Franciacorta Dosaggio Zero 2011 – Arcari + Danesi

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Credits: L’Arcante

 

Ho finalmente avuto modo di assaggiare uno dei Franciacorta prodotto* con il metodo “Solouva”, di cui abbiamo parlato in un post non molto tempo fa. In quell’occasione uno dei produttori, Giovanni Arcari, è gentilmente intervenuto spiegando – nei dettagli ma con linguaggio semplice – le novità e caratteristiche di questo metodo classico ottenuto senza l’aggiunta di zuccheri esogeni. La curiosità era troppa e sono corso (metaforicamente) in un e-commerce vinoso a procurarmene qualche bottiglia. Si tratta del Franciacorta Dosaggio Zero 2011 – Arcari+Danesi (sboccatura 2015).

Il vino è ottenuto da uve chardonnay da un vigneto di 1,6 ha in località Gussago (BS). 15.000 le bottiglie prodotto dopo 40 mesi di riposo sui propri lieviti.Al naso emerge frutta fresca in macedonia e fiori dolci, poi una nota curiosa tra la gomma e la scorza di agrume, in bocca ha buon volume con bolla fine e una certa cremosità che accompagna un finale pulito e leggermente amaro. Trovo gli manchi solo un po’ di progressione / sapore a centro bocca.

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* mi viene il dubbio sia ottenuto da metodo Solouva in quanto nella retroetichetta non lo vedo segnalato. Se Giovanni Arcari mi legge, visto che è già intervenuto in passato, magari mi chiarirà l’arcano.

Bere Chateau Latour alla cieca e…

Complice il solito gruppo di amici bevitori – ehm volevo dire … degustatori – ho partecipato ad una bellissima degustazione alla cieca. Di seguito ti riporto le bottiglie bevute accompagnate dalle mie note scritte di getto e senza correzioni successive, magari in seguito all’aver scoperto l’etichetta del vino.chaussette-blind-test-rouge Ci sono molte conferme e qualche sorpresa.

Champagne Extra Brut L’Amateur – David Laclapart: bellissimo questo champagne da uve chardonnay. Al naso mela golden ed agrumi accompagnati da delicati fiori bianchi. Bocca con acidità ben presente, ficcante ma in filigrana nel corpo del vino, insomma integrata. Chiude di media lunghezza ma molto molto fine.

Greco di Tufo 2008 – Pietracupa: note cerealicole accompagnate da frutta gialla e una bellissima affumicatura. La mineralità scura si percepisce fin dal naso e si ritrova in bocca, dove acidità e polpa dialogano in un entusiasmante tiki taka. Il vino è all’apice, giustamente evoluto ma non ancora in fase calante, lo sviluppo in bocca è di grande personalità e il retrogusto affumicato in chiusura invoglia ad un nuovo sorso. Per quanto mi riguarda penso il miglior greco mai assaggiato!

Meursault 1er cru Les Genevrières 2008 – Antoine Jobard: Borgogna bianca riconoscibilissima, ma purtroppo è una di quelle versioni che non mi fanno impazzire. Le note preponderanti sono quelle derivanti dall’affinamento in legno piccolo: polvere da sparo, qualche nota lattica, poi arrivano gli agrumi che però non riescono a riequilibrare il quadro. E’ però la bocca che fa penalizzare il vino nel mio taccuino: dolce e acida insieme con un finale amaricante in cui esce fuori l’alcol. Per un vino che costa almeno 80 € a bottiglia ed in un’annata molto buona è lecito aspettarsi di più.

Meursault Tillets 2009 – Domaine Roulot: un “semplice” village in annata difficile annienta il vino precedente. Il gran manico di Jean Marc Roulot è qui in evidenza: mineralità chiara, polvere da sparo, un tocco di frutta secca e gli agrumi; nel cavo orale il vino è incredibile per finezza e fittezza, acidità e sapore. Continua a crescere nel bicchiere anche all’alzarsi della temperatura. Chiude lunghissimo.

Gevrey-Chambertin 1er cru Clos Saint-Jacques 2008 – Sylvie Esmonin: naso strano e piuttosto scuro di cola, medicinale, rosa canina e arancia. Bocca un po’  evoluta e diluita, chiusura sulle erbe amare.

Gevrey-Chambertin 1er cru Lavaut Saint-Jacques 2007 – Domaine Drouhin Laroze: parte un po’ sporco (pollaio, merde de poule), si pulisce parzialmente su note di bergamotto, arancia e china, la bocca è acida e però anche scomposta. Non lascia il segno. Squilibrato.

Brunello di Montalcino Riserva 2004 – Poggio di Sotto: violetta, scorza di agrumi, amarena, foglia di the, mineralità calda, bocca sferica e succosa, calda ma saporita e profonda. Potenza ed eleganza convivono in questo vino eccellente.

Barolo La Rocca e La Pira 2003 – Roagna: naso non così definito, tra le note di catrame ed i fiori macerati. Bocca calda e tannica ma poco equilibrata. Annata difficile ma da questo produttore era lecito attendersi una prestazione più convincente.

Rioja Viña Tondonia Gran Reserva 1994 – Bodegas López de Heredia: vino giustamente evoluto, fragole e fiori, sabbia, bocca calda e magra, ficcante con acidità spiccata (poco integrata dalla materia piuttosto esile). Ha il suo fascino comunque, soprattutto per una chiusura molto sapida.

Pauillac Premier Grand Cru Classé Chateau Latour 1994: frutto rosso, tabacco e vegetale nobile, bocca però un po’ debole e “passante” (soprattutto pensando al “grand vin”), c’è poi da dire che nel bicchiere migliora parecchio e gioca sull’eleganza e la precisione. Non un vino indimenticabile ma solo più che discreto, in un’annata comunque non facile.

IL PODIO

I migliori vini della giornata il Meursault di Roulot, Poggio di Sotto e il Greco di Pietracupa (con lo Champagne medaglia di legno).

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Vitigni autoctoni e biodinamica gli assi nella manica della Savoia

Frequento con una certa regolarità la Savoia ed i suoi vini. Il miglioramento della produzione vinicola della regione è evidente e va di pari passo con la riscoperta delle regioni francese meno celebrate e costose. Ho pensato quindi di raccontarti un po’ di questo territorio, prima di procedere a stappare qualche bottiglia. Con i suoi 1700 ettari di vigna la Savoia resta infatti ancora poco conosciuta, soprattutto all’appassionato italiano.

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Photo credit: Berthomeau 

Ma chi sono questi produttori che stanno portando in auge la Savoia e quali le caratteristiche che li fanno apprezzare anche fuori dai confini nazionali?

TERROIR: le vigne sono spesso in altitudine, o comunque non lontane dalle montagne, ma l’uva è allevata solo nei punti ben esposti e molto soleggiati, spesso beneficiando della prossimità di laghi.

VITIGNI: i vitigni della zona sono prevalentemente gli autoctoni. Il vitigno (bianco) più coltivato, circa metà della superficie vitata, è la jacquère, trovano molto spazio anche l’altesse o la roussanne, mentre poco spazio trova, per ora, l’interessante gringet. Tra i vitigni rossi oltre alla (abbastanza) nota mondeuse sta emergendo anche il persan (in questo contesto preferisco tralasciare i classici pinot noir e gamay che trovano comunque una certa diffusione).

DENOMINAZIONI: la maggior parte dei vini della regioni escono sotto la denominazione “Vin de Savoie”, spesso seguiti dal cru (Abymes, Arbin, Apremont, Chignin…) e dal nome del vitigno. In realtà però alcune denominazioni sono dedicate esclusivamente ad un vitigno: è il caso della “Roussette de Savoie” per l’altesse o del “Chignin-Bergeron” per la roussanne.

BIODINAMICA: l’agricoltura biodinamica sta facendo sempre più proseliti in Savoia. I giovani produttori hanno iniziato fin da subito a seguire le pratiche agronomiche e di cantina derivanti dagli insegnamenti di Rudolf Steiner. Ma anche produttori storici e convenzionali si sono “arresi” al fenomeno ormai virale tra queste montagne. Uno fra tutti, che ho incontrato di recente, lo storico Domaine Louis Magnin. Mi ha raccontato del loro progressivo ed inizialmente scettico approccio con la biodinamica (in particolare con la dinamizzazione dei preparati). Si sono dovuti ricredere in base ai risultati eclatanti ottenuti. Ad esempio mi hanno raccontato di aver salvato una vigna che non cresceva bene ed i cui frutti non arrivavano mai a maturazione.

PRODUTTORI

Voglio elencarti ora un parziale elenco di produttori degni di nota e di visita. La selezione è del tutto personale e vuole coprire le principali aree/vitigni della Savoia.

Domaine Louis Magnin: uno dei primi produttori famoso anche all’estero grazie ai notevolissimi punteggi di Robert Parker. Si tratta di una piccola azienda familiare di 8 ettari, le vigne sono situate prevalentemente in Arbin, nei pressi della città di Montmelian. Il vitigno principe della zona è la mondeuse ma notevoli di questo produttore anche i vini bianchi da roussanne (Chignin-Bergeron).

Domaine Cellier des Cray (Adrien Berlioz): sono solo 5 gli ettari vitati di questo produttore. Ci troviamo a Chignin e la produzione certificata bio riguarda i vitigni persan, mondeuse e jacquère.

Domaine Gilles Berlioz: cugino di Adrien e sempre a Chignin. E’ stato uno dei primi a portare la biodinamica in Savoia e a crederci in tempi non sospetti. Noto soprattutto per le sue cuvée di roussanne, Gilles produce anche vini a base di mondeuse, jacquère e altesse.

Domaine Dupasquier: ci troviamo a Jongieux e il domaine è particolarmente noto come l’alfiere del cru Marestel (Roussette de Savoie). Uno dei pochi vini bianchi della regione che sfida il tempo senza incertezza…

Domaine Giachino: bio dal 2008 i fratelli Giachino si sono fatti notare per un grande rapporto qualità/prezzo e per una gamma di prodotti piuttosto vasta (jacquère, mondeuse, persan, altesse…). Le etichette dei vini sono poi decisamente riconoscibili!

Ti ho fatto venir voglia di degustare qualche vino savoiardo? Nei prossimi giorni assaggerò qualcosa e ne parleremo ancora (e non è una minaccia…).  🙂

Diego Mutarelli
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Un Vouvray roccia e agrumi!

Con l’avvicinarsi delle bella stagione i vini bianchi francesi, ed in particolare quelli della Loira, diventano compagni inseparabili. O almeno io la vedo così!

Stasera ho stappato un vino ottenuto da chenin blanc veramente convincente. Si tratta del Vouvray “Les Promenards” 2013 – Mathieu Cosme.

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Vouvray “Les Promenards” 2013 – Mathieu Cosme

Il vino al naso è un tripudio di mineralità e frutta acidula, direi una spremuta di agrumi e roccia, fiori e sale. Il sorso è in ingresso appena rotondo ma subito sferzato dalla spina acido/sapida del vino che avviluppa il cavo orale e spegne immediatamente la sensazione morbida appena accennata, fornendo anzi al vino una sua austera profondità. La mineralità torna prepotente nel retrolfatto lasciando la bocca succosa e saporita. Grande vino dedicato a … tutti quelli che dicono che la mineralità non esiste e non si può percepire visto che le rocce ed i sali non odorano!

90/100

Bevibilità: parametro fondamentale o espressione abusata?

drinking-375353_960_720Se ne parla spesso, probabilmente troppo, quasi sempre a sproposito. Sto parlando del concetto di bevibilità. Ma cosa si intende con questa espressione sempre più à la page tra gli appassionati di vino?

Il problema comincia proprio dalla definizione di bevibilità. A volte la bevibilità viene contrapposta al concetto di complessità del vino. La connotazione è quindi piuttosto negativa, ci sono i vini seri, complessi, degni di essere degustati ed i vini da scampagnata, disimpegnati e sempliciotti che berresti a garganella…

Oggi ci riflettevo mentre sorseggiavo, in occasione di un festeggiamento in famiglia, due vini piuttosto diversi tra loro ma che come punto in comune avevano proprio il concetto di bevibilità. Bevibilità a cui però io fornisco un’accezione del tutto positiva: i vini bevibili sono quelli che non ti stancano, che bevi a pasto più volentieri dell’acqua, che ti lasciano la bocca saporita, salata e pronta ad accogliere un nuovo sorso. Sono l’opposto dei vini solo muscolari, solo strutturati e concentrati, marmellatosi di cui a fatica finisci un bicchiere e che spesso risultano del tutto inabbinabili al cibo.

Ti chiederai quali vini hanno scatenato in me queste profonde riflessioni!  🙂

Eccoli:

Champagne Brut Grande Reserve s.a. – André Clouet

Ci troviamo a Bouzy nella parte meridionale della Montagna di Reims, 9 ettari di vigneto tutti classificati Grand Cru, 100% di pinot noir. Si tratta di un blanc des noirs didattico: frutta rossa non troppo matura, un tocco di agrume e mineralità ben presente, il sorso è saporito, dissetante e ficcante con una chiusura salata che invoglia immediatamente ad un nuovo assaggio. Stiamo parlando di un vino “base” a casa Clouet ma che di basico non ha nulla. Chapeau!

Rosso di Valtellina Olé 2014 – Dirupi

100% nebbiolo per un vino dichiaratamente “primario”, i cui profumi floreali e fruttati vividi e freschi riportano al profumo del mosto e del vino nella sua infanzia. Il vino fa solo acciaio ed è pensato per un consumo quotidiano, non si tratta però di un vino banale, anzi la freschezza, la leggiadria ed il corpo piuttosto esile coesistono con una personalità ed un’eleganza senza pari. Olé!

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Il canto degli uccelli delle Colline Novaresi

MötZiflon significa “canto degli uccelli” ed è la collina dove Francesco Brigatti produce il suo omonimo Colline Novaresi. L’uvaggio è il tradizionale della zona: nebbiolo, vespolina e uva rara. image1Il Colline Novaresi “MötZiflon” 2013 – Francesco Brigatti si presenta in una veste rubino acceso, l’olfatto è molto accattivante di fiori dolci, fruttini rossi aciduli (lampone e ribes), persino mela rossa acerba, un tocco mentolato e una spolverata di pepe bianco. La bocca attacca acida e fresca, come il nebbiolo del nord piemonte deve essere, si distende quindi accompagnata da un tannino virile e ancora da smussare. Il cavo orale resta però succoso e solo appena “vuoto” nello sviluppo, come se mancasse di un quid di polpa. La chiusura è pulita e saporita.

Darà il meglio di sé tra qualche anno.

85/100

Stroncatura: Pascal Cotat, tu quoque?

Non ci siamo proprio! Da un artigiano del vino, mito di Francia, o meglio di Loira, ti aspetti un sauvignon blanc che ti faccia dimenticare le versioni italiche quasi sempre vegetali e accompagnate da sentori di pipì di gatto o bosso che dir si voglia. D’altra parte assaggiato innumerevoli volte, soprattutto il Monts Damnés (anche di altri produttori), il vino lo ricordo minerale ed agrumato (mandarino e pompelmo rosa!) di un’eleganza esemplare. Ed invece oggi devo stroncare il Sancerre Grande Côte 2011 – Pascal Cotat, ottenuto in questa vendemmia non facile da 1 ettaro di un ripido vigneto di 60 anni esposto a nord.
349983L’olfatto è invaso da sentori poco aggraziati di mou, burro e altre grassezze e dolcezze assortite. Cerco invano l’agrume, i fiori e frutti bianchi che ricordavo e che sono, evidentemente, completamente sovrastati. Neppure una nota linfatica ad alleggerire il quadro.

La bocca è decisamente poco coerente con quanto sentito al naso e si presenta prepotentemente acida e limonosa ma senza grazia né profondità. In chiusura torna, a sorpresa, la dolcezza.

78/100

In conclusione, se vuoi provare un grande Sancerre, cerca pure Pascal Cotat ma non in questa annata e, di preferenza, scegli il Monts Damnés.

Diego Mutarelli
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Barbaresco 2008 – Rizzi: chapeau!

Oggi ti voglio parlare di un vino piuttosto conosciuto ma che mi ha sorpreso, l’ho trovato in gran forma insomma! Si tratta forse del vino simbolo dell’azienda vitivinicola Rizzi:

imageIl vino ha un bellissimo colore rubino chiaro senza sbavature e di grande luminosità. Il naso colpisce subito con lampone e fiori appassiti, le spezie sono ancora in formazione; il vino insomma appare ancora giovane, aperto e solare. La bocca è piacevolmente calda, di buon volume con tannino ancora croccante. L’acidità ben compensa una certa dolcezza di frutto.

Chapeau!

Barbaresco 2008 – Rizzi

88/100

 

Brucisco Bianco 2013, dall’Umbria con amore

Bellissima scoperta ieri quando ieri, al ristorante, mi sono imbattuto in questo vino bianco umbro: Brucisco Bianco 2013 – Cantina Marco Merli. Siamo nei pressi di Perugia, frazione Casa del Diavolo, dove nasce questo vino da un blend di 3 vitigni: trebbiano, grechetto, malvasia.
11939272_252884321714022_803336575_nIl vino gravita nell’orbita dei cosiddetti vini naturali, interventi in vigna limitatissimi e fermentazioni spontanee con lieviti indigeni. Il naso si presenta piuttosto animale, soprattutto appena versato. Poi il pollaio lascia il posto allo zolfo, all’oliva verde, ai fiori ed al fieno. Il sorso è appagante, agile e salino, la progressione in bocca delicata ma pungente.

Grande personalità e cantina da seguire con attenzione.

85/100