Un Anjou biodinamico e a piede franco da leccarsi i baffi!

La Loira è uno straordinario mosaico di sapori e sfumature. In particolare, la amo particolarmente per i vini bianchi a base di chenin.

Oggi ti parlo del Domaine Delesvaux, un produttore piuttosto conosciuto per i suoi vini bianchi, da chenin, sia secchi sia dolci (Coteaux du Layon).

Philippe Delesvaux-Radomski che insieme alla moglie Catherine porta avanti con caparbietà e passione gli 11 ettari vitati del Domaine Delesvaux, è certificato in biodinamica dal 2000. Philippe ha una grande passione per la mineralogia e questa passione si sente nei suoi vini, sempre caratterizzati da una grande mineralità.

Anjou "Authentique Franc de Pied" 2015 - Domaine Delesvaux
Anjou “Authentique Franc de Pied” 2015 – Domaine Delesvaux

Anjou “Authentique Franc de Pied” 2015 – Domaine Delesvaux

Vino ottenuto da vigne a piede franco di chenin, fermentato in barrique con lieviti indigeni, 18 i mesi di affinamento in legno piccolo e non nuovo, nessun altro “ingrediente” se non un po’ di solfiti pre-imbottigliamento.

Il liquido si presente con un vivace giallo paglierino con riflessi oro. Naso di frutta gialla (susina mirabella), polline, gesso, menta e nocciola. Le sfumature odorose si susseguono senza soluzione di continuità ed inarrestabile dinamica. L’ingresso in bocca è di grande intensità e sapore, il vino però pur allargandosi non si siede, si sviluppa anzi in profondità. L’acidità, decisamente vivace, è ben integrata nel corpo non certo esile del vino. Chiusura di grande persistenza sapida e retrolfatto di frutta gialla e mineralità.

Plus: vino di grande equilibrio. Intensità, corpo e calore convivono armonicamente con sale, freschezza e mineralità.

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Domaine Didier Dagueneau, il maestro di Pouilly

Blanc Fumé de Pouilly 2008 - Didier Dagueneau

Didier Dagueneau è stato probabilmente il più importante viticoltore della Loira. Discepolo di Henri Jayer, Didier era un convinto sostenitore della biodinamica che però sperimentò senza integralismi né paraocchi, discostandosi dalla rigidità dei canoni imposti dalle certificazioni.

Di seguito ti riporto uno stralcio di un’intervista riportata da Tipicamente.it che mi pare particolarmente significativo:

Sono molto legato alla biodinamica, ma non cerco di rivendicare un’etichetta come viticoltore. Mi ci sono ispirato tantissimo ma con il tempo sono diventato anche più pragmatico. Mi dà fastidio l’integralismo sulla materia. I puri ed i duri della biodinamica, molte volte, vanno troppo lontano senza volere sentire parlare della scienza, di cui abbiamo bisogno. Non voglio privarmi di alcuni prodotti sotto il pretesto che non sono omologati in biodinamica.

Certi biodinamici integralisti sono andati troppo lontano e si sono privati di tutto. Si sono serviti della biodinamica per i loro propri progetti estremisti. Io, invece, amo avvicinarmi in maniera aperta senza seguire delle dottrine. Qualche anno fa ho rischiato di tagliare fuori la biodinamica dalla mia vita, perché stava prendendo una piega che non mi piaceva.

Ed è per questo che posso parlarne. Noi siamo andati avanti senza ascoltare nessuno e abbiamo pagato un prezzo molto alto. Oggigiorno, con circa 20 anni d’esperienza, riusciamo a capire quello che funziona e quello che non funziona.

Didier è morto prematuramente nel settembre del 2008 e da allora gli 11,5 ettari sono gestiti con grande attenzione dai figli Louis-Benjamin e Charlotte.

Tutto ciò per raccontarti di un suo vino che ho bevuto di recente e che mi ha rapito. Un vino che ha surclassato i vini che aveva al suo fianco. E che vini: Krug, Dauvissat, Bruno Clavelier, Bruno Giacosa, Michel Gerin…

Ad onor del vero non è stato un plebiscito, tra i compagni di bevuta c’è chi ha preferito altri vini, ma le mie papille gustative sono state prese in ostaggio dal vino di Dagueneau.

Blanc Fumé de Pouilly 2008 – Domaine Didier Dagueneau

Il naso è molto intenso, ancora fruttato, di un frutto rosso e dolce come raramente se ne sentono in un vino bianco (lampone). Al lampone si affianca, netto e penetrante, il tartufo bianco. Con l’ossigeno l’olfatto si distende, fa capolino la salvia ed il pepe bianco. La bocca è energica e dinamica, di un raro equilibrio, tra acidità agrumata, sale e sapore. Un vino voluttuoso ed elegantissimo, profondo e armonico.

Clos Rougeard ha venduto. Da oggi la Loira non è più la stessa!

E’ una notizia, o meglio un’indiscrezione, della Revue Vin de France che non avrei mai voluto riportare: pare che l’azienda simbolo di Saumur-Champigny, Clos Rougeard, l’alfiere del Cabernet Franc, sia stata venduta!

Clos Rougeard
Clos Rougeard (Credits: chez pim)

Il compratore sarebbe l’uomo d’affari francese Martin Bouygues, già proprietario di Château Montrose.

L’azienda, resa celebre dai fratelli Foucault, è un vero e proprio mito per schiere di appassionati. Solo 11 gli ettari vitati che non hanno impedito, alla schiva ed intransigente (in vigna ed in cantina) famiglia Foucault, di produrre vini che gli enofili di tutto il mondo si contendono a suon di bigliettoni.

Soprattutto negli ultimi anni le famose etichette “Bourg” e “Poyeux” erano di fatto irreperibili sul mercato, nonostante le quotazioni stellari.

Da oggi la Loira non sarà più la stessa. Questa, come altre recenti acquisizioni nel mondo del vino, tolgono un po’ di poesia a noi appassionati: famiglie che hanno fatto la storia enologica mondiale cedono la mano a investitori e gruppi che si muovono con logiche finanziarie e industriali.

 

I profumi del vino: il peperone verde

Nella rubrica “I profumi del vino” ti sto sommariamente raccontando i principali descrittori riconoscibili quando degustiamo, anzi annusiamo, un vino.

I profumi del vino: il peperone verde
I profumi del vino: il peperone verde

Il sentore di peperone verde è proprio un profumo famigerato, infatti insieme a pochi altri aromi – come ad esempio la pipì di gatto o la foglia di pomodoro – si imprime nella memoria olfattiva in modo pressoché indelebile fin dalle prime esperienze.

Il sentore di peperone verde – e l’aggettivo “verde” serve soprattutto ad evidenziare la sensazione “acerba” che se ne ricava – è infatti un sentore che se diventa predominante è poco piacevole e spesso associato ad un difetto di maturità nella raccolta delle uve. La realtà è più complessa: se è infatti vero che una raccolta precoce delle uve incide sulla predominanza di questo sentore, è anche vero la sensazione di peperone verde è dovuta alle pirazine presenti in alcuni specifici vitigni: ad esempio il cabernet franc, il cabernet sauvignon e il sauvignon blac, non certo vitigni secondari!

La realtà è che questo sentore, se non è dominante, ma accompagnato da altri sentori più “maturi e profondi”, può dare un tocco di vivacità e interesse al bouquet di un vino.

In che vini puoi trovare il peperone verde?

Un cabernet franc friulano o altoatesino, magari di quello venduto in caraffa o sfuso in osteria, ha un’altissima probabilità di avere questo marchio di fabbrica. Naturalmente tutti i tagli bordolesi italiani (Veneto, Friuli e Trentino-Alto Adige in testa) sono accompagnati da questo aroma. Ma anche la Loira (appellazioni di Saumur, Saumur-Champagny, Bourgueil…) e il Bordelais (Listrac, Margaux, Pauillac…) sono caratterizzati da questo descrittore ben accompagnato da altre note di più nobili di frutti, spezie, etc.

Nei vini bianchi questo aroma è riscontrabile soprattutto nei vini a base di Sauvignon blanc.

E tu? Qual è l’ultimo vino in cui hai riconosciuto il peperone verde?