Intervista a Ronchi di Cialla: passato e futuro dello schioppettino. Veronelli, Soldati, Brera e la famiglia Nonino…

Ti ho già parlato, qualche post fa, dello schioppettino e della sua incredibile storia. Per approfondire la tematica ho deciso di chiedere aiuto a chi ha contribuito, in modo decisivo, alla salvaguardia e alla rinascita dello splendido vitigno autoctono friulano: Ronchi di Cialla.

Schioppettino Ronchi di Cialla
Schioppettino Ronchi di Cialla

Ringrazio Ivan Rapuzzi, cotitolare e responsabile agronomico di Ronchi di Cialla, per il tempo che mi ha dedicato per rispondere senza remore ad alcune mie domande.

Ma ora bando alla ciance, lasciamo spazio all’intervista! Se hai qualche ulteriore spunto o domanda usa i commenti, spero e credo che Ivan Rapuzzi possa soddisfare ulteriori curiosità…

Ronchi di Cialla è nota agli appassionati per il salvataggio dello schioppettino da estinzione quasi certa.  Era il 1970. Ci racconta come andò esattamente e cosa spinse i suoi genitori a puntare molto su questo vitigno all’epoca poco considerato?

Lo schioppettino ebbe nel Medioevo un periodo importante e di notorietà. Storicamente la varietà era coltivata in pochissimi Km2, a cavallo tra la Valle di Cialla e Albana. Detta localizzazione era dovuta al fatto che al di fuori della sua zona tipica lo schioppettino, pur producendo un vino ottimo, perdeva la sua tipicità. Questa rarità fu per lo schioppettino la sua fortuna e la sua maledizione nello stesso tempo. Infatti quando arrivò la fillossera a metà XIX secolo lo schioppettino non potè essere salvato in quanto il parassita colpì contemporaneamente la totalità della zona di produzione. Il periodo post-filloserica fu segnato da strategie ampelografiche quantomeno miopi: fu favorita la sostituzione delle varietà autoctone con quelle internazionali più produttive perdendo un patrimonio ampelografico enorme! Successivamente i due conflitti mondiali portarono altri 50 anni di abbandono e distruzione.

Quando la mia famiglia nel 1970 decise coraggiosamente di recuperare la viticoltura in Cialla, sapeva dell’esistenza dello schioppettino da vecchi documenti (mio padre era bibliofilo e tutt’oggi possediamo una biblioteca importante da lui ereditata di testi friulani dal ‘600 in poi focalizzati sull’agronomia) e dalla memoria delle persone più anziane della valle. Non si arresero e, con l’aiuto dell’allora Sindaco di Prepotto Bernardo Bruno, dopo due anni di serrate ricerche riuscirono a individuare e recuperare in Cialla e nelle zone limitrofe circa 60 ceppi superstiti. Da queste viti “madre” furono raccolti i tralci e vennero allevate nuove viti di schioppettino. Nel 1973 finalmente venne messo a dimora un impianto di 2,5ha di schioppettino (ove è tuttora conservata la totalità della biodiversità superstite dello schioppettino). A quell’epoca lo schioppettino non era però inserito tra le varietà autorizzate e quindi l’impianto era da considerarsi abusivo e fuori legge, pertanto sarebbe stato da espiantare con contestuale pagamento di un’ammenda molto cospicua. A questo punto intervenne la fortuna ad aiutare lo schioppettino, era il 1975 e i destini della nostra famiglia si intrecciarono con quelli della famiglia Nonino che proprio in quell’anno stava istituendo la prima edizione del premio Risit d’Aur. La famiglia Nonino ebbe la lungimiranza di voler premiare la mia famiglia per aver salvato questo prezioso vitigno. Nella commissione del premio erano presenti Luigi Veronelli, Mario Soldati, Gianni Brera – che si innamorarono dello schioppettino e divennero carissimi amici di famiglia – e anche i rappresentanti delle Istituzioni che avviarono le procedure burocratiche per il riconoscimento dello schioppettino tra le varietà autorizzate.

Le prime prove di vinificazione suggerirono ai miei genitori di trovarsi di fronte ad una varietà dalle grandi potenzialità, di grande eleganza ed equilibrio…ricordava i vini della Borgogna e fu così che decisero di vinificarlo utilizzando la barrique sin dal prima vendemmia (1977). Lo schioppettino è stato così il secondo vino italiano ad essere elevato in barrique dopo il Tignanello di Antinori alcuni anni prima.

Sin dalla prima vendemmia del 1977 venne costituito nelle nostre cantine uno stoccaggio di parte della bottiglie prodotte. Oggi abbiamo la fortuna di poter commercializzare verticali di vini dolci, bianchi e rossi dall’annata 1977. Vantiamo uno stoccaggio, credo unico in Italia, di circa 50.000 bottiglie storiche.

Parlare oggi di riscoperta dei vitigni autoctoni fa un po’ ridere…ma non sono lontani gli anni in cui gli agronomi, gli enologi ed i vari esperti del vino spingevano i “vitigni migliorativi”. Fin dagli anni ’70 Ronchi di Cialla ha puntato nelle varietà friulane: verduzzo, picolit, ribolla gialla, schioppettino, refosco dal peduncolo rosso. Da molti decenni, a quei tempi, nei Colli Orientali del Friuli spadroneggiavano le varietà bordolesi.

La scelta di allevare esclusivamente vitigni autoctoni è stata quindi una scelta consapevole e  controcorrente o l’avete vissuta in modo naturale?

Ambedue le cose: una scelta logica (e pertanto consapevole) e una sincera convinzione nel credere veramente nelle potenzialità della nostra terra in modo naturale. D’altronde le notizie documentate della coltivazione della vite in Friuli risalgono a 2 millenni fa (Plinio il Vecchio) e probabilmente sono ancora più antiche mentre le varietà bordolesi furono introdotte soltanto 150 anni fa!

Qualche riga per descrivere i vitigni schioppettino, il refosco e il picolit.

Vitigni belli, selvaggi, difficili ma se trattati con cura e attenzione capaci di dare emozioni e non semplicemente del vino.

Mi sembra di poter dire che Ronchi di Cialla sia un’azienda in cui innovazione e tradizione convivono da sempre. Per quanto riguarda l’innovazione siete stati i precursori in Italia nell’utilizzo della barrique, nelle pratiche di ricolmatura alla presenza di un notaio, i primi monopole  in Italia (della sottozona Cialla).

Cosa bolle in pentola per il futuro?

Non abbiamo mai perso il vizio di confrontarci con noi stessi, anzi. Da alcuni anni in particolare mi sono interessato al rapporto che le nostre varietà hanno con l’ambiente, la vigna deve essere interpretata come un tutt’uno con la terra, l’acqua, l’aria e le altre specie viventi con le quali condivide il suo spazio. Sono per passione e formazione entomologo e l’approccio naturale che riservo alla vigna è quello discreto e attento di un osservatore. Le nostre scelte agronomiche sono oramai da molti anni rivolte al minimo impatto ambientale e da due anni abbiamo ottenuto (tra le pochissime aziende vitivinicole italiane) la certificazione di azienda Biodiversity Friend. Siamo orgogliosi di annoverare la presenza nella nostra valle di Cialla di 4 su 5 specie di coleotteri catalogati CITES (convenzione per proteggere le specie più vulnerabili ed a più alto rischio di estinzione); la quinta specie non e’ stata trovata in Cialla semplicemente perché naturalmente non presente nei nostri ambienti!

Penso che per le aziende artigianali italiane del vino sia molto importante trovare un equilibrio tra il supporto tecnico che garantisce l’enologo e la personalità del proprio vino. I tema è di farsi affiancare dal punto di vista enologico senza però perdere il controllo dei propri vini, che debbono nascere dal terroir e dalla sensibilità del viticoltore. E’ d’accordo? Quali le vostre scelte in proposito?

Noi abbiamo deciso di fare del vino un “affare di famiglia”, quindi ce la giochiamo tra di noi, senza alibi. Se il vino è buono è merito delle nostre vigne e del nostro lavoro altrimenti ce ne prendiamo la responsabilità.

In Italia, non solo nel mondo del vino, è sempre difficile “fare sistema”. L’Associazione dei Produttori Schioppettino di Prepotto ha sicuramente contribuito in tempi recenti ad aumentare la notorietà dello Schioppettino. Voi correte da soli, essendo monopole di Cialla, anche se tutti insieme partecipate al Consorzio dei Colli Orientali del Friuli. Vede delle sinergie che in futuro potrebbero essere sfruttate meglio, magari grazie alla leadership di aziende storiche come Ronchi di Cialla?

Auspico e vedo con grande favore il fare squadra, indispensabile per affrontare la comunicazione ed il mercato. Però piuttosto che aziende leader di riferimento vedo con più favore il perseguire tutti assieme degli obbiettivi (anche tecnici) semplici e concreti, facilmente raggiungibili. Ad esempio mi piacerebbe, restando sullo schioppettino, poterlo identificare con la sua naturale eleganza e finezza, rinunciando alle estremizzazioni di appassimenti e surmaturazioni. Credo che sia controproducente proporre ai clienti schioppettini superconcentrati e muscolari più simili ad un Amarone affiancati ad altri eleganti e raffinati.

Diego Mutarelli
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Autumn in Treiso: Rizzi

Oggi ti voglio raccontare della bella visita che ho avuto modo di effettuare presso l’azienda agricola Rizzi, situata a Treiso, nel cuore della zona del Barbaresco.

Azienda Vitivinicola Rizzi
Panorama da Rizzi

Rizzi è senz’altro una delle aziende più significative della zona sia per estensione (35 ha per circa 70.000 bottiglie) sia – soprattutto – per qualità e affidabilità. Inoltre, plus per l’enoturista, la vista che si gode dalla cima del cru Rizzi, in cui è appunto situata l’azienda, è impagabile.

L’accoglienza presso l’azienda è di grande calore e semplicità, unita a grazia e pragmatismo merito soprattutto di Jole Dellapiana, figlia di Ernesto Dellapiana, il titolare dell’azienda. Figura di riferimento dell’azienda anche Enrico Dellapiana, enologo e responsabile commerciale, presente in cantina anche lui al momento della mia visita.

In cantina c'è spazio anche per i bimbi!
In cantina c’è spazio anche per i bimbi!

Ecco cosa ho assaggiato:

Langhe Chardonnay 2015: ottenuto da un bel vigneto sito proprio a ridosso della cantina, naso esotico (ananas, banana) e di fine vegetale (basilico), agile e fresco, piacevole nella sua immediatezza. Solo acciaio.

Dolcetto d’Alba 2014: rosa e fragola al naso, tannino ancora croccante e dalla chiusura leggermente amara, darà il meglio di sé accompagnato al cibo. Solo acciaio.

Barbera d’Alba 2013: interessante la barbera dalle note di viola, fruttini rossi, un tocco di rossetto e una certa vinosità. Acidità sostenuta ma perfettamente fusa nella materia.

Langhe Nebbiolo 2014: 12 mesi di botte grande per questo nebbiolo dagli eleganti tocchi agrumati.

Degustazione vini presso Cantina Rizzi
Degustazione vini presso Cantina Rizzi

Barbaresco Rizzi 2012: forse il vino più buono della giornata, veramente convincente! Speziato ed elegantemente fruttato al naso, un tocco di liquirizia dona austerità, bocca veramente convincente. Tra qualche anno sarà perfetto.

Barbaresco Nervo 2013: altro bel Barbaresco. L’annata di grazia si sente tutta, abbisogna senz’altro di più tempo rispetto al vino precedente, la mineralità è netta, la dinamica gustativa, per quanto ancora compressa, mostra carattere nervoso e sapore. Ripassare tra un lustro almeno.

Barbaresco Pajoré 2013: in questa fase meno definito e più maschio rispetto al Nervo, di grande potenza, ha bisogno di tempo questo Pajoré ma diventerà un Barbaresco di grande intensità.

Frimaio Vendemmia Tardiva 2009: da uve moscato lasciate appassire su pianta e raccolte nella seconda metà di novembre. Molto buono questo vino da dessert impreziosito dalle note agrumate conferite dalla botrite che si accompagnano perfettamente a note dolci di frutta esotica, canditi e rosa. L’acidità accompagna il sorso ed evita ogni stucchevolezza, la chiusura è anzi piacevolmente sapida. Gran bel vino.

Vino vegano: tra marketing e ideologia, certificazioni e atti di fede

Anche tu ti imbatti con sempre maggior frequenza – al supermercato, in enoteca o nel negozietto bio sotto casa – in vini che riportano in etichetta l’espressione “vino vegano” o “vino vegetariano”?

C’è chi giura che, dopo i vini naturali, il prossimo grande trend enoico riguarderà proprio i vini veg. vini veg

Ma facciamo un po’ d’ordine. Cosa si intende per vino vegetariano e cosa per vino vegano?

In sintesi potremmo dire che il vino vegetariano è un vino che nel suo processo di produzione non è entrato in contatto con carni (di qualunque tipo, pesce incluso ovviamente) o da derivati ottenuti dall’uccisione diretta di animali. Il vino vegano, in aggiunta, non potrà contenere e/o essere entrato in contatto neppure con prodotti di origine animale.

Nei processi di chiarificazione del vino non potranno perciò essere usate le consuete reti proteiche quali: colla di pesce, colla d’ossa, gelatina (che provengono dall’uccisione di animali) oppure albumina e caseina (che potranno essere usate nel caso di vino vegetariano ma non nel caso di vino vegano). Potremmo optare ad esempio per la bentonite (che è un minerale).

Ma la chiarificazione è solo uno dei punti più delicati del processo. Cosa dire di tutto il processo di produzione in cui, anche indirettamente, è molto difficile non entrare in contatto con prodotti di origine animale? I più integralisti parlano di vino vegano “di filiera”, ovvero di pratiche agricole e di cantina in cui non ho usato guanti di cuio, letame, cornoletame, cornosilice, in cui ho persino regolato la velocità del trattore per permettere agli insetti di scappare!

Se non ci credi leggi quanto sostiene su Porthos il vignaiolo Claudio Menicocci:

Nel 2004 eravamo derisi, presi per estremisti. L’idea forte per me era, ed è, che quando produci sofferenza, questa si trasmette al cibo che consumi, di conseguenza evitare la sofferenza animale e vegetale è importante non solo per una questione etica. Il discorso vegano mi entusiasma perché, ad esempio, dovendo evitare la lotta agli insetti, sotto qualunque forma, anche la più naturale, il metodo per portare il prodotto a casa è la cura e lo sviluppo della biodiversità come sostegno esclusivo all’agricoltura.

(…)

Il veganismo mi ha insegnato ad andare in fondo ai problemi, anche quelli nascosti. Quando ti poni il problema di calcolare la velocità del trattore perché gli insetti abbiano il tempo di scappare mentre fai le lavorazioni, ti abitui ad avere un’ottica diversa, cominci a notare le interazioni tra gli esseri viventi, scopri che i colori dei fiori hanno un senso perché devono attirare un insetto e non l’altro.

Potrebbe sembrare folclore ma non lo è per nulla. Un’azienda importante come Ciù Ciù Vini dall’annata 2014 produce solo vini biologici e vegani. Sullo stesso solco, addirittura dal 2009, anche Pievalta.

Insomma la nicchia dei vini vegani presto non sarà più così piccola ed ecco che diventa urgente una normativa in tema di etichetta. L’espressione “vino vegano” non è infatti normata in alcun modo, è facoltativa e, naturalmente, come tutto ciò che viene riportato su una confezione alimentare chi la usa deve sottostare alle norme generali in materia di etichettatura: veridicità, non ingannevolezza, oggettività.
Esistono certificatori e marchi privati (ad esempio “Qualità Vegana” e “Qualità Vegetariana Vegan”) a cui le aziende possono volontariamente rivolgersi per far certificare, da un ente terzo, il proprio prodotto.

Devo dire che però rimango scettico. Fare un vino sia biologico (per non dire biodinamico!) sia vegano è un’impresa titanica (rileggi l’intervista che ti citavo prima)… non vorrei che la moda del veg prenda il sopravvento sulla moda del naturale. In fondo l’uso della chimica non impedisce la certificazione veg, anzi se sei costretto a rinunciare a molti rimedi per alcuni potrebbe essere una tentazione troppo forte. 

No, non sono ancora pronto a diventare enologicamente vegano. Almeno finché il Domaine de la Romanée-Conti continuerà ad usare l’albume per le chiarifiche o i preparati biodinamici in vigna. 🙂

I 5 alibi del degustatore euristico

Il ragionamento, la discussione, l’analisi sono processi cognitivi piuttosto faticosi e che richiedono energia e concentrazione. Per questo il cervello umano, nel risolvere, magari velocemente, questioni complesse, spesso usa delle scorciatoie o delle semplificazioni (a rigore potremmo chiamarle euristiche cognitive) che permettono, in maniera intuitiva e rapida, di avvicinarsi alla verità. parassita-bigA volte queste semplificazioni ci portano a commettere degli errori o a banalizzare delle problematiche senza che neppure ce ne rendiamo conto. Si incappa cioè in quello che gli psicologi chiamano bias cognitivi.

I degustatori e gli appassionati di vino non sono certo immuni da questa trappola mentale.

Ti è mai capitato di avere un’opinione molto diversa da quella di un’altro degustatore, che magari stimi ed è pure tuo amico, sulla medesima bottiglia di vino?

A me sì, e quando succede sono piuttosto felice! Sai che noia avere tutti la stessa opinione… anzi ti dirò di più: spesso dalla divergenza di opinioni nasce un dibattito costruttivo e che mi fa soffermare su aspetti di quel vino che magari in un primo momento non avevo considerato. Sono proprio questi i momenti di apprendimento migliore!

Però risulta faticoso e, a volte, anche antipatico approfondire la divergenza di valutazione su un medesimo vino. Non vorrai mica insinuare che io non ci capisco un’acca di vino???

Ecco allora che, inconsapevolmente, il degustatore “pigro” ricorre ad una serie di alibi che evitano imbarazzanti discussioni. Di seguito ti riporto i 5 alibi più frequentemente utilizzati:

  1. la bottiglia sotto-performante: uno degli adagi più conosciuti nel mondo del vino recita che “non esistono grandi vini ma solo grandi bottiglie“. Ovvero: se non stiamo bevendo lo stesso vino versato dalla stessa bottiglia è probabile che stiamo bevendo vini diversi e dunque… ogni scambio di opinione è inutile. Se io trovo il vino eccezionale e tu lo trovi mediocre la spiegazione più semplice è che la tua bottiglia sia, per qualche motivo, sotto-performante. Non è necessariamente colpa di nessuno (conservazione, tappo, etc.), semplicemente il vino è vivo e la tua bottiglia è evoluta diversamente dalla mia. E’ la spiegazione più probabile? Certo che no! Ma è la spiegazione meno faticosa…
  2. le fasi di chiusura: eccolo qui l’altro passepartout per troncare ogni approfondimento enoico. “I nebbiolo 2010 sono entrati in fase di chiusura, riaprilo tra 5 anni quel Barolo di Beppe Rinaldi e vedrai…”. Anche in questo caso pur non negando l’esistenza di queste casistiche e l’esistenza di fasi di chiusura e finestre di bevibilità, quasi mai prendiamo in considerazione tutti i casi che smentiscono questa tesi (nell’esempio citato, i tanti nebbiolo 2010 bevuti che risultano invece aperti e golosi).
  3. il giorno radice: si tratta del più sconsigliato giorno per aprire i vini , in particolari se ottenuti da pratiche biodinamiche, secondo il calendario lunare di Maria Thun. In pratica, la luna influenzerebbe non solo la semina, la raccolta e le altre pratiche agricole (e di cantina, come ad esempio i travasi o gli imbottigliamenti) ma avrebbe un impatto significativo anche sulla performance del vino in fase di degustazione. Insomma, prima di aprire il tuo prossimo La Tache, consulta il calendario o una delle varie app a disposizione sull’argomento.
  4. bottiglia “viaggiata” o problemi di conservazione: qui la colpa è di chi ha mal conservato o trasportato il vino e la divergenza di opinioni dipenderà sicuramente da questo, piuttosto che da una soggettiva valutazione del vino.
  5. lotto sfigato: quest’ultimo alibi è uno dei più subdoli! Infatti non sono poi molti i produttori, soprattutto di dimensioni medio piccole, che fanno massa unica prima di imbottigliare. Ecco perché possono diffondersi leggende sui lotti sfigati o buoni da comprare di un certo vino.

Naturalmente gli alibi che ho riportato sono solo i più frequenti, me ne potrei essere dimenticato qualcuno. Se te ne vengono in mente altri segnalalo nei commenti! Peraltro, i 5 alibi hanno, a volte, un fondo di verità e non sono sempre campati per aria. Ma quello che mi colpisce e che volevo provocatoriamente raccontarti è: perché facciamo così fatica ad accettare la soggettività nel mondo del vino? Perché è così difficile accettare che abbiamo gusti e sensibilità diverse? Infine, perché se abbiamo un’opinione diversa su un certo vino, “uno dei due sbaglia”? La degustazione del vino non è un gioco a somma zero, in cui io vinco e tu perdi, tu hai ragione ed io ho torto…e se fosse invece uno splendido gioco a somma positiva in cui entrambi impariamo dal confronto di opinioni diverse? 

Neologismi: vini pezzent vs. bevitori di etichette

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Si sa, il linguaggio è molto importante per condividere e trasmettere le emozioni del vino magari a chi non lo sta bevendo insieme a te. Come descrivere sensazioni complesse come quelle derivanti dall’esperienza culturale dell’assaggio di un vino? Spesso dunque i degustatori sono abili nell’utilizzo delle metafore, nell’uso delle sinestesie e più in generale delle figure retoriche o comunque nella creatività applicata alla lingua. Mario Soldati o Luigi Veronelli ci hanno lasciato pezzi di letteratura e vino ancora ineguagliati…

Molto più modestamente oggi ti parlo di un divertente neologismo che sento utilizzare sempre più spesso tra gli appassionati di vino. Si tratta della parola pezzent spesso utilizzata in espressioni tipo: “vino pezzent”, “serata pezzent”, “amante dei vini pezzent” e via di seguito.

Pezzent è il prototipo dell’appassionato che si contrappone al wine-snob o, meglio ancora, al bevitore di etichette. Se il bevitore di etichette contraddistingue l’appassionato che riesce ad entusiasmarsi solo per i vini/vitigni celebri, il degustatore di indole pezzent è invece capace di appassionarsi preferibilmente per i piccoli vini, le produzioni sconosciute o le denominazioni di nicchia; la sua missione è quella di “scoprire” vini e territori ancora inesplorati e dall’ottimo rapporto qualità prezzo.

E tu da che parte stai?

Per scoprirlo segui la tavola sinottica sottostante!

Tavola Sinottica Pezzent vs. Bevitore di Etichette
Tavola Sinottica Pezzent vs. Bevitore di Etichette

Diego Mutarelli
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Vitovska: il vino di confine fatto di roccia, mare e bora

Ho avuto la possibilità di partecipare ad un  bell’evento organizzato dall’AIS Milano dedicato alla vitovska. L’evento fa parte di una delle numerose iniziative collaterali pensate per lanciare la decima edizione di Mare e Vitovska, manifestazione enogastronomica che si terrà al Castello di Duino il 17 e 18 giugno 2016.

La vitovska è un vitigno autoctono del Carso friulano e sloveno. Un vitigno che da tempo sta trovando sempre più estimatori, tra i quali il sottoscritto. Ho avuto la fortuna di visitare il Carso friulano qualche tempo fa, scoprendo territori e produttori fenomenali: Vodopivec, Zidarich, Skerk, Kante sono solo alcuni dei produttori più conosciuti.

La vitovska è un vitigno elegante e dal basso tenore alcolico con aromi delicati di fiori, mare e frutta a pasta bianca o gialla a seconda delle interpretazioni. Acidità ben calibrata e sapidità marina allungano il sorso e danno profondità minerale a vini che non lasciano indifferenti. Il vitigno si è adattato ad un territorio difficile ed affascinante: siccitoso in estate e freddo in inverno, ricco di roccia calcarea con poca terra a disposizione, spazzato da folate violente di bora ma anche mitigato dal mare e dalla baia del golfo di Trieste.

Le interpretazioni di vitovska che mi convincono di più sono ottenute da macerazioni sulle bucce e affinamenti in legno grande e usato, cemento o anfora. Alcuni produttori, ad iniziare da Zidarich, stanno addirittura riscoprendo la vinificazione in tini di pietra carsica. Non mancano stili più tradizionali (vinificazioni in bianco e affinamenti in inox) e non sono pochi i produttori che provano anche ad utilizzare una quota di legno nuovo.

I vini in degustazione:

 

Vitovska 2015 – Azienda Vinicola Andrej Bole

Mare, fiori bianchi, foglia di menta, bocca delicata, piuttosto esile con però una bella progressione dettata dall’acidità che dà ottima profondità al vino. 83

Vitovska 2015 – Gabì Wines

Colore e olfatto più grintoso del vino precedente, pesca bianca non troppo matura, ginestra, camomilla, mela renetta, mineralità, alghe…bocca completa, sferica, succosa. Chiusura di media lunghezza molto pulita. Bella vitovska vinificata in bianco e fermentata in legno. 86

Vitovska 2014 – Grgic (sito web)

Vino vinificato in bianco, con macerazione a freddo e ghiaccio secco (crio), 2/3 del vino in questa difficile annata fanno legno, 1/3 della massa acciaio. Le noti di affinamento in legno sono purtroppo predominanti (mou/burro), il vino risulta piuttosto grasso, le note lattiche tornano in bocca. Il vino è equilibrato nelle sue componenti ma lo stile è decisamente “coprente” in un’annata difficile in cui, forse, si poteva provare ad usare una mano meno marcante in cantina. 76

Vitovska 2015 – Rado Kocjancic

Canfora, fiori bianchi, mare, pesca bianca, bocca sferzata da un’acidità viva eppure intrigante, saporita. Ottima lunghezza. 84

Vitovska 2015 – Bajta Fattoria Carsica (sito web)

Bel vino dal naso pulito e semplice di mela, floreale e una vena delicata vegetale, il tutto circondato da una bella mineralità. Bocca, appena sparisce una leggera CO2, grintosissima: acidità e sale afferrano il cavo orale e non lo mollano più, neppure nei ritorni agrumati in retrolfatto. 87

Vitovska 2013 – Skerlj (sito web)

Ecco la prima vitovska della serie vinificata in rosso: uva passa, zenzero, iodio, salmastro, bocca leggermente tannica, con una progressione molto convincente: verticale, salata, saporita. Chiude decisamente lungo. Gran bel vino davvero. 88

Vitovska 2013 – Skerk

Naso caleidoscopico per questo orange wine: erbe aromatiche, albicocca, uva passa, iodio, un tocco di frutta esotica, persino lampone…la bocca è intensa, sferica, il sorso accompagnato da un gustosissimo tannino. Vino completo di grande prospettiva ed energia. 89

Vitovska 2007 – Zidarich

Vino con qualche anno sulle spalle che ha raggiunto una compiutezza – senza essere ancora arrivato all’apice – rimarcabile: camomilla e zenzero, erbe aromatiche e roccia, il naso ad ascoltarlo con calma direbbe ancora tanto ma…la bocca lascia stupefatti: delicata ed energica insieme, come solo i grandi vini sanno essere, la progressione è senza strappi con il tannino a dare sapore e l’acidità a dare verticalità. Il sale invece invoglia alla beva. La chiusura è fresca e lunghissima. Un vino che coniuga energia e classe, potenza ed eleganza. 91

Clos Rougeard : comme un sentier secret au fond de la forêt

Clos Rougeard: poesia fatta vino! (in francese)

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Il y a des vins qui cachent une âme de poète. Qui ont des histoires tissées à corps, contes éphémères et instantanés ne prenant vie que dans le verre.

Une seule gorgée et l’espace temps se transforme en sentier secret caché au fond de la forêt. Les pas ralentissent, le silence touffu de la nature se transforme en fraîcheur sur la peau, devient senteur de sous-bois et chant des feuilles accueillant le vent automnal. Le regard s’attarde tantôt sur une touffe de mousse nichée au pied d’un arbre, tantôt sur un  cèpe timide pointant son chapeau hors de la terre, ou encore sur l’écorce rugueux d’un vieux chêne racontant son histoire tranquille à travers les siècles. Le chemin des sens arpente les arcanes du temps et accueille à bras ouvert l’automne qui se blotti au creux de ses sillons. Délicatement une feuille tombe, décrivant des arabesques avant de poser sa couleur dorée sur le sol sombre et humide. Puis…

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Metodo champenoise senza zuccheri esogeni anche in Francia!

Te ne ho già parlato qui del metodo che sta prendendo piede in Franciacorta per produrre vini spumanti senza l’aggiunta di zuccheri esogeni.

Casualmente scopro ora che anche in Francia – e proprio in Champagne! – c’è qualcuno champagne-2xoz_1221947che sperimenta questo metodo. Si tratta di Elodie et Fabrice Pouillon dell’omonima azienda vitivinicola.

In particolare, la cuvée 2Xoz Millésime 2004 è un Blanc de Noir (100% pinot noir) che ha la particolarità di utilizzare come liqueur de tirage non zuccheri esogeni, ma lo zucchero contenuto nel mosto d’uva (opportunamente conservato) proveniente dalle medesime vigne da cui si ottiene il vino base.

 

Non ho ancora avuto modo di assaggiarlo ma cercherò di procurarmene una bottiglia.

Tu lo hai per caso assaggiato? Se sì, raccontamelo!

Vitigni autoctoni e biodinamica gli assi nella manica della Savoia

Frequento con una certa regolarità la Savoia ed i suoi vini. Il miglioramento della produzione vinicola della regione è evidente e va di pari passo con la riscoperta delle regioni francese meno celebrate e costose. Ho pensato quindi di raccontarti un po’ di questo territorio, prima di procedere a stappare qualche bottiglia. Con i suoi 1700 ettari di vigna la Savoia resta infatti ancora poco conosciuta, soprattutto all’appassionato italiano.

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Photo credit: Berthomeau 

Ma chi sono questi produttori che stanno portando in auge la Savoia e quali le caratteristiche che li fanno apprezzare anche fuori dai confini nazionali?

TERROIR: le vigne sono spesso in altitudine, o comunque non lontane dalle montagne, ma l’uva è allevata solo nei punti ben esposti e molto soleggiati, spesso beneficiando della prossimità di laghi.

VITIGNI: i vitigni della zona sono prevalentemente gli autoctoni. Il vitigno (bianco) più coltivato, circa metà della superficie vitata, è la jacquère, trovano molto spazio anche l’altesse o la roussanne, mentre poco spazio trova, per ora, l’interessante gringet. Tra i vitigni rossi oltre alla (abbastanza) nota mondeuse sta emergendo anche il persan (in questo contesto preferisco tralasciare i classici pinot noir e gamay che trovano comunque una certa diffusione).

DENOMINAZIONI: la maggior parte dei vini della regioni escono sotto la denominazione “Vin de Savoie”, spesso seguiti dal cru (Abymes, Arbin, Apremont, Chignin…) e dal nome del vitigno. In realtà però alcune denominazioni sono dedicate esclusivamente ad un vitigno: è il caso della “Roussette de Savoie” per l’altesse o del “Chignin-Bergeron” per la roussanne.

BIODINAMICA: l’agricoltura biodinamica sta facendo sempre più proseliti in Savoia. I giovani produttori hanno iniziato fin da subito a seguire le pratiche agronomiche e di cantina derivanti dagli insegnamenti di Rudolf Steiner. Ma anche produttori storici e convenzionali si sono “arresi” al fenomeno ormai virale tra queste montagne. Uno fra tutti, che ho incontrato di recente, lo storico Domaine Louis Magnin. Mi ha raccontato del loro progressivo ed inizialmente scettico approccio con la biodinamica (in particolare con la dinamizzazione dei preparati). Si sono dovuti ricredere in base ai risultati eclatanti ottenuti. Ad esempio mi hanno raccontato di aver salvato una vigna che non cresceva bene ed i cui frutti non arrivavano mai a maturazione.

PRODUTTORI

Voglio elencarti ora un parziale elenco di produttori degni di nota e di visita. La selezione è del tutto personale e vuole coprire le principali aree/vitigni della Savoia.

Domaine Louis Magnin: uno dei primi produttori famoso anche all’estero grazie ai notevolissimi punteggi di Robert Parker. Si tratta di una piccola azienda familiare di 8 ettari, le vigne sono situate prevalentemente in Arbin, nei pressi della città di Montmelian. Il vitigno principe della zona è la mondeuse ma notevoli di questo produttore anche i vini bianchi da roussanne (Chignin-Bergeron).

Domaine Cellier des Cray (Adrien Berlioz): sono solo 5 gli ettari vitati di questo produttore. Ci troviamo a Chignin e la produzione certificata bio riguarda i vitigni persan, mondeuse e jacquère.

Domaine Gilles Berlioz: cugino di Adrien e sempre a Chignin. E’ stato uno dei primi a portare la biodinamica in Savoia e a crederci in tempi non sospetti. Noto soprattutto per le sue cuvée di roussanne, Gilles produce anche vini a base di mondeuse, jacquère e altesse.

Domaine Dupasquier: ci troviamo a Jongieux e il domaine è particolarmente noto come l’alfiere del cru Marestel (Roussette de Savoie). Uno dei pochi vini bianchi della regione che sfida il tempo senza incertezza…

Domaine Giachino: bio dal 2008 i fratelli Giachino si sono fatti notare per un grande rapporto qualità/prezzo e per una gamma di prodotti piuttosto vasta (jacquère, mondeuse, persan, altesse…). Le etichette dei vini sono poi decisamente riconoscibili!

Ti ho fatto venir voglia di degustare qualche vino savoiardo? Nei prossimi giorni assaggerò qualcosa e ne parleremo ancora (e non è una minaccia…).  🙂

Diego Mutarelli
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“Solouva”: la Franciacorta cerca di smarcarsi dallo Champagne

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Che in Franciacorta sappiano fare sistema ed utilizzare tutte le leve di marketing non è una novità. Le oltre 15 milioni di bottiglie vendute ogni anno sono lì a dimostrarlo.

L’operazione “Solouva” però sembra un progetto di più ampio respiro e che lancia un vero e proprio guanto di sfida allo Champagne. Ma in cosa consiste questo metodo?

Come spiegano i promotori:

Dal punto di vista tecnico solouva è un metodo con il quale vengono prodotti vini a rifermentazione in bottiglia senza la consueta aggiunta di zucchero di canna per provocare la seconda fermentazione e per dosare il vino dopo la sboccatura. Al posto del saccarosio (zucchero di canna o barbabietola) viene utilizzato il mosto delle stesse uve, ricco, in modo naturale, di zucchero.

Insomma, visto che in Franciacorta, a differenza che in Champagne, la maturazione fenolica delle uve viene raggiunta più facilmente (per questioni climatiche essenzialmente) perché raccogliere uve poco mature con acidità elevate e poi aggiungere lo zucchero a compensare? Raccogliere uva con un grado di maturazione fenolica maggiore ed aggiungere il mosto della stessa vendemmia per far partire la fermentazione in bottiglie ed, eventualmente, per il dosage sembra insomma l’uovo di Colombo.

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méthode champenoise vs. metodo solouva

A maturità fenologica, l’uva, oltre che ad essere ricca di zucchero, sviluppa i composti fenolici del vino, in altre parole, degli elementi che donano al vino i suoi colore, profumo e consistenza. Solo in questa fase le uve riescono ad esprimere le caratteristiche della propria varietà e soprattutto della propria provenienza. Insomma, in questo modo (assenza di zuccheri esogeni) la territorialità dovrebbe essere maggiormente rispettata.

Quest’anno sono oltre mezzo milione le bottiglie di Franciacorta Docg “tirate” con il metodo senza zuccheri esogeni, o più semplicemente “solouva”, il processo di vinificazione applicabile ai vini a rifermentazione in bottiglia (metodo classico) che utilizza solo zucchero auto-prodotto (mosto delle stesse uve) in tutte le fasi di vinificazione.

Come sempre al bicchiere l’ardua sentenza! E non appena avrò modo di assaggiare una di queste bottiglie te lo relazionerò qui in un post ad hoc, prometto…  🙂

Alcune domande rimangono al momento senza risposta:

  • maturità fenolica dell’uva = maggior equilibrio e territorialità. Ma come la mettiamo con l’acidità? I nuovi Franciacorta avranno l’acidità sufficiente senza “aiutini”? Insomma se eliminiamo lo zucchero esogeno non è che poi saremo costretti ad aggiungere qualcosa di peggio?
  • come reagiranno i consumatori che sono stati abituati a metodi classico con acidità importanti, spesso non integrate, ma di certo non “ricchi e maturi”?
  • cosa dirà la critica?

Che se ne parli è già di per sé un primo grande successo dell’iniziativa!

Vuoi sapere le cantine che ad oggi producono “solouva”? Eccole:

Azienda Agricola Arcari+Danesi (Coccaglio), Azienda Agricola Camossi (Erbusco), Azienda Agricola Colline della Stella (Gussago), Agricola Derbusco Cives (Erbusco), Azienda Agricola Sullali (Erbusco), Azienda Agricola SoloUva (Erbusco), Azienda Agricola Vezzoli Giuseppe (Erbusco).