Intervista: il vino delle origini. Rinvenuti in Sicilia residui del vino più antico del mondo!

Di recente alcuni articoli di stampa, anche internazionale, hanno ripreso la notizia secondo la quale sono stati rinvenuti i resti del vino più antico del mondo: il ritrovamento è stato fatto a Sciacca, in provincia di Agrigento, e il vino risalirebbe addirittura a 6.000 anni fa. La ricerca è stata pubblicata dall’autorevole Microchemical Journal.

Dioniso
Dioniso

Per approfondire meglio questa notizia ho contattato Enrico Greco dell’Università di Catania, uno dei ricercatori del team internazionale coordinato dall’archeologo Davide Tanasi dell’Università della Florida Meridionale, a cui hanno preso parte anche il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), l’Università di Catania e gli esperti della Soprintendenza ai Beni Culturali di Agrigento.

Enrico per prima cosa voglio ringraziarti, a nome dei tanti appassionati di vino, della tua disponibilità a rispondere a qualche domanda e a chiarire la portata della vostra scoperta. Innanzitutto ci racconti come era composto il team di ricerca e quali obiettivi aveva?

Il lavoro è stato frutto di una collaborazione internazionale tra diversi enti italiani come la Soprintendenza ai Beni Culturali di Agrigento, l’Università di Catania e il CNR-IMC di Roma. Inizialmente ci eravamo prefissi come obiettivo lo studio dei residui organici presenti su numerosi campioni provenienti da Sant’Ippolito (Caltagirone) e da Monte Kronio (Agrigento), focalizzandoci principalmente sugli acidi grassi per rilevare
l’eventuale presenza di carne animale o oli vegetali.
In ogni caso questo sarebbe stato il primo studio di questo genere su reperti di origine siciliana.

Studi di questo tipo erano già stati effettuati in altre parti del mondo? Con quali risultati?

L’analisi di residui organici provenienti da ceramiche archeologiche è ormai diventata una prassi da circa vent’anni. In particolare, riguardo al vino, i reperti italiani più antichi erano stati trovati in Sardegna e risalivano al Bronzo Medio (1500-1100 a.C.) e quelli più antichi al mondo sono circa coevi ai nostri (IV millennio a.C.) e sono stati trovati in Armenia, anche se gli autori non sono sicuri che provengano da uve o da melograno (o da entrambi).

Ci racconti ora, semplificando per quanto possibile, la metodologia che avete eseguito e – soprattutto – i risultati che avete raggiunto?

In diverse parti del mondo sono state condotte analisi di residui per stabilirne l’iniziale composizione anche attraverso l’identificazione di specifici marker chimici. Nel nostro caso ci stavamo concentrando sull’identificazione di acidi grassi e volevamo sviluppare un nuovo protocollo analitico per l’identificazione di queste molecole. Inizialmente le analisi non ci hanno dato dei risultati univoci e quindi abbiamo integrato altre tecniche analitiche per raccogliere dati da punti di vista differenti. A quel punto abbiamo trovato del tartrato di sodio in quantità analiticamente rilevanti che abbiamo usato come marker per la rilevazione della presenza di vino.

Non c’è il rischio che i residui da voi rinvenuti derivino da qualcosa di diverso dal vino? Ad esempio da uve dimenticate in fondo ad una giara e che spontaneamente hanno fermentato?

Abbiamo escluso questa possibilità poiché sia attraverso un esame visivo, sia attraverso l’uso di microscopia ottica ed elettronica, non sono stati rinvenuti né semi né bucce. I semi in particolare si conservano per migliaia di anni e sarebbero stati rilevati facilmente. Il fermentato quindi era stato già separato dalla sua componente solida e riposto nel suo contenitore.

Quali i vostri futuri obiettivi in quest’ambito di ricerca? Ritieni realistico riuscire a risalire alla tipologia di vitigno da cui si ricavò quel vino?

Stiamo valutando se integrare lo studio con ulteriori analisi che ci permettano di dare conferma ad alcune ipotesi che al momento non possiamo divulgare. È molto improbabile però che potremo essere in grado di stabilirne la varietà poiché sicuramente non si trattava di un vitigno selezionato come quelli che conosciamo
al giorno d’oggi e perché a distanza di millenni la maggior parte delle molecole che potrebbero (e sottolineo il condizionale) darci delle informazioni in merito è già degradata. Anche eventuali analisi del DNA sono da escludere vista l’assenza di semi.

Mi raccomando, tienici informati su eventuali sviluppi futuri!
Per chiudere vorrei chiederti che rapporto hai con il vino e se questa ricerca ti ha in qualche modo avvicinato ancor di più a questa “bevanda” così speciale per la nostra Storia.

Personalmente sono molto affezionato ai vini della mia regione e in particolare a quelli etnei, area dove risiedo. Da bambino ero sempre molto contento quando arrivava la vendemmia poiché era anche un momento in cui tutta la famiglia si riuniva. Spero vivamente che questa ricerca possa anche dare un ulteriore slancio all’economia del vino siciliano e alla sua fama nel mondo.

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