Faccia a Faccia: pelaverga

Dopo i “Faccia a Faccia” dedicati a vitigni nobili quali il riesling o il pinot nero, il post di oggi lo dedichiamo ad un vitigno meno conosciuto, autoctono del Piemonte, ed in particolare della provincia di Cuneo: il pelaverga. Vitigno che negli anni ’70 rischiò l’estinzione e che oggi, nonostante stia vivendo un buon successo commerciale e di critica, è allevato su appena 50 ettari in tutta Italia.

Abbiamo messo a confronto due vini provenienti da due territori diversi: Langhe e Colline Saluzzesi. In realtà, a rigore, anche le varietà di uve dovrebbero essere considerate diverse, parliamo infatti di pelaverga piccolo per il vino delle Langhe e di pelaverga grosso per il vino delle Colline Saluzzesi, due varietà che secondo studi piuttosto recenti non hanno alcuna parentela genetica benché tradizionalmente siano sempre stati considerati due cloni del medesimo vitigno.

Verduno Pelaverga 2021 – ArnaldoRivera (Terre del Barolo)

Il vino da uve pelaverga piccolo della realtà cooperativa Terre del Barolo, con il suo progetto ArnaldoRivera, si presenta di un bel color rubino chiaro di grande lucentezza e trasparenza. Olfatto intrigante di fruttini rossi come ribes e melograno, poi un tocco di pepe ed erbe amare. Sorso fresco, profondo, con alcol (14%) ben gestito, lo sviluppo è scorrevole ma serrato, il tannino fitto anche se di grana sottilissima. Chiude amarognolo e dissetante su ritorni da vermouth rosso e erbe officinali. Vino molto interessante da bersi fresco di cantina, ma anche di frigo viste le temperature attuali. Accompagnerà degnamente antipasti leggeri ma anche piatti più sostanziosi a base di carni bianche ad esempio.

Colline Saluzzesi Pelaverga “Divicaroli” 2022 – Cascina Melognis

Ci troviamo nelle Colline Saluzzesi, per l’esattezza a Revello (CN), sui contrafforti prealpini del massiccio del Monviso. E’ qui che ha sede Cascina Melognis, azienda artigiana biologica di cui abbiamo assaggiato il vino Divicaroli, 2022, ottenuto da pelaverga grosso, vitigno coltivato nel saluzzese da almeno 600 anni. Colore granato chiaro, molto accattivante, naso tutto giocato sul frutto rosso, il pepe, le roselline, le radici … mutevole e fine, la bocca risulta fresca e golosa, la contenuta gradazione alcolica (12%) rende la beva estremamente facile, eppure il vino non è per nulla banale, ha un bellissimo corredo aromatico, risulta cesellato in ogni componente e chiude soffuso ed elegante. Da abbinarsi a piatti semplici come un piatto di salumi e formaggi non troppo stagionati.

Riflessioni conclusive

Due vini interessanti ed attuali, di ottima bevibilità e versatili a tavola che si trovano nella medesima fascia di prezzo (15-20 €). Se il vino di Verduno piacerà a chi cerca dettaglio aromatico ma anche sostanza, il vino delle Colline Saluzzesi convincerà chi è alla ricerca di un vino dal profilo più arioso e alpino.

Diego Mutarelli
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Colli Ripani, una cooperativa a servizio del territorio!

Oggi ci troviamo in uno dei borghi più antichi e suggestivi della provincia ascolana, Ripatransone, che sorge su un alto colle a pochi passi dal mare adriatico, conosciuto anche come il “belvedere del Piceno” per la sua posizione strategica.

A 508 mt sul livello del mare, sul Colle San Nicolò, troviamo la Cantina dei Colli Ripani, un’importante e vitale cooperativa caratterizzata dallo stretto legame tra i soci, la cantina e il territorio. Parliamo di una cooperativa di oltre 300 produttori per 700 ettari coltivati (oltre al vino l’azienda produce olio extravergine di oliva, caffè d’orzo e miele). Una cooperativa virtuosa dunque, la cui strategia si poggia, per quanto riguarda in particolare la parte vinicola, sul rispetto dell’identità del territorio, la produzione infatti si incentra sui vitigni autoctoni come sangiovese, montepulciano, pecorino e passerina.

Con il supporto di Alice Pulcini dell’ufficio commerciale inizia la visita della struttura e, dopo un breve passaggio nel reparto imbottigliamento e stoccaggio, ci rechiamo là dove si ergono, in bella vista, le storiche vasche in cemento. Scendiamo di un livello e lo sguardo va subito verso le grandi botti in legno che si rivelano delle vere opere d’arte con dei disegni intagliati che riprendono i simboli del borgo di Ripatransone.

Ci spostiamo nel punto vendita, attiguo alla cantina, per la degustazione che è stata incentrata sulle tre versioni del vitigno pecorino. Il percorso inizia con “Grotte di Santità”, lo Spumante Bio Ancestrale Marche IGT Bianco da uve 100% pecorino annata 2020. Nel calice abbiamo un vino spumante, senza solfiti aggiunti, realizzato con il metodo ancestrale che alla vista presenta una leggerissima velatura dovuta ai lieviti ancora presenti all’interno della bottiglia. Il perlage risulta finissimo e persistente con le catenelle di bollicine che risalgono il calice muovendosi leggiadre ed eleganti. All’olfatto si avvertono nitide le note agrumate mentre al palato il sorso è definito dalla freschezza e acidità tipica del vitigno. Il perlage accarezza il palato e invita al sorso successivo. Il finale è impreziosito da una buona mineralità con una persistenza abbastanza lunga.

Proseguiamo con la versione ferma e degustiamo il “Mercantino” Offida docg pecorino 2022 della Linea 508 punta di diamante della proposta della cantina. Veste giallo paglierino di estrema limpidezza, al naso si avvertono immediatamente intensi profumi di frutti tropicali come il mango ma in particolare il melone e in successione dei sentori agrumati. Al gusto si presenta sontuoso con freschezza e acidità che sferzano il palato. Un aspetto da sottolineare è senz’altro la sapidità che dona al vino una certa eleganza e allunga il finale.

L’ultima versione del pecorino è un’eccellente esempio di come l’utilizzo del legno, in fase di fermentazione e affinamento, rappresenti il mezzo e non il fine di un progetto di fare vino. Nel calice abbiamo l’Offida pecorino docg “Condivio” 2017 che si presenta alla vista di un colore giallo paglierino carico dotato di grande luminosità. All’olfatto si fa apprezzare per decisi sentori di frutta matura mentre il sorso è pieno e intenso con delle accennate note di spezie dolci come la vaniglia. Anche per il Condivio ritorna la sapidità, riscontrata nella versione che ha fatto solo acciaio, e la lunga persistenza.

Il sipario si chiude con la degustazione del Kinà, un vino aromatizzato ottenuto dalle migliori uve di sangiovese che incontrano le erbe aromatiche regalando al degustatore un finale amarognolo di grande eleganza gustativa.

La Cantina dei Colli Ripani è una bellissima realtà del territorio Piceno che coniuga perfettamente il binomio vitigni e territorio.

Walter Gaetani

Fùnambol 2021 – Podere Sottoilnoce

Siamo a Castelvetro di Modena, patria del Lambrusco. E’ qui che sorge Podere Sottoilnoce, azienda artigiana biodinamica che custodisce circa 6 ettari di vigna di Lambrusco (Grasparossa, Sorbara e Fioranese), Trebbiano di Spagna, Trebbiano Modenese e altre varietà autoctone come l’Uva Tosca.

Il vino che abbiamo bevuto oggi ci ha colpito particolarmente. Si tratta del vino bianco Fùnambol 2021, da uve Trebbiano di Spagna. Un vino fermo ottenuto da fermentazione spontanea in contenitori di ceramica di 400 litri.

Colore giallo oro antico. Il naso è dapprima reticente, a poco a poco si dipana rivelando fiori di campo, pesca gialla, un tocco esotico ma non prevaricante di mango, scorza d’arancia, mandorla fresca. Precisione ed eleganza olfattiva a cui fa da contrappunto una bocca per nulla timida, ma anzi saporita, fitta e succosa. Freschezza e materia fruttata sono in equilibrio mirabile (funambolo di nome e di fatto questo vino!), il corpo del vino non è affatto esile eppure la beva non ne risente, lo sviluppo in bocca ha un’ottima progressione e in chiusura si avverte un piacevole tocco tannico. Chiude su ritorni di frutta gialla e sale.

Vino che a tavola è piuttosto versatile e che ha superato brillantemente l’accostamento ad un piatto generoso e complesso come dei rigatoni alla carbonara.

Diego Mutarelli
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Champagne 82/15 extra brut Chouilly grand cru – Vazart Coquart

Di questo ottimo produttore, di cui abbiamo già parlato, ecco un altro stupendo Blanc de Blancs, prodotto in solo 1669 bottiglie, assemblaggio di una reserve perpetuelle dal 1982 e ultima annata 2015 (da cui il nome dell’etichetta). Dosaggio 1 gr/l quindi quasi zero, mise en cave nel 2017 con sboccatura 2022.

Bellissimo colore oro abbastanza carico, naso finissimo di zenzero, agrumi, gesso, nessuna ossidazione, freschissimo al sorso con, in bocca, una sensazione cremosa e carezzevole dalla bolla finissima. La materia è però importante bilanciata da una giusta acidità, acquistate quel che potete di Vazart-Coquart perché ahimé i prezzi hanno cominciato a salire…

Ottimo abbinamento con filetti di merluzzo al forno con pomodori olive e capperi e un’insalata di polpo, ma si può tentare agevolmente anche qualcosa di più consistente, penso ad esempio ad un rombo con patate e funghi porcini o una rana pescatrice.

Gregorio Mulazzani
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Chavignol rosé, l’opera d’arte di Pascal Cotat

Pur amando i vini rosé – soprattutto in questa stagione – è molto raro che in una degustazione tra appassionati un vino rosa si imponga come il miglior vino della serata svettando tra le altre bottiglie presenti. È d’obbligo dunque condividere questo evento più unico che raro capitato ad una recente degustazione tra amici grazie allo splendido Chavignol Rosé Lot 2013 di Pascal Cotat.

Abbiamo già parlato in passato di Pascal Cotat, soprattutto dei suoi ottimi Sancerre (ad esempio in questo post, non censurandoci peraltro quando non ci è piaciuto).
Ti raccontiamo dunque di questo grande pinot nero vinificato in rosa da un piccolo appezzamento piuttosto datato (l’età media delle vigne è di 50 anni). Ci troviamo a Chavignol, villaggio non distante da Sancerre, dove ha sede il garage di Pascal Cotat. Parliamo di garage non solo per le dimensioni mignon dell’azienda e l’ultra artigianalità di approccio, ma anche perché il domaine condivide gli spazi con l’autofficina di famiglia!

La ricetta è tutto sommato semplice: cura maniacale delle vigne, conduzione non certificata ma di fatto biologica, in cantina fermentazioni spontanee e affinamento in vecchie botti da 600 litri. Vini che richiedono qualche anno di invecchiamento per essere apprezzati appieno e che anzi dopo paziente attesa, come in questo caso, possono letteralmente sbocciare.

Chavignol Rosé Lot 2013 – Pascal Cotat

Si presenta con un bel rosa chiaro luminoso e vivace. Il primo naso è di grande impatto, tra i fruttini rossi è il ribes a farla da padrone, ma poi anche note più complesse splendidamente evolute di liquirizia, spezie, mineralità bianca. Con il passare dei minuti il vino tende sempre più ad assomigliare, dal punto di vista olfattivo, ad un bianco di Sancerre, con “dissetanti” note agrumate di mandarino e pompelmo rosa.

Al sorso vi è un’evoluzione del tutto coerente con quanto sentito al naso, ovvero un primo ingresso dolcemente fruttato che poi va a rinfrescarsi grazie ad una acidità ficcante e pulente. La progressione è soave ed elegante, eppure continua ed inesorabile, fino ad una chiusura su note di pompelmo (ma senza l’amaro di quest’ultimo!), soffice e lunghissima su ritorni salini.

Plus: quando i vini rosé, come in questo caso, hanno capacità di evoluzione nel tempo uniscono complessità, eleganza e stratificazione senza alcun complesso di inferiorità verso altre tipologie di vino.

Diego Mutarelli
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Vini da aspettare anni, ma anche due giorni

Ammettiamo che appena aperto, un martedì di inizio estate, questo pinot nero della Ahr (zona della Germania settentrionale di cui vi abbiamo già parlato qui) non aveva completamente convinto nessuno dei cinque commensali, tanto che se ne avanzò un abbondante calice in bottiglia.

Certo, ne apprezzavamo il colore, un tenue rubino brillante, i sentori di piccoli frutti di bosco rossi, la nota erbacea e minerale ma in bocca aveva la meglio, soprattutto sul finale, un’acidità troppo marcata e uno sviluppo piuttosto “rigido”.
Il giovedì della medesima settimana, chi scrive, che aveva portato a casa la bottiglia non terminata, ha provato questo Spätburgunder “Grauwacke” 2019 della tenuta Meyer-Näkel sul terrazzo di casa, dopo averlo rinfrescato in frigo.
Il colore rimaneva brillante ma già il naso del vino era cambiato: rimandi di rose rosse, ribes, fragolina, melograno, foglie di tabacco, fieno, grafite; una complessità olfattiva sicuramente superiore di quella riscontrata due giorni prima.
Ma eccolo in bocca: l’acidità si era attenuata, lasciando spazio ad una timida, delicata avvolgenza; la mineralità, solo accennata il martedì precedente, era ora presente e persistente.
Il tempo probabilmente sarà la giusta arma contro quella spiccata acidità tutta da amalgamarsi che giorni prima ci aveva fatto pentire di avere aperto così presto questo vino; come esserne certi? L’evoluzione a “bottiglia aperta” fa ben sperare e, per fortuna, un altro commensale conserva in cantina il vino della stessa annata: ci diamo appuntamento fra un lustro per verificare!

Nota a margine: la traduzione italiana del nome del vino, Grauwacke, è grovacca, ovvero la rocca grigia sedimentaria di matrice detritica, che troviamo in una parte della zona della Ahr e di cui, supponiamo senza tanto sforzo, essere la matrice geologica della vigna da cui si ottiene questo pinot nero.

Alessandra Gianelli
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Giuliana Vicini, la rinascita di una donna… dal vino!

Vi porterò indietro nel tempo ad inizio secolo scorso e vi racconterò la storia di una donna e del suo legame con il vino.

Giuliana Vicini è nata nel 1925 ad Ortona – una ridente cittadina lungo la costa adriatica abruzzese in provincia di Chieti – da Giustino Ciavolich e Geppina Berardi.

Photocredit: Giuliana Vicini, site web

I Ciavolich erano una famiglia di mercanti bulgari di lana, giunti in Abruzzo nel Cinquecento e divenuti nei secoli proprietari terrieri con la fondazione nel 1853 della prima cantina sita a Miglianico, nel Chietino, di fronte al palazzo signorile di proprietà.
All’epoca la condizione della donna era tale da rappresentare un peso per le famiglie patriarcali che organizzavano matrimoni combinati per i quali era necessaria la dote.
Alla morte del padre Giustino la gestione della proprietà terriera dei Ciavolich passò a Giuseppe, fratello di Giuliana, come imponevano le regole dell’epoca.
Di fatto Giuliana non riuscì a gestire la sua parte di proprietà ma intanto coltivava un’idea e un pensiero di riscatto che avrebbe rivelato prima della sua scomparsa.
Alla veneranda età di 95 anni Giuliana lasciò alla nipote Chiara Ciavolich, figlia di suo fratello Giuseppe, la sua tenuta di Miglianico (Chieti), con l’intento di riscattare il suo nome e la sua storia.
Giuliana chiese espressamente alla sua cara nipote Chiara che il vino prodotto a suo nome non si chiamasse Ciavolich ma Vicini, in virtù del suo legame con la sua amata nonna Donna Ernestina Vicini.
Inoltre il vino con il suo nome “Giuliana Vicini” doveva avere un preciso scopo: sostenere tutte le donne nel loro processo di emancipazione.
La rinascita di Giuliana Vicini è la rinascita di una donna del secolo scorso attraverso la lungimiranza e lo stile di una donna del nostro secolo: la nipote Chiara Ciavolich.
Oggi abbiamo aperto un vino dotato di un buon profilo olfattivo supportato da acidità che dona freschezza al palato e ideale da degustare nel tardo pomeriggio di una bella serata estiva magari di fronte al mare.
Il vino in questione è prodotto con uve cococciola, un antico vitigno a bacca bianca autoctono abruzzese coltivato prevalentemente nella provincia di Chieti.
La buona resa in vigna lo avevano rilegato, nel passato, a vino da taglio che contribuiva a salvare le annate caratterizzate da basse rese del più famoso trebbiano d’Abruzzo.
Oggi la cococciola, grazie alla recente riscoperta da parte di alcuni produttori, viene vinificata in purezza e per la sua spiccata acidità si presta anche alla spumantizzazione.

Cococciola Colline Pescaresi IGP 2022 Giuliana Vicini – Cantina Ciavolich

Il vino si presenta di un giallo verdolino scarico ma luminoso e si muove leggiadro nel calice.
Al naso si apprezzano profumi di fiori bianchi ed eleganti note agrumate accompagnate da sentori di frutta fresca appena raccolta. Il sorso è ampio e avvolgente con una buona spalla acida che dona freschezza e pulisce il palato.
Una leggera ma percepibile nota erbacea arricchisce il profilo del vino.
Il finale è mediamente lungo con un ritorno delle note fruttate di frutta fresca già avvertite al naso e con una evidente nota amarognola che non disturba la degustazione.
Consigliato un abbinamento con del sushi.

Walter Gaetani

Un riesling per l’estate: Peter Neu-Erben

Con le prime giornate estive e il caldo che avanza non c’è nulla di meglio che un ottimo bicchiere di riesling. Il tenore alcolico contenuto, la beva spensierata accompagnata da sussurrata complessità, l’acidità dissetante, fanno del riesling, soprattutto se proveniente dalle giuste latitudini, un compagno ideale in questa stagione.

Abbiamo stappato un riesling della piccola azienda Peter Neu-Erben, azienda che si trova nella Saar e che produce circa 10.000 bottiglie di riesling, in prevalenza della tipologia Kabinett. L’azienda aderisce al Bernkasteler Ring, un’associazione di oltre 40 produttori della regione Mosel, Saar e Ruwer che promuove i vini dei suoi aderenti anche grazie alle aste che organizza periodicamente. Il vino di oggi proviene proprio da un lotto d’asta, ma non si tratta di un vino particolarmente costoso (circa 15 €).

Riesling Kabinett Klosterberg 2019 – Peter Neu-Erben

Colore giallo paglierino chiaro, al naso si apre con un leggero idrocarburo che lascia immediatamente spazio a sentori delicati e ricamati di scorza di limone, pompelmo, pesca bianca, un ricordo di sassi e un tocco di pepe bianco.

La sensazione dolce in ingresso è smorzata da una splendida acidità che, lungi dall’essere strabordante e aggressiva, con soavità pulisce il palato, rinfresca il sorso e sostiene lo sviluppo. La beva è trascinante, grazie ai soli 8,5% di tenore alcolico e alla silhouette agile e snella.

La chiusura è di media lunghezza su ritorni di frutta bianca e agrumi.

Lo abbiamo abbinato con successo ad un arrosto di maiale alla senape ma può essere un ottimo compagno per antipasti anche a base di verdure.

Diego Mutarelli
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Jérémy Bricka e quel vitigno dimenticato dell’Isére

Fino all’arrivo della fillossera l’Isère, dipartimento francese incuneato tra la Valle del Rodano e la Savoia, era un territorio in cui la vigna prosperava; nel XIX secolo risultavano registrati ben 33.000 ettari di vigna. I danni del malefico insetto – la fillossera appunto – portarono ad una drastica riduzione delle aree vitate in tutta Europa e alcune zone, le più impervie e climaticamente svantaggiate, non si rialzarono più dedicandosi a colture più redditizie. Questo è ciò che successe anche in Isére e ad alcuni suoi vitigni estinti o quasi.

Negli ultimi decenni però, in molte zone minori della Francia (e dell’Italia), la passione e la caparbietà di giovani vignaioli, alla ricerca di vigne al giusto prezzo e di climi freschi, hanno contribuito in modo decisivo a recuperare antiche varietà e a rilanciare le aspirazioni vitivinicole di interi terroirs.

Questa è anche la storia di Jérémy Bricka, che ho deciso di raccontarvi dopo aver degustato un suo vino sorprendente e anche perché ancora non ho trovato alcuna fonte web in lingua italiana che ne parla, e mi sembrava doveroso colmare questa lacuna!

Dopo anni di gavetta in Borgogna e Rodano (chez Guigal!) Jérémy, affascinato dai territori alpini, compra 5 ettari in Isère tra i 500 e i 700 metri di altitudine, a Mens (non lontano da Grenoble), e vi pianta verdesse, mondeuse blanche e noir, altesse, persan, douce noire e la pressoché sconosciuta étraire de l’Aduï. Certificazione bio e approccio enologico non interventista, oltre ad una sensibilità fuori dal comune in fase di vinificazione, hanno permesso al domaine di acquisire una buona notorietà in Francia nella nicchia dei vini naturali. Il vino di cui ti parlo oggi è proprio quello ottenuto dal vitigno étraire de l’Aduï.

Étraire de l’Aduï 2020 Pont de Brion IGP Isère – Jérémy Bricka

Il colore è un bellissimo rosso rubino chiaro, luminoso e trasparente. Il naso è un caleidoscopio di fruttini rossi (melograno e ribes), violetta, pepe, bergamotto, ferro e un particolare tocco che ricorda la salsa di soia…

Il sorso è soffice, beverino e leggero (12%), il tannino è cremoso e risolto, l’acidità è ben integrata e fornisce profondità e succo. Chiude delicato su ritorni di fruttini rossi e spezie.

Plus: vino che fa della spontaneità e facilità di beva la sua caratteristica principale, ma che sa coniugare originalità aromatica ed eleganza. Mi ha ricordato per stile e espressività alcuni dei migliori Morgon del Beaujolais.

Diego Mutarelli
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Faccia a Faccia: pinot nero / pinot noir

Come abbiamo già raccontato nella prima puntata del “Faccia a Faccia” dedicata al riesling, lo scopo della rubrica è quello di mettere in connessione e dialogo due vini in qualche modo confrontabili. L’idea di fondo non è quella di paragonare i due vini, quanto di trovarne nuove chiavi di lettura per comprenderli meglio. É quello che succede anche nelle relazioni personali: entrando in empatia con chi si ha di fronte, si finisce per conoscere meglio non solo l’altro ma anche sé stessi.

Dopo il riesling, oggi tocca ad un altro vitigno fluoriclasse, il pinot nero. Abbiamo degustato in parallelo un pinot nero italiano e un pinot noir di Borgogna.

Friuli Colli Orientali Pinot Nero 2018 – Le Due Terre

Dell’azienda Le Due Terre abbiamo già parlato in un post di qualche anno fa, si tratta di un’azienda artigiana dei Colli Orientali del Friuli che segue con scrupolo ed attenzione 5 ettari di vigna a Prepotto dando vita a ottimi vini tra cui i due uvaggi portabandiera Sacrisassi Bianco e Sacrisassi Rosso. Nel calice oggi abbiamo il pinot nero, vino ottenuto da cloni di pinot noir francesi e tedeschi, fermentazione spontanea e affinamento in barrique.

Il calice riflette un colore rubino chiaro con riflessi granati, in primo piano la frutta rossa e fresca come lampone, fragole e anguria, poi un floreale che ricorda la lavanda e quindi un tocco speziato di pepe e cardamomo. A bicchiere fermo dopo qualche minuto fa capolino un’intrigante sentore agrumato di scorza d’arancia. L’acidità ben presente dà al sorso una bella freschezza, lo sviluppo è piuttosto rapido ma profondo e pulito. La chiusura è saporita e lunga su ritorni di frutta rossa e agrumi.

Vino dall’olfatto intrigante e nel complesso di ottima beva, l’annata è stata piuttosto calda ma in questo vino i 14% di titolo alcolometrico sono gestiti alla perfezione. Al sorso ho notato solo un leggero deficit di polpa che dà a centro bocca una sensazione di asciuttezza appena troppo accentuata. Stiamo parlando comunque di un bellissimo vino ottenuto da un vitigno estremamente sfidante. Si contano sulle dita di una mano i pinot nero italiani di questo livello.

Ladoix Clos des Chagnots 2018 – Domaine d’Ardhuy

Abbiamo già assaggiato alcuni vini di questo produttore storico di Borgogna (vedi questo post, ad esempio) che possiede molte parcelle sia in Côte de Nuits sia in Côte de Beaune. Nel calice un monopole, ovvero una vigna di proprietà esclusiva del Domaine d’Ardhuy, il Clos des Chagnots.

Rosso rubino chiaro con vivaci riflessi porpora, olfatto di lamponi macerati, fiori rossi ed incenso. Ingresso in bocca succoso, di bella progressione con materia fruttata piuttosto concentrata a supportare sviluppo e persistenza. Legno ben amministrato per un vino che in chiusura resta sapido e vivace, di ottima lunghezza su ritorni di frutta dolce.

Vino semplice e ben fatto ma che, pur nella sua immediatezza, risulta molto equilibrato e di grande piacevolezza.

Riflessioni conclusive

Due vini ottenuti dalla medesima varietà e proposti al mercato nella stessa fascia di prezzo (30 € – 40 € euro a seconda delle fonti di acquisto) ma provenienti da due territori lontani. Come era lecito aspettarsi dunque – pur con alcuni punti di contatto – le due interpretazioni sono diverse. Il campione dei Colli Orientali è un vino dal naso più articolato e che al sorso non cerca immediatezza nè “piacioneria”, il campione di Borgogna è più immediato e diretto e gioca le sue carte sul frutto e la piacevolezza di beva.

In conclusione direi che il match tra Italia e Francia sul pinot noir finisce in parità, due espressioni diverse di pinot nero che si muovono però sul medesimo piano qualitativo.

Diego Mutarelli
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