Nerello Mascalese vigne vecchie 2005 – Calabretta

Ho aperto con grande curiosità questo vino dell’Etna: non mi capita infatti tutti i giorni di bere un vino etneo con più di 10 anni di evoluzione.IMG_8080 Insomma, come invecchia il nerello mascalese?

Sicilia IGT Nerello Mascalese Vigne Vecchie 2005 – Calabretta

Il naso del vino colpisce per austerità e complessità: fiori appassiti, catrame, terra smossa, sottobosco, macchia mediterranea con timo in evidenza, e poi ancora il fruttino di bosco rosso e acidulo. La bocca entra con buon volume e personalità, il tannino è presente ma risolto, saporito… La progressione in bocca è del vino all’apice, evoluto senza cedimenti con un’acidità viva che fa da metronomo alla dinamica gustativa. Chiude su ritorni fruttati (ribes) e molto sapido. Bel vino davvero!

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L’azienda agricola Calabretta si trova a Randazzo e ha le proprie vigne nelle contrade di Solicchiata/Montedolce, Passopisciaro/Feudo di Mezzo, Calderara, Taccione, Battiati/Zocconero. Il vino in questione proviene da un vigneto di 7 ha e di 80 anni a 750 m sul livello del mare. Lieviti autoctoni e lungo affinamento sulle fecce fini (in botti di rovere di Slavonia e acciaio) per circa 60 mesi.

Metodo champenoise senza zuccheri esogeni anche in Francia!

Te ne ho già parlato qui del metodo che sta prendendo piede in Franciacorta per produrre vini spumanti senza l’aggiunta di zuccheri esogeni.

Casualmente scopro ora che anche in Francia – e proprio in Champagne! – c’è qualcuno champagne-2xoz_1221947che sperimenta questo metodo. Si tratta di Elodie et Fabrice Pouillon dell’omonima azienda vitivinicola.

In particolare, la cuvée 2Xoz Millésime 2004 è un Blanc de Noir (100% pinot noir) che ha la particolarità di utilizzare come liqueur de tirage non zuccheri esogeni, ma lo zucchero contenuto nel mosto d’uva (opportunamente conservato) proveniente dalle medesime vigne da cui si ottiene il vino base.

 

Non ho ancora avuto modo di assaggiarlo ma cercherò di procurarmene una bottiglia.

Tu lo hai per caso assaggiato? Se sì, raccontamelo!

Quei produttori che si arrabbiano delle critiche

criticaOrmai nel mondo del vino non si leggono più critiche o stroncature, neppure travestite da amorevoli suggerimenti. La critica enoica, sui blog e nelle riviste, fa solo storytelling…senza approfondire, senza criticare, senza esprimere opinioni franche e dirette. E soprattutto: senza fare nomi.

Anche per questa ragione i produttori stessi si sono disabituati a chi, raramente e con il dovuto tatto, si permette di sollevare qualche perplessità su come vengono pensati e realizzati certi vini. E generalmente reagiscono accusando il malcapitato che ha avuto il coraggio e la voglia di esprimere la sua opinione.

Emblematico il bailamme provocato dalle circostanziate critiche che Francesco Oddenino ha rivolto ai produttori di Roero in questo post.

Ma qual è il contenuto dell’articolo incriminato?

Te lo racconto in sintesi: l’autore, dopo aver assaggiato alla cieca 23 Roero 2013 e 23 Roero Riserva 2012, esprime delle perplessità sulla tipologia Riserva. Vini spesso stravolti dal legno e ottenuti da uve ultra-concentrate e stramature.

Come dargli torto? Sono mesi che neppure il sottoscritto assaggia Roero degni di nota, è sicuramente una delle tipologie meno appeal di Italia. Perché i produttori invece di indignarsi non si interrogano?

Generalizzare è sempre sbagliato quindi ti invito a segnalarmi qualche Roero degno di nota, prometto di assaggiarlo e raccontarlo qui sul blog.

 

Vin de Savoie Chignin “Claudius” 2012 – Gilles Berlioz

Come ti promettevo qualche post fa eccomi a degustare un vino della Savoia. Si tratta esattamente della seguente bottiglia: Vin de Savoie Chignin “Claudius” 2012 – Gilles Berlioz. IMG_8055Il liquido nel bicchiere si presenta con una veste di colore paglierino con riflessi verde oro, al naso  frutta gialla non troppo matura (nespola, pesca bianca), tarassaco, erbe aromatiche, un tocco sulfureo, frutta secca. La bocca è caratterizzata da tensione e sapore, buon volume e progressione con l’acidità a dettare il ritmo del sorso. In chiusura di bocca si percepisce, appena accennata, una punta di tannino. Retrogusto con l’alcol, nominalmente basso (11%), che però pizzica in quanto non del tutto integrato nella struttura piuttosto esile del vino.

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Si tratta di un vino ottenuto in regime biodinamico da Jacquère su suoli argillo-calcarei e vigne tra i 20 e i 60 anni (7000 piedi/ha).

Il miglior croissant alla crema di Milano: scoop!

Premessa

Nel quartiere si era sparsa la voce che quel piccolo laboratorio, una vetrina affacciata su un’anonima strada a due passi dallo Stadio San Siro, proponesse il miglior croissant alla crema di tutta Milano. Beh, confesso, non ci credevo. Mi sembrava impossibile, di sicuro si trattava di un’esagerazione di qualche pseudo-gastronomo alle prime armi esaltato dalle troppe visioni de “Il più grande pasticcere“. Quando la diceria mi è stata confermata da un abitante del quartiere che frequenta abitualmente le pasticcerie più rinomate ho iniziato a sperare che fosse possibile.

D20160515_102506‘altra parte, dopo la vittoria della premier League del Leicester di Claudio Ranieri, inizio a credere alle favole! E così mi sono deciso ad andare a provare.

La rivelazione

Ambiente un po’ angusto e spartano, grande gentilezza della proprietaria e di un paio di collaboratrici, una macchina per il caffè ed il cappuccino e un’esposizione dei prodotti ridotta all’osso. Non vedo il cornetto alla crema. Lo chiedo, appare da una credenza posta sul retro e mi viene farcito al momento.

Il croissant di per sé non è straordinario ma è buono, leggero, morbido e senza eccesso di zucchero. Ma è l’incontro con la crema che lascia stupefatti: golosa ed eterea insieme, saporita epperò anche digeribile e “fresca”…impossibile trattenersi dal finirlo in pochi secondi…sono stato rallentato solo dalla foto che vedi e che è stata presa con il cellulare a risoluzione ridotta.

Conclusione

Immagino che non ci credi neppure tu… beh ti capisco, ci sono passato anche io. Un posto di cui nessuno parla, mai nominato in nessun sito gastrofighetto, non è che mi sono sbagliato? Mi chiedo se non sia il caso di non pubblicizzarlo troppo…

Pavè, Martesana, Marchesi, Sissi tremate…è arrivato il cornetto e (soprattutto) la crema del Bosco dei Sapori!  🙂

Bosco dei Sapori
Via Alfonso Capecelatro, 81, 20148 Milano
Telefono: 348/3393743

Franciacorta Dosaggio Zero 2011 – Arcari + Danesi

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Credits: L’Arcante

 

Ho finalmente avuto modo di assaggiare uno dei Franciacorta prodotto* con il metodo “Solouva”, di cui abbiamo parlato in un post non molto tempo fa. In quell’occasione uno dei produttori, Giovanni Arcari, è gentilmente intervenuto spiegando – nei dettagli ma con linguaggio semplice – le novità e caratteristiche di questo metodo classico ottenuto senza l’aggiunta di zuccheri esogeni. La curiosità era troppa e sono corso (metaforicamente) in un e-commerce vinoso a procurarmene qualche bottiglia. Si tratta del Franciacorta Dosaggio Zero 2011 – Arcari+Danesi (sboccatura 2015).

Il vino è ottenuto da uve chardonnay da un vigneto di 1,6 ha in località Gussago (BS). 15.000 le bottiglie prodotto dopo 40 mesi di riposo sui propri lieviti.Al naso emerge frutta fresca in macedonia e fiori dolci, poi una nota curiosa tra la gomma e la scorza di agrume, in bocca ha buon volume con bolla fine e una certa cremosità che accompagna un finale pulito e leggermente amaro. Trovo gli manchi solo un po’ di progressione / sapore a centro bocca.

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* mi viene il dubbio sia ottenuto da metodo Solouva in quanto nella retroetichetta non lo vedo segnalato. Se Giovanni Arcari mi legge, visto che è già intervenuto in passato, magari mi chiarirà l’arcano.

Bere Chateau Latour alla cieca e…

Complice il solito gruppo di amici bevitori – ehm volevo dire … degustatori – ho partecipato ad una bellissima degustazione alla cieca. Di seguito ti riporto le bottiglie bevute accompagnate dalle mie note scritte di getto e senza correzioni successive, magari in seguito all’aver scoperto l’etichetta del vino.chaussette-blind-test-rouge Ci sono molte conferme e qualche sorpresa.

Champagne Extra Brut L’Amateur – David Laclapart: bellissimo questo champagne da uve chardonnay. Al naso mela golden ed agrumi accompagnati da delicati fiori bianchi. Bocca con acidità ben presente, ficcante ma in filigrana nel corpo del vino, insomma integrata. Chiude di media lunghezza ma molto molto fine.

Greco di Tufo 2008 – Pietracupa: note cerealicole accompagnate da frutta gialla e una bellissima affumicatura. La mineralità scura si percepisce fin dal naso e si ritrova in bocca, dove acidità e polpa dialogano in un entusiasmante tiki taka. Il vino è all’apice, giustamente evoluto ma non ancora in fase calante, lo sviluppo in bocca è di grande personalità e il retrogusto affumicato in chiusura invoglia ad un nuovo sorso. Per quanto mi riguarda penso il miglior greco mai assaggiato!

Meursault 1er cru Les Genevrières 2008 – Antoine Jobard: Borgogna bianca riconoscibilissima, ma purtroppo è una di quelle versioni che non mi fanno impazzire. Le note preponderanti sono quelle derivanti dall’affinamento in legno piccolo: polvere da sparo, qualche nota lattica, poi arrivano gli agrumi che però non riescono a riequilibrare il quadro. E’ però la bocca che fa penalizzare il vino nel mio taccuino: dolce e acida insieme con un finale amaricante in cui esce fuori l’alcol. Per un vino che costa almeno 80 € a bottiglia ed in un’annata molto buona è lecito aspettarsi di più.

Meursault Tillets 2009 – Domaine Roulot: un “semplice” village in annata difficile annienta il vino precedente. Il gran manico di Jean Marc Roulot è qui in evidenza: mineralità chiara, polvere da sparo, un tocco di frutta secca e gli agrumi; nel cavo orale il vino è incredibile per finezza e fittezza, acidità e sapore. Continua a crescere nel bicchiere anche all’alzarsi della temperatura. Chiude lunghissimo.

Gevrey-Chambertin 1er cru Clos Saint-Jacques 2008 – Sylvie Esmonin: naso strano e piuttosto scuro di cola, medicinale, rosa canina e arancia. Bocca un po’  evoluta e diluita, chiusura sulle erbe amare.

Gevrey-Chambertin 1er cru Lavaut Saint-Jacques 2007 – Domaine Drouhin Laroze: parte un po’ sporco (pollaio, merde de poule), si pulisce parzialmente su note di bergamotto, arancia e china, la bocca è acida e però anche scomposta. Non lascia il segno. Squilibrato.

Brunello di Montalcino Riserva 2004 – Poggio di Sotto: violetta, scorza di agrumi, amarena, foglia di the, mineralità calda, bocca sferica e succosa, calda ma saporita e profonda. Potenza ed eleganza convivono in questo vino eccellente.

Barolo La Rocca e La Pira 2003 – Roagna: naso non così definito, tra le note di catrame ed i fiori macerati. Bocca calda e tannica ma poco equilibrata. Annata difficile ma da questo produttore era lecito attendersi una prestazione più convincente.

Rioja Viña Tondonia Gran Reserva 1994 – Bodegas López de Heredia: vino giustamente evoluto, fragole e fiori, sabbia, bocca calda e magra, ficcante con acidità spiccata (poco integrata dalla materia piuttosto esile). Ha il suo fascino comunque, soprattutto per una chiusura molto sapida.

Pauillac Premier Grand Cru Classé Chateau Latour 1994: frutto rosso, tabacco e vegetale nobile, bocca però un po’ debole e “passante” (soprattutto pensando al “grand vin”), c’è poi da dire che nel bicchiere migliora parecchio e gioca sull’eleganza e la precisione. Non un vino indimenticabile ma solo più che discreto, in un’annata comunque non facile.

IL PODIO

I migliori vini della giornata il Meursault di Roulot, Poggio di Sotto e il Greco di Pietracupa (con lo Champagne medaglia di legno).

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uncle_sam_pointing_fingerMi rivolgo a te lettore di questo blog e dunque appassionato di vino…scrivi qui, utilizzando la funzionalità del commento, i vini che hai bevuto (o che magari stai bevendo ora, in diretta!) e che ti hanno colpito per qualche motivo…

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Vitigni autoctoni e biodinamica gli assi nella manica della Savoia

Frequento con una certa regolarità la Savoia ed i suoi vini. Il miglioramento della produzione vinicola della regione è evidente e va di pari passo con la riscoperta delle regioni francese meno celebrate e costose. Ho pensato quindi di raccontarti un po’ di questo territorio, prima di procedere a stappare qualche bottiglia. Con i suoi 1700 ettari di vigna la Savoia resta infatti ancora poco conosciuta, soprattutto all’appassionato italiano.

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Photo credit: Berthomeau 

Ma chi sono questi produttori che stanno portando in auge la Savoia e quali le caratteristiche che li fanno apprezzare anche fuori dai confini nazionali?

TERROIR: le vigne sono spesso in altitudine, o comunque non lontane dalle montagne, ma l’uva è allevata solo nei punti ben esposti e molto soleggiati, spesso beneficiando della prossimità di laghi.

VITIGNI: i vitigni della zona sono prevalentemente gli autoctoni. Il vitigno (bianco) più coltivato, circa metà della superficie vitata, è la jacquère, trovano molto spazio anche l’altesse o la roussanne, mentre poco spazio trova, per ora, l’interessante gringet. Tra i vitigni rossi oltre alla (abbastanza) nota mondeuse sta emergendo anche il persan (in questo contesto preferisco tralasciare i classici pinot noir e gamay che trovano comunque una certa diffusione).

DENOMINAZIONI: la maggior parte dei vini della regioni escono sotto la denominazione “Vin de Savoie”, spesso seguiti dal cru (Abymes, Arbin, Apremont, Chignin…) e dal nome del vitigno. In realtà però alcune denominazioni sono dedicate esclusivamente ad un vitigno: è il caso della “Roussette de Savoie” per l’altesse o del “Chignin-Bergeron” per la roussanne.

BIODINAMICA: l’agricoltura biodinamica sta facendo sempre più proseliti in Savoia. I giovani produttori hanno iniziato fin da subito a seguire le pratiche agronomiche e di cantina derivanti dagli insegnamenti di Rudolf Steiner. Ma anche produttori storici e convenzionali si sono “arresi” al fenomeno ormai virale tra queste montagne. Uno fra tutti, che ho incontrato di recente, lo storico Domaine Louis Magnin. Mi ha raccontato del loro progressivo ed inizialmente scettico approccio con la biodinamica (in particolare con la dinamizzazione dei preparati). Si sono dovuti ricredere in base ai risultati eclatanti ottenuti. Ad esempio mi hanno raccontato di aver salvato una vigna che non cresceva bene ed i cui frutti non arrivavano mai a maturazione.

PRODUTTORI

Voglio elencarti ora un parziale elenco di produttori degni di nota e di visita. La selezione è del tutto personale e vuole coprire le principali aree/vitigni della Savoia.

Domaine Louis Magnin: uno dei primi produttori famoso anche all’estero grazie ai notevolissimi punteggi di Robert Parker. Si tratta di una piccola azienda familiare di 8 ettari, le vigne sono situate prevalentemente in Arbin, nei pressi della città di Montmelian. Il vitigno principe della zona è la mondeuse ma notevoli di questo produttore anche i vini bianchi da roussanne (Chignin-Bergeron).

Domaine Cellier des Cray (Adrien Berlioz): sono solo 5 gli ettari vitati di questo produttore. Ci troviamo a Chignin e la produzione certificata bio riguarda i vitigni persan, mondeuse e jacquère.

Domaine Gilles Berlioz: cugino di Adrien e sempre a Chignin. E’ stato uno dei primi a portare la biodinamica in Savoia e a crederci in tempi non sospetti. Noto soprattutto per le sue cuvée di roussanne, Gilles produce anche vini a base di mondeuse, jacquère e altesse.

Domaine Dupasquier: ci troviamo a Jongieux e il domaine è particolarmente noto come l’alfiere del cru Marestel (Roussette de Savoie). Uno dei pochi vini bianchi della regione che sfida il tempo senza incertezza…

Domaine Giachino: bio dal 2008 i fratelli Giachino si sono fatti notare per un grande rapporto qualità/prezzo e per una gamma di prodotti piuttosto vasta (jacquère, mondeuse, persan, altesse…). Le etichette dei vini sono poi decisamente riconoscibili!

Ti ho fatto venir voglia di degustare qualche vino savoiardo? Nei prossimi giorni assaggerò qualcosa e ne parleremo ancora (e non è una minaccia…).  🙂

Diego Mutarelli
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“Le Vin et le vent”, nuovo lungometraggio con il vino protagonista. In arrivo da inizio 2017

Il vino, la vigna e le sue atmosfere sono state spesso scenario ideale per film più o meno riusciti. Mondovino di Jonathan Nossiter (2004), Sideways – In viaggio con Jack (2004) del regista Alexander Payne, Un’ottima annata (2006) di Ridley Scott sono i film più noti di questo filone.

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Sideways – In viaggio con Jack

Le Monde, l’austero quotidiano francese, riporta che è stato quasi ultimato un nuovo lungometraggio, questa volta prodotto in Francia e diretto da un registra francese. Potremmo dire: la risposta transalpina al cinema americano. Si tratta del film Le Vin e le vent di Cédric Klapisch, già autore di L’appartamento spagnolo e Bambole russe.

Il film, girato in Borgogna tra Meursault e Chassagne-Montrachet, racconta la storia di una famiglia di vignaioli alle prese con le delicate incombenze del passaggio generazionale della proprietà. Sono tre i figli che si “contendono” il domaine, eredi legittimi ma con inclinazioni diverse.

Il film in realtà mette il dito nella piaga di una situazione che in Francia, ma non solo, è sempre più complessa. Il passaggio generazionale per le imprese familiari è da sempre traumatico, ma nel mondo del vino tutto si complica. In alcuni territori i prezzi delle terra sono aumentati moltissimo negli ultimi decenni e le implicazioni di una successione non sono solo affettive e di competenza, ma anche fiscali. Non è detto insomma che l’erede possa permettersi l’eredità delle terre!

Considerando che alcune stime assumono che nei prossimi 10 anni il 60% delle aziende vinicole francesi dovrà affrontare la questione successione…il film appare quasi profetico.

Nel cast troviamo anche alcuni produttori. Jean-Marc Roulot recita la parte di un agricoltore che fa da anello di congiunzione tra le generazioni che si succedono al domaine, mentre Pierre Morey interpreta l’anziano padre malato.