Grandi Langhe 2025: un resoconto dei nostri assaggi

Abbiamo avuto l’opportunità di partecipare a Grandi Langhe 2025, l’evento di presentazione delle nuove annate organizzato dal Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani con il Consorzio di Tutela Roero e in collaborazione con Piemonte Land of Wine. Da quest’anno vi era dunque l’opportunità di degustare i vini di tutto il Piemonte, anche grazie alla predisposizione di un’efficiente area stampa dove giornalisti e comunicatori provenienti da tutta Europa potevano degustare più di 700 etichette.

Grandi Langhe 2025, location OGR

Vi è stata la possibilità di degustare parte dei vini con una certa tranquillità, prima di farci prendere dalla frenesia degli assaggi ai banchetti. Di seguito condividiamo sia gli assaggi un po’ più strutturati dell’area stampa sia qualche suggestione che abbiamo avuto nello spazio espositivo alla presenza dei produttori.

Barolo Monvigliero

5 sfumature di Monvigliero
5 sfumature di Monvigliero

Abbiamo iniziato assaggiando 5 diversi Barolo provenienti dalla menzione geografica Monvigliero.

Barolo Monvigliero 2021 – Fratelli Alessandria

Aromaticamente il più dolce del lotto, un frutto rosso che tende quasi alla fragola di bosco, lampone schiacciato, floreale, grafite, sorso piuttosto agile, ficcante, ottima freschezza, tannini ben fitti e fini, chiusura appena calda. Lungo su ritorni di frutto rosso sotto spirito e liquirizia.

Barolo Monvigliero Riserva 2019 – Castello di Verduno

Anche qui il naso è piuttosto dolce persino con qualche nota di caramella mou, non il Barolo (né il Monvigliero) che ti aspetti, rose appassiti, balsamicità, sorso saporito, tannino disteso, alcol sotto controllo, chiude amaro con legno un po’ troppo in evidenza.

Barolo Monvigliero 2021 – Diego Morra

Olfatto di fiori appassiti, terra e radici, fruttini rossi, ferro. Sorso molto equilibrato, succoso, saporito, dolce di frutta matura. Chiusura lunga ed elegante, sapidissima eppur lieve. Gran bel vino.

Barolo Monvigliero 2019 – I Brè

Fiori macerati, sangue,  asfalto, sorso scorrevole e gustoso, tannini affusolati che in chiusura danno però il giusto grip, lungo su ritorni di frutta matura.

Barolo Monvigliero 2021 – Ramello Gianni e Matteo

Naso dolce di frutta matura (fragole ma anche pesca), un tocco di volatile, bocca di volume, piuttosto rapido nello sviluppo e caldo in chiusura. Un vino non del tutto riuscito o, più ottimisticamente, che sta passando una fase infelice.

Monvigliero

Barbaresco

6 Barbaresco in assaggio

Siamo passati quindi a testare sei Barbaresco, curiosi di verificarne la maggior apertura ed espressività rispetto ai Barolo che al momento sembrano in fase giovanile di assestamento.

Barbaresco Asili 2021 – Carlo Giacosa

Naso goloso di fragoline, melograno, fiori freschi, sorso di buon volume, caldo, sapido e lungo. Un bel Barbaresco con un pizzico di alcol in chiusura che non lo fa essere eccezionale, ma vino molto buono.

Barbaresco Asili 2021 – Cascina Luisin

Naso di fragole e violette, una nota ferrosa, sorso pieno, sviluppo guidato dalla freschezza, tannino fitto ed elegante, molto bello in chiusura su ritorni di sale e frutta rossa. Un Barbaresco eccellente.

Barbaresco Serraboella 2021 – F.lli Cigliuti

Anguria, fiori rossi, goudron, bocca molto gustosa di frutta matura, sorso un po’ rigido forse, il tannino è particolarmente graffiante, ma saporito e non amaro. Un Barbaresco vecchio stampo che siamo certi potrà dare il meglio tra almeno un lustro. Da attendere con fiducia.

Barbaresco Bricco di Neive Vie Erte 2021 – F.lli Cigliuti

Fin dalla prima “snasata” siamo di fronte ad un vino fuoriclasse, l’olfatto è delicato, mutevole, stratificato di fruttini rossi, rose appassite, un tocco terroso, spezie in formazione. Bocca saporitissima, fitta eppur scorrevole, l’armonia delle sue componenti di frutta, acidità e tannino lo rendono setoso e lungo. Elegantissimo. Un grande vino. 

Barbaresco Gallina 2021 – Ugo Lequio

Naso di fragole ed una certa balsamicità, sorso di ottima dolcezza e allungo, elegante e sapido. Un Barbaresco riuscito se vogliamo piuttosto minimalista ma non è certo un difetto. Piacerà particolarmente a chi ama dettaglio aromatico e cesellatura del sorso. Molto interessante.

Barbaresco Rio Sordo 2021 – Musso

Naso che non parte pulitissimo (straccio bagnato), frutta scura, corteccia, asfalto, sorso molto più rassicurante, sapido e di ottima dinamica. Altro vino da attendere con fiducia, deve sistemarsi ma il tempo lo aiuterà. La chiusura sapida e lunga fa ben sperare.

I sei Barbaresco in assaggio

Altre bottiglie degne di nota

altri assaggi Grandi Langhe

Barolo Vigna Rionda 2021 – ArnaldoRivera

Sembra quasi un ossimoro, ma questo è un Barolo rarefatto, senza ostentare potenza si presenta con note soffuse di fragoline di bosco, arancia, asfalto, rose appassite…elegantissimo anche al sorso, dal tannino gentile e dalla sapidità quasi marina. Vino eccellente.

Barolo Bussia Riserva 2019 – Livia Fontana

Note minerali in apertura che ricordano il calcare, seguite poi dal varietale elegante che ti aspetti dal nebbiolo, ovvero fiori appassiti, fruttino rosso, un cenno di tartufo. Sorso delicato eppur persistente, saporito e lungo, su ritorni di frutta rossa e sale.

Dogliani 2017 – San Fereolo

Frutta rossa, grafite, viole, frutta secca, sorso dal tannino fitto, saporito, sapido, vino che si distende con un’ottima progressione e persistenza. Ritorni di fiori e frutta rossa.

Monferace 2019 – Alemat

Potpourri, frutta secca (noci), corteccia, scorza d’arancia, bocca sapida e dal tannino croccante, l’acidità allunga il sorso che è comunque scorrevole. Ottima persistenza per un grignolino (Monferace) che prova a nebbioleggiare.

Grignolino del Monferrato Casalese “Altromondo” 2023 – Hic et Nunc

Fragoline e ribes, erbe di montagna, pepe, sorso agile e gustoso, vino divertente ma ben fatto e con una chiusura minerale molto intrigante.

Conversazioni stimolanti con i produttori e vini di ottimo livello nel prosieguo della giornata, ci limitiamo qui a qualche flash dei vini che ci sono rimasti più in mente.

Partiamo dal Barolo Massara 2019 del Castello di Verduno, austero e di impostazione molto classica, passando dal sempre elegantissimo Moscato d’Asti Vecchia Vigna di Ca’ d’ Gal che anche nel millesimo 2018 non delude.

Il Barbaresco Albesani Riserva Santo Stefano 2020 del Castello di Neive è goloso e stratificato al tempo stesso; ottima la linea dell’azienda (troppo poco conosciuta a nostro modo di vedere) San Biagio (andate a caccia del Barolo Bricco San Biagio 2019!).

Che dire invece di Palladino? Ci ha colpito particolarmente il Barolo Ornato 2021. Bella scoperta anche l’azienda, invero storica, Lodali che si è impressa nella nostra memoria grazie al Barolo Bricco Ambrogio Lorens 2021 di grande complessità e articolazione. Last but not least il Barolo Rocche Rivera “Scarrone” 2021 dei Figli Luigi Oddero, dal tannino fitto e gustoso.

Diego Mutarelli
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Faccia a Faccia: Barolo 2016

Barolo Ravera e Barolo Cannubi 2016

Riprendiamo la rubrica “Faccia a Faccia” con il “Re dei vini, il vino dei Re”, ovvero con il Barolo. E, nello specifico, con due Barolo 2016, annata decisamente riuscita che ha dato vita a vini equilibrati, espressivi e longevi.

Abbiamo assaggiato fianco a fianco, o meglio, faccia a faccia, due vini di due produttori e di due MGA (Menzioni Geografiche Aggiuntive) diverse.

Barolo Ravera e Barolo Cannubi 2016

Barolo Ravera 2016 – Abrigo Giovanni

L’azienda agricola Abrigo Giovanni si trova a Diano d’Alba e il Barolo che abbiamo degustato proviene dalla MGA Ravera, una importante menzione del comune di Novello. Ravera è considerata una zona più tardiva e fresca rispetto ad altri territori da Barolo e la crescita qualitativa del cru, sia per questioni climatiche sia per il lavoro attento dei produttori, è stata una costante degli anni recenti. Il vigneto da cui è ottenuto il vino si trova a 400 metri sul livello del mare e l’affinamento avviene in botti di rovere da 10 ettolitri e, in piccola parte, in tonneaux.

Il vino si presenta di un bel rosso rubino con riflessi granato, l’olfatto spazia tra le spezie e i fiori appassiti (potpourri), ma anche lamponi schiacciati, corteccia e una interessante nota balsamica.

Il sorso è succoso, di ottima energia e freschezza. lo sviluppo è sostenuto da un’efficace dinamica acido/tannica con il tannino che si mostra appena ruvido in chiusura, che però è lunga e su ritorni di radice di liquirizia.

Vino dinamico e fresco, energico e con il legno che, pur ben gestito, si fa vivo sul finale con un tannino tenace ma senza alcuna nota amara. Un Barolo molto buono che potrà evolvere positivamente ancora qualche lustro.

Barolo 2016

Barolo Cannubi 2016 – Brezza

L’azienda agricola Brezza si trova a Barolo ed è un pezzo di storia della denominazione. A conduzione biologica e con ben 20 ettari vitati, possiede alcune vigne in MGA importanti quali Sarmassa, Castellero e Cannubi. l’MGA Cannubi, il vino che abbiamo assaggiato, si può considerare come la più antica menzione geografica apparsa in etichetta in Italia (fin dal 1752!).

Il vino appare di un rosso rubino chiaro integro e luminoso senza alcun cedimento. Naso di grande eleganza che si dipana tra fiori appassiti (rose e viole) e note fruttate (melograno). A bicchiere fermo sopraggiunge una intrigante nota ematica e di scorza d’arancia.

L’ingresso in bocca è ficcante, pieno, saporito ma equilibrato in tutte le componenti senza alcuna sbavatura con un tenore alcolico gestito magistralmente. Chiude lungo su ritorni di frutta rossa e sale.

Un Barolo paradigmatico, potente ed elegante allo stesso tempo, pugno di ferro in guanto di velluto.

Riflessioni conclusive

Come detto in altre circostanze lo scopo della rubrica è quello di mettere in connessione e dialogo due vini in qualche modo confrontabili. L’idea di fondo non è quella di paragonare i due vini, quanto di trovarne nuove chiavi di lettura per comprenderli meglio. É quello che succede anche nelle relazioni personali: entrando in empatia con chi si ha di fronte, si finisce per conoscere meglio non solo l’altro ma anche sé stessi.

Ebbene, ci siamo trovati di fronte a due Barolo di ottima fattura che rispecchiano il territorio di provenienza. Brezza ha mostrato un’eleganza fuori dal comune, un’integrità sbalorditiva e una “classicità” che ce lo fa preferire al vino di Abrigo che però è un Barolo molto buono e un’azienda da seguire con attenzione anche per il favorevolissimo rapporto qualità – prezzo.

Diego Mutarelli
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Laura Lardy: il nuovo che avanza in Beaujolais

La storia di Laura Lardy è simile a quella vista in tante altre aree del vino, non solo francese. Figlia di una famiglia di produttori di vino (Lucien Lardy), cresce tra le vigne e, pur avendo provato a dedicarsi ad altre attività, cede al richiamo della terra e torna in azienda per mettersi in gioco e produrre i propri vini. Lo fa affrancandosi dall’attività di famiglia – di stampo piuttosto convenzionale – per dar vita ai vini che rispecchino la visione contemporanea dei giovani vignerons, ovvero rispetto massimo del terroir, intervento in vigna ed in cantina ridotto al minimo, fermentazioni spontanee, utilizzo di contenitori di affinamento non invasivi, aggiunta della solforosa necessaria solo in fase di imbottigliamento.

Le vigne che Laura affitta dalla famiglia, gamay e chardonnay, hanno un’età media di 40 anni e coprono complessivamente 5,5 ettari a Morgon, Fleurie, Chénas e Moulin á Vent. La prima annata prodotta è la 2017.

Il vino che abbiamo bevuto è il Morgon Côte du Py 2021, ottenuto da una vigna di 0,8 ettari nella Côte du Py, uno dei cru più celebri del Beaujolais. Come da tradizione il vino è realizzato con fermentazione semi carbonica a grappolo intero in cemento, prima dell’imbottigliamento sosta 6 mesi in fusti di rovere esausti.

Colore rubino compatto e un primo naso molto pulito ed immediato. Dapprima sul frutto (fragola e lampone), poi sopraggiunge la viola e quindi una nota di mineralità scura che conferisce una certa complessità. Il sorso è dinamico, scorrevole ma non rapido, il tannino è aggraziato e l’acidità dà slancio e profondità. Chiude sapido.

Plus: vino ben fatto ed espressivo, di grande bevibilità e riconoscibilità. Rispetto ad altri Morgon assaggiati (vedi ad esempio questo post) l’interpretazione di Laura Lardy (almeno in questa annata) è più sul frutto che sulle componenti scure e speziate che conferiscono ai Morgon un’austerità spesso rocciosa e contratta.

Un vino che vale la pena di provare insomma e che condividiamo volentieri!

Diego Mutarelli
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Il vino atlantico Migan 2022, eleganza e territorialità del progetto Envinate

Envinate è un originale progetto enologico che ha preso vita nel 2005 per opera di quattro amici – Roberto Santana, Alfonso Torrente, Laura Ramos, and José Martínez – compagni di università (enologia, of course) che decidono di fornire supporto, aiuto e consulenza ai territori più originali e particolari della Spagna. Il progetto Envinate inizia così a supportare agricoltori locali delle Isole Canarie, della Ribeira Sacra e della Castiglia-La Mancia.

Pochi ma chiarissimi i punti fermi del progetto:

  • agricoltura seguita in prima persona dai proprietari locali di vecchie parcelle
  • vitigni autoctoni
  • approccio rispettoso dell’ambiente in vigna
  • fermentazioni spontanee
  • utilizzo della solforosa solo in imbottigliamento e quando necessario
  • affinamento in contenitori che rispettino la purezza del frutto (legno sì ma mai nuovo)

La curiosità di assaggiare un vino di Envinate è stata finalmente colmata grazie ad Migan 2022, un vino dell’isola di Tenerife ottenuto da due parcelle di listán negro allevate con il tradizionale metodo del cordón trenzado (viti intrecciate). La maggior parte delle uve è pressata a grappolo intero. La massa fermenta in grandi tini di cemento, poi in botti di rovere francesi dove svolge la fermentazione malolattica per poi affinare 11 mesi in botti grandi.

Il vino già dal colore rapisce: un luminoso rubino chiarissimo, appena velato (il vino non è filtrato). Il primo naso è piuttosto chiuso su note appena animali e di cerino spento, ma dopo pochi secondi di contatto con l’ossigeno ecco che irrompe sulla scena il fruttino rosso acidulo (ribes), i fiori appassiti, il pepe nero, la scorza d’arancia. Insomma, dinamica, stratificazione ed eleganza non mancano.

Il sorso è fresco, scorrevole ma ficcante, l’acidità è ben presente ma senza alcuna sbavatura, perfettamente integrata nella materia del vino. Il tannino è percepibile solo in chiusura che è lunga su ritorni di frutta rossa e spezie.

Plus: vino che potremmo definire dissetante anche grazie alla sua bassa alcolicità (12%) che coniuga sorprendentemente la grande beva con la complessità del dettaglio aromatico.

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Ludovic Archer, nuovo grande interprete dei vini della Savoia

Ludovic Archer dettaglio etichetta

Parliamo dei vini della Savoia con una certa frequenza su queste pagine. E tra questi un posto in primo piano lo meritano i vini a base di altesse, vitigno a bacca bianca che trova la sua massima espressione nella denominazione Roussette de Savoie.

Il vino che abbiamo degustato oggi è quello di una realtà biologica piuttosto giovane (il primo millesimo prodotto è stato il 2019). Si tratta del Domaine Ludovic Archer, azienda sita ad Arbin di 4 ettari vitati in rosso a mondeuse, persan, douce-noire, gamay, pinot noir, ed in bianco a chardonnay, altesse, jacquère e roussanne.

Il vino che abbiamo assaggiato è la Roussette de Savoie “Poulettes” 2021.

Il vino si presenta in una bella veste di giallo paglierino con riflessi verde-oro. L’olfatto è delicato, articolato ed elegante, richiama l’albicocca acerba, i fiori di campo, note vegetali di fieno e cerfoglio, scorza di limone e spezie (vaniglia).

Sorso di buon volume, il basso tenore alcolico (12,5%) agevola la beva, anche perché l’acidità supporta benissimo una certa morbidezza e fornisce sufficiente energia al vino per una progressione che non perde slancio e sapore. Chiude su ritorni di agrumi e vaniglia.

Plus: l’annata 2021 è stata tutt’altro che solare, caratterizzata da gelo e abbondanti piogge, anche per questo motivo è stata necessaria una selezione delle uve particolarmente severa che ha portato a produrre solo 640 bottiglie di questa referenza. Il vino è un’ottima interpretazione di Roussette de Savoie che riesce a far convivere in equilibrio verve acido/salina con una materia ricca non esente da note boisé (metà della massa affina in legno, precisamente in demi-muids). Il risultato è un vino di impostazione naturale perfettamente a fuoco, preciso, espressivo e adatto anche a piatti elaborati a base di carni bianche.

Diego Mutarelli
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Poker servito a cena: 4 vini in gran forma

Barolo Santo Stefano di Perno 2006

Oggi ti racconto di 4 vini bevuti a cena in compagnia di qualche amico degustatore. Serata tranquilla, chiacchiere coinvolgenti, i bei piatti e l’ambiente accogliente dell’Osteria Lagrandissima di Milano, ecco gli ingredienti che hanno accompagnato un riuscito poker di vini.

Champagne Réserve Thierry Fournier extra-brut

Thierry Fournier si trova nella Vallée de la Marne e dal 1930 valorizza al meglio la varietà principe del luogo, il pinot meunier. Il vino che abbiamo bevuto è un assemblaggio di meunier (80%), chardonnay (10%) e pinot noir (10%). Champagne estremamente godibile, senza alcuna sbavatura, si presenta con un bel colore giallo dorato ed una bollicina sottile e continua. L’olfatto è un bel mix di agrumi, frutta gialla e note minerali (calcare). Uno Champagne molto classico, dal rimarchevole equilibrio, scorrevole e semplice, ma senza rinunciare a intensità e stratificazione. Molto convincente, anche nel prezzo (30-40 €).

Furmint 2022 – Péter Nagyvàradi

Péter Nagyvàradi è un giovane vignaiolo ungherese che dopo varie esperienze in altre aziende in Ungheria, Cile e Nuova Zelanda fonda nel 2021 la propria micro azienda al nord del Lago Balaton. Un vero e proprio garagista, visto che al momento possiede solo 2 ettari di vigna. L’impostazione è naturale e il furmint che abbiamo nel calice è un vino di grande personalità. Naso molto intrigante: caffè verde, sedano, pompelmo, note cerealicole, fiori di campo. Il sorso è leggero, dal corpo esile (11%), ma molto dinamico, energico e vitale. Vino originale e dalla fattura impeccabile.

Côtes du Jura Pinot Noir Cuvée Julien 2020 – Jean-François Ganevat

Il Domaine Ganevat è ormai una realtà biodinamica conosciutissima, una delle star del Jura. Naso eccezionale e mutevole: parte sul frutto (fragola nettissima, poi melograno), quindi una rinfrescante nota di foglie di menta, un tocco affumicato e intriganti note speziate. Sorso delicato e dall’alcol contenuto (12%), alla concentrazione preferisce la dinamica e la profondità, grazie ad una freschezza pronunciata che accompagna lo sviluppo del vino fino ad un finale sapido e lungo, su ritorni di spezie e frutta rossa.

Barolo Santo Stefano di Perno 2006 – Giuseppe Mascarello

La storia di Mascarello Giuseppe e Figlio risale al 1881 ed è senz’altro una tra le aziende più rappresentative delle Langhe. Santo Stefano di Perno è un vigneto, sito in Monforte d’Alba, vinificato dall’azienda dal 1989. Appena versato, dopo ben 18 anni di bottiglia, ha bisogno di distendersi ma già il colore lascia stupefatti: un rosso rubino dai riflessi granato luminoso e senza alcun cedimento. L’olfatto si dipana lentamente, prima è compresso su note di catrame e rose appassite, poi si rasserena, arriva il lampone, l’anguria, una nota balsamica (eucalipto) e, da ultimo, un sentore quasi salmastro. Bocca potente e ampia ma senza alcun eccesso alcolico, il vino ha un’ottima progressione, risulta stratificato e il tannino è mirabile per grana, estrazione ed eleganza. Chiude lungo e saporito, su ritorni di spezie, frutta rossa e sale.

Diego Mutarelli
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Melideo Rocco, c’è del nuovo in Abruzzo!

Non nascondo di essere sempre alla ricerca di nuove realtà che si avvicinano al mondo del vino. È un fatto oggettivo che, di fianco ai grandi nomi dell’areale Chietino in Abruzzo, si stanno muovendo nuove leve che intendono proporre vini tipici e territoriali che esprimono e sintetizzano le qualità di un territorio. Per questo motivo ho deciso di raccontarvi oggi di una nuovissima realtà che sta muovendo i primi passi e che spero possa consolidarsi e mantenere le ottime premesse che ho potuto constatare nel corso di una mia recente visita.

Siamo in Casalincontrada, in provincia di Chieti. Casalincontrada è conosciuto anche come il paese delle abitazioni in terra cruda, realizzate con impasto di terra e paglia e testimoni di una memoria contadina, oggi rappresentano un patrimonio architettonico mondiale da preservare.
Il caratteristico borgo incastonato ai piedi della Maiella è il punto di partenza per la nuova avventura di Melideo Rocco. L’azienda agricola è di famiglia e conta diversi anni di attività alle spalle con il fondatore che fu il nonno materno Di Filippo Fioravante, a quel tempo l’azienda conferiva l’uva alla cantina sociale. I terreni di proprietà sono situati a Poggiofiorito (CH), a metà tra la Maiella e la Costa dei Trabocchi ad un’altitudine sui 300 metri s.l.m. con esposizione a N/E e S/E.
Oggi siamo agli inizi di un nuovo percorso, difatti si tratta del primo imbottigliamento con uve che sono state lavorate per conto del proprietario da una cantina vicina. L’imbottigliamento e l’etichettatura, quest’ultima effettuata manualmente, fino alla bottiglia finita è stata invece opera del Sig. Rocco che mi ha manifestato il desiderio di costruire una cantina dove convogliare tutte le fasi dell’attività produttiva.

In degustazione vi presento il Pakkabù Bianco, Rosato e Rosso. I vini sono ottenuti da uve provenienti dai vigneti di proprietà, di circa 20 anni, allevati a tendone o meglio, pergola abruzzese.

vini in assaggio Melideo Rocco

In apertura il Pakkabù Bianco 2023 prodotto con uve Pecorino in purezza che si presenta di un vivace colore giallo dorato con riflessi verdolini. Nel calice si muove con leggiadria e una discreta consistenza. Gli archetti sono regolari ma ampi e anticipano un vino di media struttura e corpo. Al primo naso, senza roteare il vino, cerchiamo di percepire la componente aromatica e arrivano immediatamente profumi molto intensi con delle piacevoli note di frutta bianca come la pesca, sentori agrumati che ricordano il pompelmo e una lieve sensazione di frutta esotica come la papaya. Un bouquet di qualità fine che apre il ventaglio olfattivo sulle note primarie della frutta e lo chiude sulle note di erbe aromatiche. In bocca si rivela secco e si fa apprezzare subito per la sua buona acidità che dona freschezza e prepara il palato al prossimo sorso.
Buona la mineralità che regala cenni salini sul finale che lasciano spazio ad un vino che ha un forte legame con il suo terroir. Al palato si apprezzano le note agrumate di pompelmo già avvertite al naso con un finale di buona persistenza e piacevolezza.
Si abbina perfettamente con antipasti di pesce crudo, primi piatti e arrosti di pesce.

Si prosegue con il Pakkabù Rosato 2023 prodotto da uve Montepulciano d’Abruzzo. Il calice si veste di un cristallino colore rosato cerasuolo brillante. Al naso il bouquet olfattivo è intenso, complesso e di qualità fine con eleganti profumi di frutta fresca rossa come la fragola, ciliegia, cenni di melograno e lampone ed eleganti note floreali di rosa e geranio. Sapore piacevole, fresco, con una buona acidità e di lunga persistenza aromatica. Ottimo con pesce alla griglia, zuppe di pesce, arrosti di carni bianche, trippa, pizza e formaggi semi stagionati.

In chiusura il Pakkabù Rosso 2023 da uve Montepulciano d’Abruzzo in purezza che si presenta di un colore rosso rubino intenso con profonde sfumature violacee. Al primo naso intensi e ampi profumi di frutta rossa matura come marasca e mirtilli, seguono lievi note speziate di liquirizia e cenni di tabacco dolce.
Al palato il sorso è pieno, morbido, vellutato con un tannino presente e una vena acida supportata da una parte salina. Di buon corpo si fa apprezzare per una buona persistenza e una grande bevibilità.

Seguirò con interesse e curiosità l’evoluzione di questa realtà che debutta con dei vini varietali, semplici e accessibili (anche nel prezzo, sotto i 10 €), la gamma dovrebbe ampliarsi entrando nel sistema delle denominazioni di origine e dedicandosi anche a riserve e selezioni di maggior ambizione.

Walter Gaetani

Le Trame 2017, il miracolo di Giovanna Morganti?

Su queste pagine abbiamo già parlato di Le Trame (vedi ad esempio questo post oppure quest’altro), il non Chianti Classico – da tempo esce come Toscana IGT per scelta del produttore – di Podere Le Boncie, l’azienda agricola di Giovanna Morganti a Castelnuovo Berardenga (SI).

L’annata 2017 è stata una delle meno favorevoli dell’ultimo decennio e quindi abbiamo stappato la bottiglia, dopo anni di riposo in cantina, senza particolari aspettative. E invece… una volta in più il vino ci sorprende ricordandoci che la materia è complessa e rifugge dalla generalizzazioni e dalle ricette valide per tutte le stagioni. Questo vino, pur in un’annata che in Toscana non ha regalato capolavori, è un vero e proprio miracolo. Vino di un’integrità, dolcezza ed eleganza che mai avremmo potuto prevedere.

Le Trame 2017 - Podere le Boncie
Le Trame 2017 – Podere le Boncie

Si presenta con un luminoso rubino appena più chiaro sull’unghia. Olfatto subito molto estroverso e mutevole: viola, ciliegia, macchia mediterranea, scorza d’arancia, terra smossa e note ematiche…a bicchiere fermo una nota verde e balsamica che ricorda il muschio.

Sorso di grande equilibrio, l’alcol (13,5%) risulta perfettamente integrato in una materia fruttata di suadente dolcezza, la freschezza non manca così come il tannino risolto a centro bocca e appena più fitto in chiusura, contribuendo però a sostenere un persistente allungo sapido, floreale e di frutta rossa.

Abbinato con successo alle costolette di agnello.

Diego Mutarelli
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Quanto può evolvere il Fiano di Avellino?

Il fiano è senza ombra di dubbio uno dei vitigni a bacca bianca di maggior potenziale del nostro Bel Paese. Se poi proviene dalla sua culla di elezione, l’Irpinia, e da un manico che lo sa valorizzare, il gioco è quasi fatto. Scriviamo quasi perché in realtà le cose sono meno lineari di così, il vino sa sorprenderci e ripudia banalizzazioni e ricette valide per tutte le stagioni.

In effetti c’è una caratteristica in più che dobbiamo considerare per poterci regalare un grande Fiano di Avellino. Questa caratteristica è la sua capacità di evolvere nel tempo e stratificarsi arricchendosi di aromi e sensazioni, che nei vini molto giovani non si riscontrano.

Fiano 2016 - Pietracupa

Scriviamo queste riflessioni dopo aver assaggiato lo splendido Fiano di Avellino 2016 di Pietracupa. Abbiamo atteso questo vino in cantina per più di un lustro, perché un precedente assaggio ci aveva fatto intuirne il potenziale di evoluzione. Nel luglio 2019 infatti, scrivevamo su Vinocondiviso (vedi il post!):

Fiano di Avellino 2016 – Pietracupa

Naso da attendere senza fretta, appena versato è compresso su note di frutta bianca, nocciola, leggera affumicatura. Il vino risulta giovanissimo anche in bocca, che però risulta molto promettente, sapida e con un leggero tannino. Chiude succoso.

Dunque un vino che ci era piaciuto, di cui avevamo intravisto il potenziale, ma che al momento della bevuta risultava ancora piuttosto algido e reticente. Ebbene, dopo oltre 5 anni abbiamo ribevuto lo stesso vino ed è stata una vera e propria Epifania, il vino si muove su un registro di maggior espressività con un’eleganza ed una portamento da fuoriclasse, un vino insomma che porteremmo senza indugio sulle tavole di mezza Europa senza soggezione alcuna con i grandi bianchi francesi o tedeschi. Peraltro parliamo di un vino che si trova comodamente intorno ai 20 €.

Il vino oggi si presenta con una bellissima veste dorata. L’olfatto è allo stesso tempo maestoso e raffinato: fiori di campo e nespola, erbe mediterranee che ricordano il timo e il rosmarino, scorza di limone, poi, a bicchiere fermo, nocciola, affumicatura e roccia…. Sorso ancora giovanissimo – il vino potrà evolvere positivamente ancora per qualche anno – è vibrante in quanto sferzato da un’acidità tagliente e che rimanda ad altre latitudini, il tenore alcolico contenuto (12,5%) assiste la beva, ma al vino non manca la concentrazione di sapore, in chiusura anzi la sapidità è considerevole. Chiude su ritorni di sale e agrumi, terso e lunghissimo.

Una grande vino bianco italiano che abbiamo abbinato a pranzo con uno spaghetto allo scoglio home made e a cena con un semplice pollo arrosto con patate.

Diego Mutarelli
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Naturale Festival: cinque produttori che forse non conosci!

Naturale Festival

Circa un anno fa avevamo partecipato a Naturale Festival, un bell’evento dedicato al vino naturale che anche quest’anno si è tenuto presso Mare Culturale Urbano di Milano. Se l’anno scorso nel nostro resoconto avevamo parlato di “prova di maturità” per il movimento mettendo in luce i tanti vini espressivi ed enologicamente corretti, quest’anno – consapevoli che questo mondo è, fortunatamente, in eterno rinnovamento – ci siamo focalizzati nel degustare le aziende a noi meno conosciute.

Di seguito condividiamo le nostre impressioni sulle aziende più interessanti che abbiamo “scoperto” e che non erano presenti o non avevamo già assaggiato lo scorso anno. Siamo sicuri che alcune di queste realtà potresti non conoscerle e speriamo di incuriosirti, secondo noi ne vale la pena!

Poggio Cagnano, ci troviamo in Maremma, qui una giovane coppia cura poco più di 4 ettari di vigna a 450 metri s.l.m., tra il mare e il Monte Amiata. Le uve beneficiano di escursioni termiche notevoli e i vini dell’azienda a base di vermentino, ansonica, sangiovese, alicante e ciliegiolo sono espressivi e gustosi. Ci ha colpito particolarmente l’Ansonica Tacabanda “you must believe in spring” 2022: due giorni di macerazione, affinamento in inox e cemento, il vino ha una bellissima eco marina, fresco e sapido, ma di grande carattere. Delizioso. Non da meno il Sangiovese Euphoria Vigna ai Sassi 2021, altro vino di personalità, macerato 12 giorni sugli acini (diraspati ma non pressati) e affinato in anfora, si dipana grazie ad una convincente dinamica tra sale e tannino “masticabile”.

Viticoltori Anonimi, un’altra giovane coppia alle prese con un lavoro ammirevole di recupero di vecchie vigne semi abbandonate. Siamo in Umbria, l’azienda ha meno di mezzo ettaro di vigna e la produzione è, conseguentemente, limitatissima … ma chissà che quest’avventura non possa assumere una dimensione leggermente più significativa, anche per permettere agli appassionati di assaggiare questi vini molto coraggiosi ed intriganti. Le referenze sono numerose, nonostante le poche bottiglie prodotte, qui ci limitiamo a parlare del Trespolo 2023, ottenuto da trebbiano spoletino vendemmiato nella prima settimana di ottobre. Diraspatura a mano per preservare l’acino intero, fermentazione spontanea, macerazione sulle bucce di 24 giorni e affinamento in damigiane di vetro sulle fecce fini con frequenti bâtonnage. Vino fresco e gustoso, minerale e slanciato.

Terrae Laboriae, ci troviamo in Sannio, per l’esattezza a San Lorenzo Maggiore (BN). L’azienda cura 8 ettari di vigna ed in vinificazione si caratterizza per l’utilizzo in affinamento delle anfore in stile georgiano (Qvevri). Ci è piaciuta molto la Falanghina Speri 2023, 1 mese di macerazione in anfora ma che resta leggiadra al sorso, senza estremizzazioni tanniche o vegetali, dal bel frutto disidratato, la giusta verve sapida e uno sviluppo lineare ed elegante. Curioso il vino rosso Teli 2022, dal vitigno locale camaiola.

Ludovico, azienda abruzzese sita in Valle Peligna, a Vittorito (AQ). Abbiamo assaggiato un convincente Montepulciano d’Abruzzo Suffonte 2021, affinato in acciaio risulta molto fruttato e saporito, ricco ma senza accessi muscolari, ma anzi di grande beva. Siamo curiosi di approfondire il resto della produzione (Cerasuolo e Trebbiano d’Abruzzo).

Cà Bianche, siamo in Valtellina, a Tirano (SO), solo 2 gli ettari di vigna a circa 650 metri s.l.m. che cura personalmente dal 2007 Davide Bana. Elegante e gustoso come solo la chiavennasca, ovvero il nebbiolo di Valtellina, sa essere, il Valtellina Superiore “La Tèna” 2021 è un vino austero e ficcante, di grande fascino e dalla persistenza notevolissima.

Diego Mutarelli
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