Istantanee dalle Langhe

Il successo dei vini delle Langhe, trainato da Barolo e Barbaresco, richiede all’appassionato di vino che voglia visitarne il territorio alcune accortezze. In questo post abbiamo pensato – freschi della nostra ultima ricognizione a Barolo e dintorni – di dare qualche suggerimento e suggestione utili ad organizzare al meglio la propria visita. Nessuna ambizione di esaustività, solo delle istantanee dalle Langhe che, come da nostra missione, vogliamo condividere.

Comm. G.B. Burlotto

Pianificazione delle visite

Lo sappiamo, è sempre una buona abitudine pianificare per tempo le visite. Nelle Langhe, visto il costante flusso di enoturisti, è ormai una necessità; se poi consideriamo che il Covid ha portato alcune aziende a sospendere temporaneamente l’accesso in cantina… diventa evidente che è bene organizzare il proprio percorso con buon anticipo.

Acquisti

Acquistare direttamente dal produttore non è solo conveniente ma spesso consente di “ancorare” il ricordo della visita al momento in cui stapperemo la bottiglia. Nelle Langhe però, così come nei più importanti territori vinicoli del mondo, è ormai difficile acquistare direttamente. Ha preso orami piede il cosiddetto fenomeno delle assegnazioni che riguarda anche l’acquisto da parte dei privati. Di cosa si tratta? Per gestire l’enorme richiesta di vino cercando di accontentare più appassionati possibile, le aziende pre-assegnano del vino – con limiti di quantità – alla propria clientela. In tal modo ogni anno le aziende vendono tutto il vino dell’annata prima ancora che le bottiglie siano in commercio.  Se i vantaggi commerciali sono evidenti, per gli appassionati fuori da assegnazione non resta che mettersi in lista di attesa, sperando che gli anni successivi qualche cliente non confermi gli acquisti e liberi il posto a chi è in coda.

Il fenomeno non è certo nuovo ma fino a pochi anni fa era limitato alle aziende più prestigiose. Ora si sta allargando anche ad aziende meno note ma che sono salite alla ribalta per la qualità dei propri vini.

Mangiare

Una sosta con le gambe sotto il tavolo per gustare la cucina piemontese è sempre gradita. Le nostre soluzioni preferite sono quelle che coniugano qualità della cucina, carta vini dai giusti ricarichi e rapidità di servizio (che dopo il pranzo altre visite ci attendono!). Un luogo che risponde perfettamente a queste caratteristiche è il ristorante Repubblica di Perno che ci ha accolto con l’immancabile assaggio di insalata russa e ci ha poi coccolato con il golosissimo uovo in camicia alle spugnole e la rolata e frise di agnello con piselli. A chiudere un assaggio di formaggi. Dalla carta dei vini la scelta è caduta sul Langhe Nebbiolo 2019 di Philine Isabelle, che conferma tutto quello che di buono avevamo sentito dire sul suo conto. Olfatto di grande dolcezza tra note di anguria e melograno il tutto avvolto da un alito quasi marino, la bocca al contrario è fitta, dal tannino denso e saporito che si scioglie però nel sorso per nulla difficile. La bottiglia finisce rapidamente ma la facilità di beva non tragga in inganno, non si tratta di un “nebbiolino”.

Un altro posto che ci sentiamo di consigliare è l’Osteria Casa Ciabotto, a Verduno. Menu semplice ma gustoso e ampia scelta di vini con particolare focus sui produttori di Verduno. Vi è anche la possibilità, a prezzi contenuti, di un’orizzontale di Verduno Doc (vitigno pelaverga), perché non di solo nebbiolo vivono le Langhe (vedi prossimo paragrafo).

Abbiamo bevuto un bicchiere di un Barolo fuori dai nomi più noti e che ci è parso molto centrato. Si tratta del Barolo Bricco San Biagio 2013 – San Biagio (Giovanni Roggero). Un Barolo di La Morra senza eccessi modernisti: naso di grande frutto (lampone e fragola), fiori rossi carnosi, mineralità scura, un tocco di spezie. La bocca è gustosa, se vogliamo un po’ rapida nello sviluppo, con tannini ben distesi e dalla chiusura tersa ed elegante.

Non solo Barolo e Barbaresco

Lo dicevamo poco fa, non di solo nebbiolo vivono le Langhe. Il vitigno pelaverga in particolare ci sembra che possa meritare grande attenzione. Nelle migliori versioni dà infatti vita a vini golosi e dall’intrigante dettaglio aromatico, digesti e di facile abbinamento a tavola.

Un esempio tra tutti è il Verduno Basadone 2019 di Castello di Verduno, già solo il colore rubino chiarissimo e lucente mette di buon umore, l’olfatto è tutto giocato su spezie (pepe, noce moscata), frutta e fiori rossi che si rincorrono, il sorso è agile e sapido, fresco ed elegante con una piacevole nota amaricante in chiusura ed una persistenza delicata e pulita.

Diego Mutarelli
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Cannonau di Sardegna 2018 – Pusole

Il bicchiere oggi ci porta in Sardegna e per l’esattezza tra Baunei e Lotzorai, in Ogliastra, uno dei territori più vocati per il cannonau. Qui si trova l’Azienda Agricola Pusole, un’azienda di stampo familiare ancora piuttosto giovane eppure già punto di riferimento per la denominazione Cannonau di Sardegna.

Cannonau di Sardegna 2018 – Pusole

Nel calice il vino si presenta con una bella veste rubino luminosa e leggermente velata.

L’olfatto potrebbe sorprendere chi ha in mente interpretazioni del vitigno tutte alla ricerca di concentrazione, maturità a potenza; al contrario il quadro qui è tutto giocato sull’eleganza e la freschezza di frutto: ribes rossi aciduli, fragoline, bergamotto, una nota ferrosa accompagnata da pepe, tamarindo e macchia mediterranea. Un naso insomma decisamente aperto, mutevole e complesso che integra alla perfezione anche un leggero tocco animale.

Bocca di gran beva eppure di sapore e spessore: gustosa, sapida, con tannini ben presenti nella trama che però non mostra spigoli. In chiusura esce una piacevole nota salmastra e di scorza d’agrumi.

Plus: vino “antico”, ottenuto da fermentazione spontanea, senza controllo delle temperature e non filtrato, che però risulta “moderno”, estremamente beverino ma al contempo sfaccettato. La gestione dell’alcol (14%) ha del miracoloso. Chapeau!

Diego Mutarelli
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Champagne Les Chétillons 2013 – Pierre Péters

Pierre Péters, domaine familiare di Mesnil nata nel lontano 1858, nel cuore della Côte des Blancs, è oggi portata avanti dal bravo Rodolphe Péters che negli ultimi anni ha innalzato moltissimo la qualità e ahimè, di conseguenza, anche i prezzi…

Champagne Les Chétillons 2013 – Pierre Péters

Les Chétillons è una cuvée prodotta solo nelle migliori annate, assemblaggio di tre vecchi vigneti del terroir “Chétillons” a Mesnil.
Abbiamo bevuto l’ultima uscita annata 2013 in magnum, formato che regala sempre una marcia in più a tutti i vini, il naso si presenta inizialmente su note calcaree e gessose nettissime, dopo un po’ di tempo nel bicchiere vira sul frutto della passione, carpaccio d’ananas e scorza di limone, la bocca è ancora acidissima, da assestarsi, l’abbiamo aperta troppo presto, ma lo sapevamo, se ne riparla tra 5 anni almeno abbiate la pazienza di tenerla in cantina, non è facile ma in questo caso è obbligatorio.

Onestamente ora di non facile abbinamento in tavola.

Gregorio Mulazzani
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Champagne Blanc de Blancs Brut Nature – Benoît Lahaye

Benoît Lahaye è ormai da qualche anno una sicurezza e non più un astro nascente della Champagne, opera precisamente a Bouzy, cuore del pinot noir.

Produce diverse cuvée a base appunto di pinot nero, ma da qualche anno ha in portafoglio anche un ottimo Blanc de Blancs ottenuto dalla parcella Les Monts Ferrés a Voipreux non lontano da Mesnil Sur Oger, quindi in piena Côte de Blancs.

Non aspettatevi un Blanc de Blancs delicato da aperitivo, tutt’altro, assemblaggio annate 2015 e 2014, senza solfiti aggiunti, pas dosé, roba per palati esperti, naso di mineralità scura, grafite, zenzero, tamarindo, orzo, panforte, bocca quasi tannica, aspra, nervosa, da assestarsi, una bevuta che può forse lasciare disorientati al momento ma dategli ancora un paio d’anni di cantina.

Abbinamento d’elezione con acciughe del Cantabrico e burro di Normandia.

Gregorio Mulazzani
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Greco di Tufo “Miniere” 2016 – Cantine dell’Angelo

Tufo, comune in provincia di Avellino il cui toponimo deriva proprio dalla presenza della roccia vulcanica abbondantemente presente nel sottosuolo, prosperò per circa un secolo grazie alle miniere di zolfo scoperte nel 1866. Nella seconda metà del Novecento la crisi del settore portò alla definitiva chiusura delle cave.

Nella metà degli anni ’90 Angelo Muto, i cui nonni avevano lavorato proprio in quelle cave, decide di rilevare pochi ettari proprio sopra le antiche miniere. Una storia che ricorda curiosamente quella di Enrico Esu a Carbonia, storia di cui abbiamo parlato in altro post. E’ così che nasce Cantine dell’Angelo, piccola azienda vitivinicola con vigne a Tufo e dedicata esclusivamente alla produzione di Greco di Tufo.

Il vino di cui ti parliamo oggi, figlio dell’annata 2016, ci ha completamente stregato, una spremuta di terroir nel calice che fa rientrare questo vino nel novero dei grandi bianchi italiani.

Greco di Tufo “Miniere” 2016 – Cantine dell’Angelo

Lo splendido giallo oro antico nel calice introduce un olfatto di grande impatto. La mineralità è infatti nettissima, lo zolfo è inequivocabile, ma non occupa di certo tutto il proscenio: la pesca e la nespola non recitano un ruolo di secondo piano, anzi in qualche modo addolciscono la scenografia, con la macchia mediterranea ad apportare eleganza, il fieno ed i fiori gialli un tocco di raffinatezza.

La bocca è saporita, equilibrata nello sviluppo, con sapidità molto pronunciata ma perfettamente in filigrana nel corpo del vino. Il risultato è quello di un sorso molto “facile”, con l’acidità che in chiusura sferza il cavo orale su ritorni di scorza d’agrumi ed un leggero grip tannico.

Vino dalla persistenza infinita ma lieve, senza inutile sfoggio di muscoli che potrebbe sorprendentemente dialogare alla perfezione con ricette di carne bianca come, ad esempio, un coniglio alla cacciatora.

Diego Mutarelli
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168 buoni motivi per bere Krug!

Krug non ha certo bisogno di molti preamboli, è la maison mito per tutti gli amanti della Champagne, bottiglie che raramente, o forse mai, deludono ed icona del lusso non fine a se stesso (oggi fa parte del Gruppo LVMH).

La Grande Cuvée edizione 168 (numero progressivo che origina dalla prima edizione della Cuvée nel lontano 1843) è una delle ultime uscite in casa Krug, base maggioritaria annata 2012 (ottima) con saldo di ben 198 vini base diversi spalmati su 11 annate di cui la più giovane appunto la 2012 e la più “vecchia” la splendida 1996, a maggioranza pinot noir, sette anni di permanenza sui lieviti prima del dégorgement.

A nostro avviso una delle più riuscite Grande Cuvée degli ultimi decenni, con ancora tanta vita davanti. Alla vista si presenta di uno splendido colore giallo brillante, sfacciatamente giovane, naso scalpitante in stile “krugghiano”, ancora da svolgersi, con sentori di nocciola, zenzero, agrumi, marzapane, bocca strepitosa per spina acida, sostanza e profondità minerale, una vera goduria che negli anni potrà solo migliorare.

Ma noi non resistiamo e la beviamo ora abbinata ad un grande parmigiano 48 mesi di montagna e a seguire un risotto alla milanese della tradizione (con midollo e zafferano iraniano, in pistilli, va da sé).
Se potete compratene a casse, vale davvero ogni euro speso.

Gregorio Mulazzani
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Champagne Caudalies – De Sousa

De Sousa è uno dei produttori più seri e affidabili della Champagne, ci troviamo ad Avize, una delle capitali della Côte des Blancs.

La sua Cuvée de Caudalies s.a. (esiste anche una versione millesimata dal prezzo importante) è 100% chardonnay di Avize (quindi Grand Cru) di cui il 50% “réserve perpétuelle” (una sorta di solera, oggi molto in voga in Champagne ma in casa De Sousa non è certo una concessione alle mode), vinificata in legno, sboccatura Ottobre 2020, naso e bocca molto importanti e “polpose”, come nello stile di De Sousa, l’argilla di Avize è di impressionante evidenza all’olfatto, direi paradigmatico nel leggere il terroir.

Bocca anch’essa larga, spumosa, ricca, uno Champagne godurioso da tutto pasto da abbinare, senza affatto sminuirlo, con tortellini o ravioli burro e salvia o un bel culatello stagionato.

Altro colpo riuscito del bravo Erick De Sousa!

Gregorio Mulazzani
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Champagne Vieille Vigne du Levant 2008 – Larmandier-Bernier

Larmandier Bernier non ha certo bisogno di presentazioni: faro della Côte des Blancs è uno dei produttori da anni più in ascesa della zona pur avendo mantenuto un profilo prezzi ancora ragionevole; inoltre, al momento, propone una gamma di cuvées non troppo estesa. Non posso che approvare questa scelta in controtendenza rispetto a quella che in Champagne sembra essere una vera e propria mania: la corsa cioè a chi produce più selezioni micro-parcellari, lieux dits o cru…corsa che sembra più dettata da logiche di marketing che da sostanza.

Questo BdB Vieille Vigne du Levant 2008, biodinamico, dosaggio 2 grammi litro, viene da vecchie vigne di Cramant tra 56 e 80 anni di età, zona nord della Côte des Blancs, naso già abbastanza pronto con note eleganti di tè verde, anice, zenzero e agrumi amari. Ma è la bocca a impressionare per potenza e profondità minerale, quasi tannica, con un palato di importante polpa e acidità, da lasciare in cantina o godere anche ora.

L’abbinamento di uno Champagne di questo tipo non è scontato, non è certo una bollicina da aperitivo o pesce, non abbiate paura di affiancarlo ad un fagiano o un’anatra!

Gregorio Mulazzani
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Fixin: denominazione di frontiera o perla rara della Borgogna?

Capita spesso di sottovalutare le zone vitivinicole considerate di frontiera, ovvero quelle aree cuscinetto situate tra due denominazioni dal carattere ben delineato e universalmente riconosciuto. Implicitamente siamo portati a pensare che i loro vini non dispongano di una vera e propria personalità, come se non siano né carne né pesce.

Nel viaggio nel bicchiere che ho intrapreso dei vini di Borgogna, ogni volta che approccio una nuova zona lo faccio con meraviglia e entusiasmo, e quando è arrivato il momento di approfondire Fixin ero come sempre impaziente e curiosa, ma le aspettative non erano così alte rispetto alla sorpresa strabiliante avvenuta al momento dell’assaggio.

Luogo dedicato soprattutto ai vini rossi, Fixin si colloca sia dal punto di vista geografico che caratteriale tra la fruttuosità golosa di Marsannay e la solennità leggendaria di Gevrey Chambertin. È qua che incontriamo i primi Premier Cru propriamente detti dell’area settentrionale della Côte d’Or: i suoi filari sono allevati in cima alla collina, sotto il bosco, dove il terreno è più magro e roccioso. Scendendo verso valle, invece, un grosso strato di argilla si ispessisce, rendendo la terra poco drenante e conseguentemente apportando risultati molto diversi in bottiglia, che sarà denominata sotto la tipologia Village.

Lo studio è importante, certo, ma l’assaggio è decisamente la parte più divertente della scoperta di un territorio quando non si può viaggiare, così un pomeriggio di primavera arriva finalmente il momento di degustare due bottiglie di Fixin alla cieca. Il confronto bendato di due vini della stessa zona dà sempre risultati sensazionali, perché si permette al vino di esprimersi nella maniera più sincera, dando la possibilità al degustatore prima di capirlo, e poi di conoscerlo.

So che si tratta di due Premier Cru e di fronte ai due calici noto subito delle caratteristiche totalmente diverse tra loro. Il primo si presenta in una veste color rosso rubino lieve, quasi trasparente. Il naso è incentrato in profumi floreali e carnosi, come la rosa, seguiti da un sentore di arancia rossa, grafite e rosmarino. Il sorso è pieno, più minerale che acido, per terminare in un finale pieno e lungo.

i due vini in assaggio

Il secondo vino, invece, lo trovo più meditativo, più pensoso. L’incenso è il sentore che primeggia su tutti, assieme a spezie orientali e più leggeri sentori floreali di viola. In bocca il vino si avviluppa in maniera profonda, penetrante, lunga, ed è sostenuto da un tannino dalla trama fitta e regale.

Devo ammettere che tentare di indovinare le bottiglie non dovrebbe essere molto difficile, non solo per la loro franchezza, ma soprattutto perché a Fixin i Premier Cru sono solo sei, di cui uno è “fantasma”, per così direi, essendo curiosamente edificato per intero (Les Meix Bas).

Scopriamo le bottiglie, e con grande sorpresa noto che il produttore è lo stesso: il Domaine Pierre Gelin, ed entrambi i vini sono dello stesso, equilibrato millesimo che è il 2014 in Borgogna.

Il primo vino è Les Hervelets, il cui nome è simile al suo vicino Les Arvelets, che significa “arva”, ovvero campo coltivato. È il secondo Premier Cru dell’area settentrionale della Côte d’Or, una zona fresca e dai terreni antichissimi, alle volte con venature ferruginose, e si dice che con l’invecchiamento assuma delle caratteristiche che lo assomigliano al famigerato Clos St. Jacques.

Il secondo è il Clos Napoleon, vino dall’eccezionale potenziale evolutivo e dal nome leggendario, riecheggiante in tutto il comune di Fixin, seppure non sia dovuto a Napoleone Bonaparte in persona, che non mise mai piede in queste terre. A volerlo chiamare così fu di Claude Noisot, suo luogotenente, marito della proprietaria del Clos e che lo nominò in onore del famoso condottiero. Il vigneto affonda le radici in un terreno ricco di sassi calcarei e argille brune, e che purtroppo per l’avvento della fillossera venne raso al suolo per rimanere incolto per oltre settant’anni, fino al 1955, quando lo acquisì la famiglia Gelin, che lo ripiantò e che ancora oggi lo custodisce in monopole. Difficile esprimere a parole quanto io sia rimasta incantata dai vini di Fixin, un luogo da prendere in considerazione anche per il loro incredibile rapporto qualità/prezzo. Peccato sia così difficile reperire queste bottiglie, ma si sa, il fascino inarrivabile dei vini di Borgogna è dovuto anche all’unicità dei momenti in cui queste perle rare appaiono davanti ai nostri occhi in tutto il loro splendore.

Elena Zanasi
Instagram: @ele_zanasi

Arbois Trousseau Le Clousot 2018 – Michel Gahier

Arbois è un villaggio di poco più di 3.000 abitanti ed è però è molto evocativo per ogni appassionato di vino: Arbois infatti è una delle più antiche AOC di Francia e patria dei vini della regione francese più à la page in questo momento storico, ovvero il Jura.

Arbois Trousseau Le Clousot 2018 - Michel Gahier
Arbois Trousseau Le Clousot 2018 – Michel Gahier

Abbiamo assaggiato il vino di un produttore artigiano che segue con cura certosina i suoi circa 6 ettari di vigna nel villaggio di Montigny-les-Arsures, terra d’elezione del vitigno a bacca nera trousseau.

Arbois Trousseau Le Clousot 2018 – Michel Gahier

Il vino ci accoglie con una bellissima veste color rubino chiaro leggermente velato.

Appena versato l’olfatto risulta chiuso, ma è solo un attimo: la riduzione sparisce nel giro di pochi minuti e lascia spazio a note molto intriganti che si rincorrono disegnando un quadro olfattivo cangiante e dinamico: fragole, pot pourri, muschio, chinotto…

Il vino al sorso risulta molto succoso, la freschezza è infatti molto accentuata, il frutto si fa asprigno (melograno), lo sviluppo è teso e verticale ma per nulla severo, la progressione è graduale e saporita, senza rigidità o strappi. Il finale è salato e di grande persistenza su ritorni di erbe amare e arancia.

Plus: produttore che segue i principi della biodinamica e che riesce a produrre un vino senza solfiti aggiunti che tiene insieme nitore ed espressività, dettagli aromatici e personalità incisiva.

Diego Mutarelli
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