Come sai già ho una certa predilezione per il Rossese di Dolceacqua, te ne ho parlato spesso (ad esempio vedi il resoconto di questa degustazione AIS) anche se era da un po’ che non stappavo una bottiglia con calma.
Oggi ti racconto di una bottiglia con qualche anno sulle spalle dell’ottimo Roberto Rondelli, produttore molto interessante, l’unico a vinificare il vigneto Migliarina, vero e proprio monopole di Dolcecaqua.
Rossese di Dolceacqua “Migliarina” 2010 – Rondelli
Rossese di Dolceacqua “Migliarina” 2010 – Rondelli
Colore granato chiaro e trasparente.
Naso molto elegante e sfaccettato: roselline rosse e violetta, ribes, scorza di agrumi, macchia mediterranea, chiodo di garofano, asfalto e sul fondo i datteri.
L’ingresso in bocca è pulito, saporito e di buon volume. Lo sviluppo ha un una leggera battuta d’arresto in centro bocca, come un deficit di polpa e intensità, ma il vino chiude convincente: sapido e profondo, con acidità presente che contribuisce a lasciare la bocca tersa e pronta ad un nuovo sorso.
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Un vino che è invecchiato bene, con un naso intrigante in un mix di fiori, frutto e terziari in formazione. La bocca è ancora in ottima forma, non migliorerà ulteriormente ma terrà bene ancora qualche anno.
Doctor Wine è l’iniziativa web-editorale che Daniele Cernilli ha intrapreso subito dopo aver abbandonato la direzione de Il Gambero Rosso.
Sono stato alla presentazione della relativa guida – Guida Essenziale ai Vini d’Italia – che si è tenuta a Milano presso l’Hotel Principe di Savoia e ho scoperto alcune cose da condividere (come da missione “aziendale”).
#1 Cernilli non è un uomo ma un brand
Daniele Cernilli ha capito benissimo che in quest’epoca social le persone sono la forza delle aziende, non viceversa. Insomma, il consumatore è abituato ad identificarsi con una persona fisica prima che con un’azienda. Chiara Ferragni ha aperto il suo primo negozio a Milano ed i suoi followers si fidano della selezione che fa per loro, non sono particolarmente interessati al nome dei marchi con cui collabora. Per tornare invece in ambito enoico basti ricordare che tutti sanno chi è Robert Parker ma molti meno conoscono il nome della rivista che dirigeva (The Wine Advocate). Insomma, Cernilli ha capito di essere un brand e ci mette la faccia. Non solo sulla copertina della Guida, anche sullo shopper consegnato all’ingresso, sul portabicchiere e persino sui drop stop salvagoccia. Nella Guida inoltre i vini con i punteggi più alti sono identificati proprio con il faccione stilizzato dell’ex Direttore de Il Gambero Rosso.
#2 E se fosse Jo il miglior vino di Gianfranco Fino?
L’Es è probabilmente il vino più premiato e discusso d’Italia. Un primitivo di Manduria imponente, molto fitto e morbido. Spezie, cacao, frutta sotto spirito…la bocca, molto ricca, è dolce ma vellutata. Un vino che non lascia indifferenti ma che è anche, in qualche modo, estremo, sbilanciato verso le dolcezze di frutto e le morbidezze alcoliche. Non di certo la tipologia di vino che preferisco insomma.
Jo è il negroamaro di Gianfranco Fino. Vino molto vivace e sfaccettato, con delle note di erbe mediterranee ad accompagnare la frutta matura, il sorso è saporito e saldo con una buona dinamica ed una grande lunghezza. La potenza è decisamente sotto controllo insomma.
Due vini che non passano inosservati ma, avendoli assaggiati fianco a fianco, non ho dubbi: è il negroamaro Jo il vino che preferisco di Gianfranco Fino.
# 3 Non tutti i vini valgono quel che costano
Non è certo una grande scoperta affermare che non tutti i vini costosi sono anche indimenticabili. 🙂 L’evento è stata però l’occasione per assaggiare molti di questi inavvicinabili vini e registrare conferme e delusioni.
Tra le conferme Harlequin 2009 – Zymè, un vino che costa più di 300 €, dalla struttura ed intensità fuori scala ma che riesce miracolosamente a trovare un suo equilibrio e a risultare sfaccettato e dinamico. Della stessa azienda meno convincente, per il mio gusto, l’Amarone della Valpolicella Riserva “La Mattonara” 2006. Qui il gioco di prestigio non riesce ed il vino risulta meno armonico di quanto è lecito pretendere da vini di questo tipo. Tra i vini “costosi” che risultano convincenti ti segnalo anche Sassicaia 2014 che, pur in un’annata così difficile, risulta fine ed elegante. Restando a Bolgheri delude invece Grattamacco 2014, lattico e poco a fuoco. Elegante e delicato come sempre il Brunello di Montalcino Poggio di Sotto 2012 mentre delude il Brunello di Montalcino “Tenuta Nuova” 2012 – Casanova di Neri poco espressivo e piuttosto amaro in chiusura. Altra relativa delusione il Barolo Sperss 2013 – Gaja con una chiusura legnosa ed amara che mi ha lasciato perplesso.
# 4 I vini buoni al giusto prezzo
Anche in eventi di questo tipo è – fortunatamente – possibile assaggiare vini molto interessanti e dal rapporto qualità prezzo centrato. Di seguito ti parlo di quei vini che mi hanno colpito particolarmente e che valgono più di quel che costano:
Ograde 2015 – Skerk: vino macerato del Carso saporito, gustoso e dinamico. Il naso è un caleidoscopio di sfumature ma la beva è “semplice”. Di Ograde, 2014 però, ti avevo già parlato qui
Vitovska “Kamen” 2015 – Zidarich: vino minerale fino al midollo, non per nulla fermenta addirittura in contenitori di pietra del Carso. Grandissimo vino da ascoltare con calma…
Fiorano Rosso 2012 – Tenuta di Fiorano: taglio bordolese elegante e soave
Barolo Ravera Riserva “Vigna Elena” 2011 – Cogno: un Barolo decisamente appagante con un naso particolarmente riconoscibile grazie ad un netto floreale di viola e geranio
Barolo Bricco delle Viole 2013 – Vajra: ottenuto da una vigna sita nella parte più alta del comune di Barolo il vino è elegantissimo ma con grande allungo in bocca
Etna Rosso “Vigna Vico” 2014 – Piano dei Daini (Tenute Bosco): un Etna giovane e austero, tannino ancora “croccante” ma promette molto bene
Alcuni profumi che i degustatori snocciolano assaggiando un vino, soprattutto se si fanno prendere dal lirismo, sono particolarmente originali, spesso al limite del “proibito”.
Di seguito ti riassumo le 4 tipologie di descrittori più osteggiate, dibattute o addirittura censurate della storia della degustazione enologica.
#1 odori corporei
Il primo fu, inutile dirlo, Luigi Veronelli. Dello Champagne 1976 – Krug scrisse “bouquet maschio, diretto ed elegante; netto e malizioso, e conturbante, sentore di sperma”. Ma a Veronelli era tutto concesso, direi giustamente!
Non sono però così infrequenti i vini che presentano odori corporei…ricordo con grande nettezza un blasonato sauvignon friulano che puzzava (ahimè il sentore era prevaricante) di sudore.
#2 odori animali
Gli odori riconducibili agli animali sono un grande classico dei sommelier di vecchia scuola, ma devo dire che anche questi sentori non sono affatto rari: si va dalla pelliccia di certi syrah del rodano, alla merde de poule / pollaio dei Borgogna d’antan, alla sella di cavallo di certi tagli bordolesi…
#3 odori acquosi
Ebbene sì, persino la sostanza inodore per definizione viene utilizzata per descrivere certi vini. Il ghiaccio, la neve, l’acquitrino, la pioggia, l’acqua di torrente…sono decine le sfumature possibili. Sei perplesso? Lo ero anche io prima di imbattermi nel Sancerre Clos La Neore 2010 di Edmond Vatan che tra mille poetici rimandi floreali, di muschio e frutta bianca aveva anche un bellissimo sentore di acqua di torrente.
#4 odori minerali
Non ci sono descrittori più alla moda e contemporaneamente più discussi e osteggiati di quelli riconducibili ai minerali. La cosiddetta mineralità in un vino, se parliamo della fase olfattiva, ricomprende un’ampia famiglia di odori: roccia (chiara, scura, spaccata…), sassi, scogli, ferro, ruggine, polvere pirica, ardesia, gesso, calcare…
I detrattori dell’aggettivo minerale hanno una parte di ragione naturalmente, soprattutto quando fanno lapalissianamente notare che le rocce ed i minerali non sono volatili e dunque sono “tecnicamente” inodori.
Personalmente reputo invece l’utilizzo dei profumi appartenenti alla famiglia dei minerali non solo plausibile ma persino auspicabile. Non per tutti i vini certo! A volte c’è la tendenza ad usare la mineralità come descrittore passepartout è vero, ma in molti casi lo trovo un descrittore molto centrato e che aiuta a inquadrare certi vini.
Per concludere
Vale la pena ricordare che il naso di ciascuno di noi è unico e così le sensazioni che ne derivano. Trasmettere e condividere le sensazioni che un vino ci comunica è dunque arte complessa che non si può ridurre ad un mero riconoscimento delle molecole odorose presenti nel vino (per questo basterebbe un naso elettronico!). Ecco perché considero che nessun descrittore è proibito, se aiuta ad inquadrare meglio il nostro liquido odoroso.
Magritte
Parafrasando in qualche modo Magritte ed il suo “Ceci n’est pas une pipe” ricorda che se il sommelier dice o scrive “merde de poule” non necessariamente troverai lo stesso identico odore di pollaio…ma quell’odore lo devi considerare come un’approssimazione che permette al degustatore di trasmettere e rendere “conoscibile” parte della propria esperienza sensoriale.
Le origini del Ruchè, tra i meno noti vitigni a bacca nera piemontesi, sono avvolte nel mistero. Non se ne conosce il percorso che lo ha portato a Castagnole Monferrato e dintorni e, soprattutto, si è accertato che non assomiglia ad alcun altro vitigno italico. L’assetto genetico del Ruchè ne certifica la singolarità avvicinandolo semmai al nobile pinot noir.
Molto affascinante anche la storia del vitigno, salvato da scomparsa certa da un parroco, Don Giacomo Cauda. Il parroco arrivò a Castagnole Monferrato alla fine degli anni ’70 e si trovò in dote 10 filari di Ruchè. Se ne innamorò e contribuì in maniera decisiva a rilanciarne la produzione effettuando nuovi impianti e coinvolgendo altri produttori. In quegli anni Pierfrancesco Gatto, il produttore di cui ti parlo oggi, faceva il chierichetto di Don Cauda. Ed oggi, con la sua Azienda Agricola Gatto, raccoglie degnamente il testimone di Don Cauda.
Ruchè di Castagnole Monferrato “Caresana” 2015 – Pierfrancesco Gatto
Ruchè di Castagnole Monferrato “Caresana” 2015 – Pierfrancesco Gatto
Il vino ha un rosso rubino con riflessi porpora. L’olfatto è molto intrigante e di personalità: roselline, lavanda e fragole di bosco.
In bocca il vino entra caldo e asciutto. La vigoria alcolica (15%) si sente ma il sorso non è per nulla molle. L’acidità è presente e accompagna il vino in un finale sapido e piacevolmente amaricante.
Il retrolfatto è di bastoncino di liquirizia e la persistenza è più che discreta.
Quest’estate sono passato a Chinon e, tra gli altri, ho visitato il domaine Béatrice et Pascal Lambert. I Lambert vinificano dal 1987 e praticano l’agricoltura biologica da 20 anni. Dal 2005 sposano anche la filosofia biodinamica.
Il domaine possiede 17 ettari a Cravant les Coteaux e a Chinon. Molto interessante la loro gamma di vini rossi e rosati ottenuti da cabernet franc e di vini bianchi da chenin blanc. Sono rimasto colpito in particolare dagli Chinon rouge della linea “cuvées parcellaires”, vins de garde di ottima fattura e soprattutto caratterizzati da grande vivacità e mobilità nel bicchiere.
Oggi ti parlo di uno di questi vini, bevuto con calma dopo averlo comprato presso il produttore (21 € franco cantina).
Chinon Cuveé Marie 2013 – Béatrice et Pascal Lambert
Chinon Cuveé Marie 2013 – Béatrice et Pascal Lambert
Rosso rubino chiaro, leggermente velato. Il naso è pulitissimo e fin da subito molto mobile: dapprima lamponi maturi, poi fiori rossi appassiti, un tocco non prevaricante di erba tagliata, e poi ancora rosa canina, timo, geranio, pepe verde e, infine, un tocco affumicato.
La bocca è succosa e fresca, innervata da una saporita scia vegetale. Tannino ed alcol sono in perfetto equilibrio, entrambi misurati e fini.
La chiusura, lunga ed elegante, è speziata e sapida.
Plus: vino molto mobile, dotato di grande agilità e freschezza senza eccessi verdi nè durezze.
Minus: manca un po’ di polpa a dare “spessore” al sorso.
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Il vino è ottenuto da vigne vecchie (75-85 anni) lavorate con il cavallo. Il vino affina in barrique 24 mesi.
Oggi ti parlo di un riesling della Mosella molto interessante, un vino capace di intrigare con immediatezza il degustatore poco avvezzo ai vini tedeschi ma che lascerà sorpreso anche il più smaliziato nerd del riesling.
In una parola potrei dire che è un riesling sexy! 🙂
Thörnicher Ritsch Alte Reben Riesling Spätlese 2015 – Weingut Lorenz
L’azienda Lorenz possiede 8,5 ettari nel cuore della Mosella. Il vino nel calice si presenta di un colore giallo paglierino con riflessi verde oro.
Al naso è decisamente complesso: pesca, salvia, rosa, buccia di limone, pompelmo….il tutto accompagnato da un soave tocco di frutta tropicale (frutto della passione).
Thörnicher Ritsch Alte Reben Riesling Spätlese 2015 – Weingut Lorenz
La bocca è, in ingresso, solleticata da leggera carbonica a ricordare l’estrema gioventù del vino; il primo assaggio è delicato e gustoso, morbido senza eccessi zuccherosi: la dolcezza della frutta esotica e l’acidità degli agrumi sono in costante dialogo e mirabile equilibrio. Al secondo sorso il vino appare snello, per nulla stucchevole, l’acidità lavora bene nel pulire la bocca e preparare un nuovo assaggio.
La beva ne risulta compulsiva, soprattutto grazie ad una chiusura saporitissima e succosa tutta sui ritorni di agrumi e sale.
Di recente alcuni articoli di stampa, anche internazionale, hanno ripreso la notizia secondo la quale sono stati rinvenuti i resti del vino più antico del mondo: il ritrovamento è stato fatto a Sciacca, in provincia di Agrigento, e il vino risalirebbe addirittura a 6.000 anni fa. La ricerca è stata pubblicata dall’autorevole Microchemical Journal.
Dioniso
Per approfondire meglio questa notizia ho contattato Enrico Greco dell’Università di Catania, uno dei ricercatori del team internazionale coordinato dall’archeologo Davide Tanasi dell’Università della Florida Meridionale, a cui hanno preso parte anche il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), l’Università di Catania e gli esperti della Soprintendenza ai Beni Culturali di Agrigento.
Enrico per prima cosa voglio ringraziarti, a nome dei tanti appassionati di vino, della tua disponibilità a rispondere a qualche domanda e a chiarire la portata della vostra scoperta. Innanzitutto ci racconti come era composto il team di ricerca e quali obiettivi aveva?
Il lavoro è stato frutto di una collaborazione internazionale tra diversi enti italiani come la Soprintendenza ai Beni Culturali di Agrigento, l’Università di Catania e il CNR-IMC di Roma. Inizialmente ci eravamo prefissi come obiettivo lo studio dei residui organici presenti su numerosi campioni provenienti da Sant’Ippolito (Caltagirone) e da Monte Kronio (Agrigento), focalizzandoci principalmente sugli acidi grassi per rilevare l’eventuale presenza di carne animale o oli vegetali. In ogni caso questo sarebbe stato il primo studio di questo genere su reperti di origine siciliana.
Studi di questo tipo erano già stati effettuati in altre parti del mondo? Con quali risultati?
L’analisi di residui organici provenienti da ceramiche archeologiche è ormai diventata una prassi da circa vent’anni. In particolare, riguardo al vino, i reperti italiani più antichi erano stati trovati in Sardegna e risalivano al Bronzo Medio (1500-1100 a.C.) e quelli più antichi al mondo sono circa coevi ai nostri (IV millennio a.C.) e sono stati trovati in Armenia, anche se gli autori non sono sicuri che provengano da uve o da melograno (o da entrambi).
Ci racconti ora, semplificando per quanto possibile, la metodologia che avete eseguito e – soprattutto – i risultati che avete raggiunto?
In diverse parti del mondo sono state condotte analisi di residui per stabilirne l’iniziale composizione anche attraverso l’identificazione di specifici marker chimici. Nel nostro caso ci stavamo concentrando sull’identificazione di acidi grassi e volevamo sviluppare un nuovo protocollo analitico per l’identificazione di queste molecole. Inizialmente le analisi non ci hanno dato dei risultati univoci e quindi abbiamo integrato altre tecniche analitiche per raccogliere dati da punti di vista differenti. A quel punto abbiamo trovato del tartrato di sodio in quantità analiticamente rilevanti che abbiamo usato come marker per la rilevazione della presenza di vino.
Non c’è il rischio che i residui da voi rinvenuti derivino da qualcosa di diverso dal vino? Ad esempio da uve dimenticate in fondo ad una giara e che spontaneamente hanno fermentato?
Abbiamo escluso questa possibilità poiché sia attraverso un esame visivo, sia attraverso l’uso di microscopia ottica ed elettronica, non sono stati rinvenuti né semi né bucce. I semi in particolare si conservano per migliaia di anni e sarebbero stati rilevati facilmente. Il fermentato quindi era stato già separato dalla sua componente solida e riposto nel suo contenitore.
Quali i vostri futuri obiettivi in quest’ambito di ricerca? Ritieni realistico riuscire a risalire alla tipologia di vitigno da cui si ricavò quel vino?
Stiamo valutando se integrare lo studio con ulteriori analisi che ci permettano di dare conferma ad alcune ipotesi che al momento non possiamo divulgare. È molto improbabile però che potremo essere in grado di stabilirne la varietà poiché sicuramente non si trattava di un vitigno selezionato come quelli che conosciamo al giorno d’oggi e perché a distanza di millenni la maggior parte delle molecole che potrebbero (e sottolineo il condizionale) darci delle informazioni in merito è già degradata. Anche eventuali analisi del DNA sono da escludere vista l’assenza di semi.
Mi raccomando, tienici informati su eventuali sviluppi futuri!
Per chiudere vorrei chiederti che rapporto hai con il vino e se questa ricerca ti ha in qualche modo avvicinato ancor di più a questa “bevanda” così speciale per la nostra Storia.
Personalmente sono molto affezionato ai vini della mia regione e in particolare a quelli etnei, area dove risiedo. Da bambino ero sempre molto contento quando arrivava la vendemmia poiché era anche un momento in cui tutta la famiglia si riuniva. Spero vivamente che questa ricerca possa anche dare un ulteriore slancio all’economia del vino siciliano e alla sua fama nel mondo.
La settimana di Ferragosto a Milano può essere deprimente…ma per fortuna c’è un’isola che mi ha accolto. Ti sto parlando naturalmente di Cantine Isola, la nota enoteca di Milano, che è rimasta aperta in agosto e dove mi sono potuto “dissetare”.
Come sempre quando mi capita di andarci ne approfitto per bere un bicchiere di una zona o produttore meno conosciuti ed un calice di qualcosa di più aderente e confortante per il mio gusto. Insomma cerco di far convivere il piacere della scoperta (ricco però di insidie e delusioni) con l’edonismo del bicchiere che sai già che ti dovrebbe piacere!
Alsace Pinot Gris Cuvée Justin 2015 – Maurice Schoech
Alsace Pinot Gris Cuvée Justin 2015 – Maurice Schoech
Domaine Schoech è un produttore bio alsaziano sito in Ammerschwihr, poco a nord di Colmar. Il vino in questione è un pinot gris proveniente da una parcella del lieu-dit Sonnenberg.
L’uva ben matura viene fatta fermentare in barrique dove vi affina 9 mesi.
Il vino che ne risulta è giallo paglierino con riflessi dorati, un olfatto piuttosto articolato di pesca gialla, rose fresche, scorza di agrumi, cardamomo. L’ingresso in bocca è ampio, di gran volume, con una grassezza piuttosto pronunciata. La dinamica segue comunque uno sviluppo ben articolato, il sorso si distende ed approfondisce grazie ad un’acidità presente che si percepisce però solo in chiusura di bocca dove trova il supporto di una sapidità ben presente che dà sapore e vivacità. La persistenza è notevole in chiusura anche se veicolata da un’alcol che pizzica un po’ in fin di bocca.
84/100
Trebbiano d’Abruzzo 2011 – Valentini
Colpevolmente non avevo ancora mai bevuto questo millesimo. L’annata 2011 uscì prima della 2010 che abbisognava ancora di affinamento. Delle annate recenti ho bevuto più volte le straordinarie 2010 e 2013 convincendomi – anche leggendo altri pareri più o meno autorevoli – che la 2011 fosse in qualche modo “dimenticabile”. Ed invece…grande sorpresa: sarà che il tempo è galantuomo, sarà che ho un debole per il Trebbiano del Maestro, ma a me questo vino ha emozionato.
Il colore è quello in foto, il naso è unico e ben riconoscibile: fieno, cereali, caffè verde, paté di fegato, scorza di limone, fiori di campo… La bocca è quella di un grandissimo vino che va però ascoltato con attenzione, il sorso si propone sussurrato senza alcun bisogno di mostrare muscoli o effetti speciali: sottile in ingresso, ficcante, acquisisce “peso” e volume solo nella progressione…il corpo complessivo non è in realtà così esile come l’ingresso in bocca suggeriva, l’acidità è integrata in filigrana al vino senza essere sferzante ma il suo lavoro lo fa benissimo innescando un allungo profondissimo. Il retrolfatto è agrumato e costellato da spezie in formazione, per un vino che durerà a lungo. La persistenza è prodigiosa e salatissima.
Exprimer le terroir passe, bien entendu, par le respect des sols. Nous savons peu de chose quant à son mode de fonctionnement. Il héberge de très nombreux micro-organismes, de la surface jusqu’à la roche mère. Pour le nourrir sans le dénaturer, il faut, par exemple, trouver le bon compost : il ne s’agit pas d’enrichir les sols, mais de leur apporter de la vie biologique. De même, nous avons beaucoup réfléchi sur nos méthodes de travail dans la vigne, sur les labours… C’est ensuite assez naturellement que nous sommes passés à la biodynamie. Nous avons débuté, à la fin des années 1990, des expérimentations sur 6 hectares. Puis nous avons converti l’intégralité du domaine en biodynamie en 2006. Comme il était compliqué de mener de front la bio et la biodynamie, il a fallu faire un choix.
Regardez la vente du Domaine Bonneau du Martray. Même si le prix de vente n’a pas été divulgué, les chiffres qui circulent (entre 100 et 200 millions d’euros) sont absolument affolants, et sans aucun lien avec l’économie. Ces niveaux de transaction mettent en danger l’équilibre de la Bourgogne et l’avenir des domaines familiaux. S’ils sont retenus comme références par l’administration fiscale pour l’ISF ou les transmissions, cela conduira à la vente des domaines familiaux au profit de grands groupes ou de riches industriels. L’Etat doit ici assumer ses responsabilités. Il faut absolument que le fisc admette de prendre en compte des valeurs basées non sur le prix, mais sur la rentabilité économique.
Milano continua a sfornare (è proprio il caso di dirlo!) pizzerie di alta qualità ad un ritmo impressionante. E la città risponde alla grande: le pizzeria di livello sono sempre piene, in barba alla moda delle diete low carb e alla prova costume…
Con grande curiosità sono dunque andato a provare la pizzeria Da Zero, aperta da poche settimane anche a Milano (le altre due sedi sono a Vallo della Lucania e ad Agropoli).
Da Zero: menu e tovaglietta
Da Zero: il forno
Da Zero si presenta subito con una connotazione fortemente terroirista: pizzeria non napoletana, non campana ma…cilentana. La filosofia della pizzeria è quella del connubio molto stretto tra produttori – selezionati e provenienti in molti casi dal Cilento – e consumatori. Ecco quindi che alla farina dell’ottimo ma onnipresente Mulino Caputo si affiancano i grani dell’azienda cilentana Cobellis, e poi l’olio EVO DOP del Cilento, la mozzarella del caseificio Starze, il cacioricotta di capra cilentana, la soppressata, le alici di Menaica, le olive salella ammaccate…
Ma tutto questo lavoro sulla filiera che cosa produce nel piatto? Di seguito la risposta:
Pizza fritta cilentana
Vino Spumante “La Matta” 2016 – Casebianche
Pizza fritta cilentana
Qui la pizza fritta è solo cilentana, ovvero con un abbondante e saporito sugo al basilico con il cacioricotta di capra cilentana (presidio slow food).
Ottimo inizio, per un fritto goloso e asciutto, per nulla pesante.
Per il bere si può scegliere tra birra artigianale del Cilento (ovviamente!) e qualche vino selezionato con originalità. Ho optato per un vino spumante dell’Azienda Agricola Casebianche, anch’essa della provincia di Salerno.
Vino Spumante “La Matta” 2016 – Casebianche
Sorprendente questo vino di cui avevo sentito parlare ma che non avevo ancora assaggiato: ottenuto da uve fiano e con rifermentazione in bottiglia senza sboccatura, un colfondo potremmo dire. Vino che non concede nulla alla dolcezza (è un dosaggio zero) ma anzi è tutto giocato sull’acidità e la bevibilità (complice anche il basso tenore alcolico). Decisamente fine il perlage, sottile e delicato ma persistente. Il sorso è di gran sapore e sapidità.
Vino molto piacevole e adattissimo ad una calda serata milanese!
Pizza Margherita (pomodoro San Marzano DOP “Gusto Rosso”, fior di latte di Agerola caseificio “Zi Monaco”, basilico)
Pizza Margherita
Senza dubbio una delle migliori pizza Margherita di Milano. L’impasto è elastico e morbido, il cornicione pronunciato ma senza esagerazioni, la cottura perfetta, gli ingredienti perfettamente equilibrati e senza alcun eccesso sapido.
Digeribilità massima nonostante mi sia fatto prendere da una certa voracità! 🙂