Clos Rougeard ha venduto. Da oggi la Loira non è più la stessa!

E’ una notizia, o meglio un’indiscrezione, della Revue Vin de France che non avrei mai voluto riportare: pare che l’azienda simbolo di Saumur-Champigny, Clos Rougeard, l’alfiere del Cabernet Franc, sia stata venduta!

Clos Rougeard
Clos Rougeard (Credits: chez pim)

Il compratore sarebbe l’uomo d’affari francese Martin Bouygues, già proprietario di Château Montrose.

L’azienda, resa celebre dai fratelli Foucault, è un vero e proprio mito per schiere di appassionati. Solo 11 gli ettari vitati che non hanno impedito, alla schiva ed intransigente (in vigna ed in cantina) famiglia Foucault, di produrre vini che gli enofili di tutto il mondo si contendono a suon di bigliettoni.

Soprattutto negli ultimi anni le famose etichette “Bourg” e “Poyeux” erano di fatto irreperibili sul mercato, nonostante le quotazioni stellari.

Da oggi la Loira non sarà più la stessa. Questa, come altre recenti acquisizioni nel mondo del vino, tolgono un po’ di poesia a noi appassionati: famiglie che hanno fatto la storia enologica mondiale cedono la mano a investitori e gruppi che si muovono con logiche finanziarie e industriali.

 

I 5 post del 2016 più letti su Vinocondiviso

Per festeggiare il nuovo anno e salutare adeguatamente il 2016 ho pensato di riproporti, a mo’ di riassunto, i post più letti o più interessanti che sono stati pubblicati su Vinocondiviso.

Vinocondiviso riassunto in 5 post
Vinocondiviso riassunto in 5 post

Usa i commenti e condividi anche tu le cose più interessanti che hai letto sui blog vinosi!

#5 

articolo sulla Vitovska, un vino di confine fatto di roccia, mare e vento!

#4 

reportage su Vignai da Duline e il loro rigore senza proclami

#3

post sulle reazioni di alcuni produttori alla “critica del vino”

#2

intervista a Ronchi di Cialla: la storia dello schioppettino

#1

neologisimi: vini pezzent vs. bevitori di etichette

 

Buon 2017 a tutti!

La Lagune: un bordeaux elegantemente femminile

Gli appassionati italiani sono piuttosto restii a bere Bordeaux. I motivi sono essenzialmente “ideologici”. Dopo i film Mondovino e Sideways – In viaggio con Jack infatti il mondo enoico è, nell’immaginario collettivo, diviso in due fazioni contrapposte:

  • i produttori di Bordeaux: dall’approccio imprenditoriale e non tipicamente contadino, dediti all’assemblaggio di più vitigni, spesso affiancati da enologi di fama e con vini in cui il cosiddetto manico, la tecnica, prenderebbe il sopravvento rispetto al terroir.
  • i produttori della Borgogna: aziende agricole familiari dall’approccio contadino, che privilegiano le vinificazioni per singole parcelle, re incontrastato è sua maestà, Pinot Noir.

Devo direi che questi preconcetti appartengono anche al sottoscritto. Se si tratta di spendere parecchie decine di euro per una bottiglia – visto che parliamo delle due più importanti denominazioni “rossiste” di Francia ed i prezzi sono decisamente alti per i vini più blasonati – normalmente mi dirigo con più facilità verso la Borgogna che verso l’Aquitania.

Ma, complice una cena francese a cui ho partecipato, stavolta ti parlo di un Bordeaux piuttosto noto: si tratta di Château La Lagune, 3e Grand Cru Classé della zona dell’Haut-Médoc.

Bordeaux: la Riva Sinistra
Bordeaux: la Riva Sinistra

Il vino è ottenuto dall’assemblaggio dei tipici vitigni del Médoc ovvero Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot. A capo degli 80 ettari dello Château vi è una donna, l’affascinante Caroline Frey, che ha deciso di convertire il domaine al biologico (per proteggere non solo l’ambiente ma anche il viticoltore, che spesso è la prima vittima dell’utilizzo della chimica in vigna).

Haut-Médoc Château La Lagune 2012
Haut-Médoc Château La Lagune 2012

Haut-Médoc Château La Lagune 2012

Il colore è quello tipico del vino bordolese ancora giovane, nessun cedimento neppure sull’unghia.

L’olfatto è decisamente leggiadro e femminile, giocato sull’eleganza e la compostezza delle sensazioni: frutti  maturi a bacca rossa, cacao, tabacco, humus, un accenno di nota balsamica (eucalipto).

La bocca è di buon volume, l’alcol gestito molto bene con progressione soave: tannino setoso e dolce, acidità presenta ma senza spigoli. La chiusura è succosa e delicatamente sapida.

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Plus: taglio bordolese che, anche in gioventù, può essere apprezzato per l’equilibrio ed il tannino già ben fuso. L’uso del legno si indovina ma è solo una delle componenti del vino che mantiene una grande eleganza.

Minus: è un vino molto compito ma che forse, nello sforzo di trovare eleganza ed equilibrio senza rischiare alcuna sbavatura, perde qualcosa in personalità, energia ed imprevedibilità.

Biondi Santi cede una quota ai francesi Piper-Heidsieck

Non è un fulmine a ciel sereno, ma fa comunque scalpore il comunicato con il quale la Tenuta del Greppo Biondi Santi ha comunicato la partnership con il Gruppo Epi, della famiglia Descours (già proprietaria Piper-Heidsieck e Charles Heidsieck in Champagne e di Chateau La Verriere a Bordeaux).

Brunello di Montalcino Biondi Santi
Brunello di Montalcino Biondi Santi

Per il momento non sono stati dichiarati i dettagli dell’operazione ma pare che, dietro la generica indicazione di “partnership strategica”, vi sia la cessione della quota di maggioranza dell’azienda padre del Brunello di Montalcino.

L’azienda, mito enologico globale e con difficoltà nel far fronte agli impegni bancari (si è a conoscenza anche di un contenzioso con MPS), era da tempo nel mirino di diversi investitori (tra i quali anche Prada e il solito Lvmh).

Lo shopping straniero tra le migliori cantine d’Italia continua insomma; e i soliti ben informati parlano di un altro prossimo e clamoroso acquisto, sempre dalla Francia: nel mirino sarebbe una celebre azienda della Langhe, di La Morra per l’esattezza.

Staremo a vedere… ti terrò informato!

Maury, l’alito sudista di Francia

Oggi ti parlo di un territorio di Francia tra i meno frequentati in Italia, ovvero della AOC Maury. Ci troviamo a una trentina di km da Perpignan, nella Francia più mediterranea quasi al confine con la Spagna.

Le vigne di Maury si estendono in quattro comuni dei Pirenei orientali: Maury, Tautavel, Saint-Paul-de-Fenouillet e Rasiguères. L’AOC esiste dal 1936 ed era dedicata in particolare ai vini dolci naturali ottenuti da grenache. Molto più di recente la denominazione consente anche la produzione di vini secchi.

Ho assaggiato proprio un vino secco di Maury, ottenuto da grenache, syrah e carignan:

Maury Sec 2013 Serge&Nicolas – Domaine Cabirau

Il vino si presenta in una veste rubino molto compatto; il naso inizialmente è segnato non dal legno in sé, ma dalla sua azione sulla massa del liquido odoroso: cioccolato, tabacco, eucalipto, chiodo di garofano…poi emerge la frutta rossa molto matura (amarena sciroppata), corteccia e terra smossa.

Ad un naso così articolato e di personalità non si accompagna, purtroppo, una bocca altrettanto stratificata: l’ingresso è ampio ma lo sviluppo del sorso non ha molta dinamica ed anzi risulta anche piuttosto rapido e molle. I 14,5% di alcol si sentono soprattutto in chiusura. Le morbidezze del vino non sono per nulla compensate da tannino o acidità sufficienti. Il retrolfatto è di frutta stramatura e caratterizzata da un percettibile residuo zuccherino (pur nei limiti di un vino definibile secco).

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Non escludo che questo vino possa piacere molto di più a chi apprezza e ricerca voluttuose morbidezze.

Dolceacqua in assaggio a Milano

Oggi ti parlo della riuscita serata che l’AIS Milano, recentissimamente insignita del prestigioso Ambrogino d’Oro, ha dedicato a Dolceacqua. Nutrita la presenza dei produttori più importanti della denominazione che hanno portato i loro vini in assaggio: Alessandro Anfosso (Tenuta Anfosso), Maurizio Anfosso (Ka Maciné), Giovanna Maccario (Maccario-Dringenberg), Antonio Perrino (Testalonga), Filippo Rondelli (Terre Bianche), Roberto Rondelli.

Dolceacqua: degustazione AIS Milano
Dolceacqua: degustazione AIS Milano

Ho la fortuna di bazzicare Dolceacqua da quasi 10 anni, ben prima insomma della recente “ri-scoperta” di questo meraviglioso territorio. E, oggi come allora, quello che mi colpisce positivamente è la ferma volontà e la dedizione dei produttori di Dolceacqua nel “fare sistema”, nel mettere da parte il proprio vantaggio immediato consapevoli che, per crescere, è il territorio nel suo complesso che deve fare il salto di qualità, non basta l’exploit di un singolo produttore.

La serata è stata in larga parte condotta dell’ottimo Filippo Rondelli di Terre Bianche che ha accompagnato la sala alla scoperta delle “complicazioni” di Dolceacqua. Si è parlato di clima, di geologia, di storia, di Nomeranze (o Menzioni Geografiche Aggiuntive – MGA).

Dolceacqua, similmente a quanto è accaduto in Borgogna, da secoli aveva codificato i cru (ribattezzati con l’italico acronimo di MGA), ovvero le singole vigne qualitativamente ritenute eccellenti. Questo perché le vigne avevano confini, proprietà, caratteristiche pedo-climatiche ben differenti una dall’altra. E così il vino che ne derivava.

Documenti del XVIII secolo e recenti studi hanno permesso a Dolceacqua di identificare, anche dal punto di vista giuridico e grazie ad un rigoroso progetto di zonazione, 33 Menzioni Geografiche Aggiuntive, tra cui Migliarina, Pian del Vescovo, Terrabianca, Arcagna, Brae, Curli, Luvaira, Posaù, Beragna, Fulavin, Galeae, Pini.

Ecco dunque che il “fare sistema” del territorio è riuscito nell’impresa di mettere d’accordo tutti i produttori e di portare a termine il progetto di zonazione che sarà alla base – c’è da esserne certi – del radioso futuro della denominazione.

Prima di Dolceacqua ci sono riusciti solo a Barolo e Barbaresco. E scusate se è poco!

Ma passiamo ora ai vini in assaggio.

Dolceacqua: vini in assaggio
Dolceacqua: vini in assaggio

Rossese di Dolceacqua Galeae 2015 – Ka Maciné

Naso accattivante di lamponi, bacche, macchia mediterranea, bocca piuttosto calda, anche se agile grazie ad una corroborante freschezza. Ottima sapidità e leggera nota amaricante in chiusura. Buono questo vino che fa solo acciaio ed è vinificato con l’apporto di raspi.

Rossese di Dolceacqua Arcagna 2015 – Du Nemu

L’olfatto è dapprima floreale (geranio) e ferroso, poi però viene sopraffatto da sentori riconducibili al legno: vaniglia e caffè su tutti. Il sorso è in equilibrio tra apporto glicerico e freschezza ma la chiusura è purtroppo segnata dall’amaro tannino del legno. Interpretazione di Dolceacqua che non mi convince, anche se sono consapevole dell’estrema gioventù del vino.

Rossese di Dolceacqua Terrabianca 2015 – Terre Bianche

Naso floreale di viola e peonia, netti i richiami marini, poi ribes e melograno, timo, mineralità bianca. Bocca meno alcolica delle precedenti e con tannini (raspi) più spigolosi e da assestarsi. La dinamica gustativa è caratterizzata da un’acidità ben presente. La chiusura è decisamente salata. Buon vino che consiglio di attendere, soprattutto a chi ama tannini ben fusi.

Rossese di Dolceacqua Testalonga 2014 – Testalonga

I profumi sono piuttosto reticenti ad uscire, il vino è ancora compresso (ricordo che Testalonga è un vino decisamente longevo), ma poi con delicatezza si susseguono il lampone, la peonia, il sottobosco, la roccia e le spezie in formazione. La bocca è di commovente dolcezza, tannino da raspi ben maturi, persistenza molto lunga. Personalità ed eleganza per questo vino eccellente e che avrà ancora molto da dire nei prossimi decenni…

Rossese di Dolceacqua Luvaira 2014 – Tenuta Anfosso

Fiori freschi e frutta dolce (macedonia), la bocca è in qualche modo coerente soprattutto nell’ingresso morbido che non viene però compensato da sufficiente acidità. Vino che riassaggerò con calma perché Tenuta Anfosso mi aveva abituato decisamente meglio.

Rossese di Dolceacqua Curli 2014 – Maccario Dringenberg

Il vino più austero della batteria, fin dal colore rubino compatto senza cedimenti. L’olfatto dapprima è caratterizzato da mineralità scura, frutta matura ma non stramatura, rosa, bacche… La sensazione è che il vino sia ancora giovane e che maggiore espressività emergerà nei prossimi anni. La bocca però non lascia dubbi sulla grandezza del vino: saporita e minerale, succosa e armonica, sferica nel suo sviluppo sia ampio che profondo. Il tannino è fitto e saporito, la chiusura è sapidissima per questo vino eccellente.

Rossese di Dolceacqua  Migliarina 2013 – Roberto Rondelli

Caramella al lampone, spezie (vaniglia), violetta. Bocca estremamente armonica tra apporto glicerico, sapidità e tannini in grande equilibrio. Chiusura con alcol sotto controllo, con acidità che dà la giusta profondità e ritorni sapidi. Ottimo vino, soprattutto considerando l’annata non certo semplice.

Curli 2014 - Maccario Dringenberg
Curli 2014 – Maccario Dringenberg

Vuoi approfondire i vini di Dolceacqua? Ecco la “bibliografia minima”:

Vino al Vino – Mario Soldati (1969-1976)

Cataloghi e Guide Gianni Veronelli (dagli anni ’70 in poi)

Porthos – Luca Furlotti (marzo 2003)

Enogea n. 35 – Alessandro Masnaghetti (febbraio 2011)

Bibenda n. 39 – Armando Castagno (novembre 2011)

11 vini: conferme, sorprese e delusioni di una serata di degustazione

Champagne Blanc de Blancs Extra Brut Les Vieilles Vignes – Francis Boulard

100% chardonnay per questo champagne di finezza e freschezza: calcare, agrumi (anche limone), pan brioche. Bollicine fitte e finissime, dinamica gustativa verticale, salato e percorso da acidità vibrante ma anche sostanza. Manca solo un po’ di allungo nel finale.

Champagne Blanc de Noirs Grand Cru – Denis Bovière

Mela e gesso in apertura, poi note più dolci di frutti di bosco, bolla elegante ma lo sviluppo gustativo, pur gradevole, è piuttosto semplice. La chiusura è segnata da una discreta mineralità.

Riesling Wehlener Sonnenuhr Spätlese 2009 – Joh. Jos. Prüm

Naso molto mutevole e complesso: idrocarburi, tocco di frutta tropicale (frutto della passione), salvia, scorza di arancia, salvia, miele, spezie orientali…bocca abboccata con dolcezza spazzata via subito da acidità ficcante ma elegantemente integrata nel vino. L’acidità prepara il cavo orale ad un nuovo sorso e accompagna il sorso in una chiusura salate decisamente gustosa. Per l’eccellenza manca solo un po’ di intensità e “cattiveria” nel finale.

Chablis Blanchot Grand Cru v.v. 2007 – Guy Robin

Chablis Montmains 1er cru 2009 – Guy Robin

Due vini poco espressivi al naso e piuttosto sconclusionati in bocca, con acidità e morbidezze che vanno ognuna per conto proprio e chiusura amaricante e sorprendentemente alcolica. Questa volta Chablis delude.

Barolo Monprivato 2006 – Mascarello

Solito straordinario naso per questo Barolo: mandarino, lampone, melograno, viola, the verde, catrame…bocca fine e delicata, ma dall’inesorabile, seppur soave, progressione. La dinamica in bocca è carezzevole, il tannino molto fitto eppur setoso. Chiusura dettata dall’acidità e da ritorni fruttati molto fini.

Morgon Les Charmes Eponym’ 2013 – Foillard

Appena stappato il naso è piuttosto ostico: fragole e pollaio, acetica e propoli, asfalto…migliora nel bicchiere di parecchio anche se non convince del tutto neppure in bocca dove avrei preferito un sorso più goloso e meno “rigido”.

Vino Rosso 1703 – Togni Rebaioli

Siamo in Valcamonica, in una vigna montana dove Rebaioli ottiene questo intrigante vino da uve nebbiolo. Fruttini rossi, aghi di pino, corteccia e floreale rosso al naso, bocca di grande acidità e tannino fitto che si articola bene in bocca con una sapida. progressione

Vosne-Romanée 1er cru Les Beaux Monts 2010 – Bruno Clavier

Bel pinot noir borgognone: fruttini rossi, incenso, effluvi balsamici, cola, fragoline di bosco. La bocca entra leggera, in punta di piedi ma poi si allarga e affonda con inesorabile eleganza: salata e ficcante, profonda e succosa. Gli manca appena un po’ di polpa per essere indimenticabile.

COF Pinot Nero “Ronco Pitotti” 2012 – Vignai da Duline

In batteria con il Vosne di Clavier, l’ambizioso pinot nero friulano ha ceduto, pur non sfigurando. Il naso è fine e ben definito, le note olfattive di fruttini rossi sono golose e invitanti, un tocco di foglia di menta invoglia al sorso. La bocca ha buona intensità ma manca un po’ di acidità appoggiandosi sulle morbidezze. L’alcol è ben gestito e la chiusura è sapida ma dai Vignai da Duline, su questo vino, è lecito aspettarsi ancor di più.

Barolo Monvigliero 2010 – Burlotto

Naso inconfondibile quello di questo vino che presenta, anche in quest’annata, un’evidente, e per me persino eccessiva, nota di oliva in salamoia. Anche la bocca non mi convince, l’ho trovata calda e poco equilibrata. I Barolo 2010 sono piuttosto scorbutici, vanno lasciati dormire ancora un po’, sperando che si risveglino dalla loro chiusura più belli che mai. Non sono convinto che per questo vino basterà ma…chi può dirlo!

Gattinara 2010 – Antoniolo

Antoniolo può considerarsi il faro della denominazione di Gattinara. Parliamo di un’azienda fondata del 1948 e ormai alla terza generazione. La famiglia Antoniolo è stata la prima in zona a imbottigliare e valorizzare singoli cru di Gattinara, tra cui il famoso (e ottimo) Osso San Grato.

Oggi ti parlo del Gattinara senza indicazione di vigna, comprato qualche mese fa direttamente in azienda:

Gattinara 2010 - Antoniolo
Gattinara 2010 – Antoniolo

Gattinara 2010 – Antoniolo

Rosso rubino trasparente di media intensità, coloro vivo, luminoso ed invitante.

Il naso viene investito dapprima di sentori di ruggine e sangue, poi fiori rossi macerati, frutta rossa e, sullo sfondo, alloro e spezie (chiodo di garofano).

Bocca succosa, piuttosto ampia ma l’alcol è ben gestito. Il tannino è croccante ma “dolce”, vino che chiama un secondo di carne ricco di succhi (brasato, spezzatino…). La chiusura è salata e di grande lunghezza.

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P.S.: se questo è il Gattinara “normale”, quanto saranno buoni i cru 2010? Non vedo l’ora di assaggiarli!

Quest’uomo sente il sapore dei suoni!

Si chiama James Wannerton ed è un uomo che assapora i suoni e le parole. E’ infatti affetto da una rara forma di sinestesia detta lessico-gustativa. In pratica i sensi del gusto e dell’udito non funzionano separatamente ma si mescolano nel cervello del sinesteta (sinestesia deriva dal greco e significa “percepire insieme”). E così Wannerton se ascolta la parola “parlare” sente il sapore di pancetta, “il rumore di matite che cadono” sanno di pane integrale, “aspettare”  corrisponde al gusto patatine Marmite, al nome “Jackie” associa la liquerizia e a sua madre il gelato.

Leggere il reportage su Wannerton è strabiliante, te lo consiglio!

Sinestesia
Sinestesia

In realtà forme di sinestesia meno evidenti di questa sono abbastanza diffuse (secondo alcuni studi circa il 4% della popolazione ne sarebbe affetto). Inoltre, non sorprendentemente, pare vi sia una correlazione molto stretta tra sinestesia, creatività e memoria: musicisti che “vedono le note” associandole ai colori (sinestesia suono-colore), pittori o artisti che associano segni grafici o lettere a colori (sinestesia grafema-colore), etc.

E così, si dice, la lista degli artisti/scienziati sinesteti sarebbe piuttosto guarnita: da Lady Gaga a Stevie Wonder, da Vladimir Nabokov a Duke Ellington, da Marilyn Monroe a Kandinsky…persino Leonardo da Vinci sarebbe stato un sinesteta.

Ed i degustatori? C’entra qualcosa il vino in tutto questo?

La degustazione del vino è un atto che coinvolge in modo complesso tutti i nostri sensi e, in modo più o meno inconsapevole, la mescolanza di questi viene riflessa nel lessico che utilizziamo per trasmettere l’esperienza (sin-)estetica che proviamo assaggiando un certo vino. Ed ecco che le note di degustazione utilizzano evocative figure retoriche di sinestesia parlando di “vini setosi”, “frutto croccante”, “colori caldi”, “sapori ruvidi”, “bouquet verde”, “vini puntuti”…

Un esempio?

Kras Sauvignon 2004, Josko Rencel
Oro antico, netto. La florealità è pungente e irrequieta: accanto a sentori di nocciola e castagna appare l’evocazione del mare, come un residuo accompagnato dal vento; appena il vino si scalda nel bicchiere, l’alcol trascina altre sensazioni più radicali e ne tradisce la rusticità. Ciò non gli impedisce di crescere, aprendosi a un’imprevedibile varietà d’impronta autunnale. In bocca si distingue grazie a una progressione altrettanto naive, della quale fanno parte toni di carruba e frutta secca, salvia e bosso, che lo rendono ancora più originale; l’alcol non brucia, emerge il segno del rovere, ma il liquido è imprevedibile, bizzarro, delizioso.

(Sangiorgi, “Porthos”, 33-34, 2009: 76)

Per concludere ascoltiamoci questa canzone di Fabrizio De André che, per restare in tema di sinestesia, ad un certo punto dice:

Quando mi chiese: “Conosci l’estate?”
io per un giorno per un momento, corsi a vedere il colore del vento

(Fabrizio De André, Il sogno di Maria)

Rallentamento import vini italiani: Brexit, Trump e tutte le incognite che pesano sul commercio estero mondiale

Le recentissime stime Wine Monitor di Nomisma sull’import di vino italiano dei primi 8 Paesi importatori di vino (che da soli valgono quasi 2/3 dell’import mondiale) evidenziano luci ed ombre per l’anno in corso e per il 2017.

Pesano le incertezze derivanti dalla Brexit, dall’elezione di Trump e dall’andamento di alcune valute (sterlina in primis).

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Import vini italiani: tutte le incognite

Ecco alcune stime sull’import di vino italiano nel 2016 rispetto al 2015:

Stati Uniti: +2%

Regno Unito: -9%

Germania: -4%

Giappone: +3%

Cina: quasi +20%

Il mercato dei vini spumanti e frizzanti italiani mostra invece notevole vitalità (potremmo dire effervescenza…), le bollicine italiane (Prosecco in primis) vanno sempre fortissimo in UK  e USA: + 30%!

Per il 2017 sono parecchie le incognite che dovrebbero pesare sull’import di vino secondo Wine Monitor Nomisma: in particolare le incertezze sui tempi di operatività della Brexit e l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti le cui dichiarazioni in campagna elettorale potrebbero deprimere ulteriormente il commercio internazionale. E’ anche per questi motivi che assumono maggiore centralità gli accordi di libero scambio che l’Unione Europea sta negoziando con i paesi terzi, come il CETA con il Canada e l’EVFTA con il Vietnam, che dovrebbero entrare in vigore nel 2017, con benefici per l’export dei nostri vini.