Vitigni internazionali in Savoia: non ci siamo proprio!

Qualche tempo fa, in un post dedicato ai vini della Savoia, avevo sostenuto come i vitigni autoctoni sposati alle pratiche biodinamiche fossero gli atouts della Savoia. Dopo qualche esperimento ho infatti smesso di bere vini savoiardi ottenuti di vitigni “internazionali”.

Vin de Savoie Chardonnay 2013 - Domaine Dupasquier
Vin de Savoie Chardonnay 2013 – Domaine Dupasquier

Ma il destino è cinico e baro e, per ripicca, mi ha riproposto, alla cieca, un vino che mi ha proprio deluso…soprattutto dopo aver scoperto che è di un produttore che amo ma che, a giudicare da questo caso, ben farebbe a dedicarsi agli splendidi vitigni della propria regione.

Vin de Savoie Chardonnay 2013 – Domaine Dupasquier

Il naso parte piuttosto bene su note floreali (tarassaco e altri fiori di campo), poi fieno, nocciola e prugne Mirabelle. La bocca però entra larga e alcolica e da lì non si smuove. Il vino manca di dinamica e nerbo acido, la chiusura ed il retrolfatto sono dominati da calde note fruttate.

74

Insomma, in Savoia meglio continuare a scoprire ed esplorare i vitigni del luogo. Se proprio devi bere chardonnay resta in Borgogna (anche se lì le delusioni, sempre possibili, si pagano a caro prezzo!).

Soave Cima Alta: dov’è l’espressività vulcanica?

Espressività territoriale, suoli vulcanici, naturalezza e sapore del Soave disperatamente cercasi…E’ questo che ho pensato dopo aver assaggiato un Soave su cui avevo aspettative molto superiori all’esito risultante dall’assaggio. Ricorderai che ti ho parlato di Soave non troppo tempo fa.

Soave Classico Cima Alta 2015 - Corte Adami
Soave Classico Cima Alta 2015 – Corte Adami

Soave Classico Cima Alta 2015 – Corte Adami

Vino proveniente dalla vigna più alta (338 m s.l.m.) della zona classica, 100% Garganega, eppure la piacevolezza, l’espressività e la tipicità dei migliori Soave qui è assente. I profumi sono di un generico frutto bianco (pesca bianca), di un primario e monotono anice, di uno straniante melone che esce all’alzarsi della temperatura. Vino deludente anche in bocca, molle, dolcina con alcol che torna in chiusura insieme ad una sapidità presente che salva il vino, dandoti la stessa piccola ed amara soddisfazione di quando la tua squadra di calcio evita il cappotto segnando il gol della bandiera…

76

 

 

 

 

Verdicchio Kypra 2014 – Ca’ Liptra

Oggi ti parlo di un vino che, inutile girarci attorno, ha deluso le aspettative.IMG_8101

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore “Kypra” 2014 – Ca’ Liptra

Il naso si apre su sentori piuttosto originali di frutta gialla matura (nespola), mandorla, ossidazione incipiente (mela grattugiata), la bocca è larga ma anche seduta con poco allungo e stratificazione. Probabilmente complice l’annata la bocca è debole di corpo e carente di acidità, tant’è vero che il poco alcol nominale del vino si sente tutto in chiusura di bocca. La persistenza è minima anche se rimane la percezione di una sapidità che rende il sorso più piacevole.

76

Ca’ Liptra è un’azienda situata a Cupramontana, in Contrada San Michele, una delle zone più vocate del Verdicchio e lavora 2 soli ettari di vigneti con un’età media di 40 anni.

 

Quei produttori che si arrabbiano delle critiche

criticaOrmai nel mondo del vino non si leggono più critiche o stroncature, neppure travestite da amorevoli suggerimenti. La critica enoica, sui blog e nelle riviste, fa solo storytelling…senza approfondire, senza criticare, senza esprimere opinioni franche e dirette. E soprattutto: senza fare nomi.

Anche per questa ragione i produttori stessi si sono disabituati a chi, raramente e con il dovuto tatto, si permette di sollevare qualche perplessità su come vengono pensati e realizzati certi vini. E generalmente reagiscono accusando il malcapitato che ha avuto il coraggio e la voglia di esprimere la sua opinione.

Emblematico il bailamme provocato dalle circostanziate critiche che Francesco Oddenino ha rivolto ai produttori di Roero in questo post.

Ma qual è il contenuto dell’articolo incriminato?

Te lo racconto in sintesi: l’autore, dopo aver assaggiato alla cieca 23 Roero 2013 e 23 Roero Riserva 2012, esprime delle perplessità sulla tipologia Riserva. Vini spesso stravolti dal legno e ottenuti da uve ultra-concentrate e stramature.

Come dargli torto? Sono mesi che neppure il sottoscritto assaggia Roero degni di nota, è sicuramente una delle tipologie meno appeal di Italia. Perché i produttori invece di indignarsi non si interrogano?

Generalizzare è sempre sbagliato quindi ti invito a segnalarmi qualche Roero degno di nota, prometto di assaggiarlo e raccontarlo qui sul blog.

 

Stroncatura: Pascal Cotat, tu quoque?

Non ci siamo proprio! Da un artigiano del vino, mito di Francia, o meglio di Loira, ti aspetti un sauvignon blanc che ti faccia dimenticare le versioni italiche quasi sempre vegetali e accompagnate da sentori di pipì di gatto o bosso che dir si voglia. D’altra parte assaggiato innumerevoli volte, soprattutto il Monts Damnés (anche di altri produttori), il vino lo ricordo minerale ed agrumato (mandarino e pompelmo rosa!) di un’eleganza esemplare. Ed invece oggi devo stroncare il Sancerre Grande Côte 2011 – Pascal Cotat, ottenuto in questa vendemmia non facile da 1 ettaro di un ripido vigneto di 60 anni esposto a nord.
349983L’olfatto è invaso da sentori poco aggraziati di mou, burro e altre grassezze e dolcezze assortite. Cerco invano l’agrume, i fiori e frutti bianchi che ricordavo e che sono, evidentemente, completamente sovrastati. Neppure una nota linfatica ad alleggerire il quadro.

La bocca è decisamente poco coerente con quanto sentito al naso e si presenta prepotentemente acida e limonosa ma senza grazia né profondità. In chiusura torna, a sorpresa, la dolcezza.

78/100

In conclusione, se vuoi provare un grande Sancerre, cerca pure Pascal Cotat ma non in questa annata e, di preferenza, scegli il Monts Damnés.

Diego Mutarelli
Facebook: @vinocondiviso
Instagram: @vinocondiviso