Cassoeula, Champagne e Barbacarlo

Una fredda serata invernale. C’è forse una migliore occasione per gustare un’ottima cassoeula con vini in abbinamento ed amici a completamento?

Champagne Rosé Zero brut nature – Tarlant

Convincente questo champagne rosé che al naso rapisce con note di fragoline di bosco e calcare. Il sorso è verticale, ficcante grazie ad un’acidità acuminata ma non eccessiva, gustosa la chiusura ben sapida.

Champagne Dizy Terre Rouges rosé 2009 – Jacquesson

Bollicina non convincente questa, tanto da far pensare ad una bottiglia “strana”, anche se apparentemente non fallata. Naso di noccioline tostate e mirtilli, bocca però corta e leggermente avanti come evoluzione. Da riprovare.

Barbera d’Alba “Pochi Filagn” 2011 – Accomasso

Barbera d’Alba “Pochi Filagn” 2010 – Accomasso

Due vini bevuti alla cieca e piuttosto diversi tra di loro, a dimostrazione, semmai ce ne fosse bisogno, di quanto l’annata conti nel vino. Entrambi i vini risultano ben fatti, di personalità e con una certa mutevolezza espressiva, caratteristica che apprezzo particolarmente e che costringe il degustatore a tornare più volte con il naso nel bicchiere. L’annata 2011 in apertura è caratterizzata da note dolci (vaniglia), poi la cipria ed il rossetto, la rosa canina, il frutto rosso croccante. Un alcol un po’ troppo pronunciato in bocca penalizza leggermente la beva. Il vino chiude su ritorni dolci/amari. Decisamente superiore la barbera 2010 che apre su toni animali, poi arrivano i fiori rossi e il fruttino rosso. L’acidità è ben presente e in filigrana nella materia del vino, sorregge il sorso che è stratificato e di ottima dinamica. Il palato resta succoso e la persistenza è decisamente lunga. Che buono!

Barbacarlo
Barbacarlo

Provincia di Pavia Rosso “Barbacarlo” 2010 – Azienda Agricola Barbacarlo

Sangue, inchiostro, pepe verde, frutto chiaro che tende persino all’anguria, ferro. La bocca ha in ingresso una sottilissima e leggera carbonica, il sorso è sostenuto lungo tutto il cavo orale da una squillante sapidità, la chiusura è però avvolgente. Che grande edizione questa 2010!

Oltrepo Pavese Rosso “Vigna Barbacarlo” 1999 – Azienda Agricola Barbacarlo

Asfalto, pepe, scorza di arancia, medicinale (mercurio cromo), tocchi selvatici. Bocca saporita e succosa che, senza la presenza della carbonica a solleticare il palato, è in qualche modo più compassata rispetto alla versione 2010. Il tannino è ben presente e pronunciato, un bassorilievo che percorre tutta la superficie del vino disegnando un profilo energico, tridimensionale. La sapidità si affaccia, prepotente, in chiusura. Altro bellissimo vino.

Oltrepo Pavese “Ronchetto” 1996 – Lino Maga

Buon vino anche se inferiore ai precedenti. Il naso è giocato sul frutto chiaro, il ferro, una vena balsamica e un dolce cocco. La bocca risulta leggermente “asciutta”, non così articolata come i migliori vini di Lino Maga. Sapida e piccante la chiusura.

Oltrepo Pavese “Montebuono” 1995 – Lino Maga

Tappo. Peccato!

Intervista ad Andrej Bole, il viticoltore schierato a favore del Prosekar

Come promesso nel post di ieri, in cui riassumevo le rivendicazioni del Comitato per il Prosekar, di seguito trovi l’intervista integrale ad Andrej Bole. Andrej è uno dei viticoltori con vigne sul costone carsico. Andrej ed i suoi colleghi che hanno consentito di “mettere in sicurezza” il Prosecco DOC, ma ora vorrebbero produrre il loro Prosekar, come gli era stato promesso.

Prosekar
Prosekar

Vediamo le ragioni del Comitato per il Prosekar.

Domanda:

Buongiorno Andrej e grazie della sua disponibilità. Innanzitutto mi sembra d’obbligo chiedervi quali sono gli obiettivi del vostro Comitato per il Prosekar (che significa Prosecco in sloveno).

Risposta:

Non sono presidente o rappresentante dell’associazione, attualmente sono un viticoltore simpatizzante del Comitato. Vedrò in seguito cosa succederà non appena definiremo le priorità e i compiti del Comitato.

Per quanto concerne gli obiettivi del Comitato, dobbiamo ancora decidere su alcuni punti cruciali e in quest’istante non posso darvi notizie in merito però sulla valorizzazione e promozione della produzione locale siamo tutti d’accordo.

Il nome PROSEKAR non significa Prosecco-Prosek (inteso come nome geografico) bensì  “vino di Prosecco”, che in sloveno si dice PROSEKAR e si produce dalle uve delle nostre varietà autoctone bianche d’eccellenza: Glera , Vitovska e Malvasia. In questo modo si esprime il meglio di ogni varietà.

D.:

Voi sostenete che il Prosecco è nato nel Comune di Trieste, nella frazione di Prosecco. In origine tale vino era uno spumante dolce ottenuto da un uvaggio di tre vitigni: vitovska, malvasia e glera. Qual è la documentazione storica a supporto di questa rivendicazione?

R.:

documenti ce ne sono moltissimi:

– nel XVI secolo il vescovo Bonomo delimita la zona di produzione del vino Prosekar che va dal paese di Prosecco (300m sul mare) giù per i pastini (terrazzamenti) fino al mare prosegue sulla costa fino al porticciolo di Santa Croce per risalire fino al paese stesso che si trova sopra il ciglione (250 m.sul mare). Solo in questa porzione del costone il vino prodotto poteva essere chiamato prosekar o qualificato come liquor-vino superiore;

– nel 1689 Janez Vajkard Valvasor scrive nella sua “Gloria del Ducato di Carniola” che nelle vicinaze del paese di Prosecco-Prosek si produce il PROSEKAR di cui dà un giudizio lusinghiero;

– nel 1844 Matija Vertovc, parroco nella valle del Vipacco, scrive la prima viticoltura in lingua slovena “Vinoreja za Slovence”, dove menziona i vigneti del costone triestino, i vini fra i quali il Prosekar, le altre varietà locali;

nel 1873 il dott. Josip Vosnjak nel suo libro “Umno kletarstvo” (Buona pratica vinicola), destinato ai vignaioli sloveni, riporta una dettagliata descrizione del metodo di produzione;

agli inizi del Settecento, il predicatore Janez Svetokriški era costretto addirittura a riprendere le donne che si lasciavano andare nel berlo, mettendo in serio pericolo la propria verginità.

Di documenti ce ne sono ancora tanti e vi consiglio di parlare anche con il giornalista-ricercatore Stefano Cosma che nelle sue ricerche ha trovato tanti altri documenti che dimostrano la fama del nostro Prosekar in tutta Europa. (NdR: vedi pag 35. di questo documento pdf).

D.:

Quindi ciò significa che l’estensione della denominazione Prosecco DOC fino ad includere la frazione di Prosecco (TS) non è una semplice furbizia che ci mette al riparo da future rivendicazioni (ricordiamo che l’Unione Europea nell’affaire Tocai friulano vs. Tokaji ungherese ha sancito la prevalenze del luogo di origine sul nome del vitigno) ma ha precise ragioni storiche. Ci sono state delle promesse che il ministro Zaia o altri esponenti dell’allora Governo vi hanno fatto e che non stanno mantenendo? Oppure le vostre rivendicazioni sono nuove?

R.:

Le nostre rivendicazioni non sono nuove e l’allargamento della zona DOP PROSECCO non è furbizia ma necessità. Fin quando il vitigno si chiamava prosecco il vino Prosecco lo si poteva produrre in tutto il mondo, adesso no! Il lato triste di tutto questo è che la politica e le istituzioni ti ascoltano e sostengono soltanto quando sei abbastanza forte da affondarli! Avevamo un’idea simile, un paio di anni prima della nascita della doc Prosecco, ma è stata bocciata in maniera decisiva – forse c’era già qualcosa in pentola.

Le promesse dello Stato e della Regione: semplicemente vogliamo poter lavorare liberamente e serenamente, sembrerà strano ma tutti i vincoli, a sentire loro voluti dall’Europa, ci impediscono di fare il nostro mestiere. Ci hanno vincolato oltre il 70 % della superficie della provincia, tutta o prevalente proprietà privata, per la quale paghiamo anche le tasse, ma non possiamo fare nulla! E non sto pensando all’edificazione selvaggia, questo per noi agricoltori è sempre stato l’ultimo pensiero, perché con essa si distrugge il paesaggio.

Essendo il nostro sistema dei valori imperniato sulla proprietà privata, non credo che i proprietari siano d’accordo a non poter disporre e gestire la propria proprietà senza aver in cambio niente – mi sembra quasi un furto! E non credo che una, anche se disordinata, Europa dimentichi di offrire in cambio qualcosa per il disturbo causato ai suoi cittadini. Forse nel buio Medioevo, quando il contado dipendeva totalmente dalla volontà e dai capricci della signoria e della chiesa la situazione era migliore: la decima alla signoria , la settima alla chiesa, poi i lavori obbligati per i signori e se non venivano gli ottomani (Turchi) a saccheggiare e uccidere eri a posto, non avevi niente, ma almeno stavi in pace. Oggi in epoca moderna quando tutto si fonda sulla proprietà privata, te la negano senza espropriarti! E le autorità non ti ascoltano e nemmeno lo vogliono capire.

Noi ci troviamo in una situazione assurda: da un lato sembra che non vogliamo coltivare, ma appena lo vogliamo fare ci impigliamo in ragnatele burocratiche e vincoli paesaggistici, che semplicemente rendono qualsiasi sforzo inutile. Possiamo piantare vigneti per produrre anche il PROSECCO ma causa dei SIC e ZPS non lo possiamo fare!!! Allora?

A dire il vero qualcosa si è mosso, ma in tal misura che non si riesce a percepirlo: qualche ritocco sui vincoli, che però, in realtà non cambia niente nel contesto globale. Nella stesura dei piani di gestione delle zone SIC e ZPS noi agricoltori e proprietari della terra non siamo mai coinvolti, evidentemente siamo degli ignoranti barbari, deturpatori del territorio del quale non capiamo niente! Noi espropriati e loro fanno quello che vogliono, vedi: sincrotrone, la nuova sede postale, nuovi insediamenti abitativi, zone industriali, ecc.

TUTTO NEL NOME DEL PROGRESSO!

D.:

Amo molto i vini del Carso, soprattutto quelli a base di Malvasia, Vitovska, Terrano…non vorrei però che la produzione di Prosekar – magari limitata al Costone Carsico – generi confusione rispetto al Prosecco “classico” e in qualche modo metta in secondo piano le produzioni di grande qualità che già oggi il Carso può vantare. Non pensa possa esservi questo rischio? Non credete che l’espressione Prosekar sia troppo vicina a quella di Prosecco per essere autorizzata?

R.:

IL PROSEKAR E’ NATO QUI’! ANCHE IL NOME PROSECCO PUO’ CREARE CONFUSIONE !

All’industria serviva un nome geografico e cosi hanno inventato la grande zona doc prosecco (che mescola territori molto eterogenei: il costone carsico, il Carso, la pianura friulana, la pedemontana veneta e chi più ne ha più ne metta!).

Oggi il Prosecco moderno (monovitigno ) la fa da padrone, il PROSEKAR non può creare confusione, casomai la crea il Prosecco, che prende il nome e la storicità dal nostro originale PROSEKAR … il fatto è che per troppi anni la politica spingeva all’abbandono delle campagne, con il risultato che oggi tutti possono vedere. In questa maniera la gente ha dimenticato tanti usi e costumi e, tra questi, proprio la tradizione nata a Prosecco.

Per quanto riguarda la qualità e la quantità dei vini prodotti, non credo ci sia alcun problema: per noi viticoltori la tradizione è molto importante perciò credo che difficilmente trasformeremo tutta la nostra produzione di vini veri, sinceri e genuini in spumante, anche tenendo conto delle basse produzioni che non sono solo scelte produttive, ma anche dettate dalle condizioni naturali del nostro territorio (da noi non si riesce a produrre più di una certa quantità che difficilmente supera i 90 q. di uva per ettaro). Noi ci teniamo anche a mantenere il nostro territorio sano, quindi anche quando l’annata va (molto) male i trattamenti alle vigne non sono mai troppo numerosi. Non facciamo tutti biologico, ma anche chi coltiva in maniera convenzionale lo fa quasi nella stessa maniera del biologico, oggi lo chiamano sostenibile, qui era già normale molto tempo fa. Per finire in dolcezza il pericolo di svalorizzare i nostri vini non c’è, siccome le istituzioni fanno di tutto per aiutarci, a NON coltivare!

D.:

Il Prosekar secondo la vostra visione quali caratteristiche produttive dovrebbe avere? Il metodo di produzione si avvicina a quello del Prosecco Colfondo?

R.:

il Prosekar per tradizione nasce dolce o almeno amabile, e dovrebbe mantenere queste caratteristiche. Però nell’antichità, non c’erano le tecnologie moderne e ad un certo momento la fermentazione poteva arrivare fino in fondo, consumare tutti gli zuccheri del mosto e in quel occasione si produceva un buon Prosekar brut (definizione moderna), logicamente esisteva anche il fondo nelle bottiglie, ma all’epoca era normale. La fermentazione veniva fatta partire nei tini : per facilitare il controllo della fermentazione e la sfecciatura, poi veniva imbottigliato e consumato dopo qualche tempo già frizzante.

Prosecco or Prosekar? That is the question. Intervista al Comitato per il Prosekar

La trasmissione Report di RAI3 ha avuto l’enorme merito di portare a galla numerose questioni aperte in seguito all’allargamento dell’area di Produzione del Prosecco DOC.

Prosecco DOC: zona di produzione
Prosecco DOC: zona di produzione (Credits: Discover Prosecco Wine)

Voglio oggi parlarti non tanto dell’uso e abuso dei pesticidi in vigna quanto, altresì, di un aspetto meno noto ma molto interessante e che la trasmissione ha solo sfiorato.

I fatti

L’area più nobile e tradizionale del Prosecco che tutti conosciamo è senz’altro quella di Conegliano Valdobbiadene e di Asolo. E’ l’area più delimitata che puoi riconoscere nell’immagine qui sopra e che corrisponde a due DOCG specifiche: Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG e Asolo Prosecco Superiore DOCG.

Per sostenere il clamoroso successo commerciale del prosecco, è stato necessario (?) allargare la zona di produzione del Prosecco DOC ad un’area molto vasta che va da Padova a Trieste, passando per Treviso, Belluno, Pordenone, Udine e Gorizia! Contestualmente è stata trovato un escamotage che permettesse di proteggere il nome “prosecco” rendendolo di fatto inutilizzabile fuori dalla zona di produzione. Qual è stato l’italico escamotage? Decidere per legge che il vitigno da cui si ricava il Prosecco si chiama glera e che il Prosecco corrisponde al toponimo di una zona in cui storicamente si produceva un vino chiamato prosecco. Ed è per questo che l’area di produzione è stata estesa fino a Trieste, per ricomprendere nella DOC anche la frazione del comune di Trieste che si chiama Prosecco!

L’effetto è stato dunque duplice: da una parte consentire l’estensione della zona di produzione del Prosecco per sostenere le vendite, dall’altra mettere in sicurezza l’espressione “prosecco” che non può più essere usata in nessuna denominazione fuori dalla DOC. E’ stato scongiurato insomma un altro eventuale contenzioso, simile a quello che contrappose il Tocai friulano (vitigno) al Tokaji ungherese (zona geografica) e che costrinse i produttori friulani a cambiare il nome al loro celebre vitigno.

Le rivendicazioni

Ma i produttori triestini della piccola frazione di Prosecco cosa hanno ottenuto in cambio? Pare nulla. Ed ora battono cassa, rivendicando non solo la paternità del Prosecco ma anche il rispetto delle promesse fatte a suo tempo dal ministro Zaia: bonifica del costone carsico e allentamento dei vincoli ambientali per permettere ai produttori di coltivare la loro terra.

Per far luce sulla vicenda ho contattato un viticoltore della zona, Andrej Bole, che ha gentilmente risposto alle mie domande concedendo un’intervista chiarificatrice a Vinocondiviso.

Nel prossimo post – domani – l’intervista integrale!

I 5 post del 2016 più letti su Vinocondiviso

Per festeggiare il nuovo anno e salutare adeguatamente il 2016 ho pensato di riproporti, a mo’ di riassunto, i post più letti o più interessanti che sono stati pubblicati su Vinocondiviso.

Vinocondiviso riassunto in 5 post
Vinocondiviso riassunto in 5 post

Usa i commenti e condividi anche tu le cose più interessanti che hai letto sui blog vinosi!

#5 

articolo sulla Vitovska, un vino di confine fatto di roccia, mare e vento!

#4 

reportage su Vignai da Duline e il loro rigore senza proclami

#3

post sulle reazioni di alcuni produttori alla “critica del vino”

#2

intervista a Ronchi di Cialla: la storia dello schioppettino

#1

neologisimi: vini pezzent vs. bevitori di etichette

 

Buon 2017 a tutti!

Dolceacqua in assaggio a Milano

Oggi ti parlo della riuscita serata che l’AIS Milano, recentissimamente insignita del prestigioso Ambrogino d’Oro, ha dedicato a Dolceacqua. Nutrita la presenza dei produttori più importanti della denominazione che hanno portato i loro vini in assaggio: Alessandro Anfosso (Tenuta Anfosso), Maurizio Anfosso (Ka Maciné), Giovanna Maccario (Maccario-Dringenberg), Antonio Perrino (Testalonga), Filippo Rondelli (Terre Bianche), Roberto Rondelli.

Dolceacqua: degustazione AIS Milano
Dolceacqua: degustazione AIS Milano

Ho la fortuna di bazzicare Dolceacqua da quasi 10 anni, ben prima insomma della recente “ri-scoperta” di questo meraviglioso territorio. E, oggi come allora, quello che mi colpisce positivamente è la ferma volontà e la dedizione dei produttori di Dolceacqua nel “fare sistema”, nel mettere da parte il proprio vantaggio immediato consapevoli che, per crescere, è il territorio nel suo complesso che deve fare il salto di qualità, non basta l’exploit di un singolo produttore.

La serata è stata in larga parte condotta dell’ottimo Filippo Rondelli di Terre Bianche che ha accompagnato la sala alla scoperta delle “complicazioni” di Dolceacqua. Si è parlato di clima, di geologia, di storia, di Nomeranze (o Menzioni Geografiche Aggiuntive – MGA).

Dolceacqua, similmente a quanto è accaduto in Borgogna, da secoli aveva codificato i cru (ribattezzati con l’italico acronimo di MGA), ovvero le singole vigne qualitativamente ritenute eccellenti. Questo perché le vigne avevano confini, proprietà, caratteristiche pedo-climatiche ben differenti una dall’altra. E così il vino che ne derivava.

Documenti del XVIII secolo e recenti studi hanno permesso a Dolceacqua di identificare, anche dal punto di vista giuridico e grazie ad un rigoroso progetto di zonazione, 33 Menzioni Geografiche Aggiuntive, tra cui Migliarina, Pian del Vescovo, Terrabianca, Arcagna, Brae, Curli, Luvaira, Posaù, Beragna, Fulavin, Galeae, Pini.

Ecco dunque che il “fare sistema” del territorio è riuscito nell’impresa di mettere d’accordo tutti i produttori e di portare a termine il progetto di zonazione che sarà alla base – c’è da esserne certi – del radioso futuro della denominazione.

Prima di Dolceacqua ci sono riusciti solo a Barolo e Barbaresco. E scusate se è poco!

Ma passiamo ora ai vini in assaggio.

Dolceacqua: vini in assaggio
Dolceacqua: vini in assaggio

Rossese di Dolceacqua Galeae 2015 – Ka Maciné

Naso accattivante di lamponi, bacche, macchia mediterranea, bocca piuttosto calda, anche se agile grazie ad una corroborante freschezza. Ottima sapidità e leggera nota amaricante in chiusura. Buono questo vino che fa solo acciaio ed è vinificato con l’apporto di raspi.

Rossese di Dolceacqua Arcagna 2015 – Du Nemu

L’olfatto è dapprima floreale (geranio) e ferroso, poi però viene sopraffatto da sentori riconducibili al legno: vaniglia e caffè su tutti. Il sorso è in equilibrio tra apporto glicerico e freschezza ma la chiusura è purtroppo segnata dall’amaro tannino del legno. Interpretazione di Dolceacqua che non mi convince, anche se sono consapevole dell’estrema gioventù del vino.

Rossese di Dolceacqua Terrabianca 2015 – Terre Bianche

Naso floreale di viola e peonia, netti i richiami marini, poi ribes e melograno, timo, mineralità bianca. Bocca meno alcolica delle precedenti e con tannini (raspi) più spigolosi e da assestarsi. La dinamica gustativa è caratterizzata da un’acidità ben presente. La chiusura è decisamente salata. Buon vino che consiglio di attendere, soprattutto a chi ama tannini ben fusi.

Rossese di Dolceacqua Testalonga 2014 – Testalonga

I profumi sono piuttosto reticenti ad uscire, il vino è ancora compresso (ricordo che Testalonga è un vino decisamente longevo), ma poi con delicatezza si susseguono il lampone, la peonia, il sottobosco, la roccia e le spezie in formazione. La bocca è di commovente dolcezza, tannino da raspi ben maturi, persistenza molto lunga. Personalità ed eleganza per questo vino eccellente e che avrà ancora molto da dire nei prossimi decenni…

Rossese di Dolceacqua Luvaira 2014 – Tenuta Anfosso

Fiori freschi e frutta dolce (macedonia), la bocca è in qualche modo coerente soprattutto nell’ingresso morbido che non viene però compensato da sufficiente acidità. Vino che riassaggerò con calma perché Tenuta Anfosso mi aveva abituato decisamente meglio.

Rossese di Dolceacqua Curli 2014 – Maccario Dringenberg

Il vino più austero della batteria, fin dal colore rubino compatto senza cedimenti. L’olfatto dapprima è caratterizzato da mineralità scura, frutta matura ma non stramatura, rosa, bacche… La sensazione è che il vino sia ancora giovane e che maggiore espressività emergerà nei prossimi anni. La bocca però non lascia dubbi sulla grandezza del vino: saporita e minerale, succosa e armonica, sferica nel suo sviluppo sia ampio che profondo. Il tannino è fitto e saporito, la chiusura è sapidissima per questo vino eccellente.

Rossese di Dolceacqua  Migliarina 2013 – Roberto Rondelli

Caramella al lampone, spezie (vaniglia), violetta. Bocca estremamente armonica tra apporto glicerico, sapidità e tannini in grande equilibrio. Chiusura con alcol sotto controllo, con acidità che dà la giusta profondità e ritorni sapidi. Ottimo vino, soprattutto considerando l’annata non certo semplice.

Curli 2014 - Maccario Dringenberg
Curli 2014 – Maccario Dringenberg

Vuoi approfondire i vini di Dolceacqua? Ecco la “bibliografia minima”:

Vino al Vino – Mario Soldati (1969-1976)

Cataloghi e Guide Gianni Veronelli (dagli anni ’70 in poi)

Porthos – Luca Furlotti (marzo 2003)

Enogea n. 35 – Alessandro Masnaghetti (febbraio 2011)

Bibenda n. 39 – Armando Castagno (novembre 2011)

Quest’uomo sente il sapore dei suoni!

Si chiama James Wannerton ed è un uomo che assapora i suoni e le parole. E’ infatti affetto da una rara forma di sinestesia detta lessico-gustativa. In pratica i sensi del gusto e dell’udito non funzionano separatamente ma si mescolano nel cervello del sinesteta (sinestesia deriva dal greco e significa “percepire insieme”). E così Wannerton se ascolta la parola “parlare” sente il sapore di pancetta, “il rumore di matite che cadono” sanno di pane integrale, “aspettare”  corrisponde al gusto patatine Marmite, al nome “Jackie” associa la liquerizia e a sua madre il gelato.

Leggere il reportage su Wannerton è strabiliante, te lo consiglio!

Sinestesia
Sinestesia

In realtà forme di sinestesia meno evidenti di questa sono abbastanza diffuse (secondo alcuni studi circa il 4% della popolazione ne sarebbe affetto). Inoltre, non sorprendentemente, pare vi sia una correlazione molto stretta tra sinestesia, creatività e memoria: musicisti che “vedono le note” associandole ai colori (sinestesia suono-colore), pittori o artisti che associano segni grafici o lettere a colori (sinestesia grafema-colore), etc.

E così, si dice, la lista degli artisti/scienziati sinesteti sarebbe piuttosto guarnita: da Lady Gaga a Stevie Wonder, da Vladimir Nabokov a Duke Ellington, da Marilyn Monroe a Kandinsky…persino Leonardo da Vinci sarebbe stato un sinesteta.

Ed i degustatori? C’entra qualcosa il vino in tutto questo?

La degustazione del vino è un atto che coinvolge in modo complesso tutti i nostri sensi e, in modo più o meno inconsapevole, la mescolanza di questi viene riflessa nel lessico che utilizziamo per trasmettere l’esperienza (sin-)estetica che proviamo assaggiando un certo vino. Ed ecco che le note di degustazione utilizzano evocative figure retoriche di sinestesia parlando di “vini setosi”, “frutto croccante”, “colori caldi”, “sapori ruvidi”, “bouquet verde”, “vini puntuti”…

Un esempio?

Kras Sauvignon 2004, Josko Rencel
Oro antico, netto. La florealità è pungente e irrequieta: accanto a sentori di nocciola e castagna appare l’evocazione del mare, come un residuo accompagnato dal vento; appena il vino si scalda nel bicchiere, l’alcol trascina altre sensazioni più radicali e ne tradisce la rusticità. Ciò non gli impedisce di crescere, aprendosi a un’imprevedibile varietà d’impronta autunnale. In bocca si distingue grazie a una progressione altrettanto naive, della quale fanno parte toni di carruba e frutta secca, salvia e bosso, che lo rendono ancora più originale; l’alcol non brucia, emerge il segno del rovere, ma il liquido è imprevedibile, bizzarro, delizioso.

(Sangiorgi, “Porthos”, 33-34, 2009: 76)

Per concludere ascoltiamoci questa canzone di Fabrizio De André che, per restare in tema di sinestesia, ad un certo punto dice:

Quando mi chiese: “Conosci l’estate?”
io per un giorno per un momento, corsi a vedere il colore del vento

(Fabrizio De André, Il sogno di Maria)

La “viticoltura eroica” premiata a Milano

Ho avuto l’occasione di partecipare al Mondial des Vins Extrêmes 2016, il concorso enologico dedicato alla viticoltura eroica organizzato dal Cervim che nelle 23 edizioni precedenti si chiamava, meno pomposamente, Concorso Internazionale Vini di Montagna.

Il concorso, con tanto di giuria e medaglie, è dedicato esclusivamente ai vini prodotti in regioni montane o con viticoltura in forte pendenza (superiore al 30%) o terrazzata o delle piccole isole. Quest’anno hanno partecipato ben 738 vini provenienti da 16 Paesi (Italia, Spagna e Germania le Nazioni più rappresentate).

Sabato 12 novembre ho partecipato al banco d’assaggio tenutosi dopo la premiazione presso il Palazzo Giureconsulti a Milano.

Qualche cenno dei vini che mi sono piaciuti di più, spero mi perdonerai la sintesi delle note di degustazione ma era quasi impossibile prendere appunti…

Interessanti assaggi tra i vini valtellinesi:

Sassella Valtellina Superiore “i Ciaz” 2013 – Cooperativa Triasso e Sassella: calligrafico e pulito il frutto chiaro, la leggerissima speziatura, la movenza in bocca da peso leggero che però graffia e colpisce. Bella scoperta!

Valtellina Superiore 2007 – Le Strie: maggiore potenza (vino rinforzato anche da uve appassite) ma grande gioventù. Tannino da assestare ma saporito e vigoroso.

Sassella Riserva Valtellina Superiore 2010 – Walter Menegola: mi ha colpito questo produttore che non avevo mai assaggiato. Il vino in assaggio aveva personalità da vendere e, nonostante un alcol che scappava un po’ via, si faceva bere con gran trasporto!

Non male ma un gradino sotto i precedenti il Valtellina Superiore Sant’Andrea 2010 dei Fratelli Bettini e il Valtellina Superiore Riserva 2009 “Giupa” di Caven Camuna.

Per restare in Italia ecco gli altri assaggi di interesse:

Salina Rosso IGT 2014 - Cantine Colosi
Salina Rosso IGT 2014 – Cantine Colosi

Salina Rosso IGT 2014 – Cantine Colosi: da nerello cappuccio e nerello mascalese, non sull’Etna ma a Salina è prodotto questo vino molto interessante. Agile e salino (appunto!), bellissima l’acidità ed la dinamica gustativa che ricorda un village di Borgogna.

Etna Rosso “Pietrarizzo” 2014 – Tornatore: nerello mascalese in purezza per questo vino etneo. Molto saporito e ficcante, mineralità ben presente, molto buono.

Meno interessante invece l’altro vino di Tornatore, l’Etna Rosso 2014 che ho trovato meno equilibrato e amaricante in chiusura.

Alto Adige Pinot Bianco “Langefeld”2015 – Pfitscher: vino discreto e delicato, molto sussurrato.

I vini spagnoli:

Tenerife Abona DO “Tierra de Frontos Blanco Seco Ecologico” 2015 – Bodegas Frontos: vino da cui mi aspettavo di più, insignito anche del Prix Cervim Bio (pur consapevole che i premi in questi concorsi contano fino ad un certo punto). E’ un vino bianco ottenuto da Listan blanco sull’isola di Tenerife, al naso ha una certa aromaticità e la bocca è leggermente abboccata. Direi una curiosità enologica e poco più.

Tenerife Abona DO Tinto Clasico “Tierra de Frontos” 2014 – Bodegas Frontos: un po’ meglio il loro rosso da Baboso Negro, bello in naso minerale e dal fruttato e floreale molto fine, acidità e alcol in equilibrio ma manca un po’ di mordente.

Poi altri vini poco significativi tra cui un vino di La Palma (Canarie): La Palma DO Vinarda Vijariego 2015 – Jose David Rodriguez Pérez, ottenuto dall’uva rossa Vijariego con un naso di un bel floreale ma anche vaniglia e amaro il finale da legno. Dalle Canarie, per l’esattezza da Lanzarote proviene anche un altro vino, il Lanzarote DO Malvasia Seco Colecciòn 2015 – El Grifo, vino simpatico senza difetti ma anche molto semplice. Un ultimo vino della Canarie, dal naso verde e tropicale insieme con bocca acida e essenziale: si tratta del Las Islas Canarias DOP Malvasia Aromatica y Marmajuelo 2015 – Alejandro Gallo.

Insomma che dire: bella panoramica di produttori a volte sconosciuti altre a volte no. Pochi i vini cattivi (ho taciuto di un terribile merlot svizzero e di un pinot nero tedesco amaro come pochi…), molti i vini curiosi e qualche piacevole scoperta.

Vignai da Duline: la coerenza senza compromessi e senza proclami

C’è una rivoluzione silenziosa che percorre da qualche anno il Friuli vitivinicolo.

I grandi nomi degli anni ’80 e ’90 hanno perso un po’ di smalto e a rimetterci sono state le denominazioni di tutto il Friuli. Basta guardare una qualsiasi carta dei vini di un ristorante di livello per rendersi conto come nella sezione dedicata ai vini bianchi fermi, un tempo dominata dai vini dei Colli Orientali o del Collio, ora il Friuli sia un territorio decisamente sottorappresentato…

Ebbene, dagli anni 2000 in poi una gruppo eterogeneo di giovani produttori ha preso in mano il proprio futuro e sta aiutando il Friuli a costruire una nuova immagine e a intraprendere un nuovo percorso fatto di valorizzazione del territorio, riscoperta dei vitigni autoctoni, non interventismo in vigna e in cantina, riscoperta di antiche pratiche (vini macerati, lieviti autoctoni, etc.).

Vignai da Duline
Vignai da Duline

All’interno di questa avanguardia friulana occupano senz’altro un posto di rilievo Lorenzo Mocchiutti e Federica Magrini, gli artefici di Vignai da Duline.

Sono tornato a trovarli di recente, dopo molti anni di assenza, e mi ha fatto piacere ritrovare la stessa convinzione nei propri mezzi e la fiera fermezza, pur senza proclami, nel riaffermare le scelte “politiche” alla base del progetto.

Riscoperta di antichi biotipi di vitigni: il tocai giallo quasi estinto a favore del più produttivo tocai verde; il merlot “storico”, da vecchi cloni che danno grappoli piccoli e spargoli; il sauvignon, antico biotipo francese che nulla ha a che fare con il famigerato clone R3…

Valorizzazione della vigna: gli 8 ettari di Vignai da Duline sono in bio da oltre 30 anni. Il bosco, il terreno inerbito, le siepi, tutto è pensato per sostenere la biodiversità delle antiche vigne che Lorenzo e Federica hanno la fortuna di possedere (la maggior parte delle vigne  sono degli anni ’20 – ’40). L’originale scelta di “chioma integrale”, ovvero di non cimare le viti, è stata intrapresa per proteggere la pianta da inutili stress e per conferire ai vini maggior complessità e freschezza.

Qualche appunto sui vini che ho degustato:

Grave Friulano “La Duline” 2015: dal vigneto La Duline, vecchie vigne (anni ’20 e anni ’40) di tocai verde e tocai giallo, naso ricco e variegato di fiori gialli, un fondo speziato di grande eleganza, acidità e calore in bocca con chiusura corroborata da ottima sapidità.

Venezia Giulia IGT Malvasia Istriana “Chioma Integrale” 2015: naso molto bello, una aromaticità appena accennata che dialoga bene con una mineralità evidente, bocca fitta e dinamica con acidità, sapore e sapidità che palleggiano in scioltezza.

Colli Orientali del Friuli Chardonnay “Ronco Pitotti” 2014: dall’altro cru aziendale a nord di Manzano, il Ronco Pitotti, con vigne degli anni ’30. Questo chardonnay è un vino piuttosto ampio ma armonico e, in qualche modo, “classico”: frutta (anche secca), pasticceria ed un tocco erbaceo delineano il naso, la bocca è coerente con una certa grassezza (assenti note di legno però!) ben bilanciata dal connubio acido/sapido.

Venezia Giulia IGT “Morus Alba” 2014: un vino molto rappresentativo di Vignai da Duline. Nasce infatti dall’unione di uve provenienti dai due vigneti aziendali (La Duline e Ronco Pitotti) e di due vitigni: 60% Malvasia Istriana e 40% Sauvignon. Lo descrivo solo con due parole: sale e sassi. Vino giovanissimo che ha un grande avvenire davanti a sé.

Venezia Giulia IGT “Morus Alba” 2008: naso fantastico e vino ancora giovane e che dimostra le potenzialità di questo blend. Vegetale in apertura, tocchi di idrocarburi, fiori gialli, sassi e mare…sorso profondissimo e salato.

Venezia Giulia IGT Schioppettino “La Duline” 2015: colore rubino scarico e luminosissimo, naso di fragoline e lamponi, pepe, vegetale fine, rose rosse e peonia, bocca asciutta, verticale, agile. Grande beva.

Colli Orientali del Friuli Merlot “Ronco Pitotti” 2010 (magnum): fa parte delle selezioni di biotipi storici e prodotte solo in magnum. Grandissimo merlot: mora e mirtillo, minerale scuro, prugna fresca, violetta, balsamico…in bocca è freschissimo, fitto e profondo, sapido. Grande vino che mi sono servito ben due volte nonostante fossimo, dopo tre ore, alla fine delle chiacchiere e della bevuta.

Diego Mutarelli
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Da una Lacryma sul viso ho capito molte cose…

Era il 1964 e Bobby Solo cantava l’indimenticabile “Una lacrima sul viso“, scritta insieme a Mogol. La canzone mi torna in mente oggi, sorseggiando un vino mitologico, la Lacryma Christi del Vesuvio: una delle denominazioni più antiche del mondo che non siamo ancora in grado di valorizzare come si deve, lasciandola invece in mano a imbottigliatori senza scrupoli che la vendono a 2 € a bottiglia a ignari turisti. Loro sì, quando apriranno quella bottiglia a casa, verseranno amare lacrime…

Il Vesuvio è una montagna rivestita di terra fertile alla quale sembra che abbiano tagliato orizzontalmente la cima; codesta cima forma una pianura quasi piatta, totalmente sterile, del colore della cenere, nella quale si incontrano di tratto in tratto caverne piene di fenditure, formate da pietre annerite come se avessero subito l’azione del fuoco; di modo che si può congetturare che là vi fosse stato un vulcano il quale si è spento dopo aver consumato tutta la materia infiammabile che gli serviva da alimento. Forse è questa la causa cui dobbiamo attribuire la mirabile fertilità delle pendici della montagna. (Strabone, 10 a.C.)

Come dimostrano numerosissime evidenze storiche, ad esempio quanto scritto da Strabone e come si evince da numerosi affreschi pompeiani – tra cui lo splendido Bacco e il Vesuvio che trovi qui sotto – il legame tra il Vesuvio ed il vino è di antichissima data (si ipotizza a partire dal V secolo a.C).

Bacco e il Vesuvio, Casa del Centenario (Pompei); 68 - 79 d.C.
Bacco e il Vesuvio, Casa del Centenario (Pompei); 68 – 79 d.C.

La leggenda più conosciuta sull’origine del nome della denominazione di cui ti parlo oggi, vuole che Lucifero, nella sua discesa agli inferi, abbia portato via con sè un pezzo di Paradiso. Gesù, riconoscendo nel Golfo di Napoli il Paradiso rubato, pianse lacrime copiose da cui nacquero i vigneti del Lacryma Christi.

Nell’affresco qui riportato puoi notare come non solo vi sia Bacco ricoperto di uva ma siano persino riconoscibili, in basso a sinistra del Monte Vesuvius,  le vigne che allora, più di oggi, ricoprivano le pendici del vulcano.

La denominazione Lacryma Christi DOP esiste sia nella versione rossa, da uve di Piedirosso (minimo 50%), Sciascinoso, Olivella e/o Aglianico, sia nella versione bianca da uve Caprettone e/o Coda di Volpe (minimo 45%), Falanghina e/o Greco. I punti di forza della denominazione dovrebbero essere non solo la notorietà globale dovuta ad un nome tanto leggendario quanto riconoscibile, ma anche il territorio vulcanico che conferisce (dovrebbe conferire) ai migliori campioni una mineralità senza uguali.

Veniamo ora al vino che ho assaggiato e di cui ti voglio parlare oggi. Si tratta di una Lacryma ottenuta da Piedirosso, Aglianico e Sciascinoso dell’azienda Agricola Giacomo Ascione, Vigna delle Ginestre.

Lacryma Christi Rosso 2015 - Vigna delle Ginestre
Lacryma Christi Rosso 2015 – Vigna delle Ginestre

Lacryma Christi del Vesuvio Rosso 2015 – Vigna delle Ginestre (Azienda Agricola Giacomo Ascione)

Il colore rubino vivo con riflessi porpora tradisce l’estrema gioventù del vino. Il naso è da subito molto fruttato (mora, amarene selvatiche), poi arrivano le erbe aromatiche con il timo e il rosmarino, il geranio, una nota eterea e pungente tra il cioccolatino Mon Cheri e l’asfalto. Il sorso è avvolgente, morbido e di buon volume e, fortunatamente, senza troppo calore. Anzi, alla dinamica gustativa partecipa un’acidità pimpante e un tannino -leggermente scomposto in chiusura  – che aiuta a dare equilibrio e grip. Retrogusto di frutta rossa e dolce accompagnato da una nota finale piuttosto amaricante.

Vino non banale e produttore senz’altro da seguire.

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Intervista a Ronchi di Cialla: passato e futuro dello schioppettino. Veronelli, Soldati, Brera e la famiglia Nonino…

Ti ho già parlato, qualche post fa, dello schioppettino e della sua incredibile storia. Per approfondire la tematica ho deciso di chiedere aiuto a chi ha contribuito, in modo decisivo, alla salvaguardia e alla rinascita dello splendido vitigno autoctono friulano: Ronchi di Cialla.

Schioppettino Ronchi di Cialla
Schioppettino Ronchi di Cialla

Ringrazio Ivan Rapuzzi, cotitolare e responsabile agronomico di Ronchi di Cialla, per il tempo che mi ha dedicato per rispondere senza remore ad alcune mie domande.

Ma ora bando alla ciance, lasciamo spazio all’intervista! Se hai qualche ulteriore spunto o domanda usa i commenti, spero e credo che Ivan Rapuzzi possa soddisfare ulteriori curiosità…

Ronchi di Cialla è nota agli appassionati per il salvataggio dello schioppettino da estinzione quasi certa.  Era il 1970. Ci racconta come andò esattamente e cosa spinse i suoi genitori a puntare molto su questo vitigno all’epoca poco considerato?

Lo schioppettino ebbe nel Medioevo un periodo importante e di notorietà. Storicamente la varietà era coltivata in pochissimi Km2, a cavallo tra la Valle di Cialla e Albana. Detta localizzazione era dovuta al fatto che al di fuori della sua zona tipica lo schioppettino, pur producendo un vino ottimo, perdeva la sua tipicità. Questa rarità fu per lo schioppettino la sua fortuna e la sua maledizione nello stesso tempo. Infatti quando arrivò la fillossera a metà XIX secolo lo schioppettino non potè essere salvato in quanto il parassita colpì contemporaneamente la totalità della zona di produzione. Il periodo post-filloserica fu segnato da strategie ampelografiche quantomeno miopi: fu favorita la sostituzione delle varietà autoctone con quelle internazionali più produttive perdendo un patrimonio ampelografico enorme! Successivamente i due conflitti mondiali portarono altri 50 anni di abbandono e distruzione.

Quando la mia famiglia nel 1970 decise coraggiosamente di recuperare la viticoltura in Cialla, sapeva dell’esistenza dello schioppettino da vecchi documenti (mio padre era bibliofilo e tutt’oggi possediamo una biblioteca importante da lui ereditata di testi friulani dal ‘600 in poi focalizzati sull’agronomia) e dalla memoria delle persone più anziane della valle. Non si arresero e, con l’aiuto dell’allora Sindaco di Prepotto Bernardo Bruno, dopo due anni di serrate ricerche riuscirono a individuare e recuperare in Cialla e nelle zone limitrofe circa 60 ceppi superstiti. Da queste viti “madre” furono raccolti i tralci e vennero allevate nuove viti di schioppettino. Nel 1973 finalmente venne messo a dimora un impianto di 2,5ha di schioppettino (ove è tuttora conservata la totalità della biodiversità superstite dello schioppettino). A quell’epoca lo schioppettino non era però inserito tra le varietà autorizzate e quindi l’impianto era da considerarsi abusivo e fuori legge, pertanto sarebbe stato da espiantare con contestuale pagamento di un’ammenda molto cospicua. A questo punto intervenne la fortuna ad aiutare lo schioppettino, era il 1975 e i destini della nostra famiglia si intrecciarono con quelli della famiglia Nonino che proprio in quell’anno stava istituendo la prima edizione del premio Risit d’Aur. La famiglia Nonino ebbe la lungimiranza di voler premiare la mia famiglia per aver salvato questo prezioso vitigno. Nella commissione del premio erano presenti Luigi Veronelli, Mario Soldati, Gianni Brera – che si innamorarono dello schioppettino e divennero carissimi amici di famiglia – e anche i rappresentanti delle Istituzioni che avviarono le procedure burocratiche per il riconoscimento dello schioppettino tra le varietà autorizzate.

Le prime prove di vinificazione suggerirono ai miei genitori di trovarsi di fronte ad una varietà dalle grandi potenzialità, di grande eleganza ed equilibrio…ricordava i vini della Borgogna e fu così che decisero di vinificarlo utilizzando la barrique sin dal prima vendemmia (1977). Lo schioppettino è stato così il secondo vino italiano ad essere elevato in barrique dopo il Tignanello di Antinori alcuni anni prima.

Sin dalla prima vendemmia del 1977 venne costituito nelle nostre cantine uno stoccaggio di parte della bottiglie prodotte. Oggi abbiamo la fortuna di poter commercializzare verticali di vini dolci, bianchi e rossi dall’annata 1977. Vantiamo uno stoccaggio, credo unico in Italia, di circa 50.000 bottiglie storiche.

Parlare oggi di riscoperta dei vitigni autoctoni fa un po’ ridere…ma non sono lontani gli anni in cui gli agronomi, gli enologi ed i vari esperti del vino spingevano i “vitigni migliorativi”. Fin dagli anni ’70 Ronchi di Cialla ha puntato nelle varietà friulane: verduzzo, picolit, ribolla gialla, schioppettino, refosco dal peduncolo rosso. Da molti decenni, a quei tempi, nei Colli Orientali del Friuli spadroneggiavano le varietà bordolesi.

La scelta di allevare esclusivamente vitigni autoctoni è stata quindi una scelta consapevole e  controcorrente o l’avete vissuta in modo naturale?

Ambedue le cose: una scelta logica (e pertanto consapevole) e una sincera convinzione nel credere veramente nelle potenzialità della nostra terra in modo naturale. D’altronde le notizie documentate della coltivazione della vite in Friuli risalgono a 2 millenni fa (Plinio il Vecchio) e probabilmente sono ancora più antiche mentre le varietà bordolesi furono introdotte soltanto 150 anni fa!

Qualche riga per descrivere i vitigni schioppettino, il refosco e il picolit.

Vitigni belli, selvaggi, difficili ma se trattati con cura e attenzione capaci di dare emozioni e non semplicemente del vino.

Mi sembra di poter dire che Ronchi di Cialla sia un’azienda in cui innovazione e tradizione convivono da sempre. Per quanto riguarda l’innovazione siete stati i precursori in Italia nell’utilizzo della barrique, nelle pratiche di ricolmatura alla presenza di un notaio, i primi monopole  in Italia (della sottozona Cialla).

Cosa bolle in pentola per il futuro?

Non abbiamo mai perso il vizio di confrontarci con noi stessi, anzi. Da alcuni anni in particolare mi sono interessato al rapporto che le nostre varietà hanno con l’ambiente, la vigna deve essere interpretata come un tutt’uno con la terra, l’acqua, l’aria e le altre specie viventi con le quali condivide il suo spazio. Sono per passione e formazione entomologo e l’approccio naturale che riservo alla vigna è quello discreto e attento di un osservatore. Le nostre scelte agronomiche sono oramai da molti anni rivolte al minimo impatto ambientale e da due anni abbiamo ottenuto (tra le pochissime aziende vitivinicole italiane) la certificazione di azienda Biodiversity Friend. Siamo orgogliosi di annoverare la presenza nella nostra valle di Cialla di 4 su 5 specie di coleotteri catalogati CITES (convenzione per proteggere le specie più vulnerabili ed a più alto rischio di estinzione); la quinta specie non e’ stata trovata in Cialla semplicemente perché naturalmente non presente nei nostri ambienti!

Penso che per le aziende artigianali italiane del vino sia molto importante trovare un equilibrio tra il supporto tecnico che garantisce l’enologo e la personalità del proprio vino. I tema è di farsi affiancare dal punto di vista enologico senza però perdere il controllo dei propri vini, che debbono nascere dal terroir e dalla sensibilità del viticoltore. E’ d’accordo? Quali le vostre scelte in proposito?

Noi abbiamo deciso di fare del vino un “affare di famiglia”, quindi ce la giochiamo tra di noi, senza alibi. Se il vino è buono è merito delle nostre vigne e del nostro lavoro altrimenti ce ne prendiamo la responsabilità.

In Italia, non solo nel mondo del vino, è sempre difficile “fare sistema”. L’Associazione dei Produttori Schioppettino di Prepotto ha sicuramente contribuito in tempi recenti ad aumentare la notorietà dello Schioppettino. Voi correte da soli, essendo monopole di Cialla, anche se tutti insieme partecipate al Consorzio dei Colli Orientali del Friuli. Vede delle sinergie che in futuro potrebbero essere sfruttate meglio, magari grazie alla leadership di aziende storiche come Ronchi di Cialla?

Auspico e vedo con grande favore il fare squadra, indispensabile per affrontare la comunicazione ed il mercato. Però piuttosto che aziende leader di riferimento vedo con più favore il perseguire tutti assieme degli obbiettivi (anche tecnici) semplici e concreti, facilmente raggiungibili. Ad esempio mi piacerebbe, restando sullo schioppettino, poterlo identificare con la sua naturale eleganza e finezza, rinunciando alle estremizzazioni di appassimenti e surmaturazioni. Credo che sia controproducente proporre ai clienti schioppettini superconcentrati e muscolari più simili ad un Amarone affiancati ad altri eleganti e raffinati.

Diego Mutarelli
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