Intervista a Ronchi di Cialla: passato e futuro dello schioppettino. Veronelli, Soldati, Brera e la famiglia Nonino…

Ti ho già parlato, qualche post fa, dello schioppettino e della sua incredibile storia. Per approfondire la tematica ho deciso di chiedere aiuto a chi ha contribuito, in modo decisivo, alla salvaguardia e alla rinascita dello splendido vitigno autoctono friulano: Ronchi di Cialla.

Schioppettino Ronchi di Cialla
Schioppettino Ronchi di Cialla

Ringrazio Ivan Rapuzzi, cotitolare e responsabile agronomico di Ronchi di Cialla, per il tempo che mi ha dedicato per rispondere senza remore ad alcune mie domande.

Ma ora bando alla ciance, lasciamo spazio all’intervista! Se hai qualche ulteriore spunto o domanda usa i commenti, spero e credo che Ivan Rapuzzi possa soddisfare ulteriori curiosità…

Ronchi di Cialla è nota agli appassionati per il salvataggio dello schioppettino da estinzione quasi certa.  Era il 1970. Ci racconta come andò esattamente e cosa spinse i suoi genitori a puntare molto su questo vitigno all’epoca poco considerato?

Lo schioppettino ebbe nel Medioevo un periodo importante e di notorietà. Storicamente la varietà era coltivata in pochissimi Km2, a cavallo tra la Valle di Cialla e Albana. Detta localizzazione era dovuta al fatto che al di fuori della sua zona tipica lo schioppettino, pur producendo un vino ottimo, perdeva la sua tipicità. Questa rarità fu per lo schioppettino la sua fortuna e la sua maledizione nello stesso tempo. Infatti quando arrivò la fillossera a metà XIX secolo lo schioppettino non potè essere salvato in quanto il parassita colpì contemporaneamente la totalità della zona di produzione. Il periodo post-filloserica fu segnato da strategie ampelografiche quantomeno miopi: fu favorita la sostituzione delle varietà autoctone con quelle internazionali più produttive perdendo un patrimonio ampelografico enorme! Successivamente i due conflitti mondiali portarono altri 50 anni di abbandono e distruzione.

Quando la mia famiglia nel 1970 decise coraggiosamente di recuperare la viticoltura in Cialla, sapeva dell’esistenza dello schioppettino da vecchi documenti (mio padre era bibliofilo e tutt’oggi possediamo una biblioteca importante da lui ereditata di testi friulani dal ‘600 in poi focalizzati sull’agronomia) e dalla memoria delle persone più anziane della valle. Non si arresero e, con l’aiuto dell’allora Sindaco di Prepotto Bernardo Bruno, dopo due anni di serrate ricerche riuscirono a individuare e recuperare in Cialla e nelle zone limitrofe circa 60 ceppi superstiti. Da queste viti “madre” furono raccolti i tralci e vennero allevate nuove viti di schioppettino. Nel 1973 finalmente venne messo a dimora un impianto di 2,5ha di schioppettino (ove è tuttora conservata la totalità della biodiversità superstite dello schioppettino). A quell’epoca lo schioppettino non era però inserito tra le varietà autorizzate e quindi l’impianto era da considerarsi abusivo e fuori legge, pertanto sarebbe stato da espiantare con contestuale pagamento di un’ammenda molto cospicua. A questo punto intervenne la fortuna ad aiutare lo schioppettino, era il 1975 e i destini della nostra famiglia si intrecciarono con quelli della famiglia Nonino che proprio in quell’anno stava istituendo la prima edizione del premio Risit d’Aur. La famiglia Nonino ebbe la lungimiranza di voler premiare la mia famiglia per aver salvato questo prezioso vitigno. Nella commissione del premio erano presenti Luigi Veronelli, Mario Soldati, Gianni Brera – che si innamorarono dello schioppettino e divennero carissimi amici di famiglia – e anche i rappresentanti delle Istituzioni che avviarono le procedure burocratiche per il riconoscimento dello schioppettino tra le varietà autorizzate.

Le prime prove di vinificazione suggerirono ai miei genitori di trovarsi di fronte ad una varietà dalle grandi potenzialità, di grande eleganza ed equilibrio…ricordava i vini della Borgogna e fu così che decisero di vinificarlo utilizzando la barrique sin dal prima vendemmia (1977). Lo schioppettino è stato così il secondo vino italiano ad essere elevato in barrique dopo il Tignanello di Antinori alcuni anni prima.

Sin dalla prima vendemmia del 1977 venne costituito nelle nostre cantine uno stoccaggio di parte della bottiglie prodotte. Oggi abbiamo la fortuna di poter commercializzare verticali di vini dolci, bianchi e rossi dall’annata 1977. Vantiamo uno stoccaggio, credo unico in Italia, di circa 50.000 bottiglie storiche.

Parlare oggi di riscoperta dei vitigni autoctoni fa un po’ ridere…ma non sono lontani gli anni in cui gli agronomi, gli enologi ed i vari esperti del vino spingevano i “vitigni migliorativi”. Fin dagli anni ’70 Ronchi di Cialla ha puntato nelle varietà friulane: verduzzo, picolit, ribolla gialla, schioppettino, refosco dal peduncolo rosso. Da molti decenni, a quei tempi, nei Colli Orientali del Friuli spadroneggiavano le varietà bordolesi.

La scelta di allevare esclusivamente vitigni autoctoni è stata quindi una scelta consapevole e  controcorrente o l’avete vissuta in modo naturale?

Ambedue le cose: una scelta logica (e pertanto consapevole) e una sincera convinzione nel credere veramente nelle potenzialità della nostra terra in modo naturale. D’altronde le notizie documentate della coltivazione della vite in Friuli risalgono a 2 millenni fa (Plinio il Vecchio) e probabilmente sono ancora più antiche mentre le varietà bordolesi furono introdotte soltanto 150 anni fa!

Qualche riga per descrivere i vitigni schioppettino, il refosco e il picolit.

Vitigni belli, selvaggi, difficili ma se trattati con cura e attenzione capaci di dare emozioni e non semplicemente del vino.

Mi sembra di poter dire che Ronchi di Cialla sia un’azienda in cui innovazione e tradizione convivono da sempre. Per quanto riguarda l’innovazione siete stati i precursori in Italia nell’utilizzo della barrique, nelle pratiche di ricolmatura alla presenza di un notaio, i primi monopole  in Italia (della sottozona Cialla).

Cosa bolle in pentola per il futuro?

Non abbiamo mai perso il vizio di confrontarci con noi stessi, anzi. Da alcuni anni in particolare mi sono interessato al rapporto che le nostre varietà hanno con l’ambiente, la vigna deve essere interpretata come un tutt’uno con la terra, l’acqua, l’aria e le altre specie viventi con le quali condivide il suo spazio. Sono per passione e formazione entomologo e l’approccio naturale che riservo alla vigna è quello discreto e attento di un osservatore. Le nostre scelte agronomiche sono oramai da molti anni rivolte al minimo impatto ambientale e da due anni abbiamo ottenuto (tra le pochissime aziende vitivinicole italiane) la certificazione di azienda Biodiversity Friend. Siamo orgogliosi di annoverare la presenza nella nostra valle di Cialla di 4 su 5 specie di coleotteri catalogati CITES (convenzione per proteggere le specie più vulnerabili ed a più alto rischio di estinzione); la quinta specie non e’ stata trovata in Cialla semplicemente perché naturalmente non presente nei nostri ambienti!

Penso che per le aziende artigianali italiane del vino sia molto importante trovare un equilibrio tra il supporto tecnico che garantisce l’enologo e la personalità del proprio vino. I tema è di farsi affiancare dal punto di vista enologico senza però perdere il controllo dei propri vini, che debbono nascere dal terroir e dalla sensibilità del viticoltore. E’ d’accordo? Quali le vostre scelte in proposito?

Noi abbiamo deciso di fare del vino un “affare di famiglia”, quindi ce la giochiamo tra di noi, senza alibi. Se il vino è buono è merito delle nostre vigne e del nostro lavoro altrimenti ce ne prendiamo la responsabilità.

In Italia, non solo nel mondo del vino, è sempre difficile “fare sistema”. L’Associazione dei Produttori Schioppettino di Prepotto ha sicuramente contribuito in tempi recenti ad aumentare la notorietà dello Schioppettino. Voi correte da soli, essendo monopole di Cialla, anche se tutti insieme partecipate al Consorzio dei Colli Orientali del Friuli. Vede delle sinergie che in futuro potrebbero essere sfruttate meglio, magari grazie alla leadership di aziende storiche come Ronchi di Cialla?

Auspico e vedo con grande favore il fare squadra, indispensabile per affrontare la comunicazione ed il mercato. Però piuttosto che aziende leader di riferimento vedo con più favore il perseguire tutti assieme degli obbiettivi (anche tecnici) semplici e concreti, facilmente raggiungibili. Ad esempio mi piacerebbe, restando sullo schioppettino, poterlo identificare con la sua naturale eleganza e finezza, rinunciando alle estremizzazioni di appassimenti e surmaturazioni. Credo che sia controproducente proporre ai clienti schioppettini superconcentrati e muscolari più simili ad un Amarone affiancati ad altri eleganti e raffinati.

Diego Mutarelli
Facebook: @vinocondiviso
Instagram: @vinocondiviso

Breaking News: il vino italiano su Alibaba!

Ne stanno parlando tutti i siti generalisti quindi mi sembra inutile aggiungere, a caldo, commenti che sarebbero solo chiacchiericcio di fondo.

Vino italiano su Alibaba
Credits: Business People

Riprendo la notizia perché mi sembra – lo spero vivamente (con l’ottimismo della volontà!) – un ottimo auspicio per le fortune del vino italiano in Asia, ancora distante dai livelli di export della Francia.

La notizia la trovi, ad esempio, su La Stampa.

La Cité du Vin: finalmente l’inaugurazione!

Lo sapevi che a Bordeaux, proprio oggi, si inaugura finalmente la Cité du Vin?4870912_7_d646_tout-en-courbes-et-reflets-or-la-cite-du-vin_26cf3d5c820ebb227ceb819ee3b8af9d

La struttura si presenta come un enorme decanter ed è stata pensata per diventare un museo interamente dedicato al mondo del vino non solo francese. Anzi, nelle intenzioni dei nostri cugini, il vino verrà presentato e valorizzato come patrimonio culturale di tutta l’umanità.

Gli architetti Anouk Legendre e Nicolas Desmazières dello studio XTU hanno progettato una struttura complessivamente di oltre 9 mila metri quadrati, ricoperta da 918 pannelli di vetro di tre colori, trasparente, grigio e dorato, e da 2.300 pannelli di alluminio di formati diversi mentre il punto più alto dell’edificio, la torre, arriva a ben 55 metri di altezza.

Per l’inaugurazione si attende il Presidente Hollande, che sarà atteso anche da una manifestazione ecologista contro l’uso dei pesticidi. Il problema dell’utilizzo dei pesticidi in vigna a Bordeaux è particolarmente sentito, forse te ne ricorderai per un post di qualche settimana fa…hollande_29-1

I manifestanti chiederanno al governo un piano dettagliato per accompagnare i produttori alla riconversione bio e per un’agricoltura più sostenibile e salubre non solo per l’ambiente, ma anche per chi lavora e vive in mezzo alle vigne. Da tempo questo collettivo, molto attivo a Bordeaux, denuncia l’omertà del mondo del vino sull’uso dei pesticidi e ne chiede uno stop immediato nelle vigne situate vicino alle scuole, ai centri sportivi e culturali frequentati dai bambini.

Cosa risponderà loro il Presidente Hollande?

Metodo champenoise senza zuccheri esogeni anche in Francia!

Te ne ho già parlato qui del metodo che sta prendendo piede in Franciacorta per produrre vini spumanti senza l’aggiunta di zuccheri esogeni.

Casualmente scopro ora che anche in Francia – e proprio in Champagne! – c’è qualcuno champagne-2xoz_1221947che sperimenta questo metodo. Si tratta di Elodie et Fabrice Pouillon dell’omonima azienda vitivinicola.

In particolare, la cuvée 2Xoz Millésime 2004 è un Blanc de Noir (100% pinot noir) che ha la particolarità di utilizzare come liqueur de tirage non zuccheri esogeni, ma lo zucchero contenuto nel mosto d’uva (opportunamente conservato) proveniente dalle medesime vigne da cui si ottiene il vino base.

 

Non ho ancora avuto modo di assaggiarlo ma cercherò di procurarmene una bottiglia.

Tu lo hai per caso assaggiato? Se sì, raccontamelo!

Quei produttori che si arrabbiano delle critiche

criticaOrmai nel mondo del vino non si leggono più critiche o stroncature, neppure travestite da amorevoli suggerimenti. La critica enoica, sui blog e nelle riviste, fa solo storytelling…senza approfondire, senza criticare, senza esprimere opinioni franche e dirette. E soprattutto: senza fare nomi.

Anche per questa ragione i produttori stessi si sono disabituati a chi, raramente e con il dovuto tatto, si permette di sollevare qualche perplessità su come vengono pensati e realizzati certi vini. E generalmente reagiscono accusando il malcapitato che ha avuto il coraggio e la voglia di esprimere la sua opinione.

Emblematico il bailamme provocato dalle circostanziate critiche che Francesco Oddenino ha rivolto ai produttori di Roero in questo post.

Ma qual è il contenuto dell’articolo incriminato?

Te lo racconto in sintesi: l’autore, dopo aver assaggiato alla cieca 23 Roero 2013 e 23 Roero Riserva 2012, esprime delle perplessità sulla tipologia Riserva. Vini spesso stravolti dal legno e ottenuti da uve ultra-concentrate e stramature.

Come dargli torto? Sono mesi che neppure il sottoscritto assaggia Roero degni di nota, è sicuramente una delle tipologie meno appeal di Italia. Perché i produttori invece di indignarsi non si interrogano?

Generalizzare è sempre sbagliato quindi ti invito a segnalarmi qualche Roero degno di nota, prometto di assaggiarlo e raccontarlo qui sul blog.

 

“Le Vin et le vent”, nuovo lungometraggio con il vino protagonista. In arrivo da inizio 2017

Il vino, la vigna e le sue atmosfere sono state spesso scenario ideale per film più o meno riusciti. Mondovino di Jonathan Nossiter (2004), Sideways – In viaggio con Jack (2004) del regista Alexander Payne, Un’ottima annata (2006) di Ridley Scott sono i film più noti di questo filone.

280px-sideways_in_viaggio_con_jack
Sideways – In viaggio con Jack

Le Monde, l’austero quotidiano francese, riporta che è stato quasi ultimato un nuovo lungometraggio, questa volta prodotto in Francia e diretto da un registra francese. Potremmo dire: la risposta transalpina al cinema americano. Si tratta del film Le Vin e le vent di Cédric Klapisch, già autore di L’appartamento spagnolo e Bambole russe.

Il film, girato in Borgogna tra Meursault e Chassagne-Montrachet, racconta la storia di una famiglia di vignaioli alle prese con le delicate incombenze del passaggio generazionale della proprietà. Sono tre i figli che si “contendono” il domaine, eredi legittimi ma con inclinazioni diverse.

Il film in realtà mette il dito nella piaga di una situazione che in Francia, ma non solo, è sempre più complessa. Il passaggio generazionale per le imprese familiari è da sempre traumatico, ma nel mondo del vino tutto si complica. In alcuni territori i prezzi delle terra sono aumentati moltissimo negli ultimi decenni e le implicazioni di una successione non sono solo affettive e di competenza, ma anche fiscali. Non è detto insomma che l’erede possa permettersi l’eredità delle terre!

Considerando che alcune stime assumono che nei prossimi 10 anni il 60% delle aziende vinicole francesi dovrà affrontare la questione successione…il film appare quasi profetico.

Nel cast troviamo anche alcuni produttori. Jean-Marc Roulot recita la parte di un agricoltore che fa da anello di congiunzione tra le generazioni che si succedono al domaine, mentre Pierre Morey interpreta l’anziano padre malato.

Pesticidi in vigna: i produttori sono le prime “vittime”

In Italia se ne è parlato poco ma in Francia ha fatto scalpore, lo scorso 2 febbraio, il servizio della trasmissione di inchiesta di France 2 – Cash Investigation – intitolato “Prodotti chimici, i nostri bambini in pericolo” (traduzione mia).
220px-warning2pesticidesNe ha parlato diffusamente anche La Revue du Vin de France, di gran lunga la più autorevole rivista di settore in Francia.

I giornalisti si sono recati in Médoc ed hanno incontrato i bambini di una scuola circondata dalla vigne. Bellissima scuola dirai tu (ed ho pensato anche io) ma…amara sorpresa! Analizzando i capelli dei bambini sono stati rilevati tassi di pesticidi del tutto fuori controllo.

Lo stesso ministro dell’agricoltura, interpellato in proposito, si è dimostrato allarmato per un utilizzo eccessivo di pesticidi, in particolare nelle regioni vitivinicole Gironde e Marne.

Grazie ad inchieste di questo tipo anche nel Médoc la sensibilizzazione ad un uso moderato dei pesticidi e della chimica in vigna si sta facendo strada. I primi a rimetterci in salute, oltre che in reputazione, sono infatti proprio i vignaioli e le loro famiglie. Ad oggi sono quasi 8.000 gli ettari del terroir bordolese coltivati in biologico, compresi alcuni crus classés (Pontet-Canet, Palmer).

Cosa ne pensi? Sei un produttore e vuoi dire la tua?