Bim Bum Bandol!

Oggi ti parlo di un vino di Bandol: siamo in Provenza, tra Tolone e Marsiglia. Bandol è una denominazione piuttosto conosciuta in Francia ed è famosa all’estero, come altre denominazioni provenzali, soprattutto per i vini rosati. Ottima reputazione però hanno anche i vini rossi. Più rari e meno significativi invece i vini bianchi.

Bandol "Les Figuiers" 2013 - Moulin de la Roque
Bandol “Les Figuiers” 2013 – Moulin de la Roque

E’ il regno del vitigno mourvèdre, usato in prevalenza e spesso accompagnato a grenache e cinsault.

Bandol “Les Figuiers” 2013 – Moulin de la Roque

La veste è rosso rubino impenetrabile, al naso è la frutta rossa ben maura che emerge, poi una nota calda, la violetta e note speziate e animali riconducibili al cacao e al cuoio. La bocca è meno interessante e piuttosto alcolica. I 13% di titolo alcolometrico non sono ben integrati nella massa del vino che, peraltro, si muove in bocca abbastanza confuso: alcol, tannino amaricante e rustico e dolcezze di frutto in chiusura.

Vino tutt’altro che elegante. Purtroppo latita anche la personalità che a volte compensa qualche squilibrio di troppo.

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Se hai voglia di assaggiare un Bandol degno di nota, anche in rosso, ti suggerisco Château de Pibarnon oppure Domaine Tempier.

Intervista ad Andrej Bole, il viticoltore schierato a favore del Prosekar

Come promesso nel post di ieri, in cui riassumevo le rivendicazioni del Comitato per il Prosekar, di seguito trovi l’intervista integrale ad Andrej Bole. Andrej è uno dei viticoltori con vigne sul costone carsico. Andrej ed i suoi colleghi che hanno consentito di “mettere in sicurezza” il Prosecco DOC, ma ora vorrebbero produrre il loro Prosekar, come gli era stato promesso.

Prosekar
Prosekar

Vediamo le ragioni del Comitato per il Prosekar.

Domanda:

Buongiorno Andrej e grazie della sua disponibilità. Innanzitutto mi sembra d’obbligo chiedervi quali sono gli obiettivi del vostro Comitato per il Prosekar (che significa Prosecco in sloveno).

Risposta:

Non sono presidente o rappresentante dell’associazione, attualmente sono un viticoltore simpatizzante del Comitato. Vedrò in seguito cosa succederà non appena definiremo le priorità e i compiti del Comitato.

Per quanto concerne gli obiettivi del Comitato, dobbiamo ancora decidere su alcuni punti cruciali e in quest’istante non posso darvi notizie in merito però sulla valorizzazione e promozione della produzione locale siamo tutti d’accordo.

Il nome PROSEKAR non significa Prosecco-Prosek (inteso come nome geografico) bensì  “vino di Prosecco”, che in sloveno si dice PROSEKAR e si produce dalle uve delle nostre varietà autoctone bianche d’eccellenza: Glera , Vitovska e Malvasia. In questo modo si esprime il meglio di ogni varietà.

D.:

Voi sostenete che il Prosecco è nato nel Comune di Trieste, nella frazione di Prosecco. In origine tale vino era uno spumante dolce ottenuto da un uvaggio di tre vitigni: vitovska, malvasia e glera. Qual è la documentazione storica a supporto di questa rivendicazione?

R.:

documenti ce ne sono moltissimi:

– nel XVI secolo il vescovo Bonomo delimita la zona di produzione del vino Prosekar che va dal paese di Prosecco (300m sul mare) giù per i pastini (terrazzamenti) fino al mare prosegue sulla costa fino al porticciolo di Santa Croce per risalire fino al paese stesso che si trova sopra il ciglione (250 m.sul mare). Solo in questa porzione del costone il vino prodotto poteva essere chiamato prosekar o qualificato come liquor-vino superiore;

– nel 1689 Janez Vajkard Valvasor scrive nella sua “Gloria del Ducato di Carniola” che nelle vicinaze del paese di Prosecco-Prosek si produce il PROSEKAR di cui dà un giudizio lusinghiero;

– nel 1844 Matija Vertovc, parroco nella valle del Vipacco, scrive la prima viticoltura in lingua slovena “Vinoreja za Slovence”, dove menziona i vigneti del costone triestino, i vini fra i quali il Prosekar, le altre varietà locali;

nel 1873 il dott. Josip Vosnjak nel suo libro “Umno kletarstvo” (Buona pratica vinicola), destinato ai vignaioli sloveni, riporta una dettagliata descrizione del metodo di produzione;

agli inizi del Settecento, il predicatore Janez Svetokriški era costretto addirittura a riprendere le donne che si lasciavano andare nel berlo, mettendo in serio pericolo la propria verginità.

Di documenti ce ne sono ancora tanti e vi consiglio di parlare anche con il giornalista-ricercatore Stefano Cosma che nelle sue ricerche ha trovato tanti altri documenti che dimostrano la fama del nostro Prosekar in tutta Europa. (NdR: vedi pag 35. di questo documento pdf).

D.:

Quindi ciò significa che l’estensione della denominazione Prosecco DOC fino ad includere la frazione di Prosecco (TS) non è una semplice furbizia che ci mette al riparo da future rivendicazioni (ricordiamo che l’Unione Europea nell’affaire Tocai friulano vs. Tokaji ungherese ha sancito la prevalenze del luogo di origine sul nome del vitigno) ma ha precise ragioni storiche. Ci sono state delle promesse che il ministro Zaia o altri esponenti dell’allora Governo vi hanno fatto e che non stanno mantenendo? Oppure le vostre rivendicazioni sono nuove?

R.:

Le nostre rivendicazioni non sono nuove e l’allargamento della zona DOP PROSECCO non è furbizia ma necessità. Fin quando il vitigno si chiamava prosecco il vino Prosecco lo si poteva produrre in tutto il mondo, adesso no! Il lato triste di tutto questo è che la politica e le istituzioni ti ascoltano e sostengono soltanto quando sei abbastanza forte da affondarli! Avevamo un’idea simile, un paio di anni prima della nascita della doc Prosecco, ma è stata bocciata in maniera decisiva – forse c’era già qualcosa in pentola.

Le promesse dello Stato e della Regione: semplicemente vogliamo poter lavorare liberamente e serenamente, sembrerà strano ma tutti i vincoli, a sentire loro voluti dall’Europa, ci impediscono di fare il nostro mestiere. Ci hanno vincolato oltre il 70 % della superficie della provincia, tutta o prevalente proprietà privata, per la quale paghiamo anche le tasse, ma non possiamo fare nulla! E non sto pensando all’edificazione selvaggia, questo per noi agricoltori è sempre stato l’ultimo pensiero, perché con essa si distrugge il paesaggio.

Essendo il nostro sistema dei valori imperniato sulla proprietà privata, non credo che i proprietari siano d’accordo a non poter disporre e gestire la propria proprietà senza aver in cambio niente – mi sembra quasi un furto! E non credo che una, anche se disordinata, Europa dimentichi di offrire in cambio qualcosa per il disturbo causato ai suoi cittadini. Forse nel buio Medioevo, quando il contado dipendeva totalmente dalla volontà e dai capricci della signoria e della chiesa la situazione era migliore: la decima alla signoria , la settima alla chiesa, poi i lavori obbligati per i signori e se non venivano gli ottomani (Turchi) a saccheggiare e uccidere eri a posto, non avevi niente, ma almeno stavi in pace. Oggi in epoca moderna quando tutto si fonda sulla proprietà privata, te la negano senza espropriarti! E le autorità non ti ascoltano e nemmeno lo vogliono capire.

Noi ci troviamo in una situazione assurda: da un lato sembra che non vogliamo coltivare, ma appena lo vogliamo fare ci impigliamo in ragnatele burocratiche e vincoli paesaggistici, che semplicemente rendono qualsiasi sforzo inutile. Possiamo piantare vigneti per produrre anche il PROSECCO ma causa dei SIC e ZPS non lo possiamo fare!!! Allora?

A dire il vero qualcosa si è mosso, ma in tal misura che non si riesce a percepirlo: qualche ritocco sui vincoli, che però, in realtà non cambia niente nel contesto globale. Nella stesura dei piani di gestione delle zone SIC e ZPS noi agricoltori e proprietari della terra non siamo mai coinvolti, evidentemente siamo degli ignoranti barbari, deturpatori del territorio del quale non capiamo niente! Noi espropriati e loro fanno quello che vogliono, vedi: sincrotrone, la nuova sede postale, nuovi insediamenti abitativi, zone industriali, ecc.

TUTTO NEL NOME DEL PROGRESSO!

D.:

Amo molto i vini del Carso, soprattutto quelli a base di Malvasia, Vitovska, Terrano…non vorrei però che la produzione di Prosekar – magari limitata al Costone Carsico – generi confusione rispetto al Prosecco “classico” e in qualche modo metta in secondo piano le produzioni di grande qualità che già oggi il Carso può vantare. Non pensa possa esservi questo rischio? Non credete che l’espressione Prosekar sia troppo vicina a quella di Prosecco per essere autorizzata?

R.:

IL PROSEKAR E’ NATO QUI’! ANCHE IL NOME PROSECCO PUO’ CREARE CONFUSIONE !

All’industria serviva un nome geografico e cosi hanno inventato la grande zona doc prosecco (che mescola territori molto eterogenei: il costone carsico, il Carso, la pianura friulana, la pedemontana veneta e chi più ne ha più ne metta!).

Oggi il Prosecco moderno (monovitigno ) la fa da padrone, il PROSEKAR non può creare confusione, casomai la crea il Prosecco, che prende il nome e la storicità dal nostro originale PROSEKAR … il fatto è che per troppi anni la politica spingeva all’abbandono delle campagne, con il risultato che oggi tutti possono vedere. In questa maniera la gente ha dimenticato tanti usi e costumi e, tra questi, proprio la tradizione nata a Prosecco.

Per quanto riguarda la qualità e la quantità dei vini prodotti, non credo ci sia alcun problema: per noi viticoltori la tradizione è molto importante perciò credo che difficilmente trasformeremo tutta la nostra produzione di vini veri, sinceri e genuini in spumante, anche tenendo conto delle basse produzioni che non sono solo scelte produttive, ma anche dettate dalle condizioni naturali del nostro territorio (da noi non si riesce a produrre più di una certa quantità che difficilmente supera i 90 q. di uva per ettaro). Noi ci teniamo anche a mantenere il nostro territorio sano, quindi anche quando l’annata va (molto) male i trattamenti alle vigne non sono mai troppo numerosi. Non facciamo tutti biologico, ma anche chi coltiva in maniera convenzionale lo fa quasi nella stessa maniera del biologico, oggi lo chiamano sostenibile, qui era già normale molto tempo fa. Per finire in dolcezza il pericolo di svalorizzare i nostri vini non c’è, siccome le istituzioni fanno di tutto per aiutarci, a NON coltivare!

D.:

Il Prosekar secondo la vostra visione quali caratteristiche produttive dovrebbe avere? Il metodo di produzione si avvicina a quello del Prosecco Colfondo?

R.:

il Prosekar per tradizione nasce dolce o almeno amabile, e dovrebbe mantenere queste caratteristiche. Però nell’antichità, non c’erano le tecnologie moderne e ad un certo momento la fermentazione poteva arrivare fino in fondo, consumare tutti gli zuccheri del mosto e in quel occasione si produceva un buon Prosekar brut (definizione moderna), logicamente esisteva anche il fondo nelle bottiglie, ma all’epoca era normale. La fermentazione veniva fatta partire nei tini : per facilitare il controllo della fermentazione e la sfecciatura, poi veniva imbottigliato e consumato dopo qualche tempo già frizzante.

Prosecco or Prosekar? That is the question. Intervista al Comitato per il Prosekar

La trasmissione Report di RAI3 ha avuto l’enorme merito di portare a galla numerose questioni aperte in seguito all’allargamento dell’area di Produzione del Prosecco DOC.

Prosecco DOC: zona di produzione
Prosecco DOC: zona di produzione (Credits: Discover Prosecco Wine)

Voglio oggi parlarti non tanto dell’uso e abuso dei pesticidi in vigna quanto, altresì, di un aspetto meno noto ma molto interessante e che la trasmissione ha solo sfiorato.

I fatti

L’area più nobile e tradizionale del Prosecco che tutti conosciamo è senz’altro quella di Conegliano Valdobbiadene e di Asolo. E’ l’area più delimitata che puoi riconoscere nell’immagine qui sopra e che corrisponde a due DOCG specifiche: Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG e Asolo Prosecco Superiore DOCG.

Per sostenere il clamoroso successo commerciale del prosecco, è stato necessario (?) allargare la zona di produzione del Prosecco DOC ad un’area molto vasta che va da Padova a Trieste, passando per Treviso, Belluno, Pordenone, Udine e Gorizia! Contestualmente è stata trovato un escamotage che permettesse di proteggere il nome “prosecco” rendendolo di fatto inutilizzabile fuori dalla zona di produzione. Qual è stato l’italico escamotage? Decidere per legge che il vitigno da cui si ricava il Prosecco si chiama glera e che il Prosecco corrisponde al toponimo di una zona in cui storicamente si produceva un vino chiamato prosecco. Ed è per questo che l’area di produzione è stata estesa fino a Trieste, per ricomprendere nella DOC anche la frazione del comune di Trieste che si chiama Prosecco!

L’effetto è stato dunque duplice: da una parte consentire l’estensione della zona di produzione del Prosecco per sostenere le vendite, dall’altra mettere in sicurezza l’espressione “prosecco” che non può più essere usata in nessuna denominazione fuori dalla DOC. E’ stato scongiurato insomma un altro eventuale contenzioso, simile a quello che contrappose il Tocai friulano (vitigno) al Tokaji ungherese (zona geografica) e che costrinse i produttori friulani a cambiare il nome al loro celebre vitigno.

Le rivendicazioni

Ma i produttori triestini della piccola frazione di Prosecco cosa hanno ottenuto in cambio? Pare nulla. Ed ora battono cassa, rivendicando non solo la paternità del Prosecco ma anche il rispetto delle promesse fatte a suo tempo dal ministro Zaia: bonifica del costone carsico e allentamento dei vincoli ambientali per permettere ai produttori di coltivare la loro terra.

Per far luce sulla vicenda ho contattato un viticoltore della zona, Andrej Bole, che ha gentilmente risposto alle mie domande concedendo un’intervista chiarificatrice a Vinocondiviso.

Nel prossimo post – domani – l’intervista integrale!

Anche la Borgogna “vittima” degli investitori: Bonneau du Martray agli americani!

Non passano che poche ore dall’annuncio della vendita di Clos Rougeard che viene resa nota la vendita di un altro pezzo importante della viticoltura francese.

Bonneau du Martray: maggioranza in mano ad investitore USA
Bonneau du Martray: maggioranza in mano ad investitore USA

La famiglia Le Bault de la Morinière, proprietaria da oltre 200 anni del celebre domaine Bonneau du Martray  a Pernand-Vergelesses, ha infatti venduto la maggioranza del capitale della società all’investitore americano Stanley Kroenke, proprietario di molte aziende vitivinicole in California tra cui anche la celebre Screaming Eagle Vineyard.

Il business man Kroenke è anche proprietario di molti club sportivi tra cui l’Arsenal.

Il mondo del vino assomiglia sempre più, lo dico con rassegnazione, al mondo del calcio. Vino e calcio sono ormai hobbies per ricchi investitori?

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

 

Clos Rougeard ha venduto. Da oggi la Loira non è più la stessa!

E’ una notizia, o meglio un’indiscrezione, della Revue Vin de France che non avrei mai voluto riportare: pare che l’azienda simbolo di Saumur-Champigny, Clos Rougeard, l’alfiere del Cabernet Franc, sia stata venduta!

Clos Rougeard
Clos Rougeard (Credits: chez pim)

Il compratore sarebbe l’uomo d’affari francese Martin Bouygues, già proprietario di Château Montrose.

L’azienda, resa celebre dai fratelli Foucault, è un vero e proprio mito per schiere di appassionati. Solo 11 gli ettari vitati che non hanno impedito, alla schiva ed intransigente (in vigna ed in cantina) famiglia Foucault, di produrre vini che gli enofili di tutto il mondo si contendono a suon di bigliettoni.

Soprattutto negli ultimi anni le famose etichette “Bourg” e “Poyeux” erano di fatto irreperibili sul mercato, nonostante le quotazioni stellari.

Da oggi la Loira non sarà più la stessa. Questa, come altre recenti acquisizioni nel mondo del vino, tolgono un po’ di poesia a noi appassionati: famiglie che hanno fatto la storia enologica mondiale cedono la mano a investitori e gruppi che si muovono con logiche finanziarie e industriali.

 

I 5 post del 2016 più letti su Vinocondiviso

Per festeggiare il nuovo anno e salutare adeguatamente il 2016 ho pensato di riproporti, a mo’ di riassunto, i post più letti o più interessanti che sono stati pubblicati su Vinocondiviso.

Vinocondiviso riassunto in 5 post
Vinocondiviso riassunto in 5 post

Usa i commenti e condividi anche tu le cose più interessanti che hai letto sui blog vinosi!

#5 

articolo sulla Vitovska, un vino di confine fatto di roccia, mare e vento!

#4 

reportage su Vignai da Duline e il loro rigore senza proclami

#3

post sulle reazioni di alcuni produttori alla “critica del vino”

#2

intervista a Ronchi di Cialla: la storia dello schioppettino

#1

neologisimi: vini pezzent vs. bevitori di etichette

 

Buon 2017 a tutti!

La Lagune: un bordeaux elegantemente femminile

Gli appassionati italiani sono piuttosto restii a bere Bordeaux. I motivi sono essenzialmente “ideologici”. Dopo i film Mondovino e Sideways – In viaggio con Jack infatti il mondo enoico è, nell’immaginario collettivo, diviso in due fazioni contrapposte:

  • i produttori di Bordeaux: dall’approccio imprenditoriale e non tipicamente contadino, dediti all’assemblaggio di più vitigni, spesso affiancati da enologi di fama e con vini in cui il cosiddetto manico, la tecnica, prenderebbe il sopravvento rispetto al terroir.
  • i produttori della Borgogna: aziende agricole familiari dall’approccio contadino, che privilegiano le vinificazioni per singole parcelle, re incontrastato è sua maestà, Pinot Noir.

Devo direi che questi preconcetti appartengono anche al sottoscritto. Se si tratta di spendere parecchie decine di euro per una bottiglia – visto che parliamo delle due più importanti denominazioni “rossiste” di Francia ed i prezzi sono decisamente alti per i vini più blasonati – normalmente mi dirigo con più facilità verso la Borgogna che verso l’Aquitania.

Ma, complice una cena francese a cui ho partecipato, stavolta ti parlo di un Bordeaux piuttosto noto: si tratta di Château La Lagune, 3e Grand Cru Classé della zona dell’Haut-Médoc.

Bordeaux: la Riva Sinistra
Bordeaux: la Riva Sinistra

Il vino è ottenuto dall’assemblaggio dei tipici vitigni del Médoc ovvero Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot. A capo degli 80 ettari dello Château vi è una donna, l’affascinante Caroline Frey, che ha deciso di convertire il domaine al biologico (per proteggere non solo l’ambiente ma anche il viticoltore, che spesso è la prima vittima dell’utilizzo della chimica in vigna).

Haut-Médoc Château La Lagune 2012
Haut-Médoc Château La Lagune 2012

Haut-Médoc Château La Lagune 2012

Il colore è quello tipico del vino bordolese ancora giovane, nessun cedimento neppure sull’unghia.

L’olfatto è decisamente leggiadro e femminile, giocato sull’eleganza e la compostezza delle sensazioni: frutti  maturi a bacca rossa, cacao, tabacco, humus, un accenno di nota balsamica (eucalipto).

La bocca è di buon volume, l’alcol gestito molto bene con progressione soave: tannino setoso e dolce, acidità presenta ma senza spigoli. La chiusura è succosa e delicatamente sapida.

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Plus: taglio bordolese che, anche in gioventù, può essere apprezzato per l’equilibrio ed il tannino già ben fuso. L’uso del legno si indovina ma è solo una delle componenti del vino che mantiene una grande eleganza.

Minus: è un vino molto compito ma che forse, nello sforzo di trovare eleganza ed equilibrio senza rischiare alcuna sbavatura, perde qualcosa in personalità, energia ed imprevedibilità.

Biondi Santi cede una quota ai francesi Piper-Heidsieck

Non è un fulmine a ciel sereno, ma fa comunque scalpore il comunicato con il quale la Tenuta del Greppo Biondi Santi ha comunicato la partnership con il Gruppo Epi, della famiglia Descours (già proprietaria Piper-Heidsieck e Charles Heidsieck in Champagne e di Chateau La Verriere a Bordeaux).

Brunello di Montalcino Biondi Santi
Brunello di Montalcino Biondi Santi

Per il momento non sono stati dichiarati i dettagli dell’operazione ma pare che, dietro la generica indicazione di “partnership strategica”, vi sia la cessione della quota di maggioranza dell’azienda padre del Brunello di Montalcino.

L’azienda, mito enologico globale e con difficoltà nel far fronte agli impegni bancari (si è a conoscenza anche di un contenzioso con MPS), era da tempo nel mirino di diversi investitori (tra i quali anche Prada e il solito Lvmh).

Lo shopping straniero tra le migliori cantine d’Italia continua insomma; e i soliti ben informati parlano di un altro prossimo e clamoroso acquisto, sempre dalla Francia: nel mirino sarebbe una celebre azienda della Langhe, di La Morra per l’esattezza.

Staremo a vedere… ti terrò informato!

Maury, l’alito sudista di Francia

Oggi ti parlo di un territorio di Francia tra i meno frequentati in Italia, ovvero della AOC Maury. Ci troviamo a una trentina di km da Perpignan, nella Francia più mediterranea quasi al confine con la Spagna.

Le vigne di Maury si estendono in quattro comuni dei Pirenei orientali: Maury, Tautavel, Saint-Paul-de-Fenouillet e Rasiguères. L’AOC esiste dal 1936 ed era dedicata in particolare ai vini dolci naturali ottenuti da grenache. Molto più di recente la denominazione consente anche la produzione di vini secchi.

Ho assaggiato proprio un vino secco di Maury, ottenuto da grenache, syrah e carignan:

Maury Sec 2013 Serge&Nicolas – Domaine Cabirau

Il vino si presenta in una veste rubino molto compatto; il naso inizialmente è segnato non dal legno in sé, ma dalla sua azione sulla massa del liquido odoroso: cioccolato, tabacco, eucalipto, chiodo di garofano…poi emerge la frutta rossa molto matura (amarena sciroppata), corteccia e terra smossa.

Ad un naso così articolato e di personalità non si accompagna, purtroppo, una bocca altrettanto stratificata: l’ingresso è ampio ma lo sviluppo del sorso non ha molta dinamica ed anzi risulta anche piuttosto rapido e molle. I 14,5% di alcol si sentono soprattutto in chiusura. Le morbidezze del vino non sono per nulla compensate da tannino o acidità sufficienti. Il retrolfatto è di frutta stramatura e caratterizzata da un percettibile residuo zuccherino (pur nei limiti di un vino definibile secco).

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Non escludo che questo vino possa piacere molto di più a chi apprezza e ricerca voluttuose morbidezze.

Dolceacqua in assaggio a Milano

Oggi ti parlo della riuscita serata che l’AIS Milano, recentissimamente insignita del prestigioso Ambrogino d’Oro, ha dedicato a Dolceacqua. Nutrita la presenza dei produttori più importanti della denominazione che hanno portato i loro vini in assaggio: Alessandro Anfosso (Tenuta Anfosso), Maurizio Anfosso (Ka Maciné), Giovanna Maccario (Maccario-Dringenberg), Antonio Perrino (Testalonga), Filippo Rondelli (Terre Bianche), Roberto Rondelli.

Dolceacqua: degustazione AIS Milano
Dolceacqua: degustazione AIS Milano

Ho la fortuna di bazzicare Dolceacqua da quasi 10 anni, ben prima insomma della recente “ri-scoperta” di questo meraviglioso territorio. E, oggi come allora, quello che mi colpisce positivamente è la ferma volontà e la dedizione dei produttori di Dolceacqua nel “fare sistema”, nel mettere da parte il proprio vantaggio immediato consapevoli che, per crescere, è il territorio nel suo complesso che deve fare il salto di qualità, non basta l’exploit di un singolo produttore.

La serata è stata in larga parte condotta dell’ottimo Filippo Rondelli di Terre Bianche che ha accompagnato la sala alla scoperta delle “complicazioni” di Dolceacqua. Si è parlato di clima, di geologia, di storia, di Nomeranze (o Menzioni Geografiche Aggiuntive – MGA).

Dolceacqua, similmente a quanto è accaduto in Borgogna, da secoli aveva codificato i cru (ribattezzati con l’italico acronimo di MGA), ovvero le singole vigne qualitativamente ritenute eccellenti. Questo perché le vigne avevano confini, proprietà, caratteristiche pedo-climatiche ben differenti una dall’altra. E così il vino che ne derivava.

Documenti del XVIII secolo e recenti studi hanno permesso a Dolceacqua di identificare, anche dal punto di vista giuridico e grazie ad un rigoroso progetto di zonazione, 33 Menzioni Geografiche Aggiuntive, tra cui Migliarina, Pian del Vescovo, Terrabianca, Arcagna, Brae, Curli, Luvaira, Posaù, Beragna, Fulavin, Galeae, Pini.

Ecco dunque che il “fare sistema” del territorio è riuscito nell’impresa di mettere d’accordo tutti i produttori e di portare a termine il progetto di zonazione che sarà alla base – c’è da esserne certi – del radioso futuro della denominazione.

Prima di Dolceacqua ci sono riusciti solo a Barolo e Barbaresco. E scusate se è poco!

Ma passiamo ora ai vini in assaggio.

Dolceacqua: vini in assaggio
Dolceacqua: vini in assaggio

Rossese di Dolceacqua Galeae 2015 – Ka Maciné

Naso accattivante di lamponi, bacche, macchia mediterranea, bocca piuttosto calda, anche se agile grazie ad una corroborante freschezza. Ottima sapidità e leggera nota amaricante in chiusura. Buono questo vino che fa solo acciaio ed è vinificato con l’apporto di raspi.

Rossese di Dolceacqua Arcagna 2015 – Du Nemu

L’olfatto è dapprima floreale (geranio) e ferroso, poi però viene sopraffatto da sentori riconducibili al legno: vaniglia e caffè su tutti. Il sorso è in equilibrio tra apporto glicerico e freschezza ma la chiusura è purtroppo segnata dall’amaro tannino del legno. Interpretazione di Dolceacqua che non mi convince, anche se sono consapevole dell’estrema gioventù del vino.

Rossese di Dolceacqua Terrabianca 2015 – Terre Bianche

Naso floreale di viola e peonia, netti i richiami marini, poi ribes e melograno, timo, mineralità bianca. Bocca meno alcolica delle precedenti e con tannini (raspi) più spigolosi e da assestarsi. La dinamica gustativa è caratterizzata da un’acidità ben presente. La chiusura è decisamente salata. Buon vino che consiglio di attendere, soprattutto a chi ama tannini ben fusi.

Rossese di Dolceacqua Testalonga 2014 – Testalonga

I profumi sono piuttosto reticenti ad uscire, il vino è ancora compresso (ricordo che Testalonga è un vino decisamente longevo), ma poi con delicatezza si susseguono il lampone, la peonia, il sottobosco, la roccia e le spezie in formazione. La bocca è di commovente dolcezza, tannino da raspi ben maturi, persistenza molto lunga. Personalità ed eleganza per questo vino eccellente e che avrà ancora molto da dire nei prossimi decenni…

Rossese di Dolceacqua Luvaira 2014 – Tenuta Anfosso

Fiori freschi e frutta dolce (macedonia), la bocca è in qualche modo coerente soprattutto nell’ingresso morbido che non viene però compensato da sufficiente acidità. Vino che riassaggerò con calma perché Tenuta Anfosso mi aveva abituato decisamente meglio.

Rossese di Dolceacqua Curli 2014 – Maccario Dringenberg

Il vino più austero della batteria, fin dal colore rubino compatto senza cedimenti. L’olfatto dapprima è caratterizzato da mineralità scura, frutta matura ma non stramatura, rosa, bacche… La sensazione è che il vino sia ancora giovane e che maggiore espressività emergerà nei prossimi anni. La bocca però non lascia dubbi sulla grandezza del vino: saporita e minerale, succosa e armonica, sferica nel suo sviluppo sia ampio che profondo. Il tannino è fitto e saporito, la chiusura è sapidissima per questo vino eccellente.

Rossese di Dolceacqua  Migliarina 2013 – Roberto Rondelli

Caramella al lampone, spezie (vaniglia), violetta. Bocca estremamente armonica tra apporto glicerico, sapidità e tannini in grande equilibrio. Chiusura con alcol sotto controllo, con acidità che dà la giusta profondità e ritorni sapidi. Ottimo vino, soprattutto considerando l’annata non certo semplice.

Curli 2014 - Maccario Dringenberg
Curli 2014 – Maccario Dringenberg

Vuoi approfondire i vini di Dolceacqua? Ecco la “bibliografia minima”:

Vino al Vino – Mario Soldati (1969-1976)

Cataloghi e Guide Gianni Veronelli (dagli anni ’70 in poi)

Porthos – Luca Furlotti (marzo 2003)

Enogea n. 35 – Alessandro Masnaghetti (febbraio 2011)

Bibenda n. 39 – Armando Castagno (novembre 2011)