Qualche bella bottiglia assaggiata a Live Wine 2023

Sono ancora divertenti e didattiche le fiere del vino? I banchi di assaggio? I saloni enogastronomici?

La risposta è molto soggettiva naturalmente, e dipende anche dalla curva di esperienza che ciascun appassionato di vino sta attraversando. Quando si è alle prime armi ci si getta sugli eventi vinosi con entusiasmo bulimico, ci si esalta per la possibilità di assaggiare molte cose e conoscere i produttori e si corre volentieri il rischio di assaggiare tanto e capirci poco. Quando ci si fa più smaliziati ed esperti si tende a snobbare questi eventi per masterclass o degustazioni mirate. Da qui in poi le strade divergono: qualcuno inizia a bere solo per edonismo e si concentra su poche etichette dal “valore sicuro”, altri non rinunciano al piacere della scoperta, dell’incontro con nuovi produttori e tipologie di vino, sprezzanti del pericolo di imbattersi in vini poco interessanti, noiosi o imprecisi.

Dopo la mia visita al Live Wine 2023 di Milano, da quest’anno riservato ai soli operatori, la mia risposta alla domanda iniziale è dunque affermativa. Sì, alle fiere del vino si impara e ci si diverte ancora. A patto di lasciarsi coinvolgere, di essere capaci di accogliere la serendipità, la scoperta fortuita, che è pronta a sorprenderci tra i banchetti dei diversi produttori.

Di seguito ti racconto dei vini che mi hanno colpito di più, alcuni di questi di produttori che non avevo ancora mai provato.

L’azienda Agricola Caprera si trova in Abruzzo, tra il Parco Nazionale del Gran Sasso e quello della Maiella a 400 metri s.l.m, in questo territorio oltre alla vigna alleva e custodisce grano, ulivi, bosco. Tra i vini assaggiati di questa azienda due sono quelli che mi hanno particolarmente colpito. L’ottimo Cerasuolo d’Abruzzo “Sotto il Ceraso” 2020, ottenuto da una vigna di 90 anni, vendemmiato la prima metà di ottobre e affinato in acciaio e tonneaux, è fine ed elegante, un cerasuolo di montagna che però pinotteggia nel suo incedere fresco e nel frutto rosso vivace, il sorso è succoso, vibrante, lungo e gustoso su ritorni di ciliegia e sale. Sorprende per finezza e leggiadria anche il Montepulciano d’Abruzzo “Le Vasche” 2020, tipologia che spesso eccede in tratti muscolari e alcolici, e qui invece è fresco ed equilibrato, ma sapido e di grande persistenza.

Non conoscevo l’Azienda Agricola Antonio Ligabue che in Valcamonica produce vini naturali senza aggiunta alcuna di solforosa. Tra i vini assaggiati mi ha stupito il Vino Rosso “Minègo” 2007, una barbera ultracentenaria che ha maturato 31 mesi in botti di 500 litri, integrità sbalorditiva, per un vino dal frutto vivo, dal sorso profondo e dall’incedere aristocratico. Di interesse anche il Vino Bianco “BLE” 2021, da petite arvine, che si propone con accattivanti sentori di pesca gialla e delicato vegetale, per uno sviluppo fresco e dinamico.

Istinto Angileri è un’azienda agricola di Marsala che non avevo mai provato e che ha presentato una gamma di alto livello, nessun vino men che esemplare. Dal Terre Siciliane IGP “Principino” 2021, un grillo di grande carattere da una vigna affacciata sul mare che integra perfettamente il suo generoso tenore alcolico (14%) in una materia ricca e stratificata, all’affusolato zibibbo secco Terre Siciliane IGP “ZETA” 2021, per arrivare al salatissimo Rosato IGP Terre Siciliane “Ro.Sa.” 2021 ottenuto dall’originale vitigno autoctono parpato.

Altra azienda siciliana di interesse, seguita dal medesimo enologo di Istinto Angileri, è Nuzzella. L’Etna Rosso “Selmo” 2020 è ottenuto da nerello mascalese dal versante Nord-Est dell’Etna, di grande piacevolezza pur se dal profilo austero che si dipana tra frutta rossa, erbe di montagna e rimandi minerali, sorso con più fibra che polpa, ottimo sviluppo e chiusura minerale.

Per chiudere torniamo al nord, in Valle d’Aosta, con la Maison Maurice Cretaz, produttore biodinamico che presenta una “rocciosa”, floreale e sapida petite arvine, si tratta del “Lie Banques” 2021, in rosso stupisce il “BOS Monot” 2019, un nebbiolo di montagna che sa di melograno, ribes ed erbe aromatiche, dall’impatto gustativo piacevolmente “elettrico”, dal tannino croccante e saporito.

Ebbene sì, alle fiere del vino si possono ancora fare belle scoperte, purché si sposi la filosofia di quel tale che disse “preferisco avere una mente aperta alle novità che una mente chiusa dai dogmi.”

Diego Mutarelli
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La Cantina di Enza a salvaguardia del vitigno coda di volpe rosso

Oggi parliamo di Enza Saldutti, titolare dell’azienda La Cantina di Enza, e del suo vino “Volpe rossa” prodotto dal vitigno coda di volpe rosso, varietà a rischio estinzione in Irpinia che Enza protegge e difende dall’oblio continuando a vinificarla in purezza.

Ci troviamo nel comune di Montemarano che sorge nell’area della Valle del Calore. È un borgo di quasi 3.000 abitanti, situato a 820 metri sul livello del mare e a 25 km da Avellino. È una zona molto vocata per il maestoso vitigno aglianico che in queste terre ha trovato il suo terroir d’elezione riuscendo a offrire il meglio di sé e a sprigionare la sua potenza tannica.

È qui che Enza, donna determinata e decisa come il suo territorio, sta lavorando e portando avanti una passione che è soprattutto tanta fatica e lavoro in vigna. Il terreno infatti, situato ad una altitudine di 400 mt, è di natura argillosa e richiede molte ore di lavoro per un suolo unico e che ha spesso bisogno di cure e attenzioni particolari. Stiamo parlando di un vino biologico e naturale e, riportando la citazione di un lavoratore della terra di altri tempi di mia conoscenza, diviene vitale ascoltare e captare tutti i segnali che il terreno e il vigneto può mandarci: “la vigna non può parlare”…mi diceva sempre…”sei tu che devi capirla!”

Prima di passare alla degustazione un cenno al coda di volpe rosso, una varietà a rischio estinzione in Irpinia dove i vigneti sono in genere condotti nelle forme tradizionali a starseto (pergola avellinese) oppure, come nel caso in questione, con il sistema “vecchia raggiera”.

Coda di volpe, deriva dal latino “Cauda Vulpium”, per la caratteristica forma del grappolo lunga, affusolata e compatta che ricorda appunto la coda della volpe. Le viti sono a piede franco quindi non innestate ed hanno un’età media di 70 anni. La data di inizio vendemmia si colloca verso metà novembre e può protrarsi sino ai primi giorni di dicembre con una modalità manuale di raccolta delle uve in cassette. La macerazione sulle bucce dura 15-20 giorni e una particolare attenzione viene dedicata alla fase di estrazione poiché è ricca fenoli.

In degustazione presentiamo il Volpe Rossa 2014.

All’esame visivo si presenta di un colore rosso rubino intenso con riflessi aranciati. Al naso si avvertono note di frutti rossi, amarena e fragola ma anche di spezie e vaniglia con delle note di lavanda che impreziosiscono di un tocco floreale il bouquet. Al palato si può apprezzare un sorso caldo e avvolgente con una trama tannica di tutto rispetto e un’acidità che ben si bilancia con l’importante tenore alcolico.

La sosta in barrique di rovere francese (24 mesi) si indovina dal netto richiamo alle spezie in fase di assaggio, con evidenti note balsamiche e di macchia mediterranea con il mirto in evidenza. Il tannino è vibrante con un finale lungo di matrice speziata (chiodo di garofano).

L’esiguo numero di bottiglie prodotte, 250 circa, ci fanno pensare che questo nettare rappresenti non solo l’identità di una cantina e di un produttore ma la difesa di una memoria storica patrimonio di tutta l’Irpinia.

Complimenti ad Enza Saldutti!

Walter Gaetani

Faccia a Faccia: riesling

Qual è il modo migliore di raccontare un vino? Ce ne è per tutti i gusti: schede tecniche, analisi sensoriali, descrizioni didattiche, narrazioni commerciali, svolazzi poetici, racconti onirici… Su Vinocondiviso abbiamo pensato di provare qualcosa di diverso con la rubrica “Faccia a Faccia” che inauguriamo oggi.

L’idea è semplice: mettere a confronto, o meglio in dialogo, due vini bevuti in parallelo per verificare se così facendo non si possa raccontarli più adeguatamente e al contempo comprenderli più a fondo. Fateci sapere nei commenti che ne pensate!

Inauguriamo la rubrica con due riesling della medesima annata ma di diversa provenienza.

Deidesheim Riesling Trocken Kalkstein 2020 – Georg Mosbacher

Il produttore, Weingut Georg Mosbacher, si trova a Forst, nel Palatinato (Pfalz). Si tratta di un’azienda certificata biologica di ottima reputazione e di riferimento non solo nella regione, ma in tutta la Germania.

Il vino che abbiamo nel calice è un riesling ottenuto da una parcella particolarmente vocata nei vigneti di Deidesheim, dal terreno prevalentemente calcareo. La fermentazione è spontanea.

Il colore è un giallo paglierino con riflessi verde-oro. Olfatto di scorza d’agrumi, leggero idrocarburo, fiori bianchi e, da ultimo, una sensazione di mineralità chiara di gesso e calcare che ricorda un grande Champagne Blanc de Blancs. Il sorso è teso, quasi elettrico, percorso da una scossa acida chirurgica, un po’ di carbonica è ancora presente e testimonia l’estrema gioventù del vino (dopo pochi minuti di permanenza nel bicchiere comunque scompare). Lo sviluppo non è dettato solo dall’acidità, la materia è saporita e il vino risulta ricamato, cesellato direi, con tutte le componenti in grande armonia. La chiusura è pulita, sapida, fresca e agrumata.

Vino che ha una bevibilità disarmante e che può accompagnare degnamente piatti di crostacei e molluschi, come ad esempio una padellata di gamberi e verdure oppure delle coquilles Saint-Jacques gratinate.

Langhe Riesling 2020 – Chionetti

Di Chionetti abbiamo già scritto, dopo una visita in cantina a Dogliani. Anche in questo caso si tratta di un’azienda certificata biologica che però, a differenza di Georg Mosbacher, concentra la propria produzione sui vini rossi. Dunque il confronto sulla carta pare impari ma, forse proprio per questo, risulta intrigante.

Il colore è del tutto paragonabile al vino della Pfalz, con un naso maggiormente fruttato (pesca bianca), un tocco di salvia, affumicatura e bergamotto. Nel complesso il quadro olfattivo è elegante e misurato. Bocca agile ma di buon volume, solo 12% il titolo alcolometrico, freschezza ben presente ma in filigrana nella materia del vino. La chiusura è molto convincente, sapida e succosa, su ritorni di agrumi e sale.

Vino semplice, gradevole e ben fatto, adatto ad accompagnare antipasti a base di verdure oppure una quiche lorraine.

Riflessioni conclusive

Medesimo vitigno, medesima annata, prezzo simile (20 € circa), cosa ci lascia il confronto “Faccia a Faccia” di questi due vini? Il vino di Mosbacher è un vino più nervoso e minerale, un grande esempio di riesling secco proveniente dal suo territorio di elezione e da una mano particolarmente felice (oltre che grande specialista del riesling). Il vino di Chionetti però regge benissimo il confronto e, pur perdendo ai punti, si contrappone con una versione agile e appena più fruttata, ma sapida e gustosa, meno minerale ma equilibrata e precisa.

Diego Mutarelli
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Les Cocus 2020, lo stupefacente chenin di Thomas Batardière

Le regioni francesi vocate per i vini bianchi sono molteplici eppure, se dovessi sceglierne solo una, senz’altro la mia personalissima preferenza ricadrebbe sulla Loira, grazie alle magistrali interpretazioni che molti produttori danno al quel magnifico vitigno che è lo chenin. La riflessione è confermata, una volta di più, dall’assaggio di questo splendido vino di Thomas Batardière.

Les Cocus 2020 – Thomas Batardière

Thomas Batardière si installa a Rablay-sur-Layon nel 2012 e si ritrova come vicino di casa e di vigna il mitico Richard Leroy, sì proprio il produttore del vino di Loira più ricercato del momento, ovvero Les Noëls de Montbenault, che gli appassionati di mezzo mondo si contendono a caro prezzo (quotazioni che sfiorano i 500 € a bottiglia, sigh!).

La filosofia seguita da Thomas è quella naturale, con certificazione biodinamica (Demeter) acquisita nel 2015. Sono poco più di 3 gli ettari a disposizione, chenin in prevalenza, ma anche cabernet franc e grolleau. Il vecchio vigneto da cui deriva il vino che abbiamo nel calice, impiantato nel 1968, è proprio a fianco al Montbenault, alla destra orografica del Layon, 0,6 ettari in cima alla collina. Il vino fermenta senza inoculo di lieviti selezionati e affina circa 10 mesi in legno, per poi passare pochi mesi in acciaio prima di essere imbottigliato con aggiunta minima solforosa.

Nel calice scorre un liquido dal colore oro antico di grande luminosità. Molto articolato al naso con sensazioni che vanno dal pop-corn, alla frutta gialla, poi sentori marini (alghe, battigia), roccia, affumicatura e un’intrigante nota agrodolce di scorza di limone candida. Bocca snella e agile, l’alcol (13%) è in secondo piano perché ben integrato nella materia, non poderosa comunque, del vino. Ne risulta una beva molto facile, mai banale, anzi l’articolazione e lo sviluppo sono decisamente da grande vino, l’acidità è corroborante e vivace e i ritorni sono uno splendido mix di mare, sale e frutta. Chiusura soffice ma di carattere grazie ad un’astringenza appena accennata che però fornisce grip e lunghezza.

Plus: vino naturale ed espressivo ma non “selvatico”, nulla sembra lasciato al caso in questo vino dall’equilibrio mirabile. Peccato che il produttore, come ormai molti vignerons naturali, decida di non rivendicare in etichetta la AOC di riferimento (Anjou) e preferisca dichiararsi semplicemente Vin de France…

Diego Mutarelli
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Carignano del Sulcis Riserva “Seruci” 2018 – Enrico Esu

Abbiamo già parlato del Carignano del Sulcis di Enrico Esu, per l’esattezza del “Nero Miniera”, vino che nasce letteralmente sulle miniere di Carbonia.

Oggi torniamo sul produttore perché abbiamo avuto modo di assaggiare il Carignano del Sulcis Riserva “Seruci” 2018, vino ottenuto dalla selezione delle migliori uve di carignano di una vigna ad alberello e a piede franco del 1958. Il vino affina per 12 mesi in tonneaux e, in questa annata colpita da peronospora, la produzione è stata limitata dal punto di vista delle quantità e delle rese.

Color impenetrabile e compatto, di un rosso rubino dai riflessi bluastri. Il vino scorre nel calice lento e denso, dà fin da subito l’idea di un vino pieno, fitto e concentrato.

L’olfatto è dapprima sulla frutta (marasca, prugna), poi mineralità scura, datteri, cioccolatino alla menta, fiori rossi macerati…

Il vino ha gran volume in ingresso, entra morbido grazie ad una poderosa materia fruttata, ma fortunatamente non impasta la bocca, non si ferma lì, ma si sviluppa benissimo in profondità grazie ad un’acidità ben presente e al tannino che fornisce grip ed allungo. Il vino è un piccolo miracolo di equilibrio insomma, soprattutto grazie alla mirabile gestione dell’alcol che pur sostenuto (15%) è ben integrato nella “fibra muscolare” del vino. Il risultato è un sorso sorprendentemente dinamico e facile alla beva.

In chiusura, dopo la deglutizione, il vino rimane a lungo su ritorni aromatici di frutta, sale e liquirizia.

Plus: non è affatto comune trovare in vini così potenti verve e mobilità degna di un peso piuma, un vino Riserva che si differenzia nettamente dal Nero Miniera, più agrumato e “chiaro” il Nero Miniera, più scuro e compatto questo. Insomma, ce ne è per tutti i gusti!

Diego Mutarelli
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Chionetti, il portabandiera di Dogliani

L’appuntamento autunnale con le Langhe è ormai diventato una piacevole consuetudine. Quest’anno abbiamo deciso di dedicarlo al portabandiera di Dogliani, ovvero all’Azienda Agricola Chionetti.

Fondata a inizio ‘900, oggi l’azienda possiede 15 ettari vitati, producendo circa 80.000 bottiglie ogni anno, la metà delle quali esportate all’Estero. L’azienda si trova a Dogliani, in località San Luigi, e da sempre è focalizzata nella valorizzazione del dolcetto, vitigno molto interessante, che coniuga immediatezza e longevità, semplicità di beva e articolazione.

In anni recenti l’azienda ha acquistato 1,5 ettari in zona Barolo, con tre diversi appezzamenti, rispettivamente nel cru Parussi (Castiglione Falletto), Roncaglie (La Morra) e Bussia Vigna Pianpolvere (Monforte d’Alba).

La visita inizia da una didattica camminata in vigna dove è possibile apprezzare le vigne che hanno appena perso le foglie e sono pronte per il riposo invernale, il terreno inerbito un filare sì e uno no (l’azienda è certificata biologica), il terreno più argilloso ad inizio collina e più calcareo in cima, e un bellissimo panorama che abbraccia tutte le Langhe, dal Monviso a Monforte d’Alba e oltre.

La cantina è moderna e spaziosa, con i contenitori di vinificazione e affinamento in inox, legno grande e cemento disposti ordinatamente in due sale contigue.

Di seguito qualche impressione sui vini assaggiati in azienda, ma ci ritorneremo tra qualche tempo, quando avremo avuto modo di degustare con calma i vini acquistati in loco:

Langhe Riesling 2020: l’unico bianco aziendale viene dalla vigna Martina, a 500 metri sul livello del mare a Dogliani. Il vino è molto fine al naso con ricordi di agrumi, pesca, erbe aromatiche, idrocarburi e delicati sentori vegetali. Sorso di ottima freschezza, beva agevolata da una struttura snella e meno “dimostrativa” di altri riesling di Langhe. Convincente

Dogliani Briccolero 2021: dalla porzione sud-est del cru San Luigi si ottiene questo Dogliani gustoso e compatto, giovanissimo e giustamente compresso in questa fase con un’olfatto prevalentemente sui frutti scuri e i fiori rossi oltre a un tocco terroso. Bocca intensa ma dinamica, con un’acidità ben presente a supportare lo sviluppo e fornire allungo in chiusura. Da attendere con fiducia

Dogliani San Luigi vigna La Costa 2019: dai ceppi più vecchi posti sulla sommità della collina Briccolero, affina in grandi botti di rovere francese ed esce in commercio dopo tre anni dalla vendemmia. Si tratta di un Dogliani aristocratico e complesso, che pur mantenendo un’ottima beva, si impone grazie al un frutto rosso croccante, i fiori appassiti, il pepe, la liquirizia…l’incedere in bocca è caratterizzato da materia e succo, slancio e vigore, la trama tannica è fitta, il sorso profondo e succoso. Dolcetto o scherzetto? Qui non si scheza affatto!

Langhe Nebbiolo la Chiusa 2019: bel nebbiolo che sa di ribes, rose e mineralità chiara, il tannino è fitto ma fine, si beve con grande piacere grazie ad un’acidità rinfrescante che accompagna il vino verso un finale fatto di ribes e liquirizia. Attraente

Barolo Roncaglie 2018: un Barolo estroverso che si esprime su note di melograno, sangue, fiori macerati, un tocco ferroso. La trama è fitta e la materia compatta, eppure il vino è articolato, caratterizzato da un tannino serrato e saporito e da una profonda scia minerale. Vino che migliorerà ancora ma che dimostra la sua classe anche in questa fase giovanile. Maestoso

Diego Mutarelli
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Inconfondibile 2022: ecco le 6 bollicine che ci hanno emozionato di più

Si è conclusa a Milano la terza edizione di Inconfondibile, il festival dedicato ai vini ancestrali e rifermentati in bottiglia.

Rapido ripasso su cosa differenzia le due tipologie, prendendo in prestito quanto riportato sul sito della manifestazione:

Nel metodo ancestrale, l’uva, vendemmiata matura verso la fine del mese di ottobre, inizia il processo di fermentazione che è però interrotto dall’avanzare del freddo invernale. Il mosto viene imbottigliato e il successivo arrivo della primavera risveglia i lieviti contenuti nella bottiglia che concludono la fermentazione nutrendosi degli zuccheri residui presenti.
La rifermentazione in bottiglia caratterizza invece vini che hanno già completato la fermentazione alcolica e in cui si favorisce una seconda fermentazione grazie all’aggiunta di zuccheri (principalmente mosto) e lieviti.

Il risultato è quello di avere nel bicchiere vini effervescenti, di frequente velati, con sentori caratterizzati dal lavoro dei lieviti che sono a contatto con il vino sul fondo della bottiglia (vini infatti detti anche “col fondo“).

Il livello dei vini assaggiati è stato soddisfacente, con alcune punte di eccellenza e qualche bella novità. Di seguito le cose che ci hanno colpito di più, ma gli assaggi convincenti sono stati molteplici.

Azienda Agricola Frozza

Ci troviamo a Colbertaldo di Vidor, in piena Valdobbiadene, e qui Giovanni Frozza conduce pochi ettari di vigna in posizioni invidiabili. I vini in assaggio erano tutti di grande interesse, ma ci ha colpito in particolare il rifermentato in bottiglia, una selezione di sole 1000 le bottiglie, chiamata Giovanin 2016. Un naso veramente intrigante che differisce nettamente da altre esempi di glera assaggiati alla manifestazione: rosmarino, salvia, lavanda, il tocco di frutta bianca (pera) in secondo piano, per un sorso cremoso, fresco, agrumato e lunghissimo. Anche l’assaggio del Giovanin 2017 ha confermato la grande mano del produttore e la longevità di questo vino fuori dall’ordinario.

Bele Casel

Ci spostiamo nella denominazione di Asolo con quest’azienda che è una garanzia e infatti su queste pagine ne abbiamo già parlato. Anche in questa rassegna Bele Casel va a segno con il ColFondo Agricolo, rifermentato in bottiglia da uva glera, perera e bianchetta trevigiana. In assaggio sia l’annata 2019 sia la 2020, con una leggera preferenza per quest’ultima annata in cui le note di frutta bianca iniziano a passare in secondo piano a favore di una raffinata mineralità e di un tocco quasi balsamico, il sorso è gustoso con un entusiasmante finale salino. Vino che crescerà ancora.

Terén

Una vera e propria rivelazione questa azienda praticamente sconosciuta. Anche su web ci sono pochissime informazioni, l’azienda è infatti alla prima vendemmia e si trova a Sacile (PN), territorio fuori dalle rotte enoiche più prestigiose. Eppure, questa giovane azienda convintamente biodinamica, presenta una gamma tutt’altro che banale. Il loro vino più centrato a nostro parere è l’Argine Bianco 2021, ottenuto da pinot grigio in prevalenza con un 25% di friulano (antico biotipo di tocai giallo). Il colore è quello che vedete dalla foto, quindi decisamente velato, ma l’olfatto è luminoso di pesca, fiori gialli, erbe aromatiche, con una progressione in bocca stratificata, nella sua scorrevole delicatezza. Il vino è estremamente beverino, elegante e sapido con una chiusura soave ma di notevole persistenza.

Francesco Bellei

Della cantina Francesco Bellei abbiamo apprezzato particolarmente il Lambrusco di Sorbara Ancestrale 2021 con le note varietali fruttate e floreali in primo piano, quindi fragola, lampone, violetta, ma anche un’interessante nota di rosmarino. Sorso fresco, per un vino quasi “croccante” nella sua immediatezza e succosità. Finale sapido e saporito, con una scia aromatica coerente con quanto sentito al naso. Vino che unisce scorrevolezza ed eleganza in mirabile equilibrio.

Sorelle Bronca

Torniamo dalle parti di Valdobbiadene con questo vino delle Sorelle Bronca. Si tratta del Valdobbiadene Prosecco Superiore D.O.C.G “Sui lieviti” Brut Nature 2021, un rifermentato in bottiglia di glera (95%) con bianchetta trevigiana e perera a saldo. Vino ben fatto, di grande compostezza, con il frutto giallo in evidenza accompagnato da una piacevole scia floreale e vegetale ed una soffusa mineralità. Chiusura piacevolmente amaricante.

Terre Grosse

L’Azienda Agricola Terre Grosse si trova in provincia di Treviso, sulla sponda destra del Piave. Si dedica in particolare ai vitigni storici della zona ed è in regime biologico. Ci è piaciuto particolarmente il Raboso Ancestrale 2020, un vino rosato veramente accattivante: fruttini rossi (fragoline di bosco e lamponi), ma anche una nota agrumata di clementine, bollicina sottile e cremosa che accompagna uno sviluppo scorrevole ma profondo, chiusura tersa e salina. Fantastico vino da merenda!

Diego Mutarelli
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#Solorosso G 2019 – Maurizio Ferraro

Il vino di cui parliamo in questo post è un vino naturale dell’astigiano; a Montemagno (AT) si trova infatti l’Azienda Agricola Ferraro Maurizio che si dedica al vino dal lontano 1819. L’approccio orgogliosamente proclamato fin dal motto di famiglia – “ne foeder moriar” che significa “a patti non scendiamo” – è quello di una viticultura rispettosa dell’ambiente e intransigente verso ogni tipo di scorciatoie enologiche. L’azienda dichiara l’adesione alla filosofia de Les Vins S.A.I.N.S. “Sans Aucun Intrant Ni Sulfite”.

Non nascondo dunque di aver aperto la bottiglia con un po’ di preoccupazione, non è raro infatti che vini naturali senza solfiti aggiunti siano meno “stabili” dei vini più convenzionali e possano sviluppare spigolosità o difetti che ne pregiudicano la bevibilità. Non è stato questo il caso, infatti il vino si è dimostrato godibile e aperto, pulito e di ottima fattura.

#Solorosso G 2019 – Maurizio Ferraro

Si tratta di un vino ottenuto da un’unica vigna di grignolino di oltre 50 anni. Si presenta con una veste estremamente accattivante, un bel granato con riflessi aranciati e screziature color lampone, appena velato eppure luminoso.

Olfatto intrigante molto sul frutto rosso (ribes, fragoline), poi anche agrumato (arancia), un bel tocco floreale ad una curiosa nota “acquosa”/vegetale che ricorda il cetriolo.

Bocca leggera e scorrevole, gli 11,5% di titolo alcolometrico agevolano la beva ma il vino ha comunque un certo impatto, risulta saporito aromaticamente e di ottima articolazione grazie ad un tannino fitto ed una vivace acidità.

Chiude su ritorni dolciamari di ribes e liquirizia.

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Thibaud Boudignon, il campione di judo innamorato dello chenin

La storia di Thibaud Boudignon è singolare. Campione di judo a fine carriera, abbandona il tatami e si dedica anima e corpo al vino, diventando un ambasciatore dello chenin. Infatti, dopo un apprendistato a Bordeaux e in Borgogna, nel 2008 si installa in Loira, per la precisione a Savennières, e fonda la sua azienda che ben presto diventa un riferimento per tutta la regione. Segue in regime biodinamico 3,5 ettari di vigna, 100% chenin: 2 ettari nella denominazione Anjou e 1,5 ettari in appellation Savennières.

Anjou Blanc 2019 – Thibaud Boudignon

Il vino è ottenuto da vigne di circa 35 anni, i rendimenti sono molto bassi, fermentazione spontanea in acciaio, affinamento in legno francese e austriaco, fermentazione malolattica non svolta.

Il vino si presenta in una luminosa veste giallo paglierino con riflessi dorati. Naso di c’era d’api, frutta bianca, polline, un alito marino salmastro che sa di alghe e ostriche, poi ancora scorza d’arancia e roccia.

Bocca in ingresso di ampiezza e intensità, parte su note rotonde di bella dolcezza, poi si sviluppa in freschezza e verticalità, grazie ad una verve acida che bilancia il sorso, dà slancio e allungo. Il vino si muove con grazia e ed eleganza, la beva è pericolosamente agile tanto da far sembrare il 14% di titolo alcolometrico riportato in etichetta un errore di stampa. 🙂

Chiude leggiadro e persistente su ritorni di sale e agrumi.

Le capesante gratinate potrebbero essere il piatto perfetto per questo vino.

Plus: un ottimo vino bianco contemporaneo: materico e potente come struttura, ma di grande “scorrevolezza” e dinamica all’assaggio.

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Un Saint-Émilion del Friuli

Non è la prima volta che ti parlo dei vini de Le Due Terre, notevole azienda dei Colli Orientali del Friuli. Fino ad ora mi ero però concentrato principalmente sui loro vini ottenuti dai vitigni autoctoni friulani, ovvero friulano, ribolla gialla, schioppettino, refosco (vedi questo post oppure quest’altro). In questa occasione sono invece stato piacevolmente sorpreso dal merlot – vitigno considerato quasi “autoctono”, visto che è presente in Friuli dalla seconda metà del XVIII secolo – che per un attimo mi ha catapultato a Saint-Émilion!

Friuli Colli Orientali Merlot 2016 – Le Due Terre

Rosso rubino compatto il colore. Primo naso molto sul frutto, con prugna e confettura di amarene in evidenza, arrivano poi la cannella ed il cioccolato al latte, ma anche un delicato floreale rosso che esce a bicchiere fermo. Una raffinata nota balsamica completa il quadro aromatico.

Il sorso è ampio, con morbidezza fruttata in ingresso, la progressione è però profonda, per nulla “cedevole”, anzi il liquido si sviluppa con ottima dinamica e una freschezza che, pur in filigrana, supporta la trama gustativa. Il tannino è risolto e ben maturo, si avverte elegante solo a fine sorso. La chiusura è di grande persistenza su ritorni di frutta scura, sale e spezie.

Abbinamento riuscito con una fumante pasta e fagioli.

Plus: vino che non rinnega le caratteristiche varietali del merlot ma riesce a non farsene soggiogare, dunque carezzevole senza alcuna concessione alle mollezze né al vegetale, come non di rado accade in certi merlot friulani. Beva molto facile eppure il vino è tutt’altro che banale, alla cieca potrebbe essere scambiato per un raffinato vino della rive droite.

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