Il Friulano di Miani in verticale

I Colli Orientali del Friuli sono terra di grandi vini bianchi e sorprendenti vini rossi. E Miani è senza ombra di dubbio l’azienda di riferimento: i suoi vini sono ricercati e apprezzati dagli appassionati di tutto il mondo e le poche migliaia di bottiglie messe in commercio ogni anno spariscono in poco tempo e raggiungono ragguardevoli quotazioni nel mercato secondario.

Ho già scritto di Miani e del suo artefice, Enzo Pontoni, in concomitanza di una coinvolgente visita in cantina. L’occasione per riparlarne è stata l’imperdibile degustazione verticale del friulano Miani, organizzata da WineTip a Milano.

Il friulano – già tocai – è forse il vitigno a bacca bianca autoctono più rappresentativo dei Colli Orientali. Se opportunamente allevato e vinificato è molto adatto all’invecchiamento, il che consente al vino di distendersi ed arricchirsi di aromi, mentre in gioventù il vitigno è tanto timido al naso quanto potente, caldo e compresso in bocca.

Miani è noto per la cura maniacale delle proprie viti, Enzo Pontoni passa buona parte del suo tempo da solo in vigna, ma in cantina è tutt’altro che improvvisato. Le scelte di vinificazione sono molto precise: il legno è l’unico materiale che sta in contatto con il mosto, dalla fermentazione fino al prodotto finito, e l’affinamento è di molti mesi (12 nel caso del friulano) in barrique francesi prevalentemente nuove.

Prima di raccontare qualcosa sui singoli vini bevuti partiamo dal fondo, ovvero da quello che la degustazione ci ha lasciato e dal fil rouge (in questo caso dovremmo dire blanc!) che unisce tutti i friulano Miani assaggiati:

  • mineralità: da tutti i campioni è emersa, prepotente, un’innegabile nota minerale di roccia e sale. Il terreno dei Colli Orientali, localmente detto ponca, ovvero marna e arenaria stratificati nel corso dei millenni, fornisce ai vini un’impronta che non possiamo che definire minerale;
  • caratteristiche organolettiche: fieno, fiori di campo, mandorla fresca, note di erbe aromatiche e delicatamente vegetali (dal timo al rosmarino, dalla verbena al tè verde), frutta poco matura in gioventù e più dolce con il passare del tempo fino ad arrivare a note elegantemente tropicali, spezie e sbuffi balsamici per i vini più vecchi, con qualche tocco di miele e nocciola…insomma il friulano può diventare un vino decisamente complesso per chi lo sa attendere;
  • opulenza: chi cerca nei vini bianchi agilità di beva, verve acida e freschezza agrumata non troverà nel friulano dei Colli Orientali il suo vino ideale. Di contro però la materia ricca e densa, stratificata e potente, è perfettamente bilanciata da uno sviluppo armonioso in bocca, da una saturazione gustativa con pochi uguali e da un’acidità in filigrana sempre presente che accompagna il vino in un finale salino appagante e lunghissimo;
  • legno: l’uso sconsiderato del legno piccolo e nuovo è per molti, compreso chi scrive, quello che per Superman è la kryptonite…ebbene da Miani l’utilizzo del legno è funzionale al risultato finale, non usato dunque come “doping aromatico” o makeup di una materia scadente. In nessun assaggio le note boisé erano in primo piano: vaniglia, cognac, caramello e altre “amenità” sono sentori del tutto sconosciuti ai vini di Miani.

Veniamo ora ai vini assaggiati:

FCO Friulano Filip 2020: vino ancora giovane misurato ed elegante. Olfatto di pesca e albicocca non matura, poi polline, fino, roccia, mandorla fresca, verbena e scorza di limone. Sontuoso al sorso, ma potenza ed eleganza non sono un ossimoro per questo vino dalla chiusura tersa, calda e profonda. Ottimo già ora ma va atteso qualche anno. Elegante

FCO Friulano 2018: giallo oro il colore, si percepiscono note di pesca gialla, fiori di campo, minerale. Ingresso molto saporito e potente, sapido fin dal centro-bocca, a compensare una certa untuosità una sorprendente freschezza “pulente”. Chiude appena amaricante su ritorni di nocciola e rosmarino. Energico

FCO Friulano 2016: fiori gialli, balsamico, nespola, nocciola al naso. Al sorso il vino è caratterizzato da ampiezza e sapore, estremamente equilibrato con alcol gestito magistralmente, succo e progressione per un vino molto appagante e gastronomico. Chiusura sapida e rocciosa. A bicchiere fermo una curiosa nota di uva fragola. Armonico

FCO Friulano 2011: alla frutta gialla, anche tropicale (mango), si affiancano note mentolate, di spezie e rosmarino. Bocca morbida ben supportata da sapidità e freschezza, con note tostate in chiusura che, pur senza eccessi, riportano all’utilizzo della barrique. Moderno

FCO Friulano Buri 2007: ancora uno splendido giallo dorato il colore. Profumi di frutta matura, finocchietto, tarassaco e note balsamiche. Sorso di grande opulenza, stratificato, saporito, lunghissimo. Legno integrato alla perfezione in una materia eccellente. Il vino che è piaciuto di più alla platea di degustatori. Perfettamente in beva e con molta vita davanti. Aristocratico

FCO Friulano Buri 2006: il vino bianco più vecchio presente alla verticale che, a mio avviso, lungi dall’essere all’apice, risulta invece perfettamente risolto. Naso di roccia, fiori gialli appassiti, fieno, uva passa, miele di acacia… Bocca ampia e potente, saturante il sapore in quanto a intensità e allungo, eccezionale nella sua integrità. Chiude su un entusiasmante finale di scorza d’arancia. Immortale

Diego Mutarelli
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