Champagne 82/15 extra brut Chouilly grand cru – Vazart Coquart

Di questo ottimo produttore, di cui abbiamo già parlato, ecco un altro stupendo Blanc de Blancs, prodotto in solo 1669 bottiglie, assemblaggio di una reserve perpetuelle dal 1982 e ultima annata 2015 (da cui il nome dell’etichetta). Dosaggio 1 gr/l quindi quasi zero, mise en cave nel 2017 con sboccatura 2022.

Bellissimo colore oro abbastanza carico, naso finissimo di zenzero, agrumi, gesso, nessuna ossidazione, freschissimo al sorso con, in bocca, una sensazione cremosa e carezzevole dalla bolla finissima. La materia è però importante bilanciata da una giusta acidità, acquistate quel che potete di Vazart-Coquart perché ahimé i prezzi hanno cominciato a salire…

Ottimo abbinamento con filetti di merluzzo al forno con pomodori olive e capperi e un’insalata di polpo, ma si può tentare agevolmente anche qualcosa di più consistente, penso ad esempio ad un rombo con patate e funghi porcini o una rana pescatrice.

Gregorio Mulazzani
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Chavignol rosé, l’opera d’arte di Pascal Cotat

Pur amando i vini rosé – soprattutto in questa stagione – è molto raro che in una degustazione tra appassionati un vino rosa si imponga come il miglior vino della serata svettando tra le altre bottiglie presenti. È d’obbligo dunque condividere questo evento più unico che raro capitato ad una recente degustazione tra amici grazie allo splendido Chavignol Rosé Lot 2013 di Pascal Cotat.

Abbiamo già parlato in passato di Pascal Cotat, soprattutto dei suoi ottimi Sancerre (ad esempio in questo post, non censurandoci peraltro quando non ci è piaciuto).
Ti raccontiamo dunque di questo grande pinot nero vinificato in rosa da un piccolo appezzamento piuttosto datato (l’età media delle vigne è di 50 anni). Ci troviamo a Chavignol, villaggio non distante da Sancerre, dove ha sede il garage di Pascal Cotat. Parliamo di garage non solo per le dimensioni mignon dell’azienda e l’ultra artigianalità di approccio, ma anche perché il domaine condivide gli spazi con l’autofficina di famiglia!

La ricetta è tutto sommato semplice: cura maniacale delle vigne, conduzione non certificata ma di fatto biologica, in cantina fermentazioni spontanee e affinamento in vecchie botti da 600 litri. Vini che richiedono qualche anno di invecchiamento per essere apprezzati appieno e che anzi dopo paziente attesa, come in questo caso, possono letteralmente sbocciare.

Chavignol Rosé Lot 2013 – Pascal Cotat

Si presenta con un bel rosa chiaro luminoso e vivace. Il primo naso è di grande impatto, tra i fruttini rossi è il ribes a farla da padrone, ma poi anche note più complesse splendidamente evolute di liquirizia, spezie, mineralità bianca. Con il passare dei minuti il vino tende sempre più ad assomigliare, dal punto di vista olfattivo, ad un bianco di Sancerre, con “dissetanti” note agrumate di mandarino e pompelmo rosa.

Al sorso vi è un’evoluzione del tutto coerente con quanto sentito al naso, ovvero un primo ingresso dolcemente fruttato che poi va a rinfrescarsi grazie ad una acidità ficcante e pulente. La progressione è soave ed elegante, eppure continua ed inesorabile, fino ad una chiusura su note di pompelmo (ma senza l’amaro di quest’ultimo!), soffice e lunghissima su ritorni salini.

Plus: quando i vini rosé, come in questo caso, hanno capacità di evoluzione nel tempo uniscono complessità, eleganza e stratificazione senza alcun complesso di inferiorità verso altre tipologie di vino.

Diego Mutarelli
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Vini da aspettare anni, ma anche due giorni

Ammettiamo che appena aperto, un martedì di inizio estate, questo pinot nero della Ahr (zona della Germania settentrionale di cui vi abbiamo già parlato qui) non aveva completamente convinto nessuno dei cinque commensali, tanto che se ne avanzò un abbondante calice in bottiglia.

Certo, ne apprezzavamo il colore, un tenue rubino brillante, i sentori di piccoli frutti di bosco rossi, la nota erbacea e minerale ma in bocca aveva la meglio, soprattutto sul finale, un’acidità troppo marcata e uno sviluppo piuttosto “rigido”.
Il giovedì della medesima settimana, chi scrive, che aveva portato a casa la bottiglia non terminata, ha provato questo Spätburgunder “Grauwacke” 2019 della tenuta Meyer-Näkel sul terrazzo di casa, dopo averlo rinfrescato in frigo.
Il colore rimaneva brillante ma già il naso del vino era cambiato: rimandi di rose rosse, ribes, fragolina, melograno, foglie di tabacco, fieno, grafite; una complessità olfattiva sicuramente superiore di quella riscontrata due giorni prima.
Ma eccolo in bocca: l’acidità si era attenuata, lasciando spazio ad una timida, delicata avvolgenza; la mineralità, solo accennata il martedì precedente, era ora presente e persistente.
Il tempo probabilmente sarà la giusta arma contro quella spiccata acidità tutta da amalgamarsi che giorni prima ci aveva fatto pentire di avere aperto così presto questo vino; come esserne certi? L’evoluzione a “bottiglia aperta” fa ben sperare e, per fortuna, un altro commensale conserva in cantina il vino della stessa annata: ci diamo appuntamento fra un lustro per verificare!

Nota a margine: la traduzione italiana del nome del vino, Grauwacke, è grovacca, ovvero la rocca grigia sedimentaria di matrice detritica, che troviamo in una parte della zona della Ahr e di cui, supponiamo senza tanto sforzo, essere la matrice geologica della vigna da cui si ottiene questo pinot nero.

Alessandra Gianelli
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Giuliana Vicini, la rinascita di una donna… dal vino!

Vi porterò indietro nel tempo ad inizio secolo scorso e vi racconterò la storia di una donna e del suo legame con il vino.

Giuliana Vicini è nata nel 1925 ad Ortona – una ridente cittadina lungo la costa adriatica abruzzese in provincia di Chieti – da Giustino Ciavolich e Geppina Berardi.

Photocredit: Giuliana Vicini, site web

I Ciavolich erano una famiglia di mercanti bulgari di lana, giunti in Abruzzo nel Cinquecento e divenuti nei secoli proprietari terrieri con la fondazione nel 1853 della prima cantina sita a Miglianico, nel Chietino, di fronte al palazzo signorile di proprietà.
All’epoca la condizione della donna era tale da rappresentare un peso per le famiglie patriarcali che organizzavano matrimoni combinati per i quali era necessaria la dote.
Alla morte del padre Giustino la gestione della proprietà terriera dei Ciavolich passò a Giuseppe, fratello di Giuliana, come imponevano le regole dell’epoca.
Di fatto Giuliana non riuscì a gestire la sua parte di proprietà ma intanto coltivava un’idea e un pensiero di riscatto che avrebbe rivelato prima della sua scomparsa.
Alla veneranda età di 95 anni Giuliana lasciò alla nipote Chiara Ciavolich, figlia di suo fratello Giuseppe, la sua tenuta di Miglianico (Chieti), con l’intento di riscattare il suo nome e la sua storia.
Giuliana chiese espressamente alla sua cara nipote Chiara che il vino prodotto a suo nome non si chiamasse Ciavolich ma Vicini, in virtù del suo legame con la sua amata nonna Donna Ernestina Vicini.
Inoltre il vino con il suo nome “Giuliana Vicini” doveva avere un preciso scopo: sostenere tutte le donne nel loro processo di emancipazione.
La rinascita di Giuliana Vicini è la rinascita di una donna del secolo scorso attraverso la lungimiranza e lo stile di una donna del nostro secolo: la nipote Chiara Ciavolich.
Oggi abbiamo aperto un vino dotato di un buon profilo olfattivo supportato da acidità che dona freschezza al palato e ideale da degustare nel tardo pomeriggio di una bella serata estiva magari di fronte al mare.
Il vino in questione è prodotto con uve cococciola, un antico vitigno a bacca bianca autoctono abruzzese coltivato prevalentemente nella provincia di Chieti.
La buona resa in vigna lo avevano rilegato, nel passato, a vino da taglio che contribuiva a salvare le annate caratterizzate da basse rese del più famoso trebbiano d’Abruzzo.
Oggi la cococciola, grazie alla recente riscoperta da parte di alcuni produttori, viene vinificata in purezza e per la sua spiccata acidità si presta anche alla spumantizzazione.

Cococciola Colline Pescaresi IGP 2022 Giuliana Vicini – Cantina Ciavolich

Il vino si presenta di un giallo verdolino scarico ma luminoso e si muove leggiadro nel calice.
Al naso si apprezzano profumi di fiori bianchi ed eleganti note agrumate accompagnate da sentori di frutta fresca appena raccolta. Il sorso è ampio e avvolgente con una buona spalla acida che dona freschezza e pulisce il palato.
Una leggera ma percepibile nota erbacea arricchisce il profilo del vino.
Il finale è mediamente lungo con un ritorno delle note fruttate di frutta fresca già avvertite al naso e con una evidente nota amarognola che non disturba la degustazione.
Consigliato un abbinamento con del sushi.

Walter Gaetani

Un riesling per l’estate: Peter Neu-Erben

Con le prime giornate estive e il caldo che avanza non c’è nulla di meglio che un ottimo bicchiere di riesling. Il tenore alcolico contenuto, la beva spensierata accompagnata da sussurrata complessità, l’acidità dissetante, fanno del riesling, soprattutto se proveniente dalle giuste latitudini, un compagno ideale in questa stagione.

Abbiamo stappato un riesling della piccola azienda Peter Neu-Erben, azienda che si trova nella Saar e che produce circa 10.000 bottiglie di riesling, in prevalenza della tipologia Kabinett. L’azienda aderisce al Bernkasteler Ring, un’associazione di oltre 40 produttori della regione Mosel, Saar e Ruwer che promuove i vini dei suoi aderenti anche grazie alle aste che organizza periodicamente. Il vino di oggi proviene proprio da un lotto d’asta, ma non si tratta di un vino particolarmente costoso (circa 15 €).

Riesling Kabinett Klosterberg 2019 – Peter Neu-Erben

Colore giallo paglierino chiaro, al naso si apre con un leggero idrocarburo che lascia immediatamente spazio a sentori delicati e ricamati di scorza di limone, pompelmo, pesca bianca, un ricordo di sassi e un tocco di pepe bianco.

La sensazione dolce in ingresso è smorzata da una splendida acidità che, lungi dall’essere strabordante e aggressiva, con soavità pulisce il palato, rinfresca il sorso e sostiene lo sviluppo. La beva è trascinante, grazie ai soli 8,5% di tenore alcolico e alla silhouette agile e snella.

La chiusura è di media lunghezza su ritorni di frutta bianca e agrumi.

Lo abbiamo abbinato con successo ad un arrosto di maiale alla senape ma può essere un ottimo compagno per antipasti anche a base di verdure.

Diego Mutarelli
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Jérémy Bricka e quel vitigno dimenticato dell’Isére

Fino all’arrivo della fillossera l’Isère, dipartimento francese incuneato tra la Valle del Rodano e la Savoia, era un territorio in cui la vigna prosperava; nel XIX secolo risultavano registrati ben 33.000 ettari di vigna. I danni del malefico insetto – la fillossera appunto – portarono ad una drastica riduzione delle aree vitate in tutta Europa e alcune zone, le più impervie e climaticamente svantaggiate, non si rialzarono più dedicandosi a colture più redditizie. Questo è ciò che successe anche in Isére e ad alcuni suoi vitigni estinti o quasi.

Negli ultimi decenni però, in molte zone minori della Francia (e dell’Italia), la passione e la caparbietà di giovani vignaioli, alla ricerca di vigne al giusto prezzo e di climi freschi, hanno contribuito in modo decisivo a recuperare antiche varietà e a rilanciare le aspirazioni vitivinicole di interi terroirs.

Questa è anche la storia di Jérémy Bricka, che ho deciso di raccontarvi dopo aver degustato un suo vino sorprendente e anche perché ancora non ho trovato alcuna fonte web in lingua italiana che ne parla, e mi sembrava doveroso colmare questa lacuna!

Dopo anni di gavetta in Borgogna e Rodano (chez Guigal!) Jérémy, affascinato dai territori alpini, compra 5 ettari in Isère tra i 500 e i 700 metri di altitudine, a Mens (non lontano da Grenoble), e vi pianta verdesse, mondeuse blanche e noir, altesse, persan, douce noire e la pressoché sconosciuta étraire de l’Aduï. Certificazione bio e approccio enologico non interventista, oltre ad una sensibilità fuori dal comune in fase di vinificazione, hanno permesso al domaine di acquisire una buona notorietà in Francia nella nicchia dei vini naturali. Il vino di cui ti parlo oggi è proprio quello ottenuto dal vitigno étraire de l’Aduï.

Étraire de l’Aduï 2020 Pont de Brion IGP Isère – Jérémy Bricka

Il colore è un bellissimo rosso rubino chiaro, luminoso e trasparente. Il naso è un caleidoscopio di fruttini rossi (melograno e ribes), violetta, pepe, bergamotto, ferro e un particolare tocco che ricorda la salsa di soia…

Il sorso è soffice, beverino e leggero (12%), il tannino è cremoso e risolto, l’acidità è ben integrata e fornisce profondità e succo. Chiude delicato su ritorni di fruttini rossi e spezie.

Plus: vino che fa della spontaneità e facilità di beva la sua caratteristica principale, ma che sa coniugare originalità aromatica ed eleganza. Mi ha ricordato per stile e espressività alcuni dei migliori Morgon del Beaujolais.

Diego Mutarelli
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Faccia a Faccia: pinot nero / pinot noir

Come abbiamo già raccontato nella prima puntata del “Faccia a Faccia” dedicata al riesling, lo scopo della rubrica è quello di mettere in connessione e dialogo due vini in qualche modo confrontabili. L’idea di fondo non è quella di paragonare i due vini, quanto di trovarne nuove chiavi di lettura per comprenderli meglio. É quello che succede anche nelle relazioni personali: entrando in empatia con chi si ha di fronte, si finisce per conoscere meglio non solo l’altro ma anche sé stessi.

Dopo il riesling, oggi tocca ad un altro vitigno fluoriclasse, il pinot nero. Abbiamo degustato in parallelo un pinot nero italiano e un pinot noir di Borgogna.

Friuli Colli Orientali Pinot Nero 2018 – Le Due Terre

Dell’azienda Le Due Terre abbiamo già parlato in un post di qualche anno fa, si tratta di un’azienda artigiana dei Colli Orientali del Friuli che segue con scrupolo ed attenzione 5 ettari di vigna a Prepotto dando vita a ottimi vini tra cui i due uvaggi portabandiera Sacrisassi Bianco e Sacrisassi Rosso. Nel calice oggi abbiamo il pinot nero, vino ottenuto da cloni di pinot noir francesi e tedeschi, fermentazione spontanea e affinamento in barrique.

Il calice riflette un colore rubino chiaro con riflessi granati, in primo piano la frutta rossa e fresca come lampone, fragole e anguria, poi un floreale che ricorda la lavanda e quindi un tocco speziato di pepe e cardamomo. A bicchiere fermo dopo qualche minuto fa capolino un’intrigante sentore agrumato di scorza d’arancia. L’acidità ben presente dà al sorso una bella freschezza, lo sviluppo è piuttosto rapido ma profondo e pulito. La chiusura è saporita e lunga su ritorni di frutta rossa e agrumi.

Vino dall’olfatto intrigante e nel complesso di ottima beva, l’annata è stata piuttosto calda ma in questo vino i 14% di titolo alcolometrico sono gestiti alla perfezione. Al sorso ho notato solo un leggero deficit di polpa che dà a centro bocca una sensazione di asciuttezza appena troppo accentuata. Stiamo parlando comunque di un bellissimo vino ottenuto da un vitigno estremamente sfidante. Si contano sulle dita di una mano i pinot nero italiani di questo livello.

Ladoix Clos des Chagnots 2018 – Domaine d’Ardhuy

Abbiamo già assaggiato alcuni vini di questo produttore storico di Borgogna (vedi questo post, ad esempio) che possiede molte parcelle sia in Côte de Nuits sia in Côte de Beaune. Nel calice un monopole, ovvero una vigna di proprietà esclusiva del Domaine d’Ardhuy, il Clos des Chagnots.

Rosso rubino chiaro con vivaci riflessi porpora, olfatto di lamponi macerati, fiori rossi ed incenso. Ingresso in bocca succoso, di bella progressione con materia fruttata piuttosto concentrata a supportare sviluppo e persistenza. Legno ben amministrato per un vino che in chiusura resta sapido e vivace, di ottima lunghezza su ritorni di frutta dolce.

Vino semplice e ben fatto ma che, pur nella sua immediatezza, risulta molto equilibrato e di grande piacevolezza.

Riflessioni conclusive

Due vini ottenuti dalla medesima varietà e proposti al mercato nella stessa fascia di prezzo (30 € – 40 € euro a seconda delle fonti di acquisto) ma provenienti da due territori lontani. Come era lecito aspettarsi dunque – pur con alcuni punti di contatto – le due interpretazioni sono diverse. Il campione dei Colli Orientali è un vino dal naso più articolato e che al sorso non cerca immediatezza nè “piacioneria”, il campione di Borgogna è più immediato e diretto e gioca le sue carte sul frutto e la piacevolezza di beva.

In conclusione direi che il match tra Italia e Francia sul pinot noir finisce in parità, due espressioni diverse di pinot nero che si muovono però sul medesimo piano qualitativo.

Diego Mutarelli
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C’era una volta un castello dove abitava un conte

Tranquilli, non racconteremo una favola in preda ai fumi dell’alcool: vi parleremo di una storia (di resistenza) e di una piccola realtà, Torre degli Alberi, nell’Oltrepò Pavese, specializzata nella produzione esclusivamente di metodo classico a base pinot nero.

L’azienda, condotta da Camillo dal Verme insieme al figlio Giacomo, 3,5 ettari di pinot nero in regime biologico si trova a Ruino, a 500 metri di altitudine; i vigneti sono i più alti dell’Oltrepò Pavese, ragione per cui, come detto, si è scelto di utilizzare le uve di pinot nero per spumanti con seconda rifermentazione in bottiglia.

Una simile altitudine inoltre fa sì che l’azienda sia l’ultima ad iniziare la vendemmia (solitamente due settimane dopo le aziende di prima collina) e che opti per la pratica della fermentazione malolattica, assolutamente atipica in Oltrepò Pavese, dove il problema è soprattutto mantenerla, l’acidità.

Abbiamo degustato, delle cinque etichette aziendali, il Torre degli Alberi Metodo Classico Brut, millesimo 2017, sboccatura giugno 2022, più di quattro anni sui lieviti, fermentazione solo in acciaio e, appunto malolattica svolta. Al naso la fanno da padrone classiche note di fragoline di bosco, crema pasticciera, pan brioche ma anche mentuccia e scorza di limone; al sorso troviamo cremosità e avvolgenza, ma anche una freschezza non scontata. Comprato all’evento FIVI dell’Oltrepò Pavese del 6 Maggio 2023 a € 17 si aggiudica a mani basse il titolo di vino “dall’ottimo rapporto qualità prezzo”.

Ma torniamo al titolo, perché, se non avete già smesso di leggere, vi starete chiedendo il nesso: la sede aziendale è proprio in un castello e i titolari sono proprio … dei nobili, i Conti dal Verme. La famiglia è molto nota in provincia da oltre ottanta anni in quanto il padre di Camillo, Luchino, chiamato il conte Partigiano, si distinse per efficaci azioni di Resistenza a capo della Brigata “Antonio Gramsci” nella zona di Casteggio e poi di Milano; al termine del conflitto decise di restare al castello di Ruino, una delle sue residenze, senza entrare in politica. Sino all’età di 103 anni, non smise mai di farsi testimone della Resistenza e paladino della libertà; a chi gli chiedeva come fosse riuscito lui, nobile e cattolico, a virare verso una apparente direzione opposta rispondeva: “non ho mai saputo quanti fossero comunisti e quanti no, ma so quanti morirono per tutti noi, per la libertà di ciascuno di noi”.

Luchino e il suo castello (Photocredit: Effigie Edizioni)

Brindiamo quindi a Luchino e tutti gli eroi e le eroine della Resistenza, oggi e non certo solo il 25 Aprile.

Alessandra Gianelli
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Champagne Special Club BdB extra brut Chouilly grand cru 2014 – Vazart Coquart

Siamo nel nord della Côte des Blancs, terra di chardonnay per eccellenza, più verticali e dritti che i comuni più blasonati di Mesnil e Avize, poco più a sud; qui si trova la piccola maison Vazart Coquart giunti ora alla terza generazione, prodotti dall’eccellente rapporto qualità prezzo.

Questo Special Club BdB è il fiore all’occhiello della gamma, da un vigneto di 11 ettari a Chouilly con età media delle viti di 45 anni, esce solo nelle migliori annate, colore oro carico (la veste ricorda più Avize, contraddicendo a quanto detto prima), naso con sbuffi di cedro, scorza di limone, delicata panificazione e zenzero, la bocca è piuttosto ampia, di bella materia, bolla finissima e carezzevole, acidità corretta senza eccessi.

L’ho abbinato a degli splendidi Nigiri di Aji (take away Giapponese di culto per i milanesi), mariage parfait soprattutto con il Nigiri di capesante e scorza di limone.

Gregorio Mulazzani
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Saladini Pilastri: un pezzo di storia del territorio Piceno

Recentemente ho avuto il piacere di visitare l’Azienda Agricola Saladini Pilastri a Spinetoli, un piccolo paese della provincia di Ascoli Piceno, invitato gentilmente e guidato in maniera egregia dall’enologo Fabio Felicioni.
L’esperto winemaker ha esordito narrandomi la storia e le origini dei Conti Saladini Pilastri, una nobile famiglia ascolana che vanta più di mille anni di storia.

La fervente attività vitivinicola ha sempre contraddistinto la nobile famiglia con la nascita circa tre secoli fa dell’azienda agricola dei Conti Saladini Pilastri. Il  vino che si produceva veniva ceduto dai mezzadri ai Conti perché lo invecchiassero nelle botti di rovere di proprietà. L’attuale cantina fu costruita accanto alla vecchia in modo da accentrare tutta la produzione.

Dagli anni settanta, mi spiegava l’enologo, furono impiantati i nuovi vigneti che ho avuto la fortuna di visitare in loco testando anche la tipologia di terreno.

Poi successivamente vennero effettuati investimenti per migliorare le diverse fasi della lavorazione e produzione portando avanti l’idea di una coltivazione biologica di tutte le vigne attraverso l’utilizzo di prodotti naturali come zolfo e rame o con insetti utili. La scelta in vigna è stata quella delle basse rese per ottenere una qualità elevata del prodotto finale.

Di ritorno dalle vigne ci siamo addentrati all’interno della cantina dove antiche botti in cemento ancora in uso fanno compagnia a una bottaia con in bella mostra le barrique e le botti più grandi.

All’interno di una struttura adiacente alla cantina ho potuto degustare in compagnia del Sig.Felicioni alcuni dei vini aziendali, ovvero, l’Offida Passerina docg “Roccolo” 2022, l’Offida Pecorino docg “Comes” 2022 e il Rosso Piceno Superiore doc “Piediprato” 2020.

Passerina Offida docg “Roccolo” 2022. Esprime un colore giallo paglierino di grande luminosità e un elegante bouquet floreale e fruttato che richiama il territorio. Il finale leggermente sapido dona un’eleganza e una struttura al di fuori della norma.

Pecorino Offida docg “Comes” 2022. Un vino territoriale dai sentori tipici di erbe aromatiche come rosmarino e salvia impreziosito da un tocco di anice. Il frutto tropicale risulta evidente con un finale lungo e contraddistinto da una buona sapidità e mineralità. Ne risulta un vino molto equilibrato con tenore alcolico ben bilanciato dalla spalla acida e dalla sapidità.

Rosso Piceno Superiore doc “Piediprato” 2020. Un rosso dal colore brillante sintomo di un ottimo stato di salute del vino. Sentori di frutti a bacca rossa con un accenno speziato ed eleganti sentori terziari con in evidenza una ricercata nota di grafite (matita temperata). Un tannino giovane ma non troppo ruvido rende il vino molto accattivante e solo il tempo lo renderà meno esuberante e astringente lasciando spazio ad un versione ancora più raffinata, con un gusto più morbido e levigato.

La storia e un tocco di modernità fanno dell’azienda Agricola Saladini Pilastri un pilastro del territorio Piceno.

Walter Gaetani