbe aromatiche, fiori bianchi, albicocca acerba. Il vino in bocca non è così articolato come era lecito aspettarsi, un po’ bloccato con solo la sapidità a contrastare un alcol che in chiusura alza un po’ la testa lasciando l’impressione di un vino non del tutto equilibrato.

Non mi ha convinto pienamente.

Vitovska “Majnik” 2016 – Bajta
Vinificato in bianco con piccola parte della massa che affina in legno. Naso molto complesso: fiori gialli, albicocca, fiori di campo, mandarino, clorofilla, leggero tocco di erbe aromatiche…Ingresso in bocca agrumato, l’acidità sostiene la progressione che è piuttosto articolata e lascia la bocca saporita. Leggera tannicità a dare spessore. La chiusura è sapida e di ottima lunghezza.

Vino molto buono, da bere e ribere!

Vitovska “LuNe” 2015 – Milic
Azienda che coltiva la terra (non solo la vite) dal 1489. Il vino in degustazione, ottenuto da una macerazione di 28 giorni e da affinamento complessivo di 2 anni in legno, è giallo topazio trasparente con riflessi di buccia di cipolla. L’olfatto è fine: uva spina, erbe aromatiche, pesca gialla, polline, ginepro…il tutto circondato dall’odore salmastro del mare. Bocca equilibrata, senza strappi, delicata come non ti aspetteresti da un orange wine. Sapidità in retrolfatto e chiusura balsamica di media lunghezza.

Intrigante.

Vitovska 2016 – Zahar

Vino ottenuto da una classica vinificazione in bianco in solo acciaio. Naso semplice ma interessante di frutta non troppo matura (albicocca, pesca) e menta. Bocca abbastanza ampia con alcol contrastato da una bella sapidità marina. Chiusura appena brusca.

Semplice ma vero.

Malvazija 2015 – Tauzher
Siamo in Slovenia e l’azienda alleva, su pochi centimetri di terra rossa e pietra, appena 2 ettari di vigna. Il vino è ottenuto da una macerazione di 5 giorni e si presenta in veste giallo oro con un naso molto accattivante di frutta dolce (pesca, uva spina, albicocca), fiori (gelsomino), erbe aromatiche e un bel tocco minerale. Bocca molto sapida, intensa, leggermente tannica che si sviluppa con grande dinamicità e chiude lunga su ritorni di frutta e sale.

Vino di fascino e “naturalezza”.

Vitovska 2015 – Stemberger
Siamo ancora nel Carso sloveno. Stemberger possiede la più vecchia vigna di refosco del Carso (250 anni) e si estende su 12 ettari. Il vino in degustazione fa 5 giorni di macerazione sulle bucce, un anno e mezzo di tonneaux e, in questa annata, è stato raccolto molto tardi (ottobre). Il naso è giocato sulle erbe aromatiche (rosmarino, salvia, basilico), fiori e albicocca. La bocca è ampia, voluminosa, con un deficit di freschezza e piuttosto rapida nello sviluppo. La chiusura risulta calda.

Da rivedere.

Vitovska 2015 – Čotar
Vino ottenuto con una macerazione sulle bucce di 5 giorni in tini aperti e senza alcun controllo delle temperature. Affinamento poi di un anno e mezzo in botte. Veste tra il topazio e la buccia di cipolla, il naso è speziato (incenso), di erbe aromatiche, floreale (ginestra), roccia, frutta secca e albicocca disidratata. Sorso molto convincente: delicato, equilibrato ma con grande energia. Il tannino dà grip e la chiusura è sapida e di grande persistenza.

Tra le migliori Vitovska del Carso sloveno.

Vitovska Collection 2009 – Zidarich
Beh con questo vino ho avuto il colpo del KO. Zidarich produce da 8 ettari 28.000 bottiglie. Il vino in degustazione esce solo nelle migliori annate a cinque anni dalla vendemmia (4 anni di affinamento in botte grande e 1 in bottiglia). Il colore è ambrato trasparente ed il naso è difficilmente descrivibile per quanto complesso ed “intrecciato”: fiori blu, incenso, frutta gialla (albicocca fresca, pesca), erbe aromatiche, pino, caffè verde, spezie…Lo sviluppo in bocca è “ellittico”: ampiezza e profondità dialogano con dinamicità, leggiadria e autorevolezza. E’ un vino che si impone senza sforzo, ti rapisce con grazia e senza voler strafare, come un fuoriclasse il cui talento è talmente cristallino che non ha bisogno di mostrarlo platealmente.

Tra le migliori Vitovska mai assaggiate.

Ograde 2014 – Skerk
Vino ottenuto dalla macerazione di vitovska, malvasia, sauvignon e pinot grigio. Il colore è quasi rosato, profumatissimo di fragoline, viola, rose, uva spina, spezie. Vino femminile, delicato in bocca, con acidità possente e chiusura elegante.

Dal Carso con grazia.

Malvasia 2003 – Renčel

Torniamo in Slovenia per questa malvasia passita color ambra con riflessi aranciati. Naso di scorza di arancia, uva passa, spezie (curcuma), noce, caramella al rabarbaro, miele di castagno, ginepro. Bocca dal residuo zuccherino molto alto ma per nulla seduta con un’ottima dinamica ravvivata da un tocco di tannino e da una sostenuta sapidità in chiusura.

Dolcemente elegante.

Launegild, lo chardonnay di Loreto Aprutino

Ti ho già raccontato della mia visita presso l’azienda agricola De Fermo a Loreto Aprutino. In quell’occasione non mi era stato possibile assaggiare il Launegild, il vino ottenuto da un clone di chardonnay presente in azienda da inizio ‘900. Ero quindi curioso di degustare la bottiglia acquistata in azienda:

Chardonnay Colline Pescaresi IGT
Chardonnay Colline Pescaresi IGT “Launegild” 2015 – De Fermo

Chardonnay Colline Pescaresi IGT “Launegild” 2015 – De Fermo

Il vino si presenta in una veste giallo paglierino con riflessi dorati.

Olfatto di pesca gialla, fiori ed erbe di campo, nocciole e, dopo qualche minuto, melone bianco.

L’ingresso in bocca è ampio con un alcol appena troppo sostenuto rispetto alla materia anche se la dinamica in bocca è ottima ed il vino si sviluppa con buona progressione ed una certa stratificazione. La sapidità compensa un certo deficit di acidità  e la chiusura è piacevolmente amaricante.

Plus: chardonnay non caricaturale come troppo spesso capita in Italia e non solo…le note morbide sono ben compensate dalla sapidità e l’articolazione del sorso assicura una beva non banale.
Minus: manca un po’ di acidità a rinfrescare il quadro e a dare ancora più energia al sorso.

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