Rosso di Valtellina 2014 – Ar.Pe.Pe.

Ar.Pe.Pe., l’azienda di Sondrio gestita dai fratelli Emanuele e Isabella Pelizzatti, fa da tempo rima con Valtellina. Sono loro infatti che, raccogliendo l’eredità del padre Arturo, hanno saputo rinnovare ed elevare l’immagine dei vini valtellinesi a base di nebbiolo – pardon chiavennasca – e portarla al successo anche e soprattutto oltre i confini nazionali.

Rosso di Valtellina 2014 - Ar.Pe.Pe.
Rosso di Valtellina 2014 – Ar.Pe.Pe.

Rosso di Valtellina 2014 – Ar.Pe.Pe.

Rosso rubino di grande luminosità, all’olfatto è elegante di rose rosse, goloso di fragoline, cerebrale con un’interessante e scura mineralità, promettente con le spezie in formazione (liquirizia, pepe).

Il sorso è gustoso anche se piuttosto rapido nello sviluppo con l’alcol che scappa un po’ via dalla materia piuttosto esile del vino. In fin di bocca il calore ritorna ma è ben stemperato dal tannino e dall’acidità che lavorano all’unisono.

Chiude su ritorni di liquirizia.

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Vitovska 2007 – Vodopivec: ambra liquida!

Ti ho già parlato della regina del Carso, la vitovska, ma non avevo in quell’occasione recensito il produttore che secondo me meglio interpreta il carattere del vitigno: Vodopivec.

Venezia Giulia IGT Vitovska 2007 – Vodopivec

Ambra luminoso e trasparente, il naso è colpito in primis da un’elegante e delicata mineralità sulfurea, poi mare, bergamotto, scorza d’arancia, frutta esotica disidratata, pepe bianco. Bocca ellittica, sia ampia che profonda: intensità, sapore e glicerina dialogano con un’acidità poderosa ma integratissima. La sapidità accompagna il sorso in una chiusura persistente su ritorni di agrumi e pepe bianco.

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P.S.: annata difficile la 2007 soprattutto a causa della grandine che ha colpito duramente e più volte il Carso. Vodopivec, a causa della scarsa quantità raccolta, decide di uscire con solo questa etichetta. Visto il risultato, a quasi 10 anni dalla vendemmia, direi che la scelta è stata azzeccata!

Il vino è ottenuto da una macerazione in rosso ed in anfora per sei mesi, l’affinamento in legno per trenta mesi.

Diego Mutarelli
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Pizza napoletana “verace” anche a Milano: Sciuscià.

Ti ho già parlato qualche tempo fa del trend inarrestabile di aperture e inaugurazioni di pizzeria napoletane a Milano (post precedenti su Marghe e Starita).

Oggi ti parlo invece di una pizzeria napoletana che ha aperto a Milano in tempi non sospetti (2010) e che da allora propone la miglior pizza “verace” della città. Cosa intendo per “verace”? Intendo una pizza napoletana classica, sia nel prezzo (basso) sia nella fattura, che non aspira ad essere gourmet, che non è farcita di ingredienti preziosi, che non è arredata con mobili di design e che, peraltro, non viene mai citata dai tanti blog che parlano di cibo e ristoranti.

Si tratta di Sciuscià sita in via Procaccini 73 a Milano (hanno aperto poi un secondo locale in via Moscova 48).

Pizzeria Sciuscià a Milano
Pizzeria Sciuscià a Milano

Sciuscià è in realtà un ristorante / pizzeria, quindi potrai portarci anche la moglie in lotta contro i carboidrati 🙂

La pizza è aderente a quanto si può mangiare in molte pizzerie popolari di Napoli: molto digeribile e cotta alla perfezione.

Ho avuto modo di assaggiare sia la pizza salsiccia e friarielli molto saporita (peccato per un pizzico di sale di troppo) sia la classica e didascalica pizza margherita.

 

Adiacente alla pizzeria si trova la pasticceria di Sciuscià dove potrai assaggiare il babà napoletano, la pastiera, il savarin alle amarene …

Babà napoletano
Babà napoletano

Auspico che – accanto alle numerose pizzerie “di alta gamma”, caratterizzate da pizzaioli mediatici, lunghe lievitazioni, utilizzo di farine particolari ed impasti futuribili – a Milano aprano molte altre pizzerie come Sciuscià!

 

I profumi del vino: nuova rubrica periodica

Una delle caratteristiche più affascinanti del vino, della nobile bevanda che qualcuno ha felicemente definito, per l’appunto, “liquido odoroso”, è la varietà, mobilità e complessità dei profumi che il bicchiere sprigiona. Portando il naso al bicchiere possiamo percepire immediatamente alcune informazioni fondamentali sul vino che ci apprestiamo a degustare, ad esempio:

Profumi del vino
Profumi del vino
  1. l’eventuale presenza di difetti
  2. il suo stato di evoluzione
  3. la finezza / eleganza del vino
  4. la chiusura / apertura del vino
  5. molte indicazioni sul vitigno impiegato, le pratiche di cantina, l’affinamento del vino …

Le molecole responsabili del bouquet di un vino sono quasi 2.000 e sono “volatili”, hanno cioè la proprietà di evaporare dal liquido in cui sono disciolte. Per questo il sommelier avvicina il naso al bicchiere, inala prima a bicchiere fermo e poi imprimendo una leggera rotazione cerca di percepire e “catturare” più aromi possibili.

Vista la numerosità e la complessità dell’analisi olfattiva – per tacere dell’inevitabile soggettività (i miei ricettori olfattivi non percepiscono le stesse identiche sensazioni del tuo naso) – gli studiosi, i sommelier ed i semplici appassionati hanno trovato utile suddividere i profumi del vino in famiglie. Le famiglie di profumi codificate sono generalmente le seguenti:

  • Floreali
  • Fruttati
  • Frutta secca e confetture
  • Erbacei e vegetali
  • Erbe aromatiche
  • Speziati
  • Tostati
  • Animali
  • Eterei
  • Minerali
  • Altri

Spesso la letteratura fa riferimento anche ad una suddivisione dei profumi che riporta il profumo non tanto alla tipologia di aroma percepito, quanto alla sua origine. Si parla quindi di:

  1. Aromi primari: sono detti anche aromi varietali in quanto derivano direttamente dalla varietà di vitigno utilizzato. I precursori aromatici di questa famiglia sono presenti nell’uva (la parte esterna dell’acino generalmente) e li ritroviamo anche nel vino. Le varietà che hanno la capacità di mantenere questi aromi anche dopo le fasi successive di vinificazione (fermentazione e affinamento) sono le varietà aromatiche come il moscato, il brachetto, la malvasia, il gewürztraminer… Se annusi e assaggi un acino di moscato e poi provi ad annusare un bicchiere di moscato vedrai che gli aromi dell’uva li troverai anche nel vino.
  2. Aromi secondari: i profumi degli acini vengono però piacevolmente stravolti dai processi chimici derivanti dalla fermentazione. Se hai girato per cantine in autunno sai sicuramente a che profumi mi riferisco! Gli aromi secondari, detti anche di fermentazione, vengono trasferiti al vino al termine della fase di fermentazione. Sono generalmente profumi riconducibili alla frutta, ai fiori o a sentori erbacei/vegetali.
  3. Aromi terziari: sono profumi che derivano invece dell’evoluzione, affinamento ed invecchiamento del vino. Con il passare del tempo gli aromi primari e secondari si affievoliscono e lasciano spazio agli aromi ulteriori  che conferiscono al vino sentori speziati, tostati, animali, eterei…

Tutte le classificazioni di cui ti ho parlato fino ad ora sono una sorta di mappa che non va assolutamente presa alla lettera. Come spesso succede la realtà è più complessa delle semplificazioni accademiche. Sui profumi della nostra bevanda preferita incidono talmente tanti fattori che è difficile fornire delle regole precise.

Per esempio non abbiamo per nulla citato il terroir, cioè l’esposizione, il suolo ed il clima in cui il vigneto si trova. Riesling alsaziani, italiani, della Mosella potranno cioè avere alcuni sentori che li accomunano ma anche alcuni sentori che li differenziano!

Con la rubrica “I profumi del vino” mi pongo l’ambizioso obiettivo di analizzare un singolo profumo (rose, lamponi, pesca, tartufo, salvia, etc) in maniera molto empirica, ogni volta che lo identificherò in un vino.

Spero mi vorrai aiutare tramite i commenti o contattandomi in privato!

Diego Mutarelli
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Rossese di Dolceacqua Superiore Posaù 2010 – Maccario Dringenberg

Da parecchio non scrivo di Dolceacqua, territorio e vino che amo molto e di cui sul blog ho parlato in uno dei primi post. Ora è il turno di un vino di Maccario-Dringenberg, uno dei produttori che più ha contribuito al rilancio della denominazione. Ho scelto una bottiglia con qualche anno sulle spalle perché il Rossese sa, anzi deve (!), invecchiare almeno qualche anno in bottiglia.

Rossese di Dolceacqua Superiore Posaù 2010 - Maccario Dringenberg
Rossese di Dolceacqua Superiore Posaù 2010 – Maccario Dringenberg

Rossese Superiore di Dolceacqua Posaù 2010 – Maccario Dringenberg

Rubino chiaro con riflessi granato, olfatto marino e di macchia mediterranea, spezie e roselline rosse, fragoline e un tocco di frutta più matura (c’è da giurare che il dattero, frutto che accompagna l’evoluzione dei migliori rossese, apparirà tra qualche mese).

La bocca entra ampia, intensa e si muove morbida e piuttosto calda. Il titolo alcolometrico di 14% tende a scappare un po’ in chiusura di bocca che però, fortunatamente, è sapida piccante.

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Breaking News: il vino italiano su Alibaba!

Ne stanno parlando tutti i siti generalisti quindi mi sembra inutile aggiungere, a caldo, commenti che sarebbero solo chiacchiericcio di fondo.

Vino italiano su Alibaba
Credits: Business People

Riprendo la notizia perché mi sembra – lo spero vivamente (con l’ottimismo della volontà!) – un ottimo auspicio per le fortune del vino italiano in Asia, ancora distante dai livelli di export della Francia.

La notizia la trovi, ad esempio, su La Stampa.

Summus 1998 Banfi: non fa male! non fa male! non fa male!

Questo vino sonnecchiava nella mia cantina da tempo e ben mi guardavo dal destarlo. Il pre-giudizio sui vini di Banfi unito alla convinzione di quanti danni abbiano fatto i vitigni “migliorativi” in Toscana (soprattutto dalle parti di Montalcino) mi teneva lontano dalla bottiglia. Poi ho deciso che dovevo farlo, per il bene dei miei 25 lettori e per scopo – quantomeno – didattico. Pronto ad ingaggiare una sfida alla Rocky l’ho infine bevuto!

Sant’Antimo DOC “SummuS” 1998 – Castello Banfi

Il colore del vino è integro, rubino intenso e carico con solo qualche sfumatura che vira al granato. Mi aspetto note vanigliate dovute alla lunga sosta in barrique ed invece il naso è sorpreso da una certa complessità: prugna, note balsamiche, cioccolatino alla ciliegia, asfalto, fiori macerati, pepe verde, delicato peperone arrostito e tabacco. Il blend di Sangiovese (45%), Cabernet Sauvignon (40%) e Syraz (15%) insomma.

La bocca è piuttosto larga, giocata sulle morbidezze con un tannino ormai risolto e con una dinamica piuttosto semplice, manca di un po’ di grip. Chiude leggermente amaricante (tannini da legno) e con una persistenza solo discreta.

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Nel complesso il vino non ha sfigurato, lontano dai profili di vino che amo (manca un po’ di nerbo, di sapidità e profondità) però distante dal vino caricaturale che, colpevolmente, mi aspettavo.

Insomma Rocky: “non fa male, non fa male non fa male!”

Domaine Pignier: andiamo a comandare!

Bere questo vino mi ha provocato un immediato innalzamento, tra tutti i valori della mia cartella clinica, dell’andiamo a comandare… anche se non ho iniziato a ballare come Fabio Rovazzi nel suo video virale.  🙂

Non sono impazzito, ma piacevolmente sorpreso dal vino di cui ti voglio parlare oggi:

Cotes du Jura "à la Percenette" Chardonnay 2013 - Domaine Pignier
Cotes du Jura “à la Percenette” Chardonnay 2013 – Domaine Pignier

Cotes du Jura “à la Percenette” Chardonnay 2013 – Domaine Pignier

À rebours, partiamo dalla fine: dopo la deglutizione la bocca resta saporita, non solo salata, soddisfatto il palato, pieno e persistente il gusto. L’eco dell’acidità poderosa ma ben equilibrata nella massa del vino dà grande profondità. Nel cavo orale il vino si muove potente, un carro armato di sapore, intensità e fittezza, nonostante il titolo alcolometrico molto contenuto (12%). L’adeguata “grassezza” del vino dialoga con la fresca acidità di fondo sviluppando una dinamica gustativa coinvolgente e, in qualche modo, sorprendente. Anche perché il naso, delicato di fiori bianchi, pesca e mineralità elegantissima non lasciava presagire tale personalità. Con il passare del tempo e a bicchiere fermo una nocciola gentile e un tocco di cerino spento invitavano al sorso con fiducia.

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Il Domaine  Pignier è in regime biodinamico certificato dal 2003 ed alleva, limitandoci ai soli vitigni bianchi, chardonnay e savagnin. Lo chardonnay che ho assaggiato fermenta e si affina in barrique (con bâtonnage) per 12 mesi.

 

Vino vegano: tra marketing e ideologia, certificazioni e atti di fede

Anche tu ti imbatti con sempre maggior frequenza – al supermercato, in enoteca o nel negozietto bio sotto casa – in vini che riportano in etichetta l’espressione “vino vegano” o “vino vegetariano”?

C’è chi giura che, dopo i vini naturali, il prossimo grande trend enoico riguarderà proprio i vini veg. vini veg

Ma facciamo un po’ d’ordine. Cosa si intende per vino vegetariano e cosa per vino vegano?

In sintesi potremmo dire che il vino vegetariano è un vino che nel suo processo di produzione non è entrato in contatto con carni (di qualunque tipo, pesce incluso ovviamente) o da derivati ottenuti dall’uccisione diretta di animali. Il vino vegano, in aggiunta, non potrà contenere e/o essere entrato in contatto neppure con prodotti di origine animale.

Nei processi di chiarificazione del vino non potranno perciò essere usate le consuete reti proteiche quali: colla di pesce, colla d’ossa, gelatina (che provengono dall’uccisione di animali) oppure albumina e caseina (che potranno essere usate nel caso di vino vegetariano ma non nel caso di vino vegano). Potremmo optare ad esempio per la bentonite (che è un minerale).

Ma la chiarificazione è solo uno dei punti più delicati del processo. Cosa dire di tutto il processo di produzione in cui, anche indirettamente, è molto difficile non entrare in contatto con prodotti di origine animale? I più integralisti parlano di vino vegano “di filiera”, ovvero di pratiche agricole e di cantina in cui non ho usato guanti di cuio, letame, cornoletame, cornosilice, in cui ho persino regolato la velocità del trattore per permettere agli insetti di scappare!

Se non ci credi leggi quanto sostiene su Porthos il vignaiolo Claudio Menicocci:

Nel 2004 eravamo derisi, presi per estremisti. L’idea forte per me era, ed è, che quando produci sofferenza, questa si trasmette al cibo che consumi, di conseguenza evitare la sofferenza animale e vegetale è importante non solo per una questione etica. Il discorso vegano mi entusiasma perché, ad esempio, dovendo evitare la lotta agli insetti, sotto qualunque forma, anche la più naturale, il metodo per portare il prodotto a casa è la cura e lo sviluppo della biodiversità come sostegno esclusivo all’agricoltura.

(…)

Il veganismo mi ha insegnato ad andare in fondo ai problemi, anche quelli nascosti. Quando ti poni il problema di calcolare la velocità del trattore perché gli insetti abbiano il tempo di scappare mentre fai le lavorazioni, ti abitui ad avere un’ottica diversa, cominci a notare le interazioni tra gli esseri viventi, scopri che i colori dei fiori hanno un senso perché devono attirare un insetto e non l’altro.

Potrebbe sembrare folclore ma non lo è per nulla. Un’azienda importante come Ciù Ciù Vini dall’annata 2014 produce solo vini biologici e vegani. Sullo stesso solco, addirittura dal 2009, anche Pievalta.

Insomma la nicchia dei vini vegani presto non sarà più così piccola ed ecco che diventa urgente una normativa in tema di etichetta. L’espressione “vino vegano” non è infatti normata in alcun modo, è facoltativa e, naturalmente, come tutto ciò che viene riportato su una confezione alimentare chi la usa deve sottostare alle norme generali in materia di etichettatura: veridicità, non ingannevolezza, oggettività.
Esistono certificatori e marchi privati (ad esempio “Qualità Vegana” e “Qualità Vegetariana Vegan”) a cui le aziende possono volontariamente rivolgersi per far certificare, da un ente terzo, il proprio prodotto.

Devo dire che però rimango scettico. Fare un vino sia biologico (per non dire biodinamico!) sia vegano è un’impresa titanica (rileggi l’intervista che ti citavo prima)… non vorrei che la moda del veg prenda il sopravvento sulla moda del naturale. In fondo l’uso della chimica non impedisce la certificazione veg, anzi se sei costretto a rinunciare a molti rimedi per alcuni potrebbe essere una tentazione troppo forte. 

No, non sono ancora pronto a diventare enologicamente vegano. Almeno finché il Domaine de la Romanée-Conti continuerà ad usare l’albume per le chiarifiche o i preparati biodinamici in vigna. 🙂