Vitigni autoctoni e biodinamica gli assi nella manica della Savoia

Frequento con una certa regolarità la Savoia ed i suoi vini. Il miglioramento della produzione vinicola della regione è evidente e va di pari passo con la riscoperta delle regioni francese meno celebrate e costose. Ho pensato quindi di raccontarti un po’ di questo territorio, prima di procedere a stappare qualche bottiglia. Con i suoi 1700 ettari di vigna la Savoia resta infatti ancora poco conosciuta, soprattutto all’appassionato italiano.

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Photo credit: Berthomeau 

Ma chi sono questi produttori che stanno portando in auge la Savoia e quali le caratteristiche che li fanno apprezzare anche fuori dai confini nazionali?

TERROIR: le vigne sono spesso in altitudine, o comunque non lontane dalle montagne, ma l’uva è allevata solo nei punti ben esposti e molto soleggiati, spesso beneficiando della prossimità di laghi.

VITIGNI: i vitigni della zona sono prevalentemente gli autoctoni. Il vitigno (bianco) più coltivato, circa metà della superficie vitata, è la jacquère, trovano molto spazio anche l’altesse o la roussanne, mentre poco spazio trova, per ora, l’interessante gringet. Tra i vitigni rossi oltre alla (abbastanza) nota mondeuse sta emergendo anche il persan (in questo contesto preferisco tralasciare i classici pinot noir e gamay che trovano comunque una certa diffusione).

DENOMINAZIONI: la maggior parte dei vini della regioni escono sotto la denominazione “Vin de Savoie”, spesso seguiti dal cru (Abymes, Arbin, Apremont, Chignin…) e dal nome del vitigno. In realtà però alcune denominazioni sono dedicate esclusivamente ad un vitigno: è il caso della “Roussette de Savoie” per l’altesse o del “Chignin-Bergeron” per la roussanne.

BIODINAMICA: l’agricoltura biodinamica sta facendo sempre più proseliti in Savoia. I giovani produttori hanno iniziato fin da subito a seguire le pratiche agronomiche e di cantina derivanti dagli insegnamenti di Rudolf Steiner. Ma anche produttori storici e convenzionali si sono “arresi” al fenomeno ormai virale tra queste montagne. Uno fra tutti, che ho incontrato di recente, lo storico Domaine Louis Magnin. Mi ha raccontato del loro progressivo ed inizialmente scettico approccio con la biodinamica (in particolare con la dinamizzazione dei preparati). Si sono dovuti ricredere in base ai risultati eclatanti ottenuti. Ad esempio mi hanno raccontato di aver salvato una vigna che non cresceva bene ed i cui frutti non arrivavano mai a maturazione.

PRODUTTORI

Voglio elencarti ora un parziale elenco di produttori degni di nota e di visita. La selezione è del tutto personale e vuole coprire le principali aree/vitigni della Savoia.

Domaine Louis Magnin: uno dei primi produttori famoso anche all’estero grazie ai notevolissimi punteggi di Robert Parker. Si tratta di una piccola azienda familiare di 8 ettari, le vigne sono situate prevalentemente in Arbin, nei pressi della città di Montmelian. Il vitigno principe della zona è la mondeuse ma notevoli di questo produttore anche i vini bianchi da roussanne (Chignin-Bergeron).

Domaine Cellier des Cray (Adrien Berlioz): sono solo 5 gli ettari vitati di questo produttore. Ci troviamo a Chignin e la produzione certificata bio riguarda i vitigni persan, mondeuse e jacquère.

Domaine Gilles Berlioz: cugino di Adrien e sempre a Chignin. E’ stato uno dei primi a portare la biodinamica in Savoia e a crederci in tempi non sospetti. Noto soprattutto per le sue cuvée di roussanne, Gilles produce anche vini a base di mondeuse, jacquère e altesse.

Domaine Dupasquier: ci troviamo a Jongieux e il domaine è particolarmente noto come l’alfiere del cru Marestel (Roussette de Savoie). Uno dei pochi vini bianchi della regione che sfida il tempo senza incertezza…

Domaine Giachino: bio dal 2008 i fratelli Giachino si sono fatti notare per un grande rapporto qualità/prezzo e per una gamma di prodotti piuttosto vasta (jacquère, mondeuse, persan, altesse…). Le etichette dei vini sono poi decisamente riconoscibili!

Ti ho fatto venir voglia di degustare qualche vino savoiardo? Nei prossimi giorni assaggerò qualcosa e ne parleremo ancora (e non è una minaccia…).  🙂

Diego Mutarelli
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“Le Vin et le vent”, nuovo lungometraggio con il vino protagonista. In arrivo da inizio 2017

Il vino, la vigna e le sue atmosfere sono state spesso scenario ideale per film più o meno riusciti. Mondovino di Jonathan Nossiter (2004), Sideways – In viaggio con Jack (2004) del regista Alexander Payne, Un’ottima annata (2006) di Ridley Scott sono i film più noti di questo filone.

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Sideways – In viaggio con Jack

Le Monde, l’austero quotidiano francese, riporta che è stato quasi ultimato un nuovo lungometraggio, questa volta prodotto in Francia e diretto da un registra francese. Potremmo dire: la risposta transalpina al cinema americano. Si tratta del film Le Vin e le vent di Cédric Klapisch, già autore di L’appartamento spagnolo e Bambole russe.

Il film, girato in Borgogna tra Meursault e Chassagne-Montrachet, racconta la storia di una famiglia di vignaioli alle prese con le delicate incombenze del passaggio generazionale della proprietà. Sono tre i figli che si “contendono” il domaine, eredi legittimi ma con inclinazioni diverse.

Il film in realtà mette il dito nella piaga di una situazione che in Francia, ma non solo, è sempre più complessa. Il passaggio generazionale per le imprese familiari è da sempre traumatico, ma nel mondo del vino tutto si complica. In alcuni territori i prezzi delle terra sono aumentati moltissimo negli ultimi decenni e le implicazioni di una successione non sono solo affettive e di competenza, ma anche fiscali. Non è detto insomma che l’erede possa permettersi l’eredità delle terre!

Considerando che alcune stime assumono che nei prossimi 10 anni il 60% delle aziende vinicole francesi dovrà affrontare la questione successione…il film appare quasi profetico.

Nel cast troviamo anche alcuni produttori. Jean-Marc Roulot recita la parte di un agricoltore che fa da anello di congiunzione tra le generazioni che si succedono al domaine, mentre Pierre Morey interpreta l’anziano padre malato.

Un Vouvray roccia e agrumi!

Con l’avvicinarsi delle bella stagione i vini bianchi francesi, ed in particolare quelli della Loira, diventano compagni inseparabili. O almeno io la vedo così!

Stasera ho stappato un vino ottenuto da chenin blanc veramente convincente. Si tratta del Vouvray “Les Promenards” 2013 – Mathieu Cosme.

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Vouvray “Les Promenards” 2013 – Mathieu Cosme

Il vino al naso è un tripudio di mineralità e frutta acidula, direi una spremuta di agrumi e roccia, fiori e sale. Il sorso è in ingresso appena rotondo ma subito sferzato dalla spina acido/sapida del vino che avviluppa il cavo orale e spegne immediatamente la sensazione morbida appena accennata, fornendo anzi al vino una sua austera profondità. La mineralità torna prepotente nel retrolfatto lasciando la bocca succosa e saporita. Grande vino dedicato a … tutti quelli che dicono che la mineralità non esiste e non si può percepire visto che le rocce ed i sali non odorano!

90/100

“Solouva”: la Franciacorta cerca di smarcarsi dallo Champagne

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Che in Franciacorta sappiano fare sistema ed utilizzare tutte le leve di marketing non è una novità. Le oltre 15 milioni di bottiglie vendute ogni anno sono lì a dimostrarlo.

L’operazione “Solouva” però sembra un progetto di più ampio respiro e che lancia un vero e proprio guanto di sfida allo Champagne. Ma in cosa consiste questo metodo?

Come spiegano i promotori:

Dal punto di vista tecnico solouva è un metodo con il quale vengono prodotti vini a rifermentazione in bottiglia senza la consueta aggiunta di zucchero di canna per provocare la seconda fermentazione e per dosare il vino dopo la sboccatura. Al posto del saccarosio (zucchero di canna o barbabietola) viene utilizzato il mosto delle stesse uve, ricco, in modo naturale, di zucchero.

Insomma, visto che in Franciacorta, a differenza che in Champagne, la maturazione fenolica delle uve viene raggiunta più facilmente (per questioni climatiche essenzialmente) perché raccogliere uve poco mature con acidità elevate e poi aggiungere lo zucchero a compensare? Raccogliere uva con un grado di maturazione fenolica maggiore ed aggiungere il mosto della stessa vendemmia per far partire la fermentazione in bottiglie ed, eventualmente, per il dosage sembra insomma l’uovo di Colombo.

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méthode champenoise vs. metodo solouva

A maturità fenologica, l’uva, oltre che ad essere ricca di zucchero, sviluppa i composti fenolici del vino, in altre parole, degli elementi che donano al vino i suoi colore, profumo e consistenza. Solo in questa fase le uve riescono ad esprimere le caratteristiche della propria varietà e soprattutto della propria provenienza. Insomma, in questo modo (assenza di zuccheri esogeni) la territorialità dovrebbe essere maggiormente rispettata.

Quest’anno sono oltre mezzo milione le bottiglie di Franciacorta Docg “tirate” con il metodo senza zuccheri esogeni, o più semplicemente “solouva”, il processo di vinificazione applicabile ai vini a rifermentazione in bottiglia (metodo classico) che utilizza solo zucchero auto-prodotto (mosto delle stesse uve) in tutte le fasi di vinificazione.

Come sempre al bicchiere l’ardua sentenza! E non appena avrò modo di assaggiare una di queste bottiglie te lo relazionerò qui in un post ad hoc, prometto…  🙂

Alcune domande rimangono al momento senza risposta:

  • maturità fenolica dell’uva = maggior equilibrio e territorialità. Ma come la mettiamo con l’acidità? I nuovi Franciacorta avranno l’acidità sufficiente senza “aiutini”? Insomma se eliminiamo lo zucchero esogeno non è che poi saremo costretti ad aggiungere qualcosa di peggio?
  • come reagiranno i consumatori che sono stati abituati a metodi classico con acidità importanti, spesso non integrate, ma di certo non “ricchi e maturi”?
  • cosa dirà la critica?

Che se ne parli è già di per sé un primo grande successo dell’iniziativa!

Vuoi sapere le cantine che ad oggi producono “solouva”? Eccole:

Azienda Agricola Arcari+Danesi (Coccaglio), Azienda Agricola Camossi (Erbusco), Azienda Agricola Colline della Stella (Gussago), Agricola Derbusco Cives (Erbusco), Azienda Agricola Sullali (Erbusco), Azienda Agricola SoloUva (Erbusco), Azienda Agricola Vezzoli Giuseppe (Erbusco).

Bevibilità: parametro fondamentale o espressione abusata?

drinking-375353_960_720Se ne parla spesso, probabilmente troppo, quasi sempre a sproposito. Sto parlando del concetto di bevibilità. Ma cosa si intende con questa espressione sempre più à la page tra gli appassionati di vino?

Il problema comincia proprio dalla definizione di bevibilità. A volte la bevibilità viene contrapposta al concetto di complessità del vino. La connotazione è quindi piuttosto negativa, ci sono i vini seri, complessi, degni di essere degustati ed i vini da scampagnata, disimpegnati e sempliciotti che berresti a garganella…

Oggi ci riflettevo mentre sorseggiavo, in occasione di un festeggiamento in famiglia, due vini piuttosto diversi tra loro ma che come punto in comune avevano proprio il concetto di bevibilità. Bevibilità a cui però io fornisco un’accezione del tutto positiva: i vini bevibili sono quelli che non ti stancano, che bevi a pasto più volentieri dell’acqua, che ti lasciano la bocca saporita, salata e pronta ad accogliere un nuovo sorso. Sono l’opposto dei vini solo muscolari, solo strutturati e concentrati, marmellatosi di cui a fatica finisci un bicchiere e che spesso risultano del tutto inabbinabili al cibo.

Ti chiederai quali vini hanno scatenato in me queste profonde riflessioni!  🙂

Eccoli:

Champagne Brut Grande Reserve s.a. – André Clouet

Ci troviamo a Bouzy nella parte meridionale della Montagna di Reims, 9 ettari di vigneto tutti classificati Grand Cru, 100% di pinot noir. Si tratta di un blanc des noirs didattico: frutta rossa non troppo matura, un tocco di agrume e mineralità ben presente, il sorso è saporito, dissetante e ficcante con una chiusura salata che invoglia immediatamente ad un nuovo assaggio. Stiamo parlando di un vino “base” a casa Clouet ma che di basico non ha nulla. Chapeau!

Rosso di Valtellina Olé 2014 – Dirupi

100% nebbiolo per un vino dichiaratamente “primario”, i cui profumi floreali e fruttati vividi e freschi riportano al profumo del mosto e del vino nella sua infanzia. Il vino fa solo acciaio ed è pensato per un consumo quotidiano, non si tratta però di un vino banale, anzi la freschezza, la leggiadria ed il corpo piuttosto esile coesistono con una personalità ed un’eleganza senza pari. Olé!

Diego Mutarelli
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Il canto degli uccelli delle Colline Novaresi

MötZiflon significa “canto degli uccelli” ed è la collina dove Francesco Brigatti produce il suo omonimo Colline Novaresi. L’uvaggio è il tradizionale della zona: nebbiolo, vespolina e uva rara. image1Il Colline Novaresi “MötZiflon” 2013 – Francesco Brigatti si presenta in una veste rubino acceso, l’olfatto è molto accattivante di fiori dolci, fruttini rossi aciduli (lampone e ribes), persino mela rossa acerba, un tocco mentolato e una spolverata di pepe bianco. La bocca attacca acida e fresca, come il nebbiolo del nord piemonte deve essere, si distende quindi accompagnata da un tannino virile e ancora da smussare. Il cavo orale resta però succoso e solo appena “vuoto” nello sviluppo, come se mancasse di un quid di polpa. La chiusura è pulita e saporita.

Darà il meglio di sé tra qualche anno.

85/100

Stroncatura: Pascal Cotat, tu quoque?

Non ci siamo proprio! Da un artigiano del vino, mito di Francia, o meglio di Loira, ti aspetti un sauvignon blanc che ti faccia dimenticare le versioni italiche quasi sempre vegetali e accompagnate da sentori di pipì di gatto o bosso che dir si voglia. D’altra parte assaggiato innumerevoli volte, soprattutto il Monts Damnés (anche di altri produttori), il vino lo ricordo minerale ed agrumato (mandarino e pompelmo rosa!) di un’eleganza esemplare. Ed invece oggi devo stroncare il Sancerre Grande Côte 2011 – Pascal Cotat, ottenuto in questa vendemmia non facile da 1 ettaro di un ripido vigneto di 60 anni esposto a nord.
349983L’olfatto è invaso da sentori poco aggraziati di mou, burro e altre grassezze e dolcezze assortite. Cerco invano l’agrume, i fiori e frutti bianchi che ricordavo e che sono, evidentemente, completamente sovrastati. Neppure una nota linfatica ad alleggerire il quadro.

La bocca è decisamente poco coerente con quanto sentito al naso e si presenta prepotentemente acida e limonosa ma senza grazia né profondità. In chiusura torna, a sorpresa, la dolcezza.

78/100

In conclusione, se vuoi provare un grande Sancerre, cerca pure Pascal Cotat ma non in questa annata e, di preferenza, scegli il Monts Damnés.

Diego Mutarelli
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Barbaresco 2008 – Rizzi: chapeau!

Oggi ti voglio parlare di un vino piuttosto conosciuto ma che mi ha sorpreso, l’ho trovato in gran forma insomma! Si tratta forse del vino simbolo dell’azienda vitivinicola Rizzi:

imageIl vino ha un bellissimo colore rubino chiaro senza sbavature e di grande luminosità. Il naso colpisce subito con lampone e fiori appassiti, le spezie sono ancora in formazione; il vino insomma appare ancora giovane, aperto e solare. La bocca è piacevolmente calda, di buon volume con tannino ancora croccante. L’acidità ben compensa una certa dolcezza di frutto.

Chapeau!

Barbaresco 2008 – Rizzi

88/100

 

Brucisco Bianco 2013, dall’Umbria con amore

Bellissima scoperta ieri quando ieri, al ristorante, mi sono imbattuto in questo vino bianco umbro: Brucisco Bianco 2013 – Cantina Marco Merli. Siamo nei pressi di Perugia, frazione Casa del Diavolo, dove nasce questo vino da un blend di 3 vitigni: trebbiano, grechetto, malvasia.
11939272_252884321714022_803336575_nIl vino gravita nell’orbita dei cosiddetti vini naturali, interventi in vigna limitatissimi e fermentazioni spontanee con lieviti indigeni. Il naso si presenta piuttosto animale, soprattutto appena versato. Poi il pollaio lascia il posto allo zolfo, all’oliva verde, ai fiori ed al fieno. Il sorso è appagante, agile e salino, la progressione in bocca delicata ma pungente.

Grande personalità e cantina da seguire con attenzione.

85/100

Street food cinese a Milano!

Grande successo per La Ravioleria di Via Paolo Sarpi a Milano. Uno street food di qualità in piena Chinatown e, per di più, di fronte alla mitica Cantine Isola, la migliore enoteca con mescita della città!

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Ravioli alle verdure

Ma cos’è questa ravioleria che sta riscuotendo tutto questo successo ed è ormai sulla bocca di tutto il web?

Si tratta di un laboratorio fronte strada che, a vista, prepara e, volendo, cuoce – sbollentati pochi minuti in acqua – degli splendidi ravioli.

La pulizia, la qualità delle materie prime (la carne viene dalla macelleria a fianco, la storica ed italianissima macelleria Sirtori) accompagnata da prezzi commoventi distinguono il locale dagli altri numerosi esercizi commerciali della zona. E la clientela – spesso in fila di fronte al negozietto – ne certifica il successo.

I ravioli disponibili sono, al momento, di tre tipologie: ravioli manzo e porro, maiale e verza oppure di sole verdure. Ne ho presi 8 per tipo (freschi e cotti a casa) e dopo ripetuti assaggi non riesco a fare una classifica. Buonissimi sia quelli alle verdure che i saporiti manzo e porro, ma anche quelli al maiale e verza non scherzano!

Ci sei già stato? Se sei a Milano non farti sfuggire l’occasione, prima che sia troppo tardi! Anche se credo e spero che la qualità resterà a lungo alta e che il successo non cambi troppo la formula. In zona già si notano altri negozi gastronomici cinesi che cercano di andare nella stessa direzione della pulizia e della scelta di materie prime fresche e di qualità. Imitazione virtuosa, una volta tanto!

La Ravioleria Sarpi. Via Paolo Sarpi, 27. 20154 Milano. Tel +39 3318870596.