Toro “El Picaro” 2018 – Matsu

Oggi ti parlo di un vino spagnolo della denominazione Toro, ottenuto in biodinamica da vigne di Tempranillo di 90 anni. Acquistato in Spagna ad un prezzo accattivante non potevo esimermi dal provarlo. L’azienda che lo produce si chiama Matsu e fa una linea di vini dalle etichette decisamente fuori dal comune.

Toro “El Picaro” 2018 – Matsu

Toro “El Picaro” 2018 – Matsu

Il rosso ancora porpora brilla e ci ricorda che il vino è ancora giovanissimo. L’olfatto è sul frutto maturo (ciliegia e prugna), poi viola e un tocco pungente ed etereo (lacca).

L’ingresso in bocca è caldo e lo sviluppo rustico, dettato da tannini graffianti che segnano il finale del vino che risulta amaricante.

Minus: vino che, pur senza difetti eclatanti, manca di eleganza e progressione ma anche di facilità di beva. Insomma: riesce a scontentare sia chi ricerca fragranza e immediatezza, sia chi aspira a intensità e potenza.

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Moscatello di Taggia: quando lo storytelling non basta

Il Moscato Wine Festival è un didattico evento itinerante organizzato da Go Wine.
Protagonisti del banco di assaggio sono i vini, provenienti da tutto lo Stivale, ottenuti da moscato.
Secchi, vendemmie tardive, bollicine e passiti, rossi e bianchi … la versatilità dei cloni appartenenti alla famiglia del moscato è sorprendente.

Oggi ti voglio però raccontare di quello che spesso accade quando, nel mondo del vino (e non solo), lo storytelling non regge al fact checking.

E’ il caso del pressoché sconosciuto Moscatello di Taggia.

Ci troviamo in Ligura, nella denominazione Riviera Ligure di Ponente, dove un manipolo di valorosi produttori, riunitesi nell’Associazione Moscatello di Taggia decide di recuperare un vitigno ormai scomparso ma celebre fin dal XIV secolo quando dava vita ad un vino dolce amato “dagli Dei, dai Papi e dai Re”.

Moscatello di Taggia
Moscatello di Taggia

E così, con l’aiuto dell’Università di Torino e del CNR di Grugliasco, si va alla ricerca delle poche (67!) piante sopravvissute alla fillossera, vigne centenarie a piede franco che vengono sottoposte ad analisi molecolare, del DNA, sulle virosi, fino ad arrivare a selezionare un’unica pianta da far riprodurre.
Nel 2012 esce in commercio la prima bottiglia di Moscatello di Taggia (Riviera Ligure di Ponente, sottozona Taggia) e una dozzina di produttori convergono nell’Associazione Moscatello di Taggia.
Una bella storia vero?
La storia che ti racconto oggi è bella sì, ma non c’è il lieto fine; infatti le premesse diventano promesse di prodezze…mai realizzate ahimè! E sì perché, – e lo dico, come mia abitudine, con grande sincerità (e rammarico) – alla prova del bicchiere lo storytelling si rivela un grande boomerang.
Ho assaggiato parecchi vini di diversi aziende e ho scoperto con sorpresa che i produttori invece di riportare in vita il celebre e dolce Moscato di Taggia amato dai Papi, puntano molto sulla versione secca. I vini risultano, senza eccezioni, privi di personalità, poco aromatici, con generici profumi agrumati e di frutta bianca…deboli in bocca. Insomma, decisamente dimenticabili. Un vero e proprio tradimento di tutta l’opera di recupero effettuata, non senza sforzo, dai produttori.
Vini anestetizzati probabilmente anche a causa dei protocolli di vinificazione che non aiutano di certo il vitigno ad esprimere il proprio carattere: uso del freddo, filtrazioni, criomacerazione emergono sia all’assaggio sia nel colloquio con i produttori.
Molti di questi hanno peraltro la fortuna di avere le vigne letteralmente affacciate sul mare. Ma di mare, di sale e di sole in questi vini non c’è ombra né sentore.
I vini passiti o le vendemmie tardive assaggiate purtroppo non vanno meglio. Vini, nella migliore delle ipotesi, stucchevoli e privi di acidità.

L’augurio è che il Moscatello di Taggia ritrovi, presto o tardi, la sua spontaneità, il suo carattere distintivo ed una strada autonoma e non standardizzante per affermarsi ed onorare la sua storia.

Roussette de Savoie Marestel 2015 – Eugène Carrel

Sono passati già due anni da quando scrissi un post introduttivo sui vini della Savoia. Da allora, come sai, ti ho aggiornato di assaggi e scoperte del terroir savoiardo. Continuo oggi con un produttore che è piuttosto benvoluto dalla guida La Revue du Vin de France ma che in questo assaggio mi ha deluso senza mezze misure.

Roussette de Savoie Marestel 2015 - Eugène Carrel
Roussette de Savoie Marestel 2015 – Eugène Carrel

Roussette de Savoie Marestel 2015 – Eugène Carrel

Colore paglierino con riflessi verde-oro.

Naso di fiori gialli (tarassaco), pesca, fieno ed un tocco pungente e non troppo fine di lacca.

La bocca è piuttosto calda in ingresso, poco mobile anche a causa di una certa grassezza; cerco, invano, un guizzo acido che avrebbe riequilibrato il sorso che chiude, peraltro, amarognolo.

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Minus: il vitigno altesse è una brutta bestia: morbido ed alcolico, ma anche con grande sapore ed estratti, può dar vita a vini longevi e di carattere. Se la quadratura del cerchio non riesce il vino può risultare, come in questo caso, faticoso. Non ha di certo aiutato l’affinamento di parte della massa in barrique.

Le 4 cose che ho capito alla presentazione della Guida di Doctor Wine

Guida Essenziale ai Vini d'Italia
Guida Essenziale ai Vini d’Italia

Doctor Wine è l’iniziativa web-editorale che Daniele Cernilli ha intrapreso subito dopo aver abbandonato la direzione de Il Gambero Rosso.

Sono stato alla presentazione della relativa guida – Guida Essenziale ai Vini d’Italia – che si è tenuta a Milano presso l’Hotel Principe di Savoia e ho scoperto alcune cose da condividere (come da missione “aziendale”).

#1 Cernilli non è un uomo ma un brand

Daniele Cernilli ha capito benissimo che in quest’epoca social le persone sono la forza delle aziende, non viceversa. Insomma, il consumatore è abituato ad identificarsi con una persona fisica prima che con un’azienda. Chiara Ferragni ha aperto il suo primo negozio a Milano ed i suoi followers si fidano della selezione che fa per loro, non sono particolarmente interessati al nome dei marchi con cui collabora. Per tornare invece in ambito enoico basti ricordare che tutti sanno chi è Robert Parker ma molti meno conoscono il nome della rivista che dirigeva (The Wine Advocate). Insomma, Cernilli ha capito di essere un brand e ci mette la faccia. Non solo sulla copertina della Guida, anche sullo shopper consegnato all’ingresso, sul portabicchiere e persino sui drop stop salvagoccia. Nella Guida inoltre i vini con i punteggi più alti sono identificati proprio con il faccione stilizzato dell’ex Direttore de Il Gambero Rosso.

#2 E se fosse Jo il miglior vino di Gianfranco Fino?

L’Es è probabilmente il vino più premiato e discusso d’Italia. Un primitivo di Manduria imponente, molto fitto e morbido. Spezie, cacao, frutta sotto spirito…la bocca, molto ricca, è dolce ma vellutata. Un vino che non lascia indifferenti ma che è anche, in qualche modo, estremo, sbilanciato verso le dolcezze di frutto e le morbidezze alcoliche. Non di certo la tipologia di vino che preferisco insomma.
Jo è il negroamaro di Gianfranco Fino. Vino molto vivace e sfaccettato, con delle note di erbe mediterranee ad accompagnare la frutta matura, il sorso è saporito e saldo con una buona dinamica ed una grande lunghezza. La potenza è decisamente sotto controllo insomma.
Due vini che non passano inosservati ma, avendoli assaggiati fianco a fianco, non ho dubbi: è il negroamaro Jo il vino che preferisco di Gianfranco Fino.

# 3 Non tutti i vini valgono quel che costano

Non è certo una grande scoperta affermare che non tutti i vini costosi sono anche indimenticabili. 🙂 L’evento è stata però l’occasione per assaggiare molti di questi inavvicinabili vini e registrare conferme e delusioni.
Tra le conferme Harlequin 2009 – Zymè, un vino che costa più di 300 €, dalla struttura ed intensità fuori scala ma che riesce miracolosamente a trovare un suo equilibrio e a risultare sfaccettato e dinamico. Della stessa azienda meno convincente, per il mio gusto, l’Amarone della Valpolicella Riserva “La Mattonara” 2006. Qui il gioco di prestigio non riesce ed il vino risulta meno armonico di quanto è lecito pretendere da vini di questo tipo. Tra i vini “costosi” che risultano convincenti ti segnalo anche Sassicaia 2014 che, pur in un’annata così difficile, risulta fine ed elegante. Restando a Bolgheri delude invece Grattamacco 2014, lattico e poco a fuoco. Elegante e delicato come sempre il Brunello di Montalcino Poggio di Sotto 2012 mentre delude il Brunello di Montalcino “Tenuta Nuova” 2012 – Casanova di Neri poco espressivo e piuttosto amaro in chiusura. Altra relativa delusione il Barolo Sperss 2013 – Gaja con una chiusura legnosa ed amara che mi ha lasciato perplesso.

# 4 I vini buoni al giusto prezzo

Anche in eventi di questo tipo è – fortunatamente – possibile assaggiare vini molto interessanti e dal rapporto qualità prezzo centrato. Di seguito ti parlo di quei vini che mi hanno colpito particolarmente e che valgono più di quel che costano:

  • Ograde 2015 – Skerk: vino macerato del Carso saporito, gustoso e dinamico. Il naso è un caleidoscopio di sfumature ma la beva è “semplice”. Di Ograde, 2014 però, ti avevo già parlato qui
  • Vitovska “Kamen” 2015 – Zidarich: vino minerale fino al midollo, non per nulla fermenta addirittura in contenitori di pietra del Carso. Grandissimo vino da ascoltare con calma…
  • Fiorano Rosso 2012 – Tenuta di Fiorano: taglio bordolese elegante e soave
  • Barolo Ravera Riserva “Vigna Elena” 2011 – Cogno: un Barolo decisamente appagante con un naso particolarmente riconoscibile grazie ad un netto floreale di viola e geranio
  • Barolo Bricco delle Viole 2013 – Vajra: ottenuto da una vigna sita nella parte più alta del comune di Barolo il vino è elegantissimo ma con grande allungo in bocca
  • Etna Rosso “Vigna Vico” 2014 – Piano dei Daini (Tenute Bosco): un Etna giovane e austero, tannino ancora “croccante” ma promette molto bene

L’amaro nel vino: quando il troppo stroppia

Se c’è una sensazione gustativa che non riesco a perdonare ad un vino è l’amaro. Un tocco di amaro nel vino è ammissibile, ci mancherebbe, può dare “sapore” e allungo, può rafforzare l’acidità e contrastare glicerine e grassezze assortite, certo. Può diventare nobile e trasformarsi magicamente in amertume

Ma quanto è troppo diventa insopportabile! Almeno per me, che sospetto di avere una soglia di tolleranza piuttosto bassa. Sono due i tipi di amaro in cui mi imbatto generalmente:

Alto Adige Goldmuskateller Graf 2015 - Meran
Alto Adige Goldmuskateller Graf 2015 – Meran

1. l’amaro dato da un utilizzo sconsiderato della barrique, o più in generale del legno nuovo. Ironia della sorte il legno nuovo spesso è utilizzato con la finalità contraria, ovvero apportare sensuali dolcezze e vanigliose mollezze oppure per addomesticare il tannino e renderlo più “rotondo”. L’effetto di un uso sbagliato del legno (o anche dell’uso del legno sbagliato, leggasi tostatura) è invece del tutto opposto: tannini gallici amari e ruvidi, sensazioni in chiusura di bocca ed in fondo alla lingua liquiriziose e scomposte…e quando la lunghezza di un vino è data solo da una scia amara non hai certo voglia di un secondo sorso.

2. l’amaro delle uve aromatiche malamente vinificate secche. Se i moscati e le malvasie sono sempre state vinificare con residuo, ci sarà un motivo! Uno dei motivi principali è che il residuo zuccherino di queste uve compensa la componente amarognola che altrimenti tendere a prendere il sopravvento. Però il mercato ultimamente chiede vini secchi ed ecco abbondare l’offerta di vini secchi ottenuti da uve aromatiche. Avrai sentito parlare di recente addirittura dell’Asti spumante secco. Queste amare 🙂 riflessioni le facevo mentre sorseggiavo – a fatica lo ammetto – l’Alto Adige Goldmuskateller Graf 2015 – Meran. Accattivante e femminile nei profumi di frutto della passione, rosa, lime, sambuco…ma stravolto dall’amaro. Non sono riuscito a finire il bicchiere. Sul sito della cooperativa Meran leggo che il vino è ottenuto da macerazione a freddo (sigh) per 15 ore. Poi fermentazione alcolica a temperatura controllata in piccoli serbatoi vinari di inox. Segue maturazione sui lieviti.

Ci sono le eccezioni però. Non molte ma ci sono.
Qual è l’ultimo vino aromatico secco che hai apprezzato?

Bim Bum Bandol!

Oggi ti parlo di un vino di Bandol: siamo in Provenza, tra Tolone e Marsiglia. Bandol è una denominazione piuttosto conosciuta in Francia ed è famosa all’estero, come altre denominazioni provenzali, soprattutto per i vini rosati. Ottima reputazione però hanno anche i vini rossi. Più rari e meno significativi invece i vini bianchi.

Bandol "Les Figuiers" 2013 - Moulin de la Roque
Bandol “Les Figuiers” 2013 – Moulin de la Roque

E’ il regno del vitigno mourvèdre, usato in prevalenza e spesso accompagnato a grenache e cinsault.

Bandol “Les Figuiers” 2013 – Moulin de la Roque

La veste è rosso rubino impenetrabile, al naso è la frutta rossa ben maura che emerge, poi una nota calda, la violetta e note speziate e animali riconducibili al cacao e al cuoio. La bocca è meno interessante e piuttosto alcolica. I 13% di titolo alcolometrico non sono ben integrati nella massa del vino che, peraltro, si muove in bocca abbastanza confuso: alcol, tannino amaricante e rustico e dolcezze di frutto in chiusura.

Vino tutt’altro che elegante. Purtroppo latita anche la personalità che a volte compensa qualche squilibrio di troppo.

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Se hai voglia di assaggiare un Bandol degno di nota, anche in rosso, ti suggerisco Château de Pibarnon oppure Domaine Tempier.

Maury, l’alito sudista di Francia

Oggi ti parlo di un territorio di Francia tra i meno frequentati in Italia, ovvero della AOC Maury. Ci troviamo a una trentina di km da Perpignan, nella Francia più mediterranea quasi al confine con la Spagna.

Le vigne di Maury si estendono in quattro comuni dei Pirenei orientali: Maury, Tautavel, Saint-Paul-de-Fenouillet e Rasiguères. L’AOC esiste dal 1936 ed era dedicata in particolare ai vini dolci naturali ottenuti da grenache. Molto più di recente la denominazione consente anche la produzione di vini secchi.

Ho assaggiato proprio un vino secco di Maury, ottenuto da grenache, syrah e carignan:

Maury Sec 2013 Serge&Nicolas – Domaine Cabirau

Il vino si presenta in una veste rubino molto compatto; il naso inizialmente è segnato non dal legno in sé, ma dalla sua azione sulla massa del liquido odoroso: cioccolato, tabacco, eucalipto, chiodo di garofano…poi emerge la frutta rossa molto matura (amarena sciroppata), corteccia e terra smossa.

Ad un naso così articolato e di personalità non si accompagna, purtroppo, una bocca altrettanto stratificata: l’ingresso è ampio ma lo sviluppo del sorso non ha molta dinamica ed anzi risulta anche piuttosto rapido e molle. I 14,5% di alcol si sentono soprattutto in chiusura. Le morbidezze del vino non sono per nulla compensate da tannino o acidità sufficienti. Il retrolfatto è di frutta stramatura e caratterizzata da un percettibile residuo zuccherino (pur nei limiti di un vino definibile secco).

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Non escludo che questo vino possa piacere molto di più a chi apprezza e ricerca voluttuose morbidezze.